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lunedì 29 marzo 2021

Recensione: Blu, di Giorgia Tribuiani

 
| Blu, di Giorgia Tribuiani. Fazi, € 16, pp. 250 |

Dopo Guasti, opera prima in cui i cadaveri diventavano opere d'arte – il tema, macabro ma affascinante, era quello della plastinazione –, Giorgia Tribuiani torna in libreria alzando l'asticella dello sperimentalismo, della provocazione, dell'inquietudine. Frammentario, singhiozzante, disordinato, il nuovo romanzo è un'immersione letteraria senza capitoli e senza pause, senza respiro. Probabilmente avrei apprezzato un simile flusso di coscienza a piccole dosi, sul breve tratto. Blu intriga nella prima parte, invece, e finisce poi per trascinarsi nella seconda. Fedele a sé stesso, non cambia registro neanche quando la protagonista sembra man mano riappropriarsi della propria identità. E, affaticato da uno stile poco scorrevole e dalle atmosfere asfissianti, sono arrivato al punto da sperare che finisse il prima possibile: non perché sia una lettura sconsigliabile, ma perché – cercate gli effetti collaterali sul bugiardino – potrebbe suscitare spesso frustrazione e claustrofobia. La mente a soqquadro della protagonista, d'altronde, non è un posto piacevole in cui soggiornare. Come biasimare chi non vede l'ora di essere sputato fuori dal suo piccolo mondo matto?

Vorrei che non piangessi, dici, davvero, ma sai che la solitudine ti infetta il sangue, e che hai bisogno di (feritoie) ferite per entrare nel cuore degli altri come una malattia.

Geniale ed emarginata, smarginata, Ginevra – detta da sempre Blu – frequenta il liceo artistico ed è una cattiva ragazza. O tale si percepisce. Un po' vittima, un po' carnefice, avverte il peso del mondo sulle spalle e si crogiola in antiche ingiustizie. Sporca, ma in realtà piena di candore, è attratta dal dolore degli altri: vorrebbe farsi amare portando loro conforto. Figlia di genitori divorziati, cresciuta in una normalissima cameretta affollata di peluche e medaglie di nuoto, Blu ha un fidanzato che non la soddisfa sessualmente e una sorellastra diffidente. Cronicamente insicura, tiene conto maniacalmente dei respiri, dei battiti di ciglia, dei getti dell'erogatore del sapone. Ma la sua ultima ossessione, all'improvviso, è Dora Leoni: un'artista dalla vita sentimentale scandalosa, che sulla scia di Marina Abramovic si rende protagonista di performance spiazzanti. È possibile imparare da lei? È possibile carpirne i segreti, mentre si lava in pubblico in una vasca da bagno dai piedi leonini? È possibile avvicinarla abbastanza da farsi notare? Filtrata interamente dall'io caotico di Blu, la trama appare poco più di un abbozzo evanescente da inseguire fino all'epilogo aguzzando la vista. Il punto di forza della lettura, ma per me anche il suo difetto, è un approccio immersivo che o si ama o si odia.

Tutto ciò che di brutto hai vissuto non è stato che una prova per arrivare fin qui: l'esclusione, la solitudine, il dolore, nient'altro che ostacoli da affrontare per godere appieno di questo momento, una preparazione necessaria per essere scelti da Dora, ora lo sai, e ti levi in piedi e torni a girare tutte le stampe coi volti e i corpi dei performer, guardatemi, io sono Blu e sono una di voi.

Delirante, ipnotico, confusionario, il romanzo raggiunge spaventosi picchi di erotismo – la masturbazione con una penna, in scene a confine con l'autolesionismo – e sfocia poi in una storia di attrazione fatale, con tanto di stalking. Da un lato originalissimo, dall'altro faticoso, mi è parso un mirabile esercizio di scrittura forse più godibile nel formato del racconto. La compagnia di Blu è stata spiacevole, soprattutto in questi giorni di cambiamenti lavorativi, ma al sollievo per il sopraggiungere dei ringraziamenti finali si è affiancata anche una vaga tristezza: noi due non siamo andati d'accordo, no, ma non avrei voluto lasciarla sola. Anche nelle stramberie, anche negli eccessi, la protagonista è un'adolescente come tante. Che fa pensieri strani, cupi, scomodi. Chi non ne ha mai fatti? Chi non ne fa tutt'ora? Giorgia Tribuiani invita all'apertura, alla condivisione. E ci dice che quando smetteremo di essere isole disegnate a casaccio sulla tela grigiastra della nostra solitudine, perfino il dolore tornerà utile come ci prometteva un bellissimo romanzo di Peter Cameron. Il nostro brutto passato si farà performance e, allora, finalmente, arriveranno gli applausi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Mami Papi

venerdì 22 giugno 2018

Recensione: Guasti, di Giorgia Tribuiani

Guasti, di Giorgia Tribuiani. Voland, € 14, pp. 128 |

Plastinazione. È così che si chiama il processo che permette ai corpi umani di essere conservati. Senza liquidi, sostituiti con polimeri di silicone. Senza il cattivo odore della morte. I cadaveri – imbalsamati, levigati, sezionati – sono esposti come bronzi greci nei templi della dea scienza. Gli organi all'aria, preziosi camei. Le cavità interne, i genitali e i difetti, sotto gli occhi di tutti, a portata di flash. Se non fanno troppa impressione è perché sembrano statue di cera. Se non ispirano grandi interrogativi etici, un po' di empatia, è perché delle statue non inventi mica le carriere, gli affetti, un cuore congelato. Immaginate, adesso, un museo imprecisato.
Le pareti candide, l'illuminazione dei faretti strategici, il vociare di un pubblico eterogeneo tra lo stupito e l'inquieto: queste sculture di carne, fisse al centro della sala nelle loro pose plastiche, saranno per un mese l'attrazione principale. Il dottor Frankenstein che le ha plasmate e radunate si chiama Tulp. Il compagno di Giada, che di arte è vissuto ed è morto, ha promesso al luminare della plastinazione la sua salma: diventato uomo da piedistallo, dunque, per una tanto precisa quanto imperscrutabile volontà testamentaria.

