Perché
non l'ho visto prima? La domanda sorge da sé, spontanea, alla fine
delle venti puntate che costituiscono prima e seconda stagione di
Master of None. Una comedy Netflix newyorkese, premiatissima,
che ha attirato la mia attenzione più per la partecipazione di una
guest star italiana che della presenza fissa agli Emmy – un sorriso
di Alessandra Mastronardi può tutto, ebbene sì, anche giustificare
una maratona clandestina dei Cesaroni e
far capitombolare all'unisono i giornalisti di IndieWire. Tocca
aspettare la seconda stagione, l'arrivo in una Modena in bianco e
nero che ammicca a Ladri di biciclette,
per scoprirla innamorata insoddisfatta del solito Scamarcio e
impiegata in un famoso pastificio della città. L'arrivo
dell'adorabile Dev, americano in cerca di se stesso, metterà tutto
in forse – tra balli già cult mentre fuori cade la neve, canzoni
di Mina (Un anno d'amore,
stupenda), passeggiate lunghissime che
sembrano parte della perfetta romcom. Andiamo con ordine però.
Partiamo dalla prima stagione. Dove il sorprendente Aziz Ansari –
che recita, scrive e dirige, il tutto con innata simpatia e buon
gusto – è un aspirante attore che non si accontenta più di
apparire qui e lì. Sogna un ruolo da protagonista. Rifugge il luogo
comune dell'indiano tassista, gestore di minimarket, vittima
sacrificale. Lo supportano la famiglia, amici simpatici quanto lui
(su tutti Arnold, gigante abbracciatore) e dosi generose di pasta
fatta in casa. Si parla di religione, generazioni contro, matrimonio
e convivenza. Si beve, si gironzola, si mangia. Si vola in Europa,
infine, con il cuore in frantumi e all'inseguimento di un sogno:
pasta all'uovo e l'amore impossibile per la Mastronardi, bellissima
trentenne provata da un indimenticabile autunno a New York. La
cucina, lì, è un'altra cosa, e ispira progetti alternativi: quant'è
lungo il passo da attore a presentatore di un talent ai fornelli?
Quanto è difficile non inciampare nei cliché – compresi quelli
sugli imperituri poligoni sentimentali? Master of None è
un gioiello intelligente, chiacchierato, originalissimo nella
struttura. Una Grande Mela così viva, inoltre, non la si vedeva dai
film del giovane Allen. E' uno di quei film indipendenti che tanto
adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello
ancora. Sul reinventarsi e, da anonimo figurante, trasformarsi in
protagonista della propria vita – conquistando la bella, brindando,
lasciandosi andare. Sull'insostenibile leggerezza, finalmente, del
non fare l'indiano. (8)
Timido
e sdolcinato, il protagonista di Scrotal Recall
si portava a letto un mare di ragazze. La comedy britannica aveva del
geniale, davvero: Dylan, dopo aver contratto una malattia venerea, chiamava
una ad una le sue partner passate per metterle in guardia. Ogni
puntata era dedicata così a una cotta, a una sbandata: a storie lunghe o corte che
l'avevano cambiato nel profondo. Tra una stagione e l'altra sono
passati quasi tre anni: troppi, se l'attesa non è stata ripagata a dovere. La
serie passa a Netflix e cambia titolo. Il novello Lovesick,
in realtà, di nuovo non ha niente. Stanca prosecuzione della
stagione introduttiva, ha gli stessi protagonisti e una struttura
immutata. A lungo andare, se qualcosa non si evolve, anche le
compagnie più piacevoli stancano. E Lovesick o
Scrotal Recall che dir
si voglia, da me molto atteso, lo si guarda a cuor leggero, ma questa
volta poco coinvolti. L'ho visto sotto Natale e ne parlo solo ora.
