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martedì 15 ottobre 2019

I ♥ Telefilm: The Politician | Big Mouth S03 | Jane The Virgin S05

L’instancabile Ryan Murphy ci riprova. Con l’inizio dell’anno scolastico torna al liceo: mancava dai tempi di Glee. Riecco perciò i colori sgargianti, le faide grandi e piccole, le strategie per primeggiare e sì, perfino le canzoni, se il protagonista – la rivelazione Ben Platt, venticinquenne dal talento sorprendente – ha il pallino segreto del pianobar. Intelligente, affabulatore, bisessuale, al contrario degli allievi di Will Schuester non sogna il musical bensì la presidenza americana: essendo ancora una matricola, gli tocca prima diventare rappresentante degli studenti. Dalla sua ha una parlantina naturale, unita a un abbigliamento che gli ho invidiato per tutte le puntate, e la ricca ma infelice Gwyneth Paltrow come mamma adottiva. Quello che gli manca, a parte l’amore della sua vita – il suo maestro privato di mandarino, morto suicida nel pilot –, è un braccio destro all’altezza: perché non Zoey Deutch, presumibilmente malata di leucemia, a cui la sempre subdola Jessica Lange nasconde informazioni sulle sue reali condizioni? La scalata al potere del protagonista, vittima presto della sua stessa ambizione, prevede un tentato omicidio, tante parole di miele misto a veleno, il trash del Murphy che più ci piace. Commedia nera nello stile di Election, The Politician si difende dagli eccessi con una palette degna di Wes Anderson, un cast divertitissimo e il salto avanti di un epilogo alla Scandal, con in campo altre mattatrici – Judith Leight e Bette Midler – e lo skyline della spietata New York sullo sfondo. La politica annoia. La politica non è un gioco da ragazzi. Non ditelo a Platt e ai suoi simpatici scagnozzi, sopravvissuti agli avvelenamenti più folli e ai luoghi comuni più ostinati, anche se non completamente in salvo dal già visto. L’ape regina di Lucy Boynton, ad esempio, somiglia tanto, troppo alla cheerleader Quinn Febray – ve la ricordate? La serie, in sintesi, non è forse la versione d’autore del guilty pleasure Insatiable? Pur senza plebiscito, comunque, confido che le simmetrie perfette della regia e la doppiezza del candidato rampante bastino per un altro mandato. Il mio voto, intanto, lo ha. (7)

Seguitissime, le lezioni di anatomia di Big Mouth sono arrivate alla terza stagione. I giovani protagonisti stanno per tagliare un traguardo importante, la terza media. E ormai tutti, nessuno escluso, hanno con sé un Mostro degli ormoni, una cotta inespressa, una prurigine da grattare. A scuola si fanno sfilate contro il sessismo. Qualcuno alimenta un rapporto tossico con lo smartphone, qualcuno esplora il vasto spettro della sessualità, qualcun altro assume pasticche per combattere il deficit dell’attenzione. Le migliori amiche si masturbano? La bisessualità è vista con simpatia soltanto fra ragazze? Come reagire alle mani lunghe di un prof? Inferiore alla prima stagione, superiore alla seconda, la serie torna a regalarci trovate memorabili – il musical scolastico ispirato al thriller erotico Rivelazioni, l’episodio monografico dedicato al fantasma di Duke Ellington – e spunti nonsense – la Florida rasa al suolo da un terremoto da Antico Testamento –, con tanto di amichevoli cameo: riusciranno le fate turchine di Queer Eye a rivoluzionare l’esistenza di quel coach Steve in stato d’abbandono? Restano una certa antipatia verso Nick, l’adorazione purissima per il personaggio di Lola e una tenera curiosità verso la vicinanza fra Jay e Missy, gli outsider agli antipodi che trovano rifugio in un mondo di fantasie oscene e fanfiction.  Il difetto? Una formula consolidata, a cui manca da un po’ l’effetto sorpresa, che comunque non rinuncia a piccoli colpi di genio per risultare spassosa, schietta, al passo con i nostri tempi: a ben vedere, perfino istruttiva. Prontamente rinnovata, sembra proprio che la famigerata boccaccia della serie animata Netflix non la smetterà presto di fare allusioni sporche. Riuscirà a inventarsene anche di nuove? (7)

Bisognerebbe partire dalla fine. Affidarsi al diciannovesimo episodio – l’ultimo: un nostalgico backstage con interviste e retroscena –, per lasciar parlare le lacrime del cast e le parole degli sceneggiatori. Dura dirsi addio, soprattutto se significa rinunciare al guilty pleasure per antonomasia: quello che piace alla critica e, a sorpresa, in passato, perfino alla stagione dei premi. Giungono così a conclusione le disavventure di Jane Gloriana Villanueva: protagonista di un’esilarante immacolata concezione e di una serie TV che prima ancora del movimento metoo, del politicamente corretto in risposta a Trump, includeva a bordo donne resistenti agli urti e minoranze latine. Perché potrebbe diventare un classico della commedia sentimentale? Gli ingredienti sono una scrittura scoppiettante; un’irresistibile mescolanza linguistica che a volte preferisce lo spagnolo, altre l’inglese; i toni da fiaba profana, fra momenti di classico realismo magico e bislacche sequenze musicali, che hanno conquistato anche gli ospiti Bruno Mars, Britney Spears, Rosario Dawson. Bisognerebbe partire dalla fine, si diceva allora, perché non basta l’affetto a nascondere i difetti di una stagione conclusiva con pochi spunti e troppi episodi. Scritta su misura dei fan, Jane The Virgin mira al traguardo della centesima puntata – trascurabile il fatto che ormai manchi pochissimo per arrivare all’ovvio lieto fine – e al compleanno della protagonista, qui trentenne. Se l’unico elemento degno di meraviglia è l’amicizia nascente fra Jane e Petra, all’inizio sua storica nemesi, il resto ruota attorno a tre temi lungamente diluiti: la carriera da scrittrice della nostra eroina, in cerca della formula del perfetto romanzo rosa; la cattura della trafficante Sin Rostro; la risoluzione di uno dei triangoli romantici più sentiti del mondo delle serie TV, con un innamorato tornato dall’oltretomba e l’altro diventato nel frattempo povero in canna. Lunga la strada verso la conclusione, senz’altro inutilmente. Ma si è ben contenti di arrivare a una cascata di fiori d’arancio, accanto alla persona giusta – Jane no, non delude –, facendo lo slalom fra saltuari rischi di cancellazione e pregiudizi di sorta. (6,5)

giovedì 31 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Killing Eve, New Girl S07, Jane The Virgin S04

Un sicario su commissione che rovinava i gelati alle bambine e la detective urlante al risveglio per via dell'insopportabile formicolio al braccio, dicevamo qualche post fa, si intrigavano reciprocamente sin dall'inizio. Il bene e il male, il gatto e il topo, si inseguivano come ogni caccia all'uomo – anzi, alla donna – prevede. Già allora, ricordo, di Killing Eve sorprendevano la freschezza e la semplicità. Pochi drammi, tanta violenza e un gioco al femminile che viveva di intelligenza, civetteria e una vaga insofferenza verso gli stilemi del cinema d'azione. L'intreccio, per quanto già visto, osava proprio grazie a loro: due personaggi bizzarri, umani, tratti dai romanzi di Luke Jennings ma rivisti e corretti dalla penna riconoscibilissima di Phoebe Waller-Bridge. Entrambe, infatti, cercano la normalità che non possono permettersi. Non hanno il physique du rôle e sono straniere in città straniere. Sandra Oh è una americana a Londra dagli occhi da orientale: sbirra non così ferma nelle proprie posizioni, segue le direttive di una sempre superba Fiona Shaw. L'adorabile Jodie Comer, stella in ascesa e mia nuova cotta, è invece per copione una assassina poliglotta a Parigi, bella e inquietante come una bambolina dell'Est. Nessuna capitale europea sembra abbastanza grande per non pestarsi i piedi a vicenda; inviarsi minacce di morte o abiti firmati. In Russia, infine, si scopre che in ballo ci sono cospirazioni, giovani galeotte educate alla violenza e i Dodici, organizzazione internazionale di cui al momento poco sappiamo. Forse Villanelle cerca una via d'uscita per cambiare vita? Forse segue ogni mossa della poliziotta non come farebbe una stalker, ma per avanzare una richiesta d'aiuto? Intanto Eve realizza un ritratto dell'avversaria come i profiler del piccolo schermo insegnano, e il pensiero di lei diventa pian piano un'ossessione sentimentale che di morboso, di saffico, in verità ha poco. Killing Eve gioca, sì, ma non alla guerra fredda. Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre straordinariamente poco sul serio. Introduce, costruisce e disfa, confonde con la musicalità degli accenti, la colonna sonora elegante e gli strani languori di queste amiche-nemiche. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Il rischio è che arrivati alla meta, raggiunta la signora Polastri, potrebbe esserci poco altro con cui riempire una nuova missione (im)possibile. Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, e per di più senza mai cadere nella pesantezza fine a sé stessa del femminismo imperante, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti, non soltando rossetti e rimmel. Nei prendo e parto, nei non detti e nel proverbiale multitasking di menti, all'occorrenza, criminali. (7+)

