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venerdì 30 giugno 2017

Recensione: Tempi duri per i romantici, di Tommaso Fusari

| Tempi duri per i romantici, Tommaso Fusari. Mondadori, € 16, pp. 204 |


Quando la mia amica Laura mi ha intimato di dare una possibilità all'esordio di Tommaso Fusari, mi ha colto impreparato e scettico. Ti piace, assicurava, e sembrava non aver dubbi. Ho messo l'ebook sul Kindle tanto per, un giorno, timoroso di dare un dispiacere a lei – quando consiglio spassionatamente un romanzo e non lo amano altrettanto, mamma mia che presa a male – e a Tommaso, autore che non conosco né di fama né di persona ma con cui empatizzo per via della barba, i vent'anni e la lenta agonia dell'amore romantico. Noi giovani siamo i peggiori nemici di noi stessi. Quelli di se ce l'ha fatta lui perché io no. Le smanie per dimostrarci adulti abbastanza, i profili falsi, il pollice verso agli Youtuber – categorie di cui ho scarsa stima, lo ammetto, come ogni pensionato intrappolato nel corpo di un ventritreenne che si rispetti. Storco il naso davanti alle massime post Tumblr, agli instascrittori. Nel caso di Fusari, balzato all'occhio della Mondadori a suon di hashtag, temevo una trama per finta e frasi tattiche per Mi piace assicurati. Tempi duri per i romantici è diventato uno di quei romanzi brevi, sulle duecento pagine, che sfoglio in attesa che venga a citofonarmi il corriere. Il corriere non è passato e, in un paio di sere, perciò l'ho letto. A volte, sai, le sorprese delle letture fuori programma... Mi è piaciuto, tocca non tenere la Libridinosa sulle spine, perché ci sono quei romanzi imperfetti e un po' furbi a cui vuoi bene comunque – qui, oggettivamente, troppi eserciti e terroristi fermati con una sola occhiata, tanti titoli da riempirci le pagine e le playlist, molte scene leitmotiv. La trama c'è: dieci anni di lontananza, una questione in sospeso, un viaggio per capire cosa si è rotto e quando. Stefano, commesso in un negozio di abbigliamento a Roma, ha un monolocale zeppo di amici alla mano, il pallino delle battutacce e una ragazza che non ama. Aspetta quella giusta, infatti, e l'ha perfino conosciuta. Erano bambini, dirimpettai, e facevano la stessa strada per andare a scuola.

Due destini paralleli con lo sguardo basso e le mani in tasca. 

Andandosene all'improvviso, Alice ha portato con sé il sogno di una casa a picco sul mare, un cornicione tinteggiato di rosa shocking e le costellazioni delle sue lentiggini. Cos'è stato di lei, che gli tirava trucioli di pellet alla finestra e prometteva di aspettarlo di ritorno dalle vacanze estive? Il mistero di un'amica scomparsa nell'indifferenza spinge a un biglietto di solo andata per Torino; all'amara scoperta che, in mezzo a loro, ci è cresciuto un mare. E se non gli piacesse quel che è diventata? E se partire significasse ritornare? Alice resta bellissima: bellissima con in Dante, bellissima da far incazzare gli angeli e trionfare la pace in Medio-Oriente. Si è bruciata, però, coi suoi capelli di fuoco. Lui spegne l'incendio e la ripulisce dalla polvere. Vorrebbe guarirla, standole alle costole – e le schifezze mangiucchiate sotto un plaid, la testa dura e le compagnie che riempiono le ore piccole pure fanno la loro parte. Hanno tanto tempo da recuperare e un sentimento in pausa. In Tempi duri per i romantici si ritorna sui luoghi di un colpo di fulmine e, come diceva Ewan McGregor in Big Fish, il tempo scorre a velocità doppia. Fusari ha un narratore con la memoria da elefante e il passo veloce; una coprotagonista che c'è, dappertutto, anche quando manca.

“Quando sarò grande farò il giro del modo” afferma Alice improvvisamente.
“Se fai il giro vuol dire che poi tornerai qui.”
“Non mi piace tanto qui.”
“Allora torni a prendermi e ripartiamo?”

Ha uno sguardo che piace: la realtà, opaca come una foto venuta male, è messa a fuoco a parole, e qualche dettaglio colpisce più di altri – bello il capitolo ambientato in stazione, in cui si ragiona di abbracci lunghi, arrivi e partenze (se cercassi bene, probabilmente, su una panchina di cemento ci sarei anche io, che al solito aspetto e spero). Fusari ha il sorriso facile, i jeans informali, bella musica in macchina, il frigorifero sempre pieno – l'ho sentito, e ho sentito che ci andrei d'accordo, tra un sorso di birra e un tiro a scrocco, non solo per le dispute in merito all'amatriciana perfetta (Tommaso, sono della tua stessa scuola di pensiero: pomodorini, senza soffritto, tanto pepe). Riflessivo e paziente, dopo le sorprese altrettanto gradite di Galiano e Mandetta, emoziona con temi e sentimenti che, dice eppure il cliché, sono cosa da femmine o d'altre epoche. Sensibile alla maniera dei maschi – che si affezionano prima e di più, che non dicono mai davvero addio –, Tempi duri per i romantici si imbatte nel destino agrodolce di una razza in via d'estinzione. Una canna in balcone, la pancia piena e il ritrovarsi dopo un intero decennio ispirano pensieri che parlano di amori per sempre, Torino senza polenta e altri luoghi impossibili. Il puzzle di Stefano e Alice, che ha sulla scatola una coppia, un'infanzia e un altro po', è finalmente completo. Ci si vede presto, e presto è già qui.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: I Cani – Il posto più freddo 


lunedì 20 giugno 2016

Recensione: Brucio, di Christian Frascella

Il fuoco non ha colpe. Ce l'hanno le persone. 


