Visualizzazione post con etichetta Francia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francia. Mostra tutti i post

venerdì 7 novembre 2025

Recensione: La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo

 La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo. Feltrinelli, € 20, pp. 432 |

È un grande anno per il cinema horror. Per non essere da meno, anche Feltrinelli si è messa al passo con un romanzo citazionista e dalle atmosfere vintage, che farà la gioia e il terrore degli amici cinefili. Ambientato nel cuore degli anni Novanta, in un sobborgo residenziale ormai in decadenza, racconta di una banda di amici con l'hobby dei film di genere e delle bravate. A sedici anni, la morte è un pensiero incidentale. Al TG: qualche incidente stradale, suicidi in sordina, la piaga dell'Aids. Medhi, membro dell'unica famiglia straniera del quartiere, è vittima del bullo della scuola. Alex ha da poco sepolto la madre, divorata dal cancro. Tom, ossessionato dagli insetti, vorrebbe aizzare una scolopendra contro il patrigno. Max, fidanzato con la bella del liceo, è attratto dal gemello di lei. Lena, l'ultima arrivata, è in fuga da un passato violento.

A volte era sembrato a Lena che lei e i suoi amici sarebbero stati in un certo modo eterni e che l'universo esistesse solo per loro, semplicemente perché erano là a posarvi lo sguardo. Ma ormai era consapevole della loro fugacità, fragilità e impermanenza, aveva acquisito quella consapevolezza del tempo che passa, preleva quello che gli devi e non offre in cambio che un po' di oblio.

Tutti hanno le proprie ombre. Tutti sono attratti dalla casa nell'impasse des Ormes. È lì che si manifestano le fobie e i desideri più sfrenati, in un budello infernale a metà tra il sonno e le veglia. Il folgorante Jean-Baptiste Del Amo, colpevolmente scoperto qui e ora, è la luce in un mondo prigioniero della penombra, dove gli incubi si mescolano ai sogni erotici e i bassi istinti prendono il sopravvento. In un angosciante gioco di specchi e doppelganger, sarà impossibile distinguere una dimensione dall'altra e arginare le conseguenze. Derivativo sin dalle premesse, appesantito da una cinquantina di pagine di troppo e non sempre fedele alla sua dimensione corale, La notte devastata resta comunque una lettura sinceramente spaventosa in cui riecheggiano le grida di It, Nightmare, Amityville Horror.

L'innocenza può essere un inferno.

A elettrizzare, tuttavia, non sono soltanto gli insetti giganti, i parti mostruosi, gli sfondi lovecraftiani, ma la descrizione di un'adolescente sensoriale e irrequieta che tanto somiglia a quella dei romanzi del connazionale Nicolas Mathieu. Divisi tra frustrazione, fumo e noia, i protagonisti si scoprono prigionieri di un film horror con la colonna sonora dei Nirvana, in cui l'incanto infantile è ormai spacciato e la consapevolezza del tempo, della diversità e dell'oblio, conducono sulla soglia del più spaventoso dei mondi: quello degli adulti. Si sopravvive alla morte dell'innocenza?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are 

venerdì 6 settembre 2024

Recensione: E i figli dopo di loro, di Nicolas Mathieu

| E i figli dopo di loro, di Nicolas Mathieu. € 12, pp. 480 |

Abitano in una valle in cui non succede mai nulla. Pur di sfidare l'immobilismo, vivono le loro vite a velocità folle. Con le marmitte truccate e senza casco; il vento a spettinare loro i capelli. Li vediamo radunati sulle sponde di un lago in cui, ogni tanto, si registra un annegamento. In coda alle giostre del luna park, con le tasche dei jeans ingrossate dai gettoni degli autoscontro. Sulle piste di skateboard e nei pub col parquet appiccicoso di birra. Tutto è un gioco: perfino spaccarsi la testa. Siamo a Heillange, una cittadina di frontiera all'ombra degli altiforni. Le fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, incombono sugli abitanti come carcasse in putrefazione. È lì, negli anni dei Nirvava e delle vaccinazioni antitubercolari, che si muovono tre protagonisti con nulla in comune se non il fatto di essere giovani da morire.

All'orizzonte il cielo aveva preso colori esagerati. Inebriato, mollò il manubrio e spalancò le braccia. La velocità faceva sbattere i lembi della canottiera. Chiuse gli occhi per un istante, con il vento che gli fischiava nelle orecchie. In quella città mezza morta, Anthony filava a tutta birra, pieno di brividi, giovane da morire.

Anthony, robusto e con un occhio pigro, si mette spesso nei guai pur di forzare il destino: sempre in cerca della ragazza più bella, della festa piu divertente, incappa nelle spire della piccola criminalità. Hacine, immigrato marocchino, spera di diventare qualcuno attraverso lo spaccio: ruberà la motocicletta sbagliata al ragazzo sbagliato, portando in famiglia venti di tragedia. E poi c'è Steph, figlia di un aspirante assessore, indifferente alle attenzioni di Anthony: innamorata del classico bad boy, è il sogno erotico di grandi e piccoli e, segretamente, fantastica di trasferirsi nella capitale. Parigi appare lontanissima: esiste soltanto nei film in bianco e nero. Com'è possibile affrancarsi dalla vita mediocre degli adulti, fatta di lavoretti in nero e sussidi statali? C'è futuro per gli adolescenti, che escono tutte le sere senza mai sapere bene dove andare? Assetati di un altrove che si trova chissà dove, i protagonisti bruciano gli anni migliori nella noia esistenziale. Hanno madri single e padri gravemente depressi, un'idea sorpassata della mascolinità e, in cuffia, una playlist con le hit più indimenticabili degli anni Novanta.