Sono stato benissimo in loro compagnia nella prima sessione estiva della mia carriera di studente. Mi hanno fatto sentire uno di casa. Sognavo il loro appartamento coi mattoni a vista, con tanto di gatto e armadio da cui attingere magliette a fantasia e camicie a quadri. Eravamo psicologicamente pronti a lasciare New Girl già un anno fa. E quel bacio sospeso, quel finale lieto ma non troppo con Green Light di Lorde in stereo, si faceva apprezzare. La settima stagione arriva dal niente a mettere i puntini sulle i. Sui misura dai fan, è proprio dai fan che sembra scritta. Ecco così due bambini, un matrimonio e un funerale, gli ultimi scherzi. Schmidt e Cece sono genitori di Ruth, tre anni; Winston e consorte sono in dolce attesa; Nick e Jess appaiono invece indecisi sull'adottare un cucciolo o meno, sul dirsi di sì. Non avevo chiesto che fosse ufficializzato questo addio, eppure quando sul solito sito di streaming è arrivato il finale di serie mi sono detto: come, di già? A parlare non era il crepacuore degli addii, ma la confusione. Davanti a una stagione di soli otto episodi che si apre e si conclude passando inosservata. Davanti a comedy, già sottotono da qualche stagione a questa parte, che sfidano la cancellazione, scelgono a tavolino il tempo migliore per congedarsi, ma non approfittano dell'ultima opportunità. Quando il sipario si cala, New Girl appare inutile, autoreferenziale, simpaticissimo. Non brutto, ma di dubbia utilità. Troppo corto per essere un riempitivo vero e proprio. Troppo scontato – stucchevole perfino, vedasi il flashforward conclusivo – per sorprenderti con il luccichio di una lacrima. (5,5)

A proposito di guilty pleasure degni di questo nome. Di prodotti che all'inizio ti vergognavi quasi di seguire con la passione del fan, poi diventati negli anni una promessa di leggerezza. Qualcosa, qualcuno, su cui fare sinceramente affidamento. Ecco la serie a prova di scettico che inviterei a riprendere o a sperimentare. Perché no, croce sul cuore: Jane The Virgin non è una di quelle candide porcherie tanto bruttine da diventare, dopo quattro anni, un appuntamento immancabile. Cresce. Come le grosse grasse famiglie latine (nonna Alba studia per ottenere il permesso di soggiorno, mamma Xiomara fa i conti con una diagnosi preoccupante, papà Rogelio tenta la conquista delle casalinghe americane accanto all'autoironica Brooke Shields). Come le coppie che si formano loro malgrado (Petra, la ex accusata dell'omicidio della gemella, è attratta dalle forme prosperose dell'avvocato Rosario Dawson; Rafael, alias l'inseminatore fortuito, è finalmente riamato da una Jane in cerca della giusta storia d'amore). Come quel figlio del miracolo. Vuoi bene a tutti loro, dal primo all'ultimo, e ti senti di chiamarli amici; per nome. Esempio di garbo e intelligenza, tenera ma piena di suspance, l'immacolata concezione al tempo della CW può vantare la presenza della deliziosa Gina Rodriguez, un narratore che è a mani basse il migliore dei comprimari e un twist clamoroso, messo in chiusura di una stagione talmente matura, talmente in pace con sé stessa, da sembrare l'ultima. Jane The Virgin, successo a prova di cancellazione, continua così la sua parodia di svolte impossibili e buonumore. Lo aspetti, e non è domenica se non va in onda. Se, soprattutto, al giro di boa, si rivela essere molto più che un altro stupido guilty pleasure latino-americano. (7)

lunedì 14 agosto 2017

I ♥ Telefilm: Speciale Comedy #2

Prendere ogni affermazione alla lettera, non capire gli stati d'animo altrui, spiazzare i nostri interlocutori con frasi brusche e rare manifestazioni d'affetto. L'armatura delle felpe col cappuccio, il pensiero della normalità. Sam, diciotto anni, è un libro aperto. Non coglie le sfumature. Candido, non ha segreti. La sua famiglia ci ha fatto il callo: da bambino, gli è stata diagnosticata una forma di autismo ad alto funzionamento. Com'è vivere l'adolescenza sentendosi diverso? Cosa significa dividere la casa con un ragazzo fragile, irritabile, dolcissimo, che suo malgrado monopolizza le attenzioni? Keir Gilchrist, già adorato in United States of Tara e It's a Kind of Funny Story, è un tenero Forrest Gump alle prese con il pensiero dello scioglimento della calotta polare e del primo amore: cotto della sua psicoterapeuta, prigioniero del suo mondo su misura, vuole far pratica con una coetanea che lo sopporta e supporta. La sorella maggiore, l'irresistibile Brigette Lundy-Paine, pensa a costruirsi una vita altrove (ha vinto una borsa di studio, ha un fidanzato) ma, fedele al nido, poi se ne pente. Nel frattempo, una Jennifer Jason Leight sull'orlo di una crisi di nervi tradisce papà Rapaport: l'amante, un giovane barista, non sa di Sam e dello stress che comporta. Chi può giudicarla se, per una volta, desidera sentirsi una donna e basta? Atypical, teen comedy in otto puntate sbarcata su Netflix a metà agosto, e non senza controversie, è la storia di una famiglia ordinaria alle prese con drammi e traguardi straordinari. Accusata da qualche testata americana di utilizzare l'autismo come spunto per risate facili, la compagnia di Atypical in realtà mi è parsa godibile, veritiera, delicata – lo confermano, in giro, le ottime medie e un cast vincente, senza un viso o una sottotrama fuori posto. La cosa davvero bella, accanto a un capomastro estremamente facile da voler bene, è che chi in cerca di una via di fuga, chi della felicità, sempre e comunque bene attenti a non pestarsi i piedi a vicenda, i membri della famiglia di Sam sono uguali noi. Se più atipici, be', solo sulla carta. (7,5)

Si erano conosciuti e piaciuti en passant. Quarantenni. L'idea che quella potesse essere l'ultima possibilità per diventare genitori aveva fatto sì che, galeotta una gravidanza indesiderata, diventassero una famiglia. L'amore era arrivato solo dopo. E con quello i figli: nella seconda stagione, ambientata a qualche anno di distanza dalla prima, ben due. Cos'è di Sharon e Rob adesso? Li avevamo lasciati in crisi. In un momento di riflessione, brilla, Sharon aveva fatto qualcosa con qualcuno. Neanche Rob, licenziato perché accusato ingiustamente di molestie sessuali, era senza macchia. Con la coscienza un po' sporca e il broncio, nella terza stagione di quel gioiello di umorismo nero che è Catastrophe ci si gode il piacere, dopo tanto rumore, di fare all'amore (questa volta con qualche precauzione). Non mancano i ripensamenti, le ricadute colpose, le emozioni grandi e piccole. Gli amici stretti e i parenti serpenti – genitori malaticci, fratelli scapestrati – danno qualche inevitabile imbarazzo, ma fanno compagnia. Il resto è un copione grossomodo invariato, e per questo vincente. Catastrophe non è la solita comedy. Somiglia tanto a un bagno di realtà. Alle relazioni comuni, ai disastri che ci combina l'amore, a noi spettatori. Romantici, con il dente avvelenato e il copyright sull'unicità. (7,5)

L'incipit di The Mick è tutto un programma. La protagonista, troppo in là con gli anni per giocare a fare la vandala, si fa bella tra le corsie di un supermercato – lavandosi e profumandosi con i loro prodotti, gratis – per poi scappare fuori senza pagare. Usare il prossimo, per Mickey, è un'arte. Così, un giorno, si presenta a casa della sorella maggiore – una che si è accasata con un tizio ricchissimo, madre appagata, organizzatrice di feste esclusive. L'aperitivo a scrocco però si conclude con un colpo di scena. La polizia arresta i padroni di casa e Mickey, suo malgrado, si trova a fare da tutrice a tre pesti di età diverse: una ragazza ribelle, che cambia fidanzati e hobby a giorni alterni; un adolescente convinto di poter comprare tutto e tutti, perfino l'amicizia; un bambino adorabile e assurdo, con il pallino per la piromania, l'omicidio e gli abiti da donna. Scorretta, volgarotta e nerissima, la comedy con l'ottima Kaitlin Olson diverte impunemente e ha macchiette – la domestica Alba, lo sfortunato fidanzato Jimmy – che sono tra i suoi punti forti. I bambini rischiano di diventare mele marce, ma tu ridi. Qualcuno ci lascia le penne, ma tu ridi. Qualcuno chiamerebbe gli assistenti sociali, il Telefono Azzurro: io, in poltrona, aspetto già la seconda stagione. The Mick è Io e zio Buck in chiave femminile. Tutti insieme appassionatamente che scopre il sarcasmo. Le famiglie convenzionali, la buona educazione, in fondo a chi piacciono? (6,5)

