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giovedì 8 gennaio 2026

Questo blog è di un anno più vecchio della mia protagonista

Ha senso, nel 2026, continuare ad aggiornare un blog? I lettori sono sempre gli stessi, fermi ormai da anni. I commenti e le visualizzazioni scarseggiano. Ci sono cose di cui preferiscono parlare soltanto su Instagram, in maniera più immediata e informale. Ci sono libri o film di cui, qui sopra, non c'è traccia: Letterbox e le stories, ormai, hanno sostituito i post. Eppure, oggi è il nostro quattordicesimo compleanno. E questo posto, forse più freddo e meno accogliente di un tempo, resta la cosa più vicina alla mia idea di casa. Torno qui a raccontarmi, a leccarmi le ferite, al termine di un anno infernale in cui ho perso entrambi i miei nonni, la casa in cui ho trascorso l'ultimo decennio e, soprattutto, Ciro: il gatto tigrato che si è rivelato il mio amore e il mio dolore più grande. Eppure, è successo anche qualcosa di bellissimo: presto, Nutrimenti pubblicherà una storia che davo per persa. Finalista al Premio Neri Pozza nel 2021, è rimasta in un cassetto per tutto questo tempo. Leda, la mia protagonista, ha tredici anni: dunque, questo blog è di un anno più vecchio di lei. E nei ringraziamenti, immancabilmente, ci siete anche voi: gli affetti stabili che, nella buona e nella cattiva sorte, in silenzio o a voce alta, hanno sempre supportato il mio modo di raccontare le storie altrui. Sarò abbastanza bravo, questa volta, alle prese con la mia? La curvatura dell'orizzonte arriverà in libreria il 16 gennaio. Spero gli vorrete bene, come per tutti questi anni ne avete voluto a me. Con affetto, Michele.

| La curvatura dell'orizzonte. Nutrimenti, € 19, pp. 272 |

Leda ha tredici anni, vive su una piccola isola del Mediterraneo e il suo nome è una dichiarazione d’intenti. Intrattabile e solitaria come una gatta randagia, è stata registrata all’anagrafe per sposare un destino: distruggere. O almeno, è questo ciò che le ripete suo padre, l’aspirante sindaco dell’isola, sbucato dal passato per imporle il marchio del proprio cognome. Da allora Gemma, madre di Leda, si è rifugiata nel silenzio e la ragazza, smarrita, ha trovato i suoi punti di riferimento in Giosuè, figlio del maresciallo, e Saverio, bullo della scuola. Ma su quella loro isola, luogo sospeso tra mito e realtà, un giorno come tanti accade l’incredibile. E cambia tutto. Chi è la ragazza che Leda e Giosuè trovano in spiaggia, nuda e confusa? Tra fari abbandonati e notti d’estate piene di presagi, i ragazzi inseguono una verità che gli adulti hanno troppo a lungo nascosto. Un romanzo che, pur colpendo con grande forza e durezza, suona le corde della favola e che, prendendo le mosse da un immaginario neorealista, per i suoi ambienti e le lotte interne ai protagonisti, diventa storia di formazione raccontata in un modo nuovo, fresco, originale.

giovedì 16 maggio 2024

Recensione: Quella sera dorata, di Peter Cameron

| Quella sera dorata, di Peter Cameron. Adelphi, € 12, pp. 318 |

Peter Cameron scrive i dialoghi più belli del mondo. È il primo pensiero davanti all'arguzia, alla naturalezza e alla classe dei protagonisti di Quella sera dorata: a detta dei conoscitori, forse il romanzo più memorabile dell'autore americano. Ambientato in Uruguay, in un Eden splendido ma segretamente decadente, segue la missione di un dottorando in odore di pubblicazione: Omar, ventotto anni e tante ambizioni confuse, vorrebbe scrivere la bibliografia di Jules Gund, scrittore da poco morto suicida. Gli eredi, tuttavia, negano fermamente il consenso. Spinto da una fidanzata ben più volitiva di lui, l'aspirante autore vola dal Kansas al Sud America come la Dorothy del Mago di Oz. Al termine del sentiero di mattoni gialli lo aspetta la villa di Ochos Rìos, popolata da strampalati abitanti da persuadere. Su cosa fare leva pur di raggiungere l'obiettivo: il proprio fascino naïf o la compassione?

Lo champagne non è mai uno sbaglio.

Dopo aver indagato i tormenti tardo-adolescenziali del protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, a ben vedere vicinissimi a quelli di questo Omar in crisi creativa, Cameron ci delizia con una commedia corale piena di false cortesie e, a dispetto delle conversazioni fittissime, di significativi non detti. Il cast d'insieme comprende: Caroline, la vedova di Gund, ossessionata dal senso di incompiuto della sua vita artistica e matrimoniale; Arden, l'amante, all'apparenza arresasi al ruolo di sfasciafamiglie, ma in realtà desiderosa di innamorarsi ancora; Adam, il fratello omosessuale, che a suon di cinismo nasconde l'amarezza per l'età avanzata e la crisi con Pete, il compagno a cui non sa dare né l'amore né la libertà. Perché si ostinano a restare in quella villa ai confini del mondo, mantenendo integro un assurdo ménage domestico, se il loro collante è ormai venuto meno? Perché la diffidenza verso una biografia autorizzata: paura di cosa potrebbero scoprire del capofamiglia, o di loro stessi?

Sono arrabbiata, Omar, ma questo non esclude l'amore. Le due cose possono coesistere, sai. Sono capace di provare diverse emozioni allo stesso tempo. Sono una persona complessa. La vita è complessa. L'amore è complesso. Non è semplice. Non sono compartimenti stagni.

In anticipo sui tempi, il romanzo ironizza sull'ossessione della verità nella società dell'apparenza — basti pensare al continuo fiorire di biopic sui personaggi dello spettacolo, alla moderna propensione per l'autofiction, ai podcast radiofonici a proposito di crimini e misteri irrisolti — e si sofferma sulle esistenze dei “parenti di”, illuminati di una luce riflessa che non ne dissipa mai a sufficienza le ombre. Purtroppo o per fortuna, quello che succede in Uruguay non resta in Uruguay. Il perturbante arrivo di Omar, infatti, segnerà un prima e un dopo: niente sarà piu lo stesso. Dimenticate, però, le convivenze tossiche dei recenti May December o Saltburn. Lieve, esotico, romanticissimo, Cameron ci culla — e ci cambia — con i calici di rosato, i completi di lino, l'ozioso brusio degli alveari, il profumo soave del glicine in fiore e delle erbe aromatiche. È l'inizio dell'estate. Ci sono le stelle in cielo e, vestiti a festa, ci si attarda a guardarle. Il desiderio espresso? Che ”quella sera dorata” duri in eterno.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – Tristezza

venerdì 8 luglio 2022

Recensione: Less, di Andrew Sean Greer

Less, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 19, pp. 292 |

L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.

Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.

Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.

Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.

C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Freddie

lunedì 25 aprile 2022

Una mail a Sally Rooney: la recensione di Dove sei, mondo bello

| Dove sei, mondo bello, di Sally Rooney, Einaudi, € 22, pp. 312 |

Cara Sally. Per parlare del tuo ultimo romanzo ho pensato di scriverti una mail: una di quelle intime, prolisse, fieramente vecchio stile, che le tue protagoniste – migliori amiche distanti ma non troppo – si scambiano a capitoli alterni. È perché, in fondo, ti sento distante ma non troppo. È perché anch'io, ormai, ti sento amica. Ho letto Dove sei, mondo bello a singhiozzo, in maniera discontinua, maltrattandolo sui mezzi pubblici – tempo sottratto allo studio per il concorso ordinario, compagnia rubata con l'inganno. È vero quel che si legge in giro: resta la solita storia di quattro trentenni scostanti e brontoloni che filosofeggiano sui massimi sistemi, scopano un sacco e bevono vino rosso dai bicchieri di plastica. Ma sapessi quanto mi ha fatto felice, questo libro. Mi ha regalato sollievo, sorrisi e alibi.

Non credo di piacerti di più io. Credo che ci piacciamo uguale. Lo so, non sempre coi miei gesti lo dimostro, ma su questo ci posso lavorare. E ci lavorerò. Io ti amo, okay? Lei lo ascoltava con un'espressione strana, stupefatta, una mano sulla guancia. Anche se sono un caso psichiatrico, disse. Lui rise, si staccò dallo stipite e chiuse la porta. Ovvio, rispose. Anche se lo siamo tutti e due.

Cronicamente stressati, i personaggi assumono o hanno assunto psicofarmaci. Per certi versi sono troppo maturi e per altri, al contrario, troppo infantili. Alice, scrittrice di successo reduce da un esaurimento nervoso, si è rifugiata nella campagna irlandese e sulle app d'incontri online: lì conosce Felix, magazziniere dalla sessualità fluida, assai indecifrabile nei sentimenti ma piuttosto in pace con le proprie contraddizioni. Chi tiene le briglie della loro relazione? Eileen, correttrice di bozze abile in materia di autosabotaggi, cerca costantemente le attenzioni degli uomini ma ottiene, suo malgrado, l'effetto opposto: per fortuna ha Simon – amico d'infanzia di cinque anni più grande: bellissimo, pio, politicamente impegnato –, che si prende cura del suo cuore con commovente devozione. Cosa succederebbe se anteponessero l'amore alla loro storica amicizia? Ex compagne di università, le tue Alice e Eileen commentano in via telematica il declino della società contemporanea, la piaga dell'inquinamento e le conseguenze della Brexit, ma finiscono puntualmente per parlare di sesso, amici e famiglia. Troppo presi da noi stessi, infatti, dimentichiamo i contagi da Covid-19 e i venti di guerra per fare dei nostri amori (e della fine di questi ultimi) il centro del mondo – peccato si un mondo che va a rotoli. Per questo meriteremmo forse una dolcissima estinzione?

Mi dico che voglio vivere una vita felice e che le circostante per viverla non si sono semplicemente presentate. Ma se non fosse vero? Se fossi io che non riesco a concedermi di essere felice? Per paura, o perché credo di non meritarmi niente di buono, o per qualche altra ragione. Ogni volta che mi capita qualcosa di bello mi ritrovo a pensare: chissà quanto durerà prima di finire male. E desidero quasi che il peggio arrivi presto, meglio prima che dopo, e se possibile subito, così almeno smetto di stare in ansia.

Ben vengano l'egoismo, l'eros, la leggerezza: quei sacrosanti momenti in cui, per un attimo soltanto, ci si scopre immuni al contingente. Le distanze geografiche si annullano, allora, e gli abbracci in stazione sono così forti da minacciare di incrinarci le costole. Le nostre ordinarie miserie, messe in pausa, si annullano durante una cena in compagnia per cui sentirsi grati. Io, pensa un po', mi sono sentito grato per queste trecento pagine scarse. Ti ho trovato matura, poetica, rivelatoria; bravissima nel gestire i tuoi dialoghi fiume e, soprattutto, quei silenzi vibranti di omissioni. E mi sono ritrovato a rivalutare il sexting, reso buffo e sensualissimo dalla tua pena, e l'insostenibile leggerezza dell'avere ventotto anni senza un piano per il futuro. Quando ho salutato Alice e gli altri, mi sono sentito come di ritorno da una rimpatriata perfettamente riuscita: un irresistibile brusio in sottofondo, le persone a cui vuoi bene che a sorpresa si vogliono bene anche tra loro, la sensazione di essere al posto giusto per una volta nella vita. La bellezza – prossima, possibile – appare, all'improvviso, a portata di mano: andava guardata, non vista. Era acquattata lungo le strade rischiarate dai lampioni, nelle cornici delle finestre illuminate a festa, in un Dio inteso come architetto celeste. Anche se non crediamo in Lui. Anche se, nei giorni brutti, Lo dimentichiamo. Il mondo bello, Sally, è lì, allora. Ed è qui, con te. Con tutto il mio amore.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish – Happier Than Ever

mercoledì 29 aprile 2020

Recensione: Trilogia di New York, di Paul Auster

| Trilogia di New York, di Paul Auster. Einaudi, € , pp. 314 |

Prima o poi dovevo conoscerle di persona. Le storie del prolifico Paul Auster, l’ebbrezza del viaggio in solitaria. In periodo di fermo, per di più, come rinunciare all’opportunità di un volo diretto a New York? Per l’occasione mi avrebbe fatto da guida lo scrittore americano secondo soltanto a Woody Allen nel raccontare le leggende della Grande Mela. Ma a tradimento sono stato lasciato a me stesso in una città straniera, chiamato a districarmi tra indizi fumosi e parole sibilline: lo ammetto, mai avuto grande senso dell’orientamento. Soprattutto per venire a capo di romanzi come questi: ambiziosi e ostici, dalle curiose atmosfere lynchiane, dove tutti parlano per enigmi e sembrano avere fini imperscrutabili. Nonostante ne riconosca il genio, semplicemente, il postmodernismo non fa per me. 
Trilogia di New York mi è parso un gioco di specchi funambolico e sottile, ma piuttosto fine a sé stesso. E Paul Auster un narratore magistrale, dalle capacità retoriche incontrovertibili, seppure alle prese con del materiale oscuro e fumoso. Come reagite voi davanti a storie del genere? Rispondete al richiamo dell’irrisolto con la fascinazione o con l’irritazione? Alla fine di una lettura ben più faticosa di ciò che le sue sole trecento pagine suggerivano, me lo sono chiesto e richiesto contorcendomi senza pace tra le lenzuola. Se parlano di New York come della città che non dorme, in fondo, un motivo c’è. Vittime come me dell’insonnia – e dell’ossessione, dell’ambizione e della gelosia – anche i protagonisti di questi tre racconti non riescono a chiudere occhio. Inappaganti se letti separatamente, ma connessi in maniera meno coerente del previsto, in comune hanno il tema della ricerca e qualche dettaglio: oggetti e nomi, che di volta in volta assumono però nuovi ruoli e significati.

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, lo scrittore non ha una vita propria. Anche quando lo hai di fronte non c’è veramente.
Nel primo racconto, bellissimo, uno scrittore di gialli riceve una telefonata: scambiato per un investigatore privato, fa luce per sfida sulle vicende della famiglia Stillman. Lo aspetta il delirio – a cavallo tra linguistica, teologia e narratologia – di un professore in cerca dell’idioma di Dio. Si rievocano il mito della torre di Babele e la gestazione del Don Quisciotte, e Paul Auster compare genialmente anche come attante.
Nel secondo, noir ambientato negli anni Quaranta, un detective è incaricato di spiare un tale dalla finestra del terzo piano. L’uomo sotto sospetto, però, non fa altro che scrivere o leggere il classico di Thoureau. Il lavoro dell’osservatore è ossessivo e solitario; gli lascia troppo tempo per stare in compagnia del peggiore degli avversari: sé stesso. Se tutti i personaggi hanno nomi di colori – Blue, White, Black, Brown –, è alto il rischio che le identità si mescolino in una tavolozza tanto confusa quanto imprevedibile.
Nel terzo, infine, un critico dalle aspirazioni frustrate è chiamato a giudicare la produzione manoscritta del migliore amico scomparso. Nel garantirgli la fama postuma, il protagonista si addentrerà a tal punto nella vita dell’altro da rubargli la moglie, il figlio, la madre. Peccato che l’intreccio si concentri soprattutto sul lavoro filologico e redazionale del critico, finendo per ricordarmi le noie della mia tesi di laurea. 

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore.
Trilogia di New York parla di taxi gialli lanciati all’inseguimento; travestimenti ed equivoci da vaudeville; saltimbanchi, accattoni e musicisti. Con il sole e con la neve, con la luce e col buio. All’ombra transitoria di un simbolo che ormai non c’è più: le Torri Gemelle. 
È un libro sui libri. È un libro sul desiderio comune di scomparire, scivolando dietro il drappo della finzione. È tante altre cose che non ho colto fino in fondo. So dirvi cosa non è però: non un cosiddetto page turner, né una lettura d’evasione. Mi ha trovato smarrito e impreparato, e forse lo sarei stato sempre: con le vicende sospese, infatti, ho un problema. Preferisco quelle organiche e coerenti, senza vuoti da riempire. Tutte le altre mi affascinano moltissimo all’inizio, e dopo un po’ mi stancano. Qui sono andato in visibilio per Città di vetro, ho faticato con Fantasmi, sono arrivato già insofferente alla Stanza chiusa.
Nonostante tutto, resta il desiderio di riprovarci con Auster: un talento simile va scandagliato meglio alla prossima occasione. E la folle tentazione di andare a New York, quando tutto sarà finito, per cercare di  risolvere in prima persona un giallo che qui non trova risoluzione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Frank Sinatra – Strangers In the Night