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mercoledì 5 febbraio 2025

Recensione: Avete presente l'amore?, di Dolly Alderton

| Avete presente l'amore?, di Dolly Alderton. Rizzoli, € 18, pp. 370 |

A quindici anni ho visto 500 giorni insieme. Ricordo distintamente la gioia e la rabbia, lo schermo spaccato in due da un indimenticabile split screen: la realtà contro le aspettative, lui contro lei. Ho ripensato spessissimo all'anti-commedia romantica di Marc Webb — e ad Ahia, l'album dei Pinguini Tattici Nucleari consumato in pandemia —, mentre leggevo della rottura tra Andy e Jen. Dopo quattro anni di relazione, appena rientrati da un viaggio nella città dell'amore, si lasciano: anzi lei, rigorosa assicuratrice, lascia lui, comico che non fa ridere. Mi aspettavo una lettura brillante, leggera, divertente. A sorpresa, ho trovato un manuale bellissimo sulla scienza del crepacuore in cui finalmente è svelato il supremo tabù: anche gli uomini piangono. Possibile che la disamina più profonda sulla vulnerabilità maschile sia opera di una donna?

Non lasci andare qualcuno tutto in una volta. Dici addio nell'arco di una vita intera. Magari puoi non pensare a lei per dieci anni, poi senti una canzone che te la ricorda o finisci in un posto dove una volta siete stati insieme, ed ecco che qualcosa che avevi completamente dimenticato riaffiora in superficie. E dici un altro addio. Devi essere pronto a lasciarla andare un migliaio di volte.

Credibilissima, l'inglese Dolly Alderton fa di Andy l'archetipo del trentacinquenne medio: spaventato dalla calvizie e dalla solitudine, si rifugia nelle chat e rinuncia ai carboidrati, si strugge con Bon Iver e sperimenta la convivenza con coinquilini sconosciuti. La gente si lascia in continuazione, lo consolano. Ma queste parole, intanto, arrivano da coetanei troppo impegnati per fare un salto al pub. Quand'è successo di trovarsi in un'età più vicina ai cinquanta che ai venti? Com'è possibile guarire se tutto, perfino un profumo o una fantasia masturbatoria, ci ricorda lei? Questa storia, però, appartiene anche a Jen. Siamo sicuri, infatti, che nel film Zoey Deschanel fosse una stronza senza cuore? Pur non tradendo mai il punto di vista di Andy, fallito nel lavoro e nell'amore, Alderton ricorda anche le difficoltà dell'essere donna oggi: l'orologio biologico, le pressioni sociali, l'angoscia di trovarsi in un vicolo cielo se senza figli né anello al dito.

Qualche volta è piacevole non essere una cosa che cerca disperatamente di essere una persona.

Mentre si accumulano gli episodi esilaranti — la notte in una casa galleggiante, la convivenza con un vecchio complottista, la frequentazione con una ragazza della generazione Z che giudica tutto “cringe” —, Andy prende nota. Spera che, prima o poi, possa condividere ogni dettaglio con la sua Jen, nel frattempo bloccata su Instagram. E che, magari, la sua alienazione, le sue lagnanze, il suo dolore possano ispirare uno spettacolo più convincente dei suoi sketch triti. Se pensate che l'arte imiti la vita e che autocommiserarsi sia un diritto inalienabile del maschio, troverete un po' di voi tra queste pagine. I coniugi di Storia di un matrimonio scrivevano una lettera dove il lutto rimava con la celebrazione del passato. Dolly Alderton, destinata a restare una sorpresa delle sorprese letterarie del 2025, ne fa un irresistibile spettacolo di stand-up.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Islanda

martedì 4 maggio 2021

Recensione: Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata, di Raphael Bob-Waksberg

