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martedì 8 settembre 2020

Recensione: Ragazzo divora universo, di Trent Dalton

| Ragazzo divora universo, di Trent Dalton. € 19, Harper Collins, pp. 548 |

Per via delle oltre cinquecento pagine, ho terminato di leggerlo soltanto nella prima settimana di settembre. A dispetto delle tempistiche sbagliate, però, l’esordio di Trent Dalton resterà la lettura con cui mi piacerà ripensare a quest’estate. Un romanzo variopinto, cangiante e rocambolesco – sulla crescita e altre avventure –, con una galleria di personaggi talmente assurdi da essere veri. Ispirato in parte al vissuto dell’autore, Ragazzo divora universo è una lunga storia di formazione ambientata tra gli anni Ottanta e i Novanta, tra i dodici e i diciannove anni del protagonista: Eli.

Fai fuori il tempo, prima che lui faccia fuori te.

All’inizio poco più che un bambino, vanta un mamma fresca di disintossicazione, un patrigno spacciatore, un papà dalle tendenze suicide pregresse, un fratello – il geniale Gus – che parla per enigmi tracciando lettere nell’aria. Il suo babysitter, per di più, non somiglia certamente a Mary Poppins: si tratta di Slim Halliday, il cosiddetto «Houdini di Boggo Road», più volte entrato e uscito di prigione con trovate a dir poco brillanti. Tra ergastolani per amici di penna, sit-com dopo cena, citazioni di Star Wars e Steinbeck, Eli cresce con consapevolezze granitiche. C’è qualcosa di speciale nella sua famiglia, e c’è qualcosa di marcio nello stato del Queensland. Siamo nel peggiore sobborgo australiano. Le persone tendono a sparire nel nulla, in strada si scontrano baby gag armate di machete, le minoranze etniche campano di espedienti: la polizia si volta dall’altra parte.

Slim dice che questo libro l’ha aiutato a sopravvivere alla prigione. Parla degli alti e bassi della vita. La parte negativa è che la vita è breve e finisce. La parte positiva è che comprende il pane, il vino e i libri.
Attratto dalla cronaca nera e ossessionato dalla bontà, Eli sogna il mestiere di cronista per denunciare il malcostume e per potersi trasferire lontano dalla provincia. Ma fantastica, divaga, ama i dettagli e le coloriture liriche: insomma, gli dicono, a mancargli è l’asciuttezza che si confà allo stile giornalistico. Come frenare però la sua voce, per di più se ci regala pagine tanto preziose? Perché stare a sindacare sul suo abuso di figure retoriche, se ha per le mani un grande scoop? Lo squillo di un misterioso telefono rosso e la scoperta di un traffico di droga lo portano a incrociare spesso Tytus Bonz e il suo spietato sicario, Iwan. Non sarebbe meglio cambiare strada, soprattutto se quel vecchio di bianco vestito – un luminare nell’ambito delle protesi meccaniche – è un pilastro della comunità?

Lo scopo della vita è fare ciò che è giusto, non ciò che è facile.

Sempre di corsa, sempre in fuga, il protagonista anela fino all’ultimo alla pace e si specializza nell’arte di tagliare la corda. Il bello è che pur suscitano le preoccupazioni dei prof e degli assistenti sociali, pur rendendoci partecipi di una sordida storia di criminalità e squallore, ci appare una gran brava persona. Un ragazzo normale. E la sua famiglia strampalata, nel bene e nel male, finisce per somigliare proprio alle nostre. Con una struttura ciclica in cui tutto torna per magia, l’autore incanta con un apprendistato che fa tornare in mente le infanzie miserabili di Dickens e Twain, e nelle sue sfumature più inquietanti – tunnel degli orrori, cadaveri mutilati, presunte resurrezioni – il primo King. Certo, come capita con le narrazioni fluviali, i difetti e le lungaggini non mancano: la vicenda appare forse troppo dilatata nel tempo e ha una natura ondivaga, episodica, che ben si adatta alla serie TV di prossima uscita. Ma tutti noi abbiamo superato l’infanzia con una specie di disturbo post-traumatico da stress. Si diventa grandi, infatti, non vivendo: bensì sopravvivendo. Trent Dalton ce l’ha fatta. Da ragazzino, per sfuggire a pericolosi intrighi alla Breaking Bad, ha cercato eroi e vie di fuga. Questa sua testimonianza, tenera e leggendaria, ci racconta il lato ordinario del crimine e quello, assolutamente straordinario, della maturazione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Woodkid- Run Boy Run

