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mercoledì 20 giugno 2018

I ♥ Telefilm | Sense8 - The Series Finale: Amor Vincit Omnia

Abbiamo avuto una gioia lunga ventitré episodi e scarsissimo preavviso per dirgli addio. Quella cancellazione arrivata inaspettata, un fulmine a ciel sereno, e spettatori appassionati che da ogni dove apostrofavano l'ennesima scelta infelice presa in casa Netflix a suon di petizioni e hashtag. Lo davamo per spacciato – troppo costoso, troppo ambizioso, eppure così voluto dai più – ma Sense8 è tornato su gran richiesta, a un anno di distanza, soltanto per congedarsi a modo suo. Per scioglierci i dubbi sulle sorti di Wolfgang, purtroppo cavia nelle mani sbagliate; per parlarci del rapimento di Whispers, preziosa merce di scambio, e far chiarimenti sul ruolo ambiguo da sempre ricoperto da Jonas e Angelica, che dei magnifici otto erano i genitori spirituali. 
Siamo nella capitale francese e, in uno sfarzoso appartamento condiviso con amici, partner e ospiti a sorpresa, i protagonisti delle ormai sorelle Wachowski si sono finalmente e fisicamente riuniti. Devono prima salvare il tedesco in ostaggio, dato che il suo dolore è il loro dolore; poi spostarsi nella bella Napoli con i Depeche Mode in stereo, all'inseguimento del profumo della pizza, di qualche perdonabile luogo comune e dei piani di guerra della fatale Bilello. 
Kala è combattuta tra Wolfgang e il marito venuto apposta dall'India, ma scegliere non è priorità se anche l'amore è comunanza; Sun scappa dal Detective Mun, ma l'attrazione per il rivale è talmente forte che farsi cogliere in flagraza di reato, per una volta, sarebbe il male minore; Nomi e Amanita pensano alle nozze in cima alla Tourre Eiffel, simbolo internazionale di amore e rivoluzione (le parole chiave); Will, vero uomo d'azione del gruppo, pianifica invece missioni impossibili, mettendo con dispiacere nell'ombra personaggi come Riley (spiace, perché la deejay islandese era uno dei migliori), Lito (dimenticate le dolorose conseguenze del recente outing, e mettetici i capricci sopra le righe degli attori ispanici), Capheus (cos'è stato, ci si domanda, della sua lotta politica in Africa?). Se le scene non sono state divise così equamente tra i membri del cast, tocca ammettere quanto preziosa sia invece la partecipazione dei comprimari: Daniela, parte di un eterno triangolo amoroso, rivela forza di carattere e grande abilità con le pistole automatiche; il saggio Hernando cita Virgilio, improvvisandosi guida turistica a Forcella, e dà il titolo a quest'ultimo episodio; l'ingessato Rajan, qui in trasferta, è pronto a schiudere gli occhi davanti all'impossibile e a rendersi utile, mostrando che per il taser ci sono utilizzi e utilizzi. Nelle due ore e trenta di Amor Vincit Omnia, molte ma non abbastanza con al solito tanta carne al fuoco, sono forti i bang e le emozioni. Se la sanguinosa prima parte preferisce non andare per il sottile, scegliendo per la resa dei conti la frenesia e le esplosioni del cinema d'azione americano, ci si concede la venalità della seconda per la celebrazione di nozze pirotecniche, promesse di matrimonio che diventano un'ode ai sentimenti e alla serie stessa, feste (e orge) in grande con i brividi garantiti da Ludovico Einaudi. Un po' sovversivi e un po' turisti, sempre più famiglia, i Sensate hanno risposto all'unisono all'appello di spettatori che in fondo desideravano una conclusione tale e quale a questa. Non la più indimenticabile, non la più giusta, ma forse la più necessaria: un flash mob colorato di razze, vestiti e sfumature, senza morti tragiche di sorta o spese a cui badare, che rende felici, non amareggiati. La visione di Sense8 si conferma, perciò, strabordante in ogni dove e imperfetta. Ma mai come ora – in tempi di muri fisici e ideologici, di frontiere e porti chiusi al diverso da te, di una Parigi di nuovo nell'occhio del terrore – la famiglia più bella e varia di cui Netflix poteva vantarsi ha il pregio di regalarti qualche scampolo di fiducia, un'altra lezione di umana benevolenza, in questo nostro pazzo mondo. 
Vedere questo episodio: segno, in parte, che la lezione è stata metabolizzata; che i fan si sono uniti, come parte di uno sconfinato cluster, per un piccolo traguardo quale può essere un degno finale di serie. Che qualcosa si stia già impercettibilmente muovendo? Questo episodio era per loro, per noi, per me. Perché l'unione fa la forza e, a volte, anche il lieto fine. (7)

venerdì 27 ottobre 2017

Mr. Ciak - Speciale Halloween: 1922, It Comes at Night, Leatherface, Annabelle 2, Berlin Syndrome

