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martedì 28 marzo 2023

Recensione: Le sorelle Hollow, di Krystal Sutherland

 
| Le sorelle Hollow, di Krystal Sutherland. Rizzoli, € 17, pp. 360 |

A prima vista sembrano “le vergini suicide” del film di Sofia Coppola. Pallide, bellissime, inquietanti: senza paura. Hanno nomi di quattro lettere ciascuno e un legame viscerale, che misteriosamente va al di là del sangue. Le hanno unite il bosco e il trauma. Sparite durante la notte di Capodanno quando erano bambine, furono trovate un mese dopo nello stesso luogo in cui erano scomparse: nude, con una cicatrice a mezzaluna alla base del collo. Sane, non salve. Crescendo si sono allontanate. Grey, bellissima e spregiudicata, posa sulle copertine di Vogue e mescola l'alta sartoria con l'imbalsamazione; Vivi, bassista in un gruppo rock, sciupa la sua avvenenza con piercing e tatuaggi e provoca continuamente; infine c'è Iris, la minore, che vorrebbe passare disperatamente inosservata ma deve convivere con i non detti della madre e l'eredità ingombrante delle sorelle. Di loro si dice che siano sirene, streghe, alieni. Esercitano una misteriosa fascinazione su uomini e donne. Hanno una fame vorace, insaziabile. Vengono realmente da mondo ultraterreni, o hanno forse ereditato la follia del padre, morto suicida?

Eravamo sorelle. Sentivamo il dolore delle altre. Provocavamo dolore alle altre. […] Ci difendevamo. Ci mentivamo. Fingevamo di essere più grandi, diverse: travestirci era un gioco per noi. Ci spiavamo. Ci possedevamo come oggetti luccicanti. Ci amavamo con furia ardente e intensa. Furia animale. Furia mostruosa. Le mie sorelle. Il mio sangue. La mia pelle. Che legame raccapricciante condividevamo.

Dopo due bellissimi romanzi sulle fragilità del cuore adolescente, una irricoscibile Krystal Sutherland sposa l'horror a sfondo esoterico e le atmosfere crepuscolari di Shirley Jackson. Il suo ritorno in libreria è mellifluo e respingente, bello e spaventoso: un intreccio di ghirlande e incubi, fanciulle incantevoli e uomini-bestie, che diventa un'ossessione irrinunciabile una pagina dopo l'altra. Ambientato tra l'Inghilterra e la Scozia, prende avvio dalla scomparsa della sorella maggiore alla stregua di un giallo e si snoda, poi, in una caccia al tesoro senza esclusione di svolte spiazzanti. A tratti, mette una paura matta. Cosa finisce nella fessura del divano, dove si annidano monetine e briciole di popcorn? Cosa si nasconde nelle intercapedini della nostra realtà? È stata una lettura lontana dalla mia comfort zone soltanto all'apparenza. Le sorelle Hollow è un ritorno alle coccole e agli orrori della mia adolescenza. A quando vivevo per storie così e, in segreto, ne scrivevo di mio pugno (una l'ho perfino pubblicata).

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Gods & Monsters

venerdì 27 dicembre 2019

[2019] Top 10: Le mie letture


10. La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo (Neri Pozza)
Quattro amici, quattro anni, un patto: realizzare i propri desideri entro l’inizio dei prossimi mondiali. Con uno stile che ricorda il miglior Nicholls, il mio primo romanzo dello scrittore israeliano fa il bello e il cattivo tempo con una storia che a tratti fa ridere, a tratti fa piangere. È rimasta una delle maggiori emozioni del 2019.

9. La ragazze delle meraviglie, di Lavinia Petti (Longanesi)
Un’amica scrittrice attesa per anni e anni al varco. Un ritorno irresistibile in una Napoli da sogno (e da incubo), guidato dallo spettro di un inquietante Pulcinella e da una fantasia senza eguali. Quanto è brava Lavinia? Quando tornerò, soprattutto, a visitare la città che parla il dialetto dei miei parenti stretti?

8. La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi, di Krystal Sutherland (Rizzoli)
A volte mi dico di non avere l’età. Per apprezzare romanzi per ragazzi. Per avere paura. E poi ci sono quelle autrici brillanti, dall’immaginazione iperattiva, che ti rubano il cuore con una saga familiare a metà tra Tim Burton e Wes Anderson. Quelle letture che sussurrano ai tuoi giorni storti e alla tua ansia sociale, vincendo i peggiori tabù: malattia mentale e depressione.

7. Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker (Nord)
Tra biografia e invenzione, si muovono un diretto discendente di Bram Stoker e il collega J.D. Parker. Lo spunto del loro romanzo fa tremare, su carta, ma per i motivi sbagliati: chi oserebbe scrivere il prequel di una pietra miliare dell’horror? L’esperimento, vincente, sorprenderà perfino gli appassionati con una narrazione ad ampio respiro e dettagli – cuori pulsanti, topi, blatte – da autentico almanacco della paura.

6. Il potere del cane, di Thomas Savage (Neri Pozza)
Riscoperta postuma, una tragedia americana su un triangolo inconciliabile e un’omosessualità vissuta con inquietudine. La tensione è alle stelle. L’epilogo è degno di un thriller. Splendido e perturbante,  questo novello classico è il lato oscuro della Holt di Kent Haruf.

5. Cat person, di Kristen Roupenian (Einaudi)
Dodici racconti che spiazzano, spaziando dalla favola nera alla commedia grottesca, dalla denuncia sociale all’erotismo. Contemporanea, scorretta e amorale, l’autrice americana  - voce di Tinder, Twitter, del metoo –  conferma il suo diritto a non essere né moglie né intellettuale battagliera: ma vampira, principessa, amante, bambina dai desideri infernali.

4. Nemesi, di Philip Roth (Einaudi)
Un’estate sospesa negli anni Quaranta, una doppia guerra: da un lato le bombe, dall’altro la poliomelite. Di chi è la colpa? Degli italiani, dei randagi, del cibo spazzatura oppure di Bucky, protagonista irreprensibile? Se con la serie TV Chernobyl è mancata la scintilla, qui invece quanta agonia, quanta ira, quanta bellezza.

3. La clausola del padre, di Jonas Hassen Khemiri (Einaudi)
Le famiglie infelici sono infelici a modo loro? Mi perdono Tolstoj, ma dissento. C’è più della mia qui – tra le pagine di una commedia svedese degna di Allen – che in una foto ricordo. L’ho amato ma, se siete persone liete e speranzose, troppa verità potrebbe nuocere.

2. Favola di New York, di Victor LaValle (Fazi)
Apollo, antiquario, incontra Emma, bibliotecaria. Romantici e hippy, hanno un bambino nato sulla linea A della metropolitana. Sembra una fiaba moderna, ma dopo un gesto indicibile si trasforma in un incubo. Tutto dovrebbe finire così, nel sangue: e invece comincia. Incantevole, originale, violentissimo, un romanzo allegorico che parla del lutto al tempo dei social, della presidenza Trump, di troll leggendari e metaforici.

1. Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante (E/O)
Son venuto meno ai miei buoni propositi. In un dicembre svogliato e irrequieto, non ho portato a termine la tetralogia dell’Amica geniale come avrei sperato. Ma Elena Ferrante l’ho letta e riletta – ben quattro romanzi in dodici mesi, compreso La vita bugiarda degli adulti – innamorandone ogni santa volta; sento, però, che l’emozione dell’adolescenza delle indimenticabili Lila e Lenù, nel futuro prossimo, non sarà né superata né equiparata. 

sabato 30 marzo 2019

Recensione: La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi, di Krystal Sutherland

| La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi, Krystal Sutherland. Rizzoli, € 17, pp. 412 |

Mi dico che non ho l'età. Per avere paura. Per leggere young adult. Ma ci sono fobie – il futuro, le altezze, fidarsi di qualcuno, lasciarsi andare – che colgono in contropiede anche me, tutt'altro che stoico in verità, ma salvatore di ragni, lucertole e chiocciole dallo scalpiccio degli ospiti che calpestano il mio vialetto. E ci sono romanzi per ragazzi, soprattutto, che non hanno limiti: li si valuta con il cuore, così, organo notoriamente di manica larga, e nel mentre li si consiglia in lungo e in largo a lettori senza pregiudizio. Già colpito dalla bellezza dei Nostri cuori chimici, esordio brioso e struggente insieme, riscopro a due anni di distanza le magie di Krystal Sutherland. Pensavo fosse una meteora, lo ammetto, invece era la figlia segreta di Rainbow Rowell e John Green. Dalla sua: un'immaginazione sconfinata, temi difficilissimi sospesi fra favola e psicologia, un gruppo di personaggi memorabili sbucati da un romanzo gotico di Shirley Jackson. Ogni adolescenza, infatti, è una casa infestata: una storia di fantasmi. Esther, diciassette anni, non li teme. Come potrebbe, se a giorni alterni si abbiglia come Mercoledì Addams, ha amuleti appesi agli alberi in giardino e un piano della sua villa è chiuso al transito come l'ala di un fantomatico ospedale psichiatrico?

