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sabato 8 luglio 2017

Recensione: L'ultima notte al mondo, di Bianca Marconero

| L'ultima notte al mondo, Bianca Marconero. Newton Compton, € 5,90, pp. 448 |


Se un visitatore casuale facesse una ricerca per parole chiave, sul blog troverebbe una serie di recensioni che cominciano così. Non è facile parlare del lavoro di qualcuno che conosci. Bianca Marconero è la portabandiera di quei post. Un'autrice che però le rende facilissime, le recensioni. Tiene il conto dei miei esami; conosce il rumore esatto che facevano le mie infradito sui gradini, quando correvo per le scale con i quadri appena affissi all'uscita di scuola; si prende la briga di leggere a tempo perso cose mie e disegna cuoricini sui fogli corretti un po' per infastidirmi (sono un orso), un po' per farmi coraggio (sennò spengo la luce, mollo tutto e vado in letargo). Bianca c'è, e tanto basta per aspettarla ogni volta in libreria. La saga di Albion è purtroppo in fermo e dai cinefili imbranati della Prima cosa bella sono passati ormai due anni. Lo scorso settembre, su Facebook, ha annunciato che nel tempo impiegato da me per appaiare i calzini (ossia, una ventina di giorni buoni) si era data a un esperimento: una storia senza cavalieri o nerd, scritta con una certa canzone di Ferro in sottofondo e l'intenzione di autopubblicarla. La Newton Compton non se l'è fatta scappare. In attesa di darlo alle stampe, la Marconero non si è fermata un po', e io intanto sono qui, a metà dell'opera con l'abbinamento dei fantasmini. Il romanzo è la storia di un amore a scoppio ritardato. Lui lavora come operatore per un'emittente privata ed è tornato a Bologna dopo una bravata che gli ha rovinato la reputazione. Lei, al contrario, è benestante, ligia al dovere, innamorata ciecamente: il suo fidanzato storico, tre mesi fa, le ha suggerito una pausa di riflessione. La ragazza vuole essere indipendente, stupire chi l'ha sottovaluta: accetta, così, di alternare il praticantato alla conduzione di un programma TV. Sceneggia e la affianca proprio Marco. Che lei, per inciso, conosce e disprezza per finta sin dal liceo. Peccato che più o meno da allora, combattuto tra amicizia e tentazione, lui la ami in silenzio. Sceglieranno la loro reciproca compagnia, in un Capodanno sotto la neve?

Lei è la ragione per cui crederò sempre alle canzoni.

La stessa trama e una copertina identica, tra gli scaffali, non mi avrebbero attirato. Ho letto L'ultima notte al mondo perché l'ha scritto Bianca, e leggerla mi mancava. Sotto sotto, anche se un'autrice previdente e catastrofista mi aveva già avvertito, mi asperavo la sorpresa di un “ma”: non è il mio genere ma ho cambiato idea, cose così. I numerosi tira e molla, le sere nere e un'esagerata schiera di rivali, però, non mi hanno convinto particolarmente. La città è grande, ma si incrociano con poco vecchi amici, nuove coppie, scoop che minano gli equilibri dei protagonisti – due personaggi all'inseguimento delle loro aspirazioni, che a volte mi sono parsi troppo adulti (il chiodo fisso di sistemarsi alla loro età), altre troppo infantili (il machismo a sprazzi dell'uno, il piede in due scarpe dell'altra). A volte le esigenze di una trama che si complica troppo e vira altrove, nel finale, hanno la meglio su sentimenti già non semplici di per sé. Bianca sta nell'autoironia di fondo, nell'attenzione verso il lavoro del protagonista maschile (per deformazione professionale, infatti, ha un noto occhio di riguardo per i Marco e i backstage), le Vespe scorazzanti all'ombra dei colli. L'ho ritrovata con piacere più nelle poche pagine della novella in coda, l'emozionante Ed ero contentissimo, che nelle precedenti trecento: flashback su un'adolescenza fraintesa, su un'amicizia che ad Amsterdam poteva diventare qualcos'altro, che riassume gli anni del liceo utilizzando le cinque tappe dell'elaborazione del lutto. Senza uno di quei miracolosi colpi di scena a cui mi ha tanto abituato, dunque, L'ultima notte al mondo resta lontano dalla mia comfort zone, ma non è una spiacevole compagnia con cui fare le ore piccole. Loquace, divertente, ficcanaso. Il buona la prima di un'autrice che non dispiace mai e che, allo squillo del citofono, mi farà sempre e comunque mettere in pausa il romanzo che avevo in lettura. Anche se più prevedibile, addolcita, di rosa vestita: come dettano la gioventù, il romance, l'estate. Fiducioso, B., aspetto il cambio di stagione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tiziano Ferro – L'ultima notte al mondo

venerdì 30 giugno 2017

Recensione: Tempi duri per i romantici, di Tommaso Fusari

| Tempi duri per i romantici, Tommaso Fusari. Mondadori, € 16, pp. 204 |


Quando la mia amica Laura mi ha intimato di dare una possibilità all'esordio di Tommaso Fusari, mi ha colto impreparato e scettico. Ti piace, assicurava, e sembrava non aver dubbi. Ho messo l'ebook sul Kindle tanto per, un giorno, timoroso di dare un dispiacere a lei – quando consiglio spassionatamente un romanzo e non lo amano altrettanto, mamma mia che presa a male – e a Tommaso, autore che non conosco né di fama né di persona ma con cui empatizzo per via della barba, i vent'anni e la lenta agonia dell'amore romantico. Noi giovani siamo i peggiori nemici di noi stessi. Quelli di se ce l'ha fatta lui perché io no. Le smanie per dimostrarci adulti abbastanza, i profili falsi, il pollice verso agli Youtuber – categorie di cui ho scarsa stima, lo ammetto, come ogni pensionato intrappolato nel corpo di un ventritreenne che si rispetti. Storco il naso davanti alle massime post Tumblr, agli instascrittori. Nel caso di Fusari, balzato all'occhio della Mondadori a suon di hashtag, temevo una trama per finta e frasi tattiche per Mi piace assicurati. Tempi duri per i romantici è diventato uno di quei romanzi brevi, sulle duecento pagine, che sfoglio in attesa che venga a citofonarmi il corriere. Il corriere non è passato e, in un paio di sere, perciò l'ho letto. A volte, sai, le sorprese delle letture fuori programma... Mi è piaciuto, tocca non tenere la Libridinosa sulle spine, perché ci sono quei romanzi imperfetti e un po' furbi a cui vuoi bene comunque – qui, oggettivamente, troppi eserciti e terroristi fermati con una sola occhiata, tanti titoli da riempirci le pagine e le playlist, molte scene leitmotiv. La trama c'è: dieci anni di lontananza, una questione in sospeso, un viaggio per capire cosa si è rotto e quando. Stefano, commesso in un negozio di abbigliamento a Roma, ha un monolocale zeppo di amici alla mano, il pallino delle battutacce e una ragazza che non ama. Aspetta quella giusta, infatti, e l'ha perfino conosciuta. Erano bambini, dirimpettai, e facevano la stessa strada per andare a scuola.

Due destini paralleli con lo sguardo basso e le mani in tasca. 

Andandosene all'improvviso, Alice ha portato con sé il sogno di una casa a picco sul mare, un cornicione tinteggiato di rosa shocking e le costellazioni delle sue lentiggini. Cos'è stato di lei, che gli tirava trucioli di pellet alla finestra e prometteva di aspettarlo di ritorno dalle vacanze estive? Il mistero di un'amica scomparsa nell'indifferenza spinge a un biglietto di solo andata per Torino; all'amara scoperta che, in mezzo a loro, ci è cresciuto un mare. E se non gli piacesse quel che è diventata? E se partire significasse ritornare? Alice resta bellissima: bellissima con in Dante, bellissima da far incazzare gli angeli e trionfare la pace in Medio-Oriente. Si è bruciata, però, coi suoi capelli di fuoco. Lui spegne l'incendio e la ripulisce dalla polvere. Vorrebbe guarirla, standole alle costole – e le schifezze mangiucchiate sotto un plaid, la testa dura e le compagnie che riempiono le ore piccole pure fanno la loro parte. Hanno tanto tempo da recuperare e un sentimento in pausa. In Tempi duri per i romantici si ritorna sui luoghi di un colpo di fulmine e, come diceva Ewan McGregor in Big Fish, il tempo scorre a velocità doppia. Fusari ha un narratore con la memoria da elefante e il passo veloce; una coprotagonista che c'è, dappertutto, anche quando manca.