Il sommo Stephen King ha potuto soffiare sulle sue settanta candeline con la pace nel cuore. Quest'anno, l'autore horror storicamente maltrattato nel passaggio dalla carta alla pellicola è stato infatti fortunatissimo. Non soltanto un It all'altezza delle aspettative, infatti, a scacciare i prevedibili flop di The Mist e La Torre Nera. Complice Netflix, hanno gridato lunga vita al Re prima Mike Flanagan, poi questo 1922 uscito all'ombra del più pubblicizzato Pennywise. Ispirato a un racconto non di mia conoscenza, il film del promettente Zak Hilditch è la tragedia americana che forse non ci si aspetta. Un irriconoscibile Thomas Jane, uomo avido e tutto d'un pezzo, sgozza Molly Parker con la complicità del figlio adolescente. Se la moglie sognava la di città, i negozi alla moda, i protagonisti – strenuamente legati a una terra che neanche era la loro, a relazioni di buon vicinato che purtroppo non passeranno l'inverno – salvaguardano quella loro esistenza umile, dimessa, a costo della vita altrui. Il cadavere della donna di casa è lì, che si deteriora nel pozzo. Il tarlo dell'ossessione somiglia a un'orda di ratti che si riversano dagli interstizi e dalle tubature. Rosicchiano i nervi, tormentano le anime. Tutto precipita, e la violenza chiama violenza. Non se ne esce: mai. Il bene che fai porta fortuna, si dice. E il male? Dramma della coscienza lugubre e marcescente, che di horror ha soltanto i picchi della colonna sonora e le significative visioni di morte, 1922 è il King rètro che aspettavamo senza ansie. A tratti, eppure, sembra John Steinbeck. Di uomini e topi si parla, letteralmente. E della confessione senza fondo di un uxoricida messo a dura prova dagli agenti atmosferici e dal senso di colpa, in un quattro lunghe stagioni che, mentre sei impegnato a contarle, ti rubano sotto gli occhi i membri della famiglia – uno per uno – e l'illusione fantasma della prosperità. (7)

Un padre, una madre, un figlio. La minaccia del bosco e, quando il sole picchia, passeggiate con i fucili puntati. Contro un misterioso contagio che ha condotto gli Stati Uniti alla rovina, si resiste facendo affidamento alle leggi della famiglia e alle maschere anti-gas. Finché non bussa un estraneo, sano come un pesce, che propone una proficua collaborazione: si trasferisce lì con bambino e consorte. La convivenza mette a confronto due mondi, due coppie unite contro lo stesso pericolo senza nome. Come in un film di Shyamalan, tra gli alberi fruscia un male che non si svela mai. Il cane, intanto, latra. It Comes at Night, realizzato con costi ridotti e un cast esiguo (segnalo la presenza di Joel Edgerton, burbero patriarca, e Riley Keough, ospite così bella da spingere a pensieri maliziosi l'adolescente di casa), è un survival festivaliero girato in gran segreto. La critica americana parlava di Trey Edward Shults con un senso d'attesa parzialmente ingiustificato e paragoni esaltanti ma ingannevoli. Per quanto solido e ben scritto, assolutamente apprezzabile, il suo è un film senza grandi misteri, con la sintassi consueta del cinema indie e le ambientazioni di Into the Forest e Z for Zachariah – prodotti forse meno significativi, ma con gli stessi ritmi lenti, spaccati psicologici di insindacabile accuratezza e un'amarezza diffusa. Cosa succede se, in un cottage con le finestre sbarrate e le assi alla porta, in realtà è notte anche in pieno giorno? Fanno il loro ingresso il disagio, lo stare fissi sul chi va là, e non c'è arma che possa proteggerti dal sospetto dell'altro e dagli equilibri che, inevitabilmente, la novità della convivenza infrange. La paura dell'esterno li confina in un ambiente teso, claustrofobico, in cui il mostro è un loro simile. Riflessioni sparse, non troppo originali ma mirate, di un horror psicologico (o meglio, sociologico) che diventa prima campo di battaglia tra il dentro e il fuori; poi guerra civile che, in pochi metri quadri, logora e divide. (7)

Ricevere una motosega come regalo di compleanno. E, tra gli applausi e le incitazioni dei parenti, metterla in moto e rivolgerla contro il primo malcapitato. Piccoli assassini crescono, nell'ennesimo film ispirato ai mostri del compianto Tobe Hooper. Ci si guadagna, così, una scontata adolescenza in un ospedale psichiatrico, nonostante il gran scalpitare della matriarca Lili Taylor. E da quell'istituto che non disprezza l'elettroshock e le maniere forti, una notte, si scappa in tanti con un piccolo pretesto, trascinandosi dietro un'infermiera costretta suo malgrado a fidarsi del più docile tra loro. La struttura on the road e i personaggi depravati, trucidi, ricordano il primissimo Rob Zombie o Robert Rodriguez. Sulle loro tracce, gli agenti Stephen Dorff e Finn Jones – senza troppe sorprese, più selvaggi e cattivi della gang di psicopatici in libertà. C'è un interessante cambio di rotta nel momento in cui prima si invertono i ruoli di potere, poi cambiano bruscamente le preferenze dello spettatore. Gli inseguitori diventano inseguiti, o viceversa. I cattivi tenenti del profondo Texas degli anni Sessanta ci tentano, quasi, con il crimine preferito alla legge. Leatherface, film a sé sul primo amore e la cruenta adolescenza del membro più famigerato della famiglia Hewitt, è un horror dalla parte dei cattivi. Reboot trascurabile, sì, ma con la mano pesante dei registi del cult francese A l'interieur. Più europeo che americano: sporco, con sangue a fiumi, necrofilia e una trama che abbozza perfino un colpo di scena, nel tirare le conclusioni. C'è del buono, insomma, nel cattivo gusto di Alexandre Baustillo e Julien Maury. Adesso, prego, apritegli porte che non somiglino più a questa qui. (5,5)

