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sabato 28 aprile 2018

Recensione a basso costo: Un altro giorno ancora, di Bianca Marconero

| Un altro giorno ancora, di Bianca Marconero. Newton Compton, € 6,90, pp. 382|

Nel suo piccolo, che sorpresa. Sembra quasi una scortesia ammettere meraviglia, lo so, se si parla di un'autrice che stimi da anni. Se si scrive, soprattutto, di una persona a cui da anni vuoi bene. All'uscita di Un altro giorno ancora, a cui avevo dispensato su Facebook gli immancabili Mi piace di rito, mi ero tuttavia interessato meno del solito, dopo quell'Ultima notte al mondo prima incursione nel romance di una scrittrice con il pallino dei cavalieri, le armi e gli amori – piaciuta col senno di poi più no che sì. Il ritorno in libreria di un'amica come Bianca Marconero non poteva comunque lasciarmi indifferente. L'ho seguita per affetto, perciò, nella sua ultima parentesi rosa: non erano le avventure di Albion o l'adorabile spirito nerd di La prima cosa bella, mi ripetevo, ma che fortuna in fondo rileggerla tanto presto. Con una storia maggiormente nelle mie corde, per toni e leggerezza. Con un romanzo che – a sorpresa, si diceva per l'appunto – si avvicinava ai miei preferiti più di quanto non suggerisse la quarta di copertina. Sarà per la protagonista disincantata che non ti aspetti: tatuaggi che spesso parlano per lei di lei, chiusa a riccio com'è dietro uno scudo di ciocche colorate e un armadio all black. Sarà l'aria buona che si respira alle Colline Dorate: un maneggio alle porte di Milano in cui, fra contesissimi purosangue, casolari grandi quanto castelli e sfide al galoppo, trotta divertita e a proprio agio una Marconero allo stato brado, in crisi d'astinenza da un mondo di dame e cavalieri presso cui fare tappa contaminandolo un po'. Riscritto, qui, per riappropriarsene.

A volte ci nascondiamo solo per scoprire se è rimasto qualcuno disposto a cercarci, trovarci e riportarci a casa.

Ha un cognome che farà accendere la lampadina agli appassionati di equitazione, nessun genitore in vita e quattro fratelli che l'hanno cresciuta teneramente sì, ma amazzone e maschiaccio: nella vita di Elisa Hoffman, diciannove anni, non c'è spazio che per i cavalli e per quella strana famiglia speciale. Sul polso ha tatuato il numero cinque, per dire che nella sua cerchia, nel suo spazio personale, non sono ammessi invasori: non fanno eccezione i ragazzi – l'ultimo è Massimo, amico storico, prima di diventarlo anche di letto – che non sconfinano e non si fermano a dormire. Sembra avere un tatuaggio, una stella bianca sulla fronte, anche Sparkle: il cavallo per cui la protagonista sta trascurando la carriera universitaria, con stipendi da fame al maneggio o in un locale notturno del centro, pur di mettere da parte abbastanza per comprarlo. 
Peccato il destino abbia altri piani, un'offerta maggiore: la famiglia Serpieri dà un prezzo a tutto, anche a Sparkle, e cosa può fare Elisa se non portare rancore al coetaneo Andrea, che dei Serpieri è il figlio minore e, all'apparenza almeno, il meno avaro? Fra loro è stato un quieto tollerarsi per dieci anni, nonostante Bianca, la sorella di lui, abbia piantato all'altare Vittorio, il fratello di lei: sarebbe guerra, se non fosse per i tentativi di Andrea di respingere con regale aplomb gli attacchi (e i pugni sul naso) di Elisa, pur di farsi perdonare. Non è un mistero che mostrerà di avere poco in comune con i Serpieri, generosità del corredo genetico a parte: corona di ricci biondi e sorrisi di plastica, una corazza di buone maniere per ostentare distacco finanche dopo un tradimento, la tendenza a farsi rosso quando gli si fa notare un'avvenenza che non sa nemmeno sfruttare. Non è un mistero che le trasferte sportive e il Brunello a cena li faranno conoscere meglio, in senso biblico e non. Anche se Elisa, che porta i pantaloni, non ammette eccezioni: che resti un'amicizia con benefici, giorno per giorno, fino all'esaurirsi dell'attrazione reciproca. Anche se il perfettino Andrea, che con Elisa ha deciso di imparare a sbagliare, non è tipo da una notte e via: si affeziona, s'innamora, venendo meno ai patti con una protagonista eppure cieca davanti all'evidenza.

Il problema non è come mi sento se mi tocca, ma l'importanza che sto dando al fatto che ora è chiaro che lui e io vogliamo la stessa cosa. Lo stesso niente. Niente sia, allora, ma facciamolo bellissimo.

