Visualizzazione post con etichetta Bollati Boringhieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bollati Boringhieri. Mostra tutti i post

lunedì 29 aprile 2024

Recensione: Ho qualche domanda da farti, di Rebecca Makkai

| Ho qualche domanda da farti, di Rebecca Makkai. Bollati Boringhieri, € 19, pp. 480 |

Come in Le regole del delitto perfetto, un'insegnante dà ai suoi allievi un singolare compito per casa: indagare su un omicidio compiuto trent'anni prima. Come in Only Murders in the Building, l'ossessione per il true crime spinge un gruppo di detective improvvisati a ficcanasare tra i dettagli di una storia di sangue: non andrà bene. Rebecca Makkai torna in libreria, con un thriller perfetto, su carta, per diventare una serie TV. Prolisso e dispersivo, invece, invoglia più a mandare avanti veloce che a fare binge watching. L'intreccio, destinato a dipanarsi in quasi cinquecento pagine ma non a trovare una risoluzione definitiva, gioca con la nostra ossessione per la verità. Davanti a un caso di cronaca nera, siamo tutti voyeur. Non ci rassicurano nemmeno i verdetti. Quando qualcuno viene incriminato, di rado crediamo che giustizia sia realmente stata fatta. Olindo e Rosa sono gli artefici della strage di Erba? Il DNA che inchioda Bossetti è stato sistemato ad arte sulla biancheria di Yara? Amanda Knox, col suo visino d'angelo, ce la conta davvero giusta? Per quanto immaginario, il giallo di Makkai parla dell'ennesima vittima di femminicidio: Thalia, sedici anni, fu trovata riversa nella piscina della scuola.

Solo perché non riesci a immaginare qualcuno che fa qualcosa non significa che non ne sia capace.

Correvano gli anni Novanta. Gli adolescenti consacravano altari a Kurt Cobain e gli assassini erano puntualmente afroamericani: così è stato per Omar, preparatore sportivo, condannato per l'omicidio dell'adolescente. Si tratta di un caso di mala giustizia? Bodie Kane, ex allieva della Granby ormai celebrare nell'ambito della critica cinematografica, torna sulla scena del crimine. Divorziata e irrisolta, rivive il passato a ogni passo, con la speranza di cambiarlo. I suoi vecchi professori sono ancora in carica. I ricordi delle amiche e dei conoscenti, dei bulli e delle spasimanti bruciano ancora nell'orgoglio. Per fortuna sono cambiati i rapporti di genere, anche se l'ondata me-too travolge anche l'ex marito. Per fortuna sono cambiati gli adolescenti, più schierati. L'autrice si impelaga in un romanzo che ha troppa carne al fuoco. Il giallo passa presto in secondo piano, appesantito dalle stoccate femministe; dalle shitstorm su Twitter a proposito di molestie e razzismo; dalle riflessioni su un falso Eden, provinciale ed elitario quanto il sistema giudiziario americano. Cara Makkai, anch'io ho qualche domanda da farti. Perché dilungarsi con le relazioni sentimentali della protagonista? Perché il continuo rivolgersi a Bloch, professore di teatro sotto sospetto, senza mai farlo comparire in scena? Perché lasciare spazio alle teorie del complotto, ai dati, alle statistiche, se la riapertura del processo avviene a porte chiuse? Logorroica, tergiversi e impieghi fiumi di parole per distoglierci dalla povertà della tua inchiesta. Inefficace come thriller, il tuo ultimo romanzo può funzionare soltanto se letto in chiave amarcord. Più che un maxiprocesso, infatti, è una pizzata di classe in cui tutti parlano troppo e troppo forte mescolando gossip e tragedie alle foto d'epoca. Per essere al centro dell'attenzione, e dei disastri. Per sentirsi vivi.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Sophie Ellis-Bextor - Murder on the Dancefloor 

lunedì 20 settembre 2021

Recensione: Randagi, di Marco Amerighi

| Randagi, di Marco Amerighi. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 400|