Titolo: Brucio
Autore: Christian Frascella
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 343
Prezzo: € 17,50
Sinossi: "Il fuoco. La stanza invasa dalle fiamme, le grida, la paura. Ogni rumore mi crepita nelle orecchie come legna spezzata da un calcio. Il fumo mi annebbia la vista. Le narici invase, il respiro sempre più corto, disperato. Non riesco a gridare, ci provo, ma non riesco. Cerco mia madre, cerco mio padre, cerco Anna." L'incendio di quella notte gli ha sfigurato il volto e si è portato via tutto. Di quel Tommy bambino non è rimasta che l'ombra, l'unica cosa di cui gli altri non sembrano aver paura, provare ribrezzo. Da allora Tommy passa da una famiglia affidataria all'altra, su e giù per l'Italia. Ogni volta, però, insieme a lui arrivano le complicazioni. Del resto, se hai una faccia come la sua, non puoi "che essere un poco di buono, un delinquente, un ladro, un potenziale omicida". E poi la gente ha un bel dire che l'aspetto non conta. Magari andrà meglio stavolta, ora che è approdato in un paesino di provincia come ce ne sono milioni, rassicurante: "Case attaccate a case, palazzi che si strusciano con altri palazzi, e strade che ti ributtano sempre verso il centro casomai dovessi perderti". E che ad accoglierlo ci sono i Cotta, brave persone: madre avvocato, padre pompiere, un figlio diciassettenne suo coetaneo. Ma quando i guai li hai cuciti addosso c'è poco da fare. Succede così che, a poche ore dal suo arrivo, Tommy assista per caso a un rocambolesco tentativo di furto in un negozio e che venga arrestato da un ispettore di polizia in pattuglia che lo crede coinvolto, e che da quel momento gli darà il tormento. A scuola non va certo meglio, ma almeno lì c'è Sally, occhi scuri e l'aria di una "come di passaggio", che "un attimo c'è, un attimo dopo potrebbe non esserci". Conoscerla per Tommy è come tornare a respirare. Con lei accanto il futuro fa meno paura e tutto sembra possibile. Anche per lui. Se solo non fosse la nipote dell'ispettore che l'ha arrestato quella notte. E se solo quel tranquillo paesino a due passi da Asti in cui tutto sembra perfetto non nascondesse mostruosità che proprio lui si ritroverà, suo malgrado, a svelare.

                                                 La recensione
“Magari con te qui smette di mangiarmi le notti.”
Qualche anno fa, d'estate, conoscevo Christian Frascella e il suo Mia sorella è una foca monaca e, con mia grande sorpresa, ne rimanevo positivamente colpito. Spiazzato, intenerito e perfino un po' commosso, nonostante il ritardo della scoperta. L'autore era già passato altre volte in libreria – con Einaudi, Salani e, ora, Mondadori –, ma io mi avvicinavo al suo esordio fuori tempo, complice il prestito di un'amica. Storia di fabbriche e crescita, ritratto familiare dolcissimo ma sopra le righe, aveva un ragazzo riccioluto e sanguinante in copertina, uno stile pungente e quella tristezza sottile, che hanno i romanzi che ti dispiacere profondamente, poi, restituire al mittente. Da allora, mi sono ripromesso di acquistarne una copia mia e, soprattutto, di leggerlo più spesso, questo Frascella fatto di parole di ghiaccio, personaggi in cattività, province pestilenziali. Non ho fatto né una cosa né l'altra, però, fino a oggi. Quando mi sono avvicinato al suo Brucio, sempre un po' in ritardo, e, a fine lettura, il mio carrello Amazon si è riempito in automatico di altri romanzi dei suoi. Curioso di vederne un'altra faccia ancora, dopo quest'ultima - l'ironia caustica, i periodi spezzati, le cuciture vitali tra il crime e la narrativa per ragazzi. Somigliava a quella di Tommy, questa: una maschera di bruciature, impassibile, ma con l'emozione che guizza dagli occhi. Tirando la linea del comune divisore, cos'è che ritrovo? Le costanti di una scrittura accattivante, di un anti-eroe in cerca di guai, di una sinistra realtà industriale. Conosco un diciassettenne sopravvissuto al caos che ha inghiottito, una notte, la sua famiglia. Si sveglia con la voce della sorellina Anna nelle orecchie, urla il suo nome oltre le fiamme. Lei è andata, insieme alla sua innocenza, ma le fiamme restano. Addosso. Sulla faccia, mostruosa, e un corpo che nasconde. Le lingue di fuoco gli hanno fatto il dono di una lingua altrettanto lunga e sferzante: ha imparato a difendersi con quella, Tommy, e con i calci. Lezioni dell'inferno, della strada, di un'adolescenza in perpetuo affido. Finché, a un anno da una maggiore età che lo affrancherà finalmente dal sistema, non arriva in un paesello del nord, tra le solite occhiatacce, i soliti sospetti, i capitoli di transizione della solita storia che vorrebbe lui oggetto di derisione e capro espiatorio. Questa volta, però, lo parcheggiano in una famiglia in cui nessuno allunga le mani: i Cotta, anzi, sono tipi a posto – mamma avvocato, papà pompiere, figlio liceale (e bassista). E, a scuola, c'è un motivo valido per comportarsi bene: si chiama Sally, ha capelli biondi che puntano ovunque e un passato che, più che tragico, è una martellata sui denti. 
Troppo per cui restare, ma tanto per cui fuggire: uno sbirro affetto da delirio d'onnipotenza, un cattivo tenente, che è zio della ragazza sbagliata (ma così giusta, eppure, per l'inquieto Tommy) e segugio sulle tracce di tre rapinatori mascherati. Si è messo in testa che il nuovo arrivato in città, con la sua brutta faccia, sia uno di loro; magari il boss. Vieta che Sally, malinconica come in Vasco e a pezzi come la bambola del cartone di Tim Burton, lo frequenti alla luce del sole. Ma la giustizia fa il suo giro – l'ingiustizia, tuttavia, conosce furbissime scorciatoie – e l'amore, tra i non voluti e gli abbandonati, è un bisogno viscerale. Brucio,con la sua copertina di un giallo che non si può ignorare, è il romanzo che avrebbe meritato le fascette promozionali; senz'altro, più pubblicità. Perfettamente funzionale in ognuna delle sue componenti, sa essere un noir suburbano e un'emozionante storia d'amore; feroce, crudo, romantico, è una nuova lettura, un nuovo Frascella, che si divora in stato febbrile e, lì per lì, ipnotizza. Sembra un film, davvero. Le ronde notturne in bibicletta, le disgrazie che non danno scampo e due protagonisti scavati, sezionati, a cui l'autore offre sporadici momenti di pace e drammi inadatti alla prima serata. Il tempo necessario per farli conoscere, farteli conoscere, e accendere il cerino. Un lui ostracizzato, una lei abusata e, tutt'intorno, il pandemonio. Brucio brucia il traguardo in un lampo, scattante e tutto nervi com'è. Nel mentre, mi dà prova, di nuovo, del talento di Frascella – un Ammaniti, quasi, che conosce bene i chiaroscuri e altrettanto bene il linguaggio dei giovanissimi – e ci mostra quanto sia serio darsi allo young adult. 
Questione di un attimo, lo scatto di uno Zippo, e alla scintilla segue il bang di storie in orbita, che si leggono un po' a mente leggera e un po' a cuore pesante.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Rape me

mercoledì 25 novembre 2015

Mr. Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte 2

"Di solito il pensiero collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione."