Una coppia di personaggi inadeguati – l'una che usa i ragazzi come rimedio omeopatico e l'altro che, per dire, non transige che il volume dello stereo abbia un numero dispari – sono al centro di una commedia a ruoli inversi, che ha i suoi pregi negli scenari insoliti e nella schiettezza della narratrice: forse uno dei personaggi femminili meglio riusciti alla Marconero. 
Certo, se il binomio non vuole definirsi coppia, la parte finale – quella che meno ho apprezzato – sarà una corsa a ostacoli tra gelosie, tira e molla, terzi incomodi e cliché. Per fortuna, per tutto il tempo tiene le briglie qualcuno come Bianca Marconero, che in quell'ambiente privilegiato cerca l'umanità, e la trova a colpo sicuro; che dice che dell'amore si può sospirare, ridere, e che quello di darsi all'ippica, a volte, è un consiglio affatto peregrino. 
Qualcuno insieme a cui desiderare un altro giorno, e qualche altra pagina, ancora.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Scissor Sisters – Only the Horses

sabato 8 luglio 2017

Recensione: L'ultima notte al mondo, di Bianca Marconero

| L'ultima notte al mondo, Bianca Marconero. Newton Compton, € 5,90, pp. 448 |


Se un visitatore casuale facesse una ricerca per parole chiave, sul blog troverebbe una serie di recensioni che cominciano così. Non è facile parlare del lavoro di qualcuno che conosci. Bianca Marconero è la portabandiera di quei post. Un'autrice che però le rende facilissime, le recensioni. Tiene il conto dei miei esami; conosce il rumore esatto che facevano le mie infradito sui gradini, quando correvo per le scale con i quadri appena affissi all'uscita di scuola; si prende la briga di leggere a tempo perso cose mie e disegna cuoricini sui fogli corretti un po' per infastidirmi (sono un orso), un po' per farmi coraggio (sennò spengo la luce, mollo tutto e vado in letargo). Bianca c'è, e tanto basta per aspettarla ogni volta in libreria. La saga di Albion è purtroppo in fermo e dai cinefili imbranati della Prima cosa bella sono passati ormai due anni. Lo scorso settembre, su Facebook, ha annunciato che nel tempo impiegato da me per appaiare i calzini (ossia, una ventina di giorni buoni) si era data a un esperimento: una storia senza cavalieri o nerd, scritta con una certa canzone di Ferro in sottofondo e l'intenzione di autopubblicarla. La Newton Compton non se l'è fatta scappare. In attesa di darlo alle stampe, la Marconero non si è fermata un po', e io intanto sono qui, a metà dell'opera con l'abbinamento dei fantasmini. Il romanzo è la storia di un amore a scoppio ritardato. Lui lavora come operatore per un'emittente privata ed è tornato a Bologna dopo una bravata che gli ha rovinato la reputazione. Lei, al contrario, è benestante, ligia al dovere, innamorata ciecamente: il suo fidanzato storico, tre mesi fa, le ha suggerito una pausa di riflessione. La ragazza vuole essere indipendente, stupire chi l'ha sottovaluta: accetta, così, di alternare il praticantato alla conduzione di un programma TV. Sceneggia e la affianca proprio Marco. Che lei, per inciso, conosce e disprezza per finta sin dal liceo. Peccato che più o meno da allora, combattuto tra amicizia e tentazione, lui la ami in silenzio. Sceglieranno la loro reciproca compagnia, in un Capodanno sotto la neve?

Lei è la ragione per cui crederò sempre alle canzoni.

La stessa trama e una copertina identica, tra gli scaffali, non mi avrebbero attirato. Ho letto L'ultima notte al mondo perché l'ha scritto Bianca, e leggerla mi mancava. Sotto sotto, anche se un'autrice previdente e catastrofista mi aveva già avvertito, mi asperavo la sorpresa di un “ma”: non è il mio genere ma ho cambiato idea, cose così. I numerosi tira e molla, le sere nere e un'esagerata schiera di rivali, però, non mi hanno convinto particolarmente. La città è grande, ma si incrociano con poco vecchi amici, nuove coppie, scoop che minano gli equilibri dei protagonisti – due personaggi all'inseguimento delle loro aspirazioni, che a volte mi sono parsi troppo adulti (il chiodo fisso di sistemarsi alla loro età), altre troppo infantili (il machismo a sprazzi dell'uno, il piede in due scarpe dell'altra). A volte le esigenze di una trama che si complica troppo e vira altrove, nel finale, hanno la meglio su sentimenti già non semplici di per sé. Bianca sta nell'autoironia di fondo, nell'attenzione verso il lavoro del protagonista maschile (per deformazione professionale, infatti, ha un noto occhio di riguardo per i Marco e i backstage), le Vespe scorazzanti all'ombra dei colli. L'ho ritrovata con piacere più nelle poche pagine della novella in coda, l'emozionante Ed ero contentissimo, che nelle precedenti trecento: flashback su un'adolescenza fraintesa, su un'amicizia che ad Amsterdam poteva diventare qualcos'altro, che riassume gli anni del liceo utilizzando le cinque tappe dell'elaborazione del lutto. Senza uno di quei miracolosi colpi di scena a cui mi ha tanto abituato, dunque, L'ultima notte al mondo resta lontano dalla mia comfort zone, ma non è una spiacevole compagnia con cui fare le ore piccole. Loquace, divertente, ficcanaso. Il buona la prima di un'autrice che non dispiace mai e che, allo squillo del citofono, mi farà sempre e comunque mettere in pausa il romanzo che avevo in lettura. Anche se più prevedibile, addolcita, di rosa vestita: come dettano la gioventù, il romance, l'estate. Fiducioso, B., aspetto il cambio di stagione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tiziano Ferro – L'ultima notte al mondo

lunedì 16 novembre 2015

Recensione: Albion - Ombre, di Bianca Marconero

La sconfitta diventa una scelta, se la Spada sei tu.