Forse in Italia il suo nome suonerà sconosciuto. Segnatevelo a caratteri cubitali. Perché Raphael Bob-Waksberg – comico, ebreo, classe '84 – per me è l'erede di Woody Allen. Fantasioso, caustico e brillantissimo, ha regalato a Netflix uno dei suoi prodotti più memorabili: Bojack Horseman serie animata su un cavallo antropomorfo bramoso di notorietà – resta un capolavoro che, a un anno dalla sua chiusura, ci fa sentire ancora orfani. Ho l'impressione, tuttavia, che la TV non sia che soltanto l'inizio della carriera mirabolante dello sceneggiatore. Rieccolo in un'altra veste, quella di scrittore, sugli scaffali delle nostre librerie. Quanto spicca in mezzo all'eleganza monocromatica dei Supercoralli con la sua copertina rosa shocking e un titolo sfacciatamente romantico? Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata non delude le attese. Nonostante la familiarità con i suoi tempi comici, che non ho trovato minimamente depotenziati dal formato del racconto, sorprende comunque per la varietà degli argomenti, degli approcci narrativi, dei generi. Spazia dal romanticismo intimista allo splatter, dalla fantascienza al rimaneggiamento dei classici, sperimentando forme e voci sempre diverse.

Le persone si dividono in due tipi: quelle che non vuoi toccare perché hai paura che si spezzino e quelle che non vuoi toccare perché hai paura che ti spezzino.

Con sensibilità l'autore s'intrufola nei vissuti di uomini e donne, raccontandoli ora in prima, ora in seconda, ora in terza persona. E osa racconti in rima baciata (per ironizzare su San Valentino), abbozzi di pièce teatrali (in scena: il microcosmo familiare), promemoria di attività chiuse per ferie (l'urgenza sopraggiunta all'improvviso: passare un giorno a letto insieme), pagine di guide turistiche (quali luoghi evitare per sfuggire ai ricordi degli ex) e menù di ristoranti stellati (sconsigliabile abbinare alcol e dissapori). Ci sono poi villaggi dov'è buona creanza sgozzare caproni nel giorno delle nozze; realtà parallele invase da acque da Antico Testamento; resort messicani dove ricucire rapporti tra parenti acquisiti; popolosi parchi a tema e concerti interdimensionali. Ma in mezzo a questo divertimento esagerato, di cui il mio post potrà darvi soltanto vaghi indizi, i miei racconti preferiti sono quelli in cui il vulcanico Bob-Waksberg abbassa la voce per raccontarci quello che meglio gli riesce: ossia l'incomunicabilità, il disincanto, la depressione. Possono due innamorati viaggiare per sessant'anni nello stesso vagone senza dichiararsi? Giocando a Taboo, quali sono le parole da tacere per evitare il punto di non ritorno? Che senso ha fuggire in continuazione se la Tristezza è un'amante che non ci lascia andare?

Una statua non viene costruita a partire dalla base – è ricavata a colpi di scalpello da un blocco di marmo – e spesso mi chiedo se non siamo definiti allo stesso modo dalle qualità che ci mancano, delineati dallo spazio vuoto dove un tempo c’era il marmo. Sono seduto in metropolitana. Sono sdraiato sveglio a letto. Guardo un film: rido. E poi, d’improvviso, sono colpito da una verità annichilente: non è quello che facciamo a renderci ciò che siamo. È quello che non facciamo a definirci.

Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata resterà una delle migliori letture dell'anno corrente, perché mi ha fatto ridere, mi ha fatto piangere e mi ha spinto ad appuntare una matita Ikea per sottolineare passo passo le cose urgenti. Giunto all'ultima pagina, ho avuto la sensazione di essere stato sputato fuori da un frullatore, di aver esagerato con i biscotti assortiti – ogni racconto è infatti un dolcetto pescato alla cieca da una scatola di latta –, di essermi preso una sbronza triste con una bottiglia di Merlot. Mi giravano forte lo stomaco e la testa, mi girava il cuore. La vita e la morte, scrive l'autore, si somigliano. Sono terrificanti, schiaccianti, possono accadere in qualsiasi momento. Le si può affrontare in due modi, con la paura o con il coraggio, ma si è destinati in ogni caso a soccombere. Accanto a loro, l'amore: una forza altrettanto ancestrale. Se la nostra disfatta è già scritta nelle stelle, a questo punto, perché non scegliere di essere coraggiosi?