Da mesi prometteva a suo padre di andarlo a trovare. Ma aveva paura di vedersi di ronte un fantasma. Coralie lo aiutava anche in questo. Il retaggio impossibile e la morte che incombe. Lo prendeva per mano, gli diceva: “Scopami forte, tesoro mio”, cose semplici che aprono crepe nella solitudine.

Il bravissimo Nicolas Mathieu, nell'arco di otto anni, ci racconta quattro estati di un gruppo di diseredati teneri e smaniosi. Lunghissimo, ma all'apparenza povero di eventi, il suo esordio vive d'atmosfere palpabili. Come nel migliore cinema francese, è quasi possibile percepire l'odore zuccherino del sudore adolescenziale; gli umori viscosi del sesso, consumato goffamente in macchina o nelle tende da campeggio; l'oscillazione ipnotica delle code di cavallo e l'elettricità di quei temporali estivi prima preannunciati, infine abortiti. In un epilogo da incorniciare, splendido e simmetrico, la rabbia si depositerà come polvere. Ci sono i mondiali, si brinda e ci si abbraccia disinteressati ai trascorsi personali, si acquistano TV fuori budget: improvvisamente è un bel momento per essere giovani e francesi, per bearsi della “terribile dolcezza dell'appartenenza”. E i figli dopo di loro è il romanzo da leggere su un treno per il nord, quando al termine delle ferie ci si lascia alle spalle con un po' di commozione la provincia amata-odiata che ci ha visti crescere. Per dire addio all'estate, finita troppo in fretta. E, se come me si ha già trent'anni, anche alla giovinezza che fu.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are

lunedì 22 novembre 2021

Le visioni indie di novembre: Titane | Pig | Petite Maman | Shiva Baby | Passing

Corpi. Corpi in mostra, corpi occultati, corpi eccitati, corpi dilaniati. Alexia, col proprio, ci ha fatto l'amore e la guerra. Ballerina in un night club, ha una placca in titanico in testa e una famiglia che l'ha cresciuta senza amore. Serial killer di uomini e piromane, trova riparo a casa di Vincent: un uomo così solo da credere che lei sia il figlio scomparso. Anche il corpo del padrone di casa, gonfio di steroidi, racconta un'ennesima storia di dolore. Discusso vincitore all'ultimo Festival di Cannes, il nuovo film di Julie Ducournau è sì un body horror dallo spunto assurdo (la protagonista, infatti, resta incinta di un'automobile di lusso), ma soprattutto l'incontro-scontro tra due solitudini. La prima parte è la più provocatoria: questa protagonista dal fascino alieno tenta di abortire con una forcina per capelli, si spacca il naso, prende a stillare olio di motore dai seni. La seconda, invece, mostra una convivenza piuttosto ordinaria: sapranno i protagonisti trovare l'umano nel disumano? Folle, sexy e grottesco, il film attrae grazie al filtro estetizzante del cinema di Refn. Ma sconvolge forse meno del previsto, in un inizio eccessivo e in un prosieguo poi molto più canonico. Storia di madri e mostri, dividerà fino agli Oscar. Ma, come il film figlio di Alexia, Titane è una bestia che prima non c'era. Miracolo o abominio? (7)

Grosso, barbuto e con il volto incrostato di sangue, il boscaiolo di Nicolas Cage abbandona la sua capanna e ritorna in città: qualcuno ha rapito il suo maiale da tartufi. Pronto a diventare il cult trash dell'anno – l'ennesimo con Cage per protagonista –, Pig è in realtà un gioiello indipendente già nominatissimo nei circuiti di nicchia. Isolato da tutti, in fuga da sé stesso, il protagonista si muove con straordinaria gravitas in un incrocio tra John Wick e Drive. Che si tratti dei ristoranti stellati o dei sotterranei della sordida Portland, il suo nome fa tremare i polsi: per fortuna, nel corso della visione, nulla va come immaginato. Votato alla non violenza, questo singolare vendicatore incanta con la grazia dei gesti ai fornelli e si lascia scortare dal sempre ottimo Alex Wolff: un giovane uomo con un rapporto burrascoso col padre e una madre suicida. Diviso in tre capitoli, Pig propone di volta in volta tappe e ricette segrete. A dispetto della sua aria cupa, lo si segue con emozione dall'inizio alla fine. E le lacrime sono in agguato grazie a un epilogo all'insegna di Bruce Springsteen. Toccante senza volerlo, e in maniera che risulta difficile descrivere, Cage va a caccia di una scrofa ma ti sorprende infine grazie a un rosso corposo, a un piatto elaborato servito con tutti i crisi: perché la cucina è condivisione, memoria. E in cucina, così come dietro le quinte, van sminuzzati, masticati e inghiottiti i dolori più struggenti; le elaborazioni negate. (8)

