La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)
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mercoledì 9 giugno 2021
Le serie TV di aprile/maggio: Anna | Them | The Great | Halston
La
famiglia Emory si trasferisce in un sobborgo bianco
nella Los Angeles degli anni Cinquanta. In fuga da una perdita
indicibile, si imbatte nella scortesia del vicinato.
Popolato da mogli perfette e mariti spavaldi, il quartiere
alto-borghese si mette all'opera per rendere un incubo il soggiorno
dei protagonisti. L'incipit ci svela che resteranno lì
dieci giorni appena. Cos'è accaduto? I pericoli sono al di fuori dei
confini del loro giardino, ma soprattutto dentro di loro.
Ciascuno dei membri della famiglia, logorato dalle conseguenze della
discriminazione, convive con un demone da domare. Come in It, il
terrore assumerà di volta in volta forme personali e ancestrali. Serie antologica destinata a raccogliere con
successo lo scettro di American Horror Story – da qualche anno a
questa parte scivolata nel baratro del cattivo gusto –, Them è un
horror sociologico che affronta la tematica razziale senza l'ironia del cinema di Peele. Qui la crudeltà è una
maledizione antica quanto gli Stati Uniti. Potentissima e disturbante, questa prima stagione sceglie un approccio scioccante e
una deriva sanguinosa come in Tarantino. Di puntata in puntata – da
incorniciare la nona, girata in uno straordinario bianco e nero –,
trabocca di rabbia cieca, disperazione e violenza. Anche troppa, a
detta di coloro che hanno abbandonato la nave davanti alla crudezza
dell'episodio numero cinque: un apposito disclaimer, tuttavia, ci
avvisava sulla portata degli abusi (fisici, psicologici, sessuali, su
minori e animali). Peccato però che Them non vada troppo per il
sottile e che molte sottotrame – ad esempio quella di una bravissima Alison Pill, mogliettina modello dagli istinti omicidi –
vengano chiuse frettolosamente. Fa più paura il destino di un
neonato o la sequenza in cui un'adolescente camuffa il colore della
pelle intingendosi nella vernice? Fa più paura il già iconico Da
Tap Dance, ingegnosa personificazione del fenomeno del blackface, o
la consapevolezza che i mostri reali siano ben altri? Autoconclusiva,
coloratissima nella vezzosa messa in scena ma intrisa di profonda
inquietudine, la serie Amazon vi farà tremare. Oltre che per spavento, per l'indignazione. (8)
Se
l’avessi vista rispettando la tabella di marcia prefissata, The Great sarebbe finita nel meglio
della scorsa annata. Nominatissima alla stagione dei premi, benché
rimasta ingiustamente a bocca asciutta, è trainata da grandi nomi –
lo sceneggiatore è lo stesso della Favorita – e da un cast
che include due degli attori più versatili delle nuove generazioni.
La penna affilata di McNamara si riconosce sin dall’inizio e
contribuisce a rendere irresistibile la serie anche per chi, come me,
non ama i period drama. Ritratto pop, grottesco e deformante
dell’imperatrice di Russia, The Great a ben vedere è più
fedele del previsto nel delineare l’intelligenza rivoluzionaria di
Caterina II. Giovane candida e speranzosa, finita nella corte
promiscua di Pietro per via di un matrimonio combinato, ordisce un
colpo di stato per rendere la Russia moderna. Compagna,
amante e spia, persuade il marito con
le lusinghe e con le cospirazioni. Prima vorrebbe ucciderlo. Poi, confusa dall’insorgere di un nuovo sentimento,
cambia idea. Ama più il suo Paese, però, o il consorte? Elle
Fanning, radiosa come una giovane Kidman, ha tempi comici strepitosi e primi piani intensi: distribuisce macaron sul campo di battaglia e
porta l’Illuminismo a palazzo (con tanto di innesto del vaiolo).
Accanto a lei, Nicholas Hoult: bello come il sole e stupidissimo,
si rivela una spalla preziosa grazie al dono dell’autoironia.