Quando sarò grande farò il giro del modo” afferma Alice improvvisamente.
Se fai il giro vuol dire che poi tornerai qui.”
Non mi piace tanto qui.”
Allora torni a prendermi e ripartiamo?”

Ha uno sguardo che piace: la realtà, opaca come una foto venuta male, è messa a fuoco a parole, e qualche dettaglio colpisce più di altri – bello il capitolo ambientato in stazione, in cui si ragiona di abbracci lunghi, arrivi e partenze (se cercassi bene, probabilmente, su una panchina di cemento ci sarei anche io, che al solito aspetto e spero). Fusari ha il sorriso facile, i jeans informali, bella musica in macchina, il frigorifero sempre pieno – l'ho sentito, e ho sentito che ci andrei d'accordo, tra un sorso di birra e un tiro a scrocco, non solo per le dispute in merito all'amatriciana perfetta (Tommaso, sono della tua stessa scuola di pensiero: pomodorini, senza soffritto, tanto pepe). Riflessivo e paziente, dopo le sorprese altrettanto gradite di Galiano e Mandetta, emoziona con temi e sentimenti che, dice eppure il cliché, sono cosa da femmine o d'altre epoche. Sensibile alla maniera dei maschi – che si affezionano prima e di più, che non dicono mai davvero addio –, Tempi duri per i romantici si imbatte nel destino agrodolce di una razza in via d'estinzione. Una canna in balcone, la pancia piena e il ritrovarsi dopo un intero decennio ispirano pensieri che parlano di amori per sempre, Torino senza polenta e altri luoghi impossibili. Il puzzle di Stefano e Alice, che ha sulla scatola una coppia, un'infanzia e un altro po', è finalmente completo. Ci si vede presto, e presto è già qui.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: I Cani – Il posto più freddo 


lunedì 29 agosto 2016

Recensione: Non aspettare la notte, di Valentina D'Urbano

Non ti innamori delle cose perfette, senza segni. Le cose perfette sono di tutti. Ti innamori delle zone d'ombra, delle crepe, delle storture che vedi e senti dentro, che ti appartengono. Ti innamori di chi è riuscito a sopravvivere.

Titolo: Non aspettare la notte
Autrice: Valentina D'Urbano
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 377
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Giugno 1994. Roma sta per affrontare un’altra estate di turisti e afa quando ad Angelica viene offerta una via di fuga: la grande villa in campagna di suo nonno, a Borgo Gallico. Lì potrà riposarsi dagli studi di giurisprudenza. E potrà continuare a nascondersi. Perché a soli vent’anni Angelica è segnata dalla vita non soltanto nell’animo ma anche su tutto il corpo. Dopo l’incidente d’auto in cui sua madre è morta, Angelica infatti, pur essendo bellissima, è coperta da cicatrici. Per questo indossa sempre abiti lunghi e un cappello a tesa larga. Ma nessuno può nascondersi per sempre. A scoprirla sarà Tommaso, un ragazzo di Borgo Gallico che la incrocia per caso e che non riesce più a dimenticarla. Anche se non la può vedere bene, perché Tommaso ha una malattia degenerativa agli occhi e sono sempre più i giorni neri dei momenti di luce. Ma non importa, perché Tommaso ha una Polaroid, con cui può immortalare anche le cose che sul momento non vede, così da poterle riguardare quando recupera la vista. In quelle foto, Angelica è bellissima, senza cicatrici, e Tommaso se ne innamora. E con il suo amore e la sua allegria la coinvolge, nonostante le ritrosie. Ma proprio quando sembra che sia possibile non aspettare la notte, la notte li travolge...
                                                   La recensione
Le interiora aggrovigliate, gli arrovellamenti interiori, il senso d'amaro in fondo alla gola. Sensazioni familiari, con un'autrice come Valentina D'Urbano. Sanguigna e spietata. Una che scrive di pancia: pane al pane, vino al vino. Una che, a fine lettura, ti strema, nella testa e nel fisico. L'ho scoperta qualche estate fa, di questi tempi. E, nel ritardo imperdonabile, la felicità di avere qualche altro romanzo dei suoi da recuperare, ritornando sui miei passi. La felicità, o una specie: quella concessa da storie rabbiose, ruvide, vere. Senza pace. Non sono tagliato per la gioia eterna, si sa, e i libri sul comò assecondano stati d'animo a cui non si sfugge con una semplice alzata di spalle. Quelli di Valentina li ho letti in stato febbrile e son finiti in fretta; poi li ho aspettati, autunno dopo autunno. Nel mentre, sbocconcellavo le quarte di copertina, leggevo le interviste e le prime indiscrezioni, ingannavo l'attesa dedicandomi ad altro. Per poi mollare tutto – romanzi iniziati e subito riposti, gente, mondo – al trillo del postino. Quest'anno, la notte prima ho sentito il letto ballare; i telegiornali del mattino mi hanno spiegato perché. E l'arrivo del pacco da scartare, della posta, si è caricato di un altro significato. I libri, la sola cosa bella in una giornata passata col fiato trattenuto e la tivù che saltava impazzita da un canale all'altro, come se l'angoscia, poi, non fosse già abbastanza. Non aspettare la notte non ha fatto eccezione. Arrivato a destinazione, è stato un pensiero fisso e ricorrente per qualche giorno. Un ospite che ho accolto sulle lenzuola sfatte. E, all'ultima pagina, le sensazioni erano quelle lì, ormai ricorrenti. Ma cambiava il senso: il nodo da marinaio alle budella, il rumore dei pensieri, il gusto dell'amaro in agguato... Non aspettare la notte mi ha voluto pensieroso e incupito, stranamente silenzioso. Dentro, più combattuto che mai. Il mio dubbio, di solito, fa così: se la D'Urbano ferisce personaggi e lettori, allora com'è che le si vuole così bene? Questa volta, invece, mi chiedevo: perché questo patema d'animo, questo groppo giusto qui, se quello che provo non è struggimento? Pronto a farmi spezzare il cuore ancora, mi sono accorto che gli effetti erano simili, ma la causa scatenante era un'altra: le storie che non fai tue fino in fondo, infatti, frustrano e amareggiano. E alle cattive letture non dai peso, anzi: ti ci fai una bella risata su. Quelle che non metti a fuoco e ti sfugge il motivo, al contrario, ti fanno ricercare il bandolo della matassa: tornare sulle tue orme, in rewind, per sapere dove tu e i protagonisti, a un certo punto, vi siete persi di vista. Mando indietro veloce, e il sole estivo anticipa il buio del titolo: ci sono due ragazzi, vent'anni tondi tondi, che in un'estate degli anni Novanta s'innamorano a piccoli passi in un borgo della Toscana. 
Lei, ricca e in vacanza. Lui, cameriere povero in canna che da lì non si è mai schiodato. Anticipano la loro comparsa in paese un cappello scuro, a tesa larga, e l'assordante crescendo di un Ciao a pezzi. Le voci. Angelica ha un nome che è una presa in giro: sul corpo, un reticolo di cicatrici insanabili; in eredità, l'inferno di una madre suicida che ha cercato di trascinarsela appresso nel salto fatale. Veste a lutto, parla poco, e quando parla risponde a tono. Tommaso, alto e allampanato, i capelli come un cespuglio indomabile, è mezzo cieco, e rischia di diventarlo completamente: la sua diagnosi parla forte e chiaro. Si vedono – be', lui non la vede bene, perciò le scatta una foto con la Polaroid – e si fanno bene a vicenda. Male, infine, come succede quando vorresti proteggere l'altro dai tuoi demoni, dalle tuo prognosi, e per sbaglio lo calci via. Incurante, lì per lì, che l'amore è forte ma l'orgoglio di più, e che qualcuno potrebbe tenere a noi abbastanza da esaudire alla lettera i nostri desideri segreti. Anche se sono sbagliati. La formula è quella vincente: un grande amore, due protagonisti tormentati e cocciuti come muli, la tragedia che affiora. Quella scrittura di cui ti fidi, questa volta, si cimenta con un sottile cambiamento a cui, nonostante le quattrocento pagine, non ti abitui. Non ho preso bene le misure, io. Non ho considerato che, con i sentimenti in prima fila, Non aspettare la notte potesse non essere nelle mie corde. Ma non erano i sentimenti, forse, la benedizione e la rovina dei ragazzi della Fortezza? Alfredo e Beatrice, nelle loro palazzine occupate, non parlavano a lungo d'amore? 
Perché sui precedenti non si incollavano le etichette e le scusanti, quando quest'ultimo ha la stessa autrice, lo stesso editore, la stessa ispirazione, le stesse insidie? Ci ho pensato, mi sono dato ai confronti, ma alla resa dei conti non ho capito cosa questi Angelica e Tommaso, sfortunati e imperfetti, credibilissimi, avessero di sbagliato. La D'Urbano cambia, e mi ha trovato in un giorno in cui ero retrivo alle modifiche, distratto, e più sorridente e speranzosa, positiva, quasi non la riconoscevo nel traffico dell'ora di punta. Gli ambienti sono confortevoli e un po' polverosi, quelli dei luoghi di villeggiatura; il punto di vista è prevalentemente femminile, e io preferivo Tommaso ad Angelica; la dimensione corale, di solito così accentuata – Vadim e Alan chi se li scorda? -, rinuncia a qualche comprimario significativo per concentrarsi sui due. Se un amore assoluto è il cardine, non c'è trucco e non c'è inganno. Le maniglie non cigolano, il legno della struttura non cede e Valentina D'Urbano rende fruibile un dramma che, se non fosse stato per il suo nome in copertina, non avrei letto. E, forse, non ne avrei sentito la mancanza. Non pensavo mi si addicesse. Non pensavo le si addicesse. La voce da fumatrice si addolcisce, le parole pure. E mi è mancato il resto. Le ossa e i nervi. La bile che sale. Il graffio, qui attenuato: un raschio in sottofondo. Non aspettare la notte è più adolescenziale (ma io ho ventidue anni, mica duecento), lieto (ma ci sono giorni buoni anche per i disgraziati), a modo (ma, se il motorino non parte, parte in automatico la bestemmia). Eclatante nei gesti di bontà e romantico, come succede in quei film che, nel momento clou, strappano l'applauso. E' una notte meno cupa: artificiale. Non la si teme per davvero. Le serrande abbassate, le tende tese e del buio in sala, per una volta, poca paura. Nelle ombre, non si muovono i mostri dell'infanzia. Il vociare in platea te lo giura: finalmente, andrà bene. Il fascio di luce del proiettore picchia sullo schermo: sembra la fine del tunnel. Si vede sin da qui.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Le luci della centrale elettrica – Macbeth nella nebbia

