Visualizzazione post con etichetta Paola Barbato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paola Barbato. Mostra tutti i post

venerdì 13 dicembre 2024

Recensione: La torre d'avorio, di Paola Barbato


| La torre d’avorio, di Paola Barbato. Neri Pozza, € 20, pp. 416 |

Mi dichiaro colpevole. Avevo dimenticato quanto brava fosse Paola Barbato. Autrice tanto talentuosa quanto prolifica, ha scritto tutto e dappertutto: dai fumetti per Bonelli ai romanzi a puntate su Wattpad. Elegante come non mai, entra nella scuderia Neri Pozza per seminare colpi di scena e conferme. Incalzante, adrenalinico, tesissimo, La torre d'avorio è una caccia all'uomo — anzi, alla donna — che non conosce tregua. Ma è, soprattutto, la storia di un gruppo di personaggi femminili dalla psicologia oscura, qui scandagliata senza pregiudizi. I nostri demoni, infatti, sono al sicuro con Barbato. E tra reiette, a sorpresa, può nascere anche un commovente senso di famiglia. Prendete La pazza gioia, il capolavoro di Paolo Virzì, e vestitelo di nero: dategli una macchina con il serbatoio pieno, sicari alle calcagna e un'arma a portata di mano. Il romanzo è la storia della seconda vita di Mara: ormai cinquantenne, vive sotto falso nome in un appartamento stipato di scatoloni e rimorsi. Un decennio prima i notiziari l'hanno dipinta come una spietata femme fatale: affetta dalla sindrome di Münchausen, aveva avvelenato i suoi familiari. Tutto per prendersi cura di loro e mostrarsi, così, la madre modello richiesta dalla società.

È come se avessi dentro una belva addormentata. E finché non sarò sicura che sia morta, farò di tutto perché nessuno si avvicini.

È possibile sfuggire al proprio passato, se qualcuno ci ha intrappolato in un'imprevedibile macchinazione? Accusata di una lunga catena di nuovi avvelenamenti, la protagonista fugge. E ritrova Moira, ex bancaria che investì la dirimpettaia per via di un parcheggio conteso; Fiamma, che sfoga il suo pericoloso sex appeal su Onlyfans; Maria Grazia, che, vessata in casa e al lavoro, sparò al suo capo; Beatrice, splendida ereditiera morbosamente ossessionata dai defunti. Amiche per la vita e per le morte, le protagoniste sono talmente ben caratterizzate che ognuna meriterebbe un romanzo a sé. Strette da un legale indissolubile, costituiscono il pregio maggiore di un romanzo dallo straordinario cast d'insieme destinato a una seconda parte, però, inutilmente rocambolesca e improbabile. Superfluo anche lo strascico finale. All'inizio fortemente claustrofobico, La torre d'avorio diventa poi un tour de force sui misteri insolvibili della mente umana e sulle imperfezioni dell'essere genitori. Mara non è sola. Mara non è guarita. Non ci si riprende mai, infatti, dall'inferno di sé stessi. La bestia che ha dentro non è morta: dorme. Brutalmente oneste, le nostre antieroine hanno nostalgie profonde ma nessuno senso di colpa. Radioattive, recidive, animano uno dei romanzi più vitali dell'anno. Anche se, paradossalmente, lo scoprirete pieno di morti.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Alice Cooper – Poison

giovedì 4 giugno 2020

Recensione: L'invenzione di noi due, di Matteo Bussola

| L’invenzione di noi due, di Matteo Bussola. Einaudi, € 17, pp. 216 |

Non l’ho mai letto ma allo stesso tempo lo leggo da sempre. Matteo Bussola è una delle voci più fresche e piacevoli dei social – sotto ogni suo post Facebook troverete puntualmente un Mi piace del sottoscritto – ma finora non mi aveva tentato in libreria. Aspettavo il primo romanzo ufficiale. Aspettavo una copertina bellissima, unita a una trama altrettanto adorabile. La famosa fase due mi ha fatto questo regalo.
Certo, un conto è apprezzarne i testi scritti per i social e un conto scoprire che lo stesso stile, sul lungo tratto, è oggettivamente lontano da me. Certo, qualche ammiccamento al pubblico della rete c’è, tra citazioni sparse e frasi a effetto. Però, gusti o non gusti, a volte le storie procedono spedite come treni oltre i confini della nostra comfort zone. E questa commedia dolce-amara, sulla scia del Cyrano, mi ha stretto il cuore in una morsa. Con tanto di colpi di scena, nell’ultima parte, e di epilogo non scontato. Perfino parlare d’amore diventa originale se, come in questo caso, ci si concentra sulle coppie che vengono raccontate di rado: non quelle nascenti né quelle in crisi, ma quelle sposate da un sacco, che vivono nel limbo sonnacchioso della routine coniugale. Si parla di un amore maturo, tra quarantaseienni, e con mezzi non sempre leciti si tenta di ravvivare la proverbiale scintilla. O reinventarsi è una prerogativa che spetta soltanto ai giovanissimi?