Casta per scelta, una giovane donna si scopriva in dolce attesa per l'errore della ginecologa. Quanto poteva durare questa barzelletta su una moderna immacolata concezione? I risvolti impossibili e la simpatia di Jane The Virgin conquistavano pubblico e critica nella prima stagione. Il segreto della comedy surreale che faceva furore durante la stagione dei premi: indefinibile. Vuoi l'irrinunciabile voce narrante, vuoi un cast centratissimo di volti semisconosciuti, vuoi i toni da telenovela venezuelana tra parodia e guilty pleasure. La seconda stagione, ripetitiva e diluita, non faceva passi né avanti né indietro: una sufficienza stiracchiata e qualche dubbio. Sul rinnovo, sul proseguire oppure no. Lo scorso autunno mi ha portato consiglio. Jane Gloriana Villanueva torna in forma smagliante: mamma, moglie, scrittrice pubblicata. Ha fatto la sua scelta, anche se i poligoni amorosi sono lontanissimi dal risolversi, e finalmente si concede una notte di passione dopo una quarantina di puntate: il principe azzurro ha dovuto aspettare. Autoironico, pulito e un po' malizioso, Jane The Virgin intrattiene con triangoli, paradossi e intrighi consueti. Si decideranno mai i genitori della ragazza del miracolo a dirsi di sì? Nonna Alba imparerà a lasciarsi andare? Quanti omicidi, quante doppie identità, al Marbella? In venti puntate pienissime e spassosissime, a sorpresa qualche brivido inaspettato. Una perdita improvvisa, una tragedia ingiusta, una Gina Rodriguez più brava che mai. Quarta stagione in arrivo, un posto vuoto a tavola, bizzarie e tragedie di una vergine incinta che anche non più vergine, anche non più incinta, regala gioie. (7)

Nonostante un amore nato solo a metà della prima stagione, le follie e i ritornelli di Crazy ex-girlfriend erano stati tra le sorprese più clamorose del piccolo schermo, lo scorso anno. Dov'era saltata fuori Rachel Bloom? Rinnovato a sorpresa, Crazy ex-girlfriend è tornato alla carica. Rebecca, dolce stalker, ha abbandonato New York per la provincia. Nel finale di stagione, il famoso Josh la ricambiava. Dopo una notte di passione, però, affiorava il dubbio: grande amore o lavaggio del cervello? In mesi in cui il musical è tornato sulla bocca di tutti, Crazy ex-girlfriend ritorna e prendo poco a poco. Josh, messo con le spalle al muro, tentenna. Il suo rivale in amore va via, mentre in ufficio se ne affaccia un altro, turbato e affascinato dalle scollature della procace Rebecca. Paula, migliore amica ad honorem, si iscrive all'università, scopre il tradimento del marito, si allontana. E, a sorpresa, si formano nuove squadre al femminile, con la protagonista e la temibile Valencia costrette a collaborare per un bene comune. Dopo un momento di titubanza iniziale, i motivetti e i balli della Bloom – imperdibili le parodie osè di Thinking out loud e Diamonds are a girl best friends – conquistano, cambiando il giusto le carte in tavola. In un finale, soprattutto, in cui tutto è in forse e i progetti per una terza stagione ancora più assurda, ancora più folle, si palesano all'ombra di fiori d'arancio. (6,5)

martedì 16 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Sense8 II | Imposters | Riverdale

L'ho aspettato più del giorno della mia laurea, scrivevo lo scorso dicembre a proposito del ritorno di Sense8. Avevo ingannato l'attesa con uno speciale natalizio lungo due ore. Soddisfatto ma non troppo, aspettavo una seconda stagione in piena regola. Quanto mancava a maggio? I sensate, in pericolo mortale e belli come il sole, questo mese sono comparsi puntuali sul menu di Netflix. Saggiamente, ho preferito cercare la loro compagnia non più di una volta ogni ventiquattr'ore. Ho fatto in modo che la visione durasse così dieci giorni complessivi, evitando come potevo spoiler e cattivi pensieri lavorare a un prodotto simile comporta spese esagerate e tanta fatica, leggevo, e in caso di rinnovo la terza stagione sarebbe l'ultima e arriverebbe soltanto tra due anni. Riemergo ora da una maratona mai tanto lenta, mai tanto centellinata: appagato e tutt'altro che sorpreso. Sense8 è una conferma che non riesce a superarsi. Della prima stagione mancano le scene subito cult – il karaoke a distanza, l'orgia telepatica, le sequenze del parto (si difendono bene, tuttavia, il remix di What's Up, le dichiarazioni plateali a San Paolo, i brindisi al bar). Nella scrittura permangono sbavature grandi e piccole: la lotta a Whisperer viene accennata all'inizio di ogni puntata, abbandonata a metà per fare spazio al vissuto dei singoli, ripresa infine in una chiusa al cardiopalma. Qualcosa sfugge quando si approfondisce il lato fantascientifico ed entrano in ballo altre varianti, altri homines sensorium (una di loro, convincente femme fatale, è la nostra Valeria Bilello). Si sopperisce all'equilibrio che manca, in una stagione al solito difficoltosa e strabordante, a colpi di arti marziali e bellezza. Perché io mi preoccupavo di Nomi, invitata al matrimonio della sorella nel suo nuovo corpo di donna; di Will e Riley, nascosti in una topaia e sedati per scacciare le voci; di Wolfgang e Kala, che si baciano da una parte all'altra del mondo; di Lito, che ha fatto outing e ora fa fatica a trovare i ruoli giusti; di Capheus, protagonista di un recasting e di una rivoluzione in Kenya; della splendida Sun, in fuga e in cerca di vendetta. Spero che nessuno si offenderà se dico questo. Ma se seguite Sense8 desiderosi di azione e disinteressati al resto – alle famiglie conservatrici e agli amori a distanza, a una diversità da festeggiare su un carro in Brasile: ai magnifici otto –, non avete mai afferrato il punto. Le sorelle Wachowski abbozzano cospirazioni su cospirazioni e, con la classica liturgia suggestiva e kitsch, santificano il multiculturalismo, i contrasti, le famiglie che ti scegli da te. Il loro Sense8 è un girotondo a prova di misantropo. E finché ti trasmetterà questa armonia, finché ti lascerà un posto nel mezzo delle proprie affinità elettive e ti dirà che sei fatto a rovescio e mi vai benissimo così, non tratterrai un brivido nel tuo pigiama a scacchi e ti sentirai in pace con un mondo più bello, più vario, più possibile. (8)

Un timido trentenne, un bellimbusto dalla mascella squadrata, un'artista omosessuale. Cos'hanno in comune Ezra, Richard e Jules, lontani tra loro e assolutamente inconciliabili? Gli stessi gusti in fatto di donne. In momenti diversi della loro vita, infatti, hanno sposato la stessa ragazza. Si chiama Maddie, pare. E' una truffatrice. Nessuno sa che fine abbia fatto. Tutti, sotto ricatto, tentennano all'idea di cercarla. Finché l'improvvisato trio di partner sedotti e abbandonati non prende forma e gli Stati Uniti non sono abbastanza grandi per nascondersi. In Imposters, commedia a tinte crime saltata fuori non so dirvi dove, la donna che tutti e tutte vogliono somiglia a Inbar Lavi: israeliana dagli occhi di cerbiatto che simula accenti, orgasmi e sentimenti. Da una parte seguiamo i sotterfugi della squadra degli abbandonati. Dall'altra, invece, ci lasciamo irretire dai nuovi piani di una insolita dark lady: ribattezzata Saffron, nella sua ennesima missione dovrebbe sedurre il panciuto bancario di turno ma finisce per innamorarsi di uno sconosciuto. Cosa succederà a metà stagione, quando gli ex raggiungeranno il loro bersaglio? Come andrà a finire se truffati e truffatori a un certo punto si confondono? Imposters, di cui avevo visto il pilot a tempo perso, è un divertimento che al momento dura dieci puntate. I giochi di prestigio di Ocean's Eleven fanno una gran figura, tutto sommato, al matrimonio di Se scappi ti sposo. Ma la protagonista, forse imparentata con la Cotillard di Allied, è l'incubo degli uomini che si infatuano troppo facilmente. Bella com'è, per nostra sfortuna, non resterà single troppo a lungo. In barba alla solidarietà maschile, sempre che esista, ci si augura perciò altri polli da spennare e una seconda stagione di cui, al momento, poco si sa. (7)