Il prequel di uno spin-off: pessime premesse, e invece... Come il dignitosissimo Ouija 2con cui ha in comune, oltre alla cura degli interni e al fascino della ricostruzione storica, anche la presenza della piccola Lulu Wilson –, Annabelle: Creation sceglie atmosfere vintage e gli anni Cinquanta. Ci sono una casa di campagna, una famiglia addolorata per la perdita dell'unica figlia, uno spettro che utilizza il lutto e un'inquietante bambola di porcellana come canale. Ne viene fuori un horror classico, derivativo, certamente perdibile, che ha il pregio di saper cosa fare dei silenzi, dei coni d'ombra, del suo assurdo senso di attesa. Cosa si muove negli angoli bui? Perché i bambini, candidi e vulnerabili, sanno risultare eppure tanto inquietanti? Fedele alla mitologia a cui ha dato il via James Wan che qui si limita a produrre, ma presta il suo sguardo al Sandberg dell'orribile Lights Out –, il prequel gioca con lo spazio filmico e tutti i cliché del caso. Ecco le luci ballerine, i montacarichi tremolanti, le storie di fantasmi sotto le coperte, un pozzo nero in cui si rischia di essere tirati giù; le rarissime concessioni allo splatter e, nonostante la pochezza della trama, una cura che ipnotizza lo spettatore più attento alla forma che alla sostanza. Creation si prende il suo tempo. Troppo, forse, per approfondire le storie – melense, a tratti – di un gruppo di sfortunate orfane dickensiane. Troppo poco per chiudere il cerchio o colmare le falle. Fa sobbalzare, ma non spaventa. Convince ugualmente, se la paura è sopravvalutata e ci si accontenta di altro. Qualcuno, infatti, ha confezionato per Annabelle – vedasi la cura del comporto tecnico, l'eleganza degli interni, la studiata suggestione che si annida nei segreti dei campi lunghi – un gran bel pacco regalo. Scartatelo in fretta. Prima che Halloween e la voglia di accontentarsi passi in fretta. Prima che l'orrida bambola, impaziente, trovi da sé uno strappo attraverso cui tormentarvi. (6,5)

Una turista australiana con lo Reflex al collo incontra un ragazzo di quelle parti, rispettabile professore di inglese. Siamo nella stessa Germania affascinante e sgranata di quel Victoria girato d'un fiato. Berlin Syndrome, presentato in anteprima al Sundance e immancabilmente al Festival di Berlino, sembrerebbe un boy meets girl di quelli che tanto mi piacciono. Si passeggia chiacchierando, ci si conosce ingannano il poco tempo a disposizione. Teresa Palmer e Max Riemelt (sì, proprio il biondo del compianto Sense8) sono belli, bravissimi, presi. Lei sta per tornare a casa e lui, innamorato già al primo sguardo, vorrebbe che restasse. Nessuno ti potrà sentire, le sussurra al culmine della passione. Un invito ad abbandonarsi al piacere, o una minaccia? Berlin Syndrome sembrerebbe una rilettura europea, indipendente, di un'Attrazione fatale a rovescio. Riemelt la chiude in casa, la lega alla testiera del letto e, dopo un tentativo di fuga, le spappola le dita. Sembrerebbe, ancora, un rape and revange: ci sono le violenze fisiche e psicologiche, infatti, e il desiderio costante di insorgere. Il thriller di Cate Shortland è niente di tutto ciò, ma anche tutte e tre le cose insieme. Ha un occhio interessante, due ottime performance, un sociopatico dal profilo insolito – rispettato dai suoi studenti, popolare tra i colleghi, premuroso con il padre morente. Fa sì che lei abbia bisogno di lui, che diventi il suo mondo: usando ora la carota e ora il bastone, ammaestrandola. Il sesso non sembra più stupro. La cattività appare una scelta di vita. Accurato e sottile, Berlin Syndrome è però di una lentezza e una ripetitività snervanti. Una prigionia resa nel dettaglio, troppo? Difetti grandi e piccoli di una regia a lungo indecisa tra il dramma e la vendetta? (6)

martedì 16 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Sense8 II | Imposters | Riverdale

L'ho aspettato più del giorno della mia laurea, scrivevo lo scorso dicembre a proposito del ritorno di Sense8. Avevo ingannato l'attesa con uno speciale natalizio lungo due ore. Soddisfatto ma non troppo, aspettavo una seconda stagione in piena regola. Quanto mancava a maggio? I sensate, in pericolo mortale e belli come il sole, questo mese sono comparsi puntuali sul menu di Netflix. Saggiamente, ho preferito cercare la loro compagnia non più di una volta ogni ventiquattr'ore. Ho fatto in modo che la visione durasse così dieci giorni complessivi, evitando come potevo spoiler e cattivi pensieri lavorare a un prodotto simile comporta spese esagerate e tanta fatica, leggevo, e in caso di rinnovo la terza stagione sarebbe l'ultima e arriverebbe soltanto tra due anni. Riemergo ora da una maratona mai tanto lenta, mai tanto centellinata: appagato e tutt'altro che sorpreso. Sense8 è una conferma che non riesce a superarsi. Della prima stagione mancano le scene subito cult – il karaoke a distanza, l'orgia telepatica, le sequenze del parto (si difendono bene, tuttavia, il remix di What's Up, le dichiarazioni plateali a San Paolo, i brindisi al bar). Nella scrittura permangono sbavature grandi e piccole: la lotta a Whisperer viene accennata all'inizio di ogni puntata, abbandonata a metà per fare spazio al vissuto dei singoli, ripresa infine in una chiusa al cardiopalma. Qualcosa sfugge quando si approfondisce il lato fantascientifico ed entrano in ballo altre varianti, altri homines sensorium (una di loro, convincente femme fatale, è la nostra Valeria Bilello). Si sopperisce all'equilibrio che manca, in una stagione al solito difficoltosa e strabordante, a colpi di arti marziali e bellezza. Perché io mi preoccupavo di Nomi, invitata al matrimonio della sorella nel suo nuovo corpo di donna; di Will e Riley, nascosti in una topaia e sedati per scacciare le voci; di Wolfgang e Kala, che si baciano da una parte all'altra del mondo; di Lito, che ha fatto outing e ora fa fatica a trovare i ruoli giusti; di Capheus, protagonista di un recasting e di una rivoluzione in Kenya; della splendida Sun, in fuga e in cerca di vendetta. Spero che nessuno si offenderà se dico questo. Ma se seguite Sense8 desiderosi di azione e disinteressati al resto – alle famiglie conservatrici e agli amori a distanza, a una diversità da festeggiare su un carro in Brasile: ai magnifici otto –, non avete mai afferrato il punto. Le sorelle Wachowski abbozzano cospirazioni su cospirazioni e, con la classica liturgia suggestiva e kitsch, santificano il multiculturalismo, i contrasti, le famiglie che ti scegli da te. Il loro Sense8 è un girotondo a prova di misantropo. E finché ti trasmetterà questa armonia, finché ti lascerà un posto nel mezzo delle proprie affinità elettive e ti dirà che sei fatto a rovescio e mi vai benissimo così, non tratterrai un brivido nel tuo pigiama a scacchi e ti sentirai in pace con un mondo più bello, più vario, più possibile. (8)

