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lunedì 18 novembre 2019

I ♥ Telefilm: Looking for Alaska | The End of the F***ing World S02

Avevo sedici anni, John Green era il migliore autore dell’universo ed ero perdutamente innamorato di Alaska Young. Una che accumula libri usati come fossero gioielli. Una che beve, fuma, impreca. Una che la dà a tutti ma non si concede mai a nessuno. Uno di quei personaggi che a una certa età, insomma, segnano l’immaginario: dieci anni dopo non l’ho scordata. Anche se nel frattempo John Green ha scritto altro, superando il successo del suo esordio indie. Anche se non sempre l’ho apprezzato, in salute o in malattia. Ho scoperto una cosa: che la cotta per Alaska è rimasta incorrotta anche sul piccolo schermo. Oggetto di una miniserie Hulu senza una distribuzione italiana, il romanzo di formazione ambientato agli inizi del Duemila funziona alla perfezione anche a episodi con i suoi primi baci, primi strusciamenti, primi dolori. Purtroppo passata sotto silenzio, la trasposizione – un gioiellino di scrittura e recitazione – si è rivelata un impensato terremoto emotivo, capace dal nulla di riaprire vecchie ferite: a volte erano i segni dei dardi di Cupido, infatti, altre traumi insuperati. Pur senza meriti stilistici, Looking for Alaska conquista subito grazie a un’irriverente anima da canaglia, ma con il procedere della visione si rivela infine struggente. Quanti prodotti per ragazzi hanno il coraggio di mettere in scena l’assoluta centralità del dolore? Quanti sanno trattarlo senza l’intromissione del politicamente corretto, ma affrontandolo ora da una prospettiva religiosa, ora da una filosofica? Tutti all’inseguimento di un Grande Forse, i protagonisti fanno a gara di sbronze e sensi di colpa – e se sceneggia il veterano Josh Schwartz, piccole e grandi aggiunte daranno profondità anche ai comprimari: tralasciando un Charlie Plummer non all’altezza del ruolo di protagonista, gli applausi sono per Denny Love (uno straordinario Colonnello), Sofia Vassilieva (la dolcissima Lara), Ron Cephas Jones (il professor Hyde, qui con un amore omosessuale che emoziona). Tra grasse risate e pianti torrenziali, ho ricordato perché all’epoca ne avessi consigliato la lettura in lungo e in largo. E come mai alla protagonista del mio romanzo, più tardi, avrei dato i tratti dello sfuggente sogno erotico di Miles, qui interpretata da Kristine Froseth: bella come Margot Robbie, e per di più già bravissima, farà strada marciando su nuovi cuori infranti mentre il deejay passa Fix You. Lo spettatore, proprio come la matricola protagonista, la osserva e la venera, spaventato da un inquietante conto alla rovescia che avanza. Alaska Young resterà sempre il mistero della mia gioventù. E il giallo dei suoi spericolati anni alla Cobain, tutt’ora, sfavilla fino a farmi lacrimare. (8)