Titolo: Albion – Ombre
Autrice: Bianca Marconero
Editore: Limited Edition
Prezzo: € 14,90
Numero di pagine: 502
Sinossi: Marco Cinquedraghi e i suoi amici hanno scoperto di essere portatori di una peculiarità genetica che si fonda nella leggenda. Sono le nuove incarnazioni di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Ma qual è il prezzo del loro privilegio? A cosa si deve rinunciare per guadagnarsi un destino già scritto? Marco preferisce non chiederselo. Saranno gli errori commessi e le bugie a trascinarlo in una spirale che lo obbligherà ad aprire gli occhi, mentre anche l'eredità di mago Merlino si risveglia e reclama il proprio tributo. Tra amicizie che si incrinano, amori condannati per le colpe del passato, l'ombra di una fata leggendaria e un'indagine su una morte sospetta che sembra portare a una tragica verità, i ragazzi dell'Albion College proseguono il loro cammino per diventare grandi. Ma capire cos'è la vera grandezza comporta un sacrificio che ognuno di loro dovrà affrontare da solo, per salvarsi.
                                                    La recensione
A Michele, che è allergico ai seguiti e alle saghe ma che, bontà sua, continua a leggermi.
Una biro nera, in una grafia chiara e ordinata che non avrei mai potuto immaginare diversa, ha scarabocchiato questo pensiero alla prima pagina del libro che in tanti aspettavamo – anche io, ebbene sì, che a farmi andare a genio seguiti e saghe, alla fine, ho semplicemente rinunciato. Ci vorrebbe la pazienza che non ho, per cambiare idea; sviluppare gli anticorpi. Ma quella dedica mirata, tutt'altro che preconfezionata, era opera di un'autrice che conosce i lettori come le sue tasche, me compreso, e che ha cura dei suoi personaggi. A qualche saga, perciò, ho fatto il callo. A una saga come questa, in particolar modo, che non si dimentica e non ci dimentica. In cima alla dedica, il familiare nome di un college esclusivo, tra le alpi svizzere screziate di neve, e un sottotitolo che preannuncia passeggiate presso il lato oscuro: le “i” diventano spade nella roccia, ogni lettera un ricciolo e i protagonisti che già conosciamo, ancora, fiori senza luce. Albion – Ombre è il secondo capitolo di una saga tutta italiana, che ha mantenuto alte curiosità e aspettative nell'attesa che iniziasse un nuovo anno nella scuola in cui niente è come sembra e i re, alla vigilia di una leggendaria epifania, sono per un po' tuoi compagni di banco, a lezione di filologia romanza. Perché maghi e babbani, da bambini, aspettano la lettera per Hogwarts – particolarmente calzante il paragone – ma i futuri cavalieri della tavola rotonda, con la maggiore età, imparanano a giostrare e a padroneggiare le lingue morte in una Avalon ristrutturata. Nel volume precedente, ormai due anni fa, i protagonisti erano matricole a un giro di prime volte: il loro destino era poco chiaro, ma avevano nomi altisonanti e, soprattutto, cognomi che parlavano forte e chiaro delle loro vite passate. Si erano fatti volere bene e male, con i vizi e le virtù, porgendoti la mano, in segno di educazione, dall'altra parte del tavolo. Una tavola rotonda in cui, alla pari, avevano lo stesso numero di battute e la stessa importanza: le disparità non esistevano, in un fiabesco romanzo corale sulla faticosa gavetta, prima di assumere il comando, e su compagni che ti sono fedeli a prescindere, non per dovere, ma per disinteressata amicizia. Alcune cose sono scritte nelle stelle, altre si conquistano con tempo e pazienza: la fiducia, ad esempio. I cavalieri dovrebbero amare il proprio re, non può essere altrimenti, ma come giurargli fedeltà se l'Artù delle leggende antiche, saggio ed eroico, è diventato un adolescente con la faccia da schiaffi, l'accento romano, i modi sgarbati? Marco Cinquedraghi, altezzoso e battagliero, non era l'erede che l'Albion aspettava. Secondogenito, aveva preso il posto di un fratello maggiore la cui morte era avvolta nel mistero; sovrano legittimo, studente amato e temuto, che eppure nessuno piange più. 
Mentre i nodi venivano al pettine e le stelle, in fine, si adeguavano alla prematura scomparsa di Riccardo, Marco stringeva i denti, maturava e faceva amicizia con gli strani ragazzi dell'ala est. Si ritorna dietro i banchi di scuola, finalmente, e Albion è pronto a fare chiarezza sulle sue stermiante ombre – quella, insormontabile, di un fratello maggiore non così esemplare; quella di una fata tentatrice; quella di una bestia che, ai margini del lago, attenta alla vita di un Merlino in pubertà. E, tutto sommato, si fa presto a sentirsi di nuovo a casa: un altro giro di presentazioni, per portare alla mente nomi e ruoli, ma qualcuno ha avuto la premura di lasciare un posto libero per te, che hai la memoria corta e uno stoicismo ballerino. I protagonisti ti accolgono in mezzo a loro, tra sinfonie di accenti diversi e pensieri sottintesi, ma la festa di benvenuto è pochissimo che dura. Hanno inizio i corsi, l'azione e la squadra di sempre avrà il suo bel da fare. Questa volta, i protagonisti sono impegnati e distanti tra loro. Cinquecento pagine, tante, per farsi perdonare la lunga attesa e parlare di poteri che insorgono e attività extracurriculari che, anziché chiamare all'ordine, spargono a piene mani i semi della confusione. Come se l'arrivo di Morgana, quella Morgana, non fosse già abbastanza destabilizzante per l'equilibrio sentimentale tra Marco e l'orgogliosa Helena. Due occhi verdi, i ricci rossi e un ammiccante, pericoloso invito a infrangere regole e schemi. La gelosia, però, potrebbe far sì che l'erede di Ginevra si avvicini a Lance - come il Lancillotto originale, bello e onnipresente – e allontanare, da un Marco quantomai solo e combattuto, il guaritore Erek, l'assasina Samira e il mago Deacon: per me, quest'ultimo, a tratti mio mancato gemello, leggermente sottotono rispetto al solito; come me quando scendo dal letto con il piede sbagliato, al mattino, o mi desto, come mamma mi ha fatto, nel cuore di fascinose città d'arte, perché gli incubi mi vogliono nudista e sonnambulo. 
A sorpresa, il desiderio di malmenare Marco viene meno: anche se non capisce che Chevalier – che non solo è un Bronzo di Riace vivente, ma è anche straordinariamente gentile: invidioso, gli troverò probabilmente almeno un difetto, in seguito – è leale e che nessun uomo, nessun re, è un'isola. Le domande non mancano – ci si chiede, infatti, chi sia M. e chi la mostruosa nemesi di Deacon, cosa sia stato del primo Cinquedraghi e cosa, messa alle strette, sceglierà quella Helena con la sindrome molto diffusa del “gnè gnè, ce l'ho solo io” - e l'umano sconfina nel divino, e viceversa. Ogni risposta sarà un colpo di scena aggiuntivo e ogni avvenimento nella norma – un appuntamento galante, i preparativi del ballo di fine corso, barare al test di matematica – una specie di respiro di sollievo. Quali effetti ha il jumper, droga sperimentale che potenzia e inibisce, e cosa imparano, oltre a parare i colpi e ad attaccare, gli allievi di un esclusivo club di scherma? Quale verità porteranno a galla i nostri eroi frugando nell'archivio della scuola? Bianca Marconero – e ho avuto modo prima di conoscere la persona, poi l'autrice –, al solito, stupisce per descrizioni approfondite, tecnicismi che non vengono a noia e finali sospesi, causa di sofferenza per i più, che io invece apprezzo. La stessa autrice che, sotto diverso pseudonimo, aveva dato vita ai personaggi stravaganti e a me congeniali di La prima cosa bella – in quanti non vedono l'ora di averlo in libreria? - è uguale e diversa, mentre affila il fioretto e salva il mondo. Un secondo romanzo, più intricato del precedente e, a tratti, più coinvolgente, in cui Bianca, con stile inconfondibile, canta “le donne, i cavallier, l'arme, gli amore, le cortesie e l'audaci imprese”, non dimenticantosi però di catturare i suoi protagonisti in selfie improvvisati, che hanno la magia di restituirceli in borghese: belli, freschi e in armonia, com'è prerogativa dell'avere diciotto anni e una vita – o sette? - davanti. Si legge bene, si legge in fretta. Soprattutto, Albion – Ombre è un romanzo che ispira. Gli eroi parlano italiano, non hanno bisogno di traduzione, e non serve un ripasso veloce d'inglese per far sapere all'autrice quant'è in gamba e con quanta curiosità, noi comuni mortali, aspettiamo di saperne di più. Quando il sogno parla la tua stessa lingua, che scusa – la generica "non apprezzo la narrativa italiana" o, quella che preferisco, "non sono al passo con le saghe" - avrai per non prestare ascolto al richiamo dell'avventura?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – The Cave

