| La
notte devastata,
di Jean-Baptiste Del Amo. Feltrinelli, € 20, pp. 432 |
È
un grande anno per il cinema horror. Per non essere da meno, anche Feltrinelli si è messa al passo con un romanzo
citazionista e dalle atmosfere vintage, che farà la gioia e il
terrore degli amici cinefili. Ambientato nel cuore degli
anni Novanta, in un sobborgo residenziale ormai in decadenza,
racconta di una banda di amici con l'hobby dei film di genere
e delle bravate. A sedici anni, la morte è un pensiero incidentale. Al TG: qualche incidente stradale, suicidi in sordina, la piaga
dell'Aids. Medhi, membro dell'unica famiglia straniera del quartiere,
è vittima del bullo della scuola. Alex ha da poco sepolto la madre,
divorata dal cancro. Tom, ossessionato dagli insetti, vorrebbe
aizzare una scolopendra contro il patrigno. Max, fidanzato con la
bella del liceo, è attratto dal gemello di lei. Lena,
l'ultima arrivata, è in fuga da un passato violento.
A
volte era sembrato a Lena che lei e i suoi amici sarebbero stati in
un certo modo eterni e che l'universo esistesse solo per loro,
semplicemente perché erano là a posarvi lo sguardo. Ma ormai era
consapevole della loro fugacità, fragilità e impermanenza, aveva
acquisito quella consapevolezza del tempo che passa, preleva quello
che gli devi e non offre in cambio che un po' di oblio.
Tutti
hanno le proprie ombre. Tutti sono attratti dalla casa nell'impasse
des Ormes. È lì che si manifestano le fobie e i desideri più
sfrenati, in un budello infernale a metà tra il sonno e le veglia.
Il folgorante Jean-Baptiste Del Amo, colpevolmente scoperto qui e
ora, è la luce in
un mondo prigioniero della penombra, dove gli incubi si mescolano ai
sogni erotici e i bassi istinti prendono il sopravvento. In un
angosciante gioco di specchi e doppelganger, sarà impossibile
distinguere una dimensione dall'altra e arginare le conseguenze.
Derivativo sin dalle premesse, appesantito da una cinquantina di
pagine di troppo e non sempre fedele alla sua dimensione corale, La
notte devastata resta comunque una lettura sinceramente spaventosa in cui
riecheggiano le grida di It, Nightmare, Amityville
Horror.
L'innocenza
può essere un inferno.
A
elettrizzare, tuttavia, non sono soltanto gli insetti giganti, i
parti mostruosi, gli sfondi lovecraftiani, ma la descrizione di
un'adolescente sensoriale e irrequieta che tanto somiglia a quella
dei romanzi del connazionale Nicolas Mathieu. Divisi tra
frustrazione, fumo e noia, i protagonisti si scoprono prigionieri di
un film horror con la colonna sonora dei Nirvana, in cui l'incanto
infantile è ormai spacciato e la consapevolezza del tempo, della
diversità e dell'oblio, conducono sulla soglia del più spaventoso
dei mondi: quello degli adulti. Si sopravvive alla morte
dell'innocenza?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are
Abitano
in una valle in cui non succede mai nulla. Pur di sfidare
l'immobilismo, vivono le loro vite a velocità folle. Con le marmitte
truccate e senza casco; il vento a spettinare loro i capelli. Li vediamo
radunati sulle sponde di un lago in cui, ogni tanto, si registra un
annegamento. In coda alle giostre del luna park, con le tasche dei
jeans ingrossate dai gettoni degli autoscontro. Sulle piste di
skateboard e nei pub col parquet appiccicoso di birra. Tutto è un
gioco: perfino spaccarsi la testa. Siamo a Heillange, una cittadina
di frontiera all'ombra degli altiforni. Le fabbriche, ormai chiuse da
un pezzo, incombono sugli abitanti come carcasse in putrefazione. È
lì, negli anni dei Nirvava e delle vaccinazioni antitubercolari, che
si muovono tre protagonisti con nulla in comune se non il fatto di
essere giovani da morire.
All'orizzonte
il cielo aveva preso colori esagerati. Inebriato, mollò il manubrio
e spalancò le braccia. La velocità faceva sbattere i lembi della
canottiera. Chiuse gli occhi per un istante, con il vento che gli
fischiava nelle orecchie. In quella città mezza morta, Anthony
filava a tutta birra, pieno di brividi, giovane da morire.
Anthony,
robusto e con un occhio pigro, si mette spesso nei guai pur di
forzare il destino: sempre in cerca della ragazza più bella, della
festa piu divertente, incappa nelle spire della piccola criminalità.
Hacine, immigrato marocchino, spera di diventare qualcuno attraverso
lo spaccio: ruberà la motocicletta sbagliata al ragazzo sbagliato,
portando in famiglia venti di tragedia. E poi c'è Steph, figlia di
un aspirante assessore, indifferente alle attenzioni di Anthony:
innamorata del classico bad boy, è il sogno erotico di grandi e
piccoli e, segretamente, fantastica di trasferirsi nella capitale.
