Visualizzazione post con etichetta Leggende popolari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leggende popolari. Mostra tutti i post

mercoledì 26 giugno 2019

Recensione: Pelle di foca, di Su Bristow

| Pelle di foca, di Su Bristow. E/O, € 17, pp. 272 |

Le chiamano selkie. Metà donne e metà foche, queste splendide figure dalla doppia natura popolano le acque e le leggende nordiche. Qualche volta, come in Ondine o La canzone del mare, hanno ispirato anche la settima arte. Il fascino imperituro del folklore è arrivato infine anche in libreria, insieme alle onde del primo mese di mare. Quella che potrebbe sembrare alla lontana un aggiornamento della storia della Sirenetta, combattuta com'era fra i fondali e la terraferma per amore di un principe, in realtà trae spunto da una leggenda scozzese. Un pescatore, invaghitosi di una misteriosa creatura in mutazione, le sottrae la pelle originaria e la costringe ad adattarsi agli usi e i costumi degli uomini. Il romanzo d'esordio di Su Bristow parte da qui, e l'indispensabile succede proprio nelle dieci pagine introduttive: lei si trasforma e lui, accecato dalla lussuria, la stupra sul bagnasciuga. La giovane, già incinta, non può raggiungere le altre foche oltre gli scogli; il pescatore, pentito per la brutalità del gesto, promette di sposarla. Ma il paese, sul chi va là, intanto parla e sparla, scomodando la magia nera davanti all'ennesimo fondato sospetto.

Credi di essere l'unico pescatore che esce in una notte di luna piena e prende più di quello che si aspettava?

L'autore approfondisce i personaggi del racconto orale, dando loro una personalità sfaccettata e il nome di battesimo. Il timido Donald, oggetto di scherno a causa della salute cagionevole e della pelle delicata, regge poco gli spintoni dei bulli e ancora meno l'alcol. Attaccato alle gonne della madre Bridie, l'orgogliosa levatrice del paese, tituba all'idea di mettersi a capo della ciurma dello zio Hugh: non brilla infatti per spirito d'iniziativa e, da quando il padre è scomparso in un nubifragio, diffida dall'acqua alta. Con una moglie accanto, tuttavia, diventa un uomo nuovo. A dargli lezioni d'umanità, letteralmente e metaforicamente, interviene la dolce Mairhi: la selkie incinta si strugge alla vista del mare, vorrebbe ma non può nuotare. Muta come un pesce e dai modi tipicamente infantili, imita i versi delle bestie, piace ai bambini del posto e, messa alle strette, può trasformarsi perfino in una minaccia contro i violenti. Nonostante le tragiche premesse iniziali, in poco tempo diventa la protagonista di una tranquilla routine coniugale. Ma l'incanto può forse durare per sempre? A ben vedere, infatti, non ha mai avuto facoltà di scelta.

Era strano stare con lei. Gli altri gli davano addosso in continuazione, con le parole, gli sguardi, i giudizi. Donald passava la vita a difendersi, in attesa della tempesta successiva, senza mai capire davvero cosa stesse succedendo. Non capiva neanche cosa pensasse lei, ma Mairhi non gli chiedeva nulla. Eppure aveva bisogno di lui per dare un senso a ciò che aveva intorno. Per la prima volta da quando Donald aveva memoria, c'era qualcuno più sperduto di lui.

Sullo sfondo di una realtà portuale in cui tutti sono imparentati con tutti, in un villaggio che brilla per il suo straordinario senso comunitario ma è minacciato altresì dalla crescente xenofobia, va in scena un caso di coscienza molto vicino a quello descritto nella Luce sugli oceani. Fatto di grandi atmosfere e piccoli personaggi, Pelle di foca si concentra sul realismo di una convivenza – tralasciando i risvolti degli ultimi capitoli – assai meno magica del previsto. Per Donald e Mairhi la quiete prima della tempesta dura un po' troppo. Quanto sono moderni quei dialoghi, a proposito di casi di violenza domestica e gravidanze a rischio? Quanto appaiono all'avanguardia le protagoniste femminili, soprattutto all'ombra della provincia più bigotta? Una storia che prometteva di portarmi lontano, a malincuore, non salpa mai. Colpa della bonaccia di una scrittura standard, che punta tutto sulle interazioni verbali e poco sulle descrizioni dettagliate di paesaggi o attanti. Colpa, ancora, di un coro di compaesani pronti a redimersi come nella tradizione dei migliori apologhi: tanto accomodanti da invogliarti a restare sulla terraferma. Si incappa, così facendo, in una limpida storia d'affetti e scelte che non avrebbe avuto bisogno di parole superflue. Ma si perde, purtroppo, qualsiasi promessa d'avventura. C'è sempre una certa nostalgia quando si alza la marea. C'è una nostalgia profonda anche qui: la rilettura di una leggenda indimenticabile che intrattiene anche nel formato del romanzo, nonostante la appesantiscano le ancore delle lungaggini superflue; quello che la narrativa a volte dona, altre sottrae, tanto quanto la marea.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Max Gazzé – La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