giovedì 4 febbraio 2016

Recensione: Cercami nel vento, di Silvia Montemurro

Ciao, meraviglia. Portami nel cuore e cercami nel vento: è lì, che ti ho dato appuntamento.

Titolo: Cercami nel vento
Autrice: Silvia Montemurro
Editore: Sperling Kupfer
Numero di pagine: 360
Prezzo: € 18,90
Sinossi: Camilla vive di note sparse nel vento. Studia al conservatorio e la musica è il suo mondo. Abita in un paesino vicino a Milano, lo stesso dove è nata e che, a differenza delle sue amiche, non è ancora riuscita a lasciare. Chissà, forse un giorno lo farà, per tentare di colmare quell'inquietudine che ogni tanto la prende. Teo, invece, in paese è appena arrivato e ha ancora negli occhi il mare della sua Sardegna. Lo stesso che da piccolo fissava ogni giorno dalla finestra, a casa di sua nonna. Lì, con il naso incollato al vetro, faceva scoperte straordinarie, più istruttive di un libro di scuola. Forse è per quello che, una volta cresciuto, ha preferito rimboccarsi le maniche e mettersi subito a lavorare anziché studiare. Ed è proprio davanti a quella finestra che Teo ha iniziato a osservare le persone e a catalogarle, decidendo che, se mai avesse dovuto infilarsi in una delle sue assurde categorie, c'era solo una cosa che voleva essere: un solitario. Camilla e Teo si incontrano in un giorno qualunque, in un bar qualunque. Ma, in quel momento, qualcosa accade. Perché è sempre una cosa innocua a cambiarci l'esistenza. Terra e mare, luce e ombra: Camilla e Teo sono due opposti che, dopo essersi brevemente respinti, si attraggono. L'amore tra loro è così intenso e unico da illuderli di essere invincibili. Ma la vita li costringerà presto a una prova terribile. Allora potranno vincere o soccombere, potranno farlo insieme o da soli.
                                                   La recensione
Dimmi cosa leggi e io ti dirò quanto è vicina l'Invernale. In periodo d'esame, i miei interventi diminuiscono e le mie letture, da lontano, si somigliano un po'. Romanzi che nelle tue corde lo diventano per necessità, se puoi dedicarti agli hobby solo prima di andare a letto e se gli occhi, che dalla loro domandano pietà, ricercano storie semplici e toni sommessi. Gli occhi ringrazieranno e nel frattempo ringrazierò anch'io se, di comune accordo, mente e corpo troveranno un compromesso: che sia un passatempo, un libro coccola, ma che almeno sia di uno scrittore italiano. Così il passatempo è meno spensierato, così hai modo di conoscere autori – e stili – che riescono a far brillare, talora, una trama già proposta. Questo è il caso di Cercami nel vento, di Silvia Montemurro: una giovane autrice che viene dal thriller – e con il suo romanzo d'esordio in wishlist da un pezzo, chi si aspettava che l'avrei scoperta e apprezzata proprio con un new adult? - e la cronaca di un amore che sembra convenzionale giusto qui e lì, ma in cui si annidano in segreto un dolore profondo e un infelice scherzo del destino. La sorte, infatti, ha visto Camilla e Teo come posano in copertina, belli e in intimità, e ha scattato loro una foto in treno. In cento pagine, ha voluto metterli duramente alla prova. Come piace a me, che penso che l'amore non sia davvero memorabile se non è struggente. E come accade in montagna, soprattutto: dove il tempo cambia in fretta e il cielo, un ritaglio tra i profili montuosi, spalanca i suoi occhi in acquazzoni che devastano il sereno. La pioggia somiglia tanto alle lacrime. Lui, che spia le persone in spiaggia e tenta di classificarle, cosa vedrebbe dal finestrino, durante questo viaggio dell'anima che li stanca, disturba e scombussola? Teo, fino a poco prima, era il ragazzo nuovo a Santa Croce: aveva un ciuffo ribelle che si soffiava via dagli occhi, le mani callose dei muratori, una casupola nel bosco. Aveva un accento strano: veniva dalla Sardegna, dal mare. Camilla, che a Santa Croce è nata e cresciuta, lo conosce come accade tra ventenni: una città in cui tutti
sanno tutto di tutti, il solito bar, amici di amici. Lei, che sfugge alle rigide categorie di Teo, non si sa bene se sia un'estroversa, un'incallita solitaria o una giovane donna che cerca il ragazzo giusto. 
Spia i panni appesi ad asciugare – che storie raccontano? -, ha una cotta storica per il suo insegnante di violino e, talentuosa studentessa di conservatorio, associa ogni suo interlocutore a uno strumento musicale. Teo è un tipo da cantautorato italiano, lei stravede per l'opera lirica: da una parte De André, con le sue canzoni calde, piene di malinconia, sole e onde; dall'altra, le eroine che vivono di arte e muiono cantando. Il solo punto di incontro tra loro: un sentimento fulminante che ha una dimensione a sé, in capitoli iniziali in cui convivono l'idillio e gli ormoni dei vent'anni. Fuori le famiglie, fuori il passato del misterioso isolano. Al romanzo si può rimproverare qualche capitolo in eccesso, soprattutto in un epilogo che non mi ha soddisfatto del tutto, e un cielo che assai bruscamente si rovescia loro addosso. Un andamento sinusoidale, discontinuo, e scene di sesso che a volte mi sono parse fuori luogo: volgari no, mai se le descrive una prosa che osa e concilia. 
Piuttosto, di troppo. Siano benvenute l'iniziale curiosità verso l'altro, la fedeltà incondizionata, il bene che alla fine vince il male. Ma, loro coetaneo, penso che il desiderio dei primi tempi morirebbe, in casi estremi. Ci sarebbe ancora la passione, la voglia, l'attrazione fisica? O si capirebbe, se stanchi e provati, che ci sono amori e amori? Le montagne sono soffocanti, cancellano l'orizzonte, ma sono un ponte levatoio per il cielo. E di Cercami nel vento, dunque più intenso e meno lieve del previsto, ho apprezzato i risvolti tragici, il linguaggio schietto, lo spiritualismo che una natura dall'aspetto benevolo e sorridente assicura. Le originali abitudini di personaggi naturalmente malinconici, i bollettini "metereopatici" del diario di Camilla e, a metà, la repentina bufera di parole dure e spietate. Perché è giusto essere arrabbiati, odiare l'ennesimo sgarro di una gioventù maligna. Nel romanzo della Montemurro c'è il corpo nudo, tangibile, descritto nella gioia del contatto fisico e nel dolore della pena. Ora morbido e accogliente, ora un insieme di ossa sporgenti e costole; spigoloso. Allora si vede che viene dal mondo del noir. Ma ci sono anche storie dentro storie, il piacere primitivo del racconto – un bosco magico, una leggenda di principesse e stelle alpine, montagne che mettono in guarda gli esploratori – e un prezioso comprimario, Marco, che minaccia di commuoverti: dall'alto della sua saggezza, dagli abissi della sua pace. Allora si vede che Silvia sa scrivere. Si sente che sta già facendo breccia.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Shawn Mendes & Hailee Steinfield – Stitches