Ogni uomo uccide la cosa che ama.

Nel museo di cui vi parlavo, a questo punto, aggiungete una presenza ricorrente. Una donna che tra me e me mi sono figurato di mezza età, con un vestito fuori contesto, il rossetto ripassato di fresco sul sorriso tristissimo, un bicchiere di spumante fra le dita guantate. Si intromette nelle chiacchiere dei critici, dei laureandi in Medicina, delle coppie innamorate. Stringe mani, rifiuta dichiarazioni, timbra biglietti d'ingresso per trenta giorni complessivi. Lì festeggia i compleanni in solitaria, sollevando il calice verso una mummia con la Nikon al collo. Lì pianifica i potenziali flirt e le interviste. Ogni tanto qualcuno la riconosce e le chiede con sincera afflizione come sia essere lei, strana vedova incapace di andare altrove. È proprio la ragazza dell'altalena, immortalata di spalle in uno scatto apprezzatissimo? È lei la moglie – si correggono, poi: la donna – del fotografo di risonanza mondiale famoso per i capelli lunghi, le bandane e la scarsa voglia di accasarsi? Rare, invece, le occasioni in cui la visitatrice infastidisce il prossimo: vaneggiando, alzando la voce contro i vivi o i defunti, cercando di coprire le vergogne del compagno con un berretto di lana. Sì, è lei in persona: Giada. Nessun cognome, nessun dato anagrafico e nessun hobby che non sia orbitare notte e giorno attorno a un sole da tutti compianto. Con quale cuore, infatti, non custodirlo?

No, non lo abbandono. Voglio continuare a pronunciare il suo nome perché resti vivo.

Voltargli le spalle, finché è in esposizione, sembra un tradimento. E rassegnarsi all'idea che lo spirito di onnipotenza di un misterioso acquirente possa portarlo via, in una casa in cui lei non è invitata a entrare? Il grande amore della protagonista, fatto sta, è morto: non sappiamo né quando né perché, come sia nata e come finita la loro relazione da rotocalco. Su un piedistallo, nudo, non può temere più l'imbarazzo o crucciarsi per il bozzo sulla testa che i maligni additano. Il dottor Tulp ne ha scolpito lo scheletro in modo che reggesse l'inseparabile macchina fotografia e ha trasformato un cimitero in una galleria; un raffinato vernissage in una camera ardente. Giorgia Tribuiani, classe 1985, racconta la veglia eterna sotto i riflettori di una Antigone che perde sé stessa per non perdere l'amore; di cadaveri che respirano e si truccano sul pianto versato. L'ordine asettico del museo collide allora con la ferocia di una prosa vandalica, che i personaggi vorrebbe ora custodirli, ora farli a pezzi. Nudi e crudi, esposti, non hanno connotati o un passato. Fasci di nervi insanguinati, mucchi d'ossa, mazzi di vertebre. Sono stati forse uomini? Sono state forse donne? Quanto si sono amati, e quando? Cosa facevano prima di essere lì?

Guasto era il suo amore, guasta la ballerina, guasto era in fondo il destino di tutte le persone, immobili nelle loro esistenze come lei era stata immobile sull’altalena, che visitavano le sale e non capivano che in fondo stavano guardando il futuro, che prima o poi sarebbe toccato a loro, che la carica sarebbe finita e con quella ogni possibilità di muoversi o dondolare, e che forse non sarebbero mai stati dei plastinati, ma guasti senza alcun dubbio: senza alcun dubbio guasti.

Giada, come il compagno e gli altri plastinati del dottore, è ferma nell'attimo; il soggetto più interessante dell'esposizione, forse, ma non necessariamente il più vivo. Dopo una vita nell'ombra, si scopre suo malgrado la protagonista assoluta di un'altra esibizione: struggersi. E di un romanzo d'esordio assurdo, intenso, scritto a confine fra la terza persona, il soliloquio e l'apostrofe a un tu di cui non pretendere risposte in cambio; ambientato fra le sale da esposizione e le toilette, dove si affastellano i collezionisti becchini e i giornalisti avvoltoi; gli specchi per aggiustarsi l'identità e il mascara sbavati; i servizi inagibili con un foglio che dichiara d'un tratto guasto. Luoghi insoliti per l'elaborazione di un lutto sbattutoci sempre in faccia, e insolite le voci che suggeriscono a un'avventrice inconsolabile di ricominciare da capo: quella angelica del vigilante del piano di sotto, ad esempio, che al mattino le porta in dono cornetti alla marmellata e mp3 pieni di bella musica. L'addio, un show alla Marina Abramovic che scalza l'intimità del dolore. L'amore e la morte, neoavanguardia.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Fake Plastic Trees