Cosa diresti a tua madre se potessi conoscerla quand'era bambina? L'ultimo film di Sciamma è un gioco d'immaginazione sospeso nei “se” dei paradossi temporali. Rimasta sola con il padre, Nelly fa i conti con la morte della nonna (non è riuscita a salutarla come sperato) e con il misterioso allontanamento della madre (che la sua infelicità sia proprio colpa di quella bambina nata anzitempo?). Già logorata dai primi tarli della coscienza, Nelly fa la conoscenza di una coetanea: per qualche strana magia, Marion è sua madre da bambina. Tenerissima fiaba intergenerazionale di donne e d'infanzia, il film dipinge il quotidiano di realismo magico e dei colori abbaglianti dell'autunno. Semplice all'apparenza, ricorda i film per famiglie degli anni Novanta. Ma dietro i giochi innocenti, questa volta, ci sono due piccole donne che stanno comprendendo loro stesse: per spogliarsi dei reciproci ruoli, perdonarsi e chiamarsi, semplicemente, per nome. Autrice sensibile e acuta come, la regista di Ritratto della giovane in fiamme condensa in settanta minuti i dolorosi non detti dei legami di sangue. E, come d'incanto, riesce a porvi rimedio grazie al lunghissimo abbraccio ristoratore di questo brevissimo film speciale. (7,5)

E' la pecora nera della famiglia. Bisessuale, femminista e indecisa sul prosieguo degli studi, la protagonista è poco più che un'adolescente con il sogno della stand up comedy. Con le calze strappate e uno smartphone pieno di chat sconce, si trova prigioniera del rinfresco di un funerale. Nello stesso salotto ci sono una vecchia fiamma, la fiamma attuale e una nidiata di parenti invadenti. La classica commedia degli equivoci sembrerebbe prontamente servita. Ma, a sorpresa, c'è del disagio vero nell'esordio alla regia di Emma Seligman. Fatto di schiaccianti primi piani, dialoghi affannosi e di un tappeto sono degno di un film horror, Shiva Baby è un caos meravigliosamente scritto che ricorda proprio l'imbarazzo delle cene col parentado riunito. Braccati, vorremmo sottrarci ai giudizi e alle domande. E urlare insieme alla protagonista, Rachel Sennott, qui al centro di un coming of age nato come un incrocio tra le commedie indie di Greta Gerwig (se fossero altrettanto scomposte, sincere, maleducate) e le terrificanti famiglie disfunzionali di Ari Aster (se l'isteria collettiva non generasse presenze demoniache, ma soltanto un infernale carnage domestico). (7,5)

Rebecca Hall, attrice di indubbio talento, debutta alla regia con un film ambizioso tanto per forma quanto per contenuto. Girato in 4:3 e in un ammaliante bianco e nero, raccontata un'intolleranza sottile, intima, che prescinde il colore della pelle: chi è davvero libero, chi felice? Amiche di vecchia data, Tessa Thompson e Ruth Negga si incontrano per un tè. La prima, moglie di un medico, si finge appagata; l'altra, invece, si spaccia per bianca. Fragili, irrequiete ed enigmatiche, si raccontano a parole e coi gesti. Thompson comunica finanche i pensieri più scomodi con un'occhiata, mentre Negga – sensuale come una novella Monroe – si lascia andare a lacrime così strazianti da ammutolire. Magnificamente dirette, sono al centro di un rapporto sfuggente. Le unisce la solidarietà, l'invidia o un'attrazione saffica? Da un lato film di straordinarie prove attoriali, dall'altro gioia per gli occhi degli esteti, Passing è un sofisticato melodramma al femminile con un comparto tecnico da Oscar. Algido, però, manca di immediatezza e, a differenza del romanzo, preferisce i toni spiccatamente drammatici a quelli di un noir dei sentimenti. Nonostante il bianco e nero delle immagini, nella sceneggiatura prevalgono le sfumature di grigio. E la sensazione di trovarsi a un debutto sì perfetto, ma di una perfezione spesso troppo fine a sé stessa. (6,5)