giovedì 19 novembre 2015

Recensione a basso costo: Alfredo, di Valentina D'Urbano

Ma io non ho la testa per fare certe cose. Ci vorrebbe forza di volontà, ci vorrebbe un motivo vero. Ci vorrebbe che fossi un po' più come lei e un po' meno come me.

Titolo: Alfredo
Autrice: Valentina D'Urbano
Editore: TEA – I Grandi
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Alla Fortezza – il quartiere senza identità, con l'asfalto riarso dal sole e spaccato dal gelo, e i palazzi dall'intonaco ruvido e sbrecciato – tutti li chiamano «i gemelli». Perché da sempre Beatrice e Alfredo sono inseparabili, come fratelli appunto. O forse qualcosa di più? La loro storia, struggente e tragica, diventerà quasi una leggenda nel quartiere. Ma a narrarla finora è stata soltanto Bea, la metà più forte dei «gemelli», la ragazza cui bastava sentire l'odore di Alfredo sulla maglietta verde che lei stessa gli aveva regalato per sapere che lui ci sarebbe sempre stato. La giovane donna che ha lottato fino alla fine per sentire il rumore, inconfondibile, dei suoi passi. Questa invece è la storia della metà più debole dei «gemelli» e a raccontare l'arrivo alla Fortezza è Alfredo, in prima persona, con la sua voce, le sue fragilità, i suoi piccoli e grandi sogni così difficili da realizzare e così facili da infrangere. Fino all'incontro che gli cambierà la vita: quello con Beatrice.
                                                  La recensione
Al ginnasio, ho scoperto che tradurre mi piaceva. Soprattutto, tradurre dal greco. Prendere un testo incomprensibile, scritto, per di più, in un alfabeto diverso dal nostro, e restituirlo lentamente all'italiano - ricercando prima il verbo, poi il soggetto, senza dimenticare l'importanza delle congiunzioni - era un gioco a premi; decodificare un mistero da cui dipendeva un po' la sufficienza in pagella, un po' la salvezza dell'universo, come fosse un'avventura fantastica. Il fatto che mi piacesse, però, non vuol dire che lo trovassi facile. Era bastata una versione fatta così così, un cinque scarso, per farmi titubare. Avevo riconosciuto regole e costrutti, quella volta, e scelto i termini appropriati. Ma cosa significasse quel testo boh, chi lo sapeva. La versione che non afferravo era un mito di Platone, che poi avrei finalmente compreso nell'ora di filosofia. Nella notte dei tempi, c'erano non due, ma tre generi – il maschio, la femmina, l'androgino – e l'essere umano era una sfera, con quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi e due sessi. 
Rotondo, si muoveva saltellando goffamente, e saltellando goffamente aveva puntato al monte Olimpo. Zeus, temendo che qualcuno osasse usurparlo e non potendo condannare l'umanità tutta all'estinzione, aveva scagliato uno dei suoi fulmini contro quest'uomo a forma di mela. I figli del Sole e della Luna, adesso soli, privi dell'altra metà, erano destinati, in vita, a cercare il compagno da cui erano stati separati, un giorno, per vendetta. Come parafrasare a un quattordicenne il senso dell'amore? Alla Fortezza, Platone non si conosce. Ci si ferma alla quinta elementare, in quel quartiere sotto assedio di palazzoni abusivi, ma c'è la strada che insegna e non fa sconti. In Quella vita che ci manca però terzo romanzo che era stato un ritorno a casa – si raccontava un altro mito. Quello dei Gemelli, Alfredo e Beatrice: sempre insieme, ma sempre divisi. Gli sfortunati amanti che avevano imparato ad amarsi in ritardo, dopo un'infanzia insieme che aveva saputo renderli fratelli siamesi. Eppure erano opposti: lui biondo, lei mora; lui fragile, lei forte. Ma l'amore, anche se per poco, aveva fatto sì che, nello stesso letto, tornassero a comporre il loro legame simbiotico. Abbracciati stretti, allora, come lo sono i gemelli nelle ecografie. Si erano conosciuti da bambini, con Alfredo che – pestato a sangue dal padre alcolista – agonizzava sul ballatoio del condominio, il viso una maschera rossa, e la piccola Beatrice, allora, aveva preso a piangere al posto suo. Come quando tu ti sbucci un ginocchio, in bici, e il tuo migliore amico piange per te. Cosa c'è stato prima, cosa durante? Valentina D'Urbano – la stessa che troverete nella lista dedicata ai libri più belli letti durante l'anno, con il suo intenso e affascinante Acquanera – guarda al suo esordio e ritorna sui propri passi; quelli che, in definitiva, fanno ancora rumore. 
Ne sentite, in sottofondo, l'eco? E se c'è una cosa che tanto, tanto mi piace di lei – che, da quel che Facebook mi dice, lavora su un nuovo romanzo che la prosciuga e che non vedo l'ora di leggere – è che, con quella prosa spigolosa, ruvida, irregolare come gli edifici dei suoi quartieri, si affezioni sempre smisuratamente ai suoi personaggi. Ironico, perché non si direbbe, sapendola spesso spietata. Sbagliato, perché non si potrebbe, da quel che i maestri, almeno, suggeriscono: uno scrittore, pare, non dovrebbe innamorarsi delle sue creazioni; ma come fa? Il bello de Il rumore dei tuoi passi, opera prima che torna e ritorna, in seguiti o semplici dèjà vu, è che invece non l'ha mai abbandonata. In questo nuovo romanzo, un esperimento che è diventato altro, ampliazione di un racconto breve, il mito dei Gemelli rivive, ma raccontato non da Beatrice, né dai fratelli Smeraldo, testimoni indiretti: a parlare è il ragazzo alto e secco che indossava i maglioni a maniche lunghe d'estate, lo spettro a cui andavano le preghiere e i girasoli. Nel capitolo iniziale, una scena che sembra d'altri mondi. Ho pensato ai bambini africani che giocano nel fango, tra le sterpaglie, con la pancia gonfia d'aria, le mosche che tutt'intorno ronzano e le madri che muoiono di setticemia. Come in una pubblicità progresso in cui il personaggio famoso di turno ti chiede di donare, di salvarli. Ma Alfredo e i suoi fratelli – Massimiliano e Andrea – sono bianchi, biondissimi, e nessuno ha cura di loro. Quel fiume sporco, forse, è un tratto del Tevere che si usava a mo' di discarica e il loro Terzo Mondo è la zona cieca di una città che, negli anni settanta, ha confini di fuoco ma non regole. Successivamente, il trasferimento alla Fortezza e l'adolescenza che coglie di sorpresa, facendoci scoprire troppo grande per fare il bagno nella stessa vasca di quella bambina che ci fa dannare l'anima. Infine, il dopo: il vortice della dipendenza, i buchi dell'eroina, la pena eterna. In quell'epilogo già scritto, che non per questo emoziona di meno, l'inevitabile accade; ma saremo ancora certi che, a modo suo, Beatrice – un nome che parla e non dice frottole - non lo abbia salvato ugualmente? 
Con la lettura di Alfredo, si capiscono meglio le storie tramandate alla Fortezza e l'importanza delle metà mancanti. Adesso, vedete, la sfera è finalmente intera.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Creep