Lo abbiamo visto sia con The Handmaid’s Tale, sia con Big Little Lies. Pessima idea cavalcare l’onda del successo, se significa superare a piè pari l’intento originario dell’autore. Entrambe tratte da bestseller, le due serie TV hanno guadagnato stagioni aggiunte e perso infinita credibilità. Quando un romanzo viene annacquato per allungare il proverbiale brodo, infatti, difficile confidare in buoni risultati. Il pregiudizio è toccato anche alla seconda stagione di The End of the F***ing World: ispirata a un fumetto destinato a chiudersi con una scioccante tragedia finale, la fuga dei due sociopatici più amati di Netflix poteva forse avere un degno prosieguo? Al di sopra delle aspettative – pensati senza grandi forzature, ma assolutamente pretestuosi nello svolgimento – i nuovi otto episodi risultano sì superflui, ma hanno il merito di non snaturare la personalità dei personaggi e di allinearsi allo stile della prima stagione. I trascorsi di Alyssa e James, infatti, li hanno resi più buoni, più umani, più cresciuti. Purtroppo, anche meno spassosi. Lei, vestita di bianco, è una sposa in fuga il giorno delle nozze. Lui, impettito dentro un brutto abito elegante, porta un’urna sottobraccio di cui non svelerò il contenuto. Bravissimi e subito iconici, Jessica Barden e Alex Lawther sono diventati tutt’uno con i loro ruoli: tanto algida lei quanto adorabile lui, costituiscono una coppia tenera e mal assortita come poche. Per questo gli si vuol bene. Soprattutto in una stagione a corto di svolte, che gira in tondo e poi torna sui luoghi della prima, retta soltanto dall’innegabile alchimia del duo. Insieme, così, superano le incertezze e le lungaggini di una scrittura che vorrebbe stare al passo ma non può: non abbastanza caustica, non abbastanza memorabile. Brava altrettanto, qui, è colei che vorrebbe farli scoppiare: pazza d’amore, Naomi Ackie viaggia sul sedile posteriore e semina pallottole con incise promesse di morte. Poteva andare meglio. Poteva andare peggio. La decorosa via di mezzo accontenterà comunque i fan, sempre attratti dalla ricercata colonna sonora rètro, dalla regia hipster e dalla promessa di uno spasimatissimo lieto fine. Quest’ultimo non scontenterà nessuno, giuro. Neanche chi, vagamente deluso, non vorrà perdonare alla serie di non essere stata di nuovo la fine del mondo. (7)

sabato 20 aprile 2019

Pillole di fumetti: The end of the fucking world (Charles Forsman) | Questa è la stanza (Gipi)

The end of the fucking world, di Charles Forsman
001 Edizioni, € 16, ★★
Li ho conosciuti e adorati sul piccolo schermo. Li aspetto ormai da due anni per una seconda stagione annunciata a ciel sereno. James e Alyssa, parte di un'adorabile coppia di sociopatici, mi mancavano abbastanza da volere dare un'opportunità alla loro controparte cartacea: il fumetto di Charles Forsman, ispirazione per i primi otto episodi, se ne stava abbandonato sul comodino di mio fratello, a casa per le vacanze pasquali. Breve com'è, la curiosità di sfogliarlo ha comportato necessariamente leggerlo in un'ora scarsa di un giorno d'inizio settimana. Diciamolo subito: i tratti minimalisti e scarni da rivista satirica non sono per tutti. Non per me, che del fumetto ho imparato ad apprezzare di pari passo illustrazioni e contenuti. I buffi schizzi antropomorfi dell'autore britannico, apparsi inizialmente a puntate sul web e poi raccolti in un volumetto unico, sono proprio i fidanzatini criminali in fuga dalla provincia stagnante. Lui, dopo un'infanzia passata a uccidere e sezionare furtivamente gli animali del vicinato, sperimenta senza grande convinzione il sollievo dell'amore. Lei, finalmente distante da mamma incostante e patrigno manesco, raggiunge un padre biologico che non vincerà mai la palma di genitore dell'anno. Loro, teneri e sconsiderati, s'imbattono in assassini, satanisti e segugi armati di distintivo luccicante. Hanno quasi diciotto anni e, per farsi beffe dell'apatia, si fanno forza grazie all'illusorietà della prima volta: impossibile, forse, per degli squinternati dal cuore d'oro. La lettura non si è rivelata delle più memorabili, anzi. Mi è parsa un'occasione sprecata che, per fortuna, Netflix ha saputo far fruttare con intelligenza e ironia. I protagonisti appaiono in Forsman meno approfonditi, meno problematici. Abbozzati e bidimensionali tanto quanto il tratto a matita del fumettista che li ha ideati, sono irrisolti e sconosciuti fino all'ultima pagina. Dov'è il loro background? Dov'è il punto di vista di Alyssa, ridimensionato all'inverosimile per questione di brevità? The End of the fucking world, su carta, purtroppo non lascia granché. Né ricordi, né speranze, né sollievo, in una spirale di violenza e nichilismo senza senso. Meglio la versione telefilmica, sì. Con due attori più gradevoli (ma non troppo) di questi bizzarri sgorbi in bianco e nero. Con due personaggi più puliti (ma non troppo) dei disperati spruzzati di sangue che, nello spirito di alcune produzioni indipendenti, non troveranno mai riparo dall'apocalisse profetizzata nel titolo.

