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martedì 29 agosto 2023

Recensione: Un amore senza fine, di Scott Spencer

| Un amore senza fine, di Scott Spencer. Sellerio, € 18, pp. 624 |

Una casa brucia nella notte di Chicago. Intrappolate nelle fiamme ci sono cinque persone. Il ragazzo che ha lanciato il fiammifero le ha amate tutte. Per un po' è stato parte di quella famiglia accogliente, calorosa e progressista. Cosa l'ha spinto ad accendere la pira? Il cult di Scott Spencer prende avvio da un episodio violento. Non è la tormentata storia d'amore tra il “bad boy” e la ragazza della porta accanto che ci ha mostrato un film con Alex Pettyfer. Ma un'escalation di ossessione, destinata a bruciare in un eterno presente. Non aspettatevi flashback sugli inizi della relazione tra David e Jude. Non aspettatevi il candore prima della mancata tragedia. Denso, caotico, cupissimo, il romanzo è un thriller dei sentimenti che ricorda gli affanni dei libri ottocenteschi; di quelli con manicomi, rifugi di fortuna, eroine che muoiono d'amore. Questa volta il protagonista è un giovane uomo. Figlio di avvocati politicamente schierati, chiuso in un istituto esclusivo per scontate le sue colpe, David è un animale in gabbia. Anche una volta libero, si crogiolerà nella solitudine e nell'adorazione. Qual è il numero di telefono dei Butterfield? Jude gli ha forse scritto delle lettere? Perché gliele nascondono?

Quando avevo diciassette anni e obbedivo totalmente ai più solleciti comandi del cuore, mi allontanai dai cammini della normalità e nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo.

Le sue domande angosciose diventano le nostre. E diventa nostra, a sorpresa, anche l'invidia che gli mostrano i personaggi secondari: quegli adulti che guardano con preoccupazione il suo struggimento, ma ripensano con malinconia alla giovinezza e ai palpiti lontani. C'è chi, pensando a David, ha voglia di innamorarsi nuovamente. E chi, incantato dalla pena e dell'estasi della sua storia, nel segreto della camera da letto ricerca l'orgasmo. Intanto, senza più una casa, la famiglia di Jade è alla deriva. Quella notte di fuoco ne ha rivelato ombre e fragilità; ha elargito loro una nuova coscienza. David, padrone della loro vita e, in molti casi, della loro morte, li ha annientati. Esiste perdono? È possibile tornare a quel tempo di vestiti coordinati, gesti plateali, abbagliante bellezza? Spencer firma un classico moderno scritto con la sontuosità di Nabokov. A ben vedere poverissimo di avvenimenti, è la lente di ingrandimento su un amore adolescente; su una psichedelia condivisa. Il clou è rappresentato da una chiacchieratissima scena di sesso lunga sessanta pagine, in cui religiosamente si mescolano corpo e sangue, sperma e mestruo. Non è di piacevole lettura. Ci sono quei romanzi che vorresti durassero per sempre. E quelli, invece, che termini con un profondo senso di liberazione. Un amore senza fine non ha maniglie antipanico. David - ragazzo interrotto, cannibale - ti divora non meno di Chalamet nell'ultimo Luca Guadagno. Lui e Jade, a fine lettura, non mi mancheranno. Ma non uscirò mai dalla loro orbita; il cuore stanco.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Joy Division - Atmosphere 

venerdì 5 agosto 2022

Recensione: Un oceano senza sponde, di Scott Spencer

|Un oceano senza sponde, di Scott Spencer. Sellerio, € 17, pp. 350 |

In ogni relazione c'è un dislivello invisibile. Osservate attentamente le coppie che conoscete. C'è sempre una persona più affezionata dell'altra. C'è sempre chi ama e chi ama essere amato. Quando il dislivello si acuisce, come su uno di quei dondoli al parco giochi, l'equilibrio viene meno. E un membro della coppia – il più fragile –, viene schiacciato dal divario. I cuori di Kip e Thaddeus non hanno lo stesso peso. Legati dai tempi dell'università, i due oscillano sul dondolo che Scott Spencer ha costruito per monitorare i sali-scendi della loro storia. Si tratta soltanto di una buona amicizia? All'apparenza scapolo inguaribile, Kip lavora come broker a Wall Street, ma per codardia cela la propria sessualità: anziché scendere a marciare per strada nell'era dell'Aids, vive nascosto in un attico che lo taglia fuori dal mondo. Il suo mondo comincia e finisce nella venerazione per Thaddeus: sceneggiatore frustrato, marito e padre in crisi, ostenta una forzata giovialità. Rischia di perdere infatti una villa sul fiume Hudson, simbolo di una breve gloria lavorativa, e insieme alla villa la sua stessa famiglia.

