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martedì 16 febbraio 2021

Recensione: Lolita, di Vladimir Nabokov


| Lolita, di Vladimir Nabokov. Adelphi, € 12, pp. 395 | 

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Sono passati sessantasei anni da quando Vladimir Nabokov spese queste parole indimenticabili per introdurci la sua protagonista, Dolores Haze, e stupisce constatare come la malia della scandalosa ninfetta continui tutt'ora a illuminare, ardere, far dannare. L'incipit, uno dei più belli di sempre, ci catapulta immediatamente in una storia tossica che non ha bisogno di presentazioni: quella tra Humbert Humbert, accademico di mezza età originario della Costa Azzurra, e l'unica figlia dell'insipida Charlotte, sposata soltanto per bearsi della vicinanza della bambina. Perché Lolita, tredici anni, è questo: una bambina, già consapevole della propria avvenenza, bramata da un predatore sessuale. Il suo stesso patrigno. A dispetto di una tematica che riempe di repulsione – la pedofilia –, il censuratissimo classico dell'autore russo annovera uno stuolo di lettori che ne parlano come del romanzo della vita: cosa lo rende un capolavoro estraneo tanto al tempo quanto alla morale? Attratto dalle mentalità deviate e dagli argomenti scabrosi, ho letto senza formulare giudizi «la confessione di un vedovo di razza bianca»: il diario dettagliato di un'ossessione morbosa che, anziché inquietare, nella prima parte regala sprazzi di impensabile poesia. Il merito spetta a Humbert, il supremo dei narratori inattendibili: con voce musicale e mani da rapace, sceglie parole di miele per svelarci le proprie perversioni. Soave perfino nella turpitudine, irresistibile anche quando osceno, intreccia fantasie pedopornografiche e pensieri omicidi in una tessitura sopraffina di istinti animaleschi, caos e fatalità. Dall'alto di una prima persona tronfia ed egoriferita, Humbert sventola il dito verso una giuria immaginaria. Apostrofa il lettore.

Non siamo dei depravati! Non violentiamo come fanno i bravi soldati. Siamo miti signori infelici, con occhi da cane, sufficientemente ben integrati da saper controllare i nostri impulsi in presenza degli adulti, ma pronti a dare anni e anni di vita per un'unica occasione di toccare una ninfetta. Non siamo, nel modo più categorico, degli assassini. I poeti non uccidono mai.

Tra lunghe digressioni e alibi furbastri, legittimato da una ricca schiera di poeti antichi e criminali, il protagonista sotto accusa costruisce un'orazione ciceroniana dove attraverso gli espedienti retorici più fantasiosi cerca di giustificare ogni scelleratezza. Comunque ben lontani dall'assolverlo, non possiamo non gustarci i suoi guizzi funambolici; un eloquio impreziosito di francesismi e calembour, colto fino a diventare insopportabile; la resa visiva di ambientazioni lussureggianti e lussuriose, d'altri tempi, popolose di creature botticelliane. Se la prima parte sarebbe da imparare a memoria – il capitolo più magistrale, per quanto disturbante, racconta l'inutile veglia di Humbert in attesa che i narcotici agiscano sulla figliastra: medita di violarla nel sonno –, la seconda si trascina fino ad annoiare. Rinunciando a quell'incantevole sentore di sospensione, i protagonisti si dedicano a estenuanti viaggi in macchina che danno al romanzo un'indigesta dimensione on the road. La loro è una fuga dal mondo, dal sospetto altrui, che tuttavia non può tagliare fuori il tempo: continuando a scorrere incessantemente, arrotonda le forme della giovinetta; le aggiunge centimetri in altezza; la rende più ordinaria. Servita e riverita, schiava d'amore o forse perfetta padrona del gioco, Lolita tiranneggia al suon di gelosie e capricci. Bambina fatale, amante dei rotocalchi cinematografici e del tennis, conduce il romanzo verso territori noir e il suo compagno di viaggio in una caccia sincopata, febbricitante, vertiginosa.

La vita è molto breve. Da qui a quella vecchia macchina che conosci così bene ci saranno venti, venticinque passi. È un tragitto brevissimo. Falli, quei venticinque passi. Subito. Immediatamente. Vieni così come sei. E vivremo per sempre felici e contenti.

La mia Lolita – quella che, dall'immaginario collettivo, ricordavo ben prima di fare la sua conoscenza – abita le prime duecento pagine e basta. È una farfalla intrappolata in una cornice, splendida perché cristallizzata, immortalata in tutta l'innocenza dei suoi anni sfacciati. Al posto di trasformarsi in una riflessione sulla fugacità della giovinezza, sull'eternità della poesia, l'epilogo tradisce la compostezza dell'inizio. Privata della sua magia, strappata da un Eden in cui prende languidamente il sole, la protagonista «morta e immortale» viene trascinata in disavventure rocambolesche. Conosce lo squallore dei motel, l'irruenza del sesso, il desiderio di altri malintenzionati, la maturità. Sgualcita, strattonata a destra e a manca, diventa più adulta e perde di poesia. Tradisce Humbert Humbert, secondo me, ma viene a sua volta tradita da Vladimir Nabokov. Non ho apprezzato, in particolare, il salto cronologico degli ultimi capitoli: ambientati a tre anni di distanza dagli eventi narrati, sono un brusco ridestarsi; l'amara consapevolezza che perfino le creature leggendarie, le ninfe, perdano la scintilla. Da questo sogno erotico impossibile, lungo oltre mezzo secolo, sarebbe stato meglio non svegliarsi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Mystery of Love