
Tom
Hardy mi piace moltissimo. Intenso e attento nelle scelte, versatile
nonostante quell'aria severissima, è diventato presto uno dei miei
preferiti. Complici personaggi ipercaratterizzati ma, soprattutto,
quel Locke in cui c'erano lui, un'auto, una lunga notte per
schiarirsi le idee. Un Tom Hardy a puntate all'inizio dell'anno, con
lo stesso Knight a sceneggiare e Ridley Scott a produrre: cosa
chiedere di meglio? Taboo, pur essendo all'altezza dei livelli cinematografici a cui la
concorrenza ci ha abituato, è una serie che non mi aspettavo. Fatta
di ritmi lentissimi, episodi lunghi, un protagonista che mette
nell'ombra gli altri. Quando non è in scena, così, calano l'attenzione e la
palpebra. La trama, eppure, che vede un losco figuro tornare a Londra
per la morte del padre, ha del potenziale. Sembra un contenitore di
storie gotiche e avventurose, come lo sfortunato Penny Dreadful. Il
protagonista, uomo dalla pessima reputazione, ha ereditato un'isola
sperduta in America. Ci sono interessi, intrighi e cospirazioni in
ballo, compreso un amore impossibile verso la sorellastra. Qui e lì, sprazzi orrorifici. Hardy, confermo, mi piace
moltissimo sì. I prodotti storici e i loro ritmi stranchi, purtroppo,
per niente. Si compenseranno le due cose, mi domando, mentre gli
episodi si accumulano e quei sessanta minuti a puntata, moltiplicati per sette,
potrebbero pesarmi ancora di più? (Nì.)
Scorgi
il marchio The CW, leggi Riverdale, e immagini da te un teen
drama di provincia, pieno di intrighi e gente schifosamente
attraente. Qualcosa di giovane, misterioso e trash, ora che Pretty
Little Liars sta per finire ma tu l'hai mollato anni fa senza
rimpianti. Qualcosa che, nel bel mezzo della settimana, serve sempre
se di serietà ne hai abbastanza. Riverdale, essenzialmente, è
ciò che sembra. Attori belli e televisivi all'appello – c'è anche
Cole Sprouse, da Zack e Cody -, un omicidio che turba alcuni e
fa felici altri, studenti che hanno relazioni sconvenienti con le
insegnanti di musica e allieve provetto frenate dalla regola
dell'amico. Nel pilot, due gemelli fanno una gita al lago: lui
annega, pur essendo un nuotatore provetto; lei appare affranta, ma
solidifica intanto la propria posizione di ape regina. Arriva a
scuola una ragazza nuova, la cui ricca famiglia è caduta in
disgrazia, e durante l'estate il ragazzo della porta accanto, diviso
tra football e cantautorato, ha messo su muscoli che lo rendono
corteggiatissimo. Si respira aria di drammi adolescenziali di un paio
di generazioni fa (90210,
Dawson's Creek). Il titolo, dedicato a una città turbolenta e sfortunata, strizza
l'occhio agli enigmi di Twin Peaks. Alla base, un fumetto
storico che ovviamente non ho mai sentito nominare. La serie arriva in
ritardo, troppo, e ricorda altro per forza di cose. Annoierà, o avrà
la meglio l'effetto nostalgia? Al momento, complice la foggia
stranamente curata e il sapore rétro, quasi anni Cinquanta, questo
Riverdale giocoso e nebbioso mi
piace. (Sì.)
Un
furfante, finito in prigione per la lingua troppo lunga e amicizie
poco raccomandabili, torna in libertà. Il suo compagno di cella gli
ha raccontato di una nonna che non vede da vent'anni, di una famiglia
benestante e felice: vivere sotto falsa identità è facilissimo. Quanto durerà la farsa? Due anni fa, Sneaky Pete era
un pilot Amazon in forse. Come con Mozart in the Jungle e
Red Oaks, ci è voluto
un po' per decretarne le sorti. Serie in dieci episodi prodotta tra
gli altri da Bryan Cranston – che compare in veste di antagonista,
nel finale – risulterà più leggera e scontata del previsto, se i
nomi promettenti e i pareri calorosi ci avevano fatto immaginare un
crime serissimo. I toni sono divertiti, invece, e il pilot ha l'aria
di un family drama a tinte gialle. C'è che la trama, a primo
impatto, ricorda un Impastor meno
becero e un Feed the Beast lontano
dai fornelli. C'è che Giovanni Ribisi, scaltro e con un'invidiabile
faccia tosta, ha finalmente un ruolo alla sua altezza – l'ho sempre
trovato bravissimo e sprecato, non so voi – e che l'apparizione di
Cranston, qui in veste boss mafioso, fomenta. Acquisirà sostanza,
magari, strada facendo. O magari no. Ma ironico, ben recitato,
efficace, probabilmente finirà per farsi guardare ugualmente. (Sì.)