Ho appreso una delle lezioni della solitudine, uno dei suoi sconvolgenti effetti collaterali: quando versi in uno stato di brama inappagata, il desiderio va avanti all'infinito, come un oceano senza sponde.

Tormentandosi in preda a un amore impossibile, il protagonista si fa presto custode del matrimonio dell'altro: da un lato vorrebbe che deragliasse – soltanto così, forse, troverebbe il coraggio di dichiararsi –, dall'altro vorrebbe che l'amico fosse felice. Stando al parere di un personaggio secondario, tra loro finirà malissimo: Thaddeus lo distruggerà senza neanche farlo apposta. A ogni telefonata quanto è desideroso di sentirlo davvero e quanto è mosso dall'opportunismo? Ignora deliberatamente i sentimenti dell'altro, ma si bea nel frattempo dell'ascendente che esercita su di lui? Il romanzo di Spencer è una storia di conflitti: quelli che albergano nell'animo di Kip, combattuto tra desiderio e paura; quelli che scandiscono le scelte di Thaddeus, incapace di rassegnarsi a un'esistenza vissuta al di sotto delle sue presunte potenzialità; quelli che agitano la periferia newyorchese, che osteggia la gentrificazione a suon di sassate e guarda con preoccupazione all'apertura di una fabbrica di calcestruzzo.

Ecco un'altra cosa riguardo a noi innamorati non corrisposti: siamo possessivi nei confronti dell'amato e disposti a tutto pur di tenerci aggrappati all'idea che abbiamo di lui. In effetti quell'idea è tutto ciò che abbiamo. Quando pensi a qualcuno più o meno tutto il tempo cominci a credere – anche se non lo ammetteresti mai, nemmeno con te stesso – che lui ti appartenga. Diventi un carceriere che fa avanti e indietro davanti alla porta della cella, tenendo d'occhio il prigioniero per accertarti che sia dove deve stare, che faccia solo ciò che gli è concesso.

Kip, prigioniero di un vecchio sogno erotico, si finge eterosessuale. Su cosa mente invece Thaddeus, prigioniero al contrario di vecchi sogni di gloria? Qual è il prezzo per continuare a nutrire un'illusione lunga trent'anni? Quand'è che, finalmente, ci si sveglia? Un oceano senza sponde si dipana in maniera più lineare del previsto e l'epilogo, un po' precipitoso, potrebbe amareggiare gli eterni romantici. Ma sontuoso, struggente ed enfatico, si legge con un'ammirazione vicina a quella provata per la prosa di Vladimir Nabokov: anche qui il narratore, inaffidabile, si rivolge a una giuria – vera o immaginaria? – per discolparsi di qualcosa; anche qui un sentimento irrazionale, di pancia, è raccontato con il cuore e con la testa. E il dislivello invisibile di cui scrivevo in apertura si manifesta, infine, come un messaggio scritto con l'inchiostro simpatico. E l'oceano del desiderio, tempestoso come non mai, trova pagine bellissime a fargli da sponde.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Senza fine - Gino Paoli 

venerdì 24 giugno 2022

Recensione: L'arte di bruciare, di Sarah Hall

 
| L'arte di bruciare, di Sarah Hall. Sellerio, € 16, pp. 220 |

Sulla copertina di Una vita come tante c’è il primo piano di un uomo. Il viso increspato da una smorfia indecifrabile: estasi o dolore? L’arte di bruciare, arrivato in libreria sempre con Sellerio, si libra similmente fra eterni opposti: amore e morte. Inscindibili, si intrecciano in spire sensuali in un romanzo tanto breve quanto intenso. Quanto bisogna essere lontani dal pericolo per non lasciarsi vincere dall'angoscia della tempesta appena passata? Alla risposta, mutevole, è legato l'apprezzamento – o il biasimo – verso il romanzo di Sarah Hall. Con una prosa musicale e immaginifica, nelle corde di Tiffany McDaniel, la scrittrice britannica ci sfida a tormentare con le dita quella ferita che tutt'ora fatica a cicatrizzarsi: il Covid-19. In queste pagine ci sono l'aggressività e lo scetticismo nei confronti verso il prossimo, gli approvvigionamenti degni di un survival, le sirene in dissolvenza. Ma c'è, soprattutto, la commovente intimità del prendersi cura di qualcun altro.