mercoledì 29 ottobre 2014

Recensioni a basso costo: La prima cosa bella, di Dante B.

Una gioia senza confini, qualcosa di così intimo e irragionevole e struggente che anche oggi ne sento la mancanza, e se potessi comprarla sotto forma di droga, la comprerei, ma dubito che funzionerebbe. È il tipo di emozione vietata ai maggiori di otto anni.

Titolo: La prima cosa bella
Autore: Dante B.
Numero di pagine: 275
Autopubblicato
Prezzo: € 0,99
Sinossi: «Esiste solo l'amore non corrisposto» questa è la convinzione di Dante Berlinghieri, 21 anni, nerd appassionato di cinema e fumetti. Tra una birra nel solito posto, un esame all'università e una sosta in fumetteria la sua vita scorre più o meno tranquilla. Ma una sera come tante, in uno dei soliti posti, arrivano anche le ragazze e da quel momento il mondo di Dante verrà completamente capovolto. Si ritroverà promosso al ruolo di regista, in un film amatoriale; innamorato perso di una ragazza che non lo considera; oggetto dell'affetto di una ragazza che lui non considera. Pronto a correre per il gran finale sullo sfondo del carnevale di Venezia.
In questa biografia fantasy, tra le scene dei suoi film preferiti, Dante scopre che nulla è come sembra. Amor ch'a nullo amato amar perdona...porco cane!
                                   La recensione
Aveva il ritmo di un caffè americano, il tempo della pagina di un fumetto che sfogli sul tuo letto, la malinconica poesia di una missione lunare che alla Luna non ci arriva, ma non importa. Perché il premio del viaggio è ciò che il viaggio ti lascia addosso. Ma che vergogna. Ho aspettato un mese di troppo per leggere questo romanzo. Arrivavano cartacei su cartacei, ingombranti e minacciosamente spessi, e mi dicevano di mettere da parte il Kidle per liberare il comodino dal peso della carta. Arrivavano libri brutti o, peggio ancora, libri scialbi e ho lasciato La prima cosa bella alla fine del tunnel, come consolazione. Una zolletta di zucchero; un seguire la luce. Non ci giro intorno: sapevo che mi sarebbe piaciuto, e non mi ha deluso: come volevasi dimostrare. Lo testimonia il fatto che stia scrivendo i miei pensieri durante la lezione di Storia Moderna, ché mi annoio e un angolo per Dante dovevo pure trovarlo. Nel posto accanto al mio. Ho lasciato il Montgomery sulla sedia, se magari lui arriva sul tardi, con il naso perso in un libro di filosofia su Star Wars, consigliato da Steven Spielberg in persona. A breve, me lo ritroverò in libreria, sullo scaffale della bella narrativa per ragazzi. Perché a volte le cose belle succedono alle persone belle e il romanzo, rilasciato in ebook il mese scorso su Amazon, autopubblicato, è stato adocchiato in tempi record da un grande editore dall'identità misteriosa. Non so dirvi chi sia. Bianca, poi però me lo dici, se puoi. Bianca chi, comunque? Ma la Bianca Marconero di Albion, l'urban fantasy con cui ho inaugurato un'ottima, ricca annata di letture. Io ci parlo con Bianca, di tutto. Sa gli esami che ho dato tanto quanto mia mamma, e che per me è meglio una Sasha Gray oggi che una gallina domani, ma che anche Taylor Swift è una valida sostituta: cose nostre. Questo nuovo romanzo però è un po' una sceneggiatura, un po' una biografia, quindi il nome in cima è quello del protagonista assoluto. L'autore di uno Zibaldone a fumetti coloratissimi. Io – cosa detta per Città di carta, con Quentin – sono molto Dante Berlinghieri. E non perché riteniamo Kubrick sopravvalutato, perché non siamo particolarmente aitanti (lui con i ricci indomati, io col mio metro e settantadue che guadagna centimetri in più quando al comune c'è una signora particolarmente gentile), ma perché ci prenderemmo a schiaffi in faccia da soli. Per le cose che non diciamo. Per quelle che diciamo nel modo sbagliato. Per quelle che comprendiamo quando sono davanti a noi: scritte, fissate, messe in fila su un rigo. Basta coi protagonisti liceali: voglio i fuoricorso. Basta coi protagonisti fighissimi: voglio i Daniel Radcliffe dagli occhi pesti, a cui – apparentemente – è morto il parrucchiere. 