lunedì 2 novembre 2015

Recensione: La nostra ultima canzone, di S.K. Falls

Io volevo diventare amica del dolore. Volevo ballarci guancia a guancia, usare la sua mano come cuscino mentre dormivo. Rifiutavo di averne paura.

Titolo: La nostra ultima canzone
Autrice: S.K. Falls
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 346
Prezzo: € 17,50
Sinossi: Il più grande desiderio di Saylor è ammalarsi, solo così, pensa, chi le è accanto la noterà e le vorrà bene. Ha la Sindrome di Munchhausen, infatti, e ogni scusa è buona per entrare in contatto con germi e malattie. Così, quando il suo psichiatra le consiglia di andare a fare volontariato per i gruppi di auto-aiuto, accetta con grande entusiasmo: per ammalarsi non c'è niente di meglio che passare del tempo in ospedale. Lì Saylor conosce un gruppo di ragazzi, malati terminali, e inizia a frequentarli Tutto si basa su un equivoco, loro pensano che anche Saylor sia molto malata, ma lei non ha alcuna intenzione di fargli cambiare idea, perché per la prima volta si sente a suo agio con dei ragazzi della sua età. Tra di loro c'è Drew, un ragazzo bellissimo, un musicista, di cui a poco a poco Saylor si innamora. A separarli c'è quella tremenda bugia, Saylor non ha davvero la sclerosi multipla, ma a unirli c'è una forza potentissima, che li spinge a credere di conoscersi da sempre.
                                           La recensione
Saylor ha sette anni quando ingoia il primo ago. Una scena cruda, forte, per dare avvio a un romanzo che la copertina italiana – non che quella originale sia meglio – vorrebbe farci credere stucchevole. Due ragazzi che si baciano, in una storia d'amore all'apparenza come mille altre, quando invece l'indagine dei mali – fisici e mentali – e un'affiatata compagnia di comprimari a un baratro, ma stranamente contenti, rendono La nostra ultima canzone il romanzo che forse non ti aspetti: interessante per temi mai esplorati, coinvolgente nella resa, che è modesta ma piace. E della scrittura, lineare, nella media, ma senza peli sulla lingua, apprezzi le piccole punte di coraggio e l'immensa schiettezza con cui andare al cuore del problema. Perché la storia di Saylor, dei suoi nuovi amici morenti e del suo primo e ultimo amore, sa raccontare i temi spinosi e le bugie spregevoli con semplicità; con una specie di leggerezza che rende la lettura agevole e accattivante. Una lettura che, pur coi suoi limiti, ti lascia insomma qualcosa di buono. Sono positivamente sorpreso e potrei dire che, sotto sotto, avessi intuito che il romanzo di S.K. Falls potesse piacermi; ma il potenziale, dietro un'aria comune, in realtà non lo avevo scorto. Il desiderio di leggerlo è partito come un capriccio che la gentile Lucia dell'ufficio stampa ha voluto darmi per buono: attirato perché certi temi – se trattati al meglio – sono gli unici a scalfirmi. Nel risvolto di copertina – e, al contrario dell'immagine in primo piano, i risvolti sono particolarissimi, con un effetto strappato ai bordi – leggevo una storia triste: la Falls – dietro le abbreviazioni, origini indiane che regala, in parte, alla sua complicata protagonista – si sarebbe rivelata delicata o diretta, ironica o elegiaca? Soprattutto, in un mare di libri, in cui gli adolescenti vengono descritti alle prese con gli struggenti dolori della loro età, avrebbe cantato, a modo suo, un ritornello diverso o il classico tormentone che va per la maggiore? Per fortuna, c'è quella narratrice che spiazza e, con l'egoismo e una siringa sempre in tasca, fa la differenza, facendosi odiare e volere bene. Saylor ha qualcosa che non va. Lo rivela un incipt shock – e l'incipit, in un romanzo, fa tutto – in cui ci racconda i suoi primi tentativi di farsi male. Gli aghi per lacerare, i lassativi per procurarsi i crampi alla pancia, il desiderio malato di essere sempre a letto, in preda a febbri alte, per attirare le attenzioni di due genitori distanti. 
Avete presente quando avete l'influenza e, per un weekend, ritornate bambini? I piumoni caldi tirati su, fino al collo, con tanti cuscini sotto la testa e la televisione che manda un film rilassante; le mamme che ti portano il brodo e i padri che, tornati dall'ufficio, ti rimboccano le coperte, anche se hai vent'anni e sei grande, ormai? Una famiglia che, nel momento del bisogno, vedendoti debole, si fa in quattro per te. Saylor ha la Sindrome di Muchausen e il suo sogno è vivere per sempre così: nel nido di una mamma chioccia, in preda a una febbre che – come scriveva qualcuno – rende tutto più bello. Ma quelli che sembravano semplici capricci, con l'età, degenerano. La sua migliore amica è una puntura, con la quale si inietta saliva sottopelle, procurandosi ascessi; il suo compagno fedele è uno psicologo che non giudica; il suo amante segreto, invece, il farmacista di turno. Finché, un giorno, stare a contatto con le forme più spietate della malattia non diventa il suo compito per casa: lei spera di abbattere ulteriormente le sue difese immunitarie, i medici di sensibilizzarla. In ospedale, conosce un gruppo di giovani malati terminali, che vanno dai diciotto ai venticinque anni, a metà tra Braccialetti Rossi e Noi siamo infinito: geniali e amichevoli; così tanto da crederle a occhi chiusi quando, per un malinteso mai smentito, Saylor dice di avere la sclerosi multipla. 
C'è Zee, che lotta contro un cancro al seno che ha presto messo radici altrove; Pierce, omosessuale sieropositivo; Jack, che combatte – in tribunale – per il suo diritto a una morte dolce; Drew, che ha braccia forti per compensare a gambe fragili. Il suo male si chiama atassia: si trascina dietro con un bastone, ascolta tanta buona musica, ha finalmente conquistato la propria indipendenza. Presto lo abbandoneranno anche la voce, con cui intona belle canzoni di amore e perdita, e tutto il resto. Inevitabilmente, anche Saylor. Come reagirà alla bugia di lei? Come sarà, quel gigante buono, piegato su una sedia a rotelle? Allora speri che lei possa guarirlo e basta, ma non è possibile; e allora speri che lei si ammali sul serio per non doverlo deludere. Non si meriterebbe neanche di sopravvivere a tutti: di difficile comprensione, scostante, tanto ingrata da giocare con il fuoco. In mezzo a comprimari a cui ci si affeziona e che pianificano di morire soli come cani, nascondendosi, la storia della diciottenne Saylor, ragazza interrotta, darà il via a una relazione amorosa toccante e a un percorso di crescita che emoziona. I suoi tentativi, prima di farsi accettare, poi di farsi perdonare, compaiono in lungo elenco di nodi da sciogliere e scuse da chiedere: una lista di ultime volte un po' diversa, per non lasciare – come in caso di fine prossima, d'altronde – niente in bilico. Il new adult di S.K. Falls è tra quelli che, se letti nel momento giusto o in quello sbagliato, ti sanno trovare scosso e pensieroso; come un brano malinconico che hai già sentito ma che, se fuori piove e nessuno ti vede, ti commuove. Sui misteri del cuore – perché innamorarsi, se si hanno i giorni contati –, su quelli della psiche – perché desiderare un malanno, se Dio o chi per Lui ci ha fatto la grazia di una esistenza duratura. Sull'inconciliabilità tra un dolore fisico che si sopporta, e a volte si ricerca, e un dolore emotivo che, al contrario, dilania ma fa crescere. L'amore è strano, è strana la vita. Siamo strani noi, assieme ai nostri sentimenti involontari. La nostra ultima canzone, dunque, si rivela un libro da consigliare quando ci si rende conto – insieme alla protagonista – che si è qualcuno di speciale, e che il romanzo è di conseguenza qualcosa di speciale, anche senza i segni distintivi della ballata triste. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tom Odell – Heal