lunedì 28 ottobre 2019

I ♥ Telefilm: Modern Love | Unbelievable | El Camino

Cristin Milioti, book blogger sorpresa da una gravidanza indesiderata, scopre nel portiere del suo condominio un angelo custode. Dev Patel, ideatore di un sito d’incontri, vive il paradosso di essere sfortunato in amore: intervistato da Catherine Keener, altra esperta di occasioni perse, guarderà con occhi diversi alla sua ex. Anne Hathaway, con un sorriso a mille watt e un’esistenza sbucata da un musical, custodisce un segreto che nei giorni storti le impedisce di scendere dal letto: il bipolarismo. Tina Fey e consorte, al centro di una crisi matrimoniale, si affidano a una terapista e all’hobby del tennis: il rimedio per quest’amore stanco appare tuttavia già brevettato altrove. Reduci da un appuntamento culminato all’ospedale, Sofia Boutella e John Gallagher non hanno niente in comune: a sorpresa sono la mia coppia preferita, sbucata da una commedia indie che al cinema avrei amato alla follia. L’insopportabile Julia Garner frequenta un uomo di trent’anni più grande: lei ci vede il padre mai avuto e lui, impossibile da biasimare, una fiamma. Andrew Scott si affida ai capricci di Olivia Cooke, incinta di sei mesi, pur di diventare padre: il tema è scontato, ma ci piacciono le famiglie arcobaleno, i protagonisti principali e il cameo divertito di Sheeran. Jane Alexander, settant’anni e non sentirli, è una vedova che non ha mai smesso di correre: necessario innamorarsi ancora, nonostante la salute precaria possa rendere breve la relazione con un coetaneo. Otto episodi, otto storie a sé: cos’hanno in comune? Il tema – l’amore, ovviamente – e il fatto che siano vere fino all’ultimo sospiro. La serie Amazon prende ispirazione da una rubrica del Times e dalle idee del regista John Carney: cantore per eccellenza di sentimenti sospesi, cast raccolti, città magnifiche. Già confermato per una seconda stagione, Modern Love è un intrattenimento a prova di cuori di pietra. Alto il rischio di sciogliersi come un ghiacciolo – non altrettanto l’indice glicemico –, mai quello di averne abbastanza. Costituito da piccoli miracoli di scrittura e leggerezza, semplicemente delizioso, potrebbe diventare il rimedio contro il rigore dei mesi che verranno. Confortevole quanto una coperta sulle ginocchia, a metà tra i puzzle sentimentali di Curtis e i ritratti jazz di Allen, è un riconciliante feel-good movie a puntate. Sceneggiato con equilibrio, grazie a una delicatezza che si trasforma raramente in melassa – vedasi l’epilogo: unica concessione alla furbizia per cercare nessi e lacrime –, sa condensare storie e personaggi memorabili in trenta minuti.  Coinvolge grandi attori, come si diceva sopra, ma sanno comunque tutti farsi discreti pur di far risaltare l’importanza delle storie che interpretano. E la bellezza di New York, magica sotto la pioggia. Rimessi al mondo, a fine visione avremo voglia di gentilezza, biglietti aerei dell’ultimo minuto e altri miracoli. (8)