lunedì 18 marzo 2019

Recensione: Le janare, di Gaetano Lamberti

| Le janare, di Gaetano Lamberti. Il Seme Bianco, € 14,90, pp. 147 |

Dai nonni non ci voglio andare. Quante volte, durante l'adolescenza, lo abbiamo affermato mio fratello e io, scoraggiati all'idea di affrontare due ore di macchina, le bizze del wi-fi e le domande inquisitorie – a chi appartieni, di chi sei figlio – di un paese nell'entroterra casertano dove, nonostante le visite di cortesia appena una volta al mese, cominciavamo a sentirci a disagio. I genitori di mia madre hanno una casa a piani ai piedi di una salita un po' angusta, l'accento strettissimo e una sola camera da letto per gli ospiti: nel letto matrimoniale, finché è durata, ci siamo stretti assieme a mio padre, mentre mamma dormiva nella cameretta di quand'era ragazza. Da bambini, eppure, ci passavamo intere estati. Giocavamo a nascondino lungo i vicoli, non pativamo ancora la schiavitù dei cellulari che non prendono bene, leggevamo all'aperto: aprendo Google Maps, l'altro giorno, ho saputo indicare precisamente i gradini su cui avevo divorato Harry Potter e il calice di fuoco, incurante di che ora si fosse fatta, dei vecchi a passeggio che mi interrompevano ogni tre per due. Ma leggi sempre, non lo sai che non è normale? Sei il nipote di Vincenzo e Luisa, e quello biondo laggiù è il tuo fratellino? Come stanno i vostri genitori? I compaesani ficcavano il naso, spettegolavano, puntavano il dito: contro i miei occhiali spessi e le gambe troppo pesanti, i tratti normanni di Diego, due genitori che in realtà si sarebbero separati soltanto vent'anni dopo. Nonna, burbera, si sollevava a fatica alla finestra e li scacciava tutti: salite sopra, ordinava, perché non le piaceva che chi aveva un'opinione per tutto sparasse sentenze pure verso quei nipoti forestieri – vivevamo ancora in Sicilia –, intaccandone la serenità. In quella casa senza ventilatori né possibilità di refrigerio, le pettegole si tramutavano in mostri: brutte dentro e brutte fuori, specificava nonna, erano janare malfidate.

Ma sei cretino? Chi è che non ha mai sentito raccontare almeno una volta dalle proprie nonne storie terrificanti sulle janare? Le fattucchiere, le figlie del diavolo. Sono vecchie donne, cattive e solitarie. Escono al calar del sole, nude, e si intrufolano nelle case per far del male. Per non farle entrare bisogna mettere, davanti alle porte, una scopa o un sacco pieno di sale. Le janare per entrare devono contare i fili della scopa o i granelli di sale. Se perdono il conto devono ricominciare da capo. Al sorgere del sole sono costrette a fuggire. La luce gli è mortale nemica.

Partivano così racconti fra rotocalco e mito, nei quali la sgarbatezza e il pregiudizio si incarnavano nella figura diabolica di queste streghe partenopee: nude come vermi, i capelli grigi lunghi fino al sedere, facevano dispetti e gettavano fatture sui malcapitati. La notte si intrufolavano dentro per toglierti il respiro: accovacciate sul petto, con i seni penzoloni e le peggiori intenzioni. Il romanzo d'esordio del giovane Gaetano Lamberti – amico di Instagram dei cui gusti ci si fidava a prescindere – è stato un viaggio a senso unico a quelle estati, a quell'età in cui ogni cosa era possibile. Castel di Sopra, borgo fittizio in provincia di Salerno, somiglia moltissimo al paese dei miei nonni (che si chiama, guarda caso, Castel Campagnano): abitanti sparuti, sistemazioni scomode e passeggere, saluti di buona creanza a perfetti sconosciuti, pensionate che sbucciano fave e piselli sedute davanti al tabacchi. Per rispetto, ci si rivolge agli adulti con il voi. E i panni sporchi si lavano rigorosamente in famiglia.