Una città di provincia. Il liceo pubblico. La classica tavola calda aperta giorno e notte. Ci si è arricchiti grazie all'esportazione dello sciroppo d'acero, nell'immaginaria Riverdale. Il mantello dell'invisibilità dei tranquilli abitanti, d'un tratto, viene strappato via. Un omicidio al lago, una famiglia contro l'altra, sospetti e investigatori in erba. Chi ha ucciso il gemello di Cheryl Blossom, l'ape regina della scuola? Chi sceglierà Archie tra Betty, amica di sempre dall'insospettabile lato oscuro, e l'ultima arrivata Veronica? Qual è la verità su Jughead, interessante sociopatico che studia tutto e tutti da sotto il suo cappuccio scuro? Di Riverdale avevo parlato ai tempi del debutto. Teen drama ispirato a una storica serie a fumetti, è arrivato tardi alla festa. Fuori tempo massimo sembra così più l'erede lampo di un Pretty Little Liars che il suo predecessore. Le differenze con la serie Abc: affascinanti atmosfere vintage, un taglio più cinematografico, trash a piccole dosi. Realizzato di certo meglio, ha i suoi difetti in un cast di attori incapaci e di bell'aspetto – vi sfido a cercarne uno che non abbai – e in un andazzo che fa carta straccia del mistero. Il destino dell'erede dei Blossom è presto spiegato. Nel tredicesimo episodio abbiamo il colpevole, il movente, il caso chiuso. La voglia di proseguire si era già andata esaurendo a metà, figuriamoci adesso. Con Riverdale, prodotto superfluo ma non imperdonabilmente scadente, ho avuto infatti uno strano rapporto. L'ho seguito volentieri per un po', poi ho lasciato ammassare gli episodi senza voglia. Non mi annoiavo guardandolo, ma il pensiero di farlo mi tentava di rado. Guilty pleasure sì, quindi, ma di quelli né troppo colpevoli né troppo piacevoli. Una via di mezzo che non cattura, almeno me che alle vie di mezzo non presto granché fede. Ho seguito cose ben peggiori, negli anni, e me le sono fatte perfino piacere. Al soggiorno a Riverdale, invecenon mi sono affezionato. Andrò via senza cartoline da regalare ai parenti e, semmai ritornerò, sarà solo per vedere cos'è successo lì mentre cambiavo aria. (5,5)

martedì 7 febbraio 2017

Zapping: Taboo, Riverdale, Sneaky Pete, Z - The Beginning of everything, Emerald City

Tom Hardy mi piace moltissimo. Intenso e attento nelle scelte, versatile nonostante quell'aria severissima, è diventato presto uno dei miei preferiti. Complici personaggi ipercaratterizzati ma, soprattutto, quel Locke in cui c'erano lui, un'auto, una lunga notte per schiarirsi le idee. Un Tom Hardy a puntate all'inizio dell'anno, con lo stesso Knight a sceneggiare e Ridley Scott a produrre: cosa chiedere di meglio? Taboo, pur essendo all'altezza dei livelli cinematografici a cui la concorrenza ci ha abituato, è una serie che non mi aspettavo. Fatta di ritmi lentissimi, episodi lunghi, un protagonista che mette nell'ombra gli altri. Quando non è in scena, così, calano l'attenzione e la palpebra. La trama, eppure, che vede un losco figuro tornare a Londra per la morte del padre, ha del potenziale. Sembra un contenitore di storie gotiche e avventurose, come lo sfortunato Penny Dreadful. Il protagonista, uomo dalla pessima reputazione, ha ereditato un'isola sperduta in America. Ci sono interessi, intrighi e cospirazioni in ballo, compreso un amore impossibile verso la sorellastra. Qui e lì, sprazzi orrorifici. Hardy, confermo, mi piace moltissimo sì. I prodotti storici e i loro ritmi stranchi, purtroppo, per niente. Si compenseranno le due cose, mi domando, mentre gli episodi si accumulano e quei sessanta minuti a puntata, moltiplicati per sette, potrebbero pesarmi ancora di più? (Nì.)

Scorgi il marchio The CW, leggi Riverdale, e immagini da te un teen drama di provincia, pieno di intrighi e gente schifosamente attraente. Qualcosa di giovane, misterioso e trash, ora che Pretty Little Liars sta per finire ma tu l'hai mollato anni fa senza rimpianti. Qualcosa che, nel bel mezzo della settimana, serve sempre se di serietà ne hai abbastanza. Riverdale, essenzialmente, è ciò che sembra. Attori belli e televisivi all'appello – c'è anche Cole Sprouse, da Zack e Cody -, un omicidio che turba alcuni e fa felici altri, studenti che hanno relazioni sconvenienti con le insegnanti di musica e allieve provetto frenate dalla regola dell'amico. Nel pilot, due gemelli fanno una gita al lago: lui annega, pur essendo un nuotatore provetto; lei appare affranta, ma solidifica intanto la propria posizione di ape regina. Arriva a scuola una ragazza nuova, la cui ricca famiglia è caduta in disgrazia, e durante l'estate il ragazzo della porta accanto, diviso tra football e cantautorato, ha messo su muscoli che lo rendono corteggiatissimo. Si respira aria di drammi adolescenziali di un paio di generazioni fa (90210, Dawson's Creek). Il titolo, dedicato a una città turbolenta e sfortunata, strizza l'occhio agli enigmi di Twin Peaks. Alla base, un fumetto storico che ovviamente non ho mai sentito nominare. La serie arriva in ritardo, troppo, e ricorda altro per forza di cose. Annoierà, o avrà la meglio l'effetto nostalgia? Al momento, complice la foggia stranamente curata e il sapore rétro, quasi anni Cinquanta, questo Riverdale giocoso e nebbioso mi piace. (Sì.)

Un furfante, finito in prigione per la lingua troppo lunga e amicizie poco raccomandabili, torna in libertà. Il suo compagno di cella gli ha raccontato di una nonna che non vede da vent'anni, di una famiglia benestante e felice: vivere sotto falsa identità è facilissimo. Quanto durerà la farsa? Due anni fa, Sneaky Pete era un pilot Amazon in forse. Come con Mozart in the Jungle e Red Oaks, ci è voluto un po' per decretarne le sorti. Serie in dieci episodi prodotta tra gli altri da Bryan Cranston – che compare in veste di antagonista, nel finale – risulterà più leggera e scontata del previsto, se i nomi promettenti e i pareri calorosi ci avevano fatto immaginare un crime serissimo. I toni sono divertiti, invece, e il pilot ha l'aria di un family drama a tinte gialle. C'è che la trama, a primo impatto, ricorda un Impastor meno becero e un Feed the Beast lontano dai fornelli. C'è che Giovanni Ribisi, scaltro e con un'invidiabile faccia tosta, ha finalmente un ruolo alla sua altezza – l'ho sempre trovato bravissimo e sprecato, non so voi – e che l'apparizione di Cranston, qui in veste boss mafioso, fomenta. Acquisirà sostanza, magari, strada facendo. O magari no. Ma ironico, ben recitato, efficace, probabilmente finirà per farsi guardare ugualmente. (Sì.)

Dietro grandi uomini, sempre, ci sono grandi donne. E la grandezza di Zelda Fitzgerald mi è giunta spesso all'orecchio. Cos'ha reso la moglie dello scrittore del Grande Gatsby, con il senno di poi, forse più amata del partner? Ci sono molti romanzi biografici sul tema, dall'improponibile Signorini di turno a quello di Therese A. Fowler a cui Amazon si è ispirata. Si parla di un futuro film di Ron Howard, con Jennifer Lawrence a bordo. Intanto, dopo averla intravista anche in Midnight in Paris, Zelda arriva sul piccolo schermo. Una serie elegante, breve, in dieci puntate. Chi era davvero? The Beginning of everything, nei primi due episodi almeno, è un dramma in costume sentimentale e poco nelle mie corde. La nascita di una storia d'amore tra lei, capricciosa ragazza di buona famiglia, e un Fitzgerald in partenza per il fronte. Christina Ricci, attrice per la quale una vecchia cotta, presta quel viso particolarissimo e l'aria da eterna adolescente a una debuttante che, nei primi anni Dieci, non seguiva le regole. Romantica e spregiudicata, eroina del più classico dei melodrammi, non mi ha fatto simpatia. E, a prima impressione, l'ho trovata forzata. Sarà che la Ricci va verso i quaranta, anche se non si vede, e che il suo personaggio dovrebbe essere quello di una ragazzina o poco più. Il period drama non mi piace, e The Beginning of everything sembra non fare eccezione. Ma quei trenta minuti a puntata, pratici e insoliti, mi tentano. Insieme alla voglia di sapere, forse non necessariamente con questa serie TV, come Z è diventata poi quel che è diventata. (Nì.)

