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martedì 18 maggio 2021

Recensione: Il valore affettivo, di Nicoletta Verna

| Il valore affettivo, di Nicoletta Verna. Einaudi, € 18, pp. 294 |

Sopravvivere non è mai una benedizione. Il tempo che resta è destinato a trasformarsi in complesso di colpa. Ci apparirà rubato a qualcun altro; strappato via con artigli da rapace. Bianca è una ladra. Quando a sette anni è sopravvissuta alla sorella adolescente – la più popolare Stella –, la sua vita è diventata la bugia di un ciarlatano. Tormentata da incubi dove si macchia le mani di sangue e dalle fitte del ciclo mestruale, anestetizza i propri dolori con gli analgesici, i reality show e il consumismo sfrenato. Compagna di Carlo, un luminare della chirurgia robotica, vive in un attico sul Colosseo e per mestiere sbobina sondaggi di marketing fasciata in un tailleur. Carlo salva le persone. Bianca, al contrario, ne ha uccisa una. Quali sono i segreti dietro l'ascesa sociale di una ragazza di provincia che, negli anni Novanta, ha fatto furore come valletta? Qual è il piano che persegue con cieca testardaggine, disinteressata alla fatalità delle sue conseguenze? Perché i tentati suicidi della madre e la fuga extraconiugale del padre: la secondogenita, così simile nell'aspetto alla sorella defunta, non era forse altrettanto degna d'amore?

L’immagine più nitida della morte sono gli oggetti che le persone lasciano, con quello che chiamano valore affettivo. Oggettivi comprati nella convinzione che si sarebbero usati. Oggetti che restano mentre tu te ne sei andato, beffarti inutili oggetti crudeli che ti sopravvivono e ricordano la tua vita a chi resta, stabili oggetti nel magma incomprensibile della memoria: per questo li amiamo e insieme ne siamo atterriti.

Immersa in ambienti di design, tutti linee flessuose e simmetrie, la protagonista ha la quiescenza di chi non lascia trapelare alcuna emozione. Ma dentro di sé ospita, intanto, un ribollire inquieto di fantasmi e d'incubi. Anaffettiva, cinica, altera, ha sedato i sentimenti nella speranza di imbrigliare i morsi del lutto. Cosa le succede tutt'intorno? Non succede niente; succede tutto. Sulla trama, volutamente, dirò poco: sappiate che somiglia ai suoi personaggi. Al bisturi di Carlo, alle contraddizioni della compianta Stella, alle vasche percorse da Bianca d'un fiato: precisa, maliziosa, spossante. Votato all'essenzialità, il romanzo di Nicoletta Verna ti obbliga a uno stato di tensione imperituro. Il disagio, strisciante, serpeggia dall'inizio alla fine. Grottesco e dissacrante, ma insieme profondamente realistico, è una finestra spalancata sugli abissi di Bianca: vortici conturbanti, ipnotici, che ti gettano in trance. Il valore affettivo, esordio di vertiginosa bellezza – al punto che si stenta a credere che sia un'opera prima –, si legge come uno di quei noir senza sbavature.

Non è che fossi triste: quello che sentivo non era il contrario della felicità, era il contrario della vita.

Disturbato e disturbante, richiama per eleganza il cinema di Michael Haneke e si pianta in testa, lì dove fa più male, attraverso la voce di Bianca: un personaggio unico nel suo genere, che non sfigurerebbe nella galleria di quelli interpretati da Isabelle Huppert, attrice protagonista degli scabrosi La pianista e Elle. Potrei continuare a scrivere ancora, ancora e ancora di lei lasciando nell'ombra il resto della sua storia. Questa donna dalla bellezza superba e respingente, affetta da manie di perfezionismo e da disturbi ossessivo-compulsivi, è infatti una narratrice di una complessità fuori dall'ordinario. Cosa ci racconta quello che gli altri buttano via? Cosa, invece, quello di cui non riusciamo a liberarci? Eccola, Bianca, mentre fruga indisturbata nel cassonetto della spazzatura: smista l'immondizia per differenziare il pattume di perfetti sconosciuti. Immersa fino ai gomiti nei rifiuti – delle campane ecologiche, delle case sfitte, della TV generalista –, se ne va disperatamente in cerca di teneri paradossi. Di una Barbie dai boccoli biondi, e della parte più pura di sé.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Unforgettable – Nat King Cole