Questa è la storia di come tramutai l’amore in cenere e poi la cenere, di nuovo, in amore. La prima cosa fu il mio sbaglio. La seconda, la mia colpa.
Siamo a Verona, la città degli innamorati sfortunati. Milo, architetto diventato cuoco per necessità, ha un discreto passato da dongiovanni a dispetto dei chili di troppo e una cura esemplare dell’orto, nonché della moglie Nadia. Scrittrice umorale e anticonformista, di quelle che si bastano anche senza figli, la donna insegue il romanzo definitivo e a volte è così distratta da saltare i pasti. Lui, perciò, la accudisce con Tupperware pieni di bontà. Mentre Milo è poco sognatore, Nadia lo è troppo. Ormai agli antipodi, in una casa che sembra la torre di Raperonzolo, possono vivere di abbastanza? In un tentativo disperato, l’ultimo dei romantici si concederà un colpo di testa in memoria del colpo di fulmine nato scrivendosi sui banchi di scuola: fingersi uno sconosciuto, Antonio, e inoltrare una serie di email alla moglie. Lei gli risponderà credendolo qualcun altro. Il tranello li farà riavvicinare o, al contrario, li allontanerà per sempre?

Mi definiscono una persona riservata, ed è abbastanza vero. Lo dicono quasi fosse un limite. Io, al contrario, ho sempre pensato alla riservatezza come a una specie di regalo. Riservare qualcosa ha a che fare col tenerlo in serbo per qualcuno, una bottiglia di vino, oppure una parte fondamentale di noi. Quando conobbi Nadia, compresi per chi avevo tenuto in serbo la mia.
La seconda prima volta dei protagonisti, filtrata dal computer, permetterà loro di guardarsi finalmente dell’esterno. Perché è più facile parlare a cuore aperto a un estraneo, e i social ne sono l’esempio. Ode alla scrittura, allora, che regala uno spettro di infinite possibilità; che centra, mette a fuoco, dà una migliore visione; che favorisce le inversioni di ruolo, ancora, gli scandagliamenti psicologici, l’empatia. Vittima della nostalgia, Milo qui si concentra sul presente. E persiste nonostante i difetti, gli inestetismi, gli sbadigli – nonostante scriversi significhi tradirsi –, spinto da un romanticismo commovente perché declinato eccezionalmente al maschile.
Diviso tra fantasia e amara verità, Matteo Bussola riempie il romanzo di riferimenti popolari, ironia e saggezza. Seguendolo virtualmente e sapendolo sposato con l’autrice Paola Barbato, maestra del genere thriller, è impossibile poi non scorgere un vago autobiografismo di fondo quando si parla della passione febbrile del mestiere di Nadia. Anche se è finzione, insomma, L’invenzione di noi due si legge con la curiosità e la tenerezza con cui spieremmo un interno domestico dalla soglia della porta. Gli riconosco, a modo suo, un’insospettabile originalità. L'autore descrive benissimo il logorio di quelle convivenze spiegazzate e stanche, senza più sorprese, di cui la narrativa d’intrattenimento non osa parlare per paura di far vivere ai lettori le stesse noie della coppia ormai datata. Quando, davanti alla bellezza del realismo e delle nostre ordinarie imperfezioni, non serve inventare. Questo romanzo lo prova. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ex-Otago – Solo una canzone