Dorothy, la bambina con le scarpe da ballo che percorreva un sentiero di mattoni gialli con il fidato cane Toto al trotto, è un'infermiera di vent'anni nell'ultima rivisitazione non richiesta del Mago di Oz: fiaba celebre che, purtroppo, non mi ha mai incantato. Gli scenari sono moderni e non è una casetta del Kansas ad essere portata da un uragano in un mondo surreale, bensì una volante della polizia con a bordo una protagonista svenuta e un pastore tedesco. Atterrando, la macchina ha schiacciato la malvagia Strega dell'Est. Ma le streghe sono immortali, solo la magia può ucciderle: e lì, a Oz, la magia è proibita. Chi è Dorothy? Se lo domandano Glinda, una Joely Richardson dalla parte dei buoni; la Strega dell'Ovest, tenutaria di un postribolo; il Mago, ciarlatano senza arte con una schiera di ancelle adoranti. Si riconoscono gli elementi classici, si apprezza a tratti la riscrittura di situazioni e personaggi. Sulla carta, Emerald City non sembra disastroso. E invece sì: girato con quattro soldi, kitsch, trashissimo. Peggio di Once Upon a Time, che però mi aveva lasciato il beneficio del dubbio per ben due stagioni; peggio degli insopportabili film tutti fiocchi e ghirigori di Tarsem Singh, che qui produce e dirige ma con costumisti che hanno agghindato gli attori con gli ultimi rimasugli dello scorso carnevale. Emerald City è una triste mascherata, recitata male – perfino da Vincent D'Onofrio – e scritta peggio. Cosa sarà mai, si domanda una strega di colore preoccupantemente simile alla cantante Skin, maneggiando una pistola? Vi dico solo che si spara in fronte. E niente, io ho riso. E, nonostante il mio gusto per l'orrido, ho spento ancora prima che l'episodio finisse. (No.)

sabato 12 novembre 2016

Zapping: The Young Pope, Rocco Schiavone, No Tomorrow

L'hanno eletto pensando di manipolarlo. Ma Lenny, orfano americano protagonista di un'ascesa folgorante, ne sa una più del diavolo. E, di bianco vestito e con un crocifisso sulla testata del letto, è il Pontefice in persona. The Young Pope, attesissima dai più, è la serie evento firmata da Paolo Sorrentino. Orgoglio italiano, mi ha sempre suscitato una profonda antipatia. Presuntuoso, patinato, vanesio com'è. Il suo regno, La grande bellezza. In cerca di redenzione, mi ero ricreduto con Youth: una storia ambientata sulle alpi svizzere, con un cast d'eccezione, in cui non tutto era un copia-incolla in memoria di Fellini. Potevo sorbirmi, però, dieci ore complessive di Sorrentino? Poteva entusiasmarmi il suo ritorno alla Roma di Toni Servillo, e per di più sullo sfondo di un mondo che mi vuole scettico? I manierismi di Paolo, la Chiesa cattolica: troppo, se tutto insieme. Invece, sin dall'incipit, The Young Pope stupisce e diverte. Pungente, anticonformista, provocatorio. Perfettamente riconoscibile, ma meno astratto, meno onirico; con dialoghi fiume a cui non assistevo dalla visione di Steve Jobs, scarsi sofismi, angelus surreali che celebrano la modernità. Il Papa, in una Roma uggiosa in cui si diradano le nubi all'improvviso, parla di masturbazione, aborto, eutanasia, unioni civili. E non le condanna. E, benché fotogenico e affascinante, “più bello di Gesù”, rifiuta l'apparenza. E' buono o cattivo? Vuole distruggerla o riformarla, questa Chiesa corrotta e antiquata che ci allontana dal culto, anziché salvarci? Impossibile esprimersi, se un Jude Law fascinoso e carismatico come non mai ha una faccia che dice tutto e niente. Certo, più cristalline – seppure nella loro crudeltà – le intenzioni dell'esilarante Silvio Orlando e di un'impassibile Diane Keaton, che sembrano rubati agli intrighi di Scandal. In attesa di capire dove vorrà andare a parare, in cerca dell'episodio successivo, questo imprevedibile Sorrentino in pillole mi ha convertito alla sua causa. (Sì)

Ho notato in libreria i gialli di Antonio Manzini quando, ormai, il debutto della serie televisiva era questione di giorni. Dopo i pessimi L'allieva e I Medici – premiati dagli ascolti, ma abbandonati al primo episodio senza colpo ferire -, le speranze latitavano. Guardo il primo episodio e basta, mi sono detto: prevedibilmente, mi invoglierà a non proseguire e, da lì, recuperare i romanzi sarà automatico. Rai Due, dopo L'ispettore Coliandro, vuole sorprenderci con un'altra chicca. Il primo episodio, trasposizione di Pista nera, è un piccolo film a tutti gli effetti: taglio cinematografico, protagonista di prima scelta, toni noir che conoscono un inaspettato umorismo. Dirige Michele Soavi, a lungo bollato come promettente e altrettanto a lungo collaboratore di Dario Argento; interpreta il vicequestore romano trasferito in alta montagna un Marco Giallini perfetto. Tipo bizzarro, Schiavone: il carattere burbero, il linguaggio colorito, troppe sigarette e perfino qualche canna, nonostante il distintivo. Cosa ha causato il suo esilio al nord? Riuscirà a rigare dritto, mentre un amico trafficante gli indica un carico che scotta? Per certi versi capace di grandi gesti di generosità, per altri truffaldino e avido, Schiavone è l'incarnazione del politicamente scorretto. Lascia Isabella Ragonese a casa, mentre si intrattiene con l'amante sul retro di una boutique di abiti da sposa; tenta di dare un'identità al cadavere smembrato trovato sotto i cingoli di un gatto delle nevi; collabora con la giustizia e, nel mentre, la ostacola. Con lui, un giovane poliziotto debole di stomaco da indirizzare al lato oscuro della divisa e alle gioie del sarcasmo gratuito. Calibrato mix di rigore e leggerezza, Rocco Schiavone si fa seguire partecipi, divertiti e, davanti al colpo di scena dell'epilogo, colti in contropiede. Nel mentre, fa borbottare i politici e i benpensanti. Sotto la neve, i cadaveri e le vere sorprese del piccolo schermo. Ecco come si può fare bene con poco, non planando sulle vette e gli eccessi dell'ultimo Sorrentino. Ecco come rosico, io, perché questo Rocco lo conosco solo ora. Solo qui. (Sì)

Evie fa tira e molla con il fidanzato storico e fantastica su un ragazzo incrociato al mercato. Per puro caso, si rivedono: lui, infatti, è il nuovo vicino di casa. A essere bello è bello, a piacersi si piacciono, ma Xavier ha un segreto di cui prontamente la mette a conoscenza. Un difetto grande quanto un meteorite. Fanatico di cospirazioni, si dice in possesso delle prove dell'imminente fine del mondo. Si è licenzialo. Ha deciso di godersi la vita, finché dura. E vuole trascinare Evie nella sua folla. Se avesse torto? Ma se, in fondo, avesse ragione? A No Tomorrow, commedia romantica targata The CW, non si può dire granché male. Piacevole, lieve e solare, ha uno spunto interessante che vivacizza una storia d'amore, in apparenza, piuttosto convenzionale. La paura di un'imminente catastrofe, infatti, spinge i protagonisti a bruciare le tappe; a mettersi in gioco. Perché non voltare pagina, perché non vincere la paura del palcoscenico e cantare, se del “domani non v'è certezza”? Ho avuto l'impressione che quaranta minuti fossero un po' troppi, però: in formato sit-com, No Tomorrow risulterebbe molto più facile da incastrare tra una visione e l'altra. Tori Anderson, canadese bionda e tutta pepe, fa simpatia. Joshua Sasse, salutato in Galavant, ci riprova. Gli episodi intanto si accumulano, e di darsi a una maratona, nonostante la leggerezza, c'è poca voglia. Discreto, sì. Non la fine del mondo. (Nì)