Parigi appare lontanissima: esiste soltanto nei film in bianco e
nero. Com'è possibile affrancarsi dalla vita mediocre degli adulti,
fatta di lavoretti in nero e sussidi statali? C'è futuro per gli
adolescenti, che escono tutte le sere senza mai sapere bene dove
andare? Assetati di un altrove che si trova chissà dove, i
protagonisti bruciano gli anni migliori nella noia esistenziale.
Hanno madri single e padri gravemente depressi, un'idea sorpassata
della mascolinità e, in cuffia, una playlist con le hit più
indimenticabili degli anni Novanta.
Da
mesi prometteva a suo padre di andarlo a trovare. Ma aveva paura di
vedersi di ronte un fantasma. Coralie lo aiutava anche in questo. Il
retaggio impossibile e la morte che incombe. Lo prendeva per mano,
gli diceva: “Scopami forte, tesoro mio”, cose semplici che aprono
crepe nella solitudine.
Il
bravissimo Nicolas Mathieu, nell'arco di otto anni, ci racconta
quattro estati di un gruppo di diseredati teneri e smaniosi.
Lunghissimo, ma all'apparenza povero di eventi, il suo esordio vive
d'atmosfere palpabili. Come nel migliore cinema francese, è quasi
possibile percepire l'odore zuccherino del sudore adolescenziale; gli
umori viscosi del sesso, consumato goffamente in macchina o nelle
tende da campeggio; l'oscillazione ipnotica delle code di cavallo e
l'elettricità di quei temporali estivi prima preannunciati, infine
abortiti. In un epilogo da incorniciare, splendido e simmetrico, la
rabbia si depositerà come polvere. Ci sono i mondiali, si brinda e
ci si abbraccia disinteressati ai trascorsi personali, si acquistano
TV fuori budget: improvvisamente è un bel momento per essere giovani
e francesi, per bearsi della “terribile dolcezza
dell'appartenenza”. E i figli dopo di loro è il romanzo da leggere
su un treno per il nord, quando al termine delle ferie ci si lascia
alle spalle con un po' di commozione la provincia amata-odiata che ci
ha visti crescere. Per dire addio all'estate, finita troppo in
fretta. E, se come me si ha già trent'anni, anche alla giovinezza che fu.
Il mio voto:
★★★★ Il mio
consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are
Corpi.
Corpi in mostra, corpi occultati, corpi eccitati, corpi dilaniati. Alexia, col
proprio, ci ha fatto l'amore e la guerra. Ballerina in un night club,
ha una placca in titanico in testa e una famiglia che l'ha cresciuta
senza amore. Serial killer di uomini e piromane, trova riparo a casa di
Vincent: un uomo così solo da credere che lei sia il figlio
scomparso. Anche il corpo del padrone di casa, gonfio di steroidi,
racconta un'ennesima storia di dolore. Discusso vincitore all'ultimo
Festival di Cannes, il nuovo film di Julie Ducournau è sì un body
horror dallo spunto assurdo (la protagonista, infatti, resta incinta
di un'automobile di lusso), ma soprattutto l'incontro-scontro tra due
solitudini. La prima parte è la più provocatoria: questa
protagonista dal fascino alieno tenta di abortire con una forcina per
capelli, si spacca il naso, prende a stillare olio di motore dai
seni. La seconda, invece, mostra una convivenza piuttosto ordinaria:
sapranno i protagonisti trovare l'umano nel disumano? Folle, sexy e
grottesco, il film attrae grazie al filtro estetizzante del cinema di
Refn. Ma sconvolge forse meno del previsto, in un inizio eccessivo e
in un prosieguo poi molto più canonico. Storia di madri e mostri,
dividerà fino agli Oscar. Ma, come il film figlio di Alexia, Titane
è una bestia che prima non c'era. Miracolo o abominio? (7)
Grosso,
barbuto e con il volto incrostato di sangue, il boscaiolo di Nicolas
Cage abbandona la sua capanna e ritorna in città: qualcuno ha rapito
il suo maiale da tartufi. Pronto a diventare il cult trash dell'anno
– l'ennesimo con Cage per protagonista –, Pig è
in realtà un gioiello indipendente già nominatissimo nei circuiti
di nicchia. Isolato da tutti, in fuga da sé stesso, il protagonista
si muove con straordinaria gravitas in un incrocio tra John
Wick e Drive.
Che si tratti dei ristoranti stellati o dei sotterranei della sordida
Portland, il suo nome fa tremare i polsi: per fortuna, nel corso
della visione, nulla va come immaginato. Votato alla non violenza,
questo singolare vendicatore incanta con la grazia dei gesti ai
fornelli e si lascia scortare dal sempre ottimo Alex Wolff: un
giovane uomo con un rapporto burrascoso col padre e una madre
suicida. Diviso in tre capitoli, Pig
propone di volta in volta tappe e ricette segrete. A dispetto della
sua aria cupa, lo si segue con emozione dall'inizio alla fine. E le
lacrime sono in agguato grazie a un epilogo all'insegna di Bruce
Springsteen. Toccante senza volerlo, e in maniera che risulta
difficile descrivere, Cage va a caccia di una scrofa ma ti sorprende
infine grazie a un rosso corposo, a un piatto elaborato servito con
tutti i crisi: perché la cucina è condivisione, memoria. E in
cucina, così come dietro le quinte, van sminuzzati, masticati e
inghiottiti i dolori più struggenti; le elaborazioni negate. (8)
Cosa
diresti a tua madre se potessi conoscerla quand'era bambina? L'ultimo
film di Sciamma è un gioco d'immaginazione sospeso nei “se” dei
paradossi temporali. Rimasta sola con il padre, Nelly fa i conti con
la morte della nonna (non è riuscita a salutarla come sperato) e con
il misterioso allontanamento della madre (che la sua infelicità sia
proprio colpa di quella bambina nata anzitempo?). Già logorata dai
primi tarli della coscienza, Nelly fa la conoscenza di una coetanea:
per qualche strana magia, Marion è sua madre da bambina. Tenerissima
fiaba intergenerazionale di donne e d'infanzia, il film dipinge il
quotidiano di realismo magico e dei colori abbaglianti dell'autunno.