La nonna mi prese il mento e mi alzò la testa, costringendomi a guardarla senza potermi distrarre.
«E tu aprila Martino. Apri la porta alla felicità.»
«Certo che la aprirò, perché non dovrei?».
«Perché è la più difficile da aprire?».

Cosa succede quando tutti sembrano conoscere a menadito le tue sfortune e, per di più, compiacersene? Le tendine si scostano per spiare gesti grandi e piccoli, le corna e gli scongiuri abbondano, in un attimo si è bollati al pari di lebbrosi. Fa più danni la magia nera, infatti, o il bigottismo? A raccontarci dei drammi della sua stirpe è il timido Martino: cresciuto all'oscuro, insieme alla sfacciata sorella Marisa, dei difetti nocivi della superstizione, all'improvviso fa i conti con una casa a soqquadro. Su loro gravano gli effetti del malocchio. Per questo la nonna ha l'affanno, papà è sempre assente, l'irascibile zia Vincenza starnazza al complotto, Vilma è affetta da una deformità non troppo congenita? Si rinvengono cavalli stremati fino alla morte in cortile, la criniera intrecciata da mani di strega. Si portano prosciutti e un caprone al guinzaglio per farsi leggere il futuro da chi di dovere. Sull'uscio, ecco piazzate strategicamente le scope di saggina: un divieto a prova d'invasore. In attesa di avere denaro a sufficienza per avere una casa tutta loro e di fuggire via da lì, dove si dorme accatastati tutti in una stanza, le liti sono insopportabili e, ultima ma non ultima, si è aggiunta infine anche la malasorte, i genitori Sandro e Lulù tentano invano di proteggere l'innocenza del protagonista.

«Non agitarti, resta fermo e se puoi trattieni il respiro».
Strinsi più forte il suo maglione, per fargli capire che stavo ascoltando e recependo tutto.
«Manca poco alle tre».

Non bastano i sacchetti di sale o le spille da balia. Non basta una mano di vernice sulle scritte infamanti. L'alta tensione entra in punta di piedi anche con le scope alle porte, e tira fuori il peggio: gli odi sopiti, i segreti insospettabili, gli amori mai risanati. A metà fra il realismo magico e il giallo, con una struttura teatrale alla Eduardo De Filippo e le inquietudini del Pupi Avati horror, Le Janare si è rivelata una lettura perfino al di sopra delle aspettative. Una faida senza esclusioni di colpi di scena – sul desiderio, sui desideri –, con un finale amarissimo e uno stile senza né guizzi né sbavature, che fa da perfetta cassa di risonanza ai risvolti feroci e ai passaggi più provanti. Gli uomini se ne stanno in silenzio, i bambini si mettono spesso nei guai, le donne intanto fanno e disfano a piacimento. Su una fiaba gotica nata sotto una buona stella, stranamente volteggia una civetta: anche se fuori è pieno giorno, anche se il pendolo in corridoio dovrebbe battere le tre per inaugurare l'ora delle streghe nel cuore della notte. A Castel di Sopra si è condannati ai letti disfatti, a un eterno dormiveglia. Ad avere paura a scoppio ritardato del buio e delle vacanze lì, in zone cieche che altro non sono che la copia carbone del nostro DNA. Per sentirsi piccoli e suggestionabili in 145 pagine appena. Per questo, forse, anche sotto incantesimo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pierdavide Carone, Dear Jack – Caramelle

mercoledì 11 aprile 2018

Recensione per le rime: Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli

Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli. Frassinelli, € 17,50, pp. 300 |