Chi ha storie da raccontare sopravvive.

Immersi in un silenzio innaturale, cinti da una natura fiabesca e selvaggia, i protagonisti trovano rifugio dal contagio ai confini della civiltà: all'interno di un ex capannone industriale, ormai fucina creativa, che si erge al termine della brughiera come un Eden dove illusoriamente prosperare. Lei, Edith, è l'artefice di sculture controverse – per alcuni subito iconiche, per altri scandalose –, cresciuta con trascuratezza da una mamma scrittrice colpita da un aneurisma. Lui, Halit, è lo chef di un ristorante nordafricano: porta con sé due nomi, due vite, ma parla pochissimo dei traumi dell'immigrazione – il suo corpo, in compenso, dice tutto ciò che conta.

Se fossimo andati un po' più a fondo uno dentro l'altra avremmo trovato un nascondiglio.

Edith e Halit annullano le distanze, combattono la freddezza dello stato d'emergenza, si studiano nudi in nome della lussuria e per monitorare l'apparizione di sintomi eventuali. Raccontato a distanza di anni da Edith, ma non a distanza di sicurezza, il romanzo presenta una narrazione frammentaria. Ricorda i picchi di delirio delle febbri convulse: è un insieme di flash e suggestioni sparse, infatti, che l'attualità della materia raccontata contribuisce tuttavia a riordinare fino a formare un disegno organico. Anzi: un gruppo scultoreo. Di quelli contemporanei, spigolosi, vagamente inquietanti, realizzati con la pratica dello shou sugi ban: prevede di bruciare il legno per proteggerlo; di creare attraverso la distruzione. La vedo la scultura, sì: rappresenta due corpi che bruciano, di passione e febbre, fino a decomporsi: fluisce vita tra loro, fluisce vita in loro. È il virus, che li penetra mentre si penetrano. È il virus che, come un figlio del futuro, cerca un ospite in cui proliferare. Perché perfino la morte vuol vivere.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – I Set Fire to the Rain

giovedì 25 novembre 2021

Recensione: Le transizioni, di Pajtim Statovci

| Le transizioni, di Pajtim Statovci. Sellerio, € 16, pp. 263 |

Vivere, per Bujar, è come indossare un paio di scarpe troppo strette. Irrequieto, scalpita da un'esistenza all'altro nel tentativo di sciogliere i propri lacci. Ma, impossibilitato a liberarsi di questa condanna, cambia paese e pelle alla maniera dei serpenti. Chi è il protagonista del romanzo di Pajtim Statovci? Senza terra, senza sesso, senza futuro, è un apolide in fuga da Tirana. Dipinta alla stregua di una terra fiabesca attraverso le parole di un papà cantastorie, l'Albania dei primi anni Novanta è in realtà un caos incomprensibile di dittatori e abusi, zeppo di delitti politici, esecuzioni pubbliche e trafficanti d'organi. Si può essere diversi in un posto così? Si può essere speciali? Bello, intelligente e poliglotta, cresciuto con l'ottusa convinzione di differenziarsi dallo squallore della massa, il protagonista scappa (dalla violenza, dalla povertà, da sé stesso) insieme all'amico Agim – amato oltre l'amicizia, amato oltre l'amore. Usato, tradito e infine accolto, a volte vittima inconsapevole e altre sadico boia, Bujar cerca l'America dappertutto. E, non pago di una Roma assiepata di turisti, si trasferisce a Berlino, Madrid, New York e Helsinki, incrociando la vita di altre persone ai margini. Tragedia sull'immigrazione raccontata da punto di vista inedito, Le transizioni è mosso da un solo motore: la disperazione più nera.

Sono un ragazzo di ventidue anni, che a volte si comporta come immagina facciano gli uomini, potrei chiamarmi Anton o Adam o Gideon. A volte sono una ragazza di ventidue anni, che si comporta come le pare. Amina o Anastasia, il nome non è importante, mi muovo nel modo in cui ho visto muoversi mia madre, i miei tacchi sfiorano appena il suolo e non contraddico mai gli uomini.