lunedì 6 maggio 2019

Recensione: L'inverno di Giona, di Filippo Tapparelli

| L'inverno di Giona, di Filippo Tapparelli. Mondadori, € 17, pp. 190 |

Non ha che un maglione rosso, presumibilmente un modello femminile, per ripararsi dai rigori dell'alta montagna. Giona, quindici anni, vive in un villaggio senza nome e senza tempo. Per lui non esistono né il passato né il futuro. Soltanto un eterno presente, fatto di temperature in picchiata, terribili violenze – fisiche e psicologiche – e pochi ripari contro un gelo che pian piano ha messo radici anche nel cuore. Questa è la storia di un convivenza insostenibile: da qualche parte, in una casupola buia che sormonta tutto e tutti, il protagonista condivide i pochi spazi vitali con il nonno Alvise. Un vecchio dalle mani ferme e pesanti, dagli occhi di un azzurro impenetrabile, che con la stessa meticolosità con cui intreccia rami di castagno per fare gerle si ostina a tormentare il nipote: quintessenza della virilità, esempio di durezza e cattiveria, risulta elegante anche nel pestaggio. Nelle nocche lucide di sangue, nelle suole delle scarpe che calciano e spezzano le ossa. Questa è la storia del paese di Alvise: un microcosmo di case nude e argilla, di cieli dello stesso colore dell'orzata, che si regge a malapena su un ciottolo e sta perdendo misteriosamente il suo centro. Come sopravviverà senza il suo leader, e senza la complicità delle nebbie perenni?

Non ti ho mai conosciuto davvero, padre. Non sono tue le mani che mi spezzano la carne quando il vecchio mi punisce. Non è il tuo volto che mi tocco quando il freddo d'autunno mi congela le guance. Non sono volto, non sono labbra, non sono dita, denti, né altro. Io sono figlio del niente, senza padre né madre. Ma lei, a differenza tua, me la ricordo a ogni colpo che arriva, perché è il suo nome che invoco nella gola quando il male diventa più grande di me. Tu invece non sei mai esistito. Uomo sparito, fantasma di un fantasma. Ricordo la tua assenza, quando invece vorrei poter dimenticare la tua presenza inconsistente. Hai carne di vento, pelle di nebbia. Sei vecchio come Alvise. Non ti riconosco eppure sei me centomila volte al giorno. Le tue schegge non sono dolci, sono vetriolo che scende nello stomaco. Bruciano tutto quello che trovano, anche le grida.

Vincitore del premio Calvino sulla scia del bellissimo L'animale femmina, L'inverno di Giona racconta di un fragile universo che un singolo atto di ribellione minaccia di ridurre in polvere. Anche se niente è quel che sembra. L'ordine è rigoroso, il silenzio di tomba. Le case hanno le porte aperte e le scatole, che all'interno nascondono indizi indicibili, rifiutano lucchetti: lo spietato Alvise, sicuro della propria autorità, è infatti il peggiore deterrente. Suo nipote è nel fiore dell'adolescenza, ma al cospetto del vecchio sembra un bambino sperduto. Logoro e infreddolito, sozzo di sangue, nella prima parte mette alla prova le resistenze del lettore descrivendo una routine che fa impallidire: l'apice, quando è costretto a scegliere fra il passare una notte all'addiaccio o gettare nella fornace il suo maglione – già rattoppato alla bell'e meglio, per tutte le volte in cui Alvise lo ha strappato e bucherellato all'indomani di qualche sgarro. Solo al mondo, a digiuno di abbracci, Giona ha dato un nome di battesimo ai dodici gradini che conducono in cantina e ben presto sperimenta l'orrore delle strade vuote, dei boschi labirintici, come nella versione amara di Hansel e Gretel. La seconda parte, un soliloquio dai toni lisergici ma poetici, tratta di un doppio affrancarsi; di una fuga tanto letterale quanto metaforica, lontano da un villaggio giunto al collasso.

Sai come nasce un albero che sa fare i frutti? Non in modo spontaneo, non secondo natura. Non da solo. Scegli una pianta selvatica resistente, gli spacchi il legno e gli innesti dentro un ramo buono, con le gemme. Poi la mutili per anni con la potatura, lasci solo i rami più forti e li deformi per renderli adatti alla raccolta. Con il dolore, Giona. Solo con il dolore si impara.