Semplice all'apparenza, ricorda i film per famiglie degli anni
Novanta. Ma dietro i giochi innocenti, questa volta, ci sono due
piccole donne che stanno comprendendo loro stesse: per spogliarsi dei
reciproci ruoli, perdonarsi e chiamarsi, semplicemente, per nome.
Autrice sensibile e acuta come, la regista di Ritratto
della giovane in fiammecondensa
in settanta minuti i dolorosi non detti dei legami di sangue. E, come
d'incanto, riesce a porvi rimedio grazie al lunghissimo abbraccio
ristoratore di questo brevissimo film speciale. (7,5)
E'
la pecora nera della famiglia. Bisessuale, femminista e indecisa sul
prosieguo degli studi, la protagonista è poco più che
un'adolescente con il sogno della stand up comedy. Con le calze
strappate e uno smartphone pieno di chat sconce, si trova prigioniera
del rinfresco di un funerale. Nello stesso salotto ci sono una
vecchia fiamma, la fiamma attuale e una nidiata di parenti invadenti.
La classica commedia degli equivoci sembrerebbe prontamente servita.
Ma, a sorpresa, c'è del disagio vero nell'esordio alla regia di Emma
Seligman. Fatto di schiaccianti primi piani, dialoghi affannosi e di
un tappeto sono degno di un film horror, Shiva Baby è
un caos meravigliosamente scritto che ricorda proprio l'imbarazzo
delle cene col parentado riunito. Braccati, vorremmo sottrarci ai
giudizi e alle domande. E urlare insieme alla protagonista, Rachel
Sennott, qui al centro di un coming of age nato come un incrocio tra
le commedie indie di Greta Gerwig (se fossero altrettanto scomposte,
sincere, maleducate) e le terrificanti famiglie disfunzionali di Ari
Aster (se l'isteria collettiva non generasse presenze demoniache, ma
soltanto un infernale carnage domestico). (7,5)
Rebecca
Hall, attrice di indubbio talento, debutta alla regia con un film
ambizioso tanto per forma quanto per contenuto. Girato in 4:3 e in un
ammaliante bianco e nero, raccontata un'intolleranza sottile, intima,
che prescinde il colore della pelle: chi è davvero libero, chi
felice? Amiche di vecchia data, Tessa Thompson e Ruth Negga si
incontrano per un tè. La prima, moglie di un medico, si finge
appagata; l'altra, invece, si spaccia per bianca. Fragili, irrequiete
ed enigmatiche, si raccontano a parole e coi gesti. Thompson comunica
finanche i pensieri più scomodi con un'occhiata, mentre Negga –
sensuale come una novella Monroe – si lascia andare a lacrime così
strazianti da ammutolire. Magnificamente dirette, sono al centro di
un rapporto sfuggente. Le unisce la solidarietà, l'invidia o
un'attrazione saffica? Da un lato film di straordinarie prove
attoriali, dall'altro gioia per gli occhi degli esteti, Passing
è un sofisticato melodramma al femminile con un comparto tecnico da
Oscar. Algido, però, manca di immediatezza e, a differenza del
romanzo, preferisce i toni spiccatamente drammatici a quelli di un
noir dei sentimenti. Nonostante il bianco e nero delle immagini,
nella sceneggiatura prevalgono le sfumature di grigio. E la
sensazione di trovarsi a un debutto sì perfetto, ma di una
perfezione spesso troppo fine a sé stessa. (6,5)
|
I baffi, di Emmanuel Carrère. Adelphi, € 17, pp. 149
|
Un’osservazione
su una certa pendenza del naso mai notata in precedenza. Un occhio
storto da riallineare chirurgicamente per guardare il mondo alla
maniera di tutti gli altri. I personaggi dei capolavori di Luigi
Pirandello, maestri di arrovellamenti interiori e riflessioni
profonde, scorgevano per la prima volta allo specchio magagne e
difetti. E riflettevano sulla percezione di sé, sulla
spersonalizzazione dell’uomo moderno, su fughe dalla realtà ora
fisiche e ora metaforiche.
