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venerdì 3 maggio 2024

“Un giorno”, tre lustri dopo: il cult di David Nicholls riletto a trent'anni

| Un giorno - One Day, di David Nicholls. Beat, € 15, pp. 489 |

Ho detto addio per sempre ai miei vent'anni in compagnia di David Nicholls. Avrei voluto rileggerlo da un po'. Il bisogno, poi, si è fatto urgenza con l'avvicinarsi del mio compleanno. Lo avrei festeggiato lontano da casa. Alla mia tavola, intento a soffiare sulla trentesima candelina, avrei avuto soltanto facce nuove; gli amici di oggi. E quelli storici? E il mio passato? Nell'impossibilità di averli con me, ho fatto posto a Emma Morley e Dexter Mayhew: li conosco come le mie tasche, in fondo, dalla metà esatta della mia vita. Quando li ho incontrati per la prima volta, al ginnasio, erano più grandi di me: con il loro odore di vino e sigarette, con il sogno di cambiare il mondo, mi sembravano irraggiungibili. Lei con una citazione letteraria per ogni occasione, lui con le Oxford ai piedi anche nelle scarpinate; lei con gli occhiali a fondo di bottiglia sfoggiati come una medaglia al merito, lui perennemente in posa come una stella del cinema italiano. Non sapevo ancora che avrei vissuto le stesse crisi, gli stessi strappi, le stesse frustrazioni. Non sapevo ancora che, soprattutto a venticinque anni, ci si sente tutti persi. Me lo sono ripetuto come un mantra dopo la laurea (insieme a un'altra frase cult: «Ti amo, ma non mi piaci più»), quando la cruda luce del giorno ha mostrato la spaventosa fragilità dei miei ideali: in balia del precariato, ho seguito le tracce di Emma. Come lei, insegno Lettere e vado al cinema per le rassegne di Kieslowski. Ma, sempre come lei, non smetto di sognare una mansarda parigina in cui rifugiarmi a scrivere in attesa del mio sudato lieto fine. Cosa ne sa invece Dexter: un bellimbusto che lavora in TV ed è sempre troppo brillo per aggiornare la lista delle sue amanti? A questa ennesima rilettura, mi è parso meno superficiale che in passato; non mi ci sono rivisto, ma ho visto in controluce quel suo cuore buono massacrato dagli eccessi, dai rovesci di fortuna, dalle coincidenze mancate.

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Molto meglio cercare di essere buoni e coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio cambiare il mondo, ma il pezzettino di mondo intorno a te. Esci allo scoperto con la tua passione e la tua macchina da scrivere e impegnati al massimo per… qualcosa. Magari cambia la vita degli altri con l’arte. Coltiva le amicizie, non tradire i tuoi principi, vivi intensamente, appassionatamente. Apriti alle novità. Ama e fatti amare, se ti capita la fortuna.

Emma si piega, ma non si spezza: ha dalla sua la costanza di chi continua a innaffiare perfino un'amicizia che, a volte, somiglia a un bouquet appassito. Dexter, restio a lasciarsi istruire con letture impegnate, resta incastrato sotto una maschera che fatica a calzargli una volta sfumato l'ardore giovanile: in crisi d'identità, chi è quando né i riflettori né l'adorazione di Emma lo illuminano più? Adorabili, affiatati e frustranti, ormai al centro di ben due adattamenti, sono ricordarti a torto come i protagonisti di una storia strappalacrime. Un giorno, in realtà, è una commedia brillantissima nello stile di Harry ti presento Sally, animata dal ritmo perfetto dei dialoghi cinematografici e da una scrittura pervasa dalla stessa malinconia di certe Polaroid. Più che a un'istantanea, però, questo romanzo somiglia alle foto in movimento di Harry Potter: in 500 pagine ecco che tutto cambia, ecco che tutti cambiano. Si passa dalla leggerezza degli anni Ottanta alla tragedia degli attentati terroristici, dai messaggi in segreteria ai primi cellulari, dalle lauree ai matrimoni; arrivano poi i figli, i mutui da pagare, le separazioni, il metabolismo rallentato, le rughe d'espressione. I corpi si inflaccidiscono, le volontà si infiacchiscono. L'irrequietezza iniziale lascia spazio al consolante trantran della mezza età: soltanto litigare di politica estera, allora, garantirà alla coppia annoiata un sussulto inatteso.

Forse era condannata a essere una di quelle persone che passano la vita a provarci.

In Nicholls mi sono visto come attraverso uno specchio deformante. Contemporaneamente e di colpo, ho avuto la consapevolezza di chi ero, sono, sarò. È troppo presto per immaginarmi a quarant'anni; ma intanto sorrido già ai bambini per strada, scorro le inserzioni degli appartamenti in vendita, ingollo pasticche di Bioscaline per prevenire la stempiatura. Scommetto che Emma e Dexter ci saranno anche allora, pronti a saltare fuori come una lettera d'amore dimenticata in India tra le pagine di Casa Howard; come un ritornello di musica leggera che, sparato di ritorno dalla gita scolastica, a sorpresa legherà me e i miei studenti in un canto intergenerazionale. Sono nato il 4 aprile: un detto popolare dice che, se piove quel giorno, pioverà per quaranta giorni. Il “giorno” di Nicholls cade il 15 luglio: i goccioloni a San Swithin sono sintomatici di un'estate piovosa. Coincidenze, dite? A quindici anni credevo che i film, i libri, le canzoni cambiassero la vita. A ventinove, mi davo dell'illuso. A trenta ho espresso un desiderio: non svilire mai la meraviglia degli adolescenti che siamo stati. A giudicare dalla sommessa euforia di questa rimpatriata, ho sempre avuto ragione. Ho riposto l'ombrello, piantato le candeline col numero trenta alla base della mia pianta grassa: sarà una primavera serena. Em e Dex, mancate sempre. Mancate già.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Smiths - There Is a Light That Never Goes Out

giovedì 21 novembre 2019

Recensione: Il potere del cane, di Thomas Savage

| Il potere del cane, di Thomas Savage. Beat, € 12,90, pp. 303 |

Ci sono soltanto due tipi di persone nel Montana di metà anni Venti. Quelle capaci di astrarre, che vedono figure sui fianchi delle montagne e nei cumuli vaporosi delle nuvole. E quelle, invece, che non si spingono mai oltre il proprio naso: goffe e terrene. 
In una località rurale degli Stati Uniti, in prossimità delle Montagne Rocciose, ad esempio c’è questa collina: aguzzando lo sguardo puoi notare un cane che corre verso destinazioni ignote. Tu riesci a distinguerlo? La differenza delle percezioni esemplifica ad arte il divario caratteriale tra i fratelli Burbank. Quarantenni, felicemente scapoli, Phil e George vivono in una fattoria dove non si contemplano né sprechi né servitù.

«Mi ha insegnato un sacco di cose. Mi ha insegnato che se hai fegato puoi fare qualsiasi cosa, fegato e pazienza. L’impazienza è un lusso costoso, Peter. Mi ha insegnato a usare gli occhi, anche. Guarda là. Che cosa vedi?». Peter alzò le spalle. «Tu vedi il fianco della collina. Ma Bronco, quando guardava quella collina, sai cosa vedeva?». «Un cane» disse Peter. «Un cane che corre».
Benché siano stati i primi a godersi il privilegio della luce elettrica in tutta la vallata, si atteggiano a cittadini umili – più braccianti che proprietari terrieri, più servi che padroni – in nome di un connaturato senso di modestia. Hanno una tinozza, ma fanno il bagno nel lago. Rifiutano garze o cerotti, preferendo far seccare le ferite all’aria. A stento, di tanto in tanto, acconsentono a cene di gala o alla velocità delle automobili. Ma tanto Phil è acuto e poliedrico, quanto George è apatico e raggirabile. 
Se il primo, con hobby che vanno dagli scacchi al benjo, ha conservato lo spirito giocoso e smaliziato di un bambino cresciuto, l’altro ha la lentezza dei lavoratori con il cuore più grande del cervello. Con i genitori che trascorrono la vecchiaia a Salt Lake, i Burbank smussano la terra, spostano i buoi, parlano dei tempi andati. Non sanno che la tappa obbligata in quel di Beech, con la mandria che intanto solleva sbuffi di polvere e gli esercenti che si rimboccano le maniche per rifocillare gli uomini, spezzerà per sempre il ritmo delle loro comode consuetudini. Come spesso capita, a cambiare le carte in tavola è l’arrivo di una donna: vedova di un medico fragile e amorevole, la bellissima Rose possiede una locanda infestata dai fantasmi e un figlio adolescente, Peter, che attira lo scherno dei bulli. La gentilezza di George conquista Rose e si sposano senza dirlo ad anima viva. Da un giorno all’altro si trasferiscono nel ranch di famiglia, accompagnati a ogni passo da quel ragazzino con le scarpe immacolate e i Levi’s odorosi di cloroformio, incuriosito dai segreti della natura tutt’intorno. La convivenza dei quattro sarà infernale. Gelosie, dispetti per primeggiare sugli invasori, attenzioni morbose, silenzi a tavola che hanno del brutale.