mercoledì 8 agosto 2018

Recensione: Io so chi sei, di Paola Barbato

| Io so chi sei, di Paola Barbato. Piemme, € 18,50, pp. 515 |

Io so chi sei come Non ti faccio niente. Due frasi all'apparenza rassicuranti che, a ben pensarci, nascondono dietro un sottile tono di minaccia. Due modi di incutere paura. Due romanzi della stessa autrice che, per perizia e introspezione psicologica, sembrano rendere limitante la definizione di thriller. Torna attesissima Paola Barbato, anche se era stata sul mio comodino appena qualche mese fa con Bilico: esordio da rispolverare, da rivalutare, che non convinceva fino in fondo con i suoi equilibri malsicuri e un gusto per l'eccesso stancante sul lungo tratto. Sapienza narrativa a parte – ora, per fortuna, posso dirlo scacciando l'ombra del sospetto –, nient'altro a che vedere con la complessità delle pubblicazioni successive. Fino a questo momento, infatti, il dubbio poteva essere ragionevole: che la struggente avventura degli ex bambini di Vincenzo, l'indimenticabile rapitore che lasciava paperelle di gomma sulle sue false scene del crimine, fosse un caso isolato difficile da ripetere? Non si supera ma non delude, a questo giro, la sceneggiatrice di Dylan Dog e la musa di Matteo Bussola, compagno di vita che proprio alla loro storia d'amore ha dedicato un'ultima fatica uscita per Einaudi: un intrigo asfissiante, nonostante le ariose ambientazioni toscane, sui pregi e i difetti dell'essere costantemente rintracciabili nell'era degli smartphone. È sempre dal ritrovamento di un oggetto che si parte: un cellulare ripescato nella buca della posta dalle mani tremanti di Lena, trentaduenne con le borse sotto gli occhi e il cuore incrinato per sempre. Strano accumulo di contraddizioni, quella figlia della Firenze bene: la mortificazione dei vestiti informi, il garbuglio inestricabile dei dreadlock al posto della messa in piega delle brave cocche di papà e l'indolente Argo, molosso tenuto a stento al guinzaglio, cozzano infatti con il curriculum di un'universitaria brillante che ha deluso tutti, perfino sé stessa, in nome di una relazione che la ha imposto un nuovo look e nuove frequentazioni, che l'ha imbruttita dentro e fuori. Dal cellulare sconosciuto prendono ad arrivare messaggi dal destinatario ignoto: il primo dice Io so chi sei, e non suona una premessa troppo inquietante all'orecchio di qualcuno come la protagonista. Una giovane donna che si è tradita irreversibilmente, che purtroppo chi sia non lo sa più. È cambiata per Saverio, ma Saverio non c'è a darle ordini, coordinate esistenziali o tormenti: l'eterno ribelle che ha in comune con il Bern di Divorare il cielo le piccole smanie rivoltose, il pallino per l'ambientalismo, le frequentazioni animaliste, è caduto nell'Arno da ubriaco e non è più riemerso. Restano una bara vuota, i segni di una trasformazione radicale di cui ormai a Lena sfuggono i perché e, a due anni dalla scomparsa dell'uomo, un anonimo interlocutore che a distanza la aizza, ci gioca, la maltratta come fosse un cane da combattimento. Lui che ha sempre nutrito rispetto per le bestie, mai per le persone, e che le storpiava il nome con una canzone degli Articolo 31. Lui Saverio, redivivo desideroso di testare la cieca fedeltà della sposa? O a tramare nell'ombra è forse qualcuno che l'ha tenuto prigioniero e affamato per tutto il tempo e che adesso pretende la merce di scambio dell'obbedienza di Lena?

Tutti gli amori sono malati.

Gli SMS mirano a farne una persona diversa e spregiudicata – ricatta, droga, avvelena, brucia, ammazza. Vittima, sempre, anche quando è lei l'artefice sotto costrizione. 
Proprio come quando appariva un corpo estraneo nella ampia cerca degli amici di Saverio, ora decimati uno a uno. 
Proprio come quando, a metà romanzo, interviene un personaggio che ruba la scena a chiunque: lo sgrammaticato Francesco, gigante in divisa affatto buono, le raddrizza il tiro, porta a termine quello che Lena si rifiuta di fare, la usa come esca travalicando una giustizia al solito malleabile. Tutto pur di acciuffare il colpevole, e di farne carne da macello: con la protagonista, così, destinata a passare dal mostro all'orco come in una fiaba nera, in nome della riconoscenza di coloro che vengono salvati da terzi. Doppiamente manipolata, contesa da amori vandalici, in un implacabile stillicidio lungo 500 pagine questa protagonista debole, duttile e inetta fino all'ultimo si mostra a sorpresa esattamente uguale a noi. Ci affascina e ci irrita, vero, ma faremmo lo stesso se intrappolati in un simile labirinto di bugie. In una gabbia a cielo aperto con vista sul Lungo Arno.