lunedì 6 giugno 2016

I ♥ Telefilm: The Path, Mom III, Jane The Virgin II, Grandfathered


Un anno fa, in autunno, dicevo addio a Hannibal e a Breaking Bad: il primo, cancellato dopo una terza stagione splendida; il secondo, recuperato con imperdonabile ritardo. L'ultimo episodio, dell'uno così come dell'altro, mi aveva lasciato in lutto. Inconsolabile, o quasi. Subito dopo, infatti, l'annuncio: le star dei serial che, neanche a farlo apposta, avevo visto nello stesso periodo, sarebbero stati i volti del nuovo telefilm Hulu. Accanto a loro, Michelle Monaghan: vista qui e lì al cinema e totalmente apprezzata, infine, in True Detective. Con la primavera, arriva The Path: atteso, dal sottoscritto, con curiosità e una certa ansia. E di che parla? Incrocio tra il thriller e il dramma familiare, racconta – in dieci episodi – le vicende di una famiglia senz'altro particolare: i Lane vivono in una comunità religiosa, una setta, che ha regole ferree, un credo tutto suo e un leader carismatico, ma sempre in viaggio. Durante la sua assenza, Cal, degno di venerazione e con un passato misterioso, occupa il seggio vacante. In seguito a un tornado, la comunità apre le porte ai profughi: su di loro, gli obiettivi delle telecamere. Legale l'asilo? Nel mentre, nella famiglia di Eddie e Sarah, che in quella stessa comunità si sono ripuliti e hanno conosciuto l'amore e la redenzione, qualcosa s'incrina: il rapporto tra i coniugi si raffredda, c'è qualcosa che non si confessano; il figlio maggiore, adolescente innamorato di una coetanea estranea a quel mondo, punta i piedi, s'incapriccia e decide di fare di testa sua. Non vuole abbandonare gli studi, non vuole frequentare ragazze che credano nella Scala. A questo punto, mi domanderete, tutto ciò ha risvolti inaspettati; risulta interessante, se non addirittura imperdibile? Brutalmente: no. In nome di quale autolesionismo ho resistito, allora? Voglio troppo bene a Dancy e Paul, troppo. E, a malincuore, dico che nemmeno le scelte del cast mi sono sembrate particolarmente illuminate: si mostrano bravi come sappiamo, ma, al posto loro, non avrei partecipato. Dopo Will Graham, detective forse ancora meno lucido del serial killer che inseguiva, Dancy ha il ruolo del folle; Aaron Paul, ex tossicomane, è un Jesse Pinkman al guinzaglio; la Monaghan, naturalmente odiosa, aizza i suoi due spasimanti in un ennesimo triangolo sentimentale; Emma Greenwell, da Shameless, invece, riabbraccia il personaggio della giovane dissoluta, ninfomane, ebbra. The Path è lento, confuso, pasticciato. Accantonato l'elemento giallo – c'è un omicidio sul finale, intuibile tanto quanto le dinamiche del gruppo -, è un The Affair scritto alla buona, con le pretese di spacciarsi per il nuovo The Leftovers: vedi la crisi coniugale e le bugie; vedi il misticismo. I toni sono serissimi ma non serrati, le puntate sono lunghe e infruttuose, il finale è un letale buco nell'acqua. Di coinvolgente, l'elemento teen: Kyle Allen, poco convincente nei panni di un quindicenne, alto e maturo com'è, ha una gran bella faccia – somiglia a Heath Ledger, in 10 Cose che odio di te – e la strada spianata. A voler essere generosi, il resto, è il miglior toccasana per chi soffre d'insonnia cronica. (5)

Madri che non parlano alle figlie, figlie che non parlano con le madri. Questo, in tutte le combinazioni possibili. Sedicenni che mettono al mondo un bimbo per sbaglio, e non sono mica pronte. Dodicenni, invece, che alla mamma povera in canna preferiscono il papà, perché nella casa nuova ha una piscina e una moglie uscite, entrambe, da un catalogo dei sogni. Ancora, giovani che non si rivedono alle riunioni degli alcolisti anonimi: muiono d'overdose, ci ricascano e lì restano. Pusher che non si perdonano. Uomini d'azione che passano la vita a fare follie, stuntman professionisti, e poi scivolano in montagna e non si alzano più da una sedia a rotelle: da dongiovanni, adesso fanno innamorare le donne al telefono, nascondendo la loro disabilità. Regine di una galleria di personaggi disparati e disperati, Chisty – ex tossica, ex spogliarellista, ora cameriera scordinata che sogna una laurea che costa troppo – e Bonnie, a simboleggiare che la mela non cade mai lontano dal proverbiale albero: piccola narcotrafficante, clochard, ha cresciuto la figlia in un'auto. Da tre anni, da tre stagioni, vivono insieme per necessità; condividono il letto; si amano e si odiano, nel mentre. Ci sarebbe di che piangere, uno dice. E invece in Mom, mai come quest'anno, si ride, e con l'intelligenza e la crudeltà che non avevo mai notato in precedente. Sotto sotto, la comedy Fox con le risate registrate è tristissima e verissima. Come la racconti, però, la storia della progenie di un Dio minore, in una America non così accogliente, non così magica? Ma con il pratico formato sit-com, che sta letteralmente in tasca, e due fuori classe di tempi comici e figuracce. Loro, il segreto. E soprattutto il cuore, in una stagione che non si smentisce e rivela una doppia faccia. Il cuore e la testa. Assieme a una voce che, al prossimo bacio della sfortuna, ti suggerisce: “fattela, una risata”. (7)

Lo scorso anno, il piano della pia Jane Gloriana Villanueva, che stringeva denti e ginocchia per arrivare vergine al matrimonio, aveva imboccato svolte miracolose. Inseminata per errore, portava in grembo il figlio del ricco Rafael, un completo sconosciuto, o quasi. Bello, ricco, addirittura responsabile: uno di cui innamorarsi, sul finale, a discapito del poliziotto Michael, noioso e troppo a modo. Jane ci lasciava con un Golden Globe a sorpresa tra le mani, con l'affanno, già mamma. Gente a cui spezzavano il cuore, nascite immacolate e, tra narcotraffici e doppie identità come ogni soap degna di nota pretende, un finale sospeso nel dubbio: il neonato rapito e la vendicativa Petra, ex che non perdona, che recuperava dalla Banca del seme altro ehm... “materiale” del traditore Rafael. Abbastanza per assicurare ai Solano un altro erede? Abbastanza per mandare la coppia felice su tutte le furie? Il piccolo Mateo viene salvato prestissimo; Petra non solo resta incinta contro ogni logica, ma aspetta due gemelle. Si cresce, ci si avvicina al sogno di diventare scrittori e, inevitabilmente, ci si divide. E' crisi per i genitori di Jane, il vanesio Rogelio e la spregiudicata Xiomara; nonna Alba, nel suo passato senza macchie, porta alla luce una vecchia fiamma; Jane, già poco tollerata dal sottoscritto, fa una scelta sentimentale che mi ha fatto scemerare gran parte della serie e gran parte dell'interesse. Non tralasciamo l'elemento giallo, i twist surreali, i colpi di cuore: formula vincente non si cambia, oppure sì? Dopo un primo approccio candido e stupito, trash con piacere, Jane The Virgin prosegue sugli stessi binari con ventidue episodi – tanti – che ho seguito volentieri, sì, ma che mi son parsi un po' tutti uguali. Senza i guizzi e i sorrisi che, di solito, il temperamento latino mi assicura. (6)

Jimmy Martino ha un ristorante stellato, tante spasimanti e la fortuna sfacciata di avere la faccia di John Stamos (classe 1963). Bellissimo cinquantaduenne – scambio volentieri i miei trent'anni di differenza per i suoi miracolosi geni – a cui la vita sorride di rimando, l'impresario dongiovanni ha poca voglia di accasarsi. E se, indipendentemente da lui, il destino avesse altri progetti? L'unica novità che, lo scorso autunno, non ho tagliato via dalle mie visioni settimanali – ho sempre bisogno di leggerezza, ma faccio fuori comedy a giorni alterni – ha avuto diritto a una sola stagione, è simpatica, confortante e si chiama Grandfathered. Perché sì, Jimmy, nel pilot, si scopre nonno di una bimba adorabile, Edie. Nonno... Ma c'è qualcosa che non va. Lui non ha figli! E invece. Dalla storia finita male con Sara, che invecchia con altrettanta eleganza, è nato infatti l'impacciato Gerald. Che avrebbe proprio bisogno di una figura paterna e, soprattutto, di una mano per conquistare Vanessa: la madre di sua figlia è la sua migliore amica, e proprio non vuole saperne di una storia d'amore. Jimmy, tra ritorni di fiamma e rivelazioni, si impegna a far bene. Può imparare a mettere da parte la vanità e l'egoismo per diventare un modello? La serie Fox è simpatica, familiare, molto tenera. Ennesima variazione sul tema di About a boy, non lo nego, ma con una scrittura freschissima, dalla sua, e un cast ad hoc. Funziona alla perfezione il buon Stamos, autoironico e piacione, e con lui gli impiegati stralunati – il sous chef indiano in cerca d'attenzione, la maitre stonata che s'immagina cantante soul - di un ristorante che ammicca a quei programmi di cucina, già spettacoli di per sé, a me tanto cari nell'ultimo periodo. Ma indovinate chi viene a cena? Non attesi ma indispensabili, ecco la luminosa Paget Brewstet, ex che ci ha nascosto la sua gravidanza; la bella cognata Christina Milian, che prende alla lettera la “regola dell'amico”; il figlio Josh Peck, nerd buffo e galante che ricordo, bambino io e bambino lui, in Drake & Josh, nei sonnolenti pomeriggi di Italia Uno. Non piangerò la cancellazione, e chi non l'ha visto non ne rimpiangerà la perdita, però nel mentre si ride di cuore; si sospira, inteneriti; ci si appunta che la mezza età è la nuova gioventù. Tutte cose, comunque, graziose e non da poco. Senz'altro, non da una stagione soltanto: una brusca “toccata e fuga” che, pur nell'irrisolto, lascerà piacevolmente soddisfatti. (6,5)

