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venerdì 20 aprile 2018

Zapping: Killing Eve, Here and Now, Rise

Si guardano con un sorriso curioso, di sfida, da un lato all'altro di un caffè viennese. Una bambina che mangia un gelato e una giovane donna dal viso di bambola. Da copione, sappiamo che l'adorabile Jodie Comer – già protagonista della miniserie Thirteen, e di una mia cotta mostruosa – è una spietata assassina. La tensione è nell'aria. Si alza. Fa per uscire e avvicinandosi alla bimba... Le rovescia semplicemente la coppetta addosso, per dispetto. Una detective di mezza età si sveglia invece urlando a squarciagola: un incubo, forse un brutto presentimento di ciò che verrà? A far soffrire Sandra Oh, in cerca di un ruolo da protagonista dai tempi di Grey's Anatomy, è in realtà quel fastidioso formicolio alle braccia che ci assale quando ci addormentiamo di traverso. La descrizione di una doppia beffa, di un doppio incipit, per raccontarvi com'è, una sorpresa intitolata Killing Eve. Ironico, seducente, leggero e insospettabilmente violento. Per una volta, nessun poliziotto vizioso e dannato (anche se sappiamo che la Oh, la notte prima, ha fatto fuore al karaoke cantando Il mondo è mio); nessuna sociopatica giramondo così ligia al dovere da non godersi la bellezza delle sue missioni (in Italia deve uccidere il nostro Remo Girone) o il divertimento per i mille travestimenti. Tratto da una serie di romanzi di Luke Jennings, Killing Eve è un Imposters serio ma non serioso; un The Fall vestito di normalità, di rosa. Cosa accadrà quando la protagonista, facendo due più due, seguirà in giro per l'Europa le tracce di sangue e gelato della sadica Comer? Se l'alternarsi dei toni stranisce e spiazza, se adatta Phoebe Waller Bridge – protagonista e autrice dell'irresistibile Fleabag, di cui aspetto ormai da anni il ritorno su Amazon –, difficile dire cosa aspettarsi. Si spera cose altrettanto assurde, in senso buono. Si spera cose belle. (Sì.)

Lui professore di Filosofia con il vizietto delle prostitute d'alto bordo. Lei analista che ha presto abbandonato la professione, in nome di un matrimonio lungo trent'anni e di una famiglia popolosissima. Un colombiano omosessuale, una stilista africana e un vietnamita psicologo – aggiungeteci anche la più anonima e irrequieta delle diciassettenni, sola figlia naturale – sono i tesori di mamma e papà. Riunirsi per il compleanno del patriarca, che spegne sessanta candeline. Assoldare camerieri ispanici e, per principio, scegliersi l'amante orientale. Gli hippie e progressisti Boatwright osteggiano Trump, parlano liberamente di sesso e allucinogeni, sono il frutto concreto – e aspro, asprissimo – di una America che crede ancora nel sogno dell'integrazione razziale. Non è una versione nera, politicamente scorretta, dei drammi domestici di This is us. O forse sì? Gli episodi sono lunghi un'ora, i corpi e i cuori esposti e le prime crepe, al momento del brindisi, iniziano a mostrarsi in quel paradiso multirazziale. Il figlio prediletto ha un nuovo fidanzato hipster e visioni deliranti. Perseguitato dal numero undici, dagli incubi, è indeciso fra la schizofrenia (ereditaria, anche se i geni non son quelli) e il profetismo (siamo pur sempre nell'ultima crezione dell'autore di True Blood, perciò mai dire mai). Il formato, i protagonisti snob e prolissi, annoieranno o diventeranno guide familiari alla scoperta delle contraddizioni di un nido – e di un paese, soprattutto – in pericolo? Per ora, al sicuro sotto il tetto dei premi Oscar Holly Hunter e Tim Robbins, la curiosità verso i segreti retroscena dei Boatwright – antipatici ma simpatici a modo loro, come nella commedia generazionale di John Wells – fanno sperare in un altro invito a cena. (Nì.)

Una scuola di provincia. Un professore illuminato, alle prese con il compito che tutti rifiutano. Un gruppo di ragazzi che non hanno niente in comune, se non il canto. A volte un sogno nel cassetto, altre un segreto da nascondere con un po' di vergogna. I preparativi per uno spettacolo teatrale che fa chiacchierare il corpo docenti – lo scantaloso Spring Awakening, che parla agli adolescenti del risveglio della primavera e del sesso – farà incrociare esistenze e voci diverse fra loro. No, non è un trucco: non è Glee, ma la sua versione indie, d'autore, a confine con L'attimo fuggente. Protagonista, Josh Radnor: il Ted di How I Met Your Mother, con tre figli a carico, il cuore gentile e la speranza di cambiare lo status quo. Lui e Mike Cahill, regista nelle mie grazie sin dai tempi del fantascientifico Another Earth, dirigono un coro di ragazzi diversi, ai margini, che molto probabilmente non hanno però nulla di nuovo da cantare. Con le minoranze e i drammi stipati fino al parossismo in quaranta minuti di pilot in cui omosessualità, immigrazione e sindrome di Down sono vittime del pregiudizio (ma, per forza di cose, anche dei contro del politicamente corretto). Con un utilizzo della telecamera a mano che annoia e appesantisce. Trattandosi di un teen drama – per di più a tinte musical, con arie da Sundance: tutte cose che mi piacciono, insomma – potrei dare a Rise, eppure partito disastrosamente, una seconda occhiata. Nonostante gli sbadigli, la delusione per le stonature e un inizio già col piede in fallo. (No.)

lunedì 11 settembre 2017

Zapping: Strike, Mr. Mercedes, The Mist, Blood Drive

Cormoran Strike, l'investigatore privato dei romanzi di Robert Galbraith – alias, J.K. Rowling –, arriva in tivù. Stessa Londra uggiosa, stessa penna fiume, stesse trame un po' gialle e un po' rosa. Sulla BBC, non cambiare: stessa spiaggia, stesso mare. Sette episodi da cinquanta minuti ognuno, troppi, per farci stare tutte e cinquecento le pagine del Richiamo del cuculo. Una famosa modella assassinata, e da lì la nascita della collaborazione tra Cormoran – burbero, zoppo, eroe di guerra e figlio illegittimo di una vecchia stella del rock – e Robin, segretaria a un passo dalle nozze. Tom Burke è un filino troppo belloccio, ma va bene così; Holliday Granger, vispa e leziosa, è perfetta e perfettina. Nel pilot della serie Strike, fedelissimo, riconosci a colpo d'occhio i personaggi e le situazioni. Come la miniserie del Seggio Vacante, passata non a torto in sordina, si ha però la sensazione che manchi il guizzo, il desiderio di sperimentare. Gli episodi, intanto, si accumulano. Io conosco il colpevole, conosco il movente, conosco il legame tenero ma indefinibile tra lui e lei. Proseguire, ma quando? Rivederlo, ma a mente fresca? Il piacere di seguire le indagini resta immutato, parliamoci chiaro, ma sul piccolo schermo non se ne sentiva forse il bisogno. Dell'ennesimo giallo inglese, dico, con modi signorili e ironia a sprazzi, che ora la mancanza di uno sguardo personale, ora ricordi troppo vividi, lasciano apprezzare soltanto a metà. (Nì.)