Lì dove libertà fa rima con redenzione, l'animo smarrito del protagonista punta a mete sconosciute con lo spirito dei classici viaggi dell'eroe: gli fanno compagnia la spettrale Norina, una coetanea seguita a ruota da uno sfuggente gatto nero; la dolcezza di Anna, che mette in ordine una canonica rimasta purtroppo senza prete; i litigi aspri fra Attilio e Anna, che sparlano della figlia sciagurata che ha osato voltare loro le spalle. La terza parte invece, forse intuibile attraverso indizi ben seminati ma comunque agghiacciante, è la riflessione a ruota libera sulle fate e i demoni della nostra fantasia: qualche volta salva, qualche volta ammazza.
Sorretto da una scrittura dalla bellezza perturbante, vibrante com'è delle angosce e del candore delle infanzie di ogni dove, il premiato esordio di Filippo Tapparelli è un'allegoria esistenzialista consigliata a chi ha amato e sofferto con Sette minuti dopo la mezzanotte e Vita di Pi. Una strada senza uscita, che gira in tondo e porta sempre al punto di partenza. Tutto, pur di affrontare una scomoda verità. L'andamento perciò sarà di quelli vari e frastagliati. Ancorati a una prosa ispirata e scabrosa, piace tuttavia fidarsi a occhi chiusi. Non sapendo in principio dove porterà, il viaggio dell'autore veronese.

Non ci sono cose più fragili della verità. Per questo motivo va detta a bassa voce. Le parole la sporcano e la confondono, non sanno riportarla in modo fedele. La verità è fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso.

Seguiamo allora i sentieri di un microcosmo sdrucciolevole e impermeabile al divenire, che si sbriciola come un biscotto raffermo – le parole che diciamo a voce alta costruiscono, infatti, mentre quelle che tacciamo distruggono. Seguiamo, ancora, la bussola di un maglione rosso: tratto distintivo su una sagoma che sfreccia, si sporca, e infine ti coglie alla sprovvista alle spalle. Cosa accade quando un cane, spezzato il guinzaglio, si rivolta contro il padrone? Dove il tempo è relativo quanto mai e i freddi, interminabili, possono fiorire in gemme primaverili sotto le palpebre abbassate degli instancabili sognatori, un sacchettino con cinque pietre e la sagoma di una porta ci regaleranno il miraggio del sole all'insegna degli epilogo evocativi perché sospesi nel mezzo dei nostri forse. La fantasia è una catena. La fantasia è una liberazione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Fabrizio De Andrè - Ho visto Nina volare 

mercoledì 3 aprile 2019

Pillole di recensioni: Stai composta (Cosima Spinelli) | Elena di Troia (Loreta Minutilli)

Stai composta, di Cosima Spinelli
Bookabook, € 13, ★★★½
Ognuno raccoglie ciò che ha seminato. Io, a un passo dalla laurea magistrale, mi accorgo di aver seminato poco. Alla proclamazione, infatti, vedrò qualche parente e amici sulle dita di una mano. Dev'essere per questo che la lettura di Stai composta ha suscitato in me un vago dispiacere. Parlandosi di amicizie storiche, in tempo di inviti da inoltrare e bilanci, quanto rimproverare al mio carattere schivo e quanta invidia, invece, per le tavolate festose di Cosima Spinelli. Con gli stessi sentimenti le spia anche la narratrice: una presenza anonima che, guardando senza essere guardata, spia le confidenze intime, gli amori e i segreti degli amici di sua mamma. Quattro scapestrati figli degli anni Ottanta che in un'atmosfera distesa e conviviale, di brindisi balli e risate, condividono a cena i ricordi di una sera del 1994. Nell'anno in cui sarei nato io, avevano accettato di darsi appuntamento durante una sera di pioggia e tuoni. C'erano tutti: Claudio, il padrone di casa sopravvissuto all'infanzia in un quartiere difficile, con un pastore tedesco accucciato ai piedi e la tendenza a scappare dall'altra parte del mondo; Anna, infatuata non corrisposta, che si accompagna agli uomini senza trasporto e fa i conti con un passato di molestie; Marco, emarginato per le sue preferenze sessuali e costretto a un noioso lavoro d'ufficio per quieto vivere; Sara, mamma di due gemelle in crisi matrimoniale. Sembrano un po' i Perdenti di It, un po' i commensali del cinema di Ozpetek e Muccino. Come dimenticare il leggendario concerto dei Pink Floyd nella laguna di Venezia? Come non lavare i panni sporchi fra amici stretti, se non è tutto oro quel che luccica? Non sappiamo bene cosa sia stato di loro, se a tavola ci sia un posto vacante o meno, chi sia il padre della voce narrante. Un'adolescente ficcanaso senza nome, ma non senza personalità, che impara a essere figlia e donna occhieggiando le loro nostalgiche rimpatriate. Il passato non avvisa, scivola frequentemente nel presente, e la narrazione in terza persona si alterna al corsivo di quella in prima. Stai composta, consigliatissimo agli amanti di Federica Bosco e Chiara Gamberale, è il lascito fedele di quella notte temporalesca. Una lettura lieve e introspettiva, che emoziona con delicatezza con una storia in cui amicizia rima con famiglia. Ci sono attimi fortuiti che non scegli da te. Puoi compensare, per fortuna, con le persone giuste. Quelle che tengono un coperto aggiunto a tavola, il piatto in caldo e la memoria, sempre, viva.