Ci sono uno studente italiano, un gigolò francese e una cinefila madrilena. Sembrerebbe l'inizio di una barzelletta, come afferma a un certo punto uno dei protagonisti, se non fosse che c'è poco di che ridere della storia di questi vuoti a perdere dalle esistenze parallele. Affetti dallo stesso disorientamento, forse in attesa di un miracolo, si muovono tra Pisa e Madrid nei primi anni Duemila. Un po' sopra le righe, all'occorrenza sanno reinventarsi. Prendete Pietro, ad esempio: fresco di conservatorio, riccioluto e in sovrappeso, ammazza il tempo con i videogiochi e vive all'ombra del resto della famiglia – una mamma ipocondriaca, un padre pieno di debiti e un fratello, l'indimenticabile Tommaso, che al contrario suo eccelle nello sport e negli studi. Da un lato fragilissimo, dall'altro sin troppo consapevole delle proprie potenzialità, il ventenne fugge da una presunta maledizione familiare, dal dolore, dal futuro e, soprattutto, da sé stesso. È vero, infatti, che tutti gli uomini della famiglia Benati sono destinati a scomparire in circostanze misteriose?

Ti è mai capitato di aver desiderato così tanto una cosa, Pietro, che quando l'hai ottenuta non avevi più le energie per esserne felice?

In erasmus in Spagna – per perfezionare gli studi, non per fare sesso –, divide la casa con il primo di una strampalata galleria di personaggi: Laurent. Bisessuale, fumantino e sempre mezzo nudo, l'expat francese con un passato da surfista sbarca il lunario rendendo felici attempate signore. E poi c'è Dora, conosciuta a una festa nell'appartamento di amici di amici: italiana per metà, porta il nome di un prode condottiero, restaura pellicole cinematografiche, legge Sylvia Plath, dice un sacco di parolacce e nasconde una specie di guasto dentro. Innamorato, Pietro la segue – non visto – lungo le strade affollate, a lavoro, nei musei in cui la ragazza si ferma a contemplare i capolavori di Hopper. Tutt'intorno ci sono la musica punk, salotti popolati da accademici radical chic, gli attentati terroristici dell'Eta. Randagi somiglia a un hangover a casa di sconosciuti. Quando dopo una festa ci si sveglia a casa d'altri e, imbarazzati ma ciarlieri, seminudi, si fa colazione insieme condividendo vita, morte e miracoli davanti a un piatto di uova all'occhio di bue. Cosa importa: non ci si rivedrà mai più. O forse sì?

Non hai mai l'impressione che sia tutto scritto e che l'unica cosa che ci resta da fare sia avanzare sui binari che qualcun altro ha costruito per noi? A me capita così spesso che certe volte non capisco se sono io a vivere la mia vita o qualcun altro.

Arrivato in libreria alla fine dell'estate, tra le lodi dei padrini Veronesi e Missiroli, potrebbe diventare uno dei romanzi più chiacchierati da qui alla prossima stagione dei premi. Tragicommedia rocambolesca vicina al già vittorioso Colibrì, a tratti mi è parsa profondamente mia; a tratti, invece, piuttosto forzata per via delle troppe digressioni, delle parentesi surreali e di una dimensione corale non sempre funzionale. Al suo secondo romanzo, Marco Amerighi dimostra di avere carattere da vendere: la sua prosa brilla per ironia, freschezza ed efficacia, e accoglie tra le pagine email inviate dalle Ande, biglietti e cartoline. In un'era pre-Covid, racconta la bellezza delle amicizie lampo, i grandi amori e quei dolori, purtroppo, più grandi ancora. Prende avvio con un nonno scomparso durante la guerra di Eritrea e giunge, infine, a una convention di sosia in quel di Viareggio, dove Pietro rischia di essere sodomizzato da un Lenny Kravitz caucasico. Come si passa da un estremo all'altro? Dove vuole andare a parare l'autore? Non credo di averlo capito, sballottato di qua e di là da questa lettura tanto coinvolgente quanto ondivaga. Per fortuna, la casa di Pietro affaccia su Piazza dei Miracoli. E c'è la torre di Pisa, alta e tutta storta, a restituirci una parziale visione d'insieme – alta e tutta storta –, il senso dell'orientamento e una domanda: in quale direzione è il mare?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Nomadi – Io vagabondo

giovedì 5 agosto 2021

Recensione: La nostra furiosa amicizia, di Rufi Thorpe

| La nostra furiosa amicizia, di Rufi Thorpe. Bollati Boringhieri, € 17, pp. 344 |