Iniziano
sempre allo specchio, in bagno, le disavventure del protagonista
senza nome del mio primo Carrère: un architetto in crisi – che
tanto, tutto deve agli anti-eroi dello scrittore siciliano – alle
prese con un cambiamento importante. Il taglio dei baffi. Come
reagiranno la fidanzata, gli amici? Gli donerà il pallore sul labbro
superiore? A sorpresa, a taglio avvenuto, nessuno sembra però
accorgersi del nuovo look. Anzi, instillano nel protagonista un
dubbio divorante: i baffi li ha mai portati? Da uno spunto
curiosissimo prende avvio questo strano thriller dell’anima. Una
lettura grottesca, sfuggente, che all’inizio affascina e poi lascia
interdetti, man mano che i risvolti si fanno inquietanti. Il
protagonista diventa sospettoso, aggressivo, delirante: al centro di
una fantomatica cospirazione, punta il dito contro la compagna –
una donna intrigante e spiritosa, amante degli scherzi di dubbio
gusto – e i colleghi. È tutta una macchinazione di Agnés? È
pazza? O forse il pazzo è lui, che fruga nell’immondizia,
interroga i passanti, non ricorda né le vacanze né la foto sulla
carta di identità? Con i comprimari che negano strenuamente la
presenza dei vecchi baffi, dunque il suo passato, l’uomo – con
cinquanta franchi in tasca e il passaporto arrabattato all’ultimo –
punta a vivere una seconda vita come un epigono dell’indimenticabile
Mattia Pascal.
Non
era pazzo. Solo che nell’ordine del mondo si era verificato un
guasto, insieme abominevole e discreto, che era sfuggito
all’attenzione di tutti tranne che alla sua, e questo lo metteva
nella posizione dell’unico testimone di un crimine, che in quanto
tale va abbattuto.
Forse
allegoria di una mente che si smarrisce, forse riflessione
amareggiata su una convivenza amorosa che annulla l’individuo a
favore della coppia, questo romanzo è un lungo forse. Ammetto di non
averlo capito fino in fondo. In coscienza, ho chiesto aiuto anche
alla trasposizione cinematografica diretta dallo stesso autore e
arrivata in Italia con il titolo L’amore sospetto nel 2005:
fedelissimo e altrettanto manierato, altrettanto algido, il film
brilla per il fascino spiegazzato dell’attore Vincent Lindon e per
la vorticosa colonna sonora di Philip Glass, ma si perde comunque
nelle svolte rocambolesche della seconda metà. Tanto sullo schermo
quanto sulle pagine, infatti, si ha la stessa sensazione: lo spunto
si sarebbe prestato meglio a un racconto breve, a un cortometraggio.
Per
le donne sarà accaduto con un taglio di capelli troppo scalato. Per
gli uomini con uno sgarbo del barbiere, magari un giovincello con la
mano pesante. Un taglio netto, uno sfregio che scontenta e stravolge
così il volto e l’autostima. Personalmente sono in guerra con i
rasoi elettrici che si inceppano, fanno le bizze, strappano più del
dovuto. Un po’ di peluria in viso, inutile negarlo, fa tantissimo.
È un trucco per nascondere il mio naso grande, le mie labbra
sottili, i miei zigomi sporgenti; un vezzo diffuso per illudersi di
essere più affascinanti o semplicemente più adulti. Calcare la mano
durante la rasatura non sarà più lo stesso, dopo Carrère: un
incubo senz’altro interessante, ma vittima a malincuore della
propria vanità. Non aspettavi spiegazioni o risoluzioni
consolatorie. Né il romanzo né il film, molto lenti, costituiscono
il classico intrattenimento sul filo del rasoio. Tocca soltanto
abbandonarsi a questa escalation di violenza, lasciarsi stringere e
soffocare dalle spire di una piccola vicenda delirante.
Personalmente, in un momento storicamente sbagliato, ho opposto
resistenza. Come all’idea di rivedermi allo specchio senza barba né
baffi, dopo il trauma insuperato di qualche rasatura fa.
|Ritorna, di Samuel Benchetrit. Neri Pozza, € 17, pp. 238 |
Il
procrastinatore seriale si riconosce fra mille. Qualsiasi età abbia,
ciondolerà per casa con i capelli scompigliati, la barba sfatta e le
mutande un po' ingiallite sul davanti. Pigrissimo, rimanderà a
domani quello che potrebbe sbrigare oggi; compilerà accurate liste
per punti per poi fare carta straccia dei buoni propositi. Il
protagonista di questo romanzo, allergico agli impegni a lungo
termine e all'attività fisica, non è l'eccezione alla regola.
