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martedì 8 agosto 2017

I ♥ Telefilm - Speciale Comedy #1

Perché non l'ho visto prima? La domanda sorge da sé, spontanea, alla fine delle venti puntate che costituiscono prima e seconda stagione di Master of None. Una comedy Netflix newyorkese, premiatissima, che ha attirato la mia attenzione più per la partecipazione di una guest star italiana che della presenza fissa agli Emmy – un sorriso di Alessandra Mastronardi può tutto, ebbene sì, anche giustificare una maratona clandestina dei Cesaroni e far capitombolare all'unisono i giornalisti di IndieWire. Tocca aspettare la seconda stagione, l'arrivo in una Modena in bianco e nero che ammicca a Ladri di biciclette, per scoprirla innamorata insoddisfatta del solito Scamarcio e impiegata in un famoso pastificio della città. L'arrivo dell'adorabile Dev, americano in cerca di se stesso, metterà tutto in forse – tra balli già cult mentre fuori cade la neve, canzoni di Mina (Un anno d'amore, stupenda), passeggiate lunghissime che sembrano parte della perfetta romcom. Andiamo con ordine però. Partiamo dalla prima stagione. Dove il sorprendente Aziz Ansari – che recita, scrive e dirige, il tutto con innata simpatia e buon gusto – è un aspirante attore che non si accontenta più di apparire qui e lì. Sogna un ruolo da protagonista. Rifugge il luogo comune dell'indiano tassista, gestore di minimarket, vittima sacrificale. Lo supportano la famiglia, amici simpatici quanto lui (su tutti Arnold, gigante abbracciatore) e dosi generose di pasta fatta in casa. Si parla di religione, generazioni contro, matrimonio e convivenza. Si beve, si gironzola, si mangia. Si vola in Europa, infine, con il cuore in frantumi e all'inseguimento di un sogno: pasta all'uovo e l'amore impossibile per la Mastronardi, bellissima trentenne provata da un indimenticabile autunno a New York. La cucina, lì, è un'altra cosa, e ispira progetti alternativi: quant'è lungo il passo da attore a presentatore di un talent ai fornelli? Quanto è difficile non inciampare nei cliché – compresi quelli sugli imperituri poligoni sentimentali? Master of None è un gioiello intelligente, chiacchierato, originalissimo nella struttura. Una Grande Mela così viva, inoltre, non la si vedeva dai film del giovane Allen. E' uno di quei film indipendenti che tanto adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello ancora. Sul reinventarsi e, da anonimo figurante, trasformarsi in protagonista della propria vita – conquistando la bella, brindando, lasciandosi andare. Sull'insostenibile leggerezza, finalmente, del non fare l'indiano. (8)

Timido e sdolcinato, il protagonista di Scrotal Recall si portava a letto un mare di ragazze. La comedy britannica aveva del geniale, davvero: Dylan, dopo aver contratto una malattia venerea, chiamava una ad una le sue partner passate per metterle in guardia. Ogni puntata era dedicata così a una cotta, a una sbandata: a storie lunghe o corte che l'avevano cambiato nel profondo. Tra una stagione e l'altra sono passati quasi tre anni: troppi, se l'attesa non è stata ripagata a dovere. La serie passa a Netflix e cambia titolo. Il novello Lovesick, in realtà, di nuovo non ha niente. Stanca prosecuzione della stagione introduttiva, ha gli stessi protagonisti e una struttura immutata. A lungo andare, se qualcosa non si evolve, anche le compagnie più piacevoli stancano. E Lovesick o Scrotal Recall che dir si voglia, da me molto atteso, lo si guarda a cuor leggero, ma questa volta poco coinvolti. L'ho visto sotto Natale e ne parlo solo ora. Più per riempire un post infrasettimanale che per voglia. Più per dirvi che è la copia carbone della prima stagione, ma che l'altra – vuoi l'effetto sorpresa ed episodi schematici, che non si prestavano affatto al binge watching – era stanamente un'altra cosa. (5,5)