martedì 17 marzo 2020

Recensione: I baffi, di Emmanuel Carrère

 
| I baffi, di Emmanuel Carrère. Adelphi, € 17, pp. 149 |

Un’osservazione su una certa pendenza del naso mai notata in precedenza. Un occhio storto da riallineare chirurgicamente per guardare il mondo alla maniera di tutti gli altri. I personaggi dei capolavori di Luigi Pirandello, maestri di arrovellamenti interiori e riflessioni profonde, scorgevano per la prima volta allo specchio magagne e difetti. E riflettevano sulla percezione di sé, sulla spersonalizzazione dell’uomo moderno, su fughe dalla realtà ora fisiche e ora metaforiche.
Iniziano sempre allo specchio, in bagno, le disavventure del protagonista senza nome del mio primo Carrère: un architetto in crisi – che tanto, tutto deve agli anti-eroi dello scrittore siciliano – alle prese con un cambiamento importante. Il taglio dei baffi. Come reagiranno la fidanzata, gli amici? Gli donerà il pallore sul labbro superiore? A sorpresa, a taglio avvenuto, nessuno sembra però accorgersi del nuovo look. Anzi, instillano nel protagonista un dubbio divorante: i baffi li ha mai portati? Da uno spunto curiosissimo prende avvio questo strano thriller dell’anima. Una lettura grottesca, sfuggente, che all’inizio affascina e poi lascia interdetti, man mano che i risvolti si fanno inquietanti. Il protagonista diventa sospettoso, aggressivo, delirante: al centro di una fantomatica cospirazione, punta il dito contro la compagna – una donna intrigante e spiritosa, amante degli scherzi di dubbio gusto – e i colleghi. È tutta una macchinazione di Agnés? È pazza? O forse il pazzo è lui, che fruga nell’immondizia, interroga i passanti, non ricorda né le vacanze né la foto sulla carta di identità? Con i comprimari che negano strenuamente la presenza dei vecchi baffi, dunque il suo passato, l’uomo – con cinquanta franchi in tasca e il passaporto arrabattato all’ultimo – punta a vivere una seconda vita come un epigono dell’indimenticabile Mattia Pascal.

Non era pazzo. Solo che nell’ordine del mondo si era verificato un guasto, insieme abominevole e discreto, che era sfuggito all’attenzione di tutti tranne che alla sua, e questo lo metteva nella posizione dell’unico testimone di un crimine, che in quanto tale va abbattuto.
Forse allegoria di una mente che si smarrisce, forse riflessione amareggiata su una convivenza amorosa che annulla l’individuo a favore della coppia, questo romanzo è un lungo forse. Ammetto di non averlo capito fino in fondo. In coscienza, ho chiesto aiuto anche alla trasposizione cinematografica diretta dallo stesso autore e arrivata in Italia con il titolo L’amore sospetto nel 2005: fedelissimo e altrettanto manierato, altrettanto algido, il film brilla per il fascino spiegazzato dell’attore Vincent Lindon e per la vorticosa colonna sonora di Philip Glass, ma si perde comunque nelle svolte rocambolesche della seconda metà. Tanto sullo schermo quanto sulle pagine, infatti, si ha la stessa sensazione: lo spunto si sarebbe prestato meglio a un racconto breve, a un cortometraggio. 
Per le donne sarà accaduto con un taglio di capelli troppo scalato. Per gli uomini con uno sgarbo del barbiere, magari un giovincello con la mano pesante. Un taglio netto, uno sfregio che scontenta e stravolge così il volto e l’autostima. Personalmente sono in guerra con i rasoi elettrici che si inceppano, fanno le bizze, strappano più del dovuto. Un po’ di peluria in viso, inutile negarlo, fa tantissimo. È un trucco per nascondere il mio naso grande, le mie labbra sottili, i miei zigomi sporgenti; un vezzo diffuso per illudersi di essere più affascinanti o semplicemente più adulti. Calcare la mano durante la rasatura non sarà più lo stesso, dopo Carrère: un incubo senz’altro interessante, ma vittima a malincuore della propria vanità. Non aspettavi spiegazioni o risoluzioni consolatorie. Né il romanzo né il film, molto lenti, costituiscono il classico intrattenimento sul filo del rasoio. Tocca soltanto abbandonarsi a questa escalation di violenza, lasciarsi stringere e soffocare dalle spire di una piccola vicenda delirante. Personalmente, in un momento storicamente sbagliato, ho opposto resistenza. Come all’idea di rivedermi allo specchio senza barba né baffi, dopo il trauma insuperato di qualche rasatura fa.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Edith Piaf – Milord

mercoledì 27 febbraio 2019

Recensione: Ritorna, di Samuel Benchetrit

| Ritorna, di Samuel Benchetrit. Neri Pozza, € 17, pp. 238 |

Il procrastinatore seriale si riconosce fra mille. Qualsiasi età abbia, ciondolerà per casa con i capelli scompigliati, la barba sfatta e le mutande un po' ingiallite sul davanti. Pigrissimo, rimanderà a domani quello che potrebbe sbrigare oggi; compilerà accurate liste per punti per poi fare carta straccia dei buoni propositi. Il protagonista di questo romanzo, allergico agli impegni a lungo termine e all'attività fisica, non è l'eccezione alla regola. Scrittore divorziato, al mattino fuma come una ciminiera e trinca caffè sulla tazza del water: gli arrivano nel mentre sgradite newsletter dall'Ikea, email di editor e creditori, messaggi spam presi talora troppo sul serio. E notizie del figlio, invece: nessuna speranza che in Groenlandia ci sia il segnale wi-fi? Hanno condiviso insieme quell'appartamento a soqquadro fino al diciottesimo compleanno del ragazzo: partito all'avventura sulla scia dei romanzi di London, Conrad e Kerouac, lasciandosi alle spalle quella vita per soli uomini – il ketchup sugli spaghetti, il formaggio scaduto in frigo, la regola sacrosanta del rutto libero. La sua assenza rende il genitore inconsolabile. Lo stesso può dirsi per l'ex moglie, in attesa accanto al telefono alle quattro del mattino: invano, e in vena di insolite gentilezze. Quant'era bello e sincero Cemento armato, il romanzo d'esordio del protagonista a cui, purtroppo, aveva fatto seguito l'oblio generale? Così tanto, a detta di alcuni produttori televisivi, da accarezzare l'idea di realizzare un trasposizione per il piccolo schermo: nell'era in cui ogni cosa diventa serie TV, infatti, meglio rispolverare quel discreto successo editoriale che ricercava il lato poetico dei famigerati banlieu parigini. Il procrastinatore un giorno muore di noia. Così tanto, a detta dell'irresistibile Samuel Benchetrit, da darsi a un pensiero sconsiderato: rimettersi a lavorare. Se in una commedia francese di quelle esilaranti, schiette, dolcissime, riprendere in mano la propria routine sarà un'impresa assolutamente rocambolesca.