Il detective in pensione che ricordavo: appesantito, malinconico, cupo. Il sociopatico spietato e incestuoso che ricordavo: di giorno impiegato in un negozio di elettrodomestici o alla guida di un candido furgoncino dei gelati, di notte genio del male. Ricordavo le immagini di violenza dell'incipit, con tanto di zoom crudele su una mamma e la sua bambina, in fila alla fiera del lavoro – alto il livello di splatter e alta, come suggerisce l'avviso in apertura, la tentazione di fare associazioni con la strage di Nizza. Dopo il pessimo The Mist e il flop La torre nera, in attesa del ritorno di It sotto Halloween, Stephen King ammazza il tempo con la serie ispirata alla trilogia di Mr. Mercedes. Hard boiled in dieci episodi, Mr. Mercedes – sceneggiato dallo stesso David E. Kelley di Big Little Lies – ha il sangue, l'ossessione, l'umorismo. Si intravedono Jerome, valente aiutante barra giardiniere, e il personaggio di una inedita vicina di casa, che tenta un Brandan Gleeson che più perfetto non si può con le vispe proposte di un Tutto può succedere. Si subodora un adattamento finalmente a fuoco, un King non mutilato nel passaggio in TV. E, da fan, ci si commuove quasi al sol pensiero. (Sì.)

Una cittadina immaginaria della provincia americana. Gli adolescenti e gli adulti, i drammi privati dei padri e dei figli. Una prof licenziata, un'adolescente stuprata dall'atleta popolare alla fine di un festino alcolico, l'immancabile migliore amico gay, un soldato e una donna armata fino ai denti. Qualcosa cala dall'alto e li imprigiona sotto lo stesso tetto. No, non è la cupola di Under The Dome, ma ci andiamo vicino. The Mist, tratto da un racconto di un centinaio di pagine dello stesso King, passa al piccolo schermo dopo un film bellissimo - la rilettura, una delle migliori che siano mai state fatte del Re, ha un finale di una crudeltà clamorosa. Prevedibilmente, amaramente, la serie è più vicina a quella malaugurata cupola venuta dallo spazio che al film, a metà strada tra Carpenter e Romero. Gli effetti speciali sono risibili. Gli intrecci annoiano. Il cast, se non fosse per la presenza della Conroy così cara a Murphy e Lynch, sarebbe dei peggio assortiti. Partiamo male. E la situazione potrebbe peggiorare pefino. La nebbia si è appena depositata. Faccio in tempo a salvarmi? (No.)

Gli anni Novanta, ma in chiave distopica. Gli Stati Uniti sono terra bruciata e i sopravvissuti, sporchi, brutti e cattivi, sono pedine in una gara automobilista clandestina. Ovunque è l'anarchia. Il prezzo della benzina è alle stelle. Le macchine sono alimentate da sangue umano. Nel pilot del tamarissimo Blood Drive, ultima creazione di Syfy che ricalca lo stile rétro di A prova di morte e Planet Terror, i radiatori hanno i denti e il sesso ad alta velocità, in combutta con l'adrenalina, disinnesca gli ordigni. Abbondano lo splatter, i nudi maschili e femminili, la polvere. Uno sbirro (il mitico Alan Richson di Blue Mountain State) è costretto a guidare, con una sensuale e spietata compagna di viaggio per non morire. Certo, è trucido (meglio ancora il secondo episodio, con un piccolo rest stop gestito da uno chef cannibale) ma ha anche dei difetti. Divertirà su lungo tratto? Sarà tutto un correre e ammazzare, o questa distopia offrirà anche qualche spunto intelligente? Sarò ancora divertito all'ultimo episodio, d'autunno, a motori spenti? (Sì.)

martedì 7 febbraio 2017

Zapping: Taboo, Riverdale, Sneaky Pete, Z - The Beginning of everything, Emerald City

Tom Hardy mi piace moltissimo. Intenso e attento nelle scelte, versatile nonostante quell'aria severissima, è diventato presto uno dei miei preferiti. Complici personaggi ipercaratterizzati ma, soprattutto, quel Locke in cui c'erano lui, un'auto, una lunga notte per schiarirsi le idee. Un Tom Hardy a puntate all'inizio dell'anno, con lo stesso Knight a sceneggiare e Ridley Scott a produrre: cosa chiedere di meglio? Taboo, pur essendo all'altezza dei livelli cinematografici a cui la concorrenza ci ha abituato, è una serie che non mi aspettavo. Fatta di ritmi lentissimi, episodi lunghi, un protagonista che mette nell'ombra gli altri. Quando non è in scena, così, calano l'attenzione e la palpebra. La trama, eppure, che vede un losco figuro tornare a Londra per la morte del padre, ha del potenziale. Sembra un contenitore di storie gotiche e avventurose, come lo sfortunato Penny Dreadful. Il protagonista, uomo dalla pessima reputazione, ha ereditato un'isola sperduta in America. Ci sono interessi, intrighi e cospirazioni in ballo, compreso un amore impossibile verso la sorellastra. Qui e lì, sprazzi orrorifici. Hardy, confermo, mi piace moltissimo sì. I prodotti storici e i loro ritmi stranchi, purtroppo, per niente. Si compenseranno le due cose, mi domando, mentre gli episodi si accumulano e quei sessanta minuti a puntata, moltiplicati per sette, potrebbero pesarmi ancora di più? (Nì.)

