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Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson. Atlantide, € 16, pp. 198 |
Ci sono romanzi che vorresti amare, ma con cui non scatta la scintilla. Ci sono libri con pagine meravigliose, ma che faticano ad amalgamarsi con il resto della narrazione. Mare aperto, nel mio caso, è stato uno di quelli. Storia d'amore e razzismo nello stile di Se la strada potesse parlare e Un matrimonio americano, rinfresca il genere sposando il punto di vista di un giovanissimo. L'autore, classe 1993, è più vicino alla generazione di Sally Rooney che a quella James Baldwin. Al pari di Connell e Marianne, idoli istantanei dei miei coetanei, i protagonisti di Caleb Azumah Nelson – per tutto il tempo senza nome – si amano, s'inseguono, ma faticano ad ammettere i propri sentimenti. Artistici, irrequieti e indecisi, sono amici e molto più che faticano a fare il passo successivo. Agli occhi degli altri, tuttavia, appaiono già una coppia. Cosa li separa? Da un lato, la distanza geografica: lei, ballerina, studia a Dublino; lui, fotografo, vive nella periferia di Londra. Dall'altro, invece, le inibizioni del protagonista maschile: troppo pensieroso, guarda con paura crescente gli attacchi della polizia alla comunità nera e non riesce ad aprirsi con sincerità alla partner.
Tra voi due c’è qualcosa. Non so cosa, ma tra voi due c’è qualcosa. C’è chi la chiama una storia, chi amicizia, chi amore, ma tra voi due, tra voi due c’è qualcosa.
Com'è innamorarsi all'epoca del Black Lives Matter? Cosa significa commuoversi guardando un film di Barry Jenkins o indignarsi con una pellicola di Spike Lee? Quant'è importante coltivare un senso d'appartenenza, le proprie radici, tra club affollati e concerti martellanti? Abbondano i cenni, urgenti, alla cronaca nera. Ma anche le citazioni di saggi che non ho letto, di canzoni che non conosco, di lungometraggi che non ho visto. La cultura “black” straborda e, impreparato, ho forse colto la metà delle troppe citazioni presenti. Emotivamente poco ho colto, purtroppo, anche dei drammi del protagonista: vittima di un razzismo ormai connaturato e destinato alla perenne insicurezza, viene raccontato con uno stile che all'inizio ho trovato poetico e infine lezioso. Costituito da squarci sparsi di violenza e bellezza, il romanzo sceglie la seconda persona singolare. Brevissimo, propone pagine introspettive e intrise di lirismo, vicine al gusto della slam poetry, ma non sempre adatte a costruire una vicenda compiuta. Per via della ricerca costante della frase a effetto, ho fatico a scorgere sviluppi significativi.
Ti sei interrogato sul rapporto che hai con il mare aperto. Ti sei interrogato sul trauma e sul fatto che riesce sempre ad affiorare in superficie, e a galleggiare nell’oceano. Ti sei interrogato su come potevi fare a proteggere quel trauma dal logoramento. Ti sei interrogato sulla partenza, sull’essere altrove. Avevi sempre creduto che se aprivi la bocca in mare aperto saresti annegato, ma se non aprivi la bocca saresti soffocato. E allora eccoti qui che anneghi.
Profondamente contemporaneo ma con uno stile rarefatto, sospeso nel tempo, il romanzo parla di tanto e di poco al tempo stesso. Mi piacevano moltissimo, eppure, questi protagonisti intrecciati stretti come succede ai fili delle cuffiette. Mi piacevano i dialoghi fitti fitti, in quei primi appuntamenti che ci trasformano tutti in ragazzini timidi e smaniosi; i passi coordinati; le playlist condivise. Mi piacevano le linee e i sentieri che tracciavano l'uno verso l’altro, inconsapevoli delle biforcazioni impreviste con l'avvicinarsi di un'estate crudele. Peccato che lui la allontani spesso; peccato che, così facendo, allontani anche il lettore. Non mi sono sentito a mio agio nel bozzolo di lenzuola della coppia protagonista; nei gorghi del loro mare immenso. Sfortunatamente deve essermi sfuggito qualcosa, e mi dispiace sinceramente. Il rollio delle onde lontane e la voce calda di Nelson facevano un rumore bellissimo.
Il mio consiglio musicale: Bee Gees - How Deep is Your Love