«Non ho più niente da perdere» aveva risposto Lena, per poi aggiungere: «Sono una brutta persona.»
«Tutti lo siamo, la nostra è una brutta specie.»

Si incontrano comprimari innumerevoli – su tutti, nella corte dei miracoli di Saverio impossibile non ricordare Alex e Lucio, esempio di un amore che a volte salva – che a colpi di personalità fortissime sfuggono al classico ruolo castrante dei personaggi minori. Si sovrappongono e confondono i buoni con i cattivi, in un'ambigua matassa di supposizioni errate e grigi sfumati. Si parla di stalking e allievi che superano i maestri, di gabbie costruite nello zoo della nostra mente vulnerabile. Qualche dubbio soltanto per il finale, molto aperto, quando ci sarebbe stato forse tutto il tempo per tirare meglio le fila: da uno spunto all'apparenza abusato, infatti, è venuto già fuori un thriller scorretto e solidissimo. C'è abbastanza materiale per la trilogia nei piani di Paola, scrittrice con una prosa magnetica e cattive intenzioni? Ma ci si affida a occhi chiusi al suo imperscrutabile volere, perché sì. L'orecchio teso, pronti a scattare il giorno in cui il trillo di una notifica ci informerà che il secondo capitolo è in stampa; che le minacce scambiate per gentilezze no, non si sono esaurite sulla costa massiccia di Io so chi sei. Per ironia della sorte, dunque, in scacco quanto una protagonista con un caricabatterie Samsung per collare a strozzo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Police – Every Breath You Take

giovedì 5 luglio 2018

Recensione a basso costo: Bilico, di Paola Barbato

| Bilico, di Paola Barbato. Pickwick, € 9,90, pp. 320 |

Ho letto per la prima volta un romanzo di Paola Barbato, sceneggiatrice d'eccellenza dell'intramontabile Dylan Dog, giusto la scorsa estate. Erano giunti infine i tempi dei bilanci, e ritrovando Non ti faccio niente nel meglio della passata annata (limitante l'etichetta di thriller al cospetto di quello stile materno e ricercato, di un'emozionante avventura a cavallo fra le generazioni) mi ero detto che sarebbe stato l'inizio, quello, di una lunga conoscenza. Benché tornata in libreria con il capitolo introduttivo di una nuova trilogia di successo, dalla mia ho ingranato la retromarcia e rispolverato il controverso esordio, galeotta la ristampa in edizione tascabile. Bilico arriva sugli scaffali nel 2006. In anticipo rispetto a personaggi femminili volitivi, distaccati, sdegnosi, che vincono con un clamoroso colpo di stato la guerra dei sessi; prima che il best-seller di Gillian Flynn facesse carta straccia della struttura compassata del giallo tradizionale. I membri delle forze dell'ordine non saranno allora senza macchia. I criminali non avranno metodo, colpiranno alla cieca. I colpi di scena, non riservati a una chiusa a effetto. La giustizia che non vince mai. Protagonista all'avanguardia, Giuditta Licari: anatomopatologa e psichiatra, quarant'anni portati a fatica, detentrice dello strano fascino esercitato dalle donne di potere – né belle né brutta, infatti, viene idealizzata in nome di una reverenza che spaventa l'altro sesso. Sgradevole, distaccata, e forse proprio per quello irresistibile, fa un lavoro da uomini, e dagli uomini è guardata a occhi bassi. Come fa a ostentare una calma perfetta davanti allo scempio di scene del crimine che richiedono guanti in lattice, cuori saldi e uno sguardo clinico? Perché è sfida aperta fra lei e il serial-killer che la stampa ha chiamato il Seviziatore – omicida disordinato ma implacabile, che sembra mietere vittime senza un disegno preciso e accanto ai cadaveri lascia un trailer, un piccolo indizio del male che farà?

Giuditta sa cose che nemmeno immaginavo... mi ha insegnato che dalla morte si può imparare a vivere... sì, ecco, che dalla morte si può imparare a vivere.