lunedì 16 maggio 2016

I ♥ Telefilm: Crazy Ex-Girlfriend, New Girl V, Slasher


Rebecca, avvocato di grido, è affermata nel lavoro e insoddisfatta nella vita. Il tailleur di donna in carriera non le calza a pennello e, romantica cronica e sempre con la testa altrove, è davvero se stessa giusto in visioni in formato Broadway. Sprazzi musicali colorati, frizzantissimi, in cui volteggia, canta e, magari, s'innamora dei principi azzurri. Un giorno, per le strade della City, s'innamora per davvero; sapete? E' un colpo di fulmine, quello verso una vecchia fiamma del campo estivo: Josh. Un ragazzotto dagli occhi a mandorla, immaturo ma di indole gentile, che così, tanto per dire, le fa: “Se passi da West Covina, mi raccomando, vienimi a trovare.” La nostra Rebecca non sa dove sia quella città sperduta – sulle labbra, però, ha il sapore dell'happy ending – e non si limita semplicemente a passare di lì, attratta dalle parole di un Josh vago, amichevole e fidanzato con la crudele Valencia. Molla tutto e, su due piedi, ci si trasferisce. Lì, ha uno studio legale più piccolo in cui destreggiarsi, nuovi amici – la cospiratrice Paula, il neodivorziato Derryl, lo scontroso ma galante Greg – e, soprattutto, uno sprovveduto ragazzo da stalkerare. Chi è la Crazy Ex-Girlfriend che, dallo scorso autunno, sulle reti The CW, non farà forse impazzire il pubblico, ma la critica decisamente sì, e all'unanimità? La sigla, mitica e sessista, ci dice che è patetica, scriteriata, folle d'amore. Diciotto episodi, pian piano, ci dicono molto di più. Prodotto da Mark Webb, Crazy Ex-Girlfriend è una comedy dall'ugola d'oro per chi dei consueti venti minuti settimanali non si accontenta – qui sono quaranta, infatti, e non vi nascondo che all'inizio li ho patiti, poco poco – e Galavant lo sta piangendo già. Nerbo, senso e cuore del tutto, l'esordiente Rachel Bloom, fresca di Golden Globe. Da dov'è uscita l'underdog psicotica e imbarazzante che mostra che c'è bellezza nelle rotondità e grande talento in una produzione, per il resto, piccina. Ci mette la faccia, la voce – e che voce - e la penna: irresistibile padrona di casa che, a seconda degli stati d'animi, oscilla dal jazz al "puttan pop", dal gospel al free style, con inediti che – se non sapessimo le barzellette che, in fondo, raccontano – non sfigurerebbero poi troppo in radio. Nei suoi allegri deliri, tra triangoli sentimentali e casi giudiziari, sa trascinare, per fortuna, una serie di figuranti a cui, a chi più e a chi meno, si vuole il bene che serve. Sorpresa e emozionata, la Bloom aveva raccontato, sul podio, il percorso travagliato di una serie su cui aveva investito energie e speranze: nessuno la voleva e, anche adesso, in tanti, o non la vogliano, o non la conoscono. Il più grande colpo di scena, però, è stato il rinnovo. Godiamoci i disastri e i piantonamenti della cara Rebecca, quindi, finché durano. Scommettiamoci insieme. (7)

New Girl, in onda ormai da cinque stagioni, l'ho scoperto giusto qualche estate fa. Io, in crisi per la prima sessione estiva della mia vita, avevo trovato pace e tante, tantissime risate in una serie vista un po' per curiosità e un po' per ripiego. Merito, in particolare, della Deschanel, un incanto di ragazza, che avevo amato e odiato in 500 giorni insieme. La fragia che sta bene solo e soltanto a lei, gli occhi da manga, quei coinquilini imbarazzanti ma irresistibili. Da qualche stagione a questa parte, poco è cambiato. Ma, come succede anche alle migliori coppie, è subentrata la monotonia. Superato il trauma per il brusco taglio alla sigla – “hey girl, what you doing?” -, di recente avevo patito episodi troppo lievi, troppo slegati, troppo spensierati. Nulla di irreparabile, trattandosi di una comedy lieve, splegata e spensierata di per sé, ma dov'erano finiti i ragazzi e le situazioni che, sotto stress e sotto esami, sotto terra, mi avevano teso una mano? La volta scorsa, mi ero limitato a definirlo “carino”, senza entusiasmi. All'orizzonte, c'erano notizie belle e notizie brutte: la proposta di Schmidt a Cece, nel finale di stagione, e l'annuncio della gravidanza di Zooey. Lieta novella, per carità, ma con Jess in dolce attesa, e dunque lontana dalle telecamere, che New Girl ci sarebbe stato? Un New Girl che, a sorpresa, ritorna alla vecchia gioia. L'assenza della protagonista si protrae per qualche episodio di poco conto nel mezzo – e il vuoto è colmato da un'ironica e seducente Megan Fox – e ognuno dei protagonisti trova la propria strada. New Girl, nei suddetti episodi, funziona senza l'uragano Deschanel perché c'è tanto da fare. Schmidt e Cece convolano a nozze, ma hanno la madre di lei a ostacolarli; Winston, che ho sempre trovato inutile, trova finalmente la sua vocazione e s'innamora di una collega, sfoggiando assurde camicie floreali e, ogni tanto, il fichissimo gatto Ferguson; Nick, mio gemello segreto, scribacchia, prende in gestione un bar e non resiste alle grazie di una Fox bisex. Jess è Jess: frivola, colorata, impicciona. Fa da damigella e, senza troppe sorprese, si becca una freccia scoccata dal dio Cupido: ritorna un suo ex, e la scintilla non si è estinta; ma penserà ancora a Nick, che per indossare pigiami e tute tutto il giorno ha il suo indiscreto fascino? Non dico di più. Ma, quest'anno, c'è gente che si dichiara, gente che si sposa, gente presa in ostaggio – in tribunale, o su un aereo in panne – e amori che, malgrado tutto, ritornano. Una stagione finalmente più omogenea, un epilogo che emoziona i “teneroni inside” e, per imprecisa volontà della Fox, ma dobbiamo solo ringraziarla, con due episodi a settimana quand'è giunto il momento di tirare le somme. Così, all'incirca, è stato il mio ritorno di fiamma con New Girl. (7)

Nella notte di Halloween, trent'anni fa, una donna incinta e suo marito sono massacrati da uno sconosciuto mascherato, passato a chiedere dolcetto scherzetto. Prima di essere arrestato – pena, il carcere a vita -, però, il killer pratica un taglio sull'addome della vittima e da lì esce la piccola Sarah: l'unica superstite della famiglia Bennett. Anni dopo, sposata e in carriera, torna dove tutto è iniziato. E, con lei, arrivano nuovi morti. Omicidi rituali a ogni passo, per punire coloro che hanno peccato. La storia si ripete, ma le generazioni cambiano. Riusciranno le nuove a modificare il corso degli eventi e a capire chi si nasconde, questa volta, dietro la maschera del boia? Serie canadese in otto episodi, Slasher omaggia sin dal titolo il genere più divertente, ammiccante, sanguinoso. Clichè che hanno fatto storia, spauracchi consolidati, pochissima voglia di prendersi sul serio. Perché, però, risulta un piccolo disastro, nonostante un genere da prendere così com'è e, da parte mia, poche aspettative e tanta voglia di “ammazzare” il tempo? Qual è la differenza tra il mediocre Slasher e il gioiellino Scream Queens o, ancora, l'evitabile ma fresco Scream? L'assoluta mancanza di ironia. E, paradossalmente, le risate in più. Involontariamente buffo, Slasher ha una protagonista atroce – la Katie McGrath già vista in Merlin, fuori parte e dal profilo sgraziato – e scelte sceme. Ad esempio: una protagonista a cui hanno sterminato la famiglia che mette le tende sulla scena del crimine, facendo del sesso riparatore sul pavimento in cui mammà è stata sventrata; gente random che macina chilometri, con un coltello a serramanico in pancia; una nonna che, volendo esagerare, ha cinquant'anni e una nipote trentenne; la protagonista che, davanti all'irreparabile, né emigra né appare turbata. Il cast: pessimo. La sceneggiatura: sbrindellata. L'elemento splatter: accentuato, come da patti, e fedele alle premesse. L'assassino ha fantasia, il sangue scorre generosamente, e il modus operandi del villain – cacciatore di peccati capitali – ricorda quello di Seven. La struttura, tradizionale, ricalca quella del buon Harper Island, che da ragazzino seguivo in seconda serata su Rai Due, e un briciolo di curiosità spinge a porsi le domande giuste. La curiosità, e il mio inspiegabile gusto per l'orrido. Slasher, infatti, è trashissimo: perdonabile, un po', perché di quel brutto che non riesci a smettere di guardare. Il pregio: è autoconclusivo. Ma, in otto puntate, in una serie e in una comunità tanto povera di idee e d'abitanti, sono più i morti che i vivi; più gli occhi strabuzzati per l'idiozia del tutto che per lo spavento. (5)