Siamo in un quartiere di Los Angeles dove tutto, all'apparenza, è in ordine. Ma agli adolescenti, figli di genitori viziosi o obnubilati dall'alcol, pascolano lungo la costa come bestiole braccate e senza padrone. Qui, al liceo, si incontrano Bunny e Michael: giovani vicini di casa uniti ben più che dalle proprietà confinanti. Lei, mite e accondiscendente per natura, è un bellissimo scherzo della natura che scoraggia i ragazzi ma fa gola, al contrario, agli allenatori sportivi: alta quasi due metri, ha un papà-manager privo di scrupoli, una mamma la cui morte è avvolta dal pettegolezzo e una forza inusitata – a questo allude il titolo originale, da tradurre letteralmente con La regina del knockout. In una frazione di secondo spruzzata di sangue, quella brava ragazza potrebbe trasformarsi in carnefice per difendere il migliore amico. Cosa sarebbe disposta a fare, infatti, pur di proteggere Michael dalle malelingue? Lui, sfacciatamente gay, porta l'eyeliner in classe ed è reduce da un'infanzia dickensiana: separato dalla sorella, affidata nel frattempo alla madre fresca di galera, spreca il suo potenziale accademico e rimorchia di nascosto uomini più grandi su Craiglist. Sentendosi un reietto, reputa impossibile essere amato da un coetaneo. Mentre Michael è maestro dell'inazione, Bunny al contrario vibra di una sconcertante volontà di potenza.

Perché volevamo essere visti così disperatamente? Io la vedevo. Bunny mi riempiva gli occhi. Ma non era abbastanza e questo non mi feriva più. Neanche il modo in cui lei amava me era abbastanza. Forse l’amore non sarebbe mai stato abbastanza. 

Formazione inquieta e pericolosissima, popolata da personaggi spesso indimenticabili, La nostra furiosa amica è un romanzo Young Adult a tinte crime che sorprende sin dalla prima pagina: in esergo, infatti, leggiamo citazioni tratte da Hannah Arendt e RuPaul. Come si possono conciliare una filosofa tedesca e un'icona della TV americana, celebre per la sua sfida tra drag queen? Con uno stile folle e immaginifico, cruento ma pieno di poesia, la bravissima Rufi Thorpe passa dalle riflessioni ossessive sul bene e sul male, sulla predestinazione e sul perdono, alle maratone di reality show che in poltrona mettono finalmente il cuore in pace. Nel corso della lettura, Bunny deve imparare a essere donna e fuori posto – a scuola, purtroppo, è solita scusarsi con tutti per lo spazio che occupa. Michael, invece, a essere uomo e omosessuale. 

Eppure non potevo smettere di stare dalla sua parte. Avrei continuato ad amarla, anche se mi inorridiva. Avrei continuato ad amarla perché era mia.

Sullo sfondo, la cartolina paradisiaca di un luogo lontano da ogni luccichio: una America alla Bret Easton Ellis, dipinta tra tragedia greca e MTV generation, erosa nel profondo dalle dipendenze, dalla violenza domestica, dal bullismo, dall'omofobia. E, perfino, dall'omicidio. Questa polveriera, che nei sogni incendiari del protagonista maschile brucia spietatamente fino alle fondamenta, è connessa a doppio nodo alle scelte di due amici combattuti tra idealismo e ferocia, incanto e repulsione. Sul lungo tratto, le decisioni prese d'istinto minacceranno di unirli e dividerli al tempo stesso. A cosa serviranno le promesse, i “per sempre”, se ci si mette di mezzo la vita? Ce lo ricorderà un epilogo struggente. Anche se pesti, ammaccati e guasti, anche se spinti alle corde dall'incessante divenire del mondo adolescenziale, Bunny e Michael sono elefanti in un negozio di cristalli orgogliosi della distruzione che seminano tutt'intorno.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Video Games

venerdì 8 maggio 2020

Recensione: Molto mossi gli altri mari, di Francesco Longo

| Molto mossi gli altri mari, di Francesco Longo. Bollati Boringhieri, € 16, pp. 176 |