Elena di Sparta, di Loreta Minutilli
Baldini & Castoldi, € 17, ★★★
Ne hanno fatto la causa di tutti i mali. Una novella Pandora che scoperchiò un vaso di violenza soltanto per capriccio; solo per amore. Chi era realmente la mitica Elena? Una moglie trofeo, una vanitosa sciagurata, o forse una femminista ante litteram? In un momento storico in cui la voce delle donne ha diritto a un'eco maggiore, l'esordiente Loreta Minutilli ha dato a una famigerata femme fatale l'ultima parola. Classe 1995, laureanda in Astrofisica ma con alle spalle un diploma classico, la giovane autrice si è fatta notare al premio Calvino prestandosi alla scrittura con un rischioso lavoro d'introspezione. Può un ventiquattrenne portare il peplo, un bagaglio carico di sensi di colpa e immedesimarsi, così, in un mondo perduto cantato già da aedi e rapsodi? Sin dalle prime pagine l'operazione risulta convincente: metà umana e metà dea, splendida e impreparata al mondo, la narratrice appare una anti-eroina che impara con le cattive che la bellezza è un'arma a doppio taglio. Abusata da Teseo, andata in moglie a quel Menelao sinceramente innamorato, infine amante di Paride e Deifobo, Elena scorge nella guerra una promessa di novità. Non ha né voce in capitolo né autorità, e allora sceglie di sovvertire lo status quo accelerando i tempi del conflitto: fa un affronto al prossimo, essere libera, e scappa a Troia. Ma la reclusione non si confà alla più bella della reggia di Priamo: anche se la profetessa Cassandra le si dimostra amica e complice; anche se il laconico Ettore, l'esatto contrario del fratello, non ne sottovaluta l'intelligenza. Sotto le mura della città sono accampati Agamennone, Achille e Odisseo: per chi batte il cuore di lei, dalla parte di chi è schierata? La guerra non scoppiò per lussuria. Non c'entrarono i dardi di Cupido. Cominciò e finì in nome di una donna incuriosita dall'altra metà del mondo, che tanto perse – la nipote Ifigenia, la madre Leda, la figlia Ermione – e, per forza di cose, a tanto dovette rinunciare. Riassunto condensato di dieci anni di guerra, Elena di Sparta racconta il conflitto da una prospettiva eccezionalmente femminile: un punto di vista sì inedito, ma anche limitato. Servita e riverita, protetta, la protagonista bramava invano un ruolo d'azione. Peccato che nessuno le chiedesse un'opinione personale, che nessuno le domandasse di raccontarsi. Ci ha pensato la Minutilli, attraverso un soliloquio difficile e rigoroso, dal taglio teatrale. Scritto meravigliosamente ma senza capitoli, senza paragrafi, il romanzo non risulta di immediata lettura. Una strenua difesa, piuttosto, verso la goccia che che fece traboccare il vaso. Un esercizio stilistico di grande maniera e senza anacronismi, ma ispirato a un mito che avvince più in esametri.