                                 La recensione del film 
L'anno scorso, di questi tempi, di ritorno a casa con un'amica – spettatrice, insieme a me, del terzo capitolo di una saga young adult dai toni universali e dal significato profondo – borbottavo qualcosa sul danno fatto, dividendo in due il capitolo conclusivo di Hunger Games. Il mio preferito, ma il più povero di eventi. Però, da una parte, ci si poteva mettere il cuore in pace: trecentosessantacinque giorni dopo, percorrendo la stessa strada, sarei stato forse a pezzi. Per gli addii e, soprattutto, per i tanti morti da piangere. E invece... Torna l'inverno e, con l'inverno, l'attesissima Katniss Everdeen. Un anno ad attenderla e una fila assurda, di sabato, per non rimandare troppo; il biglietto pagato a prezzo pieno, sicuro fossero soldi ben spesi. Si parte in medias res, dove eravamo rimasti. E dove eravamo rimasti, se del film precedente – poco incisivo, ma ben fatto – ricordiamo appena il ritornello di The Hanging Tree e la scena di un Peeta furente, che si avventava contro la beniamina di Panem? I distretti si sono sollevati contro Capitol City e Alma Coin, adesso, si contrappone al Presidente Snow. Si punta al cuore del potere, un giardino di rose bianche e tranelli, e si cammina sulla terra - tra ceneri, rovine fumanti, cadaveri di innocenti - e sotto, per raggiungerlo. Pochi isolati diventano una lunga crociata, se quella guerra intestina è stata il pretesto per dare vita a una nuova edizione, questa volta incensurata, dei giochi: trappole, meccanismi diabolici, mostri. Katniss non combatte in prima linea: simbolo da proteggere, sfila nelle retrovie, con una troupe che immortala e denuncia e due ragazzi che si contendono i suoi sentimenti. Il canto della rivolta – Parte 2 è il resoconto in tempo reale di un colpo di stato; una scalata al potere che esalta poco, con due ore abbondanti che spesso si patiscono, una regia statica e un cast provato. Perfino la Lawrence, per me sopravvalutata, ma di una potenza clamorosa nei passati capitoli, ha addosso i segni della stanchezza. La sua Katniss è poco ispirata, poco ispiratrice, anche prima che fatti tragici – i quali, comunque, non emozionano quanto sperato – ne intacchino la famosa energia. Gli spumeggianti comprimari – la frivola Banks, il brillo Harrelson – non sono abbastanza presenti per alleggerire i toni, in generale grevi, e accanto a un'impeccabile Julianne Moore, solo Josh Hutcherson – interprete di uno dei personaggi maschili più teneri di cui abbia letto – brilla, con la ragione che lo inganna e un amore che, neanche sotto tortura, si dimentica. La saga di Hunger Games ha un solo difetto: un film di troppo. Alla resa dei conti, questo: dispiace ammetterlo, il più deludente dei quattro. Non che sia spiacevole, ma quanto avrebbe giovato un montaggio migliore al risultato totale? A colpi di forbici immaginarie, troncare una prima ora superflua – la protagonista, a lungo, non si batte, e quando il pericolo salta fuori ha tutta l'aria dei vampiri di Io sono leggenda; immancabili perciò il sacrificio eroico e le esplosioni a catena – e aggiustare un po' il resto. Una mezz'ora conclusiva, ad esempio, bella, ma non abbastanza. Poteva essere bellissima, tristissima, ma non c'è tempo per piangere, quando invece di tempo, all'inizio, se ne è perso in quantità ingenerose. Il canto della rivolta non è né abbastanza concitato – manca di fluidità, di ritmo – né abbastanza emotivo – i fazzoletti, inutilizzati, sono ancora nella tasta della mia giacca. Il romanzo, invece, nonostante le pecche di una prosa così così, mi aveva scosso: moriva la speranza, si sceglieva la ragione e non l'amore. La morale resta invariata, ma giunge attutita: quell'umanità sofferente non tocca e la risoluzione del triangolo appare quantomai ovvia. Per fortuna ci sono Peeta e Ranuncolo, il gatto randagio che probabilmente li seppellirà tutti quanti, a regalare qualche emozione in un mondo di comprimari robotici; quasi presi da altro. In giorni oscuri come i nostri, di terrore e terroristi, Hunger Games ci ricorda, per l'ultima volta, i nostri sbagli e le nostre debolezze: le continue guerre, quando avevamo augurato ai nostri figli la pace, e l'abbandonarsi alle decisioni dei demagoghi; i fallimenti della democrazia e la sterilità delle vendette. Ci vorrebbe una Katniss, con i messaggi forti di cui è portavoce, a guidarci; possibilmente, non questa: irriconoscibile. Le strategie promozionali e la sete di guadagni raddoppiati, infatti, fanno male a una saga – la più significativa, per le nuove generazioni – che ci ha dato molte soddisfazioni, nel tempo, ma poi si è rimangiata la promessa. Così, se qualcuno, come accade al buon Peeta, mi facesse una domanda precisa – Hunger Games lo consigli, vero o falso? -, gli risponderei vero, nonostante giochi sordidi – non del Presidente Snow, questa volta, ma delle grandi major – abbiano fatto di tutto e di più per indurmi a dire il contrario. 
Colpa degli scontati, inevitabili inconvenienti del brodo allungato. (6,5)

venerdì 9 ottobre 2015

Recensione in anteprima: Berlin - I fuochi di Tegel, di Fabio Geda e Marco Magnone

Cancella il passato. Dimentica il futuro. Esiste solo il qui e l'ora. E ora... è tempo di giocare.