Scorgi il marchio The CW, leggi Riverdale, e immagini da te un teen drama di provincia, pieno di intrighi e gente schifosamente attraente. Qualcosa di giovane, misterioso e trash, ora che Pretty Little Liars sta per finire ma tu l'hai mollato anni fa senza rimpianti. Qualcosa che, nel bel mezzo della settimana, serve sempre se di serietà ne hai abbastanza. Riverdale, essenzialmente, è ciò che sembra. Attori belli e televisivi all'appello – c'è anche Cole Sprouse, da Zack e Cody -, un omicidio che turba alcuni e fa felici altri, studenti che hanno relazioni sconvenienti con le insegnanti di musica e allieve provetto frenate dalla regola dell'amico. Nel pilot, due gemelli fanno una gita al lago: lui annega, pur essendo un nuotatore provetto; lei appare affranta, ma solidifica intanto la propria posizione di ape regina. Arriva a scuola una ragazza nuova, la cui ricca famiglia è caduta in disgrazia, e durante l'estate il ragazzo della porta accanto, diviso tra football e cantautorato, ha messo su muscoli che lo rendono corteggiatissimo. Si respira aria di drammi adolescenziali di un paio di generazioni fa (90210, Dawson's Creek). Il titolo, dedicato a una città turbolenta e sfortunata, strizza l'occhio agli enigmi di Twin Peaks. Alla base, un fumetto storico che ovviamente non ho mai sentito nominare. La serie arriva in ritardo, troppo, e ricorda altro per forza di cose. Annoierà, o avrà la meglio l'effetto nostalgia? Al momento, complice la foggia stranamente curata e il sapore rétro, quasi anni Cinquanta, questo Riverdale giocoso e nebbioso mi piace. (Sì.)

Un furfante, finito in prigione per la lingua troppo lunga e amicizie poco raccomandabili, torna in libertà. Il suo compagno di cella gli ha raccontato di una nonna che non vede da vent'anni, di una famiglia benestante e felice: vivere sotto falsa identità è facilissimo. Quanto durerà la farsa? Due anni fa, Sneaky Pete era un pilot Amazon in forse. Come con Mozart in the Jungle e Red Oaks, ci è voluto un po' per decretarne le sorti. Serie in dieci episodi prodotta tra gli altri da Bryan Cranston – che compare in veste di antagonista, nel finale – risulterà più leggera e scontata del previsto, se i nomi promettenti e i pareri calorosi ci avevano fatto immaginare un crime serissimo. I toni sono divertiti, invece, e il pilot ha l'aria di un family drama a tinte gialle. C'è che la trama, a primo impatto, ricorda un Impastor meno becero e un Feed the Beast lontano dai fornelli. C'è che Giovanni Ribisi, scaltro e con un'invidiabile faccia tosta, ha finalmente un ruolo alla sua altezza – l'ho sempre trovato bravissimo e sprecato, non so voi – e che l'apparizione di Cranston, qui in veste boss mafioso, fomenta. Acquisirà sostanza, magari, strada facendo. O magari no. Ma ironico, ben recitato, efficace, probabilmente finirà per farsi guardare ugualmente. (Sì.)

Dietro grandi uomini, sempre, ci sono grandi donne. E la grandezza di Zelda Fitzgerald mi è giunta spesso all'orecchio. Cos'ha reso la moglie dello scrittore del Grande Gatsby, con il senno di poi, forse più amata del partner? Ci sono molti romanzi biografici sul tema, dall'improponibile Signorini di turno a quello di Therese A. Fowler a cui Amazon si è ispirata. Si parla di un futuro film di Ron Howard, con Jennifer Lawrence a bordo. Intanto, dopo averla intravista anche in Midnight in Paris, Zelda arriva sul piccolo schermo. Una serie elegante, breve, in dieci puntate. Chi era davvero? The Beginning of everything, nei primi due episodi almeno, è un dramma in costume sentimentale e poco nelle mie corde. La nascita di una storia d'amore tra lei, capricciosa ragazza di buona famiglia, e un Fitzgerald in partenza per il fronte. Christina Ricci, attrice per la quale una vecchia cotta, presta quel viso particolarissimo e l'aria da eterna adolescente a una debuttante che, nei primi anni Dieci, non seguiva le regole. Romantica e spregiudicata, eroina del più classico dei melodrammi, non mi ha fatto simpatia. E, a prima impressione, l'ho trovata forzata. Sarà che la Ricci va verso i quaranta, anche se non si vede, e che il suo personaggio dovrebbe essere quello di una ragazzina o poco più. Il period drama non mi piace, e The Beginning of everything sembra non fare eccezione. Ma quei trenta minuti a puntata, pratici e insoliti, mi tentano. Insieme alla voglia di sapere, forse non necessariamente con questa serie TV, come Z è diventata poi quel che è diventata. (Nì.)

Dorothy, la bambina con le scarpe da ballo che percorreva un sentiero di mattoni gialli con il fidato cane Toto al trotto, è un'infermiera di vent'anni nell'ultima rivisitazione non richiesta del Mago di Oz: fiaba celebre che, purtroppo, non mi ha mai incantato. Gli scenari sono moderni e non è una casetta del Kansas ad essere portata da un uragano in un mondo surreale, bensì una volante della polizia con a bordo una protagonista svenuta e un pastore tedesco. Atterrando, la macchina ha schiacciato la malvagia Strega dell'Est. Ma le streghe sono immortali, solo la magia può ucciderle: e lì, a Oz, la magia è proibita. Chi è Dorothy? Se lo domandano Glinda, una Joely Richardson dalla parte dei buoni; la Strega dell'Ovest, tenutaria di un postribolo; il Mago, ciarlatano senza arte con una schiera di ancelle adoranti. Si riconoscono gli elementi classici, si apprezza a tratti la riscrittura di situazioni e personaggi. Sulla carta, Emerald City non sembra disastroso. E invece sì: girato con quattro soldi, kitsch, trashissimo. Peggio di Once Upon a Time, che però mi aveva lasciato il beneficio del dubbio per ben due stagioni; peggio degli insopportabili film tutti fiocchi e ghirigori di Tarsem Singh, che qui produce e dirige ma con costumisti che hanno agghindato gli attori con gli ultimi rimasugli dello scorso carnevale. Emerald City è una triste mascherata, recitata male – perfino da Vincent D'Onofrio – e scritta peggio. Cosa sarà mai, si domanda una strega di colore preoccupantemente simile alla cantante Skin, maneggiando una pistola? Vi dico solo che si spara in fronte. E niente, io ho riso. E, nonostante il mio gusto per l'orrido, ho spento ancora prima che l'episodio finisse. (No.)

sabato 3 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The Young Pope, Fleabag, You're the Worst - Stagione 3