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Coma_Cose – Fiamme negli occhi

giovedì 27 agosto 2020

Recensione in anteprima: Un uomo a pezzi, di Francesco Muzzopappa

| Un uomo a pezzi, di Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 142 |

Arriva oggi in libreria l’ultima fatica di Francesco Muzzopappa. Scoperto qualche anno fa e da allora frequentato assiduamente, è riuscito a farmi sorridere in giorni in cui per risollevarmi l’umore sarebbe servita una gru. Nel segno dell’immediatezza e della sincerità, scegliendo una dimensione più intimista del solito, questa volta lascia da parte gli intrecci romanzeschi per mettersi in ballo in prima persona. Il risultato è una lettura personale, leggera, scacciapensieri, che diverte senza mai scadere nel triviale grazie a sketch su sketch: a volte riuscitissimi, altre meno. È un Muzzopappa a pezzi, in pillole: anzi, a puntate, perché i racconti che compongono questo libro dalla copertina pastello somigliano un po’ agli episodi di una sit-com. Come vive un pugliese trapiantato a Milano, per di più nell’ambiente radical chic della pubblicità? Com’è la convivenza con Carmen, libraia “Biancaneve” con il malaugurato pallino del cibo salutare? Tutto diventa aneddoto.

Quando tutti i ragazzi della mia età cominciavano a prendere confidenza con gli indumenti intimi del sesso opposto, io facevo selezione musicale. Quella radio era scalcagnata: non era insonorizzata, non aveva il riscaldamento e quando mi capitava di parlare al microfono vedevo la condensa del mio fiato spalmarsi sul vetro che separava la sala speaker dalla sala regia. Quello, per me, era il senso stesso dell’amore: dedicare il tuo tempo migliore a chi fa di tutto per mostrarti solo i suoi difetti.
I mercatini dell’usato, le mailing list, i ristoranti a chilometro zero, i tagli di capelli, i concorsi pubblici, una gioventù oscura schiacciata nel guscio di un busto ortopedico. Alcuni racconti, di stampo decisamente social, mi hanno fatto pensare ai modi di Matteo Bussola: non li ho preferiti.
Un uomo a pezzi trova infatti la sua dimensione perfetta nella rievocazione di un’infanzia anni Ottanta; di un amarcord caratterizzato da bottiglie di sugo fatto in casa, primi sospiri appresso alle forme procaci della bella Lamù, incontenibile euforia davanti all’arrivo delle giostre assemblate in onore del Santo Patrono.

Sapevo che L’incantevole Creamy era, forse, irraggiungibile, ma non quanto Lamù. Lamù io non avrei mai potuto averla. Lamù era inarrivabile, letteralmente di un altro pianeta. Ma Creamy non era un ripiego, anzi. La amavo sul serio anche se lei non ne era, ovviamente, al corrente. In verità da piccolo ho avuto migliaia di ragazze, quasi tutte inconsapevoli del fatto che le amassi. Molte di loro erano vere, altre disegnate, ma a me non importava. Il sentimento, quando è forte e autentico, basta per entrambi. Che l’altra partecipasse non era richiesto, anzi, a volte mi avrebbe anche dato fastidio.
Ho un problema con l’autofiction. Anche in questo caso, perciò, ho finito per preferire comunque le prove narrative precedenti. Ma è stata una buona occasione per conoscere meglio Francesco: dopo quattro romanzi umoristici, non era forse arrivata l’ora di capire meglio l’uomo dietro il personaggio? Nato sotto il segno dello scorpione, bonario e di sanissimi principi, l’autore mi somiglia un bel po’ nel look – campiamo col peggio di Zara e H&M –, abitudini alimentari – caffè al mattino e abbondante olio di palma nel resto della giornata –, negli inattesi attimi di malinconia in cui il famigerato sarcasmo se ne va a dormire. Dice di tramare vendette sotterranee. Di nutrire tra sé e sé una certa perfidia. Ma a ben vedere è come le friselle della sua terra: sembra tutto d’un pezzo, ma non lo è. Questa lettura è l’equivalente di una chiacchierata informale. Prima o poi, speriamo di farcela di persona! 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Viceversa

venerdì 5 aprile 2019

Recensione: Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà

| Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà. Adelphi, € 18, pp. 225 |