«Mio figlio non è una femminuccia». 
«Lo dicono tutti gli altri ragazzi». «Perché legge. Perché pensa».

Una narrazione ad ampio respiro, meticolosa nelle descrizioni paesaggistiche e chirurgica nell’indagine degli spaventosi coni d’ombra degli attanti, hanno fatto del Potere del cane un classico da riscoprire. La voce distesa e pacata dell’autore americano, rivalutato postumo, è un metronomo che scandisce con precisione i capitoli di un conflitto interpersonale devastante perché sottaciuto, che per tutto il tempo ribolle come magma mortifero sotto la superficie delle cose. Ci illumina per fortuna la postfazione di Annie Proulx: l’autrice di Brokeback Mountain riconosce al collega scomparso il merito di aver sdoganato il tema dell’omosessualità negli ambienti western – nell’immaginario, simbolo per eccellenza di machismo – e i meccanismi di difesa che trasformano un’attrazione negata in omofobia. Erano gli anni degli indiani confinati nelle riserve. Di conquistatori venuti da lontano, ammaliati dalle ricchezze dell’Ovest, e infine tornati all’ovile con la coda tra le gambe. Della legge del più forte. Ci sono prese di coscienza, allora, che personaggi come Phil negano a loro stessi. Il primogenito, vissuto all’ombra di un mentore che non smette mai di celebrare a parole, nasconde qualcosa di diverso dalla semplice emulazione dietro il desiderio di fondersi con Bronco Henry: di essere con lui, come lui. La vergogna diventa prima intolleranza verso i giovani mandriani, traviati dalle fantasticherie del cinema; poi un odio viscerale verso la cognata, moglie trofeo che inconsapevolmente incarna quello che Phil si nega – il sesso, l’amore, la normalità. Sopravvissuta alla guerra e al proibizionismo, Rose è tormentata dalle risate crudeli del parente acquisito e non bastano né il pianoforte né l’hobby dell’origami a salvarla dalla prigionia di una stanza rosa confetto in cui l’ozio si rivela essere amico del vizio.

Ma Phil sapeva, Dio se lo sapeva, cosa significava essere un paria, e aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui.
In un microcosmo inquieto e affascinante in cui ho ritrovato le dinamiche di Abbiamo sempre vissuto nel castello, la potenza di Savage crea sismi – tanto forte è la tensione sessuale da sfogare, con le buone o con le cattive – e una tragedia moderna che vibra delle stesse scosse elettrostatiche che anticipano i temporali. La rivelazione dell’ultima pagina, senza anticiparvi troppo, vi lascerà a bocca aperta come davanti a un giallo. Ne trarrà un film Jane Campion, con Benedict Cumberbatch, Paul Dano e Kirsten Dunst.
In Montana la terra strappata ai pellerossa era una discarica a cielo aperto, dove le gazze banchettano tra l’immondizia e gli scarti di macelleria. Laggiù, si diceva, il sangue era il miglior concime. Ne scorre tanto in questa storia, improntata com’è sulla crudeltà di Madre Natura e su quella imprevedibile del cuore degli uomini. Può crescere fertile, così, un capolavoro sui sogni d’evasione irraggiungibili come stelle e i rischi dell'incomunicabilità. Nel silenzio generale il non detto diventa un segreto, infatti: oggetto di ricatto e manipolazione psicologica. È un piccolo mondo antico da liberare dalla morsa della nostalgia, in cui il passato è impossibile da proporre e il presente è duro da accettare. È la fine dell’età dell’oro. Vecchio e nuovo possono convivere in pace, o il secondo rimpiazzerà violentemente il primo nell’incessante divenire del progresso?
Il mio voto:  ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Hozier - Dinner & Diatribes 

sabato 16 novembre 2019

Recensione a basso costo: La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo

| La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo. Beat, € 9,90, pp.350 |

Le ragazze vanno e vengono, si dice, gli amici restano. A lungo è stato questo il mantra di un inseparabile quartetto di compagni di merenda, inquadrati qui in un ventennio di amicizia. Si sono conosciuti negli anni del liceo e dell’arruolamento militare. Quelli dell’indipendenza politica di Israele dalla Gran Bretagna. Quelli dell’indipendenza economica da famiglie, talora, oppressive e provinciali. Insieme si sono trasferiti dalla piccola Haifa a Tel Aviv, ognuno in cerca della propria affermazione in un Medio Oriente ricco e al passo, più vicino a noi di quanto immaginiamo. Gli opposti si attraggono. I protagonisti, apparentemente troppo diversi per andare d’accordo, compongono così una squadra vincente: di quelle da non cambiare mai. Che differenza passa tra una storia d’amore e una d’amicizia? Richiedono entrambe una costruzione lunga e faticosa. Ricordi condivisi, gioie e dolori, tante risate e sporadici abbracci. Un passato che spesso non ci è dato conoscere.
Il bravissimo Eshkol Nevo, atteso al cinema con la trasposizione di Tre piani a cura del nostro Moretti, ci regala il privilegio di entrare a far parte per un po’ del loro circolo elettivo. Purtroppo non ho grandi amici, soprattutto maschi. Ne so poco di cameratismo, partite di pallone e giuramenti solenni. Avrei potuto mantenere le distanze con Yuval e gli altri,  ma a sorpresa li ho profondamente invidiati. Provando un affetto che raramente riservo agli sconosciuti, meno ancora ai personaggi di finzione.

Ci poniamo delle mete, ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate.
Ci sono Churchill, il leader del gruppo, soprannominato così per le arringhe appassionate del suo mestiere di avvocato; il dolce Amichail, marito di Ilana e genitore di due gemelle, che filosofeggia di medicina alternativa ma si gode intanto il ruolo di “mammo”; Ofir, pubblicitario in crisi esistenziale che all’improvviso scopre i pregi della spiritualità accanto alla danese Maria; infine il narratore. L’osservatore interno di cui finisci sempre per scordarti il nome. Un personaggio in disparte, nell’ombra giacché timidissimo, che con una certa amarezza mi ha ricordato proprio il sottoscritto. Basso, asmatico, spaiato, Yuval li guarda, li adora, pende dalle loro labbra. Rischia di vivere attraverso le azioni degli altri però; di rimanere indietro. Non lo taglieranno fuori quando saranno troppo felici, oppure troppo presi dai doveri familiari? A unire il quartetto non è soltanto un’invidia malcelata, ma un patto fatto davanti alla tivù. Guardando i Mondiali di calcio hanno scritto su un foglietto un paio di desideri a testa; ne hanno letto uno ciascuno, ma hanno giurato di scoprire gli altri al prossimo Mondiale, quattro anni dopo. 
Ci si mette la vita di mezzo, abile a mescolare le carte in tavola. Ci si mettono donne che somigliano alla fascinosa e incostante Yaara: fidanzata col narratore, passa presto tra le braccia di Churchill seminando imbarazzi e musi lunghi. Soprattutto perché sposarla era uno dei sogni per il futuro di Yuval. Tutto, allora, è perduto? 
I personaggi vivono in un’era senza social, dove i compagni di scuola persi di vista diventano leggende metropolitane. Per loro rrivano i trent’anni, e con essi il profondo senso di sconforto che portano con sé. A Tel Aviv si inaspriscono i conflitti fra ebrei e palestinesi. I topi di campagna si trasformano in topi di città, gli amori si avvicendano – per separazioni o lutti sconcertanti –, l’armonia è messa in pericolo.

Per fortuna che ci sono i Mondiali, così il tempo non diventa un blocco unico, e ogni quattro anni ci si può fermare a vedere cos’è cambiato.
Da traduttore a autore, ossessionato dalla scadenza dei famosi quattro anni, il protagonista diventa un custode di confessioni, confidenze, memorie. Rincasa da solo, in un appartamento angusto e senza bambini, e fa di quell’amicizia un’oasi felice in un mondo cinico e ostile. Ma se l’inciviltà regna, è possibile preservare l’armonia in un paese che è una maledetta polveriera? Meglio restare oppure fuggire per ricominciare altrove? E questo monologo, in definitiva, cos’è: un requiem oppure un messaggio di speranza?
Fatta eccezione per una mesta parentesi dedicata alla malasanità e per gli stralci superflui della tesi del protagonista, esperto di filosofi che all’ultimo hanno cambiato opinione, La simmetria dei desideri è una commedia agrodolce che fa il bello e il cattivo tempo, ridere e piangere insieme. Nella descrizione millimetrica dell’incedere impietoso del tempo e della persistenza dei sentimenti mi ha ricordato il miglior Nicholls. Ai picchi di ilarità rispondono infatti buie voragini di depressione: momenti sorretti da un’idea di partenza brillante giacché assai plausibile.
Lo sviluppo, lineare e senza particolari guizzi, è di quelli non guidati dalla grandezza degli eventi bensì dalla potenza comunicativa di un cast di personaggi indimenticabili. Per realizzare i loro desideri, i quattro si pestano i piedi, imbrogliano, se li rubano a vicenda. Ma la scrittura di Nevo è così vibrante da bilanciare qualsiasi disparità e da dare voce al membro più marginale della comitiva. Fa goal, infine, con un post scriptum da lacrime. 
Avete scommesso attentamente su quale squadra puntare? La più bella e affiatata di questo campionato, di quest’anno di libri, è in trasferta dal Paese che non ti aspetti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – La leva calcistica della classe ’68

venerdì 29 luglio 2016

Recensione a basso costo: I Gillespie, di Jane Harris

E io, oltre a portare la colpa di essere femmina, avevo un'aggravante: ero nubile.”