Una ragazza viene stuprata nella notte. L’aggressore irrompe in casa sua: la immobilizza, la fotografa mentre ne abusa. Dopodiché si dilegua, minacciando la vittima di morte in caso denunci. Ma la ragazza non ha paura, e immediatamente avverte le forze dell’ordine. Peccato che gli interrogatori insistenti, le visite umilianti, le pressioni psicologiche di investigatori e conoscenti la portino infine ad ammettere resa: a volte, se poco conferme al profilo della vittima perfetta, una ragazza abusata fa prima a dichiararsi una bugiarda che a battagliare. Sembra follia, ma è una storia vera. L’aggressore è un maniaco seriale. Metodico, inafferrabile, sfuggente, seleziona donne di età e paesi diversi. Unire i puntini all’inizio non è facile, neanche per due agguerrite agenti a capo di una task force interamente al femminile: agli antipodi per metodi e stile di vita – una devota madre di famiglia, l’altra segugio dal sarcasmo affilatissimo –, riusciranno a conciliare i loro caratteri opposti in nome della giustizia? Partita sotto i migliori auspici, la discussa miniserie Netflix perde in fretta di vista l’importanza della reale vicenda di cronaca nera – un eclatante caso di falsa testimonianza, che nasconde in realtà le fragilità e le fobie di una giovane superstite – per diventare lo spin-off non dichiarato di True Detective. Questa revisione in chiave femminile e femminista del serie crime prende in prestito dal mondo di Pizzolatto qualche lungaggine nella gestione dei tempi, la presunta natura antologica, due caratteri non troppo inconciliabili. Toni Collette e Merritt Wever si confermano straordinarie padrone di casa, e Kaitlyn Dever è una rivelazione alle prese con le contraddizioni di un personaggio per molti difficile da comprendere: una ventenne che non vorrebbe essere d’esempio, ma soltanto avere il diritto di ricominciare. Possibile con un risarcimento danni che ammonta a soli cinquecento dollari? Lontano dall’asciuttezza di When They See Us, esempio da manuale di intensità e concitazione, Unbelievable segue stilemi smaccatamente televisivi che ricordano per foggia e approccio le inchieste di Law & Order. Fanno la differenza l’alchimia tra le protagoniste e uno spunto così nero da sembrare proprio incredibile. Lo stesso, stando al mio parere controcorrente, non può dirsi del resto. (6,5)

Sono uno spettatore incostante. Ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono. Sostanzialmente, perciò, non sono un fan sfegatato di niente o nessuno. Nel caso di Breaking Bad – per me una delle più belle serie di sempre, senza farne misteri – è stato sì amore grande, ma non sono mai arrivato a farne un oggetto di culto. Nell’armadio mi tengo cara una maglietta a tema, infatti, ma controllando dappertutto – sul fondo, dietro i giubbotti invernali, sotto i maglioni – non ho serbato alcuna curiosità sul destino dei personaggi principali. Perfetta così, la quinta stagione non doveva agli spettatori affezionati nessuna spiegazione di sorta. Sapendo di un prosieguo lungo due ore, arrivato ad anni di distanza dall’ultimo ciak, ho storto il naso. Giunto su Netflix in gran segretezza, preceduto da voci di corridoio e supposizioni fantasiose, El Camino è proprio quello che sembra: una chiosa prolissa e inutile, poco necessaria e altrettanto poco credibile. Nel frattempo, infatti, Aaron Paul è diventato adulto e Jesse Plemons è ingrassato, mentre gli sceneggiatori non hanno trovato il miracoloso pretesto per includere personaggi amatissimi – Walt e Mike, per citarne un paio, insieme ai membri della famiglia White – senza ricorrere ai classici flashback dalla lacrima facile. Cosa è stato di Jesse dopo la sua fuga? Come ha trascorso i giorni della sua prigionia, prima di salire su un’auto col motore a tavoletta e perdersi nella lunga notte dei titoli di coda? Serviva venircelo a dire? Nel film seguiamo i suoi tentativi reiterati per raggiungere l’Alaska. Non c’è interesse a costruire qualcosa di nuovo. Neanche i membri del cast, a parte un Paul con la carriera un po’ in caduta libera, sembrano crederci fino in fondo. Aggiungete la modestia dei film destinati allo streaming e qualche ricordo nostalgico; sottraete la dimensione corale, qui sacrificata per un one man show all’insegna degli andirivieni frustranti. Francamente, ci si annoia. Per fortuna l’evitabile El Camino nulla toglie e nulla aggiunge, sbadigli a parte, al mito dei cristalli blu. (5)