Consideravo gli scrittori e i registi che ammiravo come dei familiari o degli amici intimi. Nabokov era uno zio russo. Fellini uno zio di Roma. Stesso discorso per John Fante e Vittorio De Sica. Duras era la mia cara zietta. Sagan la mia cugina adorata. Flannery O'Connor la cugina d'America. Avevo bevuto diversi whisky con Beckett. Avevo dormito tra Cohen e Yourcenar, che volevo riconciliare. Tutti insieme formavano la mia grande famiglia allargata, piena di meravigliosi parenti acquisiti che avevano fatto per me così tanto, e io così poco per loro... Eppure mi amavano, tutti loro amavano teneramente questo nipote non granché dotato, e anche un po' coglione.

Tutto parte dal romanzo da trasporre: i produttori ne vogliono una copia, peccato risulti introvabile. Quelle con dedica sono troppo preziose per sottrarle ai legittimi proprietari, i corrieri di Amazon all'ultimo danno forfait e non resta, allora, che rivolgersi a un'appassionata lettrice chiusa in una casa di riposo: forse l'unica a poterlo salvare dal macero e dall'ennesima disfatta. Nell'ospizio ci sono innumerevoli anziane di nome Raymonde, che pretendono la lettura a voce alta dei romanzi di Pierre Lamberti, storico rivale del nostro eroe; belle infermiere balbuzienti di cui conquistare il cuore con uno spietato corteggiamento vecchia scuola; uno stagno di anatre a corto di esemplari maschili, da salvare dall'estinzione spingendosi in una fattoria ai confini del mondo dove si consumano bislacchi triangoli sentimentali. Dappertutto, intanto, rimbomba una domanda da sottoporre ai passanti, all'ufficio delle entrate, al cielo aperto: dopo quindici anni di silenzio, cosa direbbe un padre inuit al figlio in partenza per terre selvagge?
Ho pensato a me e mio padre – ugualmente affini e laconici, poco aperti al dialogo eppure abilissimi a darci a raccomandazioni profuse e a sollecitudine in quantità, nel momento del bisogno –, alle opportunità perse e a quelle ritrovate invece per caso, leggendo la nuova fatica di Benchetrit. Già regista dell'altrettanto delizioso e malinconico Il condominio dei cuori infranti, l'autore firma una mezza autobiografia a tinte esistenzialiste sulla solitudine siderale e la sensibilità nascosta di noi uomini medi.

«Ma stia a... a... attento, perché ci sono delle so... solitudini che non vanno di... disturbate».
«Cosa intende dire?»
«Se inizia u... un libro, deve fi... finirlo. Altrimenti aspetteranno la fi... fine, e la solitudine sarà ancora più... ù... ù grande».

A suon di incubi, farneticazioni e voli pindarici, fra cani gatti e bonsai di cui non ci si sa prendere affatto cura, Ritorna è un ritratto al maschile logorroico e fanfarone, incapace di prendersi sul serio ma con uno sguardo al contempo pieno di poesia. Il protagonista ha una soglia dell'attenzione bassissima e cerca stimoli dappertutto. E tutto, perciò, anche quando se ne sta in panciolle, anche quando non ha voglia di fare alcunché, si trasforma in un racconto ispirato e ben scritto. In qualcosa di buono. Grazie alle tragicommedie a cui vanno incontro i suddetti procrastinatori, alle bugie degli scrittori, alla sottovalutata tenerezza dei nostri papà. Ritornano così il batticuore, il desiderio di rimettersi all'opera davanti a una pagina Word immacolata, un pezzo di te salpato per terre lontane. Frammisto a un'insospettabile profondità d'animo, a risate a crepapelle, eccolo qui: ha fatto ritorno anche il buonumore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Indochine – Song for a Dream