Dietro
grandi uomini, sempre, ci sono grandi donne. E la grandezza di Zelda
Fitzgerald mi è giunta spesso all'orecchio. Cos'ha reso la moglie
dello scrittore del Grande Gatsby,
con il senno di poi, forse più amata del partner? Ci sono molti romanzi
biografici sul tema, dall'improponibile Signorini di turno a quello di Therese A.
Fowler a cui Amazon si è ispirata. Si parla di un futuro film di Ron
Howard, con Jennifer Lawrence a bordo. Intanto, dopo averla
intravista anche in Midnight in Paris,
Zelda arriva sul piccolo schermo. Una serie elegante, breve, in dieci
puntate. Chi era davvero? The Beginning of everything,
nei primi due episodi almeno, è un dramma in costume sentimentale e poco
nelle mie corde. La nascita di una storia d'amore tra lei, capricciosa
ragazza di buona famiglia, e un Fitzgerald in partenza per il fronte.
Christina Ricci, attrice per la quale una vecchia cotta, presta quel viso particolarissimo e l'aria da eterna adolescente a
una debuttante che, nei primi anni Dieci, non seguiva le regole. Romantica e spregiudicata, eroina del più classico dei melodrammi,
non mi ha fatto simpatia. E, a prima impressione, l'ho trovata
forzata. Sarà che la Ricci va verso i quaranta, anche se non si vede, e che il
suo personaggio dovrebbe essere quello di una ragazzina o poco più.
Il period drama non mi piace, e The Beginning of everything sembra
non fare eccezione. Ma quei trenta minuti a puntata, pratici e
insoliti, mi tentano. Insieme alla voglia di sapere, forse non
necessariamente con questa serie TV, come Z è diventata poi quel che è
diventata. (Nì.)
Dorothy,
la bambina con le scarpe da ballo che percorreva un sentiero di
mattoni gialli con il fidato cane Toto al trotto, è un'infermiera di
vent'anni nell'ultima rivisitazione non richiesta del Mago di Oz:
fiaba celebre che, purtroppo, non mi ha mai incantato. Gli scenari
sono moderni e non è una casetta del Kansas ad essere portata da un
uragano in un mondo surreale, bensì una volante della polizia con a
bordo una protagonista svenuta e un pastore tedesco. Atterrando, la
macchina ha schiacciato la malvagia Strega dell'Est. Ma le streghe
sono immortali, solo la magia può ucciderle: e lì, a Oz, la magia è
proibita. Chi è Dorothy? Se lo domandano Glinda, una Joely
Richardson dalla parte dei buoni; la Strega dell'Ovest, tenutaria di
un postribolo; il Mago, ciarlatano senza arte con una schiera di
ancelle adoranti. Si riconoscono gli elementi classici, si apprezza a
tratti la riscrittura di situazioni e personaggi. Sulla carta,
Emerald City non
sembra disastroso. E invece sì: girato con quattro soldi, kitsch,
trashissimo. Peggio di Once Upon a Time,
che però mi aveva lasciato il beneficio del dubbio per ben due
stagioni; peggio degli insopportabili film tutti fiocchi e ghirigori
di Tarsem Singh, che qui produce e dirige ma con costumisti che hanno
agghindato gli attori con gli ultimi rimasugli dello scorso carnevale. Emerald
City è una triste mascherata,
recitata male – perfino da Vincent D'Onofrio –
e scritta peggio. Cosa sarà mai, si domanda una strega di colore
preoccupantemente simile alla cantante Skin, maneggiando una pistola? Vi dico
solo che si spara in fronte. E niente, io ho riso. E, nonostante il
mio gusto per l'orrido, ho spento ancora prima che l'episodio
finisse. (No.)