L'ho
aspettato più del giorno della mia laurea, scrivevo lo scorso
dicembre a proposito del ritorno di Sense8.
Avevo ingannato l'attesa con uno speciale natalizio lungo due ore.
Soddisfatto ma non troppo, aspettavo una seconda stagione in piena
regola. Quanto mancava a maggio? I sensate, in pericolo mortale e
belli come il sole, questo mese sono comparsi puntuali sul menu di Netflix. Saggiamente, ho preferito cercare la loro compagnia non
più di una volta ogni ventiquattr'ore. Ho fatto in modo che la
visione durasse così dieci giorni complessivi, evitando come potevo
spoiler e cattivi pensieri – lavorare
a un prodotto simile comporta spese esagerate e tanta fatica,
leggevo, e in caso di rinnovo la terza stagione sarebbe l'ultima e
arriverebbe soltanto tra due anni. Riemergo ora da una maratona mai tanto lenta, mai tanto centellinata: appagato e tutt'altro che
sorpreso. Sense8 è una conferma che non riesce a superarsi. Della prima stagione
mancano le scene subito cult – il karaoke a distanza, l'orgia
telepatica, le sequenze del parto (si difendono bene, tuttavia, il
remix di What's Up, le
dichiarazioni plateali a San Paolo, i brindisi al bar). Nella
scrittura permangono sbavature grandi e piccole: la lotta a Whisperer
viene accennata all'inizio di ogni puntata, abbandonata a metà per
fare spazio al vissuto dei singoli, ripresa infine in una chiusa al
cardiopalma. Qualcosa sfugge quando si approfondisce il lato
fantascientifico ed entrano in ballo altre varianti, altri homines
sensorium (una di loro, convincente femme fatale, è la nostra
Valeria Bilello). Si sopperisce all'equilibrio che manca, in
una stagione al solito difficoltosa e strabordante, a colpi di arti
marziali e bellezza. Perché io mi preoccupavo di Nomi,
invitata al matrimonio della sorella nel suo nuovo corpo di donna; di
Will e Riley, nascosti in una topaia e sedati per scacciare le voci;
di Wolfgang e Kala, che si baciano da una parte all'altra del mondo;
di Lito, che ha fatto outing e ora fa fatica a trovare i ruoli
giusti; di Capheus, protagonista di un recasting e di una rivoluzione
in Kenya; della splendida Sun, in fuga e in cerca di vendetta. Spero
che nessuno si offenderà se dico questo. Ma se seguite Sense8
desiderosi di azione e
disinteressati al resto – alle famiglie conservatrici e agli amori
a distanza, a una diversità da festeggiare su un carro in Brasile:
ai magnifici otto –, non avete mai afferrato il punto. Le sorelle
Wachowski abbozzano cospirazioni su cospirazioni e, con la classica liturgia
suggestiva e kitsch, santificano il multiculturalismo, i contrasti,
le famiglie che ti scegli da te. Il loro Sense8
è un girotondo a prova
di misantropo. E finché ti trasmetterà questa armonia, finché ti lascerà un posto nel mezzo delle proprie affinità elettive e
ti dirà che sei fatto a rovescio e mi vai benissimo così, non
tratterrai un brivido nel tuo pigiama a scacchi e ti sentirai in pace
con un mondo più bello, più vario, più possibile. (8)
Un
timido trentenne, un bellimbusto dalla mascella squadrata, un'artista
omosessuale. Cos'hanno in comune Ezra, Richard e Jules, lontani tra loro e assolutamente inconciliabili? Gli stessi
gusti in fatto di donne. In momenti diversi della loro vita, infatti, hanno
sposato la stessa ragazza. Si chiama
Maddie, pare. E' una truffatrice. Nessuno sa che fine abbia fatto.