mercoledì 23 maggio 2018

Recensione: L'animale femmina, di Emanuela Canepa

| L'animale femmina, di Emanuela Canepa. Einaudi, € 17,50, pp. 260 |

L'animale femmina si chiama Rosita. Minuta e poco appariscente, ha imparato subito a mimetizzarsi. Il parlare controllato per paura che le vocali troppo aperte o troppo chiuse del dialetto casertano rivelassero al nord, dove in fretta si è adattata, le origini che ripudia a testa bassa. La propensione all'anonimato, nutrita cancellandosi via dalle labbra accenti sbagliati e rossetto. Senza un filo di trucco, così, la ventiseienne sfugge all'incalzare dei predatori e agli spari dei bracconieri. Studentessa di Medicina fuori sede e fuori corso, Rosita – cassiera con uno stipendio da fame che non le assicura neppure il poco d'indipendenza economica che cercherebbe – si ritrova con un debito verso il padrone di casa e, testimone di uno scippo ai danni di una domestica straniera come tante se ne vedono, con un portafoglio per le mani. Esporsi suonando al campanello di una sconosciuta, in nome della tacita solidarietà tra disgraziati, è l'isolato gesto di gentilezza che la porterà nella tana di Ludovico Lepore: lo sfarzo impersonale delle case ricche ma senz'anima, l'odore di pipa che riaccende in lei il ricordo di un padre conosciuto a malapena, il busto in soggiorno di Madame du Barry – da prostituta ad amante del re di Francia – a ispirare nell'anziano interlocutore il racconto di una memorabile scalata al potere. Rosita ha piccole ambizioni di autonomia e Lepore, avvocato ultrasettantenne specializzato in diritto di famiglia, è il solo che possa aiutarla: anche se la sua proposta di lavoro suonerà indecente con il senno di poi; un patto col diavolo. L'esordiente Emanuela Canepa, vincitrice all'unanimità del premio Calvino, sembra raccontare all'inizio la favola amara di una donna in carriera. Come Anne Hathaway nella commedia già cult, la protagonista deve fronteggiare un datore di lavoro che la sottovaluta per la sola colpa di appartenere al genere femminile e una guida sul campo, l'inarrivabile Renata, che la illumina con una punta di compiacimento sugli incartamenti in archivio e la mìse da sfoggiare. Dove vuole andare mai, altrimenti: troppo trascurata, troppo magra, troppo bambina? Lepore le chiede di acquisire abilità con la moka, perché i meriti di una donna si giudicano dai caffè che serve, e di incarnare il luogo comune della segretaria media: la divisa d'ordinanza comprende perciò gonna al ginocchio e camicia dai colori neutri, tacchi alti e occhiali non graduati per vezzo, un make up leggerissimo.

Sa perché non sono ancora in pensione? Perché mi diverto moltissimo. Le femmine sono animali interessanti.

Da dietro la sua scrivania, l'avvocato guarda le cose succedere come un demiurgo pettegolo e manipolatore, a cui unire, però, lo sguardo curioso dell'antropologo. Si gode la soddisfazione di mettere in imbarazzo il prossimo dall'alto del suo pregiudizio. Si fa beffa del dolore delle sue clienti, spesso facoltose ereditiere abbandonate a loro stesse, e chiede alla sottoposta attenti resoconti: tutte uguali, tutte illuse, le donne per Lepore sono incapaci di dichiarare resa e di considerare il matrimonio quel che è, un progetto di disfacimento a lungo termine. Scandalizza la protagonista, violando il segreto professionale e non astenendosi mai da giudizi soggettivi, eppure non cerca il sesso con avances altrettanto fuori luogo, ma l'obbedienza di una seguace. Rosita, impercettibilmente, cambia nel corso di quest'apprendistato. Sfaccettata, mutevole, con abbastanza tempo libero per tornare sui libri senza più il pensiero del lunario da sbarcare e una passata di rossetto scarlatto, è un'altra persona. Si deve forse vergognare di trovarsi bellissima allo specchio? Degli amanti anaffettivi che d'un tratto si fermano a dormire, del corriere che si prodiga in mille gentilezze, di una nuova consapevolezza di sé che francamente fa comodo? La madre da cui è scappata alla prima occasione buona per paura di diventarne l'ombra – un automa bigotto che lava e stira e, alla cornetta, spera di vederla tornare all'ovile con la coda tra le gambe – avrebbe da ridire. Le ha spiegato a dodici anni che il sesso non va fatto per piacere, che la femminilità va mortificata, quando invece sono un'arma a doppio taglio: le migliori forme di attacco e difesa. Lepore, si rende piano conto, ha ragione da vendere e torto marcio. Ma quanto liberi si può essere, alla fine, se in un harem di eterne debitrici: la parola resilienza pronunciata alla stregua di un'imprecazione e le mani che prudono, causa dermatite nervosa, come quelle di Lady Macbeth? Quanto costa vedere padroneggiare un tiranno, e dovergli anche dire grazie?