Titolo: I Gillespie
Autrice: Jane Harris
Numero di pagine: 508
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Nella primavera del 1888, in seguito al decesso della zia da lei amorevolmente accudita, Harriet Baxter decide di lasciare Londra e viaggiare alla volta di Glasgow. Trentacinque anni, nubile, una piccola rendita annua cui attingere, Harriet arriva nella seconda città dell'Impero nell'anno dell'Esposizione Internazionale. Durante una passeggiata in una giornata insolitamente calda, Harriet soccorre una distinta signora di circa sessant'anni stramazzata al suolo per un malore sconosciuto. Qualche giorno dopo si ritrova a onorare l'invito, elargito in segno di riconoscenza per il suo bel gesto, a casa dei Gillespie, la famiglia della donna soccorsa. Ci sono Elspeth, l'esuberante madre del padrone di casa; Mabel, la figlia di Elspeth inacidita per essere stata abbandonata sull'altare; Kenneth, il figlio belloccio tormentato da un segreto inconfessabile; Annie, la dolce moglie del padrone di casa alle prese con l'educazione di due figlie; il padrone di casa, Ned Gillespie, un giovane, geniale pittore dai tratti meravigliosamente regolari e piuttosto avvenenti, e una punta di tristezza negli occhi blu oltremare. L'incontro con Ned Gillespie risulta fatale per Harriet Baxter. In lei si fa strada la convinzione di dover salvare Ned Gillespie. Salvarlo dalla sua indigenza, che gli impedisce di dare libero sfogo alla sua creatività, e salvarlo dalla sua turbolenta famiglia. Una convinzione che, come ogni ossessione, trascina inevitabilmente dietro di sé l'ombra della tragedia.

                                                   La recensione
Nella Londra degli anni Trenta, Harriet Baxter – arzilla ottuagenaria coinvolta, decenni prima, in un misterioso caso di cronaca nera -, decide di lavorare a un'autobiografia, mentre l'immaginazione galoppa, la salute la abbandona e la sua domestica, Sarah, diventa fonte di sospetti. Quale tremenda cicatrice nasconderà sotto le gonne, voluminose e scure anche in piena estate? Quanto la tradisce un accento che ricorda all'anziana il suo lungo soggiorno a Glasgow, nella primavera del 1888? Chi è la sua aiutante e, domanda che preme ancora di più, chi è davvero questa paranoica, intrigante vecchietta? Un'occhiata al suo memoriale, ed eccola lì, trentacinque anni appena, visitatrice di una Scozia che, sul finire del secolo, ospitava le invenzioni straordinarie, le curiosità e le ricchezze dell'Esposizione Internazionale. A passeggio, per caso, salva un'appariscente matrona dal soffocare. Ed è per caso che, piena di riconoscenza, la donna a cui ha prestato aiuto la invita prima per il tè, poi per il pranzo, fino a rendere Harriet un'ospite ricorrente. La matrona, pettegola e vanagloriosa, è la mamma di Ned, artista emergente che – per caso, si capisce – la turista ha già conosciuto a un vernissage, in Inghilterra. Quant'è piccolo il mondo. E ampio e accogliente, al contrario, è il salotto dei Gillespie: Harriet si mette comoda; li osserva, affascinata. Il pittore e Annie, moglie mite e protettiva, sono i genitori di due bambine che mettono a soqquadro lo studio, disturbano il papà a lavoro, ricercano attenzioni: se Rose è un cherubino, però, la maggiore, Sibyl, è al centro di incidenti, fenomeni inspiegabili, sinistri episodi di violenza. Intossicazioni alimentari, disegni osceni sui muri, cocci di vetro nel letto della secondogenita. Gesti inquietanti, scherzi da bambini; finché non accade l'irreparabile. E ci sarà un processo che, a distanza di mezzo secolo, il Regno Unito non scorda ancora. E una famiglia borghese consumata lentamente dall'interno; smantellata. Voluminoso e di altre epoche, impegnativo solo all'apparenza, il romanzo di Jane Harris era un mattoncino in edizione Beat – il dorso rosa antico e la bellezza di cinquecento pagine complessive – che, da un po', prendeva polvere nella pila di libri intonsi perché temibili. L'ho letto in pochi giorni, invece: nonostante la lentezza degli inizi, qualche pagina in eccesso e il mio scarso feeling verso le letture in costume, che fanno il verso ai romanzi d'appendice. 
La Neri Pozza è la quintessenza dello stile, storia vecchia, questa, e il dipinto di Sargent in copertina – quotidiano, eppure oscuro, con le ombre fittissime e una bambina spettrale che ci guarda dritti in faccia – promette un intrigo contorto, che parla di pittura, bambole di ceramica e domestiche dalle orecchie lunghe. Per fortuna, non si smentisce neanche un po'. Strane, le mie letture sotto l'ombrellone: non tra le più semplici. Quando dedicarsi ai romanzi più corposi, però, soprattutto se di sicura qualità, se non nei mesi in cui le giornate si allungano e il tempo, abbondantemente, avanza? Tempo passato bene, quello in casa Gillespie. Tempo che scorre in fretta, se il solito giallo storico, in realtà, ha dalla sua una voce insolita. Ciò che rende peculiare il romanzo della Harris, e in parte profondamente antipatico, è infatti questa signorina Baxter, che non ha il dono della sintesi, eppure glissa su dettagli compromettenti e rigetta le accuse. I Gillespie è la sua vendetta; la sua versione dei fatti. Tutto ruota attorno a lei, e tutto è un perpetuo enigma. Non è la persona migliore su cui fare affidamento: egocentrica e sospettosa, manipolatrice, in barba all'attinenza al vero. Abbondano le coincidenze, non si contano i passi falsi, la si odia per fantasiosi doppi giochi che fanno perdere il sonno: è il burattinaio insospettabile in una storia di ossessione. Non la racconta giusta. Oppure sì? 
Mitomane, o vittima del fato – e del pregiudizio dei suoi tempi? Harriet Baxter è nubile, autosufficiente, dimessa e donna, in una società che punta il dito facilmente e, con un nonnulla, potrebbe far passare una quieta amica di famiglia per una mantide religiosa. La generosità nei riguardi di Ned, fascinoso e sposato, talentuoso ma distratto, ha un secondo fine? Sono forse un trabocchetto le metaforiche caramelle che tende alle discole figlie del pittore? Non si accettano regali dagli sconosciuti, ma Harriet è un viso familiare; una zia, quasi. Chi può dire, tuttavia, di saperla leggere davvero? Il gioco della nostra narratrice bugiarda si protrae a lungo: come ogni gioco, forse, sarebbe stato meglio se di breve durata. Ma in un romanzo che di “forse” vive e muore, i miei vengono chiusi in gabbia. Le chiavi le tiene la donna che, se fossi esperto di alberi genealogici e dintorni, una piccola indagine ci rivelerebbe essere antenata della crudele (ma irresistibile) Amy Dunne. I Gillespie è L'amore bugiardo ai tempi del Vittorianesimo, per molti versi. Uno straordinario esercizio di stile, meticoloso e, a tratti, crudelmente divertente, in cui Jane Harris parte da uno spunto semplice e accattivante – cedere la parola a una nobildonna sotto accusa -, portato, qui, alle estreme conseguenze. Non c'è spazio che per la voce di Harriet, tra le pagine, e il dubbio persiste: quale ruolo ha avuto, esattamente, nelle inspiegabili tragedie che hanno coinvolto una sfortunatissima famiglia scozzese? Non lo sapremo mai con certezza: confusi da un sorriso sornione; soggiogati da una prosa che ci rivolta da così a così, tanto che è incalzante.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Big Eyes

venerdì 1 aprile 2016

Recensione a basso costo: Sorella, di Rosamund Lupton

Ripenso alla prima lettera che mi hai scritto, quella con l'inchiostro invisibile, e al fatto che da allora l'affetto ha il profumo di limone. E, mentre penso a te e ti parlo, riesco a respirare di nuovo.