Avevo questo romanzo in libreria dal periodo dell’uscita. Ma, a testimonianza di come le letture non abbiano una data di scadenza, ho scelto di conoscere l’esordio di Francesco Longo ora. Il mood, infatti, era di quelli perfetti. Mentre in streaming sono immerso negli amori inconfessati della serie Normal People, il quattro maggio – per inaugurare la fase due – sono finalmente tornato a passeggiare al mare: uno dei miei veri affetti stabili. Tutto preso dagli struggimenti post-adolescenziali e dagli andirivieni in spiaggia, insomma, non potevo non tuffarmi a bomba nelle estati di Santa Virginia. Una località fittizia, a un’ora di treno da Roma, che fa da sfondo alle amicizie rievocate dal narratore. Sarà che il protagonista ha il mio stesso nome, sarà che ho sempre vissuto sulla costa, ma l’immedesimazione è stata istantanea.
Smilzo, occhialuto e cagionevole, Michele è un tipo malinconico e sedentario. Di quelli che si commuovono per la bellezza dei tramonti, scrutano le stelle in cerca di UFO, fantasticano di mostri alati in fondo al lago. Di quelli che hanno fatto dell’attesa il senso stesso della loro esistenza, e non a caso hanno l’abitudine di tuffarsi sempre per ultimi. Nato e cresciuto in una località presa d’assalto dai turisti, non l’abbandona a vacanze finite. Abita in un paese popolato soltanto per tre mesi all’anno e nei restanti nove viene lasciato in balia del mare d’inverno.

Sono stati tutti convocati dal mare, dalla promessa di una mareggiata epica che ha richiamato anche chi non si vedeva più da anni. La spiaggia è a sud del promontorio, è la Baia di Santa Virginia. Lì abbiamo trascorso tutte le nostre estati. Lì l’infanzia era una cosa sola con la sabbia.
L’autore descrive con esattezza la solitudine di cui il suo protagonista soffre, ma è con l’arrivo di giugno che lo fa rianimare: quando, come da tradizione, si ricompone il cosiddetto gruppo della Baia. Anno dopo anno, infatti, Michele ha stretto con un manipolo di coetanei che si riunisce soltanto d’estate. Ci sono Guido, spavaldo ma fedele, che ha portato la moda del surf da un viaggio in California; la bella Silvia, che raccoglie le confessioni di tutti ma raramente si sbottona; il Cicogna, accanito lettore destinato a fare il naturale salto alla scrittura; Gabriele con la sua inseparabile chitarra; e c’è soprattutto Micol, con un cespuglio di capelli ricci e gli occhi più brillanti della luna. Senza dirglielo, il protagonista la amerà fino all’età adulta. Loro come vivono invece l’attesa del mare? Con la stessa pena, con le stesse speranze, con lo stesso languore? Strutturato tra passato e presente, Molto mossi gli altri mari li racconta com’erano e come sono: radunati eccezionalmente per una bufera tropicale che allarma i meteorologi ma promette, d’altra parte, onde altissime. Michele saprà affrontarle di petto, soprattutto davanti alla notizia delle nozze di Micol?

Di una cosa solo tu puoi essere geloso: del mare.