Un timido trentenne, un bellimbusto dalla mascella squadrata, un'artista omosessuale. Cos'hanno in comune Ezra, Richard e Jules, lontani tra loro e assolutamente inconciliabili? Gli stessi gusti in fatto di donne. In momenti diversi della loro vita, infatti, hanno sposato la stessa ragazza. Si chiama Maddie, pare. E' una truffatrice. Nessuno sa che fine abbia fatto. Tutti, sotto ricatto, tentennano all'idea di cercarla. Finché l'improvvisato trio di partner sedotti e abbandonati non prende forma e gli Stati Uniti non sono abbastanza grandi per nascondersi. In Imposters, commedia a tinte crime saltata fuori non so dirvi dove, la donna che tutti e tutte vogliono somiglia a Inbar Lavi: israeliana dagli occhi di cerbiatto che simula accenti, orgasmi e sentimenti. Da una parte seguiamo i sotterfugi della squadra degli abbandonati. Dall'altra, invece, ci lasciamo irretire dai nuovi piani di una insolita dark lady: ribattezzata Saffron, nella sua ennesima missione dovrebbe sedurre il panciuto bancario di turno ma finisce per innamorarsi di uno sconosciuto. Cosa succederà a metà stagione, quando gli ex raggiungeranno il loro bersaglio? Come andrà a finire se truffati e truffatori a un certo punto si confondono? Imposters, di cui avevo visto il pilot a tempo perso, è un divertimento che al momento dura dieci puntate. I giochi di prestigio di Ocean's Eleven fanno una gran figura, tutto sommato, al matrimonio di Se scappi ti sposo. Ma la protagonista, forse imparentata con la Cotillard di Allied, è l'incubo degli uomini che si infatuano troppo facilmente. Bella com'è, per nostra sfortuna, non resterà single troppo a lungo. In barba alla solidarietà maschile, sempre che esista, ci si augura perciò altri polli da spennare e una seconda stagione di cui, al momento, poco si sa. (7)

Una città di provincia. Il liceo pubblico. La classica tavola calda aperta giorno e notte. Ci si è arricchiti grazie all'esportazione dello sciroppo d'acero, nell'immaginaria Riverdale. Il mantello dell'invisibilità dei tranquilli abitanti, d'un tratto, viene strappato via. Un omicidio al lago, una famiglia contro l'altra, sospetti e investigatori in erba. Chi ha ucciso il gemello di Cheryl Blossom, l'ape regina della scuola? Chi sceglierà Archie tra Betty, amica di sempre dall'insospettabile lato oscuro, e l'ultima arrivata Veronica? Qual è la verità su Jughead, interessante sociopatico che studia tutto e tutti da sotto il suo cappuccio scuro? Di Riverdale avevo parlato ai tempi del debutto. Teen drama ispirato a una storica serie a fumetti, è arrivato tardi alla festa. Fuori tempo massimo sembra così più l'erede lampo di un Pretty Little Liars che il suo predecessore. Le differenze con la serie Abc: affascinanti atmosfere vintage, un taglio più cinematografico, trash a piccole dosi. Realizzato di certo meglio, ha i suoi difetti in un cast di attori incapaci e di bell'aspetto – vi sfido a cercarne uno che non abbai – e in un andazzo che fa carta straccia del mistero. Il destino dell'erede dei Blossom è presto spiegato. Nel tredicesimo episodio abbiamo il colpevole, il movente, il caso chiuso. La voglia di proseguire si era già andata esaurendo a metà, figuriamoci adesso. Con Riverdale, prodotto superfluo ma non imperdonabilmente scadente, ho avuto infatti uno strano rapporto. L'ho seguito volentieri per un po', poi ho lasciato ammassare gli episodi senza voglia. Non mi annoiavo guardandolo, ma il pensiero di farlo mi tentava di rado. Guilty pleasure sì, quindi, ma di quelli né troppo colpevoli né troppo piacevoli. Una via di mezzo che non cattura, almeno me che alle vie di mezzo non presto granché fede. Ho seguito cose ben peggiori, negli anni, e me le sono fatte perfino piacere. Al soggiorno a Riverdale, invecenon mi sono affezionato. Andrò via senza cartoline da regalare ai parenti e, semmai ritornerò, sarà solo per vedere cos'è successo lì mentre cambiavo aria. (5,5)