Titolo: Sorella
Autrice: Rosamund Lupton
Editore: Beat – Giano
Numero di pagine: 379
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Cinque anni separano Beatrice Hemming, la primogenita, da Tess, sua sorella. Cinque anni segnati dalla condivisione di un lutto incancellabile - la morte di Leo, il fratellino portato via da una malattia genetica - e da un abisso di forme di vita, personalità e aspetto fisico tra le due sorelle. Account director in un'agenzia newyorchese, con elegante appartamento nella Grande Mela, Bea è sempre stata la sorella matura e importante, la maggiore capace di sgridare la sorellina minore capricciosa e irresponsabile e di condurla sulla retta via. Tess, invece, è sempre stata una bellissima, impulsiva, solare creatura. Una ragazza impaziente di vivere che, in nome dei suoi sentimenti, non ha esitato un solo istante ad avventurarsi in una relazione clandestina con uno dei suoi tutor al college d'arte londinese in cui studia, un professore, per giunta, che ha quindici anni più di lei ed è sposato da tempo. Quando apprende, perciò, dalla madre che Tess è irrintracciabile al lavoro e a casa da ben quattro giorni, Bea prende il primo volo per Londra, ma non si angustia più di tanto. Certo, sua sorella è incinta e il tutor, il padre del nascituro, si è chiuso in un ipocrita "riserbo", tuttavia Bea sa che Tess non è una ragazza cosi avventata da mettere a repentaglio la sua vita e quella del suo bambino. Qualche giorno dopo che ha messo piede a Londra, una terribile notizia raggiunge, però, Bea. La polizia la informa di aver rinvenuto il cadavere di Tess a Hyde Park...
                                            La recensione
Mi è parso di sentire la mia voce che ti chiamava. O il tuo nome era in agguato nel silenzio?”
Beatrice usa il secondo dei suoi due nomi di battesimo, perché ha sempre pensato le si addicesse di più, e torna a Londra da New York, nella sua seconda casa, perché Tess è scomparsa da qualche giorno e lei pensava di conoscerla, sua sorella, più di ogni altra persona al mondo. A separarle, cinque anni e, in mezzo, un oceano. Ma tra i ventuno e i ventisei, in fondo, la differenza è meno di quanto sembri e, se ci si vuole bene come loro, ci sono email e lettere vecchio stile, telefonate che sfidano i fusi orari e i biglietti last minute per non fare dell'Atlantico un ostacolo insormontabile. La prima si è stabilita negli Stati Uniti e, inglese doc, ha fatto suo un pezzetto di sogno americano: il posto fisso, un brillante all'anulare e, inevitabili anche nei sogni, i compromessi della lontananza. L'altra, invece, studentessa universitaria e spirito libero, vorrebbe fare l'artista a tempo pieno e, bella senza fronzoli e felice senza legami, aspetta un bambino da un uomo che, già sa, non lo riconoscerà come figlio suo. Un futuro da madre single, però, le fa molta meno paura dei giudizi dei parenti – che tra lei, scapestrata, e la responsabile Bea hanno sempre fatto impietosi confronti – e di messaggi inquietanti in segreteria. Per fortuna c'è quella giovane donna mai troppo irraggiungibile, sangue del suo sangue, che non le punta il dito contro e mai le dà consigli che non siano a fin di bene. Per Bea, quella della sorella maggiore, è una professione per pochi. Quando la chiamata di un genitore preoccupato le fa andare la cena di traverso e Tess, dal cellulare spento, non è lì a tranquillizzarla, giunge sul luogo della sparizione. Che, in fretta, si trasforma in luogo del delitto: transenne, nastri gialli, fiori imbustati attorno a un bagno inutilizzato, a Hyde Park. Lì, le assicurano, Tess ha scelto consapevolmente di morire: si è tagliata le vene sulle mattonelle scheggiate. Come destreggiarsi tra un funerale che ci prosciuga e giornalisti che ci assediano? Come dimostrare che una pittrice gaudente e spigliata non avrebbe mai rinunciato alla propria vita? Romanzo di esordio della britannica Rosamund Lupton, opera prima bellissima, Sorella torna in libreria in edizione tascabile, dopo anni di corteggiamenti e metti-e-togli dai carrelli di Amazon, con la notizia di una trasposizione cinematografica in programma – circolava il nome di Emily Blunt – e lettori ritardatari che, cinque anni dopo, gli si avvicinano coi sesti sensi in allerta. Perché, ve lo avranno garantito anche recensioni più puntuali della mia, non è il solito giallo. 
Partiamo dalla struttura, particolarissima: voce narrante è una Bea provata e stanca, ma che ha visto trionfare la giustizia, all'indomani dell'arresto di un colpevole che, fino alla fine, noi non conosciamo. Si racconta a un avvocato gentile e comprensivo, che la vizia con i tè nei bicchieri di polistirolo e il calorifero acceso, in preparazione al processo. Parlerà di Tess in vita e in morte, di come ha smascherato il suo assassino giocando a fare la detective, e nel frattempo parlerà a lei. Sorella, infatti, fa tesoro di un espediente struggente e originale. Le sue quasi quattrocento pagine altro non sono che una lunga e privata lettera alla sorella, presunta suicida. Come scusarsi per il ritardo, farsi perdonare – e perdonarsi, soprattutto – se si è vivi e vegeti, mentre l'altra dorme su un letto di terra? Come dirlo agli inquirenti, ai reporter, che le donne della famiglia Hamming hanno conosciuto una volta il dolore e che non avrebbero voluto dispensarne altro, evitando di scoperchiare vasi di Pandora? Emerge così, con un'emotività disarmante e un brutto mistero da svelare, un ritratto di solidarietà femminile e sorellanza, che esula dai sentieri del thriller tradizionale e sfocia nei territori di una narrativa straniera che, tanto accurata e personale, può essere soltanto Neri Pozza e dintorni. Tra Bea e Tess, infatti, si stagliano l'ombra di un fratellino morto di fibbrosi cistica – male ereditario ma forse curabile, che pietrificherebbe qualsiasi donna in attesa – e tutta una serie di personaggi, ora affabili e ora sospetti, che la supersiste eredita dall'estinta. 
Un collega di studi infatuato ai limiti dell'ossessione; un tutor attempato, seducente e traditore; un padrone di casa burbero ma generoso; una ragazza dall'inglese stentato e dalle intenzioni pure, Kasia, che coi suoi modi spicci e la femminilità che le esplode da dentro è, per la donna in cerca di risposte, un memento vivere. Come ha fatto la protagonista a smentire le voci di una psicosi post-partum? Quali prove le hanno fornito i vestitini che Tess non avrebbe potuto permettersi, una finestra spaccata e quadri che esprimevano il disagio? Diamo per certo, infatti, che il caso – ormai archiviato – sia ormai un capitolo chiuso. Sotto quello e altri fronti potrebbero esserci colpi di scena, pensati da una narratrice nostalgica e in lutto, che ha studiato Letteratura Inglese al college e, a giusta ragione, può riempire di piccolezze la sua lettera a cuore aperto. Bea imparerà a lasciarsi andare a ciò che viene; a scoprire – nelle sfumature di giallo – il brivido dell'avventura. A conoscere meglio la sua metà scomparsa, e se stessa. A piantare le giunchiglie, ché servono il terriccio caldo e una dose abbondante di pazienza, e a godersi il miracolo della primavera. A decriptare i LOL – non lot of love, bensì laugh out loud – nel piacere della corrispondenza. Londra è gelida e Sorella, a tratti, come d'altronde suggerisce la copertina, è un medical thriller sotto la neve; neve che copre le orme dei cattivi. Ma, molto più che a tratti, è una lettura emotivamente carica, accorata e coinvolgente, che mi ha ricordato una variazione sul tema dell'autobiografico (e prolisso, nonostante le lacrime ballerine) I miei piccoli dispiaceri. E gli si perdona, dunque, un colpevole smascherato in anticipo, ma non il fatto di averci chiuso in una morsa - quando, quanto e come gli pareva - il cuore.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Skunk Anansie – You'll follow me down 

mercoledì 29 luglio 2015

Recensione a basso costo: La ricchezza, di Marco Montemarano

Io sono accucciato dietro di loro e la mia faccia spunta dalla cornice formata dai loro fianchi. Sembra un fotomontaggio. E ora so che se mi sono infilato tra loro è perché non ho una vita mia.