«La paura ti protegge. Devi sentirti spaventata fin nelle ossa» le sfiorò la clavicola con la punta delle dita, «perché l'audacia abbia un senso.»
Esther lo osservò. «E se muoio?»
«E se vivi?»

Casa Solar è un po' un castello degli orrori, un po' un bunker post-apocalittico: sui pavimenti scorrazzano liberamente galli e conigli (mamma, giocatrice d'azzardo, è convinta portino fortuna), gli interruttori della luce sono fissati con il nastro adesivo (il fratello gemello, Eugene, ha paura del buio e di sé stesso), in cantina è Natale in qualsiasi stagione (sei anni prima ci si è rifugiato il padre, veterinario agorafobico, devastato dagli ictus frequenti e dall'incomunicabilità). La nostra protagonista, all'apparenza normalissima, sembrerebbe lo strappo alla regola se non fosse per un dettaglio: alla maledizione di famiglia crede anche lei. I Solar, si tramanda, saranno uccisi dalle loro paure. Esther alterna bizzarri travestimenti per non farsi scovare, spaccia dolcetti a ricreazione con il sogno di risparmiare abbastanza per scappare via da lì e, complice il ragazzo giusto o forse sbagliato, accarezza l'idea impavida di salvare i suoi parenti. Il nonno, ex detective ossessionato da un assassino di bambini mai acciuffato, giura di aver conosciuto il Mietitore in Vietnam: un ventenne anonimo e butterato, che brindava con un bicchiere di latte e desiderava ritirarsi a vita privata a Santorini. Ammesso che esista, perché non sfidarlo a revocare la loro misteriosa iettatura? Basta affrontare la lista delle proprie paure di petto, punto per punto, inseguendo l'ombra della morte – e con essa, dunque, anche la vita. Ma affrontare aragoste, falene, luoghi angusti, scogliere e tempeste di fulmini è più facile in teoria che in pratica per qualcuno con le inibizioni di Esther: una ragazza che ha visto troppi film horror, infatti, ha disperatamente bisogno di qualcuno con la sfacciataggine di Jonah. Un coetaneo artistico e cleptomane, che alle scuole elementari la proteggeva dai bulli e al liceo, dopo anni di silenzio, le ha rubato prima il portafogli alla fermata dell'autobus, poi una promessa. Che vivrà pazzamente, testimone una GoPro.

Esther capitava la prima legge della termodinamica, secondo cui nulla si creava o si distruggeva: tutti i frammenti e i pezzi che costituivano un essere umano sarebbero stati redistribuiti altrove alla sua morte, ma dove andava la memoria? La gioia? Il talento? La sofferenza? L'amore.
Se la risposta era “da nessuna parte”, allora perché diavolo ci diamo da fare? Qual è il senso di quei grumi carnosi di consapevolezza che mangiano, bevono, amano e nascono da frammenti rabberciati dell'universo?

La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi conta quattrocento pagine, quaranta capitoli e cinquanta appuntamenti fissi: ogni domenica per un anno si sale sul motorino di Jonah e, aggrappati a lui, si flirta con i pericoli grandi e piccoli che erigono barriere intorno al mondo. Leggera soltanto all'apparenza, la lettura – figuratevi pure un mondo a metà fra Wes Anderson e Tim Burton – mi ha fatto ridere e piangere impunemente. Accanto alla Sutherland, un pigmalione australiano tutta citazioni nerd e ordinate liste per punti, è bellissimo scoprirsi codardi e vulnerabili. A cosa serve farsi in quattro per gli altri se a lungo sfugge l'essenziale, ossia salvare sé stessi?
A ben vedere questi Tenenbaum in chiave noir hanno tagli rattoppati sui polsi, conti in sospeso con mamma e papà e, con la scusa di una maledizione, mascherano da eccentricità malesseri più profondi. Si parla fra le righe di disturbi ossessivi, ansia sociale, depressione, e la lettura ispira inevitabilmente gli esami di coscienza: perché negli immancabili giorni storti io non avrò paura di schiocchi di chele e saette minacciose, no, ma della compagnia di me stesso. Il mio peggior nemico, mentre il Mietitore se ne sta in disparte: nelle corsie di un ospedale sfoglia un giornale con Kim Kardashian, annoiato, e lucida la propria falce.