Ci sono persone baciate dalla fortuna. Quelle che trovano un posto a sedere nella metropolitana affollata, hanno quotazioni in borsa costantemente in crescita e sul sedile posteriore di un taxi, per un motivo o per un altro, non pagano la corsa grazie a guidatori stranamente munifici. L'esordiente Fabio Bacà e il suo irresistibile protagonista, Kurt O'Reilly, appartengono alla sparuta categoria di coloro con il vento sempre in poppa. Quando capita a un insegnante di ginnastica dolce, vissuto fra Marche e Abruzzo, di debuttare nel mondo editoriale con l'elitaria Adelphi? Quante possibilità ci sono che alla voce narrante della sua storia, in ordine sparso, diagnostichino un tumore rarissimo ma benigno; gli sveli le proprie grazie una pornodiva distesa sul lettino dell'amico tatuatore; per il rotto della cuffia lo salvino da una serie di improbabili rapine sventate poi a suon di pugni? Dal momento che le risposte oscillano dal raramente al mai, sarebbe cosa imperdonabile perdersi Benevolenza cosmica. Non fate come il sottoscritto: l'ho voluto leggere tantissimo e, quando l'ho trovato nella cassetta della posta, ne ho avuto all'improvviso timore. Sarà che i titoli dell'editore milanese ispirano insieme serietà e reverenza. Sarà che il surreale lo apprezzo, ma in piccole dosi e nei momenti propizi: spesso può disorientarmi fino a disinteressarmi, infatti, e i paragoni con Vonnegut e De Lillo avranno senz'altro lusingato il simpaticissimo Bacà ma scoraggiato, d'altra parte, un po' me. Che questi grandi nomi, al momento, li conosco soltanto per sentito dire. Che dell'uno custodisco citazioni sparse e dell'altro i pigri ricordi della versione cinematografica di Cosmopolis. Chiedo scusa, perciò, se qualche strizzata d'occhio a terzi mi è sfuggita. Se mi sono lasciato incantare e ingannare dal potere delle eccezioni alla regola: esordienti, si diceva per l'appunto, che hanno la benevolenza di un marchio per pochi eletti. Niente al mondo, una volta iniziatolo, mi ha comunque impedito di godermi le particolarità stilistiche e strutturali di una commedia ad ampio respiro, perfino più spassosa e scorrevole del previsto.

Credevo di non dover ricorrere alle stesse affannose consolazioni cui attingono gli altri esseri umani mentre annaspano in un tratto impetuoso dell'esistenza, ma a quanto pare sbagliavo. Ci sono cose per le quali non pretendere una spiegazione è impensabile. E io non avevo mai avuto più bisogno di un parere illuminato in tutta la mia vita.

Comprenderà bene il mio punto di vista il nostro Kurt: trentenne di successo – la giacca sulla spalla, i mocassini scamosciati ai piedi, lo sguardo cinico e indifferente dell'uomo che non deve chiedere mai: quattro sedute settimanali di palestra, un totale di ottantuno bocche baciate –, con una fidata segretaria che bada ai minimi dettagli e una nutrita schiera di conoscenti che lo sollevano puntualmente dalle incombenze grandi e piccole. Se come lui sei un esperto di statistica per un ente governativo, quanto ci vorrà per notare la presenza sfacciata della buona sorte? Ha vissuto infatti abbastanza colpi di fortuna da appuntarli uno a uno su un taccuino fittissimo. E da insospettirsi. Felicemente sposato con la scrittrice Liz, benché vivano in due appartamenti separati all'interno dello stesso condominio, il protagonista è un uomo fedele e, come tutti, felice a volte.
Certo, gli danno da pensare gli attentati random in una Londra sospesa nel futuro. Certo, ci sono problemi anche in paradiso: i suoi genitori, un insegnante di filosofia e un'orticultrice italiana, non sanno capacitarsi della morte del figlio minore nel corso di un assurdo incidente aereo. Ma come spiegarsi eventi e gesti capaci di sovvertire intere statistiche, senza scomodare concetti quali karma e destino? Ci si affida a consiglieri, psicologi, cartomanti. Ci si muove a passo veloce in una metropoli inquadrata qui fra scienza e magia, domandandosi a quale di quei nove milioni di abitanti stiamo sottraendo una dose di fortuna. Come fare per pareggiare i conti, per rendersi utili?