Titolo: La ricchezza
Autore: Marco Montemarano
Editore: Beat – Neri Pozza
Numero di pagine: 271
Prezzo: € 9,00
Sinossi: A quindici anni Fabrizio Pedrotti è già un gigante. È bello, è un leader. A scuola è attorniato da una folla di cortigiani, e il mondo gli si srotola ai piedi come un tappeto. Un giorno del 1975, nel corridoio di un liceo romano, Fabrizio sceglie Giovanni come amico. Gli mette una mano sulla testa e lo elegge a suo scudiero. Poi lo ribattezza Hitchcock e lo accoglie nella cerchia più intima della sua famiglia. Nel lussuoso appartamento dei Pedrotti, Giovanni-Hitchcock si muta nel testimone della vita dell'intero nucleo familiare. Riesce a scorgere il padre, un onorevole perennemente assente da casa, in una imbarazzante intimità; si rende subito conto della svagata cortesia ed estraneità della madre; stringe amicizia con Mario, il fratello minore, un ragazzo gracile, un fantasma in pantofole che rasenta i muri aprendo e chiudendo in silenzio le porte; ha una relazione clandestina con Maddalena, la seducente sorella; e infine apprende il lato nascosto, la zona d'ombra del rapporto tra Fabrizio e il fratello. Al fianco dei Pedrotti, Giovanni abbraccia completamente l'identità di Hitchcock. Al punto tale che si convince persino di aver determinato la rovina e l'infausto destino di Fabrizio, Mario e Maddalena con un atto scriteriato. Finché, con il trascorrere degli anni, e l'irrompere della maturità, la verità dei Pedrotti e di Hitchcock, il loro scudiero, gli appare sotto una luce inaspettata e sorprendentemente diversa.
                                                 La recensione
Gli anni ottanta sono appena iniziati e Giovanni, diciassettenne silenzioso e spaventato dalla povertà, arriva in motorino, con un amico ripetente aggrappato alla schiena per i troppi scossoni, davanti al cancello dell'onorevole Pedrotti. Casa di notizie in prima pagina, auto blu, privilegi sconosciuti, alberi altissimi. 
Soprattutto, il posto in cui incontrarsi per vedere una partita decisiva, sulla televisione a colori dei tre figli dell'insigne politico. Il giorno dopo, una telefonata e la notizia che il signor Pedrotti è morto. 
E la sensazione, per via di uno scherzo, di avere a che fare con la sua grottesca dipartita. E con la sfortuna che, dopo il funerale del patriarca, perseguiterà a vita i suoi orfani, eredi di un impero dai giorni contati. Cosa è successo, in quella sera deformata dal senso di colpa? Cosa sarà di Fabrizio, il gigante; di Mario, l'incompreso; di Maddalena, la zingara ribelle? Una foto lasciata lì a prender polvere - e una foto come quella in copertina, su un prato un po' verde e un po' in bianco e nero, quando si poteva essere compagni di giochi nonostante tutto e provare a somigliare a un Battisti, a un Lennon, a un Dustin Hoffman - e, secondo il più classico degli espedienti, lasciare che i ricordi vengano a galla e che passato, presente e futuro camminino su strade adiacenti. Verso nuove mete, in un Paese dai cervelli già in fuga, e amici a cui, nonostante il peso dei segreti e la lontananza, si continua a volere tutto il bene del mondo. Vincitore, due anni fa, del prestigioso premio Neri Pozza e prima opera che leggo di un Marco Montemarano che scopro qui, bravissimo, ma a breve nuovamente in libreria – e sul mio comodino, per forza - con un nuovo titolo e la protezione del suo vecchio editore, La ricchezza è uno di quei titoli che ho scoperto in ritardo, complice l'uscita della versione economica, e che, se non avessi agito d'impulso, probabilmente non avrei mai letto. 
Mi lascio intimorire con facilità. Da certi editori appannaggio di pochi, da scrittori italiani che sul mio blog avranno sempre un posto speciale anche se spesso peccano di presunzione, da trame che si annunciano decisamente impegnative. Invece nel calore di un pomeriggio che mi voleva morto, all'ora di punta, arrabbiato non ricordo più per quale motivo – ma dovevo esserlo parecchio, per scendere in spiaggia alle due e mezza e gettare il necessario alla rinfusa, nel mio zaino grigio – ho preso un volumetto della Beat dalla pila pericolante di libri intonsi e, giusto perché era abbastanza sottile da starci bene tra la bottiglia d'acqua e l'asciugamano, l'ho portato appresso. Parlava di un poveraccio amico di tre nababbi della Roma bene, degli imprevedibili giochi del destino, di legami che – dagli anni settanta a oggi, dai Parioli all'America Latina – non si sfilacciavano. L'amicizia di quello strano quartetto – un gigante scherzoso, un fratello minuscolo allergico al solletico, un'esotica sorella maggiore per cui il sesso segue un codice nascosto, un intruso accolto in salotto per i compiti in classe e goffi esperimenti sotto le lenzuola, cavia di smaliziate adolescenti – è come un elastico: tiri forte e non si rompe, almeno non subito. Al massimo, quando lo lasci andare, ti ferisce le dita della mano. Ti lascia un segno viola. Intorno a me la gente parlava - a fine luglio scendono i turisti, e il lido balneare è un mercato di accenti diversi, karaoke, vucumprà – e l'unica fuga possibile erano dunque le cuffie dell'mp3. La musica che dico io, anche se non è in rima con quella ascoltata all'epoca dei figli dei fiori, anche se poi mi metto a canticchiare tra me e me con il rischio di perdere il filo. Ho capito quanto La ricchezza fosse diretto, vivace e bello nel momento in cui è risultato, nella sua studiata semplicità, più forte di tutto il resto. Grazie a quel che mi faceva all'inizio dubitare, poi rivelatosi pura soddisfazione: un marchio che non delude, un professionista che ha capito che la franchezza coinvolge più di qualsiasi parola ardita, una vicenda poco politica – ho pensato a un Grande Gatsby cacio e pepe, a un'Espiazione raccontato da un Briony al maschile; le testate giornalistiche citano però Moravia e altri grandi di cui sono ahimè a digiuno – anche se, alla fine, cosa richiede maggiori strategie di un'amicizia che resiste?
Un narrazione, questa, esempio della nostra ricchezza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lucio Battisti – La canzone del sole

lunedì 20 luglio 2015

Recensione a basso costo [libro e film]: Le domande di Brian - Starter for 10, di David Nicholls

Forse è meglio pensare alla conversazione come a qualcosa di simile all'attraversamento di una strada; prima di aprir bocca dovrei prendere qualche secondo per guardare in entrambe le direzioni, e soppesare attentamente quello che sto per dire. E se significa che dovrò passare qualche secondo in più fermo sul metaforico marciapiede della conversazione, guardando a destra e a sinistra, e sia, perché è chiaro che non posso continuare a lanciarmi alla cieca in mezzo al traffico. Non posso continuare a farmi investire in questo modo.