Mi è stato simpatico a pelle. Come quando vengo a sapere che un attore tanto famoso e corteggiato è più basso di me, tipo. O come quando quel tizio odioso legge un libro che ho amato, quindi potremmo pure diventare quasi amici. Io sono un nerd per finta, e Dante mi smaschererebbe in pubblica piazza. Non corrego i congiuntivi, ma guai se mi dicono boiate sui film. Ai fumetti preferisco notoriamente i romanzi, alle produzioni Marvel quelle indipendenti; e non ho un gruppo con cui sto in fissa. Niente magliette di band preferite, niente poster, in una stanza che mentre io crescevo è rimasta piccola, infantile. Ho la barba, ma non sono hypster. Mi piacciono i felponi in cui dentro ci ballo, ma anche i papillon. Io sono io. Con Dante a raccontare manca il momento destinato alla riflessione, quella frase giusta, d'effetto, inserita al momento giusto. Una morale, come quella scritta all'ultimo rigo delle favole più felici. E perché? Perché il libro lo scrive Dante B., mica Bianca. Bianca saprebbe cosa fare, ché sai quanta gavetta ha fatto, ma Dante no. E' confuso, è eccitato, ha tutta la vita davanti: quindi che ne sa che quella cosa precisa – “la prima cosa bella” – è il fulcro del suo capolavoro? Mi ha ricordato il protagonista, a tratti, di quel gioiellino del piccolo schermo che è Please like me, solo amante delle donne. Quelle sbagliate, e ti pareva. Le fate impossibili da catturare in un retino. Come Fiamma, che quando lo guarda gli brucia cuore e neuroni. 
Ma poi ci sono quelle giuste, che scopri meravigliose soltanto a una terza o a una centesima occhiata. Dopo un caffè, dopo il sesso: dopo che hai visto gli occhi sconfinati che hanno attraverso la videocamera. Isa, che è intelligente, anche se tiene bene a nasconderlo, sotto i suoi riccioli da Barbie in carne rosa, tette turgide, ossa sporgenti. Beatrice, che ha il naso aguzzo e i tratti duri, ma il passo miracolosamente coordinato al tuo. Dante sparpaglia i loro nomi e - come il rubacuori che non è, anche se Britney Spears dissentirebbe con tanto di vibrato levigato dall'auto-tune - perso tra gonne corte, gambe lunghe, film mentali che oscillano dal sexy all'horror anni '60, avrà paura di tradirle a una a una. Di deluderle. Di sceglierle. Dante Berlinghieri ha due piedi in tre scarpe: possessore di uno sguardo speciale, attento, originale che fa di ogni baruffa, bevuta, figuraccia e botta di culo a caso, un momento imbarazzante da vivere, ma spettacolare da leggere. O da guardare. Una semplicità che non è sinonimo di prosa elementare: il segreto. Sembra che quella cosa lì possano farla tutti, anche se non è vero. Difficilissimo procedere così, scoprisi man mano, sapendo dove andare ma non cosa c'è in mezzo, nello spazio bianco tra il principio e la fine. Lo si vive, quel bianco. L'ispirazione non è importante: la si trova ovunque – sul fondo dell'ultimo caffè bevuto a scrocco, in fumetteria, con vagonate di amici troppo assurdi per finire in un libro serio ma che, scemi e tutto, non possono non esserci nella storia della nostra vita o dei nostri primi vent'anni. La prima cosa bella regala sorrisi garbati, non grasse risate. Il sorriso di sì, quella cosa l'ho fatta anch'io: vomitare l'anima, sperimentare la poesia dell'amore impossibile, guidare senza meta. Rifiuta i Lol e simili. Gli XD. E' una storia d'amore guidata dalle voci, non dai fatti. Una linea retta, rassicurante e confortevole, lungo cui ti spingi, senza paura di trovarti un burrone senza fondo davanti. Un Big Bang Theory per laureandi in lettere malati di cinema: complimento, anche se Big Bang Theory non mi mi piace. Il paragone, calzante sì e no, lo faccio per convincere chi la sit-com americana la segue e ha bisogno di essere convinto all'acquisto di questo romanzo qui. Se - ovvio - ancora ci fosse bisogno di una persuasione che a me, francamente, appare del tutto superflua. Cita Orazio, e si chiude in un aeroporto affollato che io e Love Actually amiamo e sappiamo noi bene il perché. Il finale rimandato alla prossima puntata: una finistrella dopo i titoli di coda, come in Tutto può cambiare. Anche se ha il destino del Sommo Poeta nel nome, Dante infatti pensa attraverso i film, come faccio io. La vita, certe volte, è un drammone disperato, altre una commedia con sorrisi e Julie Roberts incorporate, altre un musical che ti fa ballare I will survive nelle corsie del discount. Dopotutto, ci rivela, il domani non è che un altro film. E lui lo suggerisce meglio di quei Dear Jack di Maria De Filippi. Concediamoglielo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mika – Kick Ass (We are young)