Titolo: Berlin – I fuochi di Tegel
Autori: Fabio Geda e Marco Magnone
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 200
Prezzo: € 14,00
Data di pubblicazione: 27 Ottobre 2015
Sinossi: È l'aprile 1978: sono passati tre anni da quando un misterioso virus ha decimato uno dopo l'altro tutti gli adulti di Berlino. In una città spettrale e decadente, gli unici superstiti sono i ragazzi e le ragazze divisi in gruppi rivali, che ogni giorno lottano per sopravvivere con un'unica certezza: dopo i sedici anni, quando meno se lo aspettano, il virus ucciderà anche loro. Tutto cambia quando qualcuno rapisce il piccolo Theo e lo porta via dall'isola dove viveva con Christa e le ragazze dell'Havel. Per salvare il bambino, Christa ha bisogno dell'aiuto di Jakob e dei suoi compagni di Gropiusstadt: insieme dovranno attraversare una Berlino fantasma fino all'aeroporto di Tegel, covo del più violento gruppo della città. Là, i fuochi che salgono nella notte confondono le luci con le ombre, il bene con il male, la vita con la morte. E quando sorgerà l'alba del nuovo giorno, Jakob e Christa non saranno più gli stessi.
                                                   La recensione
Ci sono regali che non aspetti, che non vorresti, ma che fa piacere ricevere. Soprattutto quando torni a casa stanco, messo a soqquadro da una tremenda fila di cinque ore per sostenere un tremendo esame da dodici crediti, e quel pacchetto inatteso che ti aspetta lì, sul tavolo del salotto, sa raddrizzarti la giornata. Un regalo è un regalo, e che piaccia o meno – anche se i miei genitori mi hanno insegnato a sorridere e a ringraziare sempre, per educazione – ti fa sentire come se qualcuno avesse pensato un po' a te. Premessa nel mio stile per dire che quando la bozza di Berlin mi è arrivata in anteprima, sebbene il romanzo completamente nel mio stile non fosse, ne sono stato contentissimo: in sincerità, non attendevo la sua uscita e, se non fosse stato per il suo arrivo a sorpresa in un giorno nero, probabilmente non avrei avuto il desiderio di leggerlo. Insieme alla copia staffetta, un kit di sopravvivenza per affrontare in grande stile quella nuova avventura: uno zaino, una borraccia, coperta termica e una mappa della Capitale tedesca. Passato velocemente dalla titubanza iniziale a una sfrenata curiosità per il romanzo italiano – primo di una trilogia sette volumi– che aveva meritato quel lancio coi fiocchi, l'ho letto in un giorno. Tornando alle mie prime parole, ora: servivano forse a dirvi che, nonostante qualche dubbio, la lettura di Berlin si è rivelata sorprendente? Vorrei giurare di sì – più facile, infatti, parlare di rivelazione con un romanzo presentato, in parte, come tale – ma, anche se mi armerò di delicatezza e buone intenzioni, non sarà questo il destino di una storia che per me non meritava attese grandi, né tanto rumore. Siamo nel cuore degli anni settanta e Berlino è spezzata da un muro: prima i silenziosi meccanismi della Guerra Fredda, poi un virus che ha decimato la popolazione mondiale e ucciso gli adulti. Al raggiungimento della maggiore età, grossomodo, ci si addormenta per non svegliarsi più: non si sopravvive al diventare grandi. Il cielo sopra Berlino – quello di cui parlava il capolavoro di Wenders – è solcato da uccelli rapaci e da un narratore onniscente che spia tutto dall'alto del suo sapere. Quello, per me, uno dei motivi per cui il sentimento, dosato in quantità parsimoniosa, latita e per cui, visti da lassù, i personaggi hanno lineamenti imprecisi. In un romanzo motorio, poco introduttivo, guidato prevalentemente dai fatti e non dai suoi Bambini Perduti, vanno sempre di corsa: numerosi, ma senza un volto da tenere a mente. Vivono il momento, vivono nel momento, e il loro passato drammatico è in stralci di capitoli che suggeriscono un poco che non è abbastanza. 
La città è in mano a loro: prepotenti e dispettosi, se la sono divisa in maniera disuguale, come capita con i luoghi strategici del cortile, durante la ricreazione. Ci sono i ragazzi dello Zoo – sì, come quelli di Christiane F. - che sopravvivono e si divertono con poco; quelli del Reichstag – eleganti e irascibili – guidati da due giovani innamorati in attesa di un erede; quelli di Gropiusstad – tra cui spicca Jakob, il protagonista maschile; le ragazze dell'Havel – e del gruppo fa parte allora Christa, controparte femminile; ultimi ma primi per crudeltà, coloro che occupano l'aeroporto di Tegel. Proprio qui, rapito a tradimento nel corso della notte, viene condotto il piccolo Theo: un bambino speciale, da riportare a casa a tutti i costi. Riusciranno ragazzi e ragazze di fazioni diverse, in una lotta senza quartiere, a unire le loro forze e a superare le prove della notte violenta con cui – fedele al motto panem et circensem – la feroce Chloe è solita intrattenere la sua chiassosa, rissosa folla? I bambini in balìa del mondo come in Il signore delle mosche. I giochi, anche se brevi e maggiormente edulcorati, di Hunger Games e Mad Max. La presenza di un muro divisorio che ricorda il labirinto di Maze Runner, la barriera di Divergent. In V per vendetta ci si domandava: e se il nazismo non fosse mai finito? In Berlin, invece, Fabio Geda – premiatissimo, lui, e anche finalista al Premio Strega – e Marco Magnone sembravano proporci un altro interrogativo: e se il muro di Berlino non fosse crollato, o almeno non così? 
Un dodicenne non potrebbe cogliere molti degli interessanti riferimenti, né quanto ci sia di vero nella storia di quella cicatrice che fino al 1989 ha segnato il corpo di una splendida città europea; non potrebbe rendersi conto, perciò, del potenziale andato sprecato. Perchè questa Berlino che si stenta a riconoscere, con il muro che diventa il tradizionale espediente dei mondi distopici, più simbolo di una piaga fantascientifica che di una pagina di storia moderna, avrebbe potuto chiamarsi anche con un altro nome. L'intreccio è lineare, tipico del libro d'avventura, e toni giusti rendono il romanzo ben scritto e un incrocio a metà tra la narrativa per l'infanzia d'altri tempi – penso a La guerra dei bottoni, ai Ragazzi della via Pal – e alle saghe distopiche contemporanee, ma con molto meno in ballo. Con il rischio, essendo arrivato in ritardo alla festa, di risultare già letto. Berlin non si è rivelato una lettura particolarmente soddisfacente o innovativa. Esce – a fine mese – non nella collana Chrysalide, pensata per gli adolescenti, ma inserito in una parentesi per lettori giovanissimi. Consigliato nel risvolto di copertina dai tredici anni in su – e quante volte ci ho ironizzato, da amante della narrativa per bambini quale sono, che con i miei ventun'anni faccio felicemente parte della fascia “in su”? -, non saprei dirvi se, allontanandovi di molto dal target iniziale, lo trovereste acerbo come me o, al contrario, vi sentireste di potermi dare torto. Sono un orgoglioso sostenitore degli autori italiani; sempre stato. Le poche cinque stelle assegnate quest'anno, infatti, me le hanno strappate connazionali che usavano parole e storie come armi. Quindi non immaginiamo racconti a misura di lettore, non badiamo ai dettami delle mode internazionali. Inventiamo come ci viene, ché siamo bravi in quello.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pink Floyd – Time

giovedì 6 agosto 2015

Recensione: Chaos - La fuga, di Patrick Ness

Il Rumore è un uomo senza filtri.
Senza filtri, un uomo è solo caos che cammina.