Dispersiva, così come dispersive sono le mille vite del narratore, la lettura si sposta tra passato e presente accogliendo in ordine sparso leggende locali e digressioni impossibili da tenere tutte a mente. La verità s'intreccia indissolubilmente alle bugie di Bujar, che nel reinventarsi cambia a piacimento partner e sessualità. Qualche volta veste abiti maschili, qualche volta femminili. Cos'è più conveniente? Qualche volta ama le donne, qualche volta gli uomini. Chi può maggiormente prendersi cura di lui? In duecentocinquanta pagine c'è tanta, troppa carne al fuoco, insieme a una drammaticità così spiccata da dare assuefazione. A differenza di Una vita come tante, tragedia contemporanea disposta a condividere con il lettore anche straordinari momenti di bellezza, Le transizioni è respinge, cupo, irredento. Pesantissimo, se non fosse per una scrittura che scorre, al contrario, sempre schietta e accattivante. Diviso tra la compassione e il biasimo, sono rimasto tuttavia affascinato dalle contraddizioni del protagonista: un novello Mr. Ripley, che nella grottesca virata finale punta perfino al mondo dei talent show, troppo fuori dall'ordinario per ricercare davvero la normalità. Impermeabile a qualsivoglia speranza, è un inquietante mutaforma che reclama semplicemente il diritto a esistere, di capitolo in capitolo; a resistere, di vita in vita. Ma a furia di cambiare pelle rischia purtroppo di annoiare e di restare nudo, per sempre a disagio, per sempre prigioniero di in un'esistenza inizialmente cucita sulle misure di qualcun altro.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Litfiba - Il mio corpo che cambia

martedì 10 agosto 2021

Recensione: Una vita come tante, di Hanya Yanagihara


| Una vita come tante, di Hanya Yanagihara. Sellerio, € 22, pp. 1091 |

Hey Jude, don't make it bad, take a sad song and make it better. Da qualche giorno, mi scopro spesso a canticchiare la canzone dei Beatles. Stonature e tutto, la dedico al protagonista di questo romanzo e, un po', anche a me stesso. Quando ho iniziato a leggere Una vita come tante – impresa lunga oltre mille pagine – avevo bisogno di un brano triste che facesse pendant con il mio stato d'animo. E di una storia in cui smarrirmi. Pazientemente, senza l'ansia di fingermi spensierato o di aggiornare il blog, mi sono preso del tempo per me e per la mia malinconia. Anziché fuggirla, l'ho assecondata. Fino a quel momento i romanzi più lievi mi infastidivano tanto quanto le hit estive alla radio, e allora ho scelto una vita difficile: la terapia d'urto. Qualcuno mi ha avvisato: leggere un romanzo così disperato sarebbe stato controproducente. Ma vi ho riposto piena fiducia, invece, e ho pregato affinché il mio cuore fosse maltrattato, ma con garbo. Cercavo la catarsi. E ringrazio per il fatto di averla trovata, sì, insieme all'armonia segreta che smussa perfino gli spigoli dei pentagrammi più tristi. Avrei voluto che il ritornello di questa proseguisse all'infinito.

Quando sei fatto come me, devi accontentarti di quello che ti arriva.

Hey Jude, refrain, don't carry the world upon your shoulders. A reggerlo, il mondo, per fortuna ci sono gli amici di sempre. JB, artista di origini haitiane, è specializzato nei ritratti delle persone care: travolto dal successo, rischia di perdersi tra lussi e droghe. Malcolm, architetto di buona famiglia, lavora in uno studio che sta anestetizzando lentamente la sua fantasia. Willem è il classico attore che sbarca il lunario come cameriere: il talento, e soprattutto una nobiltà d'animo commovente, gli spianano la strada verso Hollywood. Né le lunghe sedute di trucco né i viaggi di lavoro distolgono quest'ultimo dal prendersi cura di quel migliore amico e coinquilino che fa letteralmente da centro gravitazionale. Jude porta le maniche lunghe anche in estate, è affetto da una misteriosa zoppia che a volte lo costringe a muoversi in sedia a rotelle, è reduce da un'infanzia da orfano di cui non fa volentieri menzione. Jude sa cantare e preparare dolci, ha mille talenti inespressi, e in tribunale fa faville come avvocato, al punto da guadagnarsi un mentore: Harold, insegnante di rara dolcezza, chiamato talora a raccontarci i protagonisti in prima persona. Jude è un enigma, spesso affascinante, spesso frustrante. Perché crede di non meritarsi nient'altro che il disprezzo? Perché, succube del passato, coltiva una solitudine siderale a dispetto dei molti che gli offrono solidarietà, sesso, vie di fuga? Mitizzato, alla stregua di un personaggio di Hardy o Dickens, non anela alla libertà: non la conosce. Si limita a passare da un aguzzino a un altro, a schivare il contatto fisico, a immaginare lo scherno nascosto dietro un innocuo complimento. Saprebbe meritarselo, l'amore vero? Nonostante tutto, vivrà una delle relazioni più romantiche e sorprendenti di cui serbi memoria.