Questo è un piccolo romanzo generazione che vive non tanto di personaggi quanto di atmosfere. Se gli amici di Michele sembrano spesso schiacciati dall’apatia, poco messi a fuoco nella foga della nuotata e condannati a un finale per me sin troppo precipitoso, a fare la differenza è una natura kantiana in cui scorgere l’ennesima sfida. Piace allora per i cieli coperti, per i braccialetti dell’amicizia al polso, per le pedalate a perdifiato e per le grigliate, per la metafora alla base: l’età adulta come una mareggiata da fronteggiare. Non importa il cosa né il perché. Questa volta importa il come: ossia attraverso una prosa splendida sin dalle allitterazioni del titolo. Questa volta importa il quando: nella stagione che inevitabilmente precede l’autunno degli ideali. Le sensazioni conclusive sono familiari ma altalenanti. Se da una parte la componente sentimentale mi ha ricordato una frustrante partita di ping pong, dall’altra la lettura ha il profumo di brace e risate dei falò di fine estate. Al centro di una storia di attese e devozione, Michele e Micol evitano il presente per paura. Baciano altre persone, si distraggono con altre relazioni. Si crogiolano in un’eterna sospensione. Come se l’estate – della vita, della gioventù – potesse durare per sempre. In attesa che l’onda del secolo o li schiacci, o li faccia volare.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Hola (I Say) – Marco Mengoni feat. Tom Walker


venerdì 27 marzo 2020

Recensione: Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng

| Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 374 |

Dalle rovine di una casa rispettabile – di quelle tutte uguali, da ricchi, che suggeriscono ordine maniacale, perfezione e decoro – si sollevano le spire di un incendio doloso. Dalle camere dei Richardson sono partiti focolai che hanno inglobato la proprietà in una cortina asfissiante. Dal prato, i membri della famiglia contemplano la disfatta. Si leccano le ferite, additano il colpevole. Com’è potuto accadere? Da un’immagine decisamente cinematografica – non stupisce l’arrivo di una serie TV con due attrici d’eccezione, Reese Whiterspoon e Kerry Washington, debuttata in patria nei giorni scorsi – prende avvio il bestseller di Celeste Ng. Corteggiato sin dai tempi della pubblicazione, l’ho rispolverato per prepararmi alla trasposizione. Denso e corposo – quasi quattrocento pagine, con capitoli piuttosto lunghi –, avrebbe potuto darmi noie in un periodo in cui riesco a leggere poco e male. A sorpresa, nella migliore tradizione dei page turner, ha generato un’istantanea dipendenza.
Quanto ci piace, infatti, curiosare nelle vite altrui? Quanto è divertente smascherare le bugie del perbenismo? Dopo la lettura di La storia di un matrimonio, così, ho conosciuto nuovi segreti coniugali; ennesimi divari generazionali; un nuovo quartiere residenziale dove non è tutto oro quel che luccica.

Proprio quando pensi che sia tutto finito, trovi un modo. […] Come un incendio prativo. Ne ho visto uno anni fa, mentre eravamo in Nebraska. Sembra la fine del mondo. La terrà era bruciata e nera e tutto il verde era sparito. Ma dopo un incendio il terreno diventa più ricco, e possono crescere cose nuove.  Anche le persone sono fatte così, sai? Ricominciano da capo. Trovano un modo.
Anche se non stonerebbe immaginare i protagonisti negli anni Cinquanta, siamo nell’era di Tori Amos e Bill Clinton. La sordida relazione tra il Presidente e la sua stagista fa parlare eccezionalmente di sesso a tavola e a scuola. In un clima già teso, a bordo di una Volkswagen fanno il loro ingresso Mia – fotografa hippy che si arrangia come tuttofare – e Pearl, quindicenne stanca dei continui trasferimenti. Desiderosa di stabilirsi lì in pianta stabile, l’ultima arrivata vince la solitudine e si intrufola nella famiglia degli affittuari.
I Richardson hanno quattro figli pressoché coetanei di Pearl, e accolgono a braccia aperte la studentessa dall’aria bisognosa: generosi e spontanei, neanche particolarmente antipatici, possiedono la naturalezza dei privilegiati di cui si parlava anche in Parasite. Ma a una certa età si è sempre affascinati da ciò che non si può avere, dallo scintillio misterioso dall’altra parte della barricata: la minore dei Richardson, una mina vagante di nome Izzie, compie il percorso inverso rispetto a Pearl. Si avvicina a Mia, semplice donna delle pulizie ma dal talento artistico folgorante. Come preferire gli incarichi ordinari della madre Elena, blanda firma di un quotidiano locale, ai collage della fotografa? Come identificarsi con la donna che ha fatto della genitorialità una professione anziché sognare il passato enigmatico e la vocazione dell’inquilina girovaga?
Grazie a una scrittura agile e bella, che con leggerezza invidiabile scava a fondo e all’occorrenza si libra in coinvolgenti voli pindarici – ho amato i capitoli monografici con le sperimentazioni di Mia –,  la narratrice onnisciente spia dal buco della serratura i membri del suo cast. A proprio agio con la gestione dei diversi punti di vista, la Ng sviscera approfonditamente i pensieri e le azioni dei personaggi: con il rischio di risultare, a volte, un po’ ridondante.