Non voglio vivere una vita in cui mi sia proibito di accedere alle sensazioni limbiche di timore, angoscia, senso d'ignoto, vuoto, viltà, invidia, disprezzo, rancore e attrazione per il lato sbagliato delle cose: sensazioni a cui dovrebbe accedere ogni essere umano, se vuole ancora considerarsi tale. E io non voglio essere qualcosa di diverso da un uomo. Non voglio svegliarmi ogni mattina con un sorriso idiota in faccia al pensiero di tutte le cose belle che accadranno, avendo la certezza che accadano. Non voglio la certezza, intendo: la speranza è già sufficiente.  

Bacà si ingegna. Spegne il cellulare, guarda meglio e più da vicino il prossimo suo. Banalmente ma non troppo, vive ogni gioia come fosse l'ultima. L'assunto di base, lamentarsi di un fato generoso, risulta strampalato soltanto in teoria. Lo leggiamo spesso nelle vignette di Charlie Brown: si è impreparati a una felicità esagerata, perché in fondo spaventa. Perdere la paura, il gusto per il rischio, il senso del pericolo significherebbe rinunciare anche alla nostra umanità; all'emozione di vivere di pure speranze, anziché di certezze granitiche. Benevolenza cosmica, romanzo illuminato più che semplicemente brillante, è una deliziosa parabola con le armonie del rock progressista e una chiusa dolcissima. Non fatevi domande. Non ponetevi limiti. Bevetelo d'un fiato, perché la sua copertina giallo limone fa subito primavera e la leggerezza che predica, in definitiva, concilia il buonumore. L'universo segue leggi misteriose: tutto è possibile. Anche che la fortuna prima ti scelga, poi ti volti le spalle, lasciandoti infine a raccogliere i cocci, i sorrisi e i baci a fior di pelle della più indimenticabile delle giornate da dimenticare.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Centro di gravità permanente

mercoledì 27 febbraio 2019

Recensione: Ritorna, di Samuel Benchetrit

| Ritorna, di Samuel Benchetrit. Neri Pozza, € 17, pp. 238 |

Il procrastinatore seriale si riconosce fra mille. Qualsiasi età abbia, ciondolerà per casa con i capelli scompigliati, la barba sfatta e le mutande un po' ingiallite sul davanti. Pigrissimo, rimanderà a domani quello che potrebbe sbrigare oggi; compilerà accurate liste per punti per poi fare carta straccia dei buoni propositi. Il protagonista di questo romanzo, allergico agli impegni a lungo termine e all'attività fisica, non è l'eccezione alla regola. Scrittore divorziato, al mattino fuma come una ciminiera e trinca caffè sulla tazza del water: gli arrivano nel mentre sgradite newsletter dall'Ikea, email di editor e creditori, messaggi spam presi talora troppo sul serio. E notizie del figlio, invece: nessuna speranza che in Groenlandia ci sia il segnale wi-fi? Hanno condiviso insieme quell'appartamento a soqquadro fino al diciottesimo compleanno del ragazzo: partito all'avventura sulla scia dei romanzi di London, Conrad e Kerouac, lasciandosi alle spalle quella vita per soli uomini – il ketchup sugli spaghetti, il formaggio scaduto in frigo, la regola sacrosanta del rutto libero. La sua assenza rende il genitore inconsolabile. Lo stesso può dirsi per l'ex moglie, in attesa accanto al telefono alle quattro del mattino: invano, e in vena di insolite gentilezze. Quant'era bello e sincero Cemento armato, il romanzo d'esordio del protagonista a cui, purtroppo, aveva fatto seguito l'oblio generale? Così tanto, a detta di alcuni produttori televisivi, da accarezzare l'idea di realizzare un trasposizione per il piccolo schermo: nell'era in cui ogni cosa diventa serie TV, infatti, meglio rispolverare quel discreto successo editoriale che ricercava il lato poetico dei famigerati banlieu parigini. Il procrastinatore un giorno muore di noia. Così tanto, a detta dell'irresistibile Samuel Benchetrit, da darsi a un pensiero sconsiderato: rimettersi a lavorare. Se in una commedia francese di quelle esilaranti, schiette, dolcissime, riprendere in mano la propria routine sarà un'impresa assolutamente rocambolesca.