martedì 14 febbraio 2017

I ♥ Telefilm: Santa Clarita Diet | Sense8 - A Christmas Special

Sheila e Joel sono agenti immobiliari di mezza età e di bell'aspetto. Un quartiere residenziale in una California da cartolina. La solita villetta con giardino, uguale a quella accanto. La solita coppia felice, che si conosce dal liceo e lotta contro i capricci di una figlia adolescente. Finché, nel bel mezzo di una compravendita, Sheila non imbratta di vomito la moquette nuova. E, nel disgustoso intruglio verdastro, non scorge un organo: presubilmente, ha rimesso anche quello. Il suo cuore smette di battere. Non avverte il dolore fisico. Ha voglie irrefrenabili – dal sesso orale all'ultimo modello di un fuoristrada al di fuori della loro portata – e, soprattutto, una fame inesauribile. Manzo, pollo, tacchino: carne cruda, al sangue. Dopo avere assaggiato quella umana, però, impossibile tornare indietro. Tocca fare i conti con la realtà: la madre di tua figlia, la tua compagna da venticinque anni, è una non-morta. Non si decompone, almeno non subito. Diventa ancora più seducente, solare e schietta. Qual è il suo segreto di bellezza, si domandano le amiche invidiose? Cosa nasconde la coppia, si chiedono invece i vicini di casa poliziotti? La dieta di Santa Clarita prevede un impianto da sitcom, toni grotteschi, generosi sprazzi di nonsense e un duo affiatatissimo. Cosa non farebbe un sorprendente Timothy Olyphant, mai tanto divertito, per l'adorabile Drew Barrymore? Santa Clarita Diet, visto nell'arco di due pomeriggi, segue le vicende degli adulti – che, in cerca di una cura miracolosa, rischiano spesso di allontanarsi – e di un'adolescente irrequieta che, con il fidato amico nerd alle costole, tenta di abituarsi alla nuova conformazione di questa assurda famiglia. La patologia di Sheila, infatti, porta i familiari restanti a interrogarsi sull'istinto, la libertà, il senso del pudore. L'andamento è dei più leggeri, i trenta minuti a puntata si incastrano a meraviglia in qualsiasi momento della giornata e, tra frattaglie e scaramucce, ho riso tanto. La serie di Victor Fresco, già autore di My Name is Earl, è un Modern Family con zombie. Una commedia nera, nello stile di La morte ti fa bella, in cui qualcosa va a male e qualcosa dura. La vita coniugale richiede compromessi, piccoli pegni. Se l'amore lo pretende, poi, anche qualche sacrificio umano. (7)

Ho aspettato il ritorno di Sense8 più del giorno della mia laurea. Anche se ritorno non è, bensì un semplice speciale natalizio. Anche se toccherà pazientare fino a maggio per scoprire cos'è stato, durante la loro assenza, dei magnifici otto che due anni fa conquistavano il primo posto fra i miei telefilm preferiti. Netflix vizia, intrattiene, elude l'attesa con un contentino lungo due ore. Si fa un approfondito punto della situazione. Si fa un'ampia panoramica per chiamare all'appello i personaggi, che nel mentre hanno raggiunto un bivio e aspettano noi per decidere cosa verrà. Gli snodi narrativi non procedono oltre, in vista della prossima primavera; i protagonisti vengono individuati dai poderosi zoom delle sorelle Wachowski. La notizia dell'omosessualità di Lito, latin lover sudamericano, ha raggiunto la stampa: è outing al cenone di mamma. Sun, dirigente coreana e campionessa di arti marziali, è in isolamento: suo fratello, sangue del suo sangue, l'ha incastrata e nessuna cella è abbastanza grande per nascondersi dalle cospirazioni. Wolfgang, in una Germania sotto zero, abbraccia la vita criminale della sua stirpe; Kala, sposa indiana in vacanza a Positano, tentenna all'idea della prima notte di nozze; Capheus, al centro di un recasting che non tange, trova un rimpiazzo per il suo pulmino con Van Damme sulla fiancata. Nomi è in fuga, così come Will e Riley: rifugiati in una catapecchia islandese, i due scacciano con l'eroina le interferenze di chi li vorrebbe cavie. Siamo con loro, nati in agosto, quando spengono le candeline per i loro compleanni coincidenti e si imbrattano di glassa. alla Vigilia, fra cori gospel e rivelazioni a cui non si risponde che con l'accettazione. Al countdown per Capodanno, che prevede colpi di pistola e fuochi d'artificio in una Berlino imbiancata. Si entra in scena con Feeling Good, ammaliando, e ci si prepara ai saluti con un'emozionantissima Hallelujah. A metà, visioni dell'eredità di Daryl Hannah e il sesso di gruppo che infrange i tabù, celebrando i corpi nudi, gli intrecci di anime, i colori della diversità. Sono benvenuti nel mucchio selvaggio anche la frizzante Amanita, compagna di Nomi, e l'adorabile Hernando di Alfonso Herrera, che fa strano vedere accanto a Silvestre e senza l'abito talare di The Exorcist. Si toccano pelle contro pelle gli uomini e le donne, i bianchi e i neri, a ricordarci sotto le feste il calore, l'armonia e l'apertura (di gambe, cuori o teste che sia). Lo speciale natalizio di Sense8 seduce a colpo sicuro ribadendo i suoi punti di forza – le emozionanti scene d'insieme, le intense affinità erotiche e intellettuali, il montaggio da videoclip – e ti lascia presto, dando respiro a te che ami lamentarti dei film a tema sul Cinque e dici di andare fiero della tua misantropia, e invece no. 