Per un genitore, un figlio non è solo una persona: un figlio è un luogo, una specie di Narnia, uno spazio vasto ed eterno dove il presente che stai vivendo, il passato che ricordi e il futuro che stai attendendo con ansia coesistono nello stesso istante. […]  È un luogo in cui trovare rifugio, a patto di sapere come entrarci. E ogni volta che lo lasci, ogni volta che tuo figlio esce dal tuo campo visivo, hai paura di non potervi più fare ritorno.
Benché non sia un thriller, Tanti piccoli fuochi ne ha il ritmo e gli intrighi. È un garbuglio di fraintendimenti, bugie e non detti, di cui soltanto lettore e narratrice hanno la visione d’insieme. Alcuni personaggi non vengono mai sfiorati dalle conseguenze della vicenda in atto. Altri, senza grandi epifanie, cambiano seduti sui gradini del portico. A differenza che nella serie TV, immagino ben più focalizzata sullo scontro ideologico tra Mia e Pearl, queste donne agli antipodi non si accapigliano e di rado figurano nella stessa pagina. I veri protagonisti sono i loro figli, imprevedibili e ormonali, insieme al magnetismo che lo status dell’una esercita sull’altra. Le madri di Celeste Ng ascoltano, ficcanasano, agiscono per un bene maggiore. E ci fanno riflettere sui bambini nati in serie, su quelli mai venuti al mondo, su quelli promessi e poi pretesi indietro. Cos’è più forte: la biologia o l’amore? 
Mentre nel quartiere si confabula dell’adozione in forse dei McCollough, ci si alzerà di frequente da tavola con il broncio; si infrangeranno i dogmi del politicamente corretto parlando per la prima volta di fecondazione assistita o aborto.  Purtroppo, con il senno di poi, sono costretto a mettere in discussione quell’incipit forte ed esplicativo all’inizio lodato: dice troppo – colpevole incluso –, mentre l’epilogo aggiunge troppo poco. Nel mezzo mezzo, a dispetto della mancanza di colpi di scena, ci sono per fortuna pagine rimarchevoli e tantissima carne al fuoco. Il successo di Celest Ng, un’intrusa in quel di Shaker Heights, non è solo fumo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Adele – Rumor Has It

mercoledì 31 gennaio 2018

Recensione: L'età ingrata, di Francesca Segal

| L'età ingrata, di Francesca Segal. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 350 |

Julia, pianista vedova, inglese, e James, ginecologo divorziato, americano, si innamorano contro ogni pronostico sfidando il ticchettare dell'orologio. Colti, romantici, presissimi l'uno dall'altra, hanno cinquant'anni e qualcosa di più grande della loro affinità: quei figli avuti dai matrimoni precedenti che all'inizio non si piacciono affatto e malauguratamente, a un certo punto, si piacciono troppo. Egoisti come tutti i punti da Cupido, i protagonisti hanno fatto il passo più lungo della gamba e trascinato Gwen e Nathan – diciassette anni: lei blogger con il sogno dell'arte e lui futura leva, si spera, della blasonata Oxford – a vivere con loro nella stessa casa a nord di Londra, tanto presi da non curarsi del disagio generale. La convivenza pesa. Lo spazio non è mai abbastanza, qualsiasi occasione è buona per darsi addosso. Ma ecco che succede l'inevitabile. Perché Gwen ha questa irresistibile cascata di capelli rossi, Nathan è saccente ma non si può far altro che pendergli dalle labbra, e la paglia, a contatto col fuoco, brucia nel lampo delle tempeste ormonali. Adesso Julia sta con James. Gwen sta con Nathan, e alcuni segreti, si sa, hanno vita breve se schiacciati sotto lo stesso tetto. Era un problema grosso l'antipatia degli inizi, per l'equilibrio di una coppia di mezza età che si sognava già famiglia. Figurarsi l'amore, che crea sceneggiate, imbarazzi a cena e schieramenti inevitabili.