Personaggio amorale e borderline di quelli che piacciono a me, a tratti perfino più pericolosa dell'assassino da braccare, la Licari non prova niente, se non il brivido della caccia; a smuoverne l'animo imperturbabile è la curiosità antropologica dell'osservare, dell'indagare. Single, vergine, è la regina di chat erotiche in cui veste un'identità fittizia nonché una mezza habitué dei locali fetish. In ufficio assoggetta l'infatuato Miglio, dolcissimo sottoposto dal pollice verde, alimentando una frustrante e continua tensione sessuale. Flirta con il dirimpettaio sedicenne, soprannominato Tadzio in onore dell'efebo del capolavoro di Visconti, e all'occorrenza copre i misfatti di Alessandro, ex (fidanzato, agente di polizia) dalla spiccata vena pazza. Ma Giuditta non si dà, non si affeziona a nessuno, non si rivela. In intimità com'è con la morte, con i segreti. Queste pagine sono il suo esatto riflesso: eccessive, divertenti, politicamente scorrette. Scritte da un'autrice che, pur di seguirne le mosse e gli sbalzi d'umore, rischia di calcare spesso e volentieri la mano. Esagerando con lo splatter, i vizi del privato, il nero a profusione. Questa volta, gli equilibri non sono dei più perfetti: errori imputabili alla gioventù. Questa volta, il sangue a fiumi, i travasi di bile e le sfumature labili fra buoni e cattivi vorrebbero purtroppo graffiare più della scrittura: così bella, in realtà, da non avere bisogno dei trucchi gore di Sergio Stivaletti. Paola Barbato gioca sporco e, cosa strana, gioca a carte scoperte.

In fondo la morte è un grande mito. Prenderla, darla, che differenza fa?

Da metà in poi sceglie di svelare l'identità del Seviziatore, ed ecco allora giustificati i toni grotteschi, l'ironia tragica, le stranezze – all'autrice fanno un baffo, infatti, le regole del quieto scrivere, e il fastidio, l'antipatia, non risparmiano né la protagonista né i comprimari. 
Il twist al centro, all'inizio chiave di lettura utile a comprenderne le pessime intenzioni, è però un'arma a doppio taglio: se da una parte scagiona il romanzo da qualche esagerazione di troppo, dall'altra fa in modo che la lettura si trascini più o meno prevedibilmente verso un epilogo di inaudita e pregevole cattiveria. 
Cronache di un thriller pionieristico che non ha morale, che non le manda a dire, e in bilico fra il sì e il no si lascia leggere.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Cure – From the Edge of the Deep Green Sea

giovedì 28 dicembre 2017

[2017] Top 10: Le mie letture


10. I nostri cuori chimici Krystal Sutherland 
Lui ama lei. E lei non può fare altrettanto; non fino in fondo. Un terzo d'amore è sufficiente? Se hai diciassette anni e (500) giorni insieme, a occhio, è il tuo film preferito, non c'è niente di più struggente.

9. Non ti faccio niente Paola Barbato
Un'avventura implacabile e delicata, dalle sfumature kinghiane, su una squadra di sconosciuti male in arnese, ai ferri corti con la malinconia, che si aggregano per giocare ai detective. Cos'hanno da perdere? Da guadagnare, quattrocento pagine in cui ci si scopre più forti insieme.

8. Open Andre Agassi
Che storia, che partita, che vita.

7. It Stephen King
Farò ritorno a Derry tra ventisette anni. Quando tornerà l'asma, la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre. Laggiù, dove eppure si va per morire.

6. Le otto montagne Paolo Cognetti
Un romanzo intensissimo, commovente, dove gli stati d'animo seguono i bollettini metereologici e i bambini vengono al mondo in ottobre, ché l'amore si fa quando i campi riposano. Ti scalda in questo inverno che non ha pietà. E lo sa la testa, e lo sa la pancia.

5. Le nostre anime di notte Kent Haruf 
I protagonisti di Haruf non si spengono. Professano una vecchiaia che non è sinonimo di tristezza. E che la solitudine, a volte, può essere riempita fino all'orlo. Inseguendo il tempo, Dio e l'altro.

4. Il cuore degli uomini Nickolas Butler
Butler fa nodi da marinaio – a lungo, mi legherà con quelli ai suoi meravigliosi personaggi - e improvvisate voce e chitarra. Conosce i segreti per leggere le stelle superstiti, e se ne fa custode. Spazza la cenere. Fino all'alba, ancora, giura che terrà acceso il fuoco.

3. Bellissimo Massimo Cuomo 
Un inseguirsi senza tregua e forse senza raggiungersi. Su una fuga lunga una vita. Su un amore che è saziarsi. Su quegli abbracci da cui ci si ritrae d'istinto, per disabitudine o paura di un altro pugno in faccia, che portano a casa.

2. Uomini e topi John Steinbeck 
Gli uomini e i topi condividono una favola dopo dodici ore spese nei campi. Fantasticano su una terra promessa, al bando l'indiscrezione dei curiosi. Con l'indomani che è un altro ranch, sì, e lo stesso sogno impossibile prima di coricarsi.