Storia dei vent’anni della Grande andata in moglie a uno zar
fanfarone, la serie Hulu è una commedia nera scritta
meravigliosamente. Una riflessione sul potere, e sulle donne al
potere, al passo coi tempi nonostante le guance
incipriate e i sontuosi abiti d’epoca. Dunque: huzzah! (7,5)
Anno
che vai, Ryan Murphy che trovi. Instancabile, prolisso, sempre uguale
a sé stesso, lo sceneggiatore e regista americano è uno di quelli che critico
sempre ma che sempre, poi, finisco per guardare con puntualità. Dopo l’horror, il
musical e le pièce teatrali, questa volta produce una miniserie su
Halston: stilista a me sconosciuto – divenne famoso per i cappelli
confezionati per Jackie Kennedy, ma realizzò perfino jeans, profumi
e costumi per il teatro –, morto di Aids nel corso della parentesi più
triste degli anni Ottanta. Nonostante Murphy si limiti a starsene
dietro le quinte, porta con sé la solita fotografia noiosamente laccata; il
solito trinomio queer di sesso, droga e disco music; un attore di
richiamo – un Ewan McGregor molto manierato: a tratti convincente,
a tratti pigro – a fare da traino per Emmy futuri. Schiacciato
dalla propria fama, inglobato dalla monotonia dei meccanismi
aziendali, lo stilista nutriva pessimi rapporti con la critica e
aveva per musa l’emergente Liza Minelli. Gli eccessi consueti,
ossia amanti e cocaina a gogò, con orchidee dappertutto e incursioni
frequenti allo Studio 54, non mancano. Ma a sorpresa mancano i
pasticci. Meno dispersivo di altri lavori passati, meno kitsch, il
lineare e gelido Halston ricerca in cinque puntate di lunghezza
variabile l’uomo dietro il marchio. Riesce nell’intento? Nì. La
sceneggiatura, che sembra letteralmente una pagina di Wikipedia, ne descrive
infatti vita, morte e miracoli con attenzione cronachistica, ma
purtroppo manca il guizzo. Evitabile, fatta eccezione per le
emozioni nascoste nel terzo episodio o per la saggezza dell’epilogo.
(5,5)
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venerdì 30 novembre 2018
Mr. Ciak: The Wife, Widows, The Children Act, The Guilty, Ritorno al bosco dei 100 acri


I
sorrisi ai neonati sul treno ci dicono che non ha avuto figli. Parte
lesa in un matrimonio senza sesso, continuamente sul piede di guerra,
il giudice Emma Thompson ha un'aria rispettabile, un guardaroba
severo, ma piccoli dettagli ne rivelano l'altruismo e
l'istinto materno. Esperta in autentici casi di coscienza, chiama a
deporre la famiglia di un adolescente morente: in quanto testimone di
Geova, il ragazzo rifiuta la trasfusione.
Avvincente e umano, The Children Act è
nella prima parte un dramma giudiziario convenzionale ma solidissimo.
La seconda, più incerta ma senz'altro toccante, segue invece il
dipanarsi di un candido colpo di fulmine, di una subitanea affinità
elettiva, il cui significato si evince più in pratica che in teoria.
La protagonista, infatti, va al capezzale di Fionn Whitehead: per lui, intelligente e sfacciato, canta e recita Yates. Il giovane –
senza più famiglia, senza più Dio – si affida anima e corpo alla donna,
che ligia al dovere non vuole tuttavia portarsi il lavoro a casa. È già
troppo tardi: in seguito a un imprinting misterioso e immediato, lei gli è entrata sin nel sangue. Se l'ultima mezz'ora non basta
ad approfondire debitamente il rapporto tra il malato ribelle e il
giudice – “My Lady”, come la chiama Whitehead venerandola per
tutto il tempo –, ambiguità e svolte annunciate sono appianate dal monologo finale di un'attrice forse al suo meglio che, piangendo in
abito da sera, si confessa all'infedele Tucci. Ci sono ballate che
vanno cantate: al diavolo le scalette predefinite. Ci sono storie che
vanno raccontate anche se, grandi interpreti a parte, sortiranno
maggiore clamore nei romanzi di Ian McEwan. Ci sono casi straordinari – giudiziari e
non solo – davanti ai quali perfino la legge solleva bandiera
bianca. Abbandonandosi a un ritornello, lasciando andare chi
aveva le smania di farsi libero martire. (7)


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