Scrittore divorziato, al mattino fuma come una ciminiera e trinca
caffè sulla tazza del water: gli arrivano nel mentre sgradite newsletter
dall'Ikea, email di editor e creditori, messaggi spam presi talora troppo sul serio. E notizie del figlio, invece: nessuna
speranza che in Groenlandia ci sia il segnale wi-fi? Hanno condiviso
insieme quell'appartamento a soqquadro fino al diciottesimo
compleanno del ragazzo: partito all'avventura sulla scia dei romanzi
di London, Conrad e Kerouac, lasciandosi alle spalle quella vita
per soli uomini – il ketchup sugli spaghetti, il formaggio scaduto
in frigo, la regola sacrosanta del rutto libero. La sua assenza rende il
genitore inconsolabile. Lo stesso può dirsi per l'ex moglie, in
attesa accanto al telefono alle quattro del mattino: invano, e in vena di insolite gentilezze. Quant'era bello e sincero Cemento
armato, il romanzo d'esordio del protagonista a cui, purtroppo,
aveva fatto seguito l'oblio generale? Così tanto, a detta di alcuni
produttori televisivi, da accarezzare l'idea di realizzare un
trasposizione per il piccolo schermo: nell'era in cui ogni cosa
diventa serie TV, infatti, meglio rispolverare quel discreto successo
editoriale che ricercava il lato poetico dei famigerati banlieu
parigini. Il procrastinatore un giorno muore di noia. Così tanto, a
detta dell'irresistibile Samuel Benchetrit, da darsi a un pensiero
sconsiderato: rimettersi a lavorare. Se in una commedia francese di
quelle esilaranti, schiette, dolcissime, riprendere in mano la
propria routine sarà un'impresa assolutamente rocambolesca.
Consideravo gli scrittori e i registi che
ammiravo come dei familiari o degli amici intimi. Nabokov era uno zio
russo. Fellini uno zio di Roma. Stesso discorso per John Fante e
Vittorio De Sica. Duras era la mia cara zietta. Sagan la mia cugina
adorata. Flannery O'Connor la cugina d'America. Avevo bevuto diversi
whisky con Beckett. Avevo dormito tra Cohen e Yourcenar, che volevo
riconciliare. Tutti insieme formavano la mia grande famiglia
allargata, piena di meravigliosi parenti acquisiti che avevano fatto
per me così tanto, e io così poco per loro... Eppure mi amavano,
tutti loro amavano teneramente questo nipote non granché dotato, e
anche un po' coglione.
Tutto
parte dal romanzo da trasporre: i produttori ne vogliono una copia,
peccato risulti introvabile. Quelle con dedica sono troppo preziose
per sottrarle ai legittimi proprietari, i corrieri di Amazon all'ultimo danno
forfait e non resta, allora, che rivolgersi a un'appassionata
lettrice chiusa in una casa di riposo: forse l'unica a poterlo
salvare dal macero e dall'ennesima disfatta. Nell'ospizio ci sono
innumerevoli anziane di nome Raymonde, che pretendono la lettura a
voce alta dei romanzi di Pierre Lamberti, storico rivale del nostro eroe; belle infermiere balbuzienti di cui
conquistare il cuore con uno spietato corteggiamento vecchia scuola;
uno stagno di anatre a corto di esemplari maschili, da salvare
dall'estinzione spingendosi in una fattoria ai confini del mondo dove
si consumano bislacchi triangoli sentimentali. Dappertutto, intanto,
rimbomba una domanda da sottoporre ai passanti, all'ufficio delle
entrate, al cielo aperto: dopo quindici anni di silenzio, cosa
direbbe un padre inuit al figlio in partenza per terre selvagge?
Ho
pensato a me e mio padre – ugualmente affini e laconici, poco
aperti al dialogo eppure abilissimi a darci a raccomandazioni profuse e a sollecitudine in quantità, nel momento del bisogno –, alle
opportunità perse e a quelle ritrovate invece per caso, leggendo la
nuova fatica di Benchetrit. Già regista dell'altrettanto delizioso e
malinconico Il condominio dei cuori infranti, l'autore firma
una mezza autobiografia a tinte esistenzialiste sulla solitudine
siderale e la sensibilità nascosta di noi uomini medi.
«Ma
stia a... a... attento, perché ci sono delle so... solitudini che
non vanno di... disturbate».
«Cosa
intende dire?»
«Se
inizia u... un libro, deve fi... finirlo. Altrimenti aspetteranno la
fi... fine, e la solitudine sarà ancora più... ù... ù grande».
A
suon di incubi, farneticazioni e voli pindarici, fra cani gatti e
bonsai di cui non ci si sa prendere affatto cura, Ritorna è
un ritratto al maschile logorroico e fanfarone, incapace di prendersi
sul serio ma con uno sguardo al contempo pieno di poesia. Il protagonista ha una
soglia dell'attenzione bassissima e cerca stimoli dappertutto. E
tutto, perciò, anche quando se ne sta in panciolle, anche quando non
ha voglia di fare alcunché, si trasforma in un racconto ispirato e
ben scritto. In qualcosa di buono. Grazie alle tragicommedie a cui
vanno incontro i suddetti procrastinatori, alle bugie degli scrittori, alla
sottovalutata tenerezza dei nostri papà. Ritornano così il batticuore, il
desiderio di rimettersi all'opera davanti a una pagina Word immacolata, un pezzo
di te salpato per terre lontane. Frammisto a un'insospettabile
profondità d'animo, a risate a crepapelle, eccolo qui: ha fatto ritorno anche il buonumore.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Indochine – Song for a Dream
|Non mentirmi, di Philippe Besson. Guanda, € 16, pp. 155 |
Le
storie d'amore, soprattutto quelle fra diciassettenni, soprattutto
quelle fra uomini, iniziano tutte o quasi così. Qualche occhiata
distratta che man mano trova il coraggio di indugiare un po' più a
lungo, un venirsi incontro con cautela che ha l'aria di una sfida, la
ragionevole paura. Di piacersi o non piacersi, di rivelarsi al mondo.