Scoperto qualche anno fa, Please Like Me era stato un gran recupero. Le disavventure di Josh avevano i colori pastello di Anderson e un umorismo differente, australiano, da scoprire puntata dopo puntata. Qualcosa, come in una di quelle commedie dove succede tutto e non succede niente, mi era venuta a noia col tempo. Episodi troppo hipster, troppo ripetitivi, troppo vuoti. Di buono: il talento del factotum Josh Thomas, capace e autoironico, anche se non particolarmente simpatico a detta del sottoscritto; la sigla da fischiettare, con tanto di cani e prelibatezze al seguito; i coinquilini d'oro e gli adorabili genitori in crisi esistenziale. Please Like Me, a sorpresa, si è concluso con la quarta stagione lo scorso dicembre – a sorpresa, dico, anche se è una stagione che non sorprende, perfettamente in linea con le ultime. I fidanzati sperimentano e si rendono conto che c'è di meglio in giro. Gli amici dicono di volersi trasferire: cose che capitano, crescendo. Le mamme bipolari, in attesa di guarire, minacciano lacrime. Josh, come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Ci lascia così. Tra nevrosi, carineria e presenze fisse, ma senza rammarico. Forse ne sentirò la mancanza fra un po', ma dico che va bene così. Con un sorriso amaro e un ritornello da fischiettare, per ricordare che staremo meglio sulla scia di una canzone. (6)

Liza Miller, divorziata e madre di una figlia al college, aveva quarant'anni e scarse speranze di trovare lavoro. Entrava in una casa editrice spacciandosi per una ragazza ben più giovane. Quanto mai poteva durare? Anni e anni dopo, ci credono ancora tutti. Precisamente, la storia va avanti da tre stagioni. E Younger risulta sempre carinissimo, di gran compagnia, nel suo non essere niente di che. Materiale da commedia hollywoodiana, uno dice. Novanta minuti di sorrisi e cose non dette, e poi? E poi ci sono nuovi titoli da lanciare in casa editrice, seguendo la moda dei romanzi erotici scritti sotto pseudonimo e quella non meno dilagante del memoir; c'è un giovane tatuatore che vorrebbe impegnarsi sul serio, che chiede un figlio, ma a quarant'anni (anche se se ne dichiarano la metà) ci si pensa su mille volte prima di fare un passo importante; c'è che il castello di carte di Sutton Foster rischia di vacillare. Younger si difende bene. Quel telefilm da guardare con un occhio solo, mentre fai altro, è lieve e pulito. Le bugie hanno le gambe corte. Quelle della Foster, al contrario, sono lunghissime; come loro, la lista da spuntare degli indaffarati sceneggiatori. La quarta stagione, zitta zitta, è già qui. (6,5)

Se me lo chiedessero oggi, forse risponderei che Mom è una delle sitcom più valide su piazza. Dopo quattro anni, sulla CBS restano i sorrisi, i casi umani, il solito posto alla solita tavola calda. La serie, nell'arco di altri ventidue episodi, racconta la convivenza forzata di due disperate: mamma e figlia, separate dal rancore e unite poi dalle ristrettezze economiche. Dicono di non ricordare gli anni Novanta: li hanno bevuti e fumati. Hanno figli che preferiscono strare altrove, nel caso di Christy, e un'acuta sindrome di abbandono spostandoci alla scapestrata Bonnie. Si sono disintossicate insieme. Non saltano una riunione degli alcolisti anomici, si danno addosso. La prima studia Giurisprudenza – in un appuntamento al buio, in un episodio, conosce anche il marito Chris Pratt –, l'altra ha scelto di non voltare le spalle all'amante in sedia a rotelle. Si spera per tutto il tempo, ma il sogno americano non è cosa da tutti. E con quel misto di amarezza e sarcasmo, allegria e tenerezza, Mom si rivela al solito una sitcom più profonda di tante – qui si parla di stupro, aborto e adozione, evasione fiscale, senza sacrificare mai la leggerezza. Quelle risate registrate così odiate, all'inizio, ci danno invece indicazioni importanti. Dicendo che possiamo imitarle, se ci va, e ridere a nostra volta. Perché tragedia e commedia, in fondo, non dipendono che dai punti di vista. (7)