martedì 29 aprile 2014

Qui pro cover #5

I troppo fighi per... (parte I)
Tutti ce l'hanno. Ma sì. Uno di quegli amici, su Facebook, che, puntualmente, giorno dopo giorno, ci delizia con le foto dei suoi primi piani. Foto tutte uguali, di cui cambia un dettaglio. Ciuffo, non ciuffo. Occhiale sì, occhiale no. Camicia aperta, camicia chiusa. Sguardo da cerbiatto accecato dai fari di un tir, sguardo più o meno sexy. Che facciamo in questi casi, quando ci troviamo a diffidare da coloro che, come immagine di copertina, hanno il loro egocentrico e onnipresente faccione? Li blocchiamo, eliminamo le loro notifiche dalla home, auguriamo loro di farsi al più presto una vita, consigliamo di andare a cogliere dolci margheritine in un campo alla fine del nostro universo. Da oggi, nuova soluzione. C'è Qui pro cover che ve la propone! Suggerite ai diretti interessati di essere facce da cover, invece che facce da c... ulo. L'appuntamento di oggi con la rubrica dedicata alle cover gemelle - e nata per farsi due risate, senza nessun intento polemico - è dedicata proprio a loro: quelli troppo fighi. Per accontentarsi di una sola copertina, di un solo titolo, di una sola saga. Libri diversi, ma che in copertina hanno gli stessi modelli, ma di spalle, di profilo, con il viso in ombra e il viso illuminato, o robe simili. Conosco le tipologie di cover più odiata al mondo: quelle, cioé, con i tipi che danno le spalle alla macchina fotografica, sullo sfondo di scenari dark: cimiteri, chiese, cieli neri. Le copertine di oggi hanno coraggio, e non voltano le spalle al nemico – il sottoscritto, ossia. Belli, avvinghiati e sorridenti (?), oggi “quelli troppo fighi” sono divisi in tre gruppi. Si baciano sotto la bioccia i modelli di Il confine dell'eternità e Crashing into you: hanno preso sempre più confidenza con il loro fotografo e, in fine, la bronchite, dopo tutta quell'acqua nei vestiti. Si abbracciano e si accarezzano quelli di Easy, Devoured e The Fallen Stars: riconosciamo lui, con il naso un po' a becco, la chierica alla Jared Padalecki, i tatuaggi. Ultimo, ma non ultimo, il ragazzo in primo piano su Albion, che – nei Seguaci di Ipnos – deve però condividere copertina e attenzioni con una bella fanciulla. Gli restano, però, gli occhi verdissimi e l'espressione scocciata – se avete letto Albion (Ciao, B!), sapete che quello è Marco Cinquadraghi sputato. Da prendere a sberle, e da leggere. Che mi dite, questa volta? Un'altra carrellata di “quelli troppo fighi” arriverà a breve. Sono ovunque, incontentabili, fotogenici e vanitosi. Staniamoli tutti!

