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lunedì 4 ottobre 2021

Recensione: Albicocche al miele, di Elisa Pellegrino

| Albicocche al miele, di Elisa Pellegrino. Mondadori, € 17, pp. 200 |

Quando ho finito l'università, non mi si sono aperte porte: soltanto la terra sotto i piedi. Ero inutile e laureato. La corona d'alloro seccava su una mensola in camera insieme alla mia voglia di fare. L'arrivo del lockdown, perciò, non ha modificato la mia routine: anzi, vedevo il resto del mondo sprofondare finalmente nel mio stesso immobilismo; allinearsi al mio passo strascicato. È stato grazie a Cortomiraggi, in prima linea con carrellate di film bellissimi contro la tristezza, che ho trovato un nome per il malessere che mi affliggeva: quarter-life crisis. Perfetto ritrovo generazionale, la pagina Instragram di Elisa Pellegrino somiglia al suo romanzo d'esordio: una commedia corale leggerissima nei toni, ma tutt'altro che superficiale negli argomenti, a proposito del doloroso smarrimento seguito al termine degli studi. Cosa succede dopo che un professorone in toga ti proclama dottore? Dopo aver radunato baracca e burattini, tocca ritornare all'ovile con la coda tra le gambe in attesa che il futuro si compia. Gli alloggi universitari vengono rimessi sul mercato immobiliare. Gli amici e i coinquilini si separano, consolandosi con videochiamate su Skype o appuntamenti saltuari.

Essere giovani è difficile, è doloroso. Scegliere lo è. Non mi vergogno a dire che i miei anni più belli sono quelli che sto vivendo ora. Mi piacerebbe avere meno pancia e più capelli, ma il mio cuore sta meglio adesso.

I quattro personaggi di Albicocche al miele non sono l'eccezione alla regola. L'autrice dedica loro un lungo capitolo a testa e per ognuno sceglie una stagione dell'anno, un film a tema. Meglio il romanticismo sognante di Before Sunrise o il bagno di realismo di Before Midnight? Intrappolata in una relazione di lunga data e in un noioso lavoro in azienda, Greta – ragazza con un pessimo rapporto con il proprio corpo – usa Hawke e Delpy come metro di paragone. Se all'improvviso sbucasse un'altra terra come in Another Earth, chi non proverebbe sincero terrore davanti a un ventaglio di infinite possibilità? È un pensiero di Giulia, leonessa ambiziosa e all'apparenza realizzata, che comincia a mostrare punti di rottura in una città più grande di lei. La parabola amara di A proposito di Davis fa più bene o più male? Il laconico Diego, non ancora laureato e fermo sulla soglia della friendzone, temporeggia per paura dei cambiamenti. Gli errori commessi sono uno stigma indelebile, o dovremmo imparare a guardarli con affetto alla maniera della vulcanica Frances Ha? Caterina, musicista in terapia per via di qualche problema irrisolto con la madre, sogna a occhi aperti un mondo in cui nessuno la faccia sentire incompresa.

Nell'arte c'è qualcosa che nella vita manca. C'è una logica anche quando l'obiettivo è la mancanza di logica, c'è confusione strutturata, c'è quella parola in quel momento, quel gesto in quella situazione. Qualcuno ci ha pensato prima, capisce? Nella vita invece non è così e se ti capita per caso di afferrare qualcosa devi essere preparato a perderla. […] A volte penso che il cinema mi permetta di capirmi, di accettare certi meccanismi. La finzione mi serve.

Ricordano i coinquilini delle sit-com del nostro cuore. Parlano al suon di citazioni. Filosofeggiano davanti alle pellicole indie. Si imbarcano negli erasmus, negli stage, nei tirocini non pagati. Vivono in un perenne stato d'ansia. Aspettano un'occasione per svoltare, e nel frattempo ti insegnano l'arte della pazienza. Un vecchio legge Il giovane Holden in treno e, guardandoli struggersi, affannarsi, ammette di non rimpiangere la giovinezza. Ma li avvisa di non perdere mai il contatto con la realtà: che l'arte, oltre che un rifugio sicuro, diventi soprattutto una porta. Ora angosciati, ora euforici, i personaggi di Elisa hanno saccheggiato la mia vita e la lista dei miei film preferiti. Si sono appropriati dei miei turbamenti – dei nostri –, e hanno dato loro voce in un romanzo forse un po' acerbo, ma indubbiamente speciale e veritiero. Albicocche al miele è la lettura giusta nei momenti sbagliati. Impossibile aspettarsi uno smaccato lieto fine: per ora, purtroppo, non ci tocca. Ma la consapevolezza di essere parte di una generazione di sfollati, di talentuosi naufraghi stretti su un'unica barca pericolante, è stranamente confortante in queste 200 pagine piene di sincerità. Nella speranza, come diceva qualcun altro, che questo dolore – insieme a queste ansie, questi film, questi libri, queste serie TV – ci sarà utile. Un giorno, sì: un giorno.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Lumineers – Sleeping on the Floor

sabato 20 febbraio 2021

Il mio primo incarico: gli insegnanti imparano

12 febbraio 2021. Ore 13:20. 

Ho scattato questa foto la settimana scorsa, in un'aula deserta. Non sapevo che dall'indomani non avrei più rimesso piede nella scuola della mia prima vera supplenza: il liceo scientifico di Ortona (CH) Alessandro Volta. Siamo passati improvvisamente in DAD e la mia ultima settimana di lavoro si è svolta a casa, davanti al computer, senza la possibilità di congedarmi a dovere: c'è voluto poco, infatti, affinché mi affezionassi alla sveglia alle 5:30 del mattino, alle attese e alle accelerate della vita da pendolare, agli altri passeggeri del regionale diretto a Pescara, ai pettegolezzi in aula professori, alla schiettezza un po' rumorosa dei ragazzi di quarta e quinta. 

Ho insegnato, Italiano (l'Illuminismo e Parini, D'Annunzio e Pascoli) e Latino (l'esametro, Lucrezio; Plinio il Vecchio, Quintiliano, Tacito). Ho imparato. A chiedere indicazioni a chicchessia, a fraternizzare con gli autisti degli autobus, a usare il registro elettronico Argo, a tenere testa tanto alle pretese dei superiori quanto a quelle degli studenti, a impostare un compito in classe, poi a correggerlo. In venticinque giorni di viavai, dal 19 gennaio al 12 febbraio, sono diventato un po' più grande. Ho preso confidenza col suono della mia voce, con le molle delle mascherine che mi segano le orecchie, con l'ampiezza delle mie braccia mentre gesticolo. Non so bene quando sia successo né come, ma a un certo punto nei corridoi non mi scambiavano più per un alunno travestito da adulto: finalmente credibile, mi sono sentito al posto giusto, e sì, ho avvertito un fremito di emozione nello spiegare  la musicalità della "Pioggia nel pineto", ma soprattutto nel negare agli studenti recidivi il permesso di andare al bagno.

La supplenza è finita poco fa, ho salutato tutti davanti allo schermo. Chiuso il computer, mi sono guardato intorno in cerca di un nuovo senso da dare alle mie prossime giornate, alle mie nuove attese, e ho pensato: chissà se in strada, prima o poi, riconoscerò lo sguardo di uno studente attento quando potremo tornare a girare a volto scoperto; chissà quando mi sentirò chiamare ancora professo'.