L’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante.

Quanta violenza nel suo passato. Quanta incertezza nel suo futuro. E l'autrice non ci risparmia i dettagli più sordidi, infelici e rocamboleschi, al punto che – non a torto – qualcuno ha reputato eccessivo l'accanimento verso Jude e irrealistico il suo bagaglio esperienziale. Per me, tuttavia, c'è un malinteso alla base: questo romanzo, tragico senza mai diventare pessimista, non è stato pensato come uno spaccato contemporaneo. Anzi: nonostante l'iconica ambientazione newyorchese, i personaggi vivono in una città sospesa nel tempo, senza traccia di lotte politiche, razzismo o omofobia. Lontani dal divenire storico, creano una storia parallela altrettanto importante, in cui – proprio come sull'Isola che non c'è – non esiste null'altro a parte loro. Sono moltissime le pagine strazianti, in quarant'anni di amicizia, ma ho speso le migliori lacrime soprattutto per le cose belle: non per le brutture. Per la dedizione, la pazienza e la generosità dei personaggi secondari. Per la sessualità, che si fa fluida pur di uniformarsi alla solidità di certi attaccamenti. Per la continua capacità di stupirsi e per l'invidiabile senso di appartenenza. Per chi smette di bere caffè, taglia via la crosta dei toast, bacia con gli occhi chiusi e costringe il protagonista ad amarsi un po'. E a bere, mangiare, smettere di tagliarsi, anche a costo di piantonarlo, portarlo in spalla, afferrarlo per i capelli mentre se ne va alla deriva. La vita è un diritto o un dovere?

A quel punto gli tornava in mente l’affermazione di Harold seconda la quale la vita trovava sempre il modo di ricompensarti per quello che ti toglieva, e si rendeva conto di quanto fosse vera, anche se a volte gli sembrava che la vita non si fosse limitata a ricompensarlo, ma avesse deciso di farlo nel modo più sontuoso, come se cercasse disperatamente il suo perdono e lo ricoprisse di ogni ricchezza, offrendogli tutto ciò che esisteva di più bello e desiderabile nella speranza che superasse il proprio risentimento e le consentisse di accompagnarlo negli anni a venire.

Egoisticamente ho provato il desiderio di non arrivare mai all'ultima pagina. Di allungare ulteriormente i tormenti di Jude, pur di essere ancora parte della routine del gruppo, come accade al cospetto delle sitcom più longeve. Con stile pieno e limpidissimo, Hanya Yanagihara firma una moderna Bohème in grado di comunicare un senso di invincibilità accanto alla precarietà diffusa. In questi appartamenti dai mattoni rossi, con le classiche scale antincendio arrugginite sulla facciata, c'è sempre una festa o una cena. Tra ricadute e accidenti, benché defilati, io e Jude ci siamo goduti i brindisi, le preghiere e le risate: è stato confortante lasciarsi cullare fino al sonno da queste voci, senza mai sentirsi tagliati fuori. La vita come tante di Jude St. Francis, in realtà, è una vita come nessuna, raccontata per di più in un romanzo come pochi. Perché, in definitiva, appare infinitamente tribolata? Semmai il contrario: è fortunata. È raro, infatti, che la vita ci ricompensi per tutto ciò che ci ha tolto. E questa volta mi sono soffermato non su ciò che sottrae, ma su ciò che di miracoloso regala. Hey Jude, ti devo piangere, ti devo abbracciare, ti devo elaborare, ti devo perdonare. Non sei mai stato una canzone triste, ma come avresti potuto saperlo? Non hai mai conosciuto i Beatles, o la tenerezza.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hey Jude

mercoledì 1 febbraio 2017

Recensione: La lettrice scomparsa, di Fabio Stassi

Tolstoj si sbagliava: sono le famiglie felici a essere diverse, ognuna per proprio conto. E' la felicità l'anomalia, l'eccezione, la stravaganza, non il contrario.