Titolo: Chaos – La fuga
Autore: Patrick Ness
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 450
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Esiste un posto in cui si parla senza dire nulla. Perché tutti sentono i pensieri degli altri, anche se non vogliono. Giorno e notte, lontano e vicino, il Rumore ti raggiunge sempre. Gioia, paura, rimpianto, speranza: non c'è scampo al caos incessante che ronza nell'aria e affligge gli uomini di Prentisstown come un morbo, dopo aver sterminato le donne. Eppure anche nel Rumore è possibile mentire. Todd è l'ultimo nato al villaggio, parla una lingua tutta sua e presto compirà tredici anni, l'età in cui nella comunità si diventa adulti. Un evento tanto atteso e dalle conseguenze inimmaginabili, protette da un segreto che tutti seppelliscono sotto strati di pensieri. Ma Todd sta per scoprire che esiste un buco nel Rumore, un nucleo di silenzio che nessun pensiero può sporcare, e che non è vero che tutte le donne sono scomparse. 
                                     La recensione
Patrick Ness è bravissimo. E non ci voleva un genio per capirlo, anche se qualcosa – un paio di anni fa – non è andata per il verso giusto e la Chaos Walking Trilogy, altrove successo di critica e pubblico, da noi non è decollata. Il primo volume della saga di un autore che poi avrebbe destato le meritate attenzioni – facendosi conoscere anche dal sottoscritto – con la toccante fiaba nera Sette minuti dopo la mezzanotte era uscito con la Rizzoli, aveva come significativo titolo Il buco nel rumore e era destinato a essere il solitario mattone di una delle troppe case mai ultimate. I seguiti, non messi in conto. A salvare la serie dal pericolo dell'incompiuto, un'altra casa editrice che, con un'altra veste grafica e un altro titolo, ci fa conoscere un altro Ness ancora – il primo, in realtà – rispetto a quello degli incubi della buona notte che presto diventeranno un film di Bayona. E così, anni dopo, Chaos – La fuga arriva per restare. Mi sono imbattuto in quest'autore soltanto lo scorso autunno e, positivamente impressionato, ho consultato i soliti siti per sapere cos'altro avesse scritto. Tanto, anche se sfortuna vuole che da noi avessero tradotto un altro suo titolo e basta: poco noto, introvabile e di un genere non tra i miei preferiti. Ho avuto infine Chaos e sapendolo lungo ma bello, facile ma meritevole, poco nelle mie corde ma capace di farmi cambiare idea, l'ho lasciato per questa calda estate in cui leggere non va in ferie. Mi aspettavo qualcosa di buono, indubbiamente – tanti, infatti, i pareri positivi di amici fidati e i consigli spassionati -, ma cosa, nel dettaglio? Non lo sapevo; poi l'ho iniziato. All'inizio confuso, stranito, ma affascinato e coinvolto. Ciò che rendeva all'avanguardia l'esordio di Ness era quell'esatto mix di sensazioni in contrasto. Lo stile bizzarro, un mondo un po' fantascientifico e un po' distopico parzialmente originale, l'abbondanza di font diversi – e grassetti, e maiuscole – nella stessa pagina. In un futuro imprecisato, su un pianeta colonizzato da poco e liberato con la violenza dai mostruosi alieni che lo popolavano, vive Todd – dodici anni; quasi tredici – in una città senza scuola e senza donne, in cui quando si diventa adulti – ossia molto presto, e il grande giorno, per il piccolo protagonista, si avvicina – si viene istruiti su segreti inconfessabili e sulle leggi che regolano il Rumore. 
A Prentisstown, nel Nuovo Mondo, tutti sentono i pensieri di tutti; tutto è caos. A lungo andare ci si abitua; Todd – orfano di mamma e padre, nato dopo guerre leggendarie – è venuto al mondo quando il germe della confusione già aveva inquinato le città e sterminato tutte le donne. Lui non conosce il silenzio, fino a quando non incontra, nel bosco, una coetanea che viene da mondi lontani: Viola. Prima di lei, non conosceva nemmeno le ragazze. Che allora altrove esistono, e sono immuni al chiasso dei pensieri maschili, e risultano imperscrutabili. Dunque, pericolosissime. Ha inizio, così, una fuga a perdifiato verso una città che ha quasi il nome del paradiso – Haven – e in cui si racconta ci sia un antitodo per l'odio che muove gli adulti. Braccati da un esercito in continua espansione, il ribelle Todd – un cane tontolone accanto (ricordate Dug, l'amico a quattro zampe in Up?), un diario pieno di verità indecifrabili, un coltello dotato di vita propria – e l'estanea Viola – che non è mai un libro aperto, persa in un territorio ostile, eppure tenace – riusciranno a raggiungere chi vive al di là dell'ultima cascata? Cosa troveranno, mossi dall'ignoranza di chi, fino in fondo, sogna e spera? 
Sopra la media, ma arrivata un po' tardi per oscuri incidenti di percorso, questa nuova trilogia non risente troppo dei paragoni con romanzi simili – sebbene raggiunga ormai lettori smaliziati, che hanno già letto The Giver, Across the universe e guardato qualche puntata random di Wayward Pines – e nonostante un genere i cui segreti sono stati ampiamente sdoganati, per una moda recentissima, Chaos – caccia al bambino in cui non ci si ferma mai – è meritevole e sorprendente, anche con la sua esagerata voglia di fare, dire, stupire. Brilla sin dall'inizio per l'originalità della scrittura – raccontato in prima persona da un ragazzino analfabeta, che fa gran confusione con le doppie e i verbi, presenta infatti errori ortografici grandi e piccoli a cui subito ci si abitua – e per l'attualità di temi da approfondire – violenza sulle donne, soldati bambino, famiglie composte da due padri -, sullo sfondo di un universo caotico che metteremo meglio a fuoco nel romanzo successivo. Non ci vuole molto affinché conquisti, con la sua forza trascinante, anche se, verso la conclusione, il continuo tergiversare e qualche momento furbo – perdite dolorose e colpi di scena che si addicono più ai romanzi conclusivi, non a una saga che adesso si appresta a cominciare – mi hanno fatto vagamente rimpiangere l'immediatezza dei primi capitoli. Nel troppo generale che Chaos si rivela, non vorrei che questo Ness, mai uguale a sé stesso, coraggioso e brillante, si fosse giocato le carte migliori. E che, andando avanti, esagerasse per meravigliarci tutti con trucchetti forzati. Avrà misura? Propendo per il sì, al momento, ancora scosso da una lettura che incede e travolge con la potenza del primo Hunger Games. Però scritto meglio; parecchio. Come da un piccolo Stephen King violento e sognatore, che ci parla di mele avvelenate che crescono sull'Albero della Conoscenza – sicuro di volere conoscere chi sei davvero? - e dell'ultimo bambino senza sangue sulle mani. 
Proteggiamo l'innocenza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – I Bet My Life

lunedì 27 luglio 2015

Recensione: Il mio cuore e altri buchi neri, di Jasmine Warga

Tu sei tu. E mi capisci. E sei triste come me e, per quanto assudo, questo è bellissimo. Sei come un cielo grigio. Bella, anche se non vuoi.