Il Papa giovane conquistava, con l'angelus in apertura in cui si schierava a favore dell'aborto e delle unioni civili. Ma era solo il sogno ad occhi aperti di un quarantenne capitato per caso sul soglio pontificio. Pedina manovrabile, si rivelava poi un osso duro. Bello come Gesù, non si concedeva ai fotografi. Previdente, raccoglieva confessioni nerissime per ricatti e tornaconti personali. Il colpo di testa iniziale era solo lavoro d'immaginazione: e il resto? Lenny Belardo è un santo o un diavolo? Il suo pontificato è una farsa? Sorrentino ci è o ci fa? The Young Pope ha un inizio sorprendente, soprattutto se i manierismi e i vezzi del nostro regista poco li si tollera. Prende un sulfureo Jude Law, attore non più sulla cresta dell'onda, e lo consacra. Prende la Chiesa Cattolica, istituzione di dubbia limpidezza, e ne scandaglia i meccanismi segreti. Tutt'intorno, personaggi che il nostro Papa lo allisciano e lo sabotano: Diane Keaton, guida spirituale che sostituisce una figura materna latitante; uno strepitoso Silvio Orlando, più interessato alla formazione del Napoli che al suo gregge; le biondissime Cécile De France e Ludivine Sagnier, la prima scaltra addetta stampa e la seconda moglie di una guardia svizzera; Javier Càmara, a New York per incastrare chi la Chiesa la infanga commettendo violenza, e uno Scott Shepherd che in Honduras fa vita lussuriosa. Un cast in forma smagliante e un perfetto capomastro, eppure spesso fa capolino il Sorrentino che non capisco: se la vestizione di Lenny con I'm sexy and I know it in sottofondo ha del geniale, se Nada ringrazia per un suo pezzo passato inosservato e rispolverato qui dall'accorto regista campano, meno riconoscenza e meno stupore vanno a una scrittura fiume che, al solito, sconfina qui e lì nel kitsch. Mi sono parse ridicole – non so se volontariamente o non – le tresche di Dussolier con la conturbante consorte di un immaginario narcotrafficante; si arriva alle puntate conclusive, purtroppo non all'altezza delle prime, curiosi e un po' stanchi. Paolo Sorrentino non perde la sua infondondibile cifra stilistica: qualcuno se ne rallegra, io non troppo. Impossibile però, pur avendo storto a tratti il naso e nutrendo più dubbi sul suo finale che sull'esistenza dello stesso Dio, non riconoscergli innumerevoli meriti: monologhi e dialoghi potentissimi, quando non abbondano i silenzi o le canzoni pop; una direzione impeccabile e il coraggio dei folli; memorabili scene madri (la preghiera silenziosa sul fondo di una piscina, o quella tra il rombare dei camion). L'egocentrico Sorrentino racconta l'umanità di un Pontefice che somiglia un po' a Bergoglio, un po' a Luciani, un po' a Ratzinger, ma The Young Pope è tale e quale a lui: supponente, misantropo, strabordante. Crederci è un atto di fede. Non apprezzarlo – soprattutto se in dieci ore complessive, da spettatori profani, c'era da temere maggiori stranezze – è peccato mortale. The Young Pope non ha convertito appieno uno scettico come me - se si parla di religione, se si parla di presunto cinema d'autore. Ma nonostante i nostri reciproci peccati - ermetico lui, in compagnia di un fondatissimo pregiudizio io – è gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII. (7,5)

La protagonista senza nome è una trentenne non particolarmente fortunata in una Londra non particolarmente ospitale. Proprietaria di un bar la cui attrazione principale è un porcellino d'india, abbandonata da una socia in affari morta suicida, la ragazza – single, anaffettiva, sarcastica – si dipana tra relazioni di una notte e via, imbarazzanti cene in famiglia, tentativi disperati di salvare dal fallimento quell'attività in cui ha investito tempo e speranze. Poco appariscente, sempre su piazza, accoglie nel proprio letto amanti occasionali che, dopo la sveltina, hanno sempre di meglio da fare. Sua sorella, madre di famiglia, al contrario, è la perfetta donna di casa. Fleabag è immatura e sola, ma ci ride su. Si concede e non pensa al futuro. Nei suoi sguardi in camera, tanta simpatia ma un fondo d'amarezza. Sboccata, leggera, irresponsabile, ci apre per venti minuti a settimana le porte della sua vita a un bivio. E fa morire dal ridere, con l'umorismo nero di Catastrophe e gli spunti di un Girls londinese, ma c'è altro. Tra siparietti e amplessi, il pensiero fisso all'amica scomparsa. C'è un segreto, un dolore, che la protagonista tiene infatti per sé. Fleabag potrebbe essere la comedy rivelazione di questo 2016. Ha un'ironia che adoro, un formato che non annoia e, soprattutto, una protagonista perfetta. La giovanissima Phoebe Waller-Bridge, anche autrice, ha un viso davanti al quale è impossibile restare seri: anche affascinante a modo suo, con un accento che rende perfino i brutti anatroccoli irresistibili, ha un'espressività – penso a Rowan Atkinson, a Leslie Nielesen – straordinaria. Purtroppo, sei episodi son pochi. E finisce senza che tu te ne accorga, quasi. La settimana successiva ero lì che, invano, ne aspettavo un altro. In attesa che la Waller-Bridge ritorni, con il suo trucco a pezzi e la sua tragicomica vita privata, con un segreto messo finalmente a nudo, si aguzzano le orecchie in attesa di un ronzio. Chi avrebbe mai detto che avrei aspettato con tale impazienza l'arrivo di una dolce parassita? (7)

Nella miriade di comedy che ho sedotto e abbandonato, You're the worst – che eppure parla di due amanti allergici alla serietà, alla relazioni a lungo termine – ha avuto un destino ben diverso. Mi fa compagnia da tre anni. La prima stagione, sexy e innovativa, era una commedia rosa che abbracciava un intero spettro di colori. La seconda, più riflessiva, mostrava i protagonisti a un bivio: si rimaneva amici di letto anche nella cattiva sorte? Si finiva con un ti amo, quella volta lì; con la voglia di non scappare a gambe levate dall'altra parte. Jimmy e Gretchen sono tornati con l'estate che finiva. Con loro, un Edgar che tenta la strada dello youtuber e cura i suoi traumi di guerra con la scusa della marijuana terapeutica; una Lindsday sempre irresponsabile e svampita che, in dolce attesa, si riprende il vecchio marito e propone di aprire la camera da letto a un terzo incomodo. Jimmy, romanziere dall'eterno blocco, scrive recuperando il tempo sprecato: l'improvvisa morte del padre, uomo profondamente odiato, da una parte lo motiva e dall'altra gli dà nuove rogne. Voleva diventare autore di best-seller e trasferirsi in America solo per fargli un dispetto? Gretchen, in cura da un'analista a cui rivolge insulti su insulti, uscita dal baratro, prova a essere una buona compagna e un'amica affidabile: difficile, se non addirittura impossibile, abbandonare il suo sregolato, consolidato modus vivendi. Stessa squadra vincente, stesso umorismo pungente, meno ammiccamenti e più responsabilità in ballo. Ma questo nuovo appuntamento con You're the worst, nonostante i suoi tredici episodi complessivi, non porta purtroppo a nuove svolte. Si sorride e, qui e lì, se gli episodi contemplano le vicessitudini di personaggi secondari che poco abbiamo a cuore, li si salta per noia. L'inglesino Chris Geere e l'adorabile Aya Cash non maturano, eludendo per il terzo anno consecutivo doveri e scadenze. Quando si passa da impegnati a fidanzati ufficialmente? Quando si cresce? Se non si va né avanti né indietro, perché allora non ci si lascia per sempre? La serie di Stephen Falk resta realistica, cinica, brillante. Nel male, la solita. (6)