lunedì 1 giugno 2015

Come un quiz di Cioè: non-recensione in anteprima di A Fior Di Pelle, di Sophie Jackson

Premessa. Il romanzo non mi ha convinto, e in una recensione seria sarei stato forse troppo cattivo. Visto che è di prossima uscita e che liquidarlo così, con due parole, non mi sembrava corretto, l'ho buttata sul divertimento. Ovviamente, inutile dirlo, è un parere strettamente personale. Quindi, massimo rispetto per le colleghe blogger a cui è piaciuto. I gusti sono gusti. E i miei, anche se Giulia dell'ufficio stampa Rizzoli, che ringrazio, ci prova a propormi letture diverse, sono altri. Se la Jackson fa un genere che a te, lettore o lettrice, piace molto, magari non fidarti, questa volta, di quel che dico io. Corrispondo al profilo "a", ma tu lo capirai leggendo.
 
Titolo: A fior di pelle
Autrice: Sophie Jackson
Editore: Fabbri “Life”
Numero di pagine: 464
Prezzo: € 15,90
Data di pubblicazione: 11 Giugno 2015
Sinossi: Dopo aver assistito all’omicidio di suo padre quando era solo una bambina, Kat da anni sogna il misterioso ragazzo che l’ha salvata dal fare la stessa fine. Ora, a 24 anni, Kat insegna letteratura inglese in carcere, per onorare la memoria del padre, un sognatore prestato alla politica. In carcere, i demoni di Kat sembrano risvegliarsi, soprattutto quando incontra Wes, un detenuto problematico, pericoloso almeno quanto affascinante e carismatico. Tra loro cominciano presto a esserci scintille, soprattutto quando Wes riconosce in Kat la bambina che ha salvato tanti anni prima…

                      Come un quiz di Cioè
Per un'altra fan fiction di Twilight che diventa una trilogia di inspiegabile successo, una recensione che è fan fiction dei post del blog Pensieri Cannibali. A fior di pelle sarà in libreria dall'11 Giugno, ma in anteprima ve ne parlo io, o meglio, un'ospite a sorpresa. In una speciale non-recensione che, più che altro, è un quiz in rosa di Cioè. La parola a...
Ehi, sono in linea. Sfigato, puoi riagganciare. Galvanizzati, evapora, sfarfalla lontano dal mio palcoscenico. Ma ciao a voi, bella gente. Sapete o no chi sono? La gemella di Rinko, sciocchini: Inka. Ma che davvero pensavate che “Ink” stesse per “inchiostro”? (Nitrisce) Abbiamo lo stesso nome, ma io sono la sorella bella, e già. Non sapete che vergogna, a scuola, quando mi paragonavano a quell'impiastro. Gemelli diversi, nomi uguali. Perciò, come scusa, dicevo che nostro padre fosse un grande estimatore del porno ungherese – Inga e le schiave del piacere l'avete visto? -, e che quel “k” stesse lì perché eravamo una famiglia troppo alla moda. Marika, Erika, Jessika... nomi molto '90s. Coooomunque, dove sono stata per tutto questo tempo? Chiusa in soffitta, come in quel film pallosissimo con quel figo satellitare di Michael Fassbender e la tipa malaticcia di Alice nel paese delle meraviglie. Cioè, ma che bidet a pedali che è quella. Jane Eyre doveva essere Belèn. O al limite io, visto che adesso sono passata al castano, perché il mondo, cioè, ma, dico, ci credete?, è pieno zeppo di pregiudizi. Dovrei essere oca solo perché maggiorata, incredibilmente sexy e bionda naturale? Io valgo. Lo dice anche la pubblicità. No, non quella di “mamma ho un fastidioso prurito intimo”. L'altra. Sono a capo dell'angolo letteratura su (indovinate!) “Cioè” – l'anno scorso ho letto tipo due romanzi illustrati, un post del mio fratellino emo, i volantini dell'Eurospin con le offerte più vantaggiose: lungo curriculum, ebbene sì, in un'Italia di raccomandati - e, questo mese, vi parlerò di una novità che ho letto in anteprima grazie alla Fabbri – baci a voi, Fabbri, muà muà – e che Rinko, sfigato sì, ma con più contatti degli uffici stampa che peli sul petto, mi ha fatto generosamente leggere. In realtà, voleva il numero di telefono di Taylor Swift, che ho incontrato dall'estetista, ma, Taylor, proteggerò la tua privacy. Io applico la politica dei Cookie anche alle amicizie, cara. Cinquecento pagine che volano – ma lui dice che, se volavano, è fuori dalla finestra. Invece, Sophie Jackson, buttati pure, ché il mio cuoricino è morbido morbidoso – e quello che c'è attorno, ti assicuro, è tutta roba che mi ha concesso la Natura. Vuoi tastare? Per le lettrici più affezionate, un quizzuccio a tema. Per dirvi che A fior di pelle è davvero a misura di lettrice sognatrice. Sophie Jackson ci ascolta e ci fa sentire protagoniste di una storia fia-be-sca. Un galeotto e una maestra. Un letto che prima tremava per gli incubi, poi per tutti quei bollenti e continui zùm zùm. Non leggevo una storia così profonda e accattivante dai tempi di Black Ice: fidatevi. Per il numero ufficiale della rivista, mi dispiace, dovrete però attendere lo sventordici di Giugno, ma – visto che ci lovviamo – vi mostro uno stralcio del mio articolo. Rinko l'ha compilato per prova. Riconoscerete il suo stile a causa di quella terrificante “✓” accanto alle risposte. Quando avrebbe potuto scegliere tra un cuore, un unicorno rosa, la gif di Hilary Duff...

1) Kat, la protagonista, ancora bambina, assiste all'assassinio del padre. Uomo politico accoltellato in un vicolo di Gotham City New York. Chi la salverà?
- Batman.
- Alfonso Signorini. ✓
- Wes Carter.

2) Prigioni, maestrine hot, carcerati dai petti villosi: a cosa pensi?
- Gang Bang! Gang Bang! Gang Bang!
(ma cos'è, la canzone di Ariana Grande?)
- I carceri sono i nuovi licei, in ambito new adult.
- La più grande storia d'amore dopo Twilight e Uno splendido disastro.