Il momento in cui cominci a capire chi sei è lo stesso in cui diventa superfluo spiegarlo a chiunque.

Vicenda essenziale ma tenuta in piedi con estrema grazia, L'animale femmina seduce con la morbidezza dei suoi movimenti e si legge con la frenesia del thriller. Da un lato c'è una farfalla che, dalla sua teca di vetro, scruta di sottecchi le mosse affaticate di quel vecchio – spregevole ma straordinario, nonostante l'età avanzata e il maschilismo velenoso: pensate allo stilista dell'ultimo Day Lewis e dategli il volto del nostro Roberto Herlitzka – e si domanda chi tenga il coltello dalla parte del manico, chi abbia più bisogno di chi. Dall'altra, in capitoli che virano al color seppia degli anni Cinquanta, ci sono due adolescenti diversi ma inseparabili che non sanno ancora che la loro lunga amicizia è stata in realtà tutta un lungo corteggiamento: un efebo acquistato in gita a Volterra darà il via a una spietata sfida per dichiararsi, per aversi, che farà prima di un grande amore, poi di una strana vendetta, il bastone della loro vecchiaia. 
Gli uomini serbano inutile rancore e le donne fanno, in un romanzo giocato sul filo sottile dell'ambiguità. Fermo a un torto che non sa perdonare, a una sciocca scusa, l'animale maschio ha bisogno infatti di una spinta per andare oltre. La femmina, complice ed esca insieme, per tutto il tempo è stata invece al sicuro dalle zanne del falso dominatore. Troppo impegnato a mordersi la coda per sapere che l'altra, incolume, della gabbia dorata era la serratura e la chiave
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Anche un uomo

mercoledì 31 agosto 2016

Recensione: L'imperfetta, di Carmela Scotti

Non mi faceva male il dolore alle ossa ammaccate, non mi faceva male il male alla testa, ai denti, all'orecchio ferito dal pugno. Mi facevano male i libri perduti, le pagine mangiate, strappate, diventate cenere.