Il colpo di fulmine di Philippe Besson, oggi scrittore di successo,
non fa eccezione. Correvano i primi anni Ottanta. Lui, educato sin
dall'infanzia a primeggiare, e per questo a suscitare antipatia nei
coetanei, era il figlio prediletto di un insegnante che sognava un
futuro accademico per quel secondogenito obbediente che, se al liceo
faceva parlare di sé, era soltanto perché brillante nello studio e
vagamente effeminato nel buon gusto, nei movimenti delle
mani. Fuori dal branco, ma abbastanza misantropo da farne in fondo un
vanto, mette alla prova la propria natura a undici anni e a
diciassette è irrimediabilmente attratto dalla solitudine di un
altro come lui: Thomas, due occhi nerissimi e una famiglia
d'estrazione contadina da cui ha ereditato il fare laconico, i
sorrisi centellinati, il rispetto remissivo per la fatica nei campi.
Da un capo e l'altro del cortile, al solito, all'inizio si scrutano e
basta. Non hanno scuse valide per parlarsi, no, appartenendo a classi e a ceti sociali opposti. Finché l'adolescente che fuma
sempre in disparte, comunque meglio integrato di Philippe in quella
scuola di provincia, non entra deliberatamente nel campo visivo
dell'altro – lo fanno per prime le sue scarpe da ginnastica
scolorite, la cicca che gli arde in bocca. Non può
custodire il segreto sulla propria sessualità da solo, non più. Ne
nasce una relazione clandestina identica a mille e a nessun'altra. Un
patto segreto senza preliminari, senza preservativo, senza pensieri,
che vive di foglietti volanti – l'ora e il luogo scarabocchiati a
penna – e nessuna paura per l'Aids, l'abbandono, quel che sarà di
loro. Quando la pioggia o una tenerezza improvvise li coglieranno di
sorpresa, nel capannone della palestra o l'uno sul petto dell'altro,
giocheranno a studiarsi a vicenda i nei, le sfumature della pelle, i
destini contrapposti – Thomas si auspica infatti la fuga dalla mediocrità
dell'aspirante scrittore, Philippe presagisce che per il giovane
amante in un giorno non lontano sarà più facile troncare il
rapporto. Qualcuno, tuttavia, si sbaglia.
Io
sono il mondo invisibile, sotterraneo, straordinario. Di solito
questa singolarità mi rende felice. Stasera mi fa soffrire in modo
insensato.
Un
altro viaggio nei migliori anni, un'altra passione omosessuale
dall'annunciato finale amaro, un altro ragazzo triste che si strugge
e ci fa struggere. Siamo nei territori di Aciman, ma a Non
mentirmi mancano gli Eden
sospesi in un'estate eterna, le meditazioni filosofiche, i genitori
che comprendono – semmai, con il senno di poi, sono i figli ad
accettare i trascorsi sentimentali dei familiari, non il contrario.
Resta la suggestione, resta un'universalità che perfino il lettore
più cieco del mondo non potrebbe negare: un viaggio nel meglio e nel
peggio degli anni Ottanta, e nelle problematiche più intime di un
figlio di quella generazione notoriamente vagheggiata e rimpianta. Al
cinema danno Sophie Marceau, ma Philippe – con le immancabili pose
da scapigliato, da incompreso – trascina Thomas a vedere vecchi
film, più per la privacy del buio in sala che per il piacere della
condivisione. Stretti su una motocicletta indossano il casco, ma più
per nascondersi che per rispetto delle norme stradali. Quando quello
accorto dei due acconsente a uno scatto fotografico, a una gita fuori
porto, è in realtà per fargli meno male possibile nel momento in
cui – l'estate ormai alle porte – gli spezzerà il cuore. Diviso
in tre parti, con il connaturato decoro della narrativa francese e lo
stesso struggimento delle occasioni perse, delle polaroid rinvenute
per caso in un cassetto, Non mentirmi è
la confessione dell'amante superstite, che preferì non confrontarsi
mai con la vita vera con la scusa pavida non ci fosse altra
alternativa.
Perché
tu te ne andrai e noi resteremo.
Ho
percepito il dolore del protagonista – il dramma di fingersi
estranei nella stessa stanza, stringere forte i pugni per celare la
gelosia – e la doppiezza del loro legame, che da una parte lo
faceva sentire speciale (impara così a sorridere, a padroneggiare i
nomi fittizi e le prime bugie della sua professione di narratore) e
dall'altra tagliato fuori. Prima di questo romanzo, infatti, non
c'era nessuno che sapesse di loro. A ferire, però, è la condizione
dell'Ennis Del Mar di turno: un uomo contrito, che mente agli altri
ma soprattutto a se stesso, e che Philippe lo segue nelle ospitate
televisive consultando le guide tivù; che gli chiede scusa con
messaggi in segreteria mai inoltrati, con lettere senza francobollo.
Quanto sono davvero affini e quanto, da bravi incompresi, si illudono
di esserlo in cerca di compagnia per un tratto del tragitto?
È
stato amore, chiaramente. E domani sarà un grande vuoto.