Titolo: Le domande di Brian
Autore: David Nicholls
Editore: Beat Edizioni
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 9,90
Sinossi: È il 1985 quando Brian Jackson approda all'università di Bristol. Buffo e imbranato come tutte le matricole, imberbe diciottenne innamorato di Kate Bush e della sua musica, Brian cela una grande dote: sa rispondere a tutte le domande dei quiz. Un formidabile asso nella manica che gli consente di sbaragliare tutti alle selezioni di Bristol per la formazione della squadra da spedire all'"University Challenge", il popolare quiz televisivo che vede i college inglesi in gara tra di loro. All"University Challenge" Brian si imbatte nel primo grande problema della sua vita: Alice Harbinson, bella, leggiadra, femminile, sensuale, con i genitori così upper class e così anticonvenzionali. In una parola: irraggiungibile! Per la splendida Alice, Brian perde la bussola, ignora gli amici, combina disastri e trascura Rebecca, la ragazza impegnata che sa apprezzare il suo fascino di giovane colto e sensibile e che considera Alice una gatta morta che disonora l'intera storia del femminismo.
                                       La recensione
David Nicholls, a occhio e croce, è uno dei miei autori preferiti. Ha scritto poco, ma mi ha sempre dato tanto. Possibile? Possibilissimo, se gli Emma e Dexter di Un giorno – arrivati anche al cinema – nessuno se li scorda più e se la sua ultima fatica, Noi, si era rivelata una perla on the road che di strada ne percorreva tanta, fino a collocarsi tra il dramma familiare e la leggerezza del viaggiare senza meta. Prima della maturità, romanzi più modesti: Il sostituto, simpatica commedia su un aspirante star del teatro destinata alle porte sbattute in faccia, e – procedendo al contrario – Le domande di Brian. L'esordio che ho recuperato solo adesso. L'ho acquistato su Libraccio per pochi euro, mesi fa, nell'edizione Sonzogno: una versione vintage – sfortunatamente diversa da quella tascabile, con l'adorabile copertina che si sposa con gli altri romanzi della lista – per una storia vintage. Gli anni '80 e gli abiti con le spalline, la politica della Lady di Ferro e la gioventù in rivolta, le canzoni che non ci hanno mai abbandonato e quei quiz a premi che da noi, scomparso Mike Bongiorno, non sono stati più gli stessi. Quella volta in cui avevo il treno da prendere, l'ho visto lì, sul tavolino, pronto per l'uso, e ho deciso di portarmelo appresso. L'aria condizionata a palla nel vagone (miracolo), la giornata soleggiata ma non troppo (miracolo) e la Sessione Estiva che – nel viaggio di ritorno – non c'era più a procurarmi pensieri angosciosi (miracolo; traguardo) sono stati la morte sua, come si dice. Le domande di Brian è il romanzo da ombrellone perfetto o, se sei un fuorisede che va di fretta, la consolazione pre/post esame. Ambientato nell'Inghilterra di provincia degli anni più rimpianti in assoluto da chi è nostalgico per natura, è un romanzo di formazione con tutti i sacri crismi: voce fresca, triangoli amorosi, scuola e famiglia, rocamboleschi incidenti di percorso. Ma lo young adult secondo il nostro David Nicholls è un esordio spassoso, ma non troppo controcorrente, e una lettura piacevole senz'altro, ma poco imprescendibile. In parole povere: se volete leggere tutto dell'autore, mettete questo in coda. Mi aspettavo qualcosa di più, e forse è colpa mia. Ma ci ha abituati a cose più tutto – profonde, realistiche, toccanti – e quella, invece, è colpa solo sua. Nicholls scrive romanzi bellissimi, dunque davanti a un romanzo non brutto, semplicemente meno bello, carino, si resta un po' così. Vi direi una bugia, però, se affermassi che, durante la lettura, la cosa mi è pesata: il romanzo – e non si poteva pretendere diversamente, con al timone un autore simile – è divertentissimo, brillante, senza intoppi. 
Si ride e tutto, ma non si pensa granché: sebbene ci siano, gli spunti di riflessione sono gli stessi già suggeriti altrove. Oltretutto, poco familiare l'ambientazione, per me che sono abituato agli anni '80 dei Duran Duran e non di Kate Bush – la conosco, ma volutamente in modo superficiale: ha acuti così striduli e sottili che solo i cani percepiscono, e quando li sentono abbaiano come matti -, alle contestazioni pratiche e non agli scontri dialettici tra moderni Tory e Whig, alle grasse battute di un Animal House e non a un umorismo inglese davanti al quale le traduzioni italiane nulla possono e si procede, così, per note e asterischi. Però il protagonista eponimo – uno tipetto brufoloso e sbadato, che ama termini pomposi come “eponimo” e i pomposi film d'avanguardia – è una sagoma. Troppo imbarazzante per essere vero, Brian ha abbandonato la mamma vedova e i suoi scatenati migliori amici per il grande salto: il mondo universitario. In cui sogna di filosofeggiare per notti intere nel letto di ragazze splendide, di dormire in pittoresche mansarde come gli Scapigliati, di guadagnare centrimetri in altezza e bellezza aggiuntiva, di avere come amante una donna agèe, come in Il laureato. Al massimo, però, può ambire a un materasso sul pavimento – che non fa un futon, per la cronaca -, a due curiosi coinquilini che distillano birra in casa e al brivido della diretta tivù, grazie a un famoso quiz. Tra una figuraccia colossale e un vano tentativo di liberarsi le guance dall'acne, incontra Alice e Rebecca: si innamora della prima, angelica e popolare, e si lascia odiare dalla seconda, dark e scortese. 
Finché, in quasi quattrocento pagine, i ruoli si invertono, ancora e ancora: schiacciando il tasto rosso, lo sciocco Brian – che dice sempre la cosa sbagliata, nel momento sbagliato, all'interlocutore sbagliato – giurerà amore all'una o all'altra; alla testa o al cuore? Più ardua la risposta, mi domando, o reperire la versione cinematografica di quello che, in lingua, si chiama Starter for 10? Uscito dieci anni fa, ambientato trent'anni fa e destinato a esigui passaggi su Sky, da noi, con il titolo Il quiz dell'amore. Sul triste battesimo, stenderei rotoloni Regina di veli pietosi. Destino infelice per una commedia che in Patria è stata un successone e che ha il merito non da poco di avere (a) lanciato grandi attori britannici, (b) eliminato dal romanzo la ricerca della risata forzata, (c) trasformato quello che a volte aveva le esagerazioni di uno chick lit al maschile in una pellicola che, se fosse stata girata negli anni novanta, avrebbe avuto diritto, probabilmente, al più galante degli Hugh Grant. Non ci si può di certo lamentare, però, per la presenza di un giovanissimo James McAvoy – che potrei odiare, da presidente onorario degli impresentabili e degli impacciati, perché impersona un Brian assai meno impresentabile e impacciato, ma che appare abbastanza adorabile lì dove il personaggio originale era una mezza macchietta -, conteso dalla bambola Alice Eve e dall'affascinante Rebecca Hall – e sì, sono tutti più belli che nel romanzo, è il cinema!, ma almeno il triangolo appare meno inverisimile: è un idiota, lui, ma è un idiota che sembra James McAvoy. Tutt'intorno, allegri comprimari in mezzo ai quali spicca un Dominic Cooper che si atteggia a Fonzie, un irritante Benedict Cumberbatch, un tamarro James Corden. E con la sua colonna sonora da manuale – ma davvero, chi se la sorbiva la Bush? Meglio lasciare il posto, allora, a Smiths, Cure e compagnia bella – ha più orecchio, misura e una giusta dose di cultura generale che non guasta. Nicholls alla sceneggiatura, Tom Vaughan alla regia e – limitato l'esagerato – si raggiunge un appagante compromesso che suona, in definitiva, come la risposta esatta. Non badate alla semplicità delle domande, né alla prevedibilità delle risposte: dall'esterno noi potremmo essere anche certi di chi si metterà con chi, ma Brian è tutto un dubbio, tutto un'ansia. Un po' come capita nel rapporto tra me e i miei genitori, per capirci, quando li chiamo alla fine degli esami: da casa, erano tutti certissimi della mia promozione, ma a me che stavo lì, in corridoio, e tentennavo, e sudavo, e mi agitavo, chi assicurava che tutto sarebbe andato per il verso giusto? 
A volte, sarebbe bello darsi per scontati. 
Ma è così difficile farla facile.
Il mio voto: ★★★     Il film: 7
Il mio consiglio musicale: The Cure – Boys Don't Cry 

martedì 3 febbraio 2015

Mr. Ciak: Like Crazy, Gemma Bovery, I nostri ragazzi, Breathe In

Ciao a tutti, amici. Come state? Oggi, per riempire un vuoto lungo quasi una settimana, causa studio ed esami tragicamente imminenti, ho deciso di proporvi una puntata della rubrica Mr. Ciak – che ormai, quando le mie letture vanno a rilento e il blog è in stato comatoso, è un po' il mio jolly. In realtà, non guardo un film da tipo una settimana – e no, la mia maratona di How to get away with murder non vale: le puntate sono corte! - quindi vi parlo di cosa ho visto di recente. Avrei voluto aspettare, parlarvi di altro, perché tutti quei sette e tutti quei film già noti creano solo monotonia, ma boh. E poi se fino a quando non mi libero dalla sessione invernale non riesco a guardare più niente di niente? Quindi, se vi va, sorbitevi le mie chiacchiere sui drammi indie di Felicity Jones, sugli italiani che portano (bene) al cinema un romanzo straniero molto acclamato, sulla commedia francese che – con la bellissima Gemma Arterton e con l'intramontabile Flaubert – fa al solito faville. Un abbraccio, M.

Dopo la scoperta che una Felicity Jones al giorno toglie il medico di torno, ho dedicato una sera a Breathe In e quella direttamente successiva a Like Crazy. Invertendoli, guardandoli al contrario. Due visioni con la firma dello stesso Drake Doremus, con protagonista la stessa inglesina dagli occhi verdi verso cui a vent'anni ho sviluppato una cotta mostruosa, che manco alle scuole medie. Per i motivi sbagliati – ma la bellezza della Jones è poi un motivo sbagliato? - sono andato a ripescare molti dei suoi film che, non so nemmeno io il motivo, mi erano sfuggiti. Lei mi piace perché è lei e perché fa un genere vagamente di nicchia che ha sempre saputo toccare le mie corde segrete. E, a proposito di segreti, quando mi chiedevano “Ma Felicity Jones chi?”, io rispondevo “Quella di Like Crazy”, anche se Like Crazy non l'avevo mica visto. Tutti pensavano il contrario; io non davo smentite. Adesso però me lo chiedo. A cosa diamine pensassi, dove diavolo fossi, quando quattro anni fa al Sundance presentavano un film che anche allora mi sarebbe piaciuto. Riassunta, condensata, ma mai compressa a forza – violata – ci viene raccontata una storia d'amore nella sua interezza. Anna e Jacob si piacciono un mondo, ma lui è americano, lei è una studentessa inglese con un visto in scadenza. Imbrogliano per qualche tempo, lei parte, quando ritorna non può ritornare davvero. Problemi con la dogana. Problemi con chi la aspetta a casa. Odorarsi, conoscersi, poi perdersi mai del tutto. C'è parecchio in un'ora e trenta. La spensieratezza degli anni d'oro, il disincanto dell'età adulta sperimentato anche da chi continua ad avere il volto d'adolescente. La fiamma che si raffredda ma non si spegne. Anton Yelchin e Felicity, insieme a una Jennifer Lawrence di passaggio, sono i teneri e convincenti testimoni di un amore di quelli veri, mentale e fisico, che ha bisogno di un tocco, d'un promemoria, per farsi ricordare. O lo si scorda, con il silenzio e la lontananza. Maturi ed immaturi, zelanti e pigri, sono la pioggia, e il sole, e i check in in aeroporto, e le promesse (non) fatte tanto per. Un Doremus più acerbo e introverso, ma già bravo, li inchioda con i primi piani e le spalle al muro, mentre una fotografia opaca e nuda ce li racconta alle prese con il rimpianto. Lui cattura il significato più profondo dell'assenza, il nocciolo dell'attesa, l'eroico tentativo di imbrogliare il tempo e, con una quiete solo apparente, stupisce con trovate brillanti e un montaggio che mi ha regalato spunti di una bellezza impensata – la serie di istantanee di loro a letto, i campi e contro campi che alternano il corpo della Jones a un posto vuoto sul bus, sei mesi di pratiche e ripensamenti sbrigati buttatando avanti veloce. Il pane quotidiano per chi ama le storie d'amore indie, con dialoghi lunghissimi che sarebbero il sogno di ogni giovane attore, momenti di una maturità che strappano il cuore e ti fanno invecchiare con un singolo passaggio di macchina, svolte impreviste per capire davvero le quali devi essere semplicemente un po'... come loro. Un po' così. Così, senza definizioni. Così, come chi quando guarda uno squarcio di storia d'amore pensa già a come andrà a finire. (7,5)