lunedì 6 giugno 2016

I ♥ Telefilm: The Path, Mom III, Jane The Virgin II, Grandfathered


Un anno fa, in autunno, dicevo addio a Hannibal e a Breaking Bad: il primo, cancellato dopo una terza stagione splendida; il secondo, recuperato con imperdonabile ritardo. L'ultimo episodio, dell'uno così come dell'altro, mi aveva lasciato in lutto. Inconsolabile, o quasi. Subito dopo, infatti, l'annuncio: le star dei serial che, neanche a farlo apposta, avevo visto nello stesso periodo, sarebbero stati i volti del nuovo telefilm Hulu. Accanto a loro, Michelle Monaghan: vista qui e lì al cinema e totalmente apprezzata, infine, in True Detective. Con la primavera, arriva The Path: atteso, dal sottoscritto, con curiosità e una certa ansia. E di che parla? Incrocio tra il thriller e il dramma familiare, racconta – in dieci episodi – le vicende di una famiglia senz'altro particolare: i Lane vivono in una comunità religiosa, una setta, che ha regole ferree, un credo tutto suo e un leader carismatico, ma sempre in viaggio. Durante la sua assenza, Cal, degno di venerazione e con un passato misterioso, occupa il seggio vacante. In seguito a un tornado, la comunità apre le porte ai profughi: su di loro, gli obiettivi delle telecamere. Legale l'asilo? Nel mentre, nella famiglia di Eddie e Sarah, che in quella stessa comunità si sono ripuliti e hanno conosciuto l'amore e la redenzione, qualcosa s'incrina: il rapporto tra i coniugi si raffredda, c'è qualcosa che non si confessano; il figlio maggiore, adolescente innamorato di una coetanea estranea a quel mondo, punta i piedi, s'incapriccia e decide di fare di testa sua. Non vuole abbandonare gli studi, non vuole frequentare ragazze che credano nella Scala. A questo punto, mi domanderete, tutto ciò ha risvolti inaspettati; risulta interessante, se non addirittura imperdibile? Brutalmente: no. In nome di quale autolesionismo ho resistito, allora? Voglio troppo bene a Dancy e Paul, troppo. E, a malincuore, dico che nemmeno le scelte del cast mi sono sembrate particolarmente illuminate: si mostrano bravi come sappiamo, ma, al posto loro, non avrei partecipato. Dopo Will Graham, detective forse ancora meno lucido del serial killer che inseguiva, Dancy ha il ruolo del folle; Aaron Paul, ex tossicomane, è un Jesse Pinkman al guinzaglio; la Monaghan, naturalmente odiosa, aizza i suoi due spasimanti in un ennesimo triangolo sentimentale; Emma Greenwell, da Shameless, invece, riabbraccia il personaggio della giovane dissoluta, ninfomane, ebbra. The Path è lento, confuso, pasticciato. Accantonato l'elemento giallo – c'è un omicidio sul finale, intuibile tanto quanto le dinamiche del gruppo -, è un The Affair scritto alla buona, con le pretese di spacciarsi per il nuovo The Leftovers: vedi la crisi coniugale e le bugie; vedi il misticismo. I toni sono serissimi ma non serrati, le puntate sono lunghe e infruttuose, il finale è un letale buco nell'acqua. Di coinvolgente, l'elemento teen: Kyle Allen, poco convincente nei panni di un quindicenne, alto e maturo com'è, ha una gran bella faccia – somiglia a Heath Ledger, in 10 Cose che odio di te – e la strada spianata. A voler essere generosi, il resto, è il miglior toccasana per chi soffre d'insonnia cronica. (5)