martedì 29 dicembre 2015

I ♥ Telefilm Awards - 2015

Giorni di propositi e listoni. Dopo i romanzi, oggi, si parla dei telefilm che ci hanno fatto compagnia sul piccolo schermo, in un anno in cui – se il cinema, almeno a mio dire, ha deluso – le produzioni televisive e l'avvento Netflix hanno regalato, al contrario, sorprese su sorprese. Continuano a mancarmi le serie più amate dai colleghi blogger – Leftovers, Mad Men, Fargo, Mr. Robot – e a piacermi, con una certa convinzione di fondo, cose da poco: si celebrano perciò, in una Top 10 scritta di getto, le cose belle e le cose che, meno belle, mi hanno aiutato però a vivere a cuor leggero. Tra i doverosi recuperi, esclusi dalla lista, quattro stagioni di Scandal e il capolavoro Breaking Bad, che ovviamente avrebbe stravinto in tutte le categorie; stracciato a mani basse la concorrenza. Ti piace forse vincere facile? Oltre a una sfilza di titoli, due parole per dirvi perché li ho scelti, categorie, sottocategorie. I migliori attori e, a seguire, rubando strofe alle canzoni più trash su piazza – per pigrizia, ammetto che non le ho purtroppo aggiornate – i belli e le belle, gli esordienti e i momenti impressi a fuoco. La lista dei film – con la stessa struttura e le stesse identiche voci, più qualche aggiunta – si farà attendere un altro po'. Tanta indecisione e, ancora, qualche recupero dell'ultimo minuto. E le vostre serie dell'anno, invece?


10. London Spy: Il melodramma conosce il noir, con il rischio di risultare tutto e niente. Mostra, però, monito per gli spettatori più omofobi del cosmo, che c'è qualcosa di indescribile quando lui incontra lei, nei boy meets girl di ogni dove, ma che quando un lui incontra un altro lui – nella storia della spia e dell'uomo che la amò, ad esempio – la magia è la stessa.
9. Unreal: Commedia nera di notevole fattura dalla divertentissima componente trash – un programma come un'agenzia matrimoniale – ma dotata di un meticolo studio di reazioni, meccanismi di causa effetto, colpi di scena. Guilty pleasure? Un piacere sì, ma in definitiva poco colpevole.
8. Le regole del delitto perfetto: Ho conosciuto così la famigerata Shonda Rhimes. Un intrattenimento che risulta utile per ammazzare il tempo e per scagionarti con classe estrema, se insieme al tempo hai ammazzato pure qualcun altro.
7. Ash vs Evil Dead: Bruce Campbell, sessantenne, torna a indossare una motosega come guanto e a combattere il male, nella spassosa reunion che i fan di generazioni nuove e vecchie aspettavano. Ha il busto ortopedico, la dentiera e due pivelli come aiutanti; non perde i colpi. Raimi produce – e qualche volta dirige – un rinfrescante bagno di sangue e un caldo ritorno a casa. Anzi, nella Casa.
6. The Affair II: I punti di vista raddoppiano ed è triplicato l'impegno di sceneggiatori e interpreti. I dialoghi realistici, gli inevitabili faccia a faccia e le litigate furibonde si fanno più intense, se a raccontarsi a cuore aperto sono anche i traditi.
5. Scream Queens: Spassoso, violento, verso il trash infinito e oltre. Idiota con cura, semiserio con ironia. La parodia di un genere che ha detto tutto e adesso sa finalmente prendersi per i fondelli.
4. Flesh & Bone: Il folgorante Whiplash sul mondo del balletto. Dove non esiste un cigno bianco, senza un cigno nero.
3. Hannibal III: Una produzione che ci lascia prima del tempo, ma forse con la stagione più bella che c'è. Amara consolazione? La classe del tutto, comunque, non è acqua. E' sangue.
2. Daredevil: Un film lungo tredici ore: alta qualità, dialoghi corposi, momenti spettacolari che non vivono di soli effetti speciali. Ha, inoltre, un'armatura resistente, l'agilità per schivare proiettili di sarcasmo, la possibilità di difendersi – e di convincere – soprattutto a suon di parole. Anche se i calci rotanti, okay, hanno sempre la loro importanza.
1. Sense8: Una storia in cui credi a colpo d'occhio, e subito giureresti di credere nel prossimo, vincendo la tua diffidenza da misantropo. L'aspetto che immagino abbia l'armonia. 
L'ordine, sulla terra, è una forma geometrica tutta nuda e senza vergogna. 

Migliore attore protagonista:
1. Hannibal III: Mads Mikkelsen – Hugh Dancy
2. London Spy: Ben Whishaw
3. The Affair: Dominic West
Migliore attrice protagonista:
1. Penny Dreadful: Eva Green
2. Unreal: Shiri Appleby
3. Bates Motel: Taissa Farmiga
Migliore attore non protagonista:
1. Flesh & Bone: Ben Daniels
2. Daredevil: Vincent D'Onofrio
3. Shameless: Cameron Monaghan
Migliore attrice non protagonista:
1. The Affair: Maura Tierney
2. Penny Dreadful: Billie Piper
3. Scream Queens: Lea Michele – Jamie Lee Curtis