3) Chi è il tuo lui ideale?
- Mr. Ink. (ma che davvero?!)
- Un ragazzaccio bello e dannato.
- Un ragazzaccio bello e dannato, con la fedina penale sporca, i tattoo e un'eredità di cinquanta milioni di dollari, ma con un cuginastro cattivissimo; nel weekend ripara macchine – tutto sexy e sudato, gnàm – e legge poesie.

4) Perché Carter è in gatta buia?
- Fan di lunga data del gioco in doccia, mi raccogli la saponetta?
- Per essere così cool ci vuole il porto d'armi, e lui ne era sprovvisto quel maledetto giorno.
- Non ha commesso quel crimine! Si è dichiarato colpevole per salvare il migliore amico!

5) Primo giorno di lavoro. Tu, maestra di letteratura in un carcere. Quale sarà il tuo outfit?
- Non mi lavo per settimane. So che il cattivo odore allontana i malviventi. Che vuoi che importi dell'outfit? ✓
- Divisa arancione, per essere sempre in tema. 'Cause Orange is the new black.
- Tailleur attillato sui punti giusti, reggiseno di pizzo, tacchi a spillo.

6) Com'è la vita in carcere?
- Come alle scuole medie. Siamo in un new adult, vuoi forse impressionare le lettrici?
- Durissima. Carter deve camminare col sedere vicino al muro e sventare violenti attentati alla sua castità posteriore. ✓
- Sono un “gangsta”. Io regno.

7) Carter e Kat – miglior coppia di sempre – cosa hanno in comune?
- I geni, perché sono segretamente fratelli.
- Il quoziente intellettivo. ✓
- Shakespeare e le motociclette.

8) Dove la notte d'amore più bollente?
- Cella di massima sicurezza. ✓
- La Camera Rossa di Christian Grey. Con Christian Grey.
- Casa della nonna.

9) Per Kat, Carter è....
- Meglio di un Cartier.
- L'anima gemella. ✓
- “Sesso puro. Anzi, meglio, sesso bollente, sesso selvaggio da fare contro il muro” (cit. pag. 196)

10) Il soprannome della protagonista è...
- Pigeon.
- Fruittella Bella. ✓
- Pitches.

11) Sophie Jacson è un'insegnante di letteratura; cosa faresti se fosse la tua prof?
- La denuncerei. Tu che scrivi coi piedi, come ti permetti a giudicare un mio saggio breve? ✓
- Vorrei fosse la mia Kat. Però, prima, meglio controllare le foto. Metti sia peggio di E.L James...
- Che idola! Ci scambieremmo tutti i romanzi di Jamie McGuire.

12) Stile.
- Da fotoromanzo.
- Sarà scritto bene, sarà scritto male, sarà scritto boh?
- L'emozione non ha voce. (Nè stile. Nè contenuto...) ✓

13) Titolo per il sequel – perché sì, ci sono altri due libri, contenti?
- A fior di palle. ✓
- Se mi arresti, ti sposo.
- La mia splendida libbra di carne.

Qual è tuo punteggio? Se, in numero maggiore, hai barrato la risposta...
a) Sei arido/a, crudele, disincantato/a. Un pezzo di ghiaccio, e di cacca. A Natale, chiedi ai tuoi in regalo un cuore funzionante, Scrooge!
b) Non era il tuo genere, ma ci hai provato. Tre stelle e il proposito che, il prossimo anno, darai un'occhiata al sequel. Nella Jackson, sotto sotto, hai visto del potenziale.
c) Il romanticismo è nel tuo DNA, come il segreto per una pelle perfetta. Non giudichi a prima vista, sei assennato/a e riflessivo/a. Il secondo romanzo, inutile dirlo, l'hai già prenotato. Incontrerai la tua Kat – o il tuo Carter – perché credi nell'amore. Tu, lettera a, morirai invece solo/a e con sette gatti cenciosi.

Fate un po' i conti voi...

venerdì 6 marzo 2015

Pillole di recensioni: Tua (Claudia Piñeiro), Questione di cuore (Carmen Bruni)

Titolo: Tua
Autrice: Claudia Piñeiro
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 142
Prezzo: € 10,00
Il mio voto: ★★★½
La recensione: Avevo una scaletta rigidissima di letture da portare a termine. Avevo numerato i miei libri in base alla precedenza e in stanza avevo un comodino che era un po' un campo di battaglia, un po' un podio. A casa. E mi mancavano un centinaio di chilometri ancora per tornarci. Finito un esame importante, con la valigia quasi vuota e il Kindle a portata di mano, aspettavo in stazione l'arrivo del treno; mi annoiavo. Il cellulare carico, anche se io il cellulare lo uso poco e non so che farci, e quel Kindle su cui avevo finito di leggere la Mazzantini. Marchingegno che accendo di rado, ma che mio padre, al contrario, apprezza parecchio: tra i titoli caricati da lui, anche questo Tua, che puntavo da quand'è uscito ma che non ho mai comprato in versione cartacea. Caro, con poche pagine. L'ho iniziato dicendomi: “è giusto per passare il tempo, poi a casa lo mollo e passo ad altro.” Questo giallo argentino che non era tra le mie priorità non accetta di essere piantato in asso. Ti perseguita come un'amante abbandonata. L'ho iniziato e finito in giornata. Scattante, gustoso, elegante. Divertentissimo. La Piñeiro nasconde un colpo di pistola tra i rossetti e un cadavere in un matrimonio a senso unico, in cui l'amore è finito, le figlie disprezzano i genitori, ma le mogli – pazienti e naturalmente fiduciose – aiutano i mariti con le macchie di caffè sulle camicie e con quelle di sangue sul completo buono. Inés, casalinga disperata e donnicciola servizievole, ha una cultura di polizieschi televisivi e la propensione a mettere tutto in ordine: non dev'esserci uno spillo fuori posto, figuriamoci un'altra donna – o due, addirittura? - tra moglie e marito. Raccontato in parte da lei, con tanto di pratici schemi e di diagrammi, proprio come ha visto fare ai serial killer negli sceneggiati, e in parte originalmente costituito dalle conversazioni telefoniche della problematica figlia minore, Tua scivola libero e fluido come in un tango, intrigando grazie a un'improbabile “signora ammazzatutti” - la citazione del film di Waters non è puramente casuale – e a un intreccio accattivante e elementare, armato di colpi di scena ad effetto e sorrisi acidi. Una commedia nera molto piacevole, scritta come se si fosse a teatro e come se tenere insieme i pezzi di un matrimonio tradito fosse missione impossibile, al pari del delitto perfetto.