Consideravo gli scrittori e i registi che ammiravo come dei familiari o degli amici intimi. Nabokov era uno zio russo. Fellini uno zio di Roma. Stesso discorso per John Fante e Vittorio De Sica. Duras era la mia cara zietta. Sagan la mia cugina adorata. Flannery O'Connor la cugina d'America. Avevo bevuto diversi whisky con Beckett. Avevo dormito tra Cohen e Yourcenar, che volevo riconciliare. Tutti insieme formavano la mia grande famiglia allargata, piena di meravigliosi parenti acquisiti che avevano fatto per me così tanto, e io così poco per loro... Eppure mi amavano, tutti loro amavano teneramente questo nipote non granché dotato, e anche un po' coglione.

Tutto parte dal romanzo da trasporre: i produttori ne vogliono una copia, peccato risulti introvabile. Quelle con dedica sono troppo preziose per sottrarle ai legittimi proprietari, i corrieri di Amazon all'ultimo danno forfait e non resta, allora, che rivolgersi a un'appassionata lettrice chiusa in una casa di riposo: forse l'unica a poterlo salvare dal macero e dall'ennesima disfatta. Nell'ospizio ci sono innumerevoli anziane di nome Raymonde, che pretendono la lettura a voce alta dei romanzi di Pierre Lamberti, storico rivale del nostro eroe; belle infermiere balbuzienti di cui conquistare il cuore con uno spietato corteggiamento vecchia scuola; uno stagno di anatre a corto di esemplari maschili, da salvare dall'estinzione spingendosi in una fattoria ai confini del mondo dove si consumano bislacchi triangoli sentimentali. Dappertutto, intanto, rimbomba una domanda da sottoporre ai passanti, all'ufficio delle entrate, al cielo aperto: dopo quindici anni di silenzio, cosa direbbe un padre inuit al figlio in partenza per terre selvagge?
Ho pensato a me e mio padre – ugualmente affini e laconici, poco aperti al dialogo eppure abilissimi a darci a raccomandazioni profuse e a sollecitudine in quantità, nel momento del bisogno –, alle opportunità perse e a quelle ritrovate invece per caso, leggendo la nuova fatica di Benchetrit. Già regista dell'altrettanto delizioso e malinconico Il condominio dei cuori infranti, l'autore firma una mezza autobiografia a tinte esistenzialiste sulla solitudine siderale e la sensibilità nascosta di noi uomini medi.

«Ma stia a... a... attento, perché ci sono delle so... solitudini che non vanno di... disturbate».
«Cosa intende dire?»
«Se inizia u... un libro, deve fi... finirlo. Altrimenti aspetteranno la fi... fine, e la solitudine sarà ancora più... ù... ù grande».

A suon di incubi, farneticazioni e voli pindarici, fra cani gatti e bonsai di cui non ci si sa prendere affatto cura, Ritorna è un ritratto al maschile logorroico e fanfarone, incapace di prendersi sul serio ma con uno sguardo al contempo pieno di poesia. Il protagonista ha una soglia dell'attenzione bassissima e cerca stimoli dappertutto. E tutto, perciò, anche quando se ne sta in panciolle, anche quando non ha voglia di fare alcunché, si trasforma in un racconto ispirato e ben scritto. In qualcosa di buono. Grazie alle tragicommedie a cui vanno incontro i suddetti procrastinatori, alle bugie degli scrittori, alla sottovalutata tenerezza dei nostri papà. Ritornano così il batticuore, il desiderio di rimettersi all'opera davanti a una pagina Word immacolata, un pezzo di te salpato per terre lontane. Frammisto a un'insospettabile profondità d'animo, a risate a crepapelle, eccolo qui: ha fatto ritorno anche il buonumore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Indochine – Song for a Dream