Titolo: La lettrice scomparsa
Autore: Fabio Stassi
Editore: Sellerio
Numero di pagine: 273
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Nella soffitta di un palazzo di via Merulana, a Roma, è arrivato un nuovo inquilino. Si chiama Vincenzo Corso, detto Vince, per vent’anni è stato prigioniero delle graduatorie della scuola secondaria superiore, insegnamento delle materie letterarie. È nato a Nizza dall’amore di una notte tra una cameriera italiana e uno sconosciuto che nel corso del tempo è rimasto tale, un fantasma a cui mandare ogni tanto una cartolina senza destinatario. Un settembre si ritrova per strada. Nessun incarico di docenza, una relazione sentimentale conclusa da poco, l’amarezza del fallimento che suggerisce una fuga. Ma quando un’anziana ed energica signora gli affitta per due mesi la soffitta di via Merulana, Vince tenta l’ultima scommessa con se stesso: grazie all’esperienza su una rivista femminile, dove risponde alle lettere delle lettrici che cercano rimedi letterari per i loro disagi, aprirà uno studio di biblioterapia. Curerà le persone attraverso la lettura di libri, somministrando Jorge Amado a chi vuole ingrassare, Hemingway a chi non sopporta i propri capelli, Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese a chi ha problemi di vista. Tra gli inquilini del palazzo c’è una signora anziana che vive al piano di sotto con il marito e un cane. Due incontri in tutto, sul pianerottolo, mentre lei trasporta le buste della spesa. La signora Parodi di lì a poco scomparirà nel nulla. E i sospetti saranno tutti sul marito, taciturno e scontroso. Eppure per Vince Corso, qualcosa non torna. Il nuovo romanzo di Fabio Stassi si situa nell’enigmatico crocevia dove i mondi inventati della letteratura invadono lo spazio reale della vita. È qui che i libri, i romanzi, la poesia, finiscono di essere pagine e inchiostro e sembrano diventare tutt’altro: medicamenti, terapie per i malanni dell’esistenza, e persino strumenti di indagine nell’oscurità di un delitto.
                                                La recensione
A volte penso che per i libri bisognerebbe inventare una parola nuova, signor Corso. Una parola che non esiste. E questa parola dovrebbe essere il contrario di cimitero e indicare un luogo dove si conserva la vita, non la morte, e non si mette a giacere niente.”
Da quando ho scoperto le gioie della Biblioteca comunale, mi faccio passare qualche sfizio. E, per dovere di cronaca, prendo in prestito romanzi che altrimenti non mi tenterebbero. Quelli della rinomata Sellerio, ad esempio, letti spesso sul Kindle e raramente in versione cartacea: quelle copertine intercambiabili, quei libri dallo strano formato che non so bene in qualche punto della libreria incastrare, poco mi invogliano agli acquisti folli. Ecco perché ho scoperto Antonio Manzini e il suo Rocco Schiavone tardi, in tivù. Ecco perché, nonostante mi consigliassero e straconsigliassero Fabio Stassi, ho sempre rimandato a data da destinarsi. Con in whishlist L'ultimo ballo di Charlot, ho preferito dare la precedenza all'ultimo arrivato, La lettrice scomparsa: presente in molti bilanci di fine anno e apprezzato tanto quanto i precedenti. Alla luce di un fallace sesto senso, immaginavo Stassi più supponente e ostico. In realtà, la sua ultima fatica è una commedia gialla che ha tutta l'aria di essere il primo capitolo di una serie dedicata ai consigli e alle indagini dell'interessantissimo Vince Corso. 
Un protagonista abile nell'arte di arrangiarsi che, in un condominio in cui unire casa e bottega, inciampa in un mistero da svelare. Professore di Lettere condannato a gratuatorie interminabili e a supplenze saltuarie, Vince si è improvvisato biblioterapeuta. Pensa spesso a una donna che gli ha spezzato il cuore, in una Roma mai tanto malinconica. Nato dalla relazione di una notte tra una cameriera e un ospite, inoltra lettere vane all'albergo in cui è stato concepito e allevato, in quel di Nizza. Eterno sognatore, crede fermamente nella narrativa e nel potere dei libri giusti al momento giusto. Per lavoro, consiglia letture a donne sull'orlo di una crisi di nervi, che vanno e vengono dal suo studio improvvisato. Forse Vince avrebbe potuto salvare anche la signora Parodi: l'anziana inquilina del piano di sotto, scomparsa senza lasciare traccia. I media ipotizzano che si tratti di un omicidio. Tutti, alla luce del luogo comune, pensano che la colpa sia del marito. La lettrice scomparsa ha un giallo che è un piccolo ma efficace pretesto. E' un libro che parla di libri, nelle cui riflessioni esistenziali è facilissimo ritrovarsi. E, al pari dei romanzi della simpatica e colta Alice Basso, è un gioco metaletterario che vive di rimandi, inchiostro e amore incondizionato per il profumo della carta stampata. 
Lettura leggerissima e appassionante con un protagonista d'eccezione, però, mi ha convinto con riserva. Il gioco funziona a metà. Qualche citazione sfugge e qualcuna fa antipatia; qualcun'altra, ancora, ha il grande pregio di farti scoprire autori che non conoscevi. La sensazione, comunque, è che l'autore si diverta più di noi. E che il romanzo, che ha tutta l'aria di un adorabile film parigino, appaia a tratti artificioso e forzato. I personaggi parlano come libri stampati, per aforismi. Le pazienti, colorate e nevrotiche, sembrano chieste in prestito a Nanni Moretti. La ricerca della frase ad effetto, soprattutto nel finale, ha la precedenza sulla pianificazione di una trama un po' incerta nelle intezioni, con la scusa di un prosieguo. Quale effetto possono avere sulla mente e sullo spirito una lettura mirata e il tempo speso in compagnia di un bel romanzo? Qui la Santeria sembra essere approdata nella Capitale, proprio sull'Esquilino. E un loquace portiere sud-americano, un'amante bibliotecaria e un migliore amico libraio, tra sedute psicoterapeutiche e illuminanti cruciverba, faranno da spalla a un eroe che somiglia a Depardieu, fuma sigarette introvabili e, in periodi di ristrettezze economiche, si spaccia con risultati sorprendenti per quello che non è. All'occorrenza, anche per investigatore privato.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Claude Francois - Comme d'habitude