«Be', sbagli su così tante cose che non so decidere da dove iniziare per dimostrartelo. E su cosa vuoi poi che ti dimostri che stai sbagliando?»
«La morte, soprattutto. E l'amore.»

Ho quasi venticinque anni e ormai acquisto young adult con il contagocce. Qualche volta sono troppo triste perfino per piangere e mia mamma, al telefono, si prende le colpe: siamo parte di una famiglia a pezzi, malinconici per natura, e a un bivio preferiamo guardarci l'ombelico – il passato è doloroso, il futuro incerto: allora dove rivolgersi, e a chi?
La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi è un romanzo speciale, che ti riconcilia con il mondo: di quelli di cui leggi da cima a fondo – compresi, insomma, ringraziamenti, fonti e note dell'autore – in cerca di un'altra iniezione di energia per endovena, degli indiscreti pregi dell'umorismo nero. Mi ha insegnato senza peli sulla lingua che i disturbi mentali non sono peggiori di una gamba rotta, che la terapia è il gesso per rinsaldare menti frantumate. E che di un uomo, quando scompare, restano in eredità la polvere, le storie e un'orchidea viola appoggiata sul cuscino.
Le paure ci obbligano a scomporci in compartimenti stagni, ma le navi non sono creazioni inaffondabili: lo sa bene il Titanic, che in acque gelide pagò il fio della propria presunzione. Cosa può Esther contro l'attrazione per Jonah: l'incubo degli incubi? Cosa possiamo noi contro l'iceberg? Krystel Sutherland firma un brillante avviso ai naviganti, nella speranza che le stazioni radio e le librerie diffondano il messaggio fino in capo al mondo: certi amori, certi urti, certi romanzi per fortuna ti obbligano a imparare a nuotare.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Bjork – It's Oh So Quiet

lunedì 9 gennaio 2017

Recensione: I nostri cuori chimici, di Krystal Sutherland

«Tu sei decisamente stramba, Grace Town.» «Lo so.»
«A me non importa.» «Lo so.»