Le
parole chiave: rimpianto e defezione. La morale: il diritto ad avere
un passato, a custodire cose che rimarranno solo e soltanto nostre.
Besson, abituato a raccontarci di personaggi immaginari, questa volta
si mette in scena. Abituato a raccontare, soprattutto, nell'ultima
sezione si fa da parte: lascia che a parlare siano un po' i ricordi e
un po' uno sconosciuto intercettato nella hall di un albergo,
sorprendentemente simile al suo Thomas, che ha un messaggio da dargli
e tantissimo da dirgli: ciò che la loro comune conoscenza ha fatto e
non ha fatto, nel quarto di secolo distante da lui. Non
mentire, dicevano i genitori a
un Besson che sin da bambino inventava. Per rispetto di mamma e papà,
allora, qui non mente. Falsa qualche immagine, forse, come succede
se la nostalgia si mette in mezzo e ci incrina la voce, ma romanza di
rado. Scrive tutta la verità, nient'altro che la verità.
Regalandoci lacrime sincere per l'autobiografia di un mestiere, per
l'autobiografia di un amore, che purtroppo ebbe troppa paura del
sole. E così si fece pallido, e così si fece in bianco e nero: nero
su bianco.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Visions of Gideon
|Gli
scellerati,
di Frédéric Dard. Rizzoli, € 17, pp. 204 |
Ci
sono quei romanzi che hanno diritto a una seconda primavera. Quegli
autori che rinascono come fossero fenici, dopo la morte, grazie ai
miracoli che talora l'editoria riesce a compiere. I casi più
clamorosi, negli scorsi anni, sono stati a memoriaStonere la
trilogia di Kent Haruf: il primo biografia fittizia di uno struggente
uomo qualunque, l'altra raccolta composita di piccole e grandi storie
di un Sud che vota Trump ma sa emozionare nel profondo. Avrebbe
potuto essere così, ho immaginato a torto, anche per Gli
scellerati: romanzo tradotto per la prima volta a sessant'anni di
distanza dalla pubblicazione in patria, a opera di uno scrittore
molto prolifico – in vita firmò oltre quattrocento testi, pensate
–, noto in particolare per le indagini dell'ispettore San-Antonio e
paragonato dai cultori ora a Simenon, ora a Céline. L'ultima
occasione di Frédéric Dard era finalmente arrivata, e con un
romanzo postumo da acclamare magari come nuovo classico del noir? La copertina sofisticata e gli alti paragoni lo facevano ben sperare. Per narratrice troviamo la
sfrontata e ambiziosa Louise, diciassette anni e mezzo, un lavoro mal
retribuito in una fabbrica di automobili e una casa in cui è
difficile fare ogni sera ritorno, tra gli sguardi di un patrigno che
alza il gomito troppo spesso e l'amara realtà di una provincia
parigina senza redenzione. Dalla parte sbagliata della Senna si sente
puzza di cavolo bollito e di smog, tutti conoscono tutti e ci si
arrende presto a un destino in serie – lavori faticosi, esistenze
modeste, matrimoni infelici. Se non fosse che lo stesso tragitto di
sempre, un giorno, regala all'irrequieta ragazza una boccata
d'ossigeno; la visione di una famiglia tanto perfetta da fare
invidia, con il dondolo sotto il portico, le cene all'aperto e una
macchina status symbol nel vialetto. Sono i Rooland, gli americani che
non passano inosservati. Sono quello che la protagonista mira a
essere. In segreto fantastica, infatti, immaginandone gli interni
domestici, il passato glorioso e gli amplessi. Quella casa,
quell'isola felice, è il posto perfetto per ricominciare, magari
come semplice cameriera. Hanno nove stanze, molti ospiti fissi, tanto
disordine a cui stare appresso. Louise fa faville ai fornelli, li
prende letteralmente per la gola, e in cambio pretende vitto e
alloggio, nonché di entrare a far parte di quel duo mondano.
Prevedibilmente, però, non è tutto oro quel che luccica, e
un'acerba arrivista finisce così nella tana degli scellerati.
Vero
è che quando si lavora in casa d'altri non ci si deve stupire di
niente. Bisogna convincersi che la ragione è dalla loro parte, o
perlomeno fare finta che lo sia e passarci sopra. Manie e vizi sono
rispettabili perché ci pagano per rispettarli.
Lui
con le lentiggini sulle guance e una luce interiore abbastanza
abbagliante da fare invaghire l'adolescente parvenue, lei
pigra fumatrice con un thriller americano sotto il braccio e una
relazione clandestina. Ci si può fidare di loro, e il lettore,
soprattutto, può fidarsi della versione di Louise – ava di ogni
narratrice inaffidabile e personaggio, purtroppo, di rara antipatia?
Il suo apprendistato presso i Rooland è breve e all'insegna del già
letto. Una morte non accidentale nella seconda metà, un'attrazione
sconveniente, un colpo di scena per salutarci in grande stile.
Come
se fossimo nella versione d'oltralpe di un intrigo di James M. Cain – e Il postino suona sempre due volte,
ricorderà qualcuno, si era già dimostrato abbondantemente al di
sotto delle mie aspettative.