Madri che non parlano alle figlie, figlie che non parlano con le madri. Questo, in tutte le combinazioni possibili. Sedicenni che mettono al mondo un bimbo per sbaglio, e non sono mica pronte. Dodicenni, invece, che alla mamma povera in canna preferiscono il papà, perché nella casa nuova ha una piscina e una moglie uscite, entrambe, da un catalogo dei sogni. Ancora, giovani che non si rivedono alle riunioni degli alcolisti anonimi: muiono d'overdose, ci ricascano e lì restano. Pusher che non si perdonano. Uomini d'azione che passano la vita a fare follie, stuntman professionisti, e poi scivolano in montagna e non si alzano più da una sedia a rotelle: da dongiovanni, adesso fanno innamorare le donne al telefono, nascondendo la loro disabilità. Regine di una galleria di personaggi disparati e disperati, Chisty – ex tossica, ex spogliarellista, ora cameriera scordinata che sogna una laurea che costa troppo – e Bonnie, a simboleggiare che la mela non cade mai lontano dal proverbiale albero: piccola narcotrafficante, clochard, ha cresciuto la figlia in un'auto. Da tre anni, da tre stagioni, vivono insieme per necessità; condividono il letto; si amano e si odiano, nel mentre. Ci sarebbe di che piangere, uno dice. E invece in Mom, mai come quest'anno, si ride, e con l'intelligenza e la crudeltà che non avevo mai notato in precedente. Sotto sotto, la comedy Fox con le risate registrate è tristissima e verissima. Come la racconti, però, la storia della progenie di un Dio minore, in una America non così accogliente, non così magica? Ma con il pratico formato sit-com, che sta letteralmente in tasca, e due fuori classe di tempi comici e figuracce. Loro, il segreto. E soprattutto il cuore, in una stagione che non si smentisce e rivela una doppia faccia. Il cuore e la testa. Assieme a una voce che, al prossimo bacio della sfortuna, ti suggerisce: “fattela, una risata”. (7)

Lo scorso anno, il piano della pia Jane Gloriana Villanueva, che stringeva denti e ginocchia per arrivare vergine al matrimonio, aveva imboccato svolte miracolose. Inseminata per errore, portava in grembo il figlio del ricco Rafael, un completo sconosciuto, o quasi. Bello, ricco, addirittura responsabile: uno di cui innamorarsi, sul finale, a discapito del poliziotto Michael, noioso e troppo a modo. Jane ci lasciava con un Golden Globe a sorpresa tra le mani, con l'affanno, già mamma. Gente a cui spezzavano il cuore, nascite immacolate e, tra narcotraffici e doppie identità come ogni soap degna di nota pretende, un finale sospeso nel dubbio: il neonato rapito e la vendicativa Petra, ex che non perdona, che recuperava dalla Banca del seme altro ehm... “materiale” del traditore Rafael. Abbastanza per assicurare ai Solano un altro erede? Abbastanza per mandare la coppia felice su tutte le furie? Il piccolo Mateo viene salvato prestissimo; Petra non solo resta incinta contro ogni logica, ma aspetta due gemelle. Si cresce, ci si avvicina al sogno di diventare scrittori e, inevitabilmente, ci si divide. E' crisi per i genitori di Jane, il vanesio Rogelio e la spregiudicata Xiomara; nonna Alba, nel suo passato senza macchie, porta alla luce una vecchia fiamma; Jane, già poco tollerata dal sottoscritto, fa una scelta sentimentale che mi ha fatto scemerare gran parte della serie e gran parte dell'interesse. Non tralasciamo l'elemento giallo, i twist surreali, i colpi di cuore: formula vincente non si cambia, oppure sì? Dopo un primo approccio candido e stupito, trash con piacere, Jane The Virgin prosegue sugli stessi binari con ventidue episodi – tanti – che ho seguito volentieri, sì, ma che mi son parsi un po' tutti uguali. Senza i guizzi e i sorrisi che, di solito, il temperamento latino mi assicura. (6)