Sono una muchacha troppo sexy:
1. Flesh & Bone: Sara Hay
2. Quantico: Priyanka Chopra
3. Scream Queens: Emma Roberts
Bello impossibile:
1. Le regole del delitto perfetto: Jack Falahee
2. AHS – Hotel: Finn Wittrock
3. Unreal: Freddy Stroma
Siamo la coppia più bella del mondo:
1. London Spy: Ben Whishaw, Edward Holcroft
2. Catastrophe: Sharon Horgan, Rob Delaney
3. Billy & Billie: Adam Brody, Lisa Joyce 
Nice to meet you, where you been?:
1. Daredevi: Charlie Cox
2. Flesh & Bone: Sara Hay
3. Galavant: Joshua Sasse



Sing:
1. Sense8: What's Up
2. The Affair: The House of The Rising Sun
3. Please Like Me: Someone Like You
Psycho Killer:
1. Daredevil/Jessica Jones: Vincent D'Onofrio, David Tennant
2. The Royals: Elizabeth Hurley
3. AHS – Hotel: Lady Gaga
I Want Your Sex:
1. Sense8: Ammucchiata telepatica
2. AHS – Hotel: Lady Gaga e Matt Bomer, in un'orgia di sangue
3. The Affair: Ruth Wilson – Dominic West
Cry me a river:
1. Hannibal: Love Crime
2. Sense8: Mad World
3. Shameless: Ian, Mickey, il bipolarismo
I Love the way you l... die:
1. Scream Queens: Ariana Grande
2. Ash vs Evil Dead: dovrei scegliere una morte soltanto? 
3. Le regole del delitto perfetto: Tom Verica
Ops, I did it again:
1. Jane The Virgin - Stagione 2
2. Devious Maids - Stagione 3
3. The Royals - Stagione 2

venerdì 26 giugno 2015

I ♥ Telefilm: Sense8, Orphan Black III, What Lives Inside

Sense8
Stagione I
Serie che spuntavano come funghi nel mio periodo di reclusione forzata. E, tra queste, serie che non immaginavo neanche di avere il bisogno di seguire. Nello specifo, questa qui, scritta – e, per qualche episodio, diretta – dai fratelli Wachowski. Amati e odiati creatori del cult Matrix, da poco reduci dal fiasco Jupiter Ascending, qui cento passi avanti e uno indietro. La Netflix a produrre, storie dentro storie e – all'inizio - l'ombra di quel povero Cloud Atlas tanto messo al vaglio per il quale avevo invece straveduto. Sense8, per leggerezza, piglio autoironico, giusta misura, è senz'altro migliore. Non ha momenti morti. Nella sua fantasiosa coralità, non ha una storia che ti piace e un'altra no. Risulta talmente ben pensato che gli otto personaggi – nati nello stesso giorno, connessi, in pericolo mortale – a turno promettono di diventare i tuoi preferiti. Un giorno preferisci Riley, deejay islandese che sta tornando a casa; un altro, invece, Sun, imprenditrice koreana dai colpi segreti, in una prigione di massima sicurezza per colpe non sue; Nomi, che un tempo si chiamava Michael; Lito, star messicana, che nella vita privata vive un comico mènage a tre; Wolfgang, duro e selvaggio, ai ferri corti con mezza Berlino per un furto di diamanti; Will, sbirro provetto nella pericolosa Chicaco; Kala, bellissima indiana alle prese con un matrimonio combinato; ancora, Capheus – africano – con un pulmino sgangherato che ha il nome di Van Damme e una propensione per i guai. Personaggi in divenire che, sfidando fusi orari, latitudini e paradossi, a volte vengono a trovarsi nella medesima inquadratura grazie a splendide sequenze d'insieme – è il caso di What's Up che passa al karaoke, di un'orgia impossibile in cui all'unisono si raggiunge il piacere, del ricordo della miracolosa notte delle loro nascite. L'intreccio, a volte, può ricordare i prodotti commerciali di una The CW – ad esempio Heroes, che alle medie adoravo: voi avevate l'album di figurine, sì? - ma si sposa a momenti di pura bellezza – e personalità, e passione - indiscutibilmente autoriali. E Sense8 è lì che è fantastico, nella normalità di un giorno qualunque; quando non succede granché. Ti prendi il tempo per conoscerli e comprenderli – e non so raccontarvi, adesso, quanto sia intenso il nono episodio, ad esempio, in cui gli inseguimenti vanno a nanna par lasciare pace ai due diversi, Nomi e Lito, che in un museo vuoto danno vita a un dialogo mentale in cui parlano delle loro relazioni. Lei che prima era un lui, che poi è diventato una lei, che poi si è innamorato di un'altra lei; lui – sempre stato convinto della propria mascolinità, al contrario – che al primo appuntamento, già cotto, faceva un pompino a quello sconosciuto che parlava d'arte in uno squallido bagno pubblico, eppure non c'era squallore alcuno. A Sense8 credi e subito giureresti di credere nel prossimo, vincendo la tua diffidenza da misantropo; contagiato dall'intensità, sconquassato dall'empatia. C'era il video di questa canzone pop, un pezzo per l'estate della Minogue, mi pare, di cui non ricordo ora come ora neanche il ritornello; alla base, comunque, aveva una gran bella idea. Gli amanti di New York si spogliavano e, in mezzo a strade vuote, rimanevano solo in biancheria intima: si baciavano, si mischiavano, formavano una piramide umana. Un corpo solo. Non si sapeva dove iniziassero e finissero le bocche. Di chi fossero le mani, le braccia, la pelle esposta. Gli uomini e le donne - i bianchi, i neri, i gialli e le incredibili sfumature che stanno a metà, frutto di una splendida mescolanza di razze - condividevano il cuore. Si amavano i maschi con i maschi, le femmine con le femmine, in ogni alternativa possibile, e - sarà che erano tutti così belli e di quella bellezza che non fa spavento, sarà che mi piace pensare che anche allora la tolleranza fosse di casa - avevano l'aspetto che immagino abbia l'armonia. L'ordine, sulla terra, era una forma geometrica tutta nuda e senza vergogna. Pensieri – e immagini – che mi sono tornati in mente anni dopo, quando di quella canzone mi è sfuggito di mente il titolo e, dalla tivù della mia stanza, è arrivato e se ne è andato, in un paio di giorni, l'impensato Sense8: per me, attualmente, serie dell'anno. Il minimo comune divisore di un grande amore (o otto?), e tutto il caos trova così un senso. (9)