lunedì 6 giugno 2016

I ♥ Telefilm: The Path, Mom III, Jane The Virgin II, Grandfathered


Un anno fa, in autunno, dicevo addio a Hannibal e a Breaking Bad: il primo, cancellato dopo una terza stagione splendida; il secondo, recuperato con imperdonabile ritardo. L'ultimo episodio, dell'uno così come dell'altro, mi aveva lasciato in lutto. Inconsolabile, o quasi. Subito dopo, infatti, l'annuncio: le star dei serial che, neanche a farlo apposta, avevo visto nello stesso periodo, sarebbero stati i volti del nuovo telefilm Hulu. Accanto a loro, Michelle Monaghan: vista qui e lì al cinema e totalmente apprezzata, infine, in True Detective. Con la primavera, arriva The Path: atteso, dal sottoscritto, con curiosità e una certa ansia. E di che parla? Incrocio tra il thriller e il dramma familiare, racconta – in dieci episodi – le vicende di una famiglia senz'altro particolare: i Lane vivono in una comunità religiosa, una setta, che ha regole ferree, un credo tutto suo e un leader carismatico, ma sempre in viaggio. Durante la sua assenza, Cal, degno di venerazione e con un passato misterioso, occupa il seggio vacante. In seguito a un tornado, la comunità apre le porte ai profughi: su di loro, gli obiettivi delle telecamere. Legale l'asilo? Nel mentre, nella famiglia di Eddie e Sarah, che in quella stessa comunità si sono ripuliti e hanno conosciuto l'amore e la redenzione, qualcosa s'incrina: il rapporto tra i coniugi si raffredda, c'è qualcosa che non si confessano; il figlio maggiore, adolescente innamorato di una coetanea estranea a quel mondo, punta i piedi, s'incapriccia e decide di fare di testa sua. Non vuole abbandonare gli studi, non vuole frequentare ragazze che credano nella Scala. A questo punto, mi domanderete, tutto ciò ha risvolti inaspettati; risulta interessante, se non addirittura imperdibile? Brutalmente: no. In nome di quale autolesionismo ho resistito, allora? Voglio troppo bene a Dancy e Paul, troppo. E, a malincuore, dico che nemmeno le scelte del cast mi sono sembrate particolarmente illuminate: si mostrano bravi come sappiamo, ma, al posto loro, non avrei partecipato. Dopo Will Graham, detective forse ancora meno lucido del serial killer che inseguiva, Dancy ha il ruolo del folle; Aaron Paul, ex tossicomane, è un Jesse Pinkman al guinzaglio; la Monaghan, naturalmente odiosa, aizza i suoi due spasimanti in un ennesimo triangolo sentimentale; Emma Greenwell, da Shameless, invece, riabbraccia il personaggio della giovane dissoluta, ninfomane, ebbra. The Path è lento, confuso, pasticciato. Accantonato l'elemento giallo – c'è un omicidio sul finale, intuibile tanto quanto le dinamiche del gruppo -, è un The Affair scritto alla buona, con le pretese di spacciarsi per il nuovo The Leftovers: vedi la crisi coniugale e le bugie; vedi il misticismo. I toni sono serissimi ma non serrati, le puntate sono lunghe e infruttuose, il finale è un letale buco nell'acqua. Di coinvolgente, l'elemento teen: Kyle Allen, poco convincente nei panni di un quindicenne, alto e maturo com'è, ha una gran bella faccia – somiglia a Heath Ledger, in 10 Cose che odio di te – e la strada spianata. A voler essere generosi, il resto, è il miglior toccasana per chi soffre d'insonnia cronica. (5)

Madri che non parlano alle figlie, figlie che non parlano con le madri. Questo, in tutte le combinazioni possibili. Sedicenni che mettono al mondo un bimbo per sbaglio, e non sono mica pronte. Dodicenni, invece, che alla mamma povera in canna preferiscono il papà, perché nella casa nuova ha una piscina e una moglie uscite, entrambe, da un catalogo dei sogni. Ancora, giovani che non si rivedono alle riunioni degli alcolisti anonimi: muiono d'overdose, ci ricascano e lì restano. Pusher che non si perdonano. Uomini d'azione che passano la vita a fare follie, stuntman professionisti, e poi scivolano in montagna e non si alzano più da una sedia a rotelle: da dongiovanni, adesso fanno innamorare le donne al telefono, nascondendo la loro disabilità. Regine di una galleria di personaggi disparati e disperati, Chisty – ex tossica, ex spogliarellista, ora cameriera scordinata che sogna una laurea che costa troppo – e Bonnie, a simboleggiare che la mela non cade mai lontano dal proverbiale albero: piccola narcotrafficante, clochard, ha cresciuto la figlia in un'auto. Da tre anni, da tre stagioni, vivono insieme per necessità; condividono il letto; si amano e si odiano, nel mentre. Ci sarebbe di che piangere, uno dice. E invece in Mom, mai come quest'anno, si ride, e con l'intelligenza e la crudeltà che non avevo mai notato in precedente. Sotto sotto, la comedy Fox con le risate registrate è tristissima e verissima. Come la racconti, però, la storia della progenie di un Dio minore, in una America non così accogliente, non così magica? Ma con il pratico formato sit-com, che sta letteralmente in tasca, e due fuori classe di tempi comici e figuracce. Loro, il segreto. E soprattutto il cuore, in una stagione che non si smentisce e rivela una doppia faccia. Il cuore e la testa. Assieme a una voce che, al prossimo bacio della sfortuna, ti suggerisce: “fattela, una risata”. (7)