Tutti, sotto ricatto, tentennano all'idea di cercarla. Finché
l'improvvisato trio di partner sedotti e abbandonati non prende forma e
gli Stati Uniti non sono abbastanza grandi per nascondersi. In
Imposters, commedia a
tinte crime saltata fuori non so dirvi dove, la donna che tutti e
tutte vogliono somiglia a Inbar Lavi: israeliana dagli occhi di
cerbiatto che simula accenti, orgasmi e sentimenti. Da una parte
seguiamo i sotterfugi della squadra degli abbandonati. Dall'altra,
invece, ci lasciamo irretire dai nuovi piani di una insolita dark lady: ribattezzata Saffron, nella sua ennesima missione dovrebbe sedurre il panciuto bancario
di turno ma finisce per innamorarsi di uno sconosciuto. Cosa succederà
a metà stagione, quando gli ex raggiungeranno il loro bersaglio?
Come andrà a finire se truffati e truffatori a un certo punto si confondono?
Imposters, di cui
avevo visto il pilot a tempo perso, è un divertimento che al momento
dura dieci puntate. I giochi di prestigio di Ocean's Eleven
fanno una gran figura, tutto
sommato, al matrimonio di Se scappi ti sposo.
Ma la protagonista, forse imparentata con la Cotillard di Allied,
è l'incubo degli uomini che si infatuano troppo facilmente. Bella
com'è, per nostra sfortuna, non resterà single troppo a lungo. In
barba alla solidarietà maschile, sempre che esista, ci si augura
perciò altri polli da spennare e una seconda stagione di cui, al
momento, poco si sa. (7)
Una
città di provincia. Il liceo pubblico. La classica
tavola calda aperta giorno e notte. Ci si è arricchiti grazie
all'esportazione dello sciroppo d'acero, nell'immaginaria Riverdale. Il mantello
dell'invisibilità dei tranquilli abitanti, d'un tratto, viene strappato via. Un
omicidio al lago, una famiglia contro l'altra, sospetti e
investigatori in erba. Chi ha ucciso il gemello di Cheryl Blossom, l'ape regina della scuola? Chi sceglierà Archie tra Betty, amica di
sempre dall'insospettabile lato oscuro, e l'ultima arrivata Veronica? Qual è la verità su Jughead, interessante sociopatico che
studia tutto e tutti da sotto il suo cappuccio scuro? Di Riverdale
avevo parlato ai tempi del debutto. Teen drama ispirato a una storica serie a fumetti,
è arrivato tardi alla festa. Fuori tempo massimo sembra così
più l'erede lampo di un Pretty Little Liars che
il suo predecessore. Le differenze con la serie Abc:
affascinanti atmosfere vintage, un taglio più cinematografico, trash a piccole dosi. Realizzato di certo meglio, ha i suoi difetti in
un cast di attori incapaci e di bell'aspetto – vi sfido a cercarne
uno che non abbai – e in un andazzo che fa carta straccia del
mistero. Il destino dell'erede dei Blossom è presto spiegato. Nel
tredicesimo episodio abbiamo il colpevole, il movente, il caso
chiuso. La voglia di proseguire si era già andata esaurendo a metà,
figuriamoci adesso. Con Riverdale,
prodotto superfluo ma non imperdonabilmente scadente, ho avuto infatti
uno strano rapporto. L'ho seguito volentieri per un po', poi ho
lasciato ammassare gli episodi senza voglia. Non mi annoiavo
guardandolo, ma il pensiero di farlo mi tentava di rado. Guilty pleasure sì, quindi, ma di quelli né troppo colpevoli né
troppo piacevoli. Una via di mezzo che non cattura, almeno me che
alle vie di mezzo non presto granché fede. Ho seguito cose ben peggiori,
negli anni, e me le sono fatte perfino piacere. Al soggiorno a
Riverdale, invece, non mi sono
affezionato. Andrò via senza cartoline da regalare ai parenti e, semmai ritornerò, sarà solo per vedere cos'è successo lì mentre cambiavo aria. (5,5)