Come
se si trattasse di uno spiegazzato romanzo da bancarella che, senza grande inventiva,
mescola mistero ed erotismo. Non gli giova nemmeno lo stile:
infarcito di esclamazioni e attempati puntini di sospensione, contribuisce a rendere la voce di Louise troppo stucchevole e infantile per spacciarla per
una seconda Lolita.
Speravo
nella notte. Quando il mondo scivola nell'ombra, gli uomini non
ragionano più come prima, prestano orecchio alle voci segrete che
mormorano dentro di loro.
Ogni
tanto, si diceva in apertura di post, in libreria si scoprono tesori
tardivi. Non è il caso degli Scellerati, riproposto quando
nessuno ne sentiva più la mancanza. Imbellettato, tirato a lucido,
non riesce a nascondere a lungo la colpevolezza dei suoi protagonisti
o le rughe parlanti della terza età. Con la differenza precisa che
intercorre fra i classici, e qui non siamo in presenza di uno di loro, e
i romanzi semplicemente vecchi.
Il
mio voto: ★★
Il
mio consiglio musicale: Elvis Presley – Loving You
Pierre
è un uomo mediocre. Realizzarlo l'ha fulminato, anni fa, al cospetto
delle meraviglie del Louvre: una perfezione a cui uno come lui, né
particolarmente prestante né particolarmente intraprendente, sa di
non poter ambire. Omino abitudinario e laborioso, contabile per
inerzia, un giorno osa: accetta la proposta di un amico giornalista
di seguirlo in campagna. Attorno a Parigi, nuvole temporalesche e le
rovine della Seconda guerra mondiale. Questo agosto diverso, questo
strappo alla regola che somiglia tanto a un'avventura, lo spinge a
intraprendere un piccolo viaggio in treno – tra una fermata e
l'altra, pensa a un papà morto di sogni irrealizzabili, a una mamma
di cui si è preso cura fino allo stremo, ai pettegolezzi su una zia
piena di amanti facoltosi – e a sposare la causa della
misteriosissima Marie. Una giovane senza identità e senza memoria,
infangata fino alle ossa, che infesta il bosco come uno spiritello:
la paragonano a un animale ferito, che morde e si lascia morire in
solitudine. Gli alberi si confondono con le nuvole. Il sole
riaffiora. Gli animali e gli insetti fanno tremare gli steli d'erba;
cantano. La natura è grande, realizza Pierre. E lui?
Io
e lei diamo certamente un senso diverso alla parola “miracolo”.
Per quanto mi riguarda, non è qualcosa che può prodursi, ma un
fenomeno che ci sembra inconcepibile perché ne ignoriamo la natura e
le cause. Ma poco importa: qualunque cosa si pensi, è accaduto un
miracolo.
Nonostante
ci si lasci volentieri ingannare dal fascino fumoso della copertina,
Ritrovarsi a Parigi non è
una storia d'amore. Va oltre, eppure resta fermo immobile. Lì, tra
l'altruismo e l'egocentrismo, tra l'affetto e la bontà. Quel
“ritrovarsi”, più che a un rendez-vous in un caffè del centro,
allude a una presa di coscienza. Al ritorno alla vita e alla ragione.
Gajto Gazdanov, autore novecentesco riscoperto all'indomani della sua
scomparsa, ha un cognome difficilissimo, russo, ma è francese
d'adozione. La cosa si nota a occhi chiusi. Tra le pagine prevalgono
la sua anima parigina, malinconica ma ottimista. Una joie de vivre
invidiabile perché mai sfacciata. Succede, infatti, che Pierre porta
Marie a casa con sé. Si prende cura di lei, che prima dell'amnesia
aveva un altro nome, un altro uomo, un altro stile di vita. Come
nella fiaba My Fair Lady,
la ripulisce, la veste, le insegna a parlare e a scrivere. La
trasforma in una coinquilina a modo, senza stravolgerne assolutamente
l'intima natura, e la presenza di lei gli riempie le stanze, i sogni,
l'esistenza. I protagonisti non si danno baci; non si prendono per
mano, dopo aver rischiato di perdersi. Siamo negli anni Cinquanta.
Dio ha dato forfait, il positivismo pure. La morte spirituale schiacciava l'occidente.
Credi
che possa durare all'infinito?
Gazdanov
racconta, con pochi dialoghi e qualche pagina di grande bellezza, una
relazione indefinibile e dai confini vaghi. Cosa sono loro
due? Ci si può sentire più pieni rinunciando a qualcosa? Pierre,
così, si eleva dalla propria mediocrità per il bene di qualcun
altro. Non ho capito, però, quando la narrazione fosse lieve e
quando impalpabile. Quando fosse discreta e quando un po' lacunosa.
Ma lascia addosso questa sensazione bella, come di pace. Qual è, infatti, la
giusta dose di delicatezza? Ritrovarsi a Parigi è
etereo, eppure saldamente piantato a terra. Sulle macerie di un conflitto trascorso da poco, e non senza danni. Sulle zolle di un mondo
troppo cinico, troppo materialista, che solo la scoperta tardiva
della tenerezza può trarre in salvo.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: La Complainte de la Butte – Rufus
Wainwright