Metti insieme due adolescenti, la curiosità e gli ormoni impazziti, e all'improvviso sembra ovvio.

L'età ingrata è quella dei figli che pretendono continue libbre di carne.
L'età ingrata è quella dei cinquantanenni soli di ogni dove che, abbandonati in un angolo, sfioriti, hanno fretta di trovare compagnia sui siti d'incontri o negli appuntamenti al buio; di essere finalmente felici, convincendosi sia subito amore vero. Uno di quelli post-adolescenziali e totalizzanti, insomma, che rendono ciechi ben prima degli scherzi della presbiopia. Cosa farebbe al posto loro Pamela, la ex hippy di James? Cosa direbbero gli ex suoceri di Julia, Iris e Philip, che eppure in età pensionabile stanno vivendo zitti zitti svolte simili, fra trasferimenti altrove e gelosie fuori tempo massimo? Soluzione ragionevole sembrerebbe proprio separare i novelli Romeo e Giulietta con le cattive, ma come funziona con la felicità, con il batticuore... A chi si e a chi no? C'è in gioco il futuro dei loro ragazzi, affezionatissimi e totalmenente irresponsabili. Li si appoggia, da bravi genitori. Si prendono le parti: guai a chi li fa piangere, guai a chi si frappone fra loro e le loro grandi speranze (l'educazione accademica, l'interrail la prossima estate). C'è in gioco, tuttavia, anche la loro relazione. Si parla di nuove dinamiche e vecchi torti, di fiducia soprattutto. Non abbastanza vecchi da rinunciare alla passione, ma troppo per salire sulla giostra ormonale della loro prole, Julia e James sentono di aver fatto un errore: sentirsi prima persone che genitori, godendosi finché è durato il privilegio di essere egoisti. Essere parner accomodanti, essere guide sempiterne: a cosa dare la precedenza?

L'ira era più sopportabile del rimpianto.

Non fanno una bella figura i giovani: irruenti, sprovveduti, facce da schiaffi che irritano con poco. Ma, a mio dire, non fanno una bella figura nemmeno genitori: fra due fuochi, senza gravi colpe, ma comprendete la prospettiva di un figlio di freschi separati che in questo periodo cova amarezza e musi lunghi; che alla vigilia di Natale ha dovuto fare da ambasciatore che porta pena, da paciere, fra un padre che rivive un secondo tempo delle mele (dimenticandosi chi gli è stato alle costole nel momento del bisogno) e un fratello minore che non lo accetta (dimenticandosi a sua volta quanto doloroso sia stato quel momento, quanto potremmo stare più in pace d'ora in avanti). Primo romanzo che leggo dell'apprezzata Francesca Segal, L'età ingrata è una commedia british, elegante, ciarliera, che non brilla per lo spunto – lasciamo però i paragoni con I Cesaroni alla Garbatella e alle repliche su Italia Uno, per favore – ma per uno stile cinematografico, nelle corde di David Nicholls e Fionnuala Kearney. Scritto benissimo ma con più di qualche pagina in eccesso – troppe, infatti, quasi 400 per raccontare una storia agrodolce, a tratti molto divertente, ma dall'andamento tutto sommato intuibile –, il romanzo colpisce per l'invidiabile accuratezza dei pensieri, dei sentimenti in gioco, delle situazioni scomode. Per l'ambiguità di un titolo, di un tema, che punge sul vivo tanto le scelte degli adulti quanto quelle degli adolescenti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: OneRepublic – Good Life