sabato 30 maggio 2015

I ♥ Telefilm: Jane The Virgin, The Following, The Lizzie Borden Chronicles

Jane The Virgin
Stagione I
Jane Gloriana Villanueva è una creatura mitologica: vergine a ventiquattro anni, e per scelta di vita. Aspetta la prima notte di nozze e il brillante al dito: mentre la madre le dice di assecondare l'ormone, la sua “abuela” la educa al culto della castità e all'attesa. La verginità è un fiore: una volta sgualcito, come rimetterlo in sesto? Per fortuna, non dovrà aspettare troppo: Jane ha accanto a sé l'uomo perfetto. Sarà altrettanto perfetto quando gli rivelerà di aspettare un figlio che non è il suo? Un errore della ginecologa e Jane si scopre in dolce attesa: fecondata per sbaglio con il seme del bel Rafael, proprietario dell'albergo in cui la protagonista lavora; sua cotta segreta da sempre; sposato con un'arpia vestita da Barbie. La pancia cresce, le coppie scoppiano e si ricompongono assumendo forme imprevedibili, la verginità resta. Puntualmente vittima dell'indiscreto fascino delle “latinate” - da Ugly Betty a Devious Maids -, colorate e pasticciate come le gradiamo dalle mie parti, giù in Terronia, la nuova serie The CW mi è piaciuta più o meno da subito, e sembra piacere anche parecchio alla critica ufficiale: premiata, sopravvalutata, fortunata. Le vicende si complicano; saltano fuori narcotrafficanti e serial killer; i colpi di scena improbabili non latitano, soprattutto in un epilogo con nascituri, “al lupo al lupo” e fuochi d'artificio. E per me, non c'è un personaggio che sia fuori posto. Neanche uno che mi stia sulle scatole: dunque, miracolo al quadrato. Dai più importanti ai minori. Ma il mio preferito, Anthony Mendez: irresistibile – e invisibile - voce narrante che, con un accento tutto suo, suddivide la storia in ventidue capitoli e si presta a riassunti e chiarimenti. Ogni tanto, ecco comparire sullo schermo didascalie, schemi, perfino quello che i personaggi non dicono: giusto per tenere conto di chi è chi, di chi fa cosa, di quale lato del triangolo sentimentale ha la meglio sui Social. Jane The Virgin è un'immacolata concezione ai tempi delle soap opera, degli hashtag, delle castronerie in ambito sanitario. Paradossale, affollato, divertentissimo. Come una sit-com in formato gigante. Partito ad ottobre, mi ha accompagnato durante le sere più esasperanti di primo e secondo semestre e, mentre vecchie conoscenze deludevano, questa Jane si andava facendo sempre più surreale e frizzante. Convincendo quasi all'unanimità. Scritta con ironia e grazia, ha ritmi latini e, alla luce del sole, è della stessa materia di cui sono fatte le telenovelas argentine – e i sogni delle neomamme che, tra una doglia e l'altra, scrivono romanzi rosa e sventano pericolosi crimini federali. Candidamente trash. (7+)

The Following
III (e ultima) stagione
Dopo Revenge, altra serie cancellata strada facendo: anche The Following, così, trova la sua parziale conclusione mostrando il peggio di se. L'ultima stagione impiega pochissimo a classificarsi come la peggiore delle tre. E, checché se ne dica, nonostante questa ennesima fatica di Kevin Williamson potesse concludersi dopo un solo arco di episodi, anche la seconda serie era discreta; appena sufficiente, ma comunque abbastanza per dare un'occhiata al seguito. Un'altra chance alle indagini di Ryan Hardy. Lui, sul quale adesso pesa un'accusa grave: eroe o assassino? Dopo la duplice cattura - e la duplice fuga - del carismatico Joe Carroll, l'instancabile detective deve fare i conti con Mark, psicotico gemello rimasto in vita; una coppia di sposini con il pallino dell'omicidio; una figura enigmatica – tutti lo cercano, nessuno sa chi sia – che ha accettato la sanguinosa eredità del Dr. Strauss. Lo spettatore, parecchio annoiato, si illumina grazie alle rare comparse di James Purefoy. Mentre le nuove indagini sonnecchiano, intriga giusto il rapporto viscerale tra il protagonista e la sua storica nemesi: un Purefoy vicino alla disfatta, ma mai stanco di suggerire malignità; un Kevin Bacon fisicamente in forma, che si avvicina pericolosamente al bicchiere e al ruolo di cattivo tenente. Convincenti entrambi, ma bastano loro? Con un numero inferiore di episodi, magari. Con qualche dialogo in più e qualche assurdo salvataggio in meno. Nell'ultima parte, venuta meno la loro morbosa complicità, sotto le luci della ribalta c'è questo Theo: un marcantonio di un metro e ottanta, afroamericano, con due occhi azzurri mai visti prima – insomma, un tipo che passa inosservato, del tutto anonimo come richiesto dal suo personaggio camaleontico, giusto? – ma il discreto Michael Ealy non è in grado di sostere un ruolo che in The Fall, per dirne una, un Jamie Dornan interpreta a regola d'arte. Da non dimenticare – o forse sì, dimenticatela pure - una misteriosa femme fatale con paurose somiglianze con la Lady della Del Santo. Anni di sali e scendi, dunque; scivoloni; pacate accettazioni di svolte irrisorie. A volere essere generosi, buona la prima stagione, così così la seconda, ma questa – tirata per i capelli, sfinita, superflua – non si arrende alla cancellazione ed è un mezzo disastro. Peggio il roseo lieto fine di Revenge o l'epilogo aperto di un The Following abbandonato a sé stesso? Le buone idee latitano, dunque si tenta di guardare a un recente passato: perfino i delitti, opera all'inizio di un copycat, sono riciclati. Sempre gli stessi. The Following, in generale, è sempre stato poca cosa per potersi autocelebrare: non lo comprendono gli autori, all'ultimo giro di boa, ai quali sfuggono il senso del ritmo, l'ironia, la necessaria credibilità. (5)

The Lizzie Borden Chronicles
Stagione I
Sotto Natale, io che sono un tipo che sente tanto le festività, avevo visto il modesto Lizzie Borden Took An Ax, film televisivo targato Lifetime, incentrato sul processo ai danni di un'ingenua aristocratica americana accusata di avere assassinato, a colpi di accetta, i suoi genitori. Aveva la gonnella ancora imbrattata di materia cerebrale, eppure era stata assolta. Lizzie Borden, per quel che Wikipedia ci racconta, è tra le assassine più efferate della storia americana. Ma a parte un piccolo scandolo, un furto, del suo hobby preferito – l'omicidio – non si racconta nient'altro. Ci pensa questo The Lizzie Borden Chronicles, serial in otto puntate che si inventa – ma inventerà tutto tutto? - catene di delitti e uno stretto legame di sorellanza. Al contrario di quanto mi aspettassi – ossia un approfondimento più minuto e sensato di quel che avevo già visto – la Lifetime si cimenta con un liberissimo sequel, in cui le due brave protagoniste hanno gli occhi di tutti puntati addosso. Le sorelle Borden – complici, l'una carnefice e l'altra vittima – si sono trasferite, ma difficile, quando si tratta di loro, intessere rapporti di buon vicinato e darsi alle feste d'inaugurazione. Lizzie, mai stanca del brivido, cerca guai. E alla sua porta bussano, episodio dopo episodio, un fratellastro in cerca dell'eredità, un cowboy che vuole incriminarla, un pretendente – con famiglia mafiosa annessa – per la sorella maggiore, Emma. Ma chi di spada ferisce di spada perisce... Tornano autori, cast, scenari; colonna sonora tamarra, rallenty spropositati, lame e corsetti. Insieme a loro, i difetti di sempre, ma un macabro divertimento aggiuntivo. Un morto per episodio – e sono morti fantasiose – e una protagonista dalla faccia furbastra che, impunemente, fa massacri senza dare nell'occhio. Quando in un paesello di un paio di migliaio di anime ci sono, ormai, più morti che vivi. Le cronache della Borden raccontano, tutto sommato, ben poco di nuovo, e potevano raccontarlo, semmai, in un numero minore di episodi. Svolte nelle ultime tre puntate e in un epilogo aperto. Il resto è poco e niente, ma si segue con una specie di ghigno felice. Complice il viso da bambola di Christina Ricci, un angelo del male bello e sinistro, e, al suo fianco, la valida Clea DuVall, testimone sfortunata di una metà folle. Qualche accorgimento maggiore nella regia, questa volta, e una randezvous settimanale con la Ricci bastano per raggiungere una sufficienza piena, la prima volta, invece, a stento sfiorata. (6)