mercoledì 8 gennaio 2014

Recensione: Albion, di Bianca Marconero

Buongiorno a tutti, amici miei! Ufficialmente, diamo il via all'anno nuovo con la prima lettura di questo lungo 2014. Un romanzo che mi hanno consigliato tanti colleghi e che, spesso e volentieri, mi avete consigliato tanti di voi: sono arrivato tardi, lo ammetto, ma l'ho letto. Quello è l'importante! La recensione, purtroppo, arriva più tardi del solito: causa studio. Presto, inoltre, vi aggiornerò sugli ultimi film visti: mi ritengo fortunatissimo. Tra il remake di Carrie e Saving Mr Banks, Blue Jasmine e How I live Now, mi sto imbattendo solo in cose belle. Buona lettura e un abbraccio, M.
Sconfiggere un nemico non significa sconfiggere il male. E suo nonno sapeva che il male non muore mai. Ma per fortuna anche la sua antitesi è immortale. Il bene è un'araba fenice che risorge dalle proprie ceneri.

Titolo: Albion
Autrice: Bianca Marconero
Editore: Limited Edition Books
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Cresciuto senza madre, e dopo aver perduto il fratello maggiore - morto in circostanze misteriose -, nel giorno del funerale dell'amatissimo nonno, Marco Cinquedraghi riceve la notizia che gli cambierà la vita: deve lasciare Roma e partire per la Svizzera. È infatti giunto il momento di iscriversi all'Albion College, la scuola in cui, da sempre, si diplomano i membri della sua famiglia. Ma il blasonato collegio riserva molte sorprese. Tra duelli di spade e lezioni di filologia romanza, mistici poteri che riaffiorano e verità sepolte dal tempo che riemergono, Marco scoprirà il valore dell'amicizia e capirà che l'amore, quello vero, non si ottiene senza sacrificio. Nelle trame ordite dal più grande dei maghi e nell'eco di un amore indimenticabile si ridestano legami immortali, scritti nel sangue. Fino all'epilogo, tra le mura di un'antica abbazia, dove Marco conoscerà la strada che le stelle hanno in serbo per lui. Il destino di un re il cui nome è leggenda.
                                                        La recensione
E' un'impresa non da poco giudicare coloro che conosciamo. E' difficile dire alla nostra migliore amica, ad esempio, che il suo ragazzo è un impiastro totale, o far sapere al nostro amico d'infanzia che quel taglio alla moicana così audace decisamente non era quello di cui i suoi capelli impettinabili avevano bisogno. Ci si sente combattuti. Ci si sente... infami. Da quando il blog ha vita, tra le mie amicizie, sono entrati, con mia grande gioia, a far parte anche autori pubblicati; cosa che – appena due anni fa – non avrei immaginato nemmeno nelle mie più rosee e lontane aspettative. Solitamente, però, queste amicizie virtuali sono esclusivamente nate dopo le mie recensioni. Difficile, infatti, che resistano a un parere educatamente onesto, ma categoricamente negativo. Storia vera. Così, le mie amicizie di Facebook diminuiscono tristemente, diplomatica stroncatura dopo diplomatica stroncatura. E' difficile avere una donna per amico, cantava Battisti. Ancora più difficile, aggiungerei io, è avere uno scrittore per amico. Questa lunga e vaga premessa, per dire che conoscevo virtualmente Bianca Marconero ben prima di leggere il suo Albion. Avevo letto, fino ad ora, soltanto i suoi resoconti delle gite di famiglia al cinema, i suoi stati spesso brillanti e pungenti, i suoi commenti sempre puntuali ed approfonditi sui romanzi che aveva letto e sui film che aveva recuperato: piccole e spontanee cronache delle sue giornate di mamma e autrice a tempo pieno. Insieme, inoltre, abbiamo parlato a lungo delle nostre dipendenze più dolci e irrinunciabili e preso parte ad iniziative su libri che avevamo puntualmente adorato. Lei e il suo romanzo sono stati il mio piacevole strappo alla regola. Ho conosciuto, infatti, prima la persona e poi l'autrice e, paradossalmente, ho preso in mano il suo libro d'esordio, sicurissimo che non mi avrebbe deluso, solo dopo tutto il resto - consapevole della nostra smodata venerazione per J.K Rowling, e le felpe sformate con gli smile disegnati sopra, e i romanzi per ragazzi; ma quelli belli, belli, belli. Ho domandato a me stesso “E se poi non mi piace...?”, troppo tardi, quando già avevo chiuso il romanzo, tutto sorridente e soddisfatto. Il dubbio, infatti, con una storia così ben scritta e dinamica, non aveva ragione d'essere, e ho avuto la fortuna di capirlo dal primo di ben settantasei, velocissimi capitoli. Quei capitoli numerosi, vero, ma che - brevi, affilati e celeri - erano esattamente del tipo che piacciono a me, sebbene, spesso e volentieri, non abbia apprezzato, in verità, la scelta di dar loro un titolo: unica pecca. Mi sono imbarcato in questa avventura ad occhi chiusi, non sapendo assolutamente dove mi avrebbe portato. In dorso