Lo scorso anno, il piano della pia Jane Gloriana Villanueva, che stringeva denti e ginocchia per arrivare vergine al matrimonio, aveva imboccato svolte miracolose. Inseminata per errore, portava in grembo il figlio del ricco Rafael, un completo sconosciuto, o quasi. Bello, ricco, addirittura responsabile: uno di cui innamorarsi, sul finale, a discapito del poliziotto Michael, noioso e troppo a modo. Jane ci lasciava con un Golden Globe a sorpresa tra le mani, con l'affanno, già mamma. Gente a cui spezzavano il cuore, nascite immacolate e, tra narcotraffici e doppie identità come ogni soap degna di nota pretende, un finale sospeso nel dubbio: il neonato rapito e la vendicativa Petra, ex che non perdona, che recuperava dalla Banca del seme altro ehm... “materiale” del traditore Rafael. Abbastanza per assicurare ai Solano un altro erede? Abbastanza per mandare la coppia felice su tutte le furie? Il piccolo Mateo viene salvato prestissimo; Petra non solo resta incinta contro ogni logica, ma aspetta due gemelle. Si cresce, ci si avvicina al sogno di diventare scrittori e, inevitabilmente, ci si divide. E' crisi per i genitori di Jane, il vanesio Rogelio e la spregiudicata Xiomara; nonna Alba, nel suo passato senza macchie, porta alla luce una vecchia fiamma; Jane, già poco tollerata dal sottoscritto, fa una scelta sentimentale che mi ha fatto scemerare gran parte della serie e gran parte dell'interesse. Non tralasciamo l'elemento giallo, i twist surreali, i colpi di cuore: formula vincente non si cambia, oppure sì? Dopo un primo approccio candido e stupito, trash con piacere, Jane The Virgin prosegue sugli stessi binari con ventidue episodi – tanti – che ho seguito volentieri, sì, ma che mi son parsi un po' tutti uguali. Senza i guizzi e i sorrisi che, di solito, il temperamento latino mi assicura. (6)

Jimmy Martino ha un ristorante stellato, tante spasimanti e la fortuna sfacciata di avere la faccia di John Stamos (classe 1963). Bellissimo cinquantaduenne – scambio volentieri i miei trent'anni di differenza per i suoi miracolosi geni – a cui la vita sorride di rimando, l'impresario dongiovanni ha poca voglia di accasarsi. E se, indipendentemente da lui, il destino avesse altri progetti? L'unica novità che, lo scorso autunno, non ho tagliato via dalle mie visioni settimanali – ho sempre bisogno di leggerezza, ma faccio fuori comedy a giorni alterni – ha avuto diritto a una sola stagione, è simpatica, confortante e si chiama Grandfathered. Perché sì, Jimmy, nel pilot, si scopre nonno di una bimba adorabile, Edie. Nonno... Ma c'è qualcosa che non va. Lui non ha figli! E invece. Dalla storia finita male con Sara, che invecchia con altrettanta eleganza, è nato infatti l'impacciato Gerald. Che avrebbe proprio bisogno di una figura paterna e, soprattutto, di una mano per conquistare Vanessa: la madre di sua figlia è la sua migliore amica, e proprio non vuole saperne di una storia d'amore. Jimmy, tra ritorni di fiamma e rivelazioni, si impegna a far bene. Può imparare a mettere da parte la vanità e l'egoismo per diventare un modello? La serie Fox è simpatica, familiare, molto tenera. Ennesima variazione sul tema di About a boy, non lo nego, ma con una scrittura freschissima, dalla sua, e un cast ad hoc. Funziona alla perfezione il buon Stamos, autoironico e piacione, e con lui gli impiegati stralunati – il sous chef indiano in cerca d'attenzione, la maitre stonata che s'immagina cantante soul - di un ristorante che ammicca a quei programmi di cucina, già spettacoli di per sé, a me tanto cari nell'ultimo periodo. Ma indovinate chi viene a cena? Non attesi ma indispensabili, ecco la luminosa Paget Brewstet, ex che ci ha nascosto la sua gravidanza; la bella cognata Christina Milian, che prende alla lettera la “regola dell'amico”; il figlio Josh Peck, nerd buffo e galante che ricordo, bambino io e bambino lui, in Drake & Josh, nei sonnolenti pomeriggi di Italia Uno. Non piangerò la cancellazione, e chi non l'ha visto non ne rimpiangerà la perdita, però nel mentre si ride di cuore; si sospira, inteneriti; ci si appunta che la mezza età è la nuova gioventù. Tutte cose, comunque, graziose e non da poco. Senz'altro, non da una stagione soltanto: una brusca “toccata e fuga” che, pur nell'irrisolto, lascerà piacevolmente soddisfatti. (6,5)