mercoledì 10 ottobre 2018

Recensione: Non mentirmi, di Philippe Besson

| Non mentirmi, di Philippe Besson. Guanda, € 16, pp. 155 |

Le storie d'amore, soprattutto quelle fra diciassettenni, soprattutto quelle fra uomini, iniziano tutte o quasi così. Qualche occhiata distratta che man mano trova il coraggio di indugiare un po' più a lungo, un venirsi incontro con cautela che ha l'aria di una sfida, la ragionevole paura. Di piacersi o non piacersi, di rivelarsi al mondo. Il colpo di fulmine di Philippe Besson, oggi scrittore di successo, non fa eccezione. Correvano i primi anni Ottanta. Lui, educato sin dall'infanzia a primeggiare, e per questo a suscitare antipatia nei coetanei, era il figlio prediletto di un insegnante che sognava un futuro accademico per quel secondogenito obbediente che, se al liceo faceva parlare di sé, era soltanto perché brillante nello studio e vagamente effeminato nel buon gusto, nei movimenti delle mani. Fuori dal branco, ma abbastanza misantropo da farne in fondo un vanto, mette alla prova la propria natura a undici anni e a diciassette è irrimediabilmente attratto dalla solitudine di un altro come lui: Thomas, due occhi nerissimi e una famiglia d'estrazione contadina da cui ha ereditato il fare laconico, i sorrisi centellinati, il rispetto remissivo per la fatica nei campi. Da un capo e l'altro del cortile, al solito, all'inizio si scrutano e basta. Non hanno scuse valide per parlarsi, no, appartenendo a classi e a ceti sociali opposti. Finché l'adolescente che fuma sempre in disparte, comunque meglio integrato di Philippe in quella scuola di provincia, non entra deliberatamente nel campo visivo dell'altro – lo fanno per prime le sue scarpe da ginnastica scolorite, la cicca che gli arde in bocca. Non può custodire il segreto sulla propria sessualità da solo, non più. Ne nasce una relazione clandestina identica a mille e a nessun'altra. Un patto segreto senza preliminari, senza preservativo, senza pensieri, che vive di foglietti volanti – l'ora e il luogo scarabocchiati a penna – e nessuna paura per l'Aids, l'abbandono, quel che sarà di loro. Quando la pioggia o una tenerezza improvvise li coglieranno di sorpresa, nel capannone della palestra o l'uno sul petto dell'altro, giocheranno a studiarsi a vicenda i nei, le sfumature della pelle, i destini contrapposti – Thomas si auspica infatti la fuga dalla mediocrità dell'aspirante scrittore, Philippe presagisce che per il giovane amante in un giorno non lontano sarà più facile troncare il rapporto. Qualcuno, tuttavia, si sbaglia.

Io sono il mondo invisibile, sotterraneo, straordinario. Di solito questa singolarità mi rende felice. Stasera mi fa soffrire in modo insensato.

Un altro viaggio nei migliori anni, un'altra passione omosessuale dall'annunciato finale amaro, un altro ragazzo triste che si strugge e ci fa struggere. Siamo nei territori di Aciman, ma a Non mentirmi mancano gli Eden sospesi in un'estate eterna, le meditazioni filosofiche, i genitori che comprendono – semmai, con il senno di poi, sono i figli ad accettare i trascorsi sentimentali dei familiari, non il contrario. Resta la suggestione, resta un'universalità che perfino il lettore più cieco del mondo non potrebbe negare: un viaggio nel meglio e nel peggio degli anni Ottanta, e nelle problematiche più intime di un figlio di quella generazione notoriamente vagheggiata e rimpianta. Al cinema danno Sophie Marceau, ma Philippe – con le immancabili pose da scapigliato, da incompreso – trascina Thomas a vedere vecchi film, più per la privacy del buio in sala che per il piacere della condivisione. Stretti su una motocicletta indossano il casco, ma più per nascondersi che per rispetto delle norme stradali. Quando quello accorto dei due acconsente a uno scatto fotografico, a una gita fuori porto, è in realtà per fargli meno male possibile nel momento in cui – l'estate ormai alle porte – gli spezzerà il cuore. Diviso in tre parti, con il connaturato decoro della narrativa francese e lo stesso struggimento delle occasioni perse, delle polaroid rinvenute per caso in un cassetto, Non mentirmi è la confessione dell'amante superstite, che preferì non confrontarsi mai con la vita vera con la scusa pavida non ci fosse altra alternativa.

Perché tu te ne andrai e noi resteremo.

Ho percepito il dolore del protagonista – il dramma di fingersi estranei nella stessa stanza, stringere forte i pugni per celare la gelosia – e la doppiezza del loro legame, che da una parte lo faceva sentire speciale (impara così a sorridere, a padroneggiare i nomi fittizi e le prime bugie della sua professione di narratore) e dall'altra tagliato fuori. Prima di questo romanzo, infatti, non c'era nessuno che sapesse di loro. A ferire, però, è la condizione dell'Ennis Del Mar di turno: un uomo contrito, che mente agli altri ma soprattutto a se stesso, e che Philippe lo segue nelle ospitate televisive consultando le guide tivù; che gli chiede scusa con messaggi in segreteria mai inoltrati, con lettere senza francobollo. Quanto sono davvero affini e quanto, da bravi incompresi, si illudono di esserlo in cerca di compagnia per un tratto del tragitto?

È stato amore, chiaramente. E domani sarà un grande vuoto.