Nella lontana estate del quarto ginnasio, adolescente brufoloso dato in pasto a una prof di letteratura indicibilmente maligna, leggevo in spiaggia tutta una serie di romanzi minori che lo stesso Verga aveva scordato di aver scritto e un grande classico, Madame Bovary. Verga, mio acerrimo nemico, l'ho odiato senza troppo sforzo; Flaubert no. Mentre, perciò, qui aspettavano Dio solo sa cosa, io già avevo intercettato Gemma Bovery tra le uscite straniere e avevo avuto fiducia nei distributori italiani, che mi vogliono bene e le buone commedie d'oltralpe non se le fanno scappare. Chi mi legge, sa: che penso che il cinema francese abbia una marcia in più, che non c'è posto più affascinante della campagna normanna e che se ci sono toni irresistibili e una protagonista bellissima, allora il gioco è fatto. L'ultimo film di Anne Fontaine è una deliziosa produzione con suggestioni british e carte in regola perfette. Echi letterari, un epilogo tragicomico eppure divertentissimo, garbo, Gemma Arterton. E lo so che ho appena giurato amore eterno a Felicity Jones, ma tanto mica capisce l'italiano lei, no? Gemma Arteron, mai così bella, quasi da combustione spontanea, ha lo stesso nome del suo personaggio e il destino apparente dell'eroina di Flaubert. O almeno di questo è convinto il suo vicino di casa, un fornaio ficcanaso che legge troppo e vive troppo poco. Quanto può fare un romanzo? Tanto, questo è certo, ma conoscere il finale in anticipo forse potrà cambiare il destino di quella conturbante giovane venuta dall'Inghilterra, con marito americano e una flotta di ammiratori segreti che minacciano la sua serenità? Ispirato a una graphic novel, Gemma Bovery è una riscrittura in chiave moderna di un polveroso capolavoro: operazione rischiosa, ma salvata da quei francesi coltissimi, autoironici, nostalgici, che fanno sembrare cosa da niente qualcosa da maneggiare, invece, con cura. Saranno antipatici, o almeno così dice la leggenda, ma hanno una leggerezza inimitabile. Inutile dire che non ci si annoia mai e che quel loro sguardo malizioso, anche in mezzo a presagi e giochi del destino, diverte. Fattura impeccabile; una barriera linguistica impossibile da comprendere non guardano il film in lingua originale, ma discretamente suggerita dal nostro doppiaggio. Fabrice Luchini, con l'ormone non ancora in pensione, una fantasia che fa guai e sogni erotici in costumi ottocenteschi, è ottimo. Gemma Arteron, con un ruolo cucito addosso su quel suo corpo burroso e cosparso di lentiggini, è erotica e ingenua: impastare il pane è la cosa più sexy del mondo. Per non parlare di quando, in una scena con il fortunato biondino già visto il Les Amours Imaginaires, si sfila l'impermeabile... Mi ha ricordato la Malena di Tornatore, muta e raccontata dagli altri - vicini invidiosi che le guardavano nella scollatura e nel buco della serratura; ma anche una creatura inconsapevole, studiata e manipolata come nell'imperdibile Nella casa, con lo stesso Luchini nel cast, un regista più grande, riflessioni in rima – tra sarcasmo e seduzione – sulla realtà che imita il falso e viceversa. (7)

Gli italiani che riadattano un altro romanzo scritto fuori dai nostri confini. Un romanzo che chi ha letto definisce, spesso, un Carnage, in cui quattro adulti si riuniscono per parlare di un misfatto più grande di una scaramuccia tra bambini. In attesa di vedere I nostri ragazzi – che ha cambiato titolo, ambientazione e forse anche qualcos'altro – avrei voluto recuperare il libro, per dirvi come siamo noi quando diamo un'impronta altra a qualcosa che non ci appartiene. I protagonisti sono due fratelli che non potrebbero essere più diversi. Uno crede nell'onestà, l'altro nel potere dei soldi. Mettono da parte i litigi e le divergente una volta all'anno, durante una cena che è un trionfo di maschere, ipocrisie, chiacchiere stantie. Ma quando si insinua il sospetto di un fatto terribile, quando un interrogativo fa capolino attraverso la tivù che annuncia l'ultimo caso di cronaca, allora tutto si ribalta e l'affetto seppellisce la ragione. Prima distanti, poi quasi complici, i quattro si domandano cosa fare, alla notizia che i loro figli perfetti hanno la coscienza sporca. Con una direzione tutt'altro che pedestre, il regista colpisce per la qualità della scrittura e per diverse scelte formali: i dialoghi densi e i patinati luoghi chiusi si alternano a scene in cui il chiasso, attraverso un uso capace della colonna sonora, è messo a tacere e in cui quelle case futuriste, con le linee dritte e i colori freddi, ricordano prigioni. Tra i quattro protagonisti, decisamente convincenti, menzione per una Giovanna Mezzogiorno invecchiata, ma sempre a fuoco, che è un piacere rivedere: il ruolo sgradevole di una madre disposta a chiudere gli occhi davanti all'evidenza, i vestiti castigati contrapposti a quelli provocanti dell'affascinante Bobulova. Calato nel ruolo quell'Alessandro Gassman che spesso, altrove, stona; padrone, sottile, complicato un Luigi Lo Cascio che con i personaggi impegnativi va a nozze. Scomodo, curato, preoccupantemente vicino, sa come non cadere nel facile moralismo: sarà che una morale non c'è e che quel finale tronco, agghiacciante e inaspettato, ribalta yin e yang. Un quartetto di intriganti personaggi calati in una situazione pericolosa, riflessioni e colpe già mostrate ma che incatenano, un epilogo tragico e farsesco, di un nero che soffoca. Notevole, tutto. E tu, persona corretta e generosa, proprio tu: cosa faresti se i tuoi figli fossero gli assassini di cui hai sentito parlare in televisione? (7)

La famiglia perfetta che apre le porte di casa a una studentessa straniera. Una ragazza timida, pacata: una lettrice e una musicista. Una con gli occhi sterminati, che parla la loro stessa lingua, ma con un accento diverso. Quello britannico, che rende tutto più elegante e formale. Sono in tre, in una villa di campagna lontana dalle luci della città, ma quell'estranea, un posto aggiunto a tavola, un'altra bocca da sfamare, un'altra testa pensante, metterà alla prova i loro equilibri. E nulla è dato per certo, quando ci si mettono di mezzo l'attrazione fisica e qualcosa che, forse, somiglia all'amore che tutti sognano. Le tazze da collezione della mamma cadono a terra in mille pezzi; le vecchie amicizie della figlia sembrano avere occhi solo per la nuova arrivata; i desideri autentici del padre, uomo di mezza età che insegna in un liceo ma insegue la grande musica, fanno prepotentemente capolino, mentre il signor Reynolds si scopre innamorato della dolce Sophie. Breathe In è un dramma indipendente di qualche anno fa, che ho recuperato per la voglia di conoscere meglio e più da vicino quella giovane attrice che in La teoria del tutto mi aveva incantato. Ma quant'è bella Felicity Jones? E quanto è delicato questo film? E quante scarse sono le probabilità di vederlo anche da noi? Sarebbe strano vederlo distribuito. Doppiato. Contro natura, quasi, strappare la Jones da quelle atmosfere tenui a cui appartiene e rendere in italiano i dialoghi intimi che costruiscono questo storia d'amore, che poi è una lezione di respirazione. In inglese, come saprete meglio di me, non c'è differenza tra il tu e il voi. You è pronome di seconda persona singola e plurale, e sono le situazioni a farci capire se, formali, ci si dà del lei, oppure se si è passati, con la conoscenza reciproca, a un rapporto più confidenziale. Mi sono chiesto per tutto il tempo quando i due protagonisti avessero oltrepassato la soglia delle buone maniere per scoprirsi confidenti. Ma, in verità, impossibile dire se la loro relazione vada mai oltre qualcosa. Nascosta, trattenuta, platonica. Breathe in parla di un uomo sposato che intraprende una relazione clandestina con la ragazza che ospita per un semestre, ma non esiste malizia. E poi, ai paesaggi bucolici e ai primissimi piani su quei volti acqua e sapone, si aggiunge la musica classica; la professione del musicista. Bravissimi e naturali la Jones e Guy Pearce, in una prima parte in perfetto equilibrio, pure un po' magica, che quando si scopre terrena, dotata di un peso suo, perde qualcosa. Il film di Drake Doremus è l'equivalente di un sussurrare, di uno sfiorarsi, di un non dirsi, di un camminare in punta di piedi. Un mezzo gesto, perlopiù nascosto, che è significativo proprio perché destinato a non completarsi: a non diventare un dialogo, una carezza, un confronto, una fuga. (7)