Jimmy Martino ha un ristorante stellato, tante spasimanti e la fortuna sfacciata di avere la faccia di John Stamos (classe 1963). Bellissimo cinquantaduenne – scambio volentieri i miei trent'anni di differenza per i suoi miracolosi geni – a cui la vita sorride di rimando, l'impresario dongiovanni ha poca voglia di accasarsi. E se, indipendentemente da lui, il destino avesse altri progetti? L'unica novità che, lo scorso autunno, non ho tagliato via dalle mie visioni settimanali – ho sempre bisogno di leggerezza, ma faccio fuori comedy a giorni alterni – ha avuto diritto a una sola stagione, è simpatica, confortante e si chiama Grandfathered. Perché sì, Jimmy, nel pilot, si scopre nonno di una bimba adorabile, Edie. Nonno... Ma c'è qualcosa che non va. Lui non ha figli! E invece. Dalla storia finita male con Sara, che invecchia con altrettanta eleganza, è nato infatti l'impacciato Gerald. Che avrebbe proprio bisogno di una figura paterna e, soprattutto, di una mano per conquistare Vanessa: la madre di sua figlia è la sua migliore amica, e proprio non vuole saperne di una storia d'amore. Jimmy, tra ritorni di fiamma e rivelazioni, si impegna a far bene. Può imparare a mettere da parte la vanità e l'egoismo per diventare un modello? La serie Fox è simpatica, familiare, molto tenera. Ennesima variazione sul tema di About a boy, non lo nego, ma con una scrittura freschissima, dalla sua, e un cast ad hoc. Funziona alla perfezione il buon Stamos, autoironico e piacione, e con lui gli impiegati stralunati – il sous chef indiano in cerca d'attenzione, la maitre stonata che s'immagina cantante soul - di un ristorante che ammicca a quei programmi di cucina, già spettacoli di per sé, a me tanto cari nell'ultimo periodo. Ma indovinate chi viene a cena? Non attesi ma indispensabili, ecco la luminosa Paget Brewstet, ex che ci ha nascosto la sua gravidanza; la bella cognata Christina Milian, che prende alla lettera la “regola dell'amico”; il figlio Josh Peck, nerd buffo e galante che ricordo, bambino io e bambino lui, in Drake & Josh, nei sonnolenti pomeriggi di Italia Uno. Non piangerò la cancellazione, e chi non l'ha visto non ne rimpiangerà la perdita, però nel mentre si ride di cuore; si sospira, inteneriti; ci si appunta che la mezza età è la nuova gioventù. Tutte cose, comunque, graziose e non da poco. Senz'altro, non da una stagione soltanto: una brusca “toccata e fuga” che, pur nell'irrisolto, lascerà piacevolmente soddisfatti. (6,5)