sabato 12 novembre 2016

Zapping: The Young Pope, Rocco Schiavone, No Tomorrow

L'hanno eletto pensando di manipolarlo. Ma Lenny, orfano americano protagonista di un'ascesa folgorante, ne sa una più del diavolo. E, di bianco vestito e con un crocifisso sulla testata del letto, è il Pontefice in persona. The Young Pope, attesissima dai più, è la serie evento firmata da Paolo Sorrentino. Orgoglio italiano, mi ha sempre suscitato una profonda antipatia. Presuntuoso, patinato, vanesio com'è. Il suo regno, La grande bellezza. In cerca di redenzione, mi ero ricreduto con Youth: una storia ambientata sulle alpi svizzere, con un cast d'eccezione, in cui non tutto era un copia-incolla in memoria di Fellini. Potevo sorbirmi, però, dieci ore complessive di Sorrentino? Poteva entusiasmarmi il suo ritorno alla Roma di Toni Servillo, e per di più sullo sfondo di un mondo che mi vuole scettico? I manierismi di Paolo, la Chiesa cattolica: troppo, se tutto insieme. Invece, sin dall'incipit, The Young Pope stupisce e diverte. Pungente, anticonformista, provocatorio. Perfettamente riconoscibile, ma meno astratto, meno onirico; con dialoghi fiume a cui non assistevo dalla visione di Steve Jobs, scarsi sofismi, angelus surreali che celebrano la modernità. Il Papa, in una Roma uggiosa in cui si diradano le nubi all'improvviso, parla di masturbazione, aborto, eutanasia, unioni civili. E non le condanna. E, benché fotogenico e affascinante, “più bello di Gesù”, rifiuta l'apparenza. E' buono o cattivo? Vuole distruggerla o riformarla, questa Chiesa corrotta e antiquata che ci allontana dal culto, anziché salvarci? Impossibile esprimersi, se un Jude Law fascinoso e carismatico come non mai ha una faccia che dice tutto e niente. Certo, più cristalline – seppure nella loro crudeltà – le intenzioni dell'esilarante Silvio Orlando e di un'impassibile Diane Keaton, che sembrano rubati agli intrighi di Scandal. In attesa di capire dove vorrà andare a parare, in cerca dell'episodio successivo, questo imprevedibile Sorrentino in pillole mi ha convertito alla sua causa. (Sì)

Ho notato in libreria i gialli di Antonio Manzini quando, ormai, il debutto della serie televisiva era questione di giorni. Dopo i pessimi L'allieva e I Medici – premiati dagli ascolti, ma abbandonati al primo episodio senza colpo ferire -, le speranze latitavano. Guardo il primo episodio e basta, mi sono detto: prevedibilmente, mi invoglierà a non proseguire e, da lì, recuperare i romanzi sarà automatico. Rai Due, dopo L'ispettore Coliandro, vuole sorprenderci con un'altra chicca. Il primo episodio, trasposizione di Pista nera, è un piccolo film a tutti gli effetti: taglio cinematografico, protagonista di prima scelta, toni noir che conoscono un inaspettato umorismo. Dirige Michele Soavi, a lungo bollato come promettente e altrettanto a lungo collaboratore di Dario Argento; interpreta il vicequestore romano trasferito in alta montagna un Marco Giallini perfetto. Tipo bizzarro, Schiavone: il carattere burbero, il linguaggio colorito, troppe sigarette e perfino qualche canna, nonostante il distintivo. Cosa ha causato il suo esilio al nord? Riuscirà a rigare dritto, mentre un amico trafficante gli indica un carico che scotta? Per certi versi capace di grandi gesti di generosità, per altri truffaldino e avido, Schiavone è l'incarnazione del politicamente scorretto. Lascia Isabella Ragonese a casa, mentre si intrattiene con l'amante sul retro di una boutique di abiti da sposa; tenta di dare un'identità al cadavere smembrato trovato sotto i cingoli di un gatto delle nevi; collabora con la giustizia e, nel mentre, la ostacola. Con lui, un giovane poliziotto debole di stomaco da indirizzare al lato oscuro della divisa e alle gioie del sarcasmo gratuito. Calibrato mix di rigore e leggerezza, Rocco Schiavone si fa seguire partecipi, divertiti e, davanti al colpo di scena dell'epilogo, colti in contropiede. Nel mentre, fa borbottare i politici e i benpensanti. Sotto la neve, i cadaveri e le vere sorprese del piccolo schermo. Ecco come si può fare bene con poco, non planando sulle vette e gli eccessi dell'ultimo Sorrentino. Ecco come rosico, io, perché questo Rocco lo conosco solo ora. Solo qui. (Sì)

Evie fa tira e molla con il fidanzato storico e fantastica su un ragazzo incrociato al mercato. Per puro caso, si rivedono: lui, infatti, è il nuovo vicino di casa. A essere bello è bello, a piacersi si piacciono, ma Xavier ha un segreto di cui prontamente la mette a conoscenza. Un difetto grande quanto un meteorite. Fanatico di cospirazioni, si dice in possesso delle prove dell'imminente fine del mondo. Si è licenzialo. Ha deciso di godersi la vita, finché dura. E vuole trascinare Evie nella sua folla. Se avesse torto? Ma se, in fondo, avesse ragione? A No Tomorrow, commedia romantica targata The CW, non si può dire granché male. Piacevole, lieve e solare, ha uno spunto interessante che vivacizza una storia d'amore, in apparenza, piuttosto convenzionale. La paura di un'imminente catastrofe, infatti, spinge i protagonisti a bruciare le tappe; a mettersi in gioco. Perché non voltare pagina, perché non vincere la paura del palcoscenico e cantare, se del “domani non v'è certezza”? Ho avuto l'impressione che quaranta minuti fossero un po' troppi, però: in formato sit-com, No Tomorrow risulterebbe molto più facile da incastrare tra una visione e l'altra. Tori Anderson, canadese bionda e tutta pepe, fa simpatia. Joshua Sasse, salutato in Galavant, ci riprova. Gli episodi intanto si accumulano, e di darsi a una maratona, nonostante la leggerezza, c'è poca voglia. Discreto, sì. Non la fine del mondo. (Nì)

venerdì 28 ottobre 2016

Zapping #3: Westworld, I Medici - Masters of Florence, Channel Zero

Il selvaggio west: terra di indiani e sceriffi, bettole affollate e deserti afosi, insidie mortali e brutti ceffi dal grilletto facile. Scenario ideale, per un avveniristico gioco di ruolo di cui puoi entrare a far parte. Paghi, e hai a disposizione l'illusione di sconfinate praterie, dame libidinose, avversari da sconfiggere: puoi avere il sesso e l'amore, l'avventura, dar voce al tuo sadismo. Gli abitanti di questo scenario fittizio, al pari di automi, hanno un copione da rispettare, non provano emozioni e, una volta al giorno, accolgono in stazione un treno con a bordo nuovi, curiosi visitatori. Coloro che popolano Westworld sono condannati a vivere giornate tutte uguali. Il divertimento dei visitatori, il corso degli eventi, dipenderà dal personaggio a cui si legheranno nel corso del loro viaggio: per loro non c'è rischio alcuno, però, e un perfido cavaliere in nero interpretato da Ed Harris – che è lì solo per compiere massacri, solo per scoprire livelli segreti del gioco che è diventato la sua vita – fa da filo conduttore. I personaggi di un mondo in cui tutto è lecito, dopo i bagordi degli acquirenti, vengono rattoppati in un laboratorio futuristico: dove spesso si litiga per decretarne le sorti, riscriverne dal nuovo i ruoli; dove ci si rende conto, presto, che qualcosa non va. Gli automi, così curati da sembrare persone reali, sentono la coscienza e i ricordi che affiorano. Westworld, acclamata già a scatola chiusa, non delude le attese. Cruda, affascinante, originalissima, è un incrocio tra Atto di forza e Ex Machina, con gli scenari sabbiosi del novello I magnifici sette e l'incentivo di un cast eccelso. Nell'arco di tutto il pilot, ronza una mosca che i protagonisti scacciano via con un gesto della mano: un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi e, agli appassionati, sembrerà quasi un omaggio all'episodio più memorabile di Breaking Bad. Nell'arco dei restanti, immagino, ronzerà il pensiero di essere in presenza della potenziale serie dell'anno. (Sì)

I costumi d'epoca mi stanno stretti: non mi si addicono. Le serie storiche, dunque, non fanno breccia da queste parti: troppo impegnate e rigorose quelle britanniche, troppo soap quelle leggerissime alla Reign. Cercare l'eccezione alla regola, allora, in una fiction Rai, purché capace di vantare un cast internazionale, un battage pubblicitario che dura ormai da mesi, un lancio in anteprima mondiale? Onestamente, non ci speravo. Ma le basse aspettative, questa volta, non hanno aiutato a fare apparire il bicchiere mezzo pieno. Confesso che non ce l'ho fatta: io, che eppure ho infinite tendenze masochiste, a un certo punto ho spento. Così disastroso I Medici – Masters of Florence? Direi di no, ma provinciale, scadente e noioso: decisamente. Presentato come il fiore all'occhiello del palinsesto di quest'anno, annunciato come la svolta che il piccolo schermo italiano aspettava, è la solita minestra scondita e allungata, né più e né meno. Ai livelli di Elisa di Rivombrosa, per dirvi. Al punto che ti guardi intorno e cerchi la presenza confortante del solito Beppe Fiorello, che avrebbe fatto senz'altro meglio dell'annoiato cast straniero. I Medici (“in famiglia”, aggiungerei) è storicamente lacunoso e stilisticamente mediocre: la cura di scenografie e costumi, che comunque non è mai mancata alle fiction Rai, notoriamente superiori a quelle Mediaset, non è assecondata dalla regia, che più televisiva non si può, e dal cast. Stendiamo un velo pietoso sugli attori italiani: pur non volendo cadere nel solito pregiudizio che li vuole tutti inadatti e limitati, è impossibile spendere parole gentili, tra doppiaggi risibili, boccoli freschi di messa in piega, comprensibili complessi di inferiorità. Per fortuna, anche se per poco, risveglia i sensi la visione della venere Miriam Leone, giacché anche l'occhio vuole la sua parte. Per tutta la puntata, per tutte le puntate, le spettatrici potranno dire lo stesso del Richard Madden di Games of Thrones: un bellissimo Cosimo, che trasforma gli etero convinti in Cristiano Malgioglio e sul quale Facebook non si risparmia gif e doppi sensi; peccato che, oltre all'occhio blu, non abbia altri pregi. E l'atteso Dustin Hoffman, poi, che pensa soltanto a riscuotere il suo lauto compenso nel minor tempo possibile? Per riprendersi dalla delusione di questi Medici non basta la mutua. (No)

Mike Painter, psicologo e scrittore di mezza età, torna nella città natale. Lì dove trent'anni prima è scomparso il fratello gemello senza lasciare traccia. Lì dove, prima di lui, la stessa fine è toccata ai bambini del posto, di cui non sono rimasti che i corpicini appesi a un vecchio albero, con i denti cavati di bocca uno per uno. A portarlo dove tutto ha avuto inizio, un nuovo libro da scrivere e, all'indomani di un brutto esaurimento nervoso, una verità di cui venire a capo. Neanche il tempo di riallacciare i rapporti d'infanzia, di riabbracciare una madre un po' rancorosa e un'amica nostalgica, che le sparizioni ricominciano. Ovviamente, lui – figliol prodigo dalla dubbia lucidità mentale – è il primo sospettato. Ovviamente, si ha la sensazione di essere su una scena del crimine vecchia come il mondo, davanti all'ennesimo giallo dalle puntate contate. A sorpresa, Channel Zero – serie antologica in sei parti ispirata ai brividi del filone internettiano “creepypasta” - non è così scontato. Fanciullesco, onirico, inaffidabile, il pilot del prodotto Syfy è più suggestivo e inquietante di qualsiasi American Horror Story: violenti flashback, sinistre marionette, mostri composti da denti umani che strisciano fuori dalle caverne. Ti domandi: cosa ho visto? E speri di scoprirlo, e di provare la stessa surreale angoscia, negli episodi seguenti: protagonista anonimo e un po' antipatico permettendo. Channel Zero, profondamente kinghiano, parla di due fratelli identici e inseparabili che, guardando il televisore spento, si sono inventati un programma televisivo immaginario; un mondo tutto loro. E, chissà come o perché, hanno fatto sì che potessero vederlo anche i loro coetanei, sintonizzandosi sul “canale zero” del titolo. Gli stessi che non molto tempo dopo muiono, invendicati. Vogliamo forse sfidare la sorte e passare oltre, telecomando alla mano, se Halloween è alle porte, lo show si è palesato anche agli occhi delle nuove generazioni e questa terrificante figura dentuta potrebbe vendicarsi per l'affronto? (Sì)

giovedì 20 ottobre 2016

Zapping #2: The Exorcist, Quarry, The Good Place

In anni di rimaneggiamenti e scarsa fantasia, l'idea del remake, infine, ha sfiorato anche L'esorcista. Horror cult visto quando non avevo ancora l'età, verso cui non ho nutrito mai chissà quale timore: reverenza, sì, perché anche a detta di chi, guardandolo, non è saltato dalla poltrona, la piccola Regan e la sua storia infernale non invecchiano mai. Tacciono i soliti detrattori, però. E, in casa Fox, il novello The Exorcist è stato accolto senza scomporsi. In parte, perché dietro a un nome che pesa c'è tutt'altro: se sia un seguito o un reboot, infatti, non è ancora chiaro. In parte, perché è una serie che spicca per discrezione e non per ascolti alle stelle. Dietro un titolo inequivocabile, un'altra storia. In una famiglia di persone devote e di buon cuore, in cui la matriarca è interpretata da una tiratissima ma convincente Geena Davis, la piccola di casa – ingenua e seducente insieme - inizia a comportarsi in maniera inquietante. Ci si appella al parroco del quartiere, giovane dalla fede vacillante, che a sua volta chiede la consulenza di un prete noto per i suoi metodi poco ortodossi. Qui e lì, a intermittenza, risuona lo storico motivetto che la produzione avrà pagato fior di quattrini per avere. Qui e lì, The Exorcist ha i suoi bei pregi: l'interpretazione di Ben Daniels, già magnetico coreografo in Flesh and Bone – il suo giovane collaboratore, invece, è il messicano Alfonso Herrera, visto in Sense8; un taglio affascinante; i serial killer fanatici che, a partire dal secondo episodio, sterminano un quartiere, strappando di netto cuore e occhi alle vittime. Cosa lo distingue, però, dallo sfortunato Damien e da quell'Outcast che, per noia, ho volentieri abbandonato a sé stesso? Cosa ha in comune con il capolavoro di Friedkin, e perché non scegliere di intitolarsi in altro modo? Sperando che trovi una sua strada e che, con il tempo, il pubblico americano decida di non cambiare canale, lo seguo volentieri. I pro che affiorano potrebbero vincere i contro, i pregiudizi e gli irragionevoli, ma inevitabili, confronti. ()

Mac, di ritorno dalla guerra del Vietnam, scopre che non c'è più posto per lui. Il padre si è risposato, la moglie l'ha tradito; gli si nega un lavoro decoroso e, in città, tutti parlano a mezza voce di uno scandalo ignominioso successo al fronte. Cosa fare, se nulla hanno potuto i vietcong, ma il destino si è accanito contro un uomo brusco, ignorante, un po' violento, ma fondamentalmente sfortunato? Non resta, perciò, che darsi su richiesta alla vita criminale. Il reduce senza speranze, ora sicario improvvisato, è il protagonista di Quarry, miniserie tratta dai premiati romanzi noir di Max A. Collins. I ritmi sono lenti, introspettivi, e gli ambienti grigi e sporchi: siamo dalle parti di un True Detective, spiegazzato, insonne, metropolitano. Sullo sfondo, gli anni Settanta dello scandalo Watergate, tornati già di moda con The Get Down e Elivs & Nixon. Ma senza lustrini, disco music, luoghi comuni. Il protagonista, eccellente, è il Logan Marshall Green che spiccava, per la bella barba e la bella faccia, nonché per l'impressionante somiglianza con Tom Hardy, nel thriller “da camera” The Invitation. Di lui - che esagera, si sporca e si spoglia, come Mortensen in La promessa dell'assassino - e di questo Quarry, giunto intanto al sesto di otto episodi, sentiremo senz'altro parlare. (Sì)

Eleanor Shellstrop, in vita, non è mai stata una santa. Bugiarda, avida, egoista. In vita, dico, perché ora è morta: investita da un camion che trasportava Viagra, nel bel mezzo del parcheggio di un grande supermercato. La sua grottesca dipartita, tra il tragico e il ridicolo, le ha permesso di occupare un posto d'eccezione in paradiso. Un aldilà su misura, progettato da Michael: braccio destro dell'Altissimo, lì al suo primo incarico. Ci sono case colorate, cieli blu, si vola e si incontra l'anima gemella planando. Ci si capisce, perché tutti parlano la stessa lingua. Ma l'architetto celeste, sbadato e inesperto, ha fatto un errore madornale. La protagonista, infatti, pecora nera, era destinata all'altra metà del cielo. Lo sanno solo lei – una Kristen Bell che ci riprova in tivù, ma con scarsa convinzione – e il suo unico amico. Manterranno il segreto? Riusciranno a renderla abbastanza gentile da meritarselo, un posto lassù? La sua presenza, intanto, scatena il caos. The Good Place, comedy con la ex Veronica Mars in cerca di nuovi ingaggi e altre mete, è un intrattenimento dei più innocui. Realizzato così così, non particolarmente divertente, da vedere solo se non si ha di meglio. Prevale, in generale, l'impressione che durerà poco. Soprattutto, la sensazione che nel “posto cattivo” ci sarebbe stato tanto, tanto di più per cui divertirsi. (No)

mercoledì 5 ottobre 2016

Zapping #1: This is Us, Luke Cage, L'allieva

Amici lettori, ciao a voi! Toccata e fuga, oggi, perché alle prese con lo studio matto e disperatissimo e letture che procedono, sì, ma piano e tra tanti alti e bassi. 
Cos'è questo Zapping? Una nuova, minuscola rubrica a cadenza casuale, in cui – nella stagione per eccellenza dei debutti e delle novità – vi lascio le mie impressioni, in breve e a caldo, sulle serie TV a cui ho dato fiducia. E una seconda possibilità? Se si parla di un lentissimo cinecomic e di una abominevole riduzione televisiva, questa volta, non allarghiamoci, per favore. 

A legare le persone venute al mondo lo stesso giorno, un filo sottilissimo e magico di telepatia, o così pare. Questa è la teoria a cui si ispira This is us, straordinario e impensato successo di pubblico targato CBS. Il taglio è televisivo; il cast è di volti noti – un Milo Ventimiglia che fa parlare per il suo sedere al vento nella scena d'apertura, l'intensa Mandy Moore - a chi non disdegna le indiscrete gioie del piccolo schermo; la struttura rimanda a un Lost versione dramedy, a un Sense8 senza fantascienza o provocazioni. Semplicemente, ci sono quattro esistenze che si sfiorano: in luoghi, e perfino tempi, diversi. Una coppia di sposini in attesa di tre gemelli che, dopo i dolori del parto, ricevono una notizia che li porta sull'orlo delle lacrime. Un attore di sitcom, bello e sottovalutato, che decide di licenziarsi e ricominciare, e la sua gemella diversa, con un corpo che che le dà imbarazzi e vergogna. Infine, un afroamericano – ricco e con una famiglia numerosa al seguito, emblema del “self made man” – che decide di rintracciare quel padre che, quand'era un neonato appena, l'ha abbandonato davanti alla stazione dei pompieri senza uno stralcio di spiegazione. Negli ultimi secondi del pilot, emozionantissimo tra brividi onesti e risate, un delizioso colpo di scena che ci porta a inquadrarli tutti e quattro in modo diverso; a unire ancora più stretti i loro nodi. Non so come si evolverà. Non so quanto durerà. Potrebbe diventare troppo ripetitivo; peggio, potrebbe diventare stucchevole. Però mi ha commosso. A testimonianza che semplice, a volte, è bello per davvero. (Sì)

Delle produzioni Netflix ci si fida incondizionatamente, anche quando sulla carta non ci piacciono. Doveroso, però, lasciarsi il beneficio del pilot – e del dubbio. Luke Cage, superoe di nuova generazione che passa dalla carta stampata al piccolo schermo, lo avevamo intravisto anche nel sopravvalutato Jessica Jones: serie inutile ma piacevole, a mio dire, in cui il forzuto afroamericano rappresentava l'interesse amoroso per eccellenza della detective privata, incline alla persuasione di un magistrale e luciferino Tennant, nonché alle storie di una notte e via. Nel barista che non doveva chiedere mai, interpretato da un impassibile Mike Colter, aveva trovato non solo un amico di letto, ma un alleato: come lei, aveva assi nella manica e poteri soprannaturali. Serviva saperne di più di lui, sondarne la personalità e indagarne le origini? Per me, che lo avevo trovato trascurabile e poco interessante anche lì, no. Eppure, altrove, se ne parla bene. Eppure Luke Cage sembra un nuovo trionfo. La Netflix, che mi ha conquistato per due anni consecutivi con le disavventure di un vulnerabile Daredevil, questa volta mescola in un concentrato che mi dà allergia ingredienti a me non congeniali: il cinecomic più serioso – e solo il Diavolo di Hell's Kitchen fa eccezione – e i cliché, i locali col jazz e i gangster dal grilletto facile delle serie all black di ogni dove – se neanche il chiassoso esperimento di Luhrmann mi ha conquistato, direi che è quasi vano ritentare. Al suo debutto, la serie sembra un cupo ma rumoroso, lento ma commerciale, incrocio tra un The Get Down e un fumetto minore. Senza l'incentivo della bella musica e, almeno qui, senza tripudi di effetti speciali: tutt'attorno si sparano, trafficano e cantano l'R&B, ma Cage fa lavori umili, seduce le poliziotte sotto copertura e, giusto in chiusura, fa sfoggio della sua pelle indistruttibile. In seguito, sfoggerà anche qualche pregio abbastanza convincente per proseguire con la visione? A una prima impressione, l'unione tra generi indigesti potrebbe andarmi di traverso; risultare fatale. (Nì)

Cinque libri fa, alle prese per la prima volta con una specializzanda goffa e originale, eroina di romanzi po' gialli e un po' rosa, L'allieva già me lo figuravo serie TV. Leggerissimo, intelligente, ironico, si prestava a farci compagnia una volta a settimana: cosa chiedere di meglio, poi, se un libro ogni inverno non sembra essere abbastanza? Ci voleva una Alice Allevi in pillole, a puntate. Certo, tra me e me la immaginavo tale e quale a Zoey Deschanel, ma neanche Alessandra Mastronardi – per cui avevo una discreta cotta dai tempi dei Cesaroni, e attrice in gamba, al cinema, in Life e L'ultima ruota del carro – era male. Certo, le produzioni Rai mi vogliono snob, ipercritico e con il telecomando alla mano, pronto a cambiare canale alla velocità del suono. Ho dimenticato il pregiudizio, ho aspettato settembre. Per la prima volta, forse non gettavo alle ortiche i soldi del canone? Seppure coi miei “ma” - ma il cast è troppo televisivo, ma che brutta impressione le clip rilasciate sul web, ma che barba e che noia, che noia e che barba –, sono stato fin troppo speranzoso. Il primo episodio dell'Allieva, per filo e per segno, riprende il caso e i languori del prequel, Sindrome da cuore in sospeso. La trama resta in piedi: peccato manchino il ritmo, il buon gusto, le intenzioni. In un'ora e trenta, quanto di peggio, nel consolidatissimo e fondato luogo comune, la televisione italiana ha da proporre. Con Bridget Jones di nuovo in sala, come la nostra Alice al centro di poligoni amorosi e continui qui pro quo, la Rai sceglie di puntare, invece, a chi da generazioni e generazioni segue fedelmente Don MatteoUn medico in famiglia e altre amenità. Ne viene fuori un personaggio femminile forzato, irriconoscibile, che si atteggia a simpatica mattatrice ma suscita invece una profonda irritazione: nipote dell'eterno Terrence Hill, ospite abusiva a casa di Nonno Libero. La regia dozzinale, l'urticante leitmotiv finto indie e i commenti della voce narrante rendono antipatica la Mastronardi, qui bella e di legno; sorprendente giusto l'abruzzese Lino Guanciale, a me sconosciuto, che è l'incarnazione perfetta del Conforti affascinante e sornione che conosciamo. Il difetto sta nella confezione; nella foggia dell'intero pacchetto. Da prendere e buttare via, arrivederci e grazie. Ovviamente, è un successo. Dei disastri delle nostre riduzioni televisive e dei cattivi gusti degli spettatori, stupirsi ancora? (No)