sabato 12 novembre 2016

Zapping: The Young Pope, Rocco Schiavone, No Tomorrow

L'hanno eletto pensando di manipolarlo. Ma Lenny, orfano americano protagonista di un'ascesa folgorante, ne sa una più del diavolo. E, di bianco vestito e con un crocifisso sulla testata del letto, è il Pontefice in persona. The Young Pope, attesissima dai più, è la serie evento firmata da Paolo Sorrentino. Orgoglio italiano, mi ha sempre suscitato una profonda antipatia. Presuntuoso, patinato, vanesio com'è. Il suo regno, La grande bellezza. In cerca di redenzione, mi ero ricreduto con Youth: una storia ambientata sulle alpi svizzere, con un cast d'eccezione, in cui non tutto era un copia-incolla in memoria di Fellini. Potevo sorbirmi, però, dieci ore complessive di Sorrentino? Poteva entusiasmarmi il suo ritorno alla Roma di Toni Servillo, e per di più sullo sfondo di un mondo che mi vuole scettico? I manierismi di Paolo, la Chiesa cattolica: troppo, se tutto insieme. Invece, sin dall'incipit, The Young Pope stupisce e diverte. Pungente, anticonformista, provocatorio. Perfettamente riconoscibile, ma meno astratto, meno onirico; con dialoghi fiume a cui non assistevo dalla visione di Steve Jobs, scarsi sofismi, angelus surreali che celebrano la modernità. Il Papa, in una Roma uggiosa in cui si diradano le nubi all'improvviso, parla di masturbazione, aborto, eutanasia, unioni civili. E non le condanna. E, benché fotogenico e affascinante, “più bello di Gesù”, rifiuta l'apparenza. E' buono o cattivo? Vuole distruggerla o riformarla, questa Chiesa corrotta e antiquata che ci allontana dal culto, anziché salvarci? Impossibile esprimersi, se un Jude Law fascinoso e carismatico come non mai ha una faccia che dice tutto e niente. Certo, più cristalline – seppure nella loro crudeltà – le intenzioni dell'esilarante Silvio Orlando e di un'impassibile Diane Keaton, che sembrano rubati agli intrighi di Scandal. In attesa di capire dove vorrà andare a parare, in cerca dell'episodio successivo, questo imprevedibile Sorrentino in pillole mi ha convertito alla sua causa. (Sì)