sabato 21 novembre 2015

I ♥ Telefilm: Breaking Bad - Reazioni Collaterali


[2008 –2013] 
Non sono uno di quelli che fa i salti di gioia quando ha gli episodi di qualche serie televisiva in arretrato. Mi piace vederli volta per volta, a meno che non si tratti di una leggerissima sit com da nulla. Figuriamoci se, in sospeso, non ho qualche episodio, bensì qualche stagione. Diciamo pure cinque, tonde tonde. Raro, allora, che mi prenda la briga di darmi ai recuperi corposi, non essendo il tipo da maratona notturna – vado a dormire presto e mi sveglio altrettanto presto – e detestando tutto ciò che, per la sua grandezza, è destinato inevitabilmente a sfuggirmi di mano. Però uno che ama il cinema, uno che ha un blog in cui parla delle cose che più gli vanno a genio, uno che si vanta di essere uno lettore e, in primis, uno spettatore compulsivo, può non avere mai visto Breaking Bad, la serie che tutti hanno visto? Quella che ha spodestato, ai penultimi Emmy, un gioiello intitolato True Detective e alla quale nella mia città, sul mare, è stato dedicato un murales con le bombolette spray, che occupa una parete grossa così. Scherzando, mentre si andava tutti in spiaggia, trovavo anche qualche somiglianza tra l'uomo raffigurato – calvo, il pizzetto sale e pepe, un paio di occhiali sottili – e papà – la non pettinatura, la stessa barba curata, ma senza la presbiopia, ché ha appena spento cinquanta candeline e ci vede senz'altro meglio di me. Non sapevo ancora chi fosse Heisenberg. Lo avrei scoperto entro d'estate, con due stagioni introduttive che mi sono sì goduto, anche se il desiderio di proseguire a tutti i costi, chissà perché, al tempo mancava. Un anno fa ho conosciuto i protagonisti di Breaking Bad e, per un anno, li ho poi tenuti in pausa. Non che non non mi piacessero; non che, nonostante un infondato presentimento iniziale, mi annoiassi in loro compagnia. I tentativi di essere sempre aggiornato, la necessità di una recensione al giorno, mi hanno portato, semplicemente, a inserire l'imperdibile Breaking Bad in una lista diversa da quella delle mie prerogative base. Finché mio fratello, che minacciava spoiler spietati e che, per inciso, mi tocca anche ringraziare per la pressione psicologica, non mi ha ricordato dov'ero rimasto e, soprattutto, cosa rischiavo di perdermi. Per lui – ma per tanti, e alla fine anche per me, pigrissimo ma lucido nei giudizi – serie delle serie; ve la butto lì. Di quelle che segnano un prima e un dopo, come la natività nel cattolicesimo; di quelle che, indipendentemente dai gusti, vanno affrontate come compito per casa. Sapete tutti cos'è, e allora io vi dirò cosa non è. Breaking Bad – storia di droghe, strategie, sogni americani rivisti e corretti – non parla di dipendenze e narcotraffici, come Trainspotting o, non so, un Traffing. Non è una serie d'azione, o almeno non solo. A colpirmi, perfino in episodi in cui non succedeva granché, sapete cos'era? La sua sconcertante naturalezza, che un taglio non sempre cinematografico e registi anonimi a scambiarsi le redini non scalfiscono per un minuto, anzi: queste scene lunghissime, questi dialoghi semplici ma densi, il manierismo che latita hanno il grande pregio di non rendere l'acclamato Breaking Bad pretenzioso neanche un po'. Assodato che Heisenberg, già leggenda, non faccia il filo al Johnny Depp di Blow – lui, infatti, non si sballa, filosofeggia sempre il giusto e, soprattutto, non ama sporcarsi le mani – e che i suoi intrecci shakespeariani, sul finire, non facciano parlare di loro per i volteggi di una macchina da presa ballerina – assente il maniacale perfezionismo di Hannibal, le ipnotiche spire di fumo di Rust Cohle -, restano interpreti granitici e una scrittura che ha dello straordinario. Come se fosse cosa di poco conto. Personaggi irripetibili a cui puoi provare a offrire solo parte della tua attenzione – Breaking Bad non ha parole di troppo, cavilli tecnici che stordiscono, e si potrebbe seguire con un solo occhio: spesso, mi ha tenuto compagnia a pranzo, mentre cucinavo o lavavo i piatti – prima che, in un'ultima stagione priva di difetti, ti prendano per la gola. Forse, mi ha fatto anche bene aspettare. Ho messo meglio a fuoco le metamorfosi; ho prestato più attenzione