Le parole chiave: rimpianto e defezione. La morale: il diritto ad avere un passato, a custodire cose che rimarranno solo e soltanto nostre. Besson, abituato a raccontarci di personaggi immaginari, questa volta si mette in scena. Abituato a raccontare, soprattutto, nell'ultima sezione si fa da parte: lascia che a parlare siano un po' i ricordi e un po' uno sconosciuto intercettato nella hall di un albergo, sorprendentemente simile al suo Thomas, che ha un messaggio da dargli e tantissimo da dirgli: ciò che la loro comune conoscenza ha fatto e non ha fatto, nel quarto di secolo distante da lui. 
Non mentire, dicevano i genitori a un Besson che sin da bambino inventava. Per rispetto di mamma e papà, allora, qui non mente. Falsa qualche immagine, forse, come succede se la nostalgia si mette in mezzo e ci incrina la voce, ma romanza di rado. Scrive tutta la verità, nient'altro che la verità. Regalandoci lacrime sincere per l'autobiografia di un mestiere, per l'autobiografia di un amore, che purtroppo ebbe troppa paura del sole. E così si fece pallido, e così si fece in bianco e nero: nero su bianco.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Visions of Gideon

lunedì 24 settembre 2018

Recensione: Gli scellerati, di Frédéric Dard

| Gli scellerati, di Frédéric Dard. Rizzoli, € 17, pp. 204 |

Ci sono quei romanzi che hanno diritto a una seconda primavera. Quegli autori che rinascono come fossero fenici, dopo la morte, grazie ai miracoli che talora l'editoria riesce a compiere. I casi più clamorosi, negli scorsi anni, sono stati a memoria Stoner e la trilogia di Kent Haruf: il primo biografia fittizia di uno struggente uomo qualunque, l'altra raccolta composita di piccole e grandi storie di un Sud che vota Trump ma sa emozionare nel profondo. Avrebbe potuto essere così, ho immaginato a torto, anche per Gli scellerati: romanzo tradotto per la prima volta a sessant'anni di distanza dalla pubblicazione in patria, a opera di uno scrittore molto prolifico – in vita firmò oltre quattrocento testi, pensate –, noto in particolare per le indagini dell'ispettore San-Antonio e paragonato dai cultori ora a Simenon, ora a Céline. L'ultima occasione di Frédéric Dard era finalmente arrivata, e con un romanzo postumo da acclamare magari come nuovo classico del noir? La copertina sofisticata e gli alti paragoni lo facevano ben sperare. 
Per narratrice troviamo la sfrontata e ambiziosa Louise, diciassette anni e mezzo, un lavoro mal retribuito in una fabbrica di automobili e una casa in cui è difficile fare ogni sera ritorno, tra gli sguardi di un patrigno che alza il gomito troppo spesso e l'amara realtà di una provincia parigina senza redenzione. Dalla parte sbagliata della Senna si sente puzza di cavolo bollito e di smog, tutti conoscono tutti e ci si arrende presto a un destino in serie – lavori faticosi, esistenze modeste, matrimoni infelici. Se non fosse che lo stesso tragitto di sempre, un giorno, regala all'irrequieta ragazza una boccata d'ossigeno; la visione di una famiglia tanto perfetta da fare invidia, con il dondolo sotto il portico, le cene all'aperto e una macchina status symbol nel vialetto. Sono i Rooland, gli americani che non passano inosservati. Sono quello che la protagonista mira a essere. In segreto fantastica, infatti, immaginandone gli interni domestici, il passato glorioso e gli amplessi. Quella casa, quell'isola felice, è il posto perfetto per ricominciare, magari come semplice cameriera. Hanno nove stanze, molti ospiti fissi, tanto disordine a cui stare appresso. Louise fa faville ai fornelli, li prende letteralmente per la gola, e in cambio pretende vitto e alloggio, nonché di entrare a far parte di quel duo mondano. Prevedibilmente, però, non è tutto oro quel che luccica, e un'acerba arrivista finisce così nella tana degli scellerati.

Vero è che quando si lavora in casa d'altri non ci si deve stupire di niente. Bisogna convincersi che la ragione è dalla loro parte, o perlomeno fare finta che lo sia e passarci sopra. Manie e vizi sono rispettabili perché ci pagano per rispettarli.

Lui con le lentiggini sulle guance e una luce interiore abbastanza abbagliante da fare invaghire l'adolescente parvenue, lei pigra fumatrice con un thriller americano sotto il braccio e una relazione clandestina. Ci si può fidare di loro, e il lettore, soprattutto, può fidarsi della versione di Louise – ava di ogni narratrice inaffidabile e personaggio, purtroppo, di rara antipatia? Il suo apprendistato presso i Rooland è breve e all'insegna del già letto. Una morte non accidentale nella seconda metà, un'attrazione sconveniente, un colpo di scena per salutarci in grande stile.
Come se fossimo nella versione d'oltralpe di un intrigo di James M. Cain – e Il postino suona sempre due volte, ricorderà qualcuno, si era già dimostrato abbondantemente al di sotto delle mie aspettative.
Come se si trattasse di uno spiegazzato romanzo da bancarella che, senza grande inventiva, mescola mistero ed erotismo. Non gli giova nemmeno lo stile: infarcito di esclamazioni e attempati puntini di sospensione, contribuisce a rendere la voce di Louise troppo stucchevole e infantile per spacciarla per una seconda Lolita.