Più per riempire un post infrasettimanale che per voglia. Più per
dirvi che è la copia carbone della prima stagione, ma che l'altra –
vuoi l'effetto sorpresa ed episodi schematici, che non si prestavano affatto al binge watching – era stanamente un'altra cosa. (5,5)
Scoperto
qualche anno fa, Please Like Me era stato un gran recupero. Le
disavventure di Josh avevano i colori pastello di Anderson e un
umorismo differente, australiano, da scoprire puntata dopo puntata. Qualcosa, come in una di quelle commedie dove succede tutto e non succede niente, mi era venuta
a noia col tempo. Episodi troppo hipster, troppo ripetitivi, troppo
vuoti. Di buono: il talento del factotum Josh Thomas, capace e
autoironico, anche se non particolarmente simpatico a detta del
sottoscritto; la sigla da fischiettare, con tanto di cani e
prelibatezze al seguito; i coinquilini d'oro e gli adorabili genitori in crisi
esistenziale. Please Like Me, a sorpresa, si è concluso con
la quarta stagione lo scorso dicembre – a sorpresa, dico, anche se
è una stagione che non sorprende, perfettamente in linea con le ultime. I
fidanzati sperimentano e si rendono conto che c'è di meglio in giro.
Gli amici dicono di volersi trasferire: cose che capitano, crescendo.
Le mamme bipolari, in attesa di guarire, minacciano lacrime. Josh,
come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Ci lascia così. Tra
nevrosi, carineria e presenze fisse, ma senza rammarico. Forse ne
sentirò la mancanza fra un po', ma dico che va bene così.
Con un sorriso amaro e un ritornello da fischiettare, per ricordare che staremo meglio sulla scia di una canzone. (6)
Liza
Miller, divorziata e madre di una figlia al college, aveva quarant'anni e scarse speranze di trovare lavoro.
Entrava in una casa editrice spacciandosi per una ragazza ben più
giovane. Quanto mai poteva durare? Anni e anni dopo, ci credono
ancora tutti. Precisamente, la storia va avanti da tre stagioni. E
Younger risulta sempre carinissimo, di gran compagnia, nel suo
non essere niente di che. Materiale da commedia hollywoodiana, uno
dice. Novanta minuti di sorrisi e cose non dette, e poi? E poi ci
sono nuovi titoli da lanciare in casa editrice, seguendo la moda dei
romanzi erotici scritti sotto pseudonimo e quella non meno dilagante
del memoir; c'è un giovane tatuatore che vorrebbe impegnarsi sul
serio, che chiede un figlio, ma a quarant'anni (anche se se ne
dichiarano la metà) ci si pensa su mille volte prima di fare un passo importante; c'è che il castello di carte di Sutton
Foster rischia di vacillare. Younger si
difende bene. Quel telefilm da guardare con un occhio
solo, mentre fai altro, è lieve e pulito. Le bugie hanno le gambe
corte. Quelle della Foster, al contrario, sono lunghissime; come
loro, la lista da spuntare degli indaffarati sceneggiatori. La quarta
stagione, zitta zitta, è già qui. (6,5)
Se me lo chiedessero oggi, forse risponderei che Mom è una
delle sitcom più valide su piazza. Dopo quattro anni, sulla CBS restano i sorrisi, i casi umani,
il solito posto alla solita tavola calda. La serie, nell'arco di
altri ventidue episodi, racconta la convivenza forzata di due
disperate: mamma e figlia, separate dal rancore e unite poi dalle
ristrettezze economiche. Dicono di non ricordare gli anni Novanta: li
hanno bevuti e fumati. Hanno figli che preferiscono strare altrove,
nel caso di Christy, e un'acuta sindrome di abbandono spostandoci
alla scapestrata Bonnie. Si sono disintossicate insieme. Non saltano
una riunione degli alcolisti anomici, si danno addosso. La prima
studia Giurisprudenza – in un appuntamento al buio, in un episodio,
conosce anche il marito Chris Pratt –, l'altra ha scelto di non
voltare le spalle all'amante in sedia a rotelle. Si spera per tutto
il tempo, ma il sogno americano non è cosa da tutti. E con quel
misto di amarezza e sarcasmo, allegria e tenerezza, Mom si
rivela al solito una sitcom più profonda di tante – qui si parla
di stupro, aborto e adozione, evasione fiscale, senza sacrificare mai la leggerezza. Quelle risate registrate così odiate, all'inizio, ci danno
invece indicazioni importanti. Dicendo che possiamo imitarle, se ci
va, e ridere a nostra volta. Perché tragedia e commedia, in fondo,
non dipendono che dai punti di vista. (7)