mercoledì 14 gennaio 2015

Recensione a basso costo: Una storia crudele, di Natsuo Kirino


L'immaginazione e la fantasia prendono avvio dalla realtà, nell'istante preciso in cui si individua il nocciolo di una verità. Esse, da sole, senza l'ausilio di ciò che è vero e ciò che esiste, non potranno mai germogliare.

Titolo: Una storia crudele
Autrice: Natsuo Kirino
Editore: Beat – Giano
Numero di pagine: 240
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Ubukata Keiko, trentacinquenne scrittrice di successo nota con lo pseudonimo di Koumi Narumi, e da qualche tempo in crisi di creatività, scompare lasciando un'unica traccia di sé: un manoscritto intitolato "Una storia crudele". Atsuro, il marito avvezzo alle stranezze e alla volubilità della donna, lo trova in bella vista sulla sua scrivania con il seguente post-it appiccicato sopra: "Da spedire al Dott. Yahagi della Bunchosha". Editor della casa editrice di Koumi Narumi, Yahagi si getta subito a capofitto nella lettura dell'opera, nella speranza di avere finalmente tra le mani il nuovo best seller dell'acclamata autrice. Più si addentra nella lettura, tuttavia, più rimane sconvolto e, leggendo l'annotazione finale dell'opera: "Ciò che è scritto in queste pagine corrisponde alla pura verità. Gli eventi di cui si parla sono accaduti realmente", non può fare a meno di avvertire un brivido corrergli lungo la schiena. Koumi Narumi narra, infatti, dell'infanzia di Keiko, vale a dire della propria fanciullezza. Descritta come una bambina di dieci anni triste e solitaria. Una sera, sperando forse di trovarvi il padre, si spinge fino a K, un quartiere ad alta concentrazione di bar e locali a luci rosse. Là si sente a un tratto picchiettare con delicatezza sulla spalla. Sorpresa, si volta di scatto e scorge un giovane uomo con in braccio un grosso gatto bianco.Frastorn incuriosita, Keiko lo segue in un vicoletto buio, dove losconosciuto le infila un sacco nero sul capo e la rapisce.
                                   La recensione
Tra i propositi per l'anno nuovo, leggere Murakami. Perché sì. Ma c'è un problema: il mio problema segreto, ossia, verso gli autori giapponesi. Non mi prendono. O almeno così pensavo. Magari avevo letto io quelli sbagliati. Tutte cose da poco, per abituarmi alla loro voce, prima di camminare da solo. Si trattava, spesso, di storie di fantasia, ma io non potevo proprio fare a meno di trovare asettica, impalpabile, gelida quella prosa che pareva esercitare su molti lettori il suo indiscreto fascino. Prima di darmi ad acquisti folli, perciò, ho voluto riprovarci. Cominciare da zero, ma non letteralmente. Ho cominciato da Natsuo Kirino, che è famosissima e acclamatissima. Booklist sul retro di copertina di questo romanzo scriveva: “I lettori di Murakami Haruki si sentiranno a casa”. E io che non sapevo neanche com'era, quella casa, ma ero bene intenzionato a scoprirlo? E io che non avevo metri di paragone e precedenti, dov'è che mi sarei sentito? Una storia crudele è stata, così, la mia seconda lettura dell'anno. Una sorpresa di quelle belle, nascosta nei meandri di una storia raggelante e tutta da scoprire. Capitolo dopo capitolo, io ho scoperto che mi piaceva. Un attimo prima pronto ad abbandonare il mio proposito alla pagina seguente, l'attimo dopo non più. Mi era bastato giusto capire che la Kirino, dietro quel freddo rigore dagli occhi a mandorla, gridava classe e professionalità forte e chiaro. Anche grazie all'ottima traduzione di Gianluca Coci, mi sono goduto, quindi, poco a poco i giochi sorprendenti che l'autrice di Grotesque, sempre lontana dagli eccessi, ci regala insieme a una bicchierone carico di orrore nerissimo, fino all'orlo tutto sbeccato. Bevi, ti tagli le labbra, ma scopri che c'è uno strano, curioso piacere anche nel tuo dolore. Una storia crudele è una storia che ha occhi e orecchie ovunque. Un buco invisibile nel muro, per farti male con il resoconto ti un rapimento impensabile. Keiko ha dieci anni appena, quando viene sequestrata da un orco che si chiama Kenji. La chiude in un sacco, la barrica in un appartamento in cui di notte si gela e in cui di giorno si impazzisce per il fracasso delle fabbriche, la tiene legata come fosse un cagnolino al guinzaglio. Keiko, per un anno, è il suo animale domestico, mentre la bambina si scopre donna all'ombra del piacere perverso degli uomini e mentre, tra quelle quattro mura, il fantasma di un'altra sembra chiedere giustizia. Le cronache di quest'incubo durano circa ottanta pagine. La cornice è il romanzo vero, il romanzo vero è un romanzo nel romanzo, che ha come prologo ed epilogo due lettere. Partiamo con la protagonista, ormai trentacinquenne, che è scomparsa nel nulla. Ha ricevuto una lettera sul perdono e l'espiazione da parte del suo aguzzino, scarcerato da poco, ed ha lasciato la sua casa nel cuore della notte, abbandonando il marito tra le lenzuola e un manoscritto sul comodino... Quello che andremo a leggere noi. Tutta la verità di quella bambina mai cresciuta – la Keiko ancora vergine, la Keiko incapace di relazionarsi agli altri, la Keiko scrittrice per bisogno vitale – è custodita tra quelle pagine, con le sue deformazioni di sorta e le sue falle. Liberata, la protagonista non aveva aperto bocca sulla sua prigionia. Cos'era successo tra la quarta e la quinta elementare, in quell'anno sepolto a fondo? Il cercare le risposte si rivelerà un viaggio tutt'altro che banale, in cui il dramma in sé diventa secondario, mentre si fanno protagoniste assolute la psiche della bambina e quella del suo personale mostro sotto il letto. 
Lei, con un padre che non rispetta e una madre che detesta. Lui, con due anime distinte e migliaia di contraddizioni. Loro, acerbi e maturi per forza di cose, che nel profondo dei loro cuori di tenebra si comprendono fino a completarsi. L'autrice elabora un intreccio a più voci che, anche senza colpi di scena, ti tiene in scacco. E' accattivante, ti cattura e non ti molla più. Scorre veloce, si legge con piacere, non sciocca con la crudezza che tutti temono o forse aspettano. E' fluido, limpido, fine ma ti mette in testa pensieri sconci che non dovrebbero esserci. Cose sgradevoli che non si dovrebbero semplicemente pensare, anche se la Kirino ama sfidare e la Kirino si fa amare per quello. Tanto la vicenda vive di congetture malate e torbide, tanto quella scrittura che restitutisce grazia alla realtà ti ricorda che è pura finzione. Vero? Non ti immedesimi troppo, ma appena il giusto. Quel che basta a turbarti. Leggevo prima di andare a dormire e i miei sogni non erano tra i più tranquilli. Se la violenza fisica è rara, quella psicologica sa devastare. Si arriva alla fine veloce perché le pagine volano. Si arriva alla fine veloce perché non si vede l'ora di cominciare, sotto sotto, qualcos'altro. Qualcosa con più sole. Basta solo ombre. Si cerca, allora, qualcosa in cui i cattivi e i buoni sono distinti con quella precisione manichea che hai sempre odiato, ma che per una volta ti guarirà dalla malattia del dubbio. Una storia crudele non ti dice mai addio. Lucido e scomodo, come un paio di scarpe eleganti che ti stanno strettissime e, alla fine di un matrimonio o di un funerale, ti lasciano le vesciche sui piedi.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Blonde Redhead - Elephant Woman