Parlando a vossignoria con onestade, debbo dire che per raccontar di questa intreccio non serviron le minacce di cento spade. Le parole di gaudio di Cinzia, la più fidata addetta stampa, poteron su di me – a onor del vero, del romanzo storico nemico vero – il miracolo di una seconda vampa.
Tanta ammirazione accesero in me le peregrinazioni per mari e per monti di Attìa e Panc, gli avventurieri tonti, da spingermi a usare la rima baciata per recensire a tono codesta ballata.
Non avevan troppa fretta di partire, eppure, quei ladruncoli che un infausto giorno saccheggiarono il casotto di chi della campagna siciliana era il signorotto. La loro punizione, non la galera ma la barca, se nel marzo del 1860 c'è Giuseppe Garibaldi che attacca.
Il Sud, per opporsi al Risorgimento, pianifica in silenzio un rapimento. In quel di Caprera deve essere sottratta Anita, che del barbaro condottiero è l'amore di tutta una vita. Un cuore spezzato può forse fermare i Savoia, detti Gobbi, che lo strapotere dei Borbone voglion colpire diritto nei lombi?
L'impresa disperata porta quattro disgraziati sulla stessa strada.
Attia, marocchino come Ulisse scaltro, che perdendo la memoria ha guadagnato qualcos'altro: la pelle viola, color melanzana, per il malocchio di una fattucchiera (perdonate la volgarità) un po' bottana.
Panc, grande e grosso, che le bestemmie trasformano nell'Incredibile Hulk: rabboniscilo pure con una manciata di pistacchi di Bronte, se non vuoi che a suon di pugni ti spacchi la fronte.
Lo sciupafemmine in arme Salvatore Paradiso, fra il dovere e il piacere eternamente diviso.
L'attempato sicario Andrea u' Muzziaturi, la cui compagnia non ci ha mai reso sicuri.
Vedendoli salpare tanto inadeguati, il fantasma di un menestrello stabilisce che debbono essere cantati. Lo chiamavano Nello, e il futuro intero intonava in un ritornello.
Pizzica le corde, e così ne intona le rotte. I briganti e le pulzelle, in una terra di quelle belle.
Il vino e il maialetto, contrattempo perfetto. In Sardegna a sorpresa si gozzovoglia, tralasciando di quella missione la meraviglia. Ma al destino non si sfugge giammai e per i nostri protagonisti son in serbo nuovi guai!

Vedere il futuro è una cosa che fotte la vita.

Alchimisti e accabadore, di Michela Murgia il fior fiore, assieme a una laida strega con cui fare all'amore. Un falso Che Guevara con un fucile per gamba, gente che viene e che va in un Orlando Furioso a metà. L'esercito nemico, intanto, avanza.
Duecentocinquanta Gobbi una bazzeccola non sono, e la violenza ci giungerà all'orecchio alle velocità del suono. Sangue e squartamenti renderanno i lettori d'improvviso sgomenti, ma questa tragicommedia splatter e nazional popolare non ci toglierà affatto la smania di cantare. Guizzi poetici, profetici, quando la fantasia trotta e del mio iniziale pregiudizio nessuno se n'importa. Cavarsela è un'arte per pochi, perdenti dal fascino indiscreto, e sulla terra ferma potreste non volere mai più tornar indietro. Oltre le risate, oltre il mare, ci salvano i delfini dal pescecane e un pennuto esotico dalla pena capitale.
Un'adorabile scrittura, che di mischiare siculo, sabaudo e sardo si prende gran premura, è il tocco in più che fa somigliare il cantautore Meli a chi vuoi tu. Di Asterix e Obelìx le caricature, ma del cinema di Virzì Paolo le picaresche avventure; del Gazzè a Sanremo i leggendari amori da romanza, e tocca a Don Quisciotte e Sancho Panza combattere mulini a passo di danza.

«A me l'antico non dispiace. E nemmeno le promesse.»
«E immagino nemmeno le leggende, compagno di ventura.»

La storia d'Italia? Per non appannare i banchi a suon di sbadigli, gli scolari dovrebbero conoscere di questo sfacciato narrator gli artifizi. Quale pesantezza, quale noia: il fantastico e la cronaca insieme, sapessi che gioia! Osteggiare l'unità: vero paradosso, con gli inseparabili Attìa e Panc che per amicizia si stan sempre addosso. Un legame fra senza patria e senza dio, non fra senza cuore, che commuove e diverte in queste pagine in cui ora si vive e ora si muove.
Le sarde, gli scagnozzi, i cactus, gli amori, le scortesie, le audaci imprese Isidoro Meli canta.
Pur di condividerne aneddoti e sorrisi, so già che a lettori e ad amici farò una testa tanta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elio e le Storie Tese – La terra dei cachi