Titolo: Il mio cuore e altri buchi neri
Autrice: Jasmine Warga
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 279
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Aysel ha sedici anni, una passione per la scienza e un sogno che coltiva con quotidiana dedizione: farla finita. Tutto ormai sembra convergere in quel buco nero che è diventata la sua vita: i compagni di classe che le parlano alle spalle, un lavoro deprimente, il delitto commesso da suo padre che ha segnato per sempre il suo destino. Aysel vorrebbe sparire dalla faccia della Terra, ma le manca il coraggio di farlo da sola. Per questo trascorre il tempo libero su "Dipartite serene", un sito di incontri per compagni... di suicidio. Roman, perseguitato da una tragedia familiare e da un segreto che vuole lasciarsi alle spalle, è il prescelto. Eppure, proprio nell'attimo in cui stanno per abbandonarla, la vita potrebbe mostrare il suo lato leggero, dolce e pieno.
                                   La recensione
“Mi domando se anche la gioia abbia un'energia potenziale. O se l'energia potenziale possa condurre alla gioia, come un siero che agisce nello stomaco e ribolle fino a suscitare la sensazione chie chiamiamo felicità. Ma anche se così fosse, il mio tarlo nero la divorerebbe tutta.” Nonostante un titolo che pensandoci su è anche bello, ma che letto di sfuggita lascia pensare alla biografia segreta di Valentina Nappi – e, essendo traduzione precisa dall'inglese, mi viene ragionevolmente da chiedermi: ma questi americani non conoscono i doppi sensi? -, Il mio cuore e altri buchi neri, inizialmente ignorato per un titolo che, come detto, non è colpa nostra e una copertina stucchevolissima che invece è colpa nostra eccome, complici una Mondadori prodiga di copie omaggio e recensioni positive di fidati amici della blogosfera, è finito schiacciato tra i mattoncini – tutti capolavori, si spera – che mi ero ripromesso di leggere durante le vacanze. Quando il mare finisce per diventare routine, si è insofferenti a temperature da bollino rosso e si va in cerca, per noia e soddisfazione personale, della lettura dell'anno, dopo esami che spingono a trasformarci in lettori pigri e a divorare, senza sentirci in colpa, storie brevi, leggere e vagamente preconfezionate. 
Con la solita scusa della stanchezza arretrata, inserito tra l'ultimo voluminoso King (letto), il vincitore del Premio Neri Pozza (in lettura) e l'autore Pulitzer di quest'anno (da leggere), trovarmi tra le mani l'esordio di Jasmine Warga mi ha fatto rimangiare la promessa di dedicarmi soltano a letture impegnate, ora che il tempo è dalla mia, e riflettere sul fatto che tanta serietà non fa per me, dunque perché non spezzarla, ogni tanto, con qualcosa così? Un romanzo estivo e dal suono sì osceno, ma che dalla sua ha più di qualche piccolo pregio che, in definitiva, può risultare abbastanza? Scrivevo in una delle mie familiari parentesi cinematografiche, qualche giorno fa, la lista degli ingredienti che devono costuire l'abc della commedia alternativamente romantica che dico io. Il perfetto film, o romanzo, del filone boy meets girl avrà un lui e una lei che si incontrano in un'occasione bizzarra – un sito anonimo per cercare un compagno di suicidio - , personaggi particolari che si contano su due dita – Aysel, di origini turche, lavora in uno squallido call center e ha il pallino della fisica; Roman, un tempo campione di popolarità, ha l'altezza giusta per fare canestro e mani d'oro per ritratti bellissimi: entrambi, inoltre, vogliono morire, a sedici anni –, una scrittura brillante – qui restiamo purtroppo a bocca asciutta, perché la Warga si limita a scrivere correttamente e senza guizzi speciali, evitando però l'aforisma facile e scenette pruriginose di sorta – e temi importanti, al di là dei toni lievi – il pessimismo cosmico, la voglia di farla finita, deprimersi. Due numeri primi che si incontrano, il sentimento che nasce: l'amore li salverà dal baratro? Arrivato in libreria sulla scia di Raccontami di un giorno perfetto, adorato e contestato insieme, parla ancora del suicidio e dei giovanissimi, con punte di ironia tragica, delicatezza e pochi baci per rimarginarsi a vicenda le ferite. Pare sia piaciuto di più del romanzo della Niven, dicono ci sia, almeno, un po' di speranza che non guasta, ma – nonostante a differenziarli, nella mia valutazione, ci sia appena una mezza stella – ho preferito l'altro. Politicamente scorretto, tosto, disperato. 
Ci sono più buchi neri in quel Theodore Finch – scrivo il suo nome senza il bisogno di sbirciare, giuro, perché mi ha scavato un tunnel nello stomaco – che in una storia agrodolce e priva di buchi – narrativi, interstellari, neri – come questa. A volte ci si sveglia tristi e si va a dormire tristi; si nasce con l'inclinazione alla malinconia e, se l'abisso chiama, non c'è interferenza a distoglierci dal sogno disgraziato della tomba. A volte, ed è il caso di Aysel e Roman, brutti pensieri sono legati a brutte esperienze: il 7 aprile, i due decidono di uccidersi perché si sentono responsabili di tragedie di cui invece non hanno colpa. Cose che capitano quando sei ragazzino, solo e, in mancanza di responsabili, accusi te stesso: per la vita che ha strappato tuo padre (puoi compensare strappandoti la tua?), per una dimenticanza che ha significato tanto dolore (puoi ricordartene, adesso, andando via a un anno esatto da quel giorno?). Per Green era colpa delle stelle – ogni riferimento a John non è casuale, con protagoniste dai nomi in assonanza, lunghe chiamate telefoniche, salti a casa di Gus o Roman -, per la Warga è colpa delle circostanze, per la Niven – e ciò mi ha davvero colpito; non c'è consolazione – non è colpa di nessuno. Chi cerca una lettura garbata, rasserenante, simpatica apprezzerà Il mio cuore e altri buchi neri. Io sono per la cruda verità, anche se alla redenzione delle favole mi piacerebbe crederci. Un romanzo non troppo simile a Raccontami di un giorno perfetto, purtroppo o per fortuna, che vorrei assicurarvi sia una storia mai letta. Non posso. Non va oltre i classici racconti sugli amori salvifici, le seconde opportunità e gli innamorati sfortunati e un po' geniali. Ma non sembra scritto a tavolino, ha un messaggio da comunicare e, se la vita dovesse farsi dura, Jasmine Warga – dolcemente – ci direbbe che c'è del buono. Rassicurante, come sentirsi dire una parola giusta nel momento sbagliato. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ozark Henry – I'm Your Sacrifice 