ai particolari. Ma non sono riuscito a capire quando Heisenberg, come in un mito greco di trasformazioni mostruose, abbia preso il sopravvento sul Signor White. Dove finisca il bene e dove cominci il male, dov'è che il padre di famiglia – il Fantozzi perseguitato dalla sua personale nuvola nera, il mite Flanders dei Simpsons dai brutti maglioni a rombi – abbia venduto l'anima al genio spregiudicato con la sua stessa faccia che, da un “la” elementare, avrebbe poi costruito un impero dalla lunga fortuna. Sapendo com'è andata, cosa hanno fatto, cosa si sono fatti, è difficile parlarvi di un quieto professore di chimica, padre di un ragazzo splendido ma difettoso e di una bambina che arriverà sul finire della seconda stagione, in cerca prima dei soldi, poi del brivido. Fino a non averne mai abbastanza. Con i giorni contati, quest'uomo medio in cerca di qualcosa in più si metterà sulle tracce di Jesse Pinkman – un suo vecchio studente che ha venduto il suo candore per due grammi di felicità – e insieme, in un rapporto embrionale che si nutre di amore e odio, inizieranno a produrre una metanfetamina blu, purissima, che va via come il pane, ad Albuquerque e dintorni, e rende più dell'oro. Ma Walter ha scoperto di avere il cancro ai polmoni, e non ha mai fumato; adesso non vuole dare al destino, già beffardo di suo, ulteriori scuse per accanirsi. Discreto a intelligente, non abbandonerà la sua vita modesta per altro; ma il camper nel deserto degli inizi cederà il passo prima a un laboratorio segreto, poi a una geniale fabbrica itinerante, e i suoi rapporti – con una famiglia all'oscuro, con un cognato che lavora alla narcotici e si fida ciecamente, con un ragazzino che aveva bisogno di una guida e non di altri tranelli -, poco a poco, degenereranno. Quando la famiglia, apparente ragione del tutto, ma parliamo di un'altra bugia, gli volta le spalle e Jessie, come un terzo figlio che ha però traviato negli anni, si allontana, si consumerà una moderna tragedia del potere. Perché chi regna è condannato alla solitudine, e da soli non esiste salvezza. Confidando di avervi dato un'idea di come sia Walter, stratega e meticoloso, acqua cheta che logora i ponti, ora capirete – se non lo sapete già – com'è Breaking Bad. Politicamente scorretto, ironico: onnipotente. All'altezza di aspettative elevate e ben riposte. E non si può che lasciarsi condurre, perciò, verso una chiusa necessaria e inevitabile, in cui Dean Norris si conferma un commovente comprimario, Anna Gunn – sopravvalutata, o forse è l'odio nei confronti della sua Skyler a parlare? - una delle mogli più irritanti e battagliere del piccolo schermo, Aaron Paul – spacciatore da poco, coi neuroni andati e il cuore pulito – l'eroe dell'inazione per eccellenza. A caldo, quante gliene ho dette, al suo povero Jesse. Non fa che piangere, non fa che sbagliare; permette che altri decidano sempre la sua sorte. Si lascia vivere e non vive. A mentre fredda, invece, Pinkman è inerme e confuso, invece, come saremmo noi spettatori, invischiati in qualcosa di losco e pericoloso, se indossassimo i suoi panni sformati e quei limpidi occhi blu. Su tutti, ovviamente, svetta un clamoroso Bryan Cranston: viene direttamente dalla mia infanzia, lui che un decennio fa interpretava il papà dello sfrontato Malcolm e, con il camice e la mascherina protettiva, sembra un po' un Dexter invecchiato – non il serial killer della Showtime, ma quello di Il laboratorio di Dexter, altro ricordo targato Cartoon Network del me bambino – che si sente Gesù Cristo in terra. Tra colpi di scena e doppi giochi, svolte belle e svolte bellissime, so anche dirvi il mio episodio preferito. Sono stato attento: il decimo della terza stagione. Un piccolo capolavoro in cui la caccia ossessiva a una mosca, in un ambiente che dovrebbe essere asettico, serve a parlare di nevrosi che tormentano e a creare un'ultima vicinanza tra Jesse e Walter, dipendente e boss, la quale spalanca uno spiraglio piccino a reciproche confidenze. E ronza, indisturbato, il senso di colpa. Il non detto. Breaking Bad sposa lo storico enunciato di Lavoisier e, nel mentre, si fa anch'esso legge. Nulla di crea. Nulla si distrugge. tutto si trasforma. Soprattutto, qui si trasformano tutti. (9)