Ho notato in libreria i gialli di Antonio Manzini quando, ormai, il debutto della serie televisiva era questione di giorni. Dopo i pessimi L'allieva e I Medici – premiati dagli ascolti, ma abbandonati al primo episodio senza colpo ferire -, le speranze latitavano. Guardo il primo episodio e basta, mi sono detto: prevedibilmente, mi invoglierà a non proseguire e, da lì, recuperare i romanzi sarà automatico. Rai Due, dopo L'ispettore Coliandro, vuole sorprenderci con un'altra chicca. Il primo episodio, trasposizione di Pista nera, è un piccolo film a tutti gli effetti: taglio cinematografico, protagonista di prima scelta, toni noir che conoscono un inaspettato umorismo. Dirige Michele Soavi, a lungo bollato come promettente e altrettanto a lungo collaboratore di Dario Argento; interpreta il vicequestore romano trasferito in alta montagna un Marco Giallini perfetto. Tipo bizzarro, Schiavone: il carattere burbero, il linguaggio colorito, troppe sigarette e perfino qualche canna, nonostante il distintivo. Cosa ha causato il suo esilio al nord? Riuscirà a rigare dritto, mentre un amico trafficante gli indica un carico che scotta? Per certi versi capace di grandi gesti di generosità, per altri truffaldino e avido, Schiavone è l'incarnazione del politicamente scorretto. Lascia Isabella Ragonese a casa, mentre si intrattiene con l'amante sul retro di una boutique di abiti da sposa; tenta di dare un'identità al cadavere smembrato trovato sotto i cingoli di un gatto delle nevi; collabora con la giustizia e, nel mentre, la ostacola. Con lui, un giovane poliziotto debole di stomaco da indirizzare al lato oscuro della divisa e alle gioie del sarcasmo gratuito. Calibrato mix di rigore e leggerezza, Rocco Schiavone si fa seguire partecipi, divertiti e, davanti al colpo di scena dell'epilogo, colti in contropiede. Nel mentre, fa borbottare i politici e i benpensanti. Sotto la neve, i cadaveri e le vere sorprese del piccolo schermo. Ecco come si può fare bene con poco, non planando sulle vette e gli eccessi dell'ultimo Sorrentino. Ecco come rosico, io, perché questo Rocco lo conosco solo ora. Solo qui. (Sì)

Evie fa tira e molla con il fidanzato storico e fantastica su un ragazzo incrociato al mercato. Per puro caso, si rivedono: lui, infatti, è il nuovo vicino di casa. A essere bello è bello, a piacersi si piacciono, ma Xavier ha un segreto di cui prontamente la mette a conoscenza. Un difetto grande quanto un meteorite. Fanatico di cospirazioni, si dice in possesso delle prove dell'imminente fine del mondo. Si è licenzialo. Ha deciso di godersi la vita, finché dura. E vuole trascinare Evie nella sua folla. Se avesse torto? Ma se, in fondo, avesse ragione? A No Tomorrow, commedia romantica targata The CW, non si può dire granché male. Piacevole, lieve e solare, ha uno spunto interessante che vivacizza una storia d'amore, in apparenza, piuttosto convenzionale. La paura di un'imminente catastrofe, infatti, spinge i protagonisti a bruciare le tappe; a mettersi in gioco. Perché non voltare pagina, perché non vincere la paura del palcoscenico e cantare, se del “domani non v'è certezza”? Ho avuto l'impressione che quaranta minuti fossero un po' troppi, però: in formato sit-com, No Tomorrow risulterebbe molto più facile da incastrare tra una visione e l'altra. Tori Anderson, canadese bionda e tutta pepe, fa simpatia. Joshua Sasse, salutato in Galavant, ci riprova. Gli episodi intanto si accumulano, e di darsi a una maratona, nonostante la leggerezza, c'è poca voglia. Discreto, sì. Non la fine del mondo. (Nì)