venerdì 2 gennaio 2015

Recensione: Il tuo meraviglioso silenzio, di Katja Millay

Buongiorno, amici, e buon anno nuovo. Ufficialmente, siamo nel 2015! Lo inizio, purtroppo, non nel mondo migliore. O forse sì? Gli amanti delle recensioni negative, infatti, saranno decisamente accontentati. Il trenta dicembre ho finito Il tuo meraviglioso silenzio e, visto che il blog era occupato con le nostre amate Top 10, vi spiego perché non mi è piaciuto solo adesso. Tutti l'hanno particolarmente apprezzato, inserendolo tra i romanzi più belli dello scorso anno, ma io ho trovato più di qualche insensatezza in punti che ho analizzato più o meno nel dettaglio, ma senza spoiler. Un abbraccio. M. 
Odio la mia mano sinistra. Odio guardarla. Odio quando si blocca e trema, a ricordarmi che ho perso la mia identità. Ma la guardo comunque, perché mi ricorda anche che riuscirò a trovare chi mi ha portato via tutto. Ucciderò il ragazzo che mi ha uccisa, e lo farò con la mano sinistra.

Titolo: Il tuo meraviglioso silenzio
Autrice: Katja Millay
Editore: Mondadori Chrysalide
Numero di pagine: 462
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Le sue dita non possono più correre sul pianoforte, il suo mondo pieno di note è diventato muto. Nastya era una promessa della musica, prima. Prima che tutto precipitasse, prima che la vita perdesse ogni significato. Da 452 giorni Nastya ha smesso di parlare, e il suo unico desiderio è tenere nascosto il motivo del suo silenzio. La storia di Josh non è un segreto: ha perso tragicamente i suoi cari, e solo nel recinto impenetrabile che ha costruito intorno a sé si sente al riparo dalla compassione degli altri e libero di dedicarsi in solitudine all'unica cosa che lo tiene in vita: intagliare il legno. Quando sembra non esserci più luce né speranza, Nastya e Josh si trovano e le sensazioni sopite esplodono dal corpo e dal cuore. Due lontananze si incontrano, cercando l'una nell'altra la forza per superare il passato e rinascere davvero.
                           La recensione
Ma che davvero? Davvero la mia scelta su quale libro leggere l'ultimo dell'anno è ricaduta su una cosa che si chiama Il tuo meraviglioso silenzio e ha una copertina del genere, da Harmony da edicola? Cose che il passante occasionale si domanderà. In verità, il romanzo lo puntavo da prima: quando si chiamava The Sea of Tranquility, in copertina c'era la spuma del mare – anche se a me la nostra non dispiace: quei due che si abbracciano mi suggeriscono solo tanta tenerezza, non sesso sfrenato da camera d'albergo – e le recensioni di lettori fidati parlavano, proprio alle mie orecchie ipersensibili ai lutti e ai drammi esistenziali, di una storia tragica e emozionante, sull'amore, la vendetta e altri mostri. E sì. L'ho scelto per chiudere un anno di libri, consapevole che non avrebbe conquistato la mia Top 10, ma certo che mi avrebbe fatto buona compagnia. Ho affidato il mio cuore a Katja Millay, e potevo scegliere meglio. E' un romanzo che non sconsiglio, questo, ma che non mi è piaciuto. Sarà che l'ho letto con la fiducia, giuro; come se in materia di new adult – pazzo io? - possano esserci cose per cui davvero vale la pena e che non siano già scritte, gratis, nelle fanfiction di quindicenni drogate di film col marchio Lifetime. Non l'ho letto come un guilty pleasure irrinunciabile, ma come un romanzo serio, maturo. Uno di quelli senza etichette. La trama è la solita: non mi dilungo. Due anime affini con misteri in testa e lividi addosso si incontrano all'ultimo anno di liceo. Si distinguono dalla massa e, nella massa, si riconoscono. Nessuno parla con Josh e Nastya non parla con nessuno. Possibile piacersi, anche amarsi, nonostante le avversità del futuro e le sofferenze del passato? Col Titanic che affonda – fior di metafora – c'è sulla scialuppa un posto per due? Sì. Ma si sapeva già. Non è quello il punto. E' che è un po' un imbroglio darmi un input del genere, pagine incisive e forti, scritte quasi con la prosa cruda di un thriller sugli uomini che odiano le donne, e farmele dimenticare a capitoli alterni in mezzo a mari di chiacchiere in cui l'intensità, insieme alle onde, va scemando a riva. Il tuo meraviglioso silenzio è calma piatta; tutto uguale. Come uno di quei manuali che apri a caso per leggerci dentro la tua sorte, solo al contrario. Sfoglialo e avrai una certezza tutt'altro che positiva. Ovunque ti troverai tu, troverai loro che “parlano” in tre possibili scenari random: (1) il cortile della scuola, un classico; (2) il garage di Josh; (3) attorno al tavolo imbandito dei genitori di Drew, al pranzo della domenica. Parlano – con gli occhi, con la bocca, in silenzio e a voce – e hanno intorno i commenti sul presunto atletismo sessuale di Nastya pronunciati da maturandi per nulla maturi; l'odore del legno e il luccichio della polvere che si solleva; i sermoni perbenisti di due prolifici e benestanti coniugi finto moderni con prole accanto. Mi direte: tutte cose che creano una cornice, comprimari. Invece, sono della scuola di pensiero che ripetere fino alla nausea la stessa tiritera non ha il miracoloso e segreto potere di creare cose che restano impresse. Posso presentarmi tutte le volte che ci incontreremo con il nome di Chris Hemsworth, ma questo non farà di me Chris Hemsworth. Capito? Gli episodi sono pressochè scambiabili, tipo le figurine tra bimbi, e manca quella che nei film si chiama scena madre. Che immagine mi resterà dell'esordio della Millay, oltre ai pasti in compagnia e a io-il-mio-segreto-non-te-lo-dico-ma-forse-sì? 