Orphan Black
Stagione III
Questo sembra essere l'anno in cui le serie che seguivo o finiscono o, puntualmente, mi deludono. Che posso farci? Due anni fa ho conosciuto una rivelazione di nome Tatiana Maslany – santificatela subito – e ho consigliato la sua serie a parte del mondo conosciuto, probabilmente. Orphan Black era bellissimo, originale, a tratti divertente: andava recuperato per forza. Già la seconda stagione, similissima alla prima e con poca voglia di fare, mi avrebbe lasciato un po' così, appeso all'incertezza più totale, se non fosse stato per quel colpo di scena finale che, come nella migliore tradizione degli ultimi episodi, mi aveva lasciato con la curiosità a mille. Non c'erano solo le “sorelle” del misterioso Progetto Leda: accanto a quelle donne baciate dalla scienza – una casalinga disperata, una detective, una hacker, un'ucraina omicida e via dicendo – c'erano anche, a sorpresa, cloni uomini. Il Progetto Castor e i suoi spietati assassini dalla stessa faccia: l'altro lato del medesimo esperimento. Si parte da loro, subdoli e manovrati dall'alto, e sono tutti Ari Millen: uno che è bravo, ha una faccia pure interessante, ma vuoi paragonarlo forse al camaleonte – e uragano - Tatiana? Consideriamo comprimari, e aspiranti villain, che sanguinano a volontà, ma non hanno il carisma sperato. Consideriamo che il parlare di fantascienza-fantascienza risulta incomprensibile, e che il succo della vicenda – clonazioni e compagnia bella – almeno io non lo seguo affatto bene, quando dovrebbe essere il fondamento di tutti e dieci gli episodi, da patti. Consideriamo una parte centrale – con le sestra Sarah e Helena intrappolata nella base dei cattivi – che non vedevo davvero l'ora finisse. Cosa resta? Una protagonista straordinaria che tutto può, e vabbè, e i siparietti comici messi in atto dagli amici giulivi, dalle massaie che si danno allo spaccio di stupefacenti causa Breaking Bad, dai karaoke intonati nei fumosi bar londinesi. Una terza serie, dunque, che si ricorda più per l'ordinario che per lo straordinario. Se laboratori e intrighi organizzati da menti superiori non mi hanno coinvolto a dovere – con Sarah, autentica protagonista, che appare sottotono e Cosima che, alla Nolan Ross, ci intrattiene con triangoli in rosa di cui importa poco, nonostante lo splendore delle due pretendenti al suo cuore -, hanno saputo farlo l'impresa di famiglia di Alison e Donnie – e quell'ex che spunta dal passato non è forse il Justin Chatwin di Shameless? - e gli scleri della pazza Helena che a volte si rivela un agnellino, a volte un leone, ma è sempre e comunque una forza. Soprattutto se condivide lo stesso tetto, per un arco di episodi, con la mia spacciatrice – e madre di famiglia - preferita: a quanto, ci chiediamo tutti, una sit-com sulle due? (7-)

What Lives Inside
miniserie tv
Uno scrittore amato da generazioni di bambini muore all'improvviso. Al suo funerale, quel figlio con cui non ha mai avuto un gran rapporto – lui che è stato padre metaforico di tanti ragazzini, ma non del sangue del suo sangue. Tra le chiacchiere di circostanza e le condoglianze non sentite fino in fondo, quel bambino solitario diventato uomo e, nel laboratorio del genitore, in mezzo a modellini e bozze, scorge una porta segreta. Quella che porta al mondo interiore del papà. Sarà realtà o immaginazione? Nel cast, Colin Hanks – figlio di un padre che non troppo tempo fa è stato amatissimo come quello del protagonista -, mamma Catherine O'Hara e, in una comparsata delle sue, il fresco vincitore dell'Oscar per Whiplash, J.K Simmons. What Lives Inside – strano prodotto di cui mi sfugge la definizione: come li chiamate quattro episodi totali di dieci minuti ciascuno? - è una colorata e malinconica creatura fatata, che ha qualcosa di Big Fish e qualcosa di Alice in Wonderland. Le ispirazioni e l'affetto del Burton migliore, gli effetti speciali di quello peggiore – nonostante un budget altissimo e un lato grafico ottimo. Quaranta minuti sono un po' pochi per appassionarcisi davvero, ma visivamente, questo, è un gioiello che non lascia indifferenti. Il trionfo dello schermo verde, l'ennesimo, che arriva a modo suo anche dalle parti del cuore. Per forza di cose, si ferma prima di appassionare, ma guardato come un esperimento – un inedito buona la prima – lascia confusi perché è già finito, e come è possibile?, ma incantati perché raramente sul piccolo schermo del nostro computer, almeno che non si parlasse di un film piratato, sono passati sprazzi di luce - e note - tanto suggestivi. (6,5)