Titolo: I nostri cuori chimici
Autrice: Krystal Sutherland
Editore: Rizzoli
Prezzo: € 17,00
Numero di pagine: 335
Sinossi: Henry Page ha 17 anni e non si è mai innamorato. Paradossalmente, la colpa è del suo inguaribile romanticismo: Henry è da sempre così aggrappato al sogno del Grande Amore da non aver lasciato spazio alle cotte che da anni elettrizzano le vite dei suoi amici. Non è una scena da film nemmeno il primo incontro con Grace Town: Grace cammina con il bastone, porta vestiti da ragazzo troppo grandi per lei, ha sempre lo sguardo basso. Complice il giornale della scuola, Henry se la ritrova vicina di scrivania, e presto precipita nella rete gravitazionale di Grace, che più conosce, e più diventa un mistero. Grace ha ovviamente qualcosa di spezzato e questo non fa che attirare Henry, convinto di poterle ridonare quel sorriso che fino a pochi mesi prima la accompagnava ovunque. Ma forse il Grande Amore è più amaro di quanto i romantici credano. 
                                            La recensione
Dopo la conoscenza preliminare con lo stile di Elizabeth Strout e Philip Roth, cercavo distrazione con una storia semplice e carina – aggettivi da prima elementare, forse, ma non chiedevo altro. La prima lettura dell'anno, e di un romanzo in pubblicazione di cui potrò parlarvi solo all'indomani della data di uscita, mi aveva tutt'altro che entusiasmato. Dovevo riprendermi da una delusione che sapeva di noia, allora, a colpi di copertine coloratissime, sentimenti giovani e trame confortanti ma scontate. Alla ricerca della delicatezza, a sorpresa, mi sono imbattuto in un romanzo young adult che mi ha dato invece da penare. E che, nel profondo dei suoi moti adolescenziali, è molto meglio del previsto. Uno di quelli che non incrociavo da molto tempo, con frasi da incorniciare, gag moderne e verità universali. Mi vergogno quasi, sapete, a emozionarmi così tanto appresso a romanzi leggeri e sbarazzini. Hai l'età ancora per poco, tu, e ci caschi con tutte le scarpe? I nostri cuori chimici, però, ha fatto il bello e il cattivo tempo a suo piacimento. Quando succede, vinto lo scetticismo, sono dichiaratamente e allegramente fuori di me. L'esordio della Sutherland – andate su Instagram e vedete quant'è carina: sono cotto – racconta una specie di storia d'amore: purtroppo, a senso unico. Henry Page, diciassette anni, preserva la verginità in attesa dell'amore con la lettera maiuscola: dinoccolato e brillante, crede nel prossimo e nell'anima gemella. Ha due imbarazzanti genitori innamorati come il primo giorno; una sorella maggiore, a metà tra una scienziata e un'incensurata criminale; uno scantinato arredato di tutto punto, in cui passa i pomeriggi con gli amici Murray (australiano trapiantato nella provincia americana, che fa folli conquiste conciato come Crocodile Dundee) e Lola (storica ex che, dopo un tragico bacio con il protagonista, si è dichiarata lesbica). Henry, miope e dolce per natura, ha la sindrome del crocerossino. Apprezza le cose rotte, pensando di poterle rimettere in sesto, e l'arte kintsukoroi. Possiamo riempire le ferite di chi ci circonda con una colata di oro liquido, come fanno in Giappone coi vasi scheggiati? 
Ci prova con Grace Town, «un rebus avvolto in un mistero all'interno di un enigma». Scherzano sulla comicità di Liam Neeson; visitano una stazione abbadonata e, da una pozza, pescano un pesciolino di nome Ricky Martin; escono insieme dopo una solenne presentazione con Power Point; riempiono la chat di discussioni che spaziano dalla mancata conoscenza della saga di Harry Potter («Che razza di infanzia hai avuto? I tuoi erano forse nazisti?») alle insolite canzoni dei Pixies e degli Strokes. I nostri cuori chimici è uno di quei romanzi che parlano di me, alla mia maniera. Si può essere gelosi di un mucchio d'ossa? Si può competere con un ricordo? Tocca proteggerci dalle persone come Grace. Nel finale, ci annienteranno. Anche se non sono di quelle protagoniste femminili enigmatiche e fatali, che con un'occhiata tutto possono. Anche se qualche bacetto lo ricambiano, ma poi hanno lo sguardo basso e altrove. 
Qui e lì – nei nomi e cognomi ripetuti, nelle liste per punti, nei figuranti troppo adorabili e ipercaratterizzati per essere veri – è forte il debito verso John Green e Rainbow Rowell. L'autrice, che ha comunque spaziosi margini di miglioramento, stupisce con un umorismo nerissimo, passatempi nerd e sconfinata tenerezza. Strazia quando meno te lo aspetti. L'ultima arrivata a scuola si concia come la serial killer Aileen Wuornos, zoppica aggrappata a un bastone, porta colonia da uomo e passeggia per cimiteri desolati. Impossibile odiarla, anche se farà male al mio alter-ego. Difficile definirla irrisolta, anche se terrà a lungo i suoi misteri e i suoi dolori per sé. Henry si annulla, quasi, per parlarci di lei: alticcia, con una scarsa igiene personale, attratta dall'oblio. Non sta per morire e non è una creatura d'altri mondi: semplicemente, non potrà mai amare quel ragazzo romantico e fiducioso quanto lui farà con lei. Fa parte di quella sparuta categorie di ragazze che vedremo nude, se la fortuna ci assiste, ma non senza armature. Grace Town tratta Henry come un piacevole compagno di viaggio in attesa di farsi polvere. Il narratore è l'altro di un triangolo impossibile: non quello che vorrebbe. Colui che va amato, come in Neruda, «tra l'ombra e l'anima». Questo romanzo dice che non è vero che nessuno si salva da solo. Grace è promessa al passato, a un terzo incomodo, e fa spallucce se la chimica dei loro cuori le rivela che inviare ordini restrittivi alla felicità non cambia lo status quo. Starà meglio, un giorno. Perché la scienza dice che l'amore, così come il dolore, passa. Abbastanza, qualcosa come settant'anni dopo, per scegliere di dividere la tomba con un Henry che fa pensieri macabri e teme l'abbandono? A travolgermi, il fatto che questi Nostri cuori chimici, per il resto, battano assai normalmente. Lui ama lei. E lei non può fare altrettanto; non fino in fondo. Un terzo d'amore è sufficiente? Una parte della ragazza è infatti promessa al mal di vivere, un'altra a chi non c'è. E se hai diciassette anni e (500) giorni insieme, a occhio, è il tuo film preferito, non c'è niente di più struggente.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Smiths – Please, Please, Please, Let Me Get What I Want