Titolo: Questione di cuore
Autrice: Carmen Bruni
Editore: Fabbri “Life”
Numero di pagine: 275
Prezzo: € 15,90
Data di pubblicazione: 12 Marzo 2015
Il mio voto: ★★
La recensione: Vorrei essere conciso ed indolore. Non ci giro attorno, perché quando un libro non mi piace tendo a straparlare. Non era nei miei piani leggere Questione di cuore. Non è il mio genere e l'esordio della Bruni, purtroppo, non è l'eccezione alla regola. Non sono fortunato con gli appuntamenti al buio e non saprei definire altrimenti le circostanze che mi hanno portato ad avvincinarmi a questo romanzo. Per quell'esperimento della Fabbri di cui vi parlavo, avevo scelto la ristampa della Hoover e avevo dovuto abbinarla a questo. La prima parte dell'esperimento è andata. La seconda, pur non pesandomi, meno: se Tutto ciò che sappiamo dell'amore scorre, questo scivola via. Questione di cuore fila dritto e non resta impigliato da nessuna parte. Tutto gira intorno al cuore – e al sole, e all'amore – e nei pochi angoli vuoti non c'è spazio per il resto: un tema importante, un approfondimento psicologico, un piglio originale. I personaggi, che vivono di pane e amore, appunto, ma di fantasia neppure a parlarne, sono creature che si risvegliano dal letargo nella stagione degli "accoppiamenti" e ogni pagina racconta di quello. Non c'è altro, non c'è stagione che preceda la loro eterna primavera. Giorgia e Alessandro vivono all'insegna dei loro sentimenti, ma sotto le ali di Cupido si nasconde solo un amore fatto di tira e molla, che si diverte a complicarsi da sé. Non si poteva neppure pretendere di più, ma la lettura si è rivelata carina, ma poca cosa. Una commedia romantica che fa il verso a quelle americane. La protagonista, però, non è Bridget Jones: manca l'autoironia, si prende tutto sul serio e una chiave più leggera avrebbe fatto bene, aiutando il lettore a superare comprimari non sviluppati e evitando che il tentativo di rendere profonda Giorgia fallisse. Il suo lui, una specie di Tronista della De Filippi, il pregiudizio comune – che vuole quelli belli non troppo brillanti – lo sposa in pieno. L'uso di un doppio punto di vista – funzionale come un paio di infradito sotto il diluvio universale – non giova: l'autrice non sa gestirlo al meglio e Alessandro, irruento e burbero, appare come il tipico maschio alfa che vuole farla addosso a lei per segnare il territorio. E lei, più utile e servizievole della ruota di un furgone in doppia fila per un cane pastore, è scodinzolante e tutta contenta. Non ci sono castronerie, passi degni di ilarità; nulla di tutto questo, giuro. Si legge. Ma c'è un qualunquismo che non permette che niente rimanga impresso. A mancare è lo scarto che lo renda non un romanzo rosa come tanti. Non c'ho visto niente di che, compreso il motivo che ha spinto un buon editore a portare in libreria in versione cartacea una storia piccola, nata su Amazon e che per me lì, a un prezzo contenuto ma giusto, o tra gli ebook della You Feel Rizzoli, sarebbe stata all'altezza della situazione. La fiaba più bella rimane quella vissuta dall'autrice, del cui successo sono sinceramente contento, ma, nonostante un buon lavoro di editing – ho letto passi della precedente versione a dir poco improponibili –, è il tocco magico che latita.

mercoledì 4 marzo 2015

Recensione in anteprima: Slammed. Tutto ciò che sappiamo dell'amore, di Colleen Hoover

Non si può piangere per sempre. Tutti, prima o poi, si addormentano

Titolo: Tutto ciò che sappiamo dell'amore
Autrice: Colleen Hoover
Editore: Fabbri “Life”
Numero di pagine: 352
Prezzo: € 15,90
Data di pubblicazione: 12 Marzo 2015
Sinossi: Lake ha vissuto l’anno peggiore della sua vita: la morte del padre, i litigi con la madre, un trasloco in una nuova città e la fatica di reinventarsi una vita. Finché non conosce Will, il vicino di casa, a sua volta costretto dalla vita a crescere in fretta. L’intesa è immediata, ma il primo giorno in classe Lake scopre che il loro è un amore impossibile: Will è uno dei suoi professori. Altrettanto impossibile allontanarsi, dimenticarsi, rinunciare: e così Lake e Will – costretti a restare divisi – si parlano attraverso la poesia, anzi, le poesie, in pubblico ma in segreto, servendosi di uno slam (una gara di versi) per dirsi tutto ciò che devono e vogliono dirsi.
                                    La recensione
Io non ci rinuncio. Io mica mi arrendo. Voglio capire qual è la differenza tra “nuovi” e “giovani” adulti – e non ci sono riuscito, non ancora. Voglio trovare un romanzo di un genere esploso all'improvviso, ma tristemente sempre uguale a se stesso, che mi faccia credere che ci sia sempre di meglio, che al young adult le nuove autrici – tutte donne, tutte appresso ai soliti temi: tutte uguali – rubacchino anche la profondità, la verosimiglianza dei loro racconti, e non solo i protagonisti all'ultimo anno di liceo in preda agli ormoni – e se ci sono riuscito, qualche tempo fa, è stato proprio grazie a Colleen Hoover che da allora, all'incirca, mi ripropongo di leggere di nuovo. Quando la Fabbri, in cerca di un parere maschile, mi ha indicato una serie di titoli da recensire in anteprima, la mia scelta, a colpo sicuro, è ricaduta, quindi, sulla ristampa di Tutto ciò che sappiamo dell'amore. Uscito qualche estate fa, è entrato ed uscito ed entrato ed uscito dalla mia lista dei desideri a tempi alterni: mi convincevano i pareri positivi, mi faceva passare la voglia, però, anche la minima recensione stonata. Non sarebbe stato come Hopeless, delicato e tostissimo, con due protagonisti originali e un oscuro contorno di abusi familiari e infanzie negate; ma a scatola chiusa, se proprio dovevo scegliere, sceglievo la Hoover. Scatola chiusa tra virgolette. In realtà, come capita con quei libri che ti incuriosiscono ma che poi, convinto non li leggerai mai, vai a spulciarti per bene, impaziente di capire cosa sia piaciuto e cosa invece no, devo confessare che sapevo più di quanto volessi a proposito di questa storia. La svolta drammatica della parte finale, ad esempio. Quella che a tutti, me compreso, a causa di un'ironia inusuale che mi è parsa solo mancata discrezione, ha fatto storcere il naso. Poiché preparato, mi è sembrata poca cosa: ci sono passato sopra; il resto scorreva. Il pregio del romanzo – primo di una trilogia, ma perfettamente autoconclusivo – è che è piacevolissimo, lieve, e che i classici lutti dei protagonisti non risultano troppo. Lontano dalla profondità di Hopeless, è un romanzo tutto sommato onesto, che non vuole farsi ricordare grazie a trovate ruffiane o fastidiose – il sesso esplicito, la promessa di una maturità che poi manca – ma neppure per il sentimento travolgente tra i due giovani protagonisti – due ragazzi che si amano, anche se, come in Pretty Little Liars, lui è un professore di lettere e lei una studentessa – dei quali non avverti mai la loro relazione come maledetta dalle stelle; realmente ostacolata.
Lake e Will, con le loro famiglie bisognose e l'esigenza di crescere in fretta, si muovono in un ambiente noto – il liceo – e percorrono insieme le tipiche fasi del lutto e le altrettanto tipiche fasi dell'innamoramento: gli amici consueti, i consueti litigi, anche se i simpatici fratellini minori, i loro preparativi per Halloween e il filo doppio delle emozionanti esibizioni al N9VE danno colore. Considerando la presenza costante di una narratrice che non brilla per buone idee, più infantile dei suoi diciotto anni, il romanzo ha il suo riscatto, la sua ora d'aria, quando sottraggono la parola a Lake le lettere dei genitori e, soprattutto, le poesie rabbiose e autentiche dello Slam. Gara poetica senza rime e senza regole che unisce i due personaggi, dirimpettai e qualcosa di più, dietro un microfono e contro l'ingiustizia di una vita da vivere come viene; sia quando dispensa dispiaceri, sia quando distribuisce piccoli miracoli. La poesia, purtroppo, resta sul palcoscenico e non influenza lo stile: non scende in campo, non dà quella cosa in più alla prosa lineare e standard delle autrici che fanno romance, ma il troppo stroppierebbe e Tutto ciò che sappiamo dell'amore risulta abbastanza. Semplicemente, abbastanza. Abbastanza problematico, abbastanza romantico, abbastanza carino. Il che è molto di più di quanto si possa dire di tanti new adult, che si prestano a stroncature spietate e a facile ironia. Tutto ciò che sappiamo dell'amore – traduzione liberissima dall'americano Slammed, titolo che finirò sempre per confondere con quello di una brutta e (quasi) omonima commedia di Gabriele Muccino - non sarà il vostro breviario dei sentimenti. Tutto ciò che saprete sull'amore, ecco, non lo saprete grazie a questa lettura. Non spicca il volo, ma è come un viaggio a velocità costante confortevole e senza tratti al buio, mentre la strada è tutta dritta – nonostante qualche buca sporadica faccia sobbalzare – e alla radio passa un pezzo che ti piace e che fa, lungo il tragitto, buona compagnia.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Swedish House Mafia - Don't You Worry Child Feat. John Martin (Acoustic Version)


Don't you worry, don't you worry child
See heaven's got a plan for you.”