Speravo nella notte. Quando il mondo scivola nell'ombra, gli uomini non ragionano più come prima, prestano orecchio alle voci segrete che mormorano dentro di loro.

Ogni tanto, si diceva in apertura di post, in libreria si scoprono tesori tardivi. Non è il caso degli Scellerati, riproposto quando nessuno ne sentiva più la mancanza. Imbellettato, tirato a lucido, non riesce a nascondere a lungo la colpevolezza dei suoi protagonisti o le rughe parlanti della terza età. Con la differenza precisa che intercorre fra i classici, e qui non siamo in presenza di uno di loro, e i romanzi semplicemente vecchi.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Presley – Loving You

mercoledì 2 agosto 2017

Recensione: Ritrovarsi a Parigi, di Gajto Gazdanov

|Ritrovarsi a Parigi, Gajto Gazdanov. Fazi Editore, € 15, pp. 155 |

Pierre è un uomo mediocre. Realizzarlo l'ha fulminato, anni fa, al cospetto delle meraviglie del Louvre: una perfezione a cui uno come lui, né particolarmente prestante né particolarmente intraprendente, sa di non poter ambire. Omino abitudinario e laborioso, contabile per inerzia, un giorno osa: accetta la proposta di un amico giornalista di seguirlo in campagna. Attorno a Parigi, nuvole temporalesche e le rovine della Seconda guerra mondiale. Questo agosto diverso, questo strappo alla regola che somiglia tanto a un'avventura, lo spinge a intraprendere un piccolo viaggio in treno – tra una fermata e l'altra, pensa a un papà morto di sogni irrealizzabili, a una mamma di cui si è preso cura fino allo stremo, ai pettegolezzi su una zia piena di amanti facoltosi – e a sposare la causa della misteriosissima Marie. Una giovane senza identità e senza memoria, infangata fino alle ossa, che infesta il bosco come uno spiritello: la paragonano a un animale ferito, che morde e si lascia morire in solitudine. Gli alberi si confondono con le nuvole. Il sole riaffiora. Gli animali e gli insetti fanno tremare gli steli d'erba; cantano. La natura è grande, realizza Pierre. E lui?

Io e lei diamo certamente un senso diverso alla parola “miracolo”. Per quanto mi riguarda, non è qualcosa che può prodursi, ma un fenomeno che ci sembra inconcepibile perché ne ignoriamo la natura e le cause. Ma poco importa: qualunque cosa si pensi, è accaduto un miracolo.

Nonostante ci si lasci volentieri ingannare dal fascino fumoso della copertina, Ritrovarsi a Parigi non è una storia d'amore. Va oltre, eppure resta fermo immobile. Lì, tra l'altruismo e l'egocentrismo, tra l'affetto e la bontà. Quel “ritrovarsi”, più che a un rendez-vous in un caffè del centro, allude a una presa di coscienza. Al ritorno alla vita e alla ragione. Gajto Gazdanov, autore novecentesco riscoperto all'indomani della sua scomparsa, ha un cognome difficilissimo, russo, ma è francese d'adozione. La cosa si nota a occhi chiusi. Tra le pagine prevalgono la sua anima parigina, malinconica ma ottimista. Una joie de vivre invidiabile perché mai sfacciata. Succede, infatti, che Pierre porta Marie a casa con sé. Si prende cura di lei, che prima dell'amnesia aveva un altro nome, un altro uomo, un altro stile di vita. Come nella fiaba My Fair Lady, la ripulisce, la veste, le insegna a parlare e a scrivere. La trasforma in una coinquilina a modo, senza stravolgerne assolutamente l'intima natura, e la presenza di lei gli riempie le stanze, i sogni, l'esistenza. I protagonisti non si danno baci; non si prendono per mano, dopo aver rischiato di perdersi. Siamo negli anni Cinquanta. Dio ha dato forfait, il positivismo pure. La morte spirituale schiacciava l'occidente.

Credi che possa durare all'infinito?

Gazdanov racconta, con pochi dialoghi e qualche pagina di grande bellezza, una relazione indefinibile e dai confini vaghi. Cosa sono loro due? Ci si può sentire più pieni rinunciando a qualcosa? Pierre, così, si eleva dalla propria mediocrità per il bene di qualcun altro. Non ho capito, però, quando la narrazione fosse lieve e quando impalpabile. Quando fosse discreta e quando un po' lacunosa. Ma lascia addosso questa sensazione bella, come di pace. Qual è, infatti, la giusta dose di delicatezza? Ritrovarsi a Parigi è etereo, eppure saldamente piantato a terra. Sulle macerie di un conflitto trascorso da poco, e non senza danni. Sulle zolle di un mondo troppo cinico, troppo materialista, che solo la scoperta tardiva della tenerezza può trarre in salvo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: La Complainte de la Butte – Rufus Wainwright