Josh e Raggiodisole che, per festeggiare un compleanno, gettano monetine interminabili nella fontana di un centro commerciale: divertiti, bagnati, pure bellini. La scrittrice conosce come le sue tasche i personaggi: non c'è vergogna, silenzio che mette in imbarazzo; parlano di tutto, vivono giorno dopo giorno. Loro guidano la storia, non il contrario – e questo sì che è bello. La Millay, però, non è così in gamba da non rendere un peso le loro esistenze che – normalissime a lungo, mutismo autoindotto a parte – scorrono più lente delle nostre. Anche se è bravina. Il suo Josh, uno degli orfanelli indipententi di Nicholas Sparks, forse anche imparentato con la buonanima di Mango (solo così spiegherei quel domino di infarti e malanni), trombamica a parte, è un ragazzo serio, buono e giusto, scontroso ma non troppo. Le uniche seghe che conosce sono quelle con cui maciulla alberi, fabbrica tavolini da tè e librerie – e non perché la nonna, prima di morire in una maniera triste che manco ricordo più, gli aveva detto che, a lungo andare, come racconta la leggenda, facciano diventare cieco. Almeno nelle premesse, più interessante quella Nasya che non si chiama Nastya. La ragazza che visse due volte e che colleziona nomi sul muro. E' arrabbiata, ferita a morte e la sua armatura sono i tacchi a spillo, le gonne corte e le calze a rete – be', poteva scegliersi un'armatura più solida e coprente, uno dice. Ha cicatrici di cui tutti ignorano le origini e flashback che, con forza, irrompono all'inizio dei capitoli raccontati da lei. Quegli inizi sono ipnotici. Ricordano la voce della Emily di Revenge, quando in principio di puntata parla tutta figa della filosofia segreta che si nasconde dietro la vendetta, e i pensieri sulle ossa di quella mano sinistra estanea, a pezzi, irriconoscibile, alla lontana – moltiplicate, però, “alla lontana” per cento – fa venire in mente Un sapore di ruggine e ossa. 
Nastya, chiusa all'inizio nei suoi silenzi, ha il suo perché. Ambisce ad essere la cazzuta Lisbeth Salander del new adult. Poi inizia a parlare, però, e il rendere il suo animo cupo e la sua psiche fragile con fastidiose parolacce e volgarità gratuite – in unione all'abbigliamento da squillo in saldo – è una scelta strana ed infelice. Non l'ho capita. Colpa dell'autrice, che le fa iniziare una nuova vita in una città a due ore di distanza – a due ore di distanza da qui conoscono pure me, figurati una ragazza tanto tribolata – e le fa ricercare l'anonimato in maniera che non condivido. Intorno a loro, tanti, troppi personaggi che fanno di Il tuo meraviglioso silenzio un new adult popolosissimo. Drew, il migliore amico di Josh, con la sua famiglia da Mulino Bianco e la bellezza da capogiro che, sotto sotto, nasconde un cuore d'oro e tanta generosità. Lui l'ho apprezzato, sinceramente, e poi non c'è il classico compagno di scuola gay... Ah, bugia! C'è anche quello. Con il pallino delle arti figurative, i discorsi a senso unico e un ruolo forzatissimo: un comprimario che – insieme ai bulli sboroni, alle gemelle snob, agli alberi geneaologici di parenti, alle universitarie facili - non ha motivo d'essere, se non fosse per il fatto che, a un certo punto, porta la protagonista in un certo posto. Altra cosa: ma che corsi si inventano i docenti americani? Che la Giannini sia ministro dell'istruzione anche lì? I protagonisti della Millay sono studenti modello, quando si parla di corsi di falegnameria e... Aspettate, lo sapete qual è il colmo per una ragazza muta? Essere iscritta al laboratorio di conversazione e dialettica. Giuro. Sciocchezze a parte, affronta un tema importante, ma senza abbastanza coraggio; ha dialoghi a volte interessanti, raramente sdolcinati, ma è come se fossero pronunciati da attori non adatti alla parte. In generale, meglio quando Josh e Nastya non parlano. Comunicano più così, guardandosi, che con mille parole di troppo. L'intensità delle riflessioni non rispecchia, purtroppo, quella dei discorsi diretti e una dimensione più intimista, assennata, cupa avrebbe giovato. Poteva essere più cattivo o più dolce, ma è una via di mezzo dall'incarnato pallidiccio, con la sua ironia massiccia, il linguaggio colorito e le svolte faciloni dell'epilogo. In generale, non dispiace. Nel dettaglio, è assolutamente dispersivo. Succede tutto nelle ultime sessanta pagine, quando ne aveva altre quattrocento a disposizione: comunque, davvero troppe per una storia così. A Hopeless la palma di new adult più convincente, al momento; alla Millay, nonostante le stelline possano ingannarvi, quella del più monotono, ma non quella del più brutto. La Glines non si batte. Tagli spietati di lunghi capitoli e interi personaggi - dalla regia mi suggeriscono che gli editor a quello servono - avrebbero focalizzato l'attenzione del lettore sui punti giusti. Non mi ha preso sin dall'inizio, ma pensavo non ci fosse semplicemente fretta di arrivare alla meta. Ma la meta poi qual è? La meta c'era? E pensavo che Libraccio mi avesse consegnato il volume sbagliato, nascosto sotto la sovraccoperta corretta. Peccato si trattasse di un'edizione in brossura...
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: No Doubt – Don't Speak

mercoledì 26 novembre 2014

Mr Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte I


Buongiorno, amici. Come state? Avrei voluto recensirvi, oggi, il magnifico Shotgun Lovesongs, ma ritornato dal cinema, ho voluto condividere la mia esperienza con Il canto della rivolta con voi. Dopo aver amato La ragazza di fuoco, mi è risultato difficile trovare all'altezza questo seguito che sa farsi ricordare, sopratutto, per quel finale agghiacciante, ma Hunger Games conferma, visione dopo visione, tutti i suoi punti di forza. Katniss Everdeen non ha punti deboli, sotto l'armatura da guerriera. Sono ansioso – ma letteralmente in ansia, già – di vedere il capitolo conclusivo e, mai come questa volta, aspettare un anno mi infastidisce a morte. La trovata di dividerlo in due mi ha urtