mercoledì 3 luglio 2019

Recensione: Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker

| Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker, Nord Editore, € 18, 60, pp. 470 |

Sono assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e incomprensibili appaiono a prima vista.

Nella prefazione al suo capolavoro, pietra miliare del genere horror, Bram Stoker spiazzava l'editore scrivendo queste esatte parole. Verità destabilizzante o trovata commerciale al passo con le moderne strategie di marketing? Nella Londra del tardo Ottocento, terrorizzata dal sangue versato a White Chapel dalle stilettate di Jack Lo Squartatore, meglio non alimentare ulteriore allarmismo; meglio ricacciare i vampiri fra le pagine della narrativa di finzione, sei piedi sotto terra. La nota dell'autore venne censurata, così, assieme alle cento pagine iniziali: smembrato e ricucito, il manoscritto si trasformò sulla scrivania dell'editore. Da allora, è stato al centro di un mistero pari per grandezza soltanto al suo fascino. Centoventi anni dopo risulta impossibile venirne a capo, districando le speculazioni degli studiosi dalle ultime volontà dell'autore: pur avendolo letto e profondamente amato quando non avevo ancora l'età, per esempio, io stesso non ricordavo che nel romanzo non venisse mai menzionato Vlad L'Impalatore. Un'intuizione della critica, in cerca dell'identità del Principe delle Tenebre, poi entrata nell'immaginario collettivo grazie all'indimenticabile Francis Ford Coppola: il film, fedelissimo, aveva il nome di Stoker perfino nel titolo, ma si prendeva licenze poetiche nel tentativo di collocare storicamente la figura del conte. Com'è nata? Meraviglia che l'idea di raccontare la genesi dell'opera sia venuta in mente soltanto ora, francamente, leggendo in una qualsiasi nota biografica dettagli piuttosto sospetti.
Vittima di una malattia che da bambino lo condannò a un isolamento a confine con l'agorafobia, Bram guarì miracolosamente dopo un comune salasso e alla sua morte, avvenuta a sessantacinque anni, diede disposizioni affinché la sua salma venisse cremata secondo una pratica all'epoca poco diffusa. Quale enigma doveva ridurre in cenere insieme alle sue ossa? Dacre Stoker, suo discendente, firma in coppia con J.D. Barker un omaggio che a sorpresa si rivela una gemma del gotico. Tutto ha inizio con la lunga notte di un uomo braccato da voci, ombre e ricordi nel torrione di un'abbazia sconsacrata: rose bianche, specchi e crocifissi possono tener fuori l'invasore, non l'inquietudine. Quell'uomo era Bram Stoker, qui personaggio di un incubo letterario degno dei suoi.

La gente crede solo a ciò che può comprendere.

In compagnia della sorella Matilda, da bambino, il protagonista leggeva troppi gialli, si annoiava, ficcava il naso dove non avrebbe dovuto. Dalla sua soffitta affacciata su una Dublino prostrata dalla carestia, animava i suoi pomeriggi grazie alla cronaca nera – cadaveri trafugati per sperimentazioni scientifiche, stragi domestiche mosse dalla disperazione – e ai comportamenti inspiegabili dell'affezionata tata Ellen. Questa Mary Poppins da brivido cambiava ogni giorno il colore degli occhi, imprevedibili al pari delle sue assenze frequenti, e nei ritratti appariva sempre diversa. Ma tutto le veniva perdonato, dal momento che aveva imparato a rendersi indispensabile all'interno di una famiglia popolosissima, e nessuno poteva spingersi nei meandri della sua camera da letto. Legato a lei da un filo ostinato, in un rapporto simbiotico che sfida il tempo, Bram le deve tutto: l'ispirazione e l'eterna dannazione. Al punto da seguirne le tracce, quindici anni dopo, in compagnia dell'anticonformista Matilda e del fratello maggiore, Thornley, preoccupato dall'improvvisa follia della moglie. I bambini cresciuti, come in It, formano un trio affiatato per illuminare l'oscurità di un'infanzia sospesa nel dubbio. Dopo aver reclutato l'ungherese Arminius Vambery, gentiluomo con il pallino dell'occulto che ispirò il personaggio di Van Helsing, gli imprudenti Stoker si accorgeranno di non essere gli unici sulle tracce dell'ex tata. Ma Ellen, struggente personaggio femminile sbucato quasi da una novella di Boccaccio, intanto cosa cerca?

Sta venendo la morte per tutti noi; sarà prodigiosa.

C'erano una volta, tanto tempo fa, una contessa innamorata di un contadino senza arte né parte; un uomo dagli occhi fiammeggianti e con l'accento con l'est, che si vocifera abbia stretto un patto con il Diavolo; le sciagure della famiglia O'Cuiv, decimata sì ma non dall'inedia. Rispolverando il piacere delle fiabe folkloristiche e il gusto per la suggestione dei racconti orali, Dracul è un'avventura che riprende nei minimi particolari l'impalcatura del successo di Stoker e, senza tralasciare nulla del breviario horror – cuori pulsanti nei barattoli di formaldeide, cadaveri in fuga dagli obitori, insetti e poteri psichici –, sbarca infine in un villaggio fantasma in Baviera. Se i pericoli non sono soltanto soprannaturali, meglio temere il calare delle tenebre o al contrario aspettarlo? 
Elegante e rigorosissimo, il romanzo prequel segue passo passo le regole del Dracula originale. Ne viene fuori una lettura bellissima, che abbraccia una narrazione ad ampio respiro e una struttura familiare, fatta com'è di fitti carteggi, note dattiloscritte e pagine di diario. Dietro la notte cupa e tempestosa dei proverbi si nasconde un lavoro filologico credibilissimo, che ha davvero del magico. Quando la curiosità è un prurito inestinguibile, proteggiti il collo dal bacio dei morsi; mettiti al riparo. La popolano un conte diverso da quello che pensavi di conoscere e una storia, in perfetto equilibrio fra biografia e finzione, che invece non conosci ancora. A casa dovresti essere al sicuro. Questo brivido vecchio stile picchietta alla finestra con discrezione, desidera un invito formale per morderti. Ci sono cresciuto, e ne avevo nostalgia. Io, come il giovane Bram, l'ho lasciato entrare.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Annie Lennox - Love Song for a Vampire

lunedì 1 luglio 2019

Recensione: La misura imperfetta del tempo, di Monica Coppola

| La misura imperfetta del tempo, di Monica Coppola. Las Vegas, € 14, pp. 221 |

Cosa abbiamo in comune con i nostri parenti, sangue a parte? Ce lo domandiamo tutti, nei giorni storti, ma la giovane Mia deve farlo ancora più di altri. Ventidue anni, la testa un groviglio inestricabile di dreads, sta sperperando il suo potenziale mettendo in ordine gli scaffali di un ipermercato di periferia. Nata vecchia, proprio come il sottoscritto, è di quelle ragazze dall'Amuchina gel sempre a portata di mano con il pallino rompipalle dell'ecologismo. Quando arriva l'ora di rincasare, si rifugia a guardare Netflix dietro la sua porta blindata: nel ricordo felice dell'infanzia, lontana dagli hobby dell'amico festaiolo Andrea. Se già i piatti di plastica sono il male nel mondo, su quale livello di sciagura collocare invece la famiglia? Mentre la figlia è la protagonista di un romanzo di formazione squattrinato in una Torino ai margini piena di parolacce e graffiti, la madre vive nella cosiddetta Milano da bere e in uno chick-lit per signore di mezza età: tanto stacanovista sul posto di lavoro quanto irresponsabile come genitrice, d'un tratto Lara si accorge che il sesso occasionale e i siti d'incontri non danno più soddisfazioni. Benché abile nel dissimulare, non potrà dare troppo a lungo la colpa degli sbalzi d'umore alla sindrome premestruale: la sbugiarda infatti una fame nervosa, a confine con la bulimia, che rivela a sorpresa le sue fragilità e il terrore di invecchiare senza affetti.

Lo sporco c'era, invisibile ma c'era. Come i cicles appiccicati sotto il banco, come i baci a cui seguivano promesse che duravano quando il gusto di quelle gomme, fragola, banana, coca cola. Promesse che quando non sapevano più di niente sputavi via. Anche lei a quei tempi era una delle tante che masticava desideri e li scoppiava quando il sapore non le piaceva più. Aveva sempre funzionato fino a quando un desiderio ancora intatto, il sapore ancora buono, le era scoppiato in faccia.

Su di loro, però, veglia l'irresistibile Zita: aspra e impaziente per natura, di origini meridionali, è la nonna della prima e la mamma della seconda. Una matriarca rimasta vedova da poco, con un modo tutto suo di rivolgersi all'Altissimo e un immancabile mazzolino di fiori freschi da depositare sulla tomba del povero Tore. Per lei, in agguato, c'è una seconda primavera; un nuovo amore che a giusta ragione ha paura di presentare alle altre. Perché alcune donne, alcuni mesi, sono altamente imprevedibili.
La misura imperfetta del tempo ha inizio durante un marzo pazzerello all'ombra della Mole e finisce in un Natale di città agghindate a festa e rivelazioni spiazzanti. Brillante commedia generazionale di vecchiaie precoci e giovinezze tardive, racconta con sensibilità la difficoltà di essere madri e figlie; di fingersi donne al passo. A dare valore aggiunto ci sono uno stile maturo e un cast di protagoniste femminili d'eccezione, che a fino a quel momento hanno vissuto di convenevoli e apparenze. E, senza farne misteri, ci sono state un gran bene. Sovrascrivere il passato con le novità, le stesse che prendono in contropiede, significa forse tradire la memoria di chi non c'è più? È difficile abituarsi alle cose che sfuggono di mano. Soprattutto se riguardano tradizioni e persone che giudicavamo immutabili. Soprattutto se riguardano da vicino casa nostra. All'improvviso, infatti, non ci si sente più i benvenuti.

Ognuno affronta il dolore a suo modo. Tua madre con il lavoro. Tua nonna con l'amore. Ci provano. E forse anche loro fanno i conti con l'esplosione di schegge che hanno dentro, solo che tu non lo sai. La vita continua, Mia. Anche quando non ne hai voglia.

Le luminarie di dicembre, per fortuna, ispirano i regali e le rimpatriate, all'insegna di una dolcezza che lascia un sorriso sulle labbra e il ricordo di figure che desidereresti avere come commensali al cenone. Non c'è che dire: alcuni personaggi vivono di vita propria. Hanno un aspetto ben definito, un carattere forte, una voce tridimensionale che schizza fuori dalle pagine e ha il suono, quasi, di quella delle persone che ti vogliono bene. Sono loro a condurre il gioco, e a guidare le storie. Al suo secondo romanzo, Monica Coppola ne ha tre potenzialmente memorabili: ben più di una storia di matrimoni e funerali che, nella seconda metà, convince meno alle prese con gli equivoci e i temi della Puglia di Luca Bianchini. 
Mia, il personaggio più vicino a me per ragioni anagrafiche, si dice allergica al rosa e ha l'abitudine di comprare cornici in un negozietto di antiquariato a un passo dal fallimento. Non le usa per esporci foto sue. Le conserva così come le acquista, incellofanate, lasciando in vista quegli scatti che ritraggono famiglie di modelli che imitano la normalità su un set fotografico. Perché custodire fotografie di chi non conosciamo? A fine lettura, saremmo disposti a farlo anche noi con Mia, Lara e Zita: tre sconosciute da incorniciare, nonostante le leggere sfumature di rosa.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Erica Mou – Nella vasca da bagno del tempo

venerdì 28 giugno 2019

Mr. Ciak: La mia vita con John F. Donovan | Beautiful Boy | Serenity

Il cinema, la sessualità, le mamme. Alla luce del mio recente recupero, impossibile non pensare alla poetica di Pedro Almodòvar: uno dei pochi registi stranieri a non avere mai ceduto alle sirene delle major. Nell'errore, al contrario, è incappato l'adoratissimo Xavier Dolan: il ragazzo prodigio, ormai cresciuto, sognava Hollywood sin dall'infanzia. Il suo sogno americano, non a caso, contiene tracce innumerevoli di lui. Attore bambino con la cameretta tappezzata di poster, tormentato a scuola al suon di insulti omofobici, fa dell'ambizioso Jacob Tremblay il suo alter-ego; trova rifugio, per fortuna, nell'intrattenimento – vengono citati Jumanji, Il giardino segreto, la saga di Harry Potter – e nella venerazione di un teen idol sulla cresta dell'onda. Come starà vivendo il suo mito i giorni di gloria? Partito per l'estero ma sempre nella sua comfort zone, Dolan cerca compromessi che non lo accontentano fino in fondo. Ma la stessa frustrazione, diciamolo subito, non è vissuta anche dagli spettatori. Lontano dal disastro descritto dagli statunitensi, La mia vita con John F. Donovan non è forse l'opera della maturità che si domandava a un regista trentenne ma, benché mainstream, mostra un Dolan che non si tradisce. A differenza dei classici tranche de vie della provincia canadese, il suo ultimo film è un triplice melodramma: macchinoso giacché scrittissimo, scricchiola a causa di una scrittura romanzesca che nel bene e nel male limita i colpi di testa dell'autore. Rivestito di tutto punto, il regista in trasferta porta con sé la coperta di Linus dei temi cari pur rivestendoli con la patina attraente del cinema a stelle e strisce. Mentre la giornalista Thandie Newton prende appunti, assistiamo alla biografia fittizia di una stella emergente che vendette l'anima al successo. Particolarmente coraggiosa, allora, appare la scelta di un Kit Harington a un passo dall'implodere: la star della HBO polemizza con il suo ruolo di mentore del piccolo schermo e, con amara ironia, anticipa le dipendenze che di recente lo hanno condotto in rehab fra un pettegolezzo all'altro. Omosessuale represso, si ritrova nelle canzoni a squarciagola alla radio o nella vasca di mamma: una Saradon invadente quanto la miglior Dorval, a cui si contrappone dall'altra parte una Portman fredda e disattenta. La sceneggiatura è un taglia e cuci a cui neanche il montaggio funambolico riesce a star dietro. Per questioni di minutaggio sono stati tagliati personaggi e passaggi: su tutti, imperdonabile, quello a proposito della nascita di una scandalosa amicizia epistolare che nei fatti non c'è, quando dovrebbe essere invece il cuore della storia. Ma restano quel paio di scene madri da pelle d'oca; una colonna sonora che spazia da Florence ad Adele, dai Verve ai Green Day; un cast esageratamente assortito, con piani narrativi che combaciano purtroppo a fatica con il resto. Il regista canadese fa i conti con le aspettative altrui, la fama precoce e il bullismo subito, in un'altra questione privata che somiglia tanto a una seduta psicoanalitica. In poltrona, emozionati, vogliamo bene alla perseveranza e alla schiettezza mostrate. Peccato che a rendergliene merito, al cinema, fossimo appena in tre. Somigliassero tutti a questo Dolan fuori fuoco, i flop annunciati. (7)

Cosa significa essere il genitore di un tossicodipendente che non vuole lasciarsi salvare? Ispirato alle memorie del giornalista David Sheff, Beautiful Boy racconta la sua coraggiosa odissea accanto al figlio Nic: accettato da sei college alla fine del liceo, in cerca dello svago meritato, il diciassettenne ricade nel tunnel delle dipendenze. Se un dolcissimo Carrell regala ormai più soddisfazioni come attore serio che nei passati ruoli comici, il coprotagonista Chalamet sfoggia lacrime di coccodrillo che vengono presto a noia. Gli ambienti luminosi e confortevoli delle ville alto-borghesi, distanti dai ghetti malfamati dell'immaginario collettivo, incorniciano le levatacce del primo e le notti in bianco del secondo; le ansie, i sospetti innumerevoli e le bugie impenitenti di un adolescente carismatico ma difficile da amare. L'amore di un padre, così, ispira una ricerca sul campo in una tragedia comune a tante, troppe famiglie, con un epilogo per una volta eccezionalmente fortunato. Ma la guarigione, scontata e didascalica, passa attraverso lunghi abbracci, discorsi motivazionali e ricadute snervanti in quanto continue. Depotenziando un dramma familiare già compassato, nonostante i duetti da Actor's Studio, la cui maggiore delusione è attribuibile al lavoro del regista. Dopo il meraviglioso Alabama Monroe, Felix Van Groening usa il marchio di fabbrica di un montaggio frammentario – nel film precedente una poesia contemporanea, qui fonte perenne di sconcentrazione – per girare senza un piano costruttore, al suon dell'invadente colonna sonora indie, un brutto episodio di This is us. In quale vicolo sudicio ripescare Nic; in quale clinica ricoverarlo? Molto meno affannosa, al contrario, la domanda che ci ponevamo all'inizio, sapendo Beautiful Boy tagliato fuori dalla stagione dei premi: perché il cuore freddo di critici e giurati, davanti a un caso di coscienza che – a torto, su carta – ci sembrava struggente? (5,5)

Lui è un lupo di mare con un'amante focosa in ogni porto. Lei, femme fatale poco convincente sin dalla tinta bionda, è una ex in cerca di aiuto contro il marito manesco. Potrebbe sembrare un giallo hitchcockiano, se non fosse per la presenza di un personaggio secondario che proprio non ci si spiega: un omino occhialuto e bizzarro, così fuori posto e dal ruolo così imprevedibile. Su una bellissima isola che non c'è, dove tutti sanno tutto di tutti, si muovono con il pilota automatico personaggi in crisi: irrisolti, incompresi, si consolano ora con il rum a fiumi, ora con i tuffi spericolati dalle scogliere a picco. Nel mentre, pianificano il delitto perfetto o aspettano l'arrivo delle mareggiate. Se la collega Anne Hathaway, qui al suo peggio, è un pesce fuor d'acqua, Matthew McConaughey ha sprezzo dei suoi cinquant'anni portati alla grande: fuma e trinca, praticando l'amore libero, e concede più del solito a favor di telecamera un lato B estraneo alla forza di gravità. La fotografia assolata e il sex appeal dei protagonisti, comunque, non distraggono: il bastonatissimo Serenity, altro film sabotato dalla critica, a volte incappa in scivoloni grossolani o buchi di sceneggiatura grandi quanto voragini; altre nella stranezza di colpi di scena talmente campati in aria da risultare quasi degni di stupore. Alla deriva, senza una meta condivisibile, Steve Knight – altro che ha perso la bussola, dopo il successo di Locke – si dà a una risoluzione tanto inattesa quanto surreale, incoerente con il resto ma toccante a modo suo, in cui il McConaughey nudista sembra tornare a indossare la tuta spaziale del padre di Intestellar. Un po' thriller erotico anni Ottanta, un po' videogioco avventuroso, Serenity finisce per essere un divertente nulla di fatto. Un incrocio bizzarro, difficile da incasellare nel cinema dello sceneggiatore americano e, soprattutto, nella carriera di due premi Oscar. Come hanno potuto abboccare? (5)

mercoledì 26 giugno 2019

Recensione: Pelle di foca, di Su Bristow

| Pelle di foca, di Su Bristow. E/O, € 17, pp. 272 |

Le chiamano selkie. Metà donne e metà foche, queste splendide figure dalla doppia natura popolano le acque e le leggende nordiche. Qualche volta, come in Ondine o La canzone del mare, hanno ispirato anche la settima arte. Il fascino imperituro del folklore è arrivato infine anche in libreria, insieme alle onde del primo mese di mare. Quella che potrebbe sembrare alla lontana un aggiornamento della storia della Sirenetta, combattuta com'era fra i fondali e la terraferma per amore di un principe, in realtà trae spunto da una leggenda scozzese. Un pescatore, invaghitosi di una misteriosa creatura in mutazione, le sottrae la pelle originaria e la costringe ad adattarsi agli usi e i costumi degli uomini. Il romanzo d'esordio di Su Bristow parte da qui, e l'indispensabile succede proprio nelle dieci pagine introduttive: lei si trasforma e lui, accecato dalla lussuria, la stupra sul bagnasciuga. La giovane, già incinta, non può raggiungere le altre foche oltre gli scogli; il pescatore, pentito per la brutalità del gesto, promette di sposarla. Ma il paese, sul chi va là, intanto parla e sparla, scomodando la magia nera davanti all'ennesimo fondato sospetto.

Credi di essere l'unico pescatore che esce in una notte di luna piena e prende più di quello che si aspettava?

L'autore approfondisce i personaggi del racconto orale, dando loro una personalità sfaccettata e il nome di battesimo. Il timido Donald, oggetto di scherno a causa della salute cagionevole e della pelle delicata, regge poco gli spintoni dei bulli e ancora meno l'alcol. Attaccato alle gonne della madre Bridie, l'orgogliosa levatrice del paese, tituba all'idea di mettersi a capo della ciurma dello zio Hugh: non brilla infatti per spirito d'iniziativa e, da quando il padre è scomparso in un nubifragio, diffida dall'acqua alta. Con una moglie accanto, tuttavia, diventa un uomo nuovo. A dargli lezioni d'umanità, letteralmente e metaforicamente, interviene la dolce Mairhi: la selkie incinta si strugge alla vista del mare, vorrebbe ma non può nuotare. Muta come un pesce e dai modi tipicamente infantili, imita i versi delle bestie, piace ai bambini del posto e, messa alle strette, può trasformarsi perfino in una minaccia contro i violenti. Nonostante le tragiche premesse iniziali, in poco tempo diventa la protagonista di una tranquilla routine coniugale. Ma l'incanto può forse durare per sempre? A ben vedere, infatti, non ha mai avuto facoltà di scelta.

Era strano stare con lei. Gli altri gli davano addosso in continuazione, con le parole, gli sguardi, i giudizi. Donald passava la vita a difendersi, in attesa della tempesta successiva, senza mai capire davvero cosa stesse succedendo. Non capiva neanche cosa pensasse lei, ma Mairhi non gli chiedeva nulla. Eppure aveva bisogno di lui per dare un senso a ciò che aveva intorno. Per la prima volta da quando Donald aveva memoria, c'era qualcuno più sperduto di lui.

Sullo sfondo di una realtà portuale in cui tutti sono imparentati con tutti, in un villaggio che brilla per il suo straordinario senso comunitario ma è minacciato altresì dalla crescente xenofobia, va in scena un caso di coscienza molto vicino a quello descritto nella Luce sugli oceani. Fatto di grandi atmosfere e piccoli personaggi, Pelle di foca si concentra sul realismo di una convivenza – tralasciando i risvolti degli ultimi capitoli – assai meno magica del previsto. Per Donald e Mairhi la quiete prima della tempesta dura un po' troppo. Quanto sono moderni quei dialoghi, a proposito di casi di violenza domestica e gravidanze a rischio? Quanto appaiono all'avanguardia le protagoniste femminili, soprattutto all'ombra della provincia più bigotta? Una storia che prometteva di portarmi lontano, a malincuore, non salpa mai. Colpa della bonaccia di una scrittura standard, che punta tutto sulle interazioni verbali e poco sulle descrizioni dettagliate di paesaggi o attanti. Colpa, ancora, di un coro di compaesani pronti a redimersi come nella tradizione dei migliori apologhi: tanto accomodanti da invogliarti a restare sulla terraferma. Si incappa, così facendo, in una limpida storia d'affetti e scelte che non avrebbe avuto bisogno di parole superflue. Ma si perde, purtroppo, qualsiasi promessa d'avventura. C'è sempre una certa nostalgia quando si alza la marea. C'è una nostalgia profonda anche qui: la rilettura di una leggenda indimenticabile che intrattiene anche nel formato del romanzo, nonostante la appesantiscano le ancore delle lungaggini superflue; quello che la narrativa a volte dona, altre sottrae, tanto quanto la marea.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Max Gazzé – La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

lunedì 24 giugno 2019

Recensione: Il nostro giorno, di David Levithan

| Il nostro giorno, di David Levithan. Rizzoli, € 18, pp. 464 |

Ci sono ritorni che aspettavi senza saperlo. È successo con Il nostro giorno: all'apparenza seguito fuori tempo massimo del romanzo di David Levithan, letto e adorato negli anni del liceo, ha temporeggiato sei anni prima di riprendere le redini del capitolo precedente – nel mentre ci sono stati un capitolo intermedio raccontato dal punto di vista della coprotagonista, purtroppo mai letto, e l'omonimo film di Michael Sucsy, sottovalutato dagli spettatori ma comunque ottimo per rinfrescarsi la memoria. Ho salutato i protagonisti a diciannove anni, così, ma allo stesso tempo, al cinema, l'ho fatto giusto la scorsa estate. Ora come allora quel finale dolce-amaro, sospeso nei forse, mi era sembrato perfetto: non sono per le precisazioni a ogni costo – mi piace il mistero dell'inspiegato –, né per il lieto fine delle fiabe. L'idea di saperne di più, onestamente, attraeva e spaventava. E se, giovanissimo ai tempi, mi fossi lasciato andare a un entusiasmo ingiustificato con la lettura di Ogni giorno? E se l'autore avesse rovinato tutto, rivangando la storia d'amore fra A e Rhiannon per un pubblico ormai fuori target? Il sospetto mi ha fatto compagnia, e mi ha fatto preoccupare, per le prime pagine. Seguito diretto del predecessore, Il nostro giorno è infatti ambientato a poche settimane di distanza dagli avvenimenti del capitolo introduttivo. Ricordiamo a grandi linee la peculiarità della trama: nel momento del risveglio l'anima di A viaggia da un corpo all'altro. A volte maschio, a volte femmina, vive la maledizione di cambiare ogni giorno pelle ma il privilegio, d'altro canto, di vestire i panni di qualcun altro. Straordinario portavoce di empatia e tolleranza, finiva per violare le regole innamorandosi di Rhiannon: sedicenne di aperte vedute che ogni giorno, qualsiasi fosse il suo aspetto, ne ricambiava i sentimenti.

Ci viene detto che le parole più potenti del mondo sono “ti amo”. E anche se penso che siano potenti, penso che questa frase lo sia altrettanto: “Ho iniziato a conoscerti, e voglio conoscerti di più”.

Per il bene di entrambi, non poteva durare. Ma, come leggiamo, si sono accorti presto di non saper fare a meno l'uno dell'altra. Anche se nel frattempo lei si è fidanzata con Alexander, il ragazzo perfetto, e ha un piede in due scarpe. Anche se lui, fedelissimo, è vittima di una violenta crisi di identità. Non ci vorrà molto per scambiarsi messaggi e canzoni in chat. Per ricascarci, lasciandosi dietro tracce inequivocabili per il piacere perverso di X: alter-ego del protagonista, è un villain in piena regola – infesta i corpi degli ospiti come farebbe una presenza demoniaca, uccide, minaccia – ma, a differenza dei cattivi da fumetto, a muoverlo sono più i dolori di un'esistenza in solitaria che i piani criminali. Ai lati opposti di una simile barricata, A e la sua metà oscura devono decidere da che parte stare; accanto a chi svegliarsi. Deve essere per forza un viaggio solitario, il loro? Cos'è giusto per i corpi invasi, e cosa per quelle anime erranti? Il nostro giorno è un romanzo maturo. Da un lato, il faccia a faccia fra i Viaggiatori porta alla luce questioni etiche e dilemmi morali, con congetture che oscillano fra filosofia, scienza e fede; dall'altro, invece, la strana relazione a distanza con Rhiannon, a ben vedere, non è tutta rose e fiori. L'adolescente è chiamata ancora una volta a giostrarsi fra amicizie e futuro, macinare chilometri in macchina, mentire. Provata dagli abbandoni e dagli andirivieni, appare più disincantata, rischiando di arrivare già stanca a incontri goduti quindi a metà. Mancarsi, però, è meglio che deludersi?

Ciò che c'è tra noi, be', di sicuro non è una cosa normale. Ma il punto, quando si ama qualcuno, è che sei tu a scrivere la tua versione della normalità. Ed è esattamente questo che faremo. […] Noi saremo onesti e condivideremo le nostre vite. Faremo dei casini e ci daremo una mano a vicenda per risolverli. Faremo degli errori, soprattutto a proposito dei nostri sentimenti. Però ci saremo, nei giorni belli e in quelli brutti. Perché io non voglio che tu sia qualcuno con cui esco, A, o che tu faccia dentro e fuori dalla mia vita: voglio che tu sia la mia costante.

Compendio d'azione e introspezione, con l'aggiunta vincente di piccoli inserti thriller, il ritorno in libreria di David Levithan conferma la sua bravura al di sopra della media in materia di Young Adult. Questa volta ha scelto una struttura polifonica di punti di vista speculari, regalandoci passaggi che appaiono veri gioielli di scrittura creativa – il soggiorno di A nel corpo di un ragazzo iperattivo, scosso da un terremoto di input chimici, o la storia parallela di due adolescenti dai sentimenti incerti a un convegno di letteratura queer –, dolcissimi appuntamenti galanti – su una panchina innevata a Central Park dove sarebbe bello invecchiare insieme, davanti ai capolavori impressionisti al Met, durante una marcia per l'uguaglianza a Washington DC –, spiragli di un mondo ben più popoloso del previsto – a sorpresa scopriamo che ci sono altri nella condizione di A, e si confessano nei forum anonimi, e lanciano preoccupanti segnali d'aiuto.

Mi sono tenuta stretta le mie storie capendo che ciascuno di noi ne contiene una moltitudine e che nessuna racconta esattamente la stessa cosa. Ciascuno di noi ha dentro di sé almeno una storia che a raccontarla ci spezza il cuore. Ciascuno ha almeno una storia in cui siamo sorpresi della nostra stessa forza d'animo e una storia che non si è mai avverata e che più di tutte avremmo voluto poter raccontare. Spesso non è colpa nostra se questa storia non è mai diventata vera; spesso siamo rimasti bloccati nell'attesa che le storie di altri combaciassero con le nostre.

Delicato e moderno, educativo senza mai salire in cattedra con inutili pretese di verità, Il nostro giorno per fortuna non dice troppo né si snatura. Diverso ma uguale, attento alle questioni di genere con l'intelligenza di sempre, nell'era della presidenza Trump torna a riflettere su sesso e identità, armonia e compartecipazione, attraverso un'ordinaria relazione fra ragazzi straordinari. A e Rhiannon hanno una nuova lezione da imparare, nuove parole per definire un sentimento che travalica i confini di amore e amicizia. Il cuore, infatti, è un organo capiente. Possiamo amare a lungo e di più, senza vincoli, a patto di non sacrificare noi stessi: non siamo fatti in fondo per consacrare la nostra vita a una sola persona, a una sola battaglia. Il sopraggiungere della mezzanotte vanificherà tutti gli sforzi? Il carpe diem secondo David Levithan passa allora da qui: un romanzo puntuale nel suo essere in ritardo, che a colpi d'arte risarcisce gli orfani inconsolabili di Sense8 – siamo tele astratte di Rothko, non forme predefinite – e, nel mese del pride, a testa alta, marcia con l'arcobaleno di tutti i suoi colori.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: P!nk – What About Us

venerdì 21 giugno 2019

Mr. Ciak: Noi, We Have Always Lived in the Castle, Ted Bundy e altri psycho-thriller

Sono una famiglia afroamericana di quelle fortunate. Abbastanza in alto per permettersi una vacanza sull'oceano o tollerare con leggerezza le battute sarcastiche di una coppia di amici bianchi, una sera ricevono una visita: la loro casa viene presa d'assalto da misteriosi invasori. Sono quattro, come loro. E hanno le loro identiche facce. Dopo il successo di Get Out, Jordan Peele ritorna al cinema horror e a sembrarmi tremendamente sopravvalutato. Dotato di uno spunto brillante ma di uno svolgimento tutt'altro che originale, Noi ha un impatto minore del film precedente: l'assunto di base, infatti, viene sperperato in due lunghe ore e nella confusione di risvolti mai spiegati. I doppi dei protagonisti sono le loro ombre infernali, o le loro controparti sfortunate? Siamo americani, dicono. Vogliono gli stessi diritti e gli stessi doveri. Reclamano sogni, pretese e ore d'aria. In questa Invasione degli Ultracorpi al tempo di Trump, sfugge il punto della situazione. Bastian contrario benché appartenga alla schiera dei privilegiati, Peele fa antipatia: arraffone e ammiccante, attacca i soliti conservatori con una verve che, al secondo giro, rischia di annoiare. Per fortuna c'è un epilogo meno didascalico, in cui si confondono vittime e carnefici. Per fortuna c'è Lupita Nyong'o, scream queen che piacerà anche all'Academy. Ma, per godersi meglio l'alta tensione, consigliabile abbassare le aspettative. (6)

Anno fortunato per Shirley Jackson. Dopo il successo di The Haunting of Hill House, la maestra spirituale di King è tornata sugli schermi. Anche se ormai non è più tra noi da un po'. Anche se Abbiamo sempre vissuto nel castello, letto lo scorso autunno, va per i sessant'anni. Passato in sordina in patria, accolto tiepidamente dalla critica, il film tratto dal suo romanzo di culto è, a dispetto delle scarse speranze, una trasposizione esemplare dove perfino i difetti vengono dal romanzo. La casa delle orfane Blackwood, interpretate dalle convincenti Taissa Farmiga e Alexandra Daddario, è la copia di quella immaginata: bella e decadente, sembra una novella dimora Addams che non disdegna i colori pastello, la raffinatezza del mobilio, la fantasia della carta da parati. Le sorelle trascorrono lì, in una gabbia dorata, una routine destabilizzante. Isolate dal mondo, fantasticano di trasferirsi sulla luna. Ma la Daddario, tentata dal cugino Stan, minaccia di mandare tutto a rotoli puntando all'Italia. Della Jackson, la trasposizione si tiene stretta i ritmi lenti, le situazione piuttosto trascinate e quel climax finale di grande cattiveria, qui con un tocco di violenza aggiunta. Lo immaginavo a torto televisivo. Inscenato sullo sfondo di una campagna lussureggiante, risulta essere invece una parafrasi fedelissima dalla fotografia cristallina e con un guardaroba che farà l'invidia delle spettatrici. We Have Always Lived in the Castle è una fiaba nera che anche in questa veste funziona a metà, non facendomi cambiare idea su un romanzo sopravvalutato. Ma anche l'occhio vuole la sua parte e qui, fra malie e stranezze, ha il suo bel da vedere. (6,5)

Era un uomo bello e un abile oratore. Era un serial-killer. Ted Bundy, negli anni, Settanta frequentava Giurisprudenza e si difendeva da un'accusa inequivocabile: l'omicidio barbaro di oltre diciotto donne. Le prove erano tutte contro di lui, ma la giustizia americana rende tutto spettacolo. Interpretato da un Efron al di sopra delle aspettative, con la giusta faccia da schiaffi e una parlantina sorprendente, il caso Bundy rivive in un'arringa accurata e un po' televisiva, convincente ma non sempre coinvolgente. Senza mostrare sangue, più attento alla dimensione processuale che al marciume, il documentarista Berlinger scongiura ogni tentazione voyeuristica e mette in scena un gioco retorico per sospettare di tutto e di tutti. Perfino di una verità universalmente accettata: la colpevolezza dell'accusato, messa in dubbio da un carisma di star navigata. La compagna Collins, che all'inizio lo segue come una groupie innamorata, si stanca presto della bugie e di un triangolo amoroso che culmina in una farsesca proposta di matrimonio. Il verdetto? La scelta di preferire gli aspetti pubblici e privati potrebbe far storcere il naso agli amanti dell'horror, ma i protagonisti – a torto giudicati troppo glamour per i ruoli – mettono comunque i brividi nel faccia a faccia finale. La nausea vera, di terrore e ingiustizia, arriva durante i titoli di coda. Con la sfilza delle donne martirizzate. Con la consapevolezza che l'incubo, con tanto di fughe picaresche e schiaffi morali alle forze dell'ordine, sia pura verità. (6,5)

Quali sono i segni particolari di uno psicopatico in erba? Una timidezza a confine con la sociopatia, il pallino per gli animali investiti in strada, una famiglia poco convenzionale. Avevano personalità agli antipodi ma, in quanto a spietatezza, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer rivaleggiavano: quest'ultimo, dagli anni Settanta in poi, terrorizzò in particolare la comunità gay di Milwaukee. Alle origini, però, era soltanto un adolescente in cerca di sé stesso. Si estraniava di frequente ma sapeva dissimulare. Amico di tutti e di nessuno, indossava i panni di buffone del liceo pur di far pace con la propria testa e, soprattutto, con la propria sessualità. Ispirati a una graphic novel, i dolori di un giovane serial-killer sono raccontati anche stavolta con un approccio poco convenzionale. Rinunciando allo splatter, My friend Dahmer sperimenta toni diversi fino a somigliare a un dramma adolescenziale alla Van Sant. Senza sporcarsi, il magnetico Ross Lynch – un caso sia uscito anche lui da Disney Channel? – si trascina torvo e ingobbito in una dissacrante pagina di diario che ricerca con successo i primi passi di un folle che non ha ancora sperimentato il sesso, né fatto i conti con le macchie di una coscienza sporca: la banalità del male. (7)

Ne hanno fatto prima un film per la TV, poi una miniserie in otto puntate. A un appuntamento romantico, Mrs Maisel andava a vedere perfino un musical ispirato alle sue gesta efferate. L'assassina Lizzie Borden, simbolo di un femminismo estremo, non smette di affascinare la settima arte. A nemmeno cinque anni di distanza dal film con Christina Ricci, le vicende della donna – riassumiamola: uccise padre e matrigna a colpi d'ascia, e fu scagionata per assenza di prove – torna a farsi raccontare dal cinema indipendente, attento alle questioni di genere e alla verosimiglianza dei fatti. La Borden di Chloe Sevigny va a teatro da sola, rifiuta il matrimonio, scontenta i genitori con una lingua sferzante e una relazione con Kristen Stewart, domestica sul punto di rottura. Come una trionfale Medea, nuda e insanguinata, la protagonista si aggiunge ai nemici del padre – viscido e temutissimo – e giunge a soluzioni deleterie per liberarsi dell'orribile famiglia. Cupo e lentissimo, Lizzie è una tragedia teatrale di zii usurpatori e passioni clandestine che, classe a parte, poco aggiunge tuttavia a un ritratto di donna già approfondito in precedenza. L'acqua cheta logora i ponti. Ma all'ennesimo rimaneggiamento, centoventi anni dopo il massacro, non fa notizia. (5,5)

La trama è quella di un thriller di Rai Due. Una ragazza di buon cuore restituisce a una vedova la borsetta dimenticata in metropolitana. La prima non ha più una madre, l'altra non ha più una figlia: l'amicizia intergenerazionale, quando si fa ossessione, diventa stalking. Classico, più che vecchio stile, Greta rilegge un canovaccio di sicuro fascino. Non corre mai il rischio di rinnovarlo, eppure sorprende per la freschezza di Neil Jordan: settant'anni e l'ultimo film, Byzantium, risalente a ormai sette anni fa. L'autore conosce bene le regole del gioco, e lo stesso può dirsi del suo cast di attrici bravissime: Chloe Grace Moretz, scream queen per eccellenza delle nuove generazioni, e soprattutto Isabelle Huppert, straniera dal fascino stregonesco. A metà tra Norman Bates e Annie Wilkes, la sua cattiva è un cane rabbioso che non vuole essere abbandonato. Manipolatrice e onnipresente, conosce vini pregiati, suona il pianoforte e si apposta negli angoli. È in ogni squillo, in ogni messaggio, in ogni ombra. A cosa spinge la solitudine? Se tutto va esattamente come dovrebbe, due protagonisti in forma smagliante sanno farsi comunque ricordare grazie a una perfetta alchimia e qualche dettaglio raccapricciante. Greta è in cerca di un'amica, o forse di un'altra vittima? Ha borse identiche a quella perduta. Ha usato già quelle stesse parole, letto da quello stesso copione. Non siamo speciali, no, e lei non si è presa la briga di ordine un inganno su misura. L'esca è la solita, il canovaccio abusato. Ma, intanto, abbocchiamo. (7)

Christopher Abbott, noto tanto la serie Catch 22 quanto per la somiglianza innegabile con il collega Kit Harrington, ha l'aria di un verginello alle prese con l'ansia della prima volta. Guardate quant'è impacciato mentre fa le prove, prende appunti, coreografa nel dettaglio parole e movimenti. Nella sua camera d'albergo aspetta l'arrivo di una prostituta e questa, puntualissima, non si fa attendere: è Mia Wasikowska, irriconoscibile tutta impellicciata e con un caschetto aggressivo. Lui è un sociopatico che vuole darsi all'omicidio, lei una provocante autolesionista. Il piano sfugge di mano. Quella che a una prima occhiata sembrerebbe una coppia di disadattati da commedia indie si pone al centro di un rapporto sfuggente e perverso, che giunge picchi di goduria indicibili quando Nicolas Pesce – giovane regista da tenere d'occhio – inizia a scherzare con lo split screen di Brian De Palma o la colonna sonora di Dario Argento. Guilty pleasure di cinefili e feticisti, Piercing è un gioco delle parti stilizzato e intriso di cose – sangue, umorismo caustico, citazioni alte – che funziona, sì, ma esclusivamente nella dimensione dell'omaggio. Per il resto, è troppo strano e troppo aperto. Ha personaggi troppo esagerati e troppo tagliati con l'accetta. Ipnotizza e diverte, stilosissimo dall'inizio alla fine, ma lascia violenza in quantità, qualche ottima interpretazione, cicatrici semipermanenti e un pugno di mosche. (6)

Quattro ingenui amici in sella a una bici: aspiranti Sherlock Holmes con alle spalle famiglie in crisi, una cotta comune per la bella del quartiere e il coprifuoco fisso. Un vicino di casa poliziotto, insospettabile ma non troppo. Tutto è un gioco. Tutto ha una fine, anche l'estate del cuore. Perché tutti i serial killer, in fondo, sono i dirimpettai di qualcun altro. Partita a nascondino classica e sdoganatissima, Summer of 84 fa leva su quell'effetto nostalgia venuto francamente a noia da un po' e su misteri feroci ma intuibili, che non conoscono nessun colpo di scena ma a sorpresa, nel finale, minacciano di strappare brividi duraturi. Amaro e spietato, sbucato non a caso dal preziosissimo circuito del Sundance, in realtà ha poco a che spartire con il candore pop di Stranger Things. I Perdenti di Stephen King, qui, conoscono la cattiveria: quella umana, quella vera. La loro perdita dell'innocenza appassiona e stordisce più delle rivelazioni mancate, più di un canovaccio che con la scusa dell'omaggio poco s'inventa di sana pianta. E questa estate di metà anni Ottanta, stagione per eccellenza di scottature, ci brucerà per sempre. (7)

mercoledì 19 giugno 2019

Recensione: Doppio vetro, di Halldóra Thoroddsen

|Doppio vetro, di Halldóra Thoroddsen. Iperborea, € 15, pp. 128 |

Osservare la vita in differita per non lasciarsi scalfire. A una certa età, sedersi accanto a una finestra e aspettare. L'inevitabile va accolto sferruzzando, facendo il conto di tutte le volte in cui il telefono squilla per annunciare che un altro amico è passato a miglior vita. Ma qualcosa, qualcuno, a sorpresa ha il potere di risvegliare il desiderio del mondo esterno. Come ignorare la chiamata di una seconda opportunità? La protagonista, sulla soglia degli ottant'anni, lavora a maglia, scribacchia i propri pensieri, scruta: il divario generazionale, la prevedibilità di storie destinate nel bene e nel male a ripetersi, il disinteresse di quei nipoti ormai disaffezionati alle favole della buonanotte. Pur considerandosi un residuo del secolo passato, a modo suo cerca di stare al passo. Nella Parigi degli anni Cinquanta, d'altronde, frequentava gli intellettuali alla moda e studiava matematica per accontentare la famiglia intransigente, filosofia per diletto. 
Il mondo è cambiato in fretta, e i telegiornali le portano notizie dal mondo direttamente in soggiorno. Nei giorni storti, infatti, perfino la caduta del governo o una manifestazione studentesca risultano essere fiammelle sparute contro le giornate buie dell'inverno nordico. Invecchiando, la vedova ha imparato ad apprezzare gli uomini medi, un po' noiosi. Invecchiando, sono cambiate le priorità imminenti: in caso ci si innamori, non si parlerà più di andare in vacanza bensì di case di riposo da mettere al vaglio.

La passione richiede sacrificio. Sempre la stessa storia, eterni sacrifici. Ma la vecchiaia non deve bruciare tra le fiamme, semmai tenere vive le braci. Prendersene cura, badare alla continuità. “I desideri non si avverano in un attimo pavido”, le sussurra una voce dentro di lei. Vuole davvero rallentare la discesa, raffreddare il fuoco per pura e semplice grettezza e starsene a casa con i suoi doni?

Affezionata alla propria autonomia, la protagonista biasimava i coetanei che cercavano un partner a ogni costo. Ma in una caffetteria è saltato fuori Sverrir, arzillo ma non troppo, con un'onorata carriera da chirurgo alle spalle e una famiglia negli Stati Uniti: fra loro mancheranno il fuoco e lo struggimento, ma senza etichette si godono comunque nella buona e nella cattiva sorte una convivenza guardata di cattivo occhio dagli eredi. Che pensano maliziosamente al sesso vissuto a fatica, ai risparmi sperperati e, invano, desidererebbero condurli sulla retta via. Agli occhi degli altri questi innamorati della terza età non sono niente. Possono forse viversela senza promesse solenni, con tanto di ex sospettose fra le scatole? Quale nome si leggerà per primo sui necrologi? 
Il doppio vetro dell'ultimo successo Iperborea ammortizza la pioggia, il sole e il vento. I suoni e i rumori violenti. Le emozioni, mai. Dall'altra parte, tuttavia, qualcosa si perde. Sommesso, essenziale, delicatissimo, il romanzo della Thoroddsen incanta e lascia estranei quanto o più di Le nostre anime di notte: storia d'amore e senilità, interrotta in fase di scrittura dalla scomparsa dell'autore Kent Haruf. Al punto da risultare più vicino al racconto che al romanzo; una vicenda irrisolta. Le padrone di casa restano per tutto il tempo prive del nome di battesimo. Alcuni comprimari entrano ed escono disordinatamente: a volte senza annunciarsi, altre senza congedarsi. La leggerezza impalpabile dello stile, insieme a coloriture politiche poco lampanti agli occhi dei lettori disinformati, piacciono a metà.

È brutto non sentire se si è vivi.

Come superare la paura di morire? Ci si rifugia prima in casa, poi nell'illusione di un amore speciale perché tardivo. Infine, nei vaneggiamenti della fantasia: la testa persa fra le nuvole, come succede al soggetto della meravigliosa copertina illustrata. Romanzo realistico e quotidiano, benché perdutamente proiettato nella dimensione poetica del sogno per contrastare così l'avanzata dell'oblio, Doppio vetro si legge in un pomeriggio dolce-amaro. E lascia di pari passo fascino e confusione, davanti a una sensibilità, a un lirismo, così diverso dai nostri. L'Islanda non è soltanto un punto sulla carta geografica, ma tutto un mondo di nomi impronunciabili, scenari mozzafiato e politici fanfaroni. È un altro mondo, lontano dal mio gusto, di raccontare e raccontarsi. A cuore aperto, a porte chiuse.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni - Domani è un altro giorno