1. Stoner John Williams
Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu. 

lunedì 17 luglio 2017

Recensione: Non ti faccio niente, di Paola Barbato

|Non ti faccio niente, Paola Barbato. Piemme, € 17,50, pp. 420|


Non accettare caramelle, passaggi o carezze dagli sconosciuti. Non disobbedire a mamma e papà. Non resta che perdersi e ribellarsi, però, quando la tua infanzia non è. L'ultimo romanzo di Paola Barbato, firma storica di Dylan Dog, parla di uno strano male a fin di bene. A volte, meglio abbandonare casa e seguire l'orco: ti prende, ti porta via, non ti torce un capello. Rincontrarlo, anzi, è il sogno di tutta una vita. Rivederlo spinge alla commozione, agli abbracci inaspettati. A modo suo, il forestiero che negli anni Ottanta rapì trentadue bambini – bello come il Gesù disegnato sui libri del catechismo – li ha salvati. Ha regalato loro tre giorni felici e genitori finalmente vigili, finalmente responsabili. Esiste una paura buona, infatti. Quella di perdere per sempre un bambino ha reso gli adulti presenti e grandi i traguardi. Decenni dopo, la storia si ripete ma cambia il finale: i bambini tornano a casa ammazzati. Sono i figli dei sopravvissuti, dei piccoli disgraziati rapiti una generazione prima, ma la polizia ancora non lo sa. Mancano i collegamenti, le prove. L'assassino guida da un capo all'altro dello Stivale, sembra procedere alla cieca.

Basta avere paura una volta sola per averla tutta la vita, io lo so.

C'è, però, chi sa leggere il suo schema. A questo punto si incrociano strade parallele, le indagini collimano, i flashback e le digressioni incalzano. Intervengono personaggi innumerevoli, ma non si fa mai confusione coi nomi e coi ruoli. Contro hanno la polizia, il tempo, un mandante che rimane nell'ombra. Si considerano fratelli. Sono i soli senza figli dei trentadue bambini rapiti – per questo, o così credono, gli unici a non essere nel mirino del killer. Poche pagine, e ti si rivela la prima di tante verità: passato e presente non hanno lo stesso colpevole. Perché Vincenzo, giustiziere obeso e misantropo, chiuso in una cascina in Umbria tra il cantare dei grilli e i gatti randagi, è colui che i protagonisti hanno inseguito per tutta la vita, grati, ma non un assassino seriale. Lo tiene d'occhio la Nives, migliore amica adorabile e amante tastarda, che sa maneggiare ad arte una doppietta e si fida delle parole di quel gigante gentile che di male, ora come allora, non voleva farne. Gli omicidi sono una provocazione, un trucco sporco per spingerlo a uscire allo scoperto. E giovani e vecchi si incrociano, così, in un'indagine tenera e inconsueta. L'innesco: la rabbia di un “se”, una vendetta irragionevole. Ma quali ragioni vuole sapere, poi, la sofferenza.

Sai, se anche tu fossi cattivo a me non importerebbe. Se adesso mi ammazzi o fai una di quelle cose che non si possono dire o pensare, a me andrebbe bene.”

Qualche post fa si parlava di thriller che volano sotto l'ombrellone, di pagine che sono tante ma non sembra: quelle della Barbato, con i suoi periodi densi e spruzzati di virgole, hanno un peso importante e forse qualche spiegazione di troppo nell'ultima parte. Comunque, un'umanità straordinaria. Si vede che l'autrice è una mamma (una curiosità: è la compagna di Matteo Bussola, disegnatore che sempre di genitori e figli scrive). Si vede quanta gavetta ha alle spalle. Pochi capitoli, e già consigliavo in giro questo suo thriller on the road – impreziosito da una scrittura che resta, da personaggi che si imprimono a fuoco. Un'avventura implacabile e delicata, dalle sfumature kinghiane, su una squadra di sconosciuti male in arnese, ai ferri corti con la malinconia, che si aggregano per giocare ai detective. A loro rischio e pericolo. Cos'hanno da perdere? Da guadagnare, quattrocento pagine in cui ci si conosce e ci si scopre, magari, più forti stando insieme. Contate le papere gialle con me. Scoprite chi le ha lasciate a bordo strada. A dispetto della bugia del titolo, farà male.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Quando mi vieni a prendere – Luciano Ligabue