Questa è la stanza, di Gipi
Coconino Press, € 10, ★★★
In un celebre saggio la scrittrice Virginia Woolf raccontava il lusso e l'importanza di possedere una stanza tutta per sé. La necessità di un cantuccio personale si fa sentire anche durante l'adolescenza, nella provincia italiana degli anni Ottanta. Quando Giuliano e i suoi amici scalcagnati, che suonano musica da ragazzacci e a volte frequentano brutti ceffi, si vedono prestate le chiavi di un modesto garage. Con quello che un garage – fucina di note e possibilità, scrigno di un futuro quanto mai in forse – per un adolescente può rappresentare a livello più profondo, metaforico. I protagonisti hanno brutti tagli di capelli, bassi frastornanti e sale prove improvvisate. Ce li racconta il solito Gipi acquistato in edicola lo scorso inverno, che questa volta attinge a man bassa alla propria giovinezza: a quattordici anni, infatti, era voce e tastierista in una band hardcore. Giovanile, scorrevole, freschissimo, Questa è la stanza è la sua prima opera che mi ha ricordato meno la suggestione del romanzo e più la sveltezza del fumetto. I colori restano tenui e uniformi, da mirare e rimirare. La vicenda, invece, è di quelle sui migliori anni: l'andamento, insolitamente lineare, presenta qui e lì toccanti cenni personali. Nella descrizione della mamme arcigne e dei papà sognatori è impossibile non scorgere quel vissuto che, titolo dopo titolo, ho imparato a conoscere come le mie tasche: il padre dell'autore era morto da poco. Questa è la stanza è una commedia musicale energica e genuina, nello stile di Sing Street, che funziona come lettura a sé meglio delle altre opere di Gipi – complesse, confinanti, collegatissime. Ma è soprattutto un altro modo per concedersi un'occhiata alle spalle, al passato; per pensare agli incoraggiamenti e agli insulti a mezzavoce di genitori indimenticati che forse non conoscevano la Woolf, no, ma il bisogno di una via di fuga sì. Meno sperimentale che altrove, troppo educato per parlare di rock, questo Gipi minore incanta comunque con pennellate appena accennate e moltissime parole in armonia. Dove i capitoli sono scanditi da canzoni che parlano di noi, di loro, ma soprattutto di lui. Dove la musica leggera ha una stanza per farsi arte e un suo peso specifico.

mercoledì 17 gennaio 2018

I ♥ Telefilm: Black Mirror - Stagione IV | The End of the F***ing World

Specchio, specchio delle mie brame, qual era la serie più attesa del reame? L'ho trovata per fortuna già lì, senza aspettarla quasi. Sei episodi – geniali al solito, si sperava – caricati a cavallo fra l'anno vecchio e il nuovo. Tempismo sbagliato per pensare ai listoni, già chiusi e fissati su carta, ma non per darsi all'abbuffata – saltando le feste e i loro banchetti da mille portate, scarsi sensi di colpa da parte mia. Qualche boccone, qualche episodio, mi è andato però di traverso. Ma andiamo con ordine, partendo da una stagione fa: la terza – la prima che ho visto in realtà – magistrale sì ma, con il senno di poi, già in procinto di allontanarsi dall'umorismo british, dalla satira rivoluzionaria delle prime due. Preferendogli qualche volto noto, mano fermissime alla regia e gli amori dell'indimenticato San Junipero. L'impressione va accentuandosi nel corso della quarta. Riflesso confuso di una serie antologica che questa volta ha troppe eroine e pochi spunti vincenti. Di quelle puntate divorate per foga, per curiosità, poche non lasciano l'amaro in bocca. Si apprezzano l'aria vintage e il cast della prima – regata virtuale in stile Star Trek, capitanata da un frustrato e onnipotente Jesse Plemons – ma la fantascienza anni Settanta, forse limite mio, annoia un po' (6,5). La seconda, diretta da una Jodie Foster assolutamente fuori forma, racconta le ansie di mamma Rosemarie DeWitt, diventate ossessione nell'attimo in cui le nuove tecnologie le permettono di spiare costantemente l'unica figlia: una protagonista insopportabile e il taglio da giallo di Rai Due non aiutano (5). La terza, un Fargo al femminile, è la mattanza a opera di un'ottima Andrea Riseborough per proteggere interessi personali, segreti e lacrime di coccodrillo (6,5). La quarta, splendido fiore all'occhiello a metà tra 500 giorni insieme e Equals, ha finalmente del capolavoro: lui incontra lei, si piacciono, ma una società che monitora i cittadini, gli amanti, ha piani imperscrutabili per la loro relazione (8,5). Della quinta, survival horror in un rigoroso bianco e nero, si salva la regia di David Slade: la storia della donna braccata da un cane robot, in un anonimo deserto, non volevamo sentirla, almeno non qui (5,5). Per fortuna, qualche lampo di brillantezza nella chiusa metatelevisiva, in cui però l'ennesima femminista, l'ennesima vendetta, giustificano la grande stranezza, e la riducono ai minimi termini (7). Charlie Brooker è stanco. Lo Specchio Nero, nella stagione che ha meno colpi di scena, meno cose su cui spingerci a riflettere, è appannato. Se contro l'opacità non basta il Vetril, qualcosa possono la straordinaria delicatezza dell'inconsueto invito a cena di Hang the DJ; un museo degli orrori, in memoria dei Black Mirror presenti e passati, in cui non vorremmo che i cimeli esposti fossero vestigia di un futuro che già non c'è più. (6,5)