a un destriero bianco, su una bicicletta sgangherata, a bordo di un treno arrivato in ridardo... ma verso dove? Il titolo parla chiaro e parlano chiaramente i personaggi, con i loro cognomi altisonanti e i loro destini indissolubilmente annodati. Albion, una scuola esclusiva e antichissima, costruita nel verde fitto della Svizzera odierna, è la cornice suggestiva e riccamente intarsiata in cui, insicuri e agili, romantici e agili, si muovono questi eterogenei cavalieri in erba, perennemente a rischio di bocciatura. Albion è il nome dimenticato della Gran Bretagna e, in questo racconto che parla di leggende nuove e antiche, ogni cosa ha il suo perché: il Caso, sappiatelo, non esiste. E io, dal mio canto, non pensavo potesse esistere qualcosa capace, dopo anni e anni di vani tentativi, di farmi andare a genio gli intrighi e le magie del ciclo arturiano: ho abbandonato Merlin alla seconda stagione, ho rinunciato ai primi piani mozzafiato di Eva Green in Camelot, ho visto secoli fa La spada nella roccia e la saga di Marion Zimmer Bradley, stranamente, è una delle poche a non essersi mai affacciate nella mia wishlist. 
Il segreto è da cercare, con tutta certezza, nella freschezza unica dell'intreccio della Marconero. Bianca ha spolverato vecchie, spettrali e cigolanti armature; ha fatto dell'arcaica Tavola Rotonda molto più che un monumento dedicato alla tradizione; ha fatto incontrare, su un terreno neutrale e tutto nuovo, i mitici personaggi del ciclo bretone e gli altrettanto mitici personaggi della saga di Harry Potter. Ha unito, con passione grande, due sue grandi passioni. E l'ha fatto tra le righe, in filigrana, con rispetto e inventiva, originalità e spigliatezza da vendere. Tra un genitore e un'insegnate, tra una spadaccina modello e una critica d'arte, si muove morbida e sicura, senza intoppi, tra rievocazioni di curatissimi dettagli architettonici e duelli, lotte e liti tra futuri migliori amici. Si avvale di una sintassi perfetta e ha un linguaggio – talora forbito, talora simpaticamente vivace - che sa adattarsi straordinariamente ad ogni situazione. I dialoghi sono realistici e i toni, mai forzatamente epici o inutilmente sensazionalisti, sono quelli giusti. Giocosi, ma adulti, a volte, nella descrizione di un'adolescenza vista senza “lenti rosa”, in cui gruppi di studenti chiacchierano, con normalità assoluta, davanti a una pinta di birra gelata, si stuzzicano con classici doppi sensi, discutono verosimilmente di sesso, vita, amore. 
Mi è sembrato di sentirli parlare, di udire le loro voci risuonare nelle mie orecchie, a lezione, a letto, al bar: la loro simpatia e i loro accenti tanto diversi mi hanno conquistato. Il plurilinguismo suggerito da Bianca, infatti, mi ha profondamente divertito e tutti i fanatici dei serial in lingua, come il sottoscritto, avranno pensato al fitto e biascicato accento irlandese dell'adorabile Deacon, all'irrinunciabile r alla francese del galante Lance, ai musicali risultati dello spanglish dell'indefinibile Helena, alla fortissima cadenza romana dell'odioso Marco Cinquedraghi. Si salta da un punto di vista all'altro e, nonostante i tempi siano piuttosto dilatati, i risultati sono brevissime e affascinanti soggettive dal sapore cinematografico che non disorientano, catturano. Come ogni romanzo introduttivo che si rispetti, Albion concentra i suoi colpi di scena migliori negli ultimi capitoli e, nel frattempo, dà vita e infinite gradazioni di colore ai riuscittissimi personaggi che incontreremo nei volumi venturi. Compreso Marco, e non ho intenzione di rimangiarmi quello che ho detto: perché lui è odioso, con fastidiosa consapevolezza. Ma mi ci sono affezionato, e non come si fa con un'unghia incarnita o una pustola purulenta con cui impari, tuo malgrado, a convivere. La voglia di prenderlo a botte con una padella rovente, pian piano, diminuisce; e quella padella rovella diventa, gradualmente, una scarpa, una ciabatta, un cucchiaio di legno, un pugno... un leggero schiaffetto. Niente sconti di pena, però: un manrovescio è il minimo sindacale! Rende Helena collerica, instabile, irascibile e le procura dolorosi incubi. E dà filo da torcere a Deacon: magro come un chiodo, alto come un armadio, con un trench larghissimo che, nel vento, sembra il mantello di un impavido supereroe, e un fare da nerd che lo rende universalmente piacevole. Albion è uno young adult con cappa e spada, in cui l'impresa più eroica che un futuro cavaliere possa compiere è quella di barattare un Rolex per una bici: tutto pur di raggiungere la sua amata dama, in balia non di un drago cattivo, ma dei mezzi pubblici e di una compagnia a cui, altrimenti, mancherebbe l'obbligatorio attaccabrighe di turno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay – Clocks