Titolo: L'imperfetta
Autore: Carmela Scotti
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 194
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Per Catena la notte è sempre stata un rifugio speciale. Un rifugio tra le braccia di suo padre, per disegnare insieme le costellazioni incastonate nel cielo, imparare i nomi delle stelle più lontane e delle erbe curative, leggere libri colmi di storie fantastiche. Ma da quando suo padre non c’è più, Catena ha imparato che la notte può anche fare paura e può nascondere ombre oscure. L’ombra delle mani della madre che la obbligano al duro lavoro nei campi e le impediscono di leggere, quella degli occhi gelidi e inquieti dello zio che la inseguono negli angoli più remoti della casa. Le sue sorelle sembrano non vederla più, ormai è la figlia imperfetta e il ricordo del calore dell’amore di suo padre non basta a riscaldare il gelo nelle ossa. Catena ha solo sedici anni e decide che non vuole più avere paura. E l’ultima notte nella sua vecchia casa si colora del rosso della vendetta. Poi, la fuga nel bosco, dove cerca riparo con la sola compagnia dei suoi amati libri. È grazie a loro e agli insegnamenti del padre che Catena riesce a sopravvivere nella foresta. Ma nel suo rifugio, fatto di un cielo di foglie e di rami intrecciati, la ragazza non è ancora al sicuro. La stanno cercando e per salvarsi Catena deve ridisegnare la sua vita, la vita di una bambina che è dovuta crescere troppo in fretta, ma che può ancora amare di un amore, forse imperfetto, ma forte come il vento. Con questo romanzo potente, finalista al prestigioso Premio Calvino, Carmela Scotti ci guida al cuore di una storia antica e insieme attualissima, illuminata da un’intensa e affilata voce femminile. La storia di una ragazza coraggiosa e troppo sola. Della sua voglia di vivere contro tutti e tutti. Di una stella che continua a brillare anche in un cielo coperto di nuvole.
                                               La recensione
All'indomani della morte del padre, che l'ha istruita sulle letture costruttive e i sogni belli, Catena si ritrova sola al mondo. Anche se la sua casa è piena come non mai, anche se sono rimaste in vita la madre e le sorelle. Fugge con le mani sporche di sangue, all'alba, da quella casa di cui lo zio, dopo la scomparsa del capofamiglia, si è impossessato con un colpo di stato a cui nessuno si è opposto. Insieme a quelle quattro assi, il parente le ha rubato le attenzioni del genitore che le resta, una mamma con la testa altrove, e le ha alienato le confidenze delle sorelle minori. 
Oltre l'uscio, non si parla più di un papà esemplare. Il suo ricordo, morto e sepolto. Sotto terra. Ma non per Catena. Messa alla prova, spinta allo stremo e, infine, istigata alla violenza. A capitoli alterni, leggiamo della scoperta della libertà prima; del soggiorno infernale in un carcere femminile poi, mentre sul monte Pellegrino spirano i venti del colera e a Palermo si bruciano cadaveri infetti e sospetti untori. Dietro le sbarre, al buio, l'adolescente rievoca il padre, il figlio neonato e il suo amor proprio. Cosa è andato storto, nella fuga? Chi le ha tarpato di nuovo le ali? Il romanzo di Carmela Scotti, siciliana di nascita e milanese di adozione, si legge in un giorno esatto. Le 180 pagine totali lo consentono. E le 180 pagine totali sono giuste, sì. La storia trova svolgimento, inizio e fine. Ma smaltirla in un giorno è troppo. Ha un effetto devastante sui nervi e, dopo un po', ne risente anche la pazienza. Centellinarlo, spezzarlo, leggerlo a spizzichi e bocconi per non fare indigestione di tutta questa vita, di tutto questo dolore? Siate saggi, se e quando vorrete leggerlo: io non ci ho pensato. I capitoli erano di una pagina, il volume era leggerissimo tra le mani. Ingannevole. All'interno, infatti, una storia pesante, che ho finito per leggere tutta d'un fiato: anche se. Anche se mi è risalito come un senso d'acidità in gola. 
Anche se ci sono troppe ingiustizie, troppe sofferenze, per una quindicenne sola nel bosco; per un romanzo solo. Anche se, dopo l'ennesimo abuso, dopo un'altra parola infamante, al dispiacere sopraggiunge la rassegnazione. La monotonia, nell'Imperfetta. E, perfino, un vago moto di noia. Finiranno mai le catene di Catena, ci si domanda? In un viaggio dentro e fuori di sé, l'amica solitudine, i consigli e i libri che ci salvano dall'agonia, un randagio che non molla e uomini viscidi, minuscoli, che pensano solo a una cosa. Carmela Scotti, meritata finalista al Premio Calvino, descrive nelle pieghe più oscure la Sicilia retrograda del tardo Ottocento e le protagoniste tribolate di Giovanni Verga – ho pensato, in particolare, alla “povera Nedda”, la cui sfortuna aveva effetti drammatici anche sulla sua prole. Gli stessi travagli, lo stesso sole a picco, ma il tutto trasfigurato da una scrittura a confine con la poesia. La Scotti è elaborata, preziosa, delicata, in contrapposizione a una parabola esistenziale secca e animalesca. Tragedia moderna, la sua, con una ricostruzione storica che ricorda Vanessa Roggeri - anche qui, una società maschilista e donne ai margini, streghe presunte - e una scrittura lirica, studiata, che fa di L'imperfetta un esordio interessantissimo e che, purtroppo, al tempo stesso, non fa totalmente per me. Amante degli autori che vanno diritti al punto e di letture che, in materia di soprusi e crudeltà, impiegano minore labor limae nella forma e maggiore cura nella retribuzione dei carichi di tristezza.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – No Light, No Light