Dopo tanto, iniziare come preferisco io. Il ragazzo incontra la ragazza. James, seduto da solo al tavolo della mensa, conosce la scostante Alyssa, ultima arrivata. Lei, annoiata da tutto e tutti, da una famiglia allargata di cui non può sentirsi più parte, vorrebbe fuggire via – e nel silenzioso coetaneo dalla macchina perfettamente funzionante ha individuato un ideale compagno di viaggio. Lui, psicopatico senza se e senza ma, dopo un'infanzia passata a seviziare animali randagi, ha deciso di passare agli esseri umani: perché non partire proprio da quella ragazza che, dal nulla, gli si è gettata fra le braccia? Succede che partono, sulle tracce del papà truffatore di lei. Succede che il male, prima in teoria e poi in pratica, lo sperimentano davvero strada facendo. Assieme a quella tenerezza, a quella specie d'amore che amore non è, che né l'uno né l'altra – troppo anaffettivi, troppo fuori – contemplavano in partenza. Alyssa, alla cieca, si affida a un aspirante serial killer. James, somigliante al protagonista di Atypical ma con in aggiunta la vena di sadismo di Bates Motel, sente presto di non poter fare a meno della compagnia di un'attaccabrighe per natura. Acuto, violento, dolcissimo, The End of the F***ing World è la commedia adolescenziale che si veste di nero. Una scoperta su ruote divorata in tempi record, con i personaggi assurdi a cui mi affeziono per principio, le tavole calde dei boy meets girl di cui non avrò mai abbastanza, una sognante colonna sonora sottratta per rapina a mano armata alla grazia degli anni Cinquanta. Bonnie e Clyde, al giorno d'oggi, hanno grosse questioni irrisolte con mamma e papà. Sfoggiano camicie hawaiane super kitsch e tinte biondo platino. Hanno i volti freschi degli ottimi Jessica Barden e Alex Lawther, il pulp del fumetto d'origine, il mondo intero contro. Se si innamorano, complici d'omicidio e braccati, chi lo sa. Ma di loro, strambi e adorabili, mi sono innamorato un po' io. Perché fanno ridere, fan preoccupare, dall'inizio alla fine: la stessa che purtroppo cala presto dall'alto, sorprendendoli come a metà della corsa. In patria, hanno fatto poco rumore per disseminare veleni, cadaveri e cuori infranti. Le cose, da questo mese, potrebbero andare diversamente su un Netflix non sempre all'altezza delle proprie produzioni originali, vero, ma generoso Mecenate. Sperando vivamente che la fine del titolo sia soltanto l'inizio della loro avventura. E, sì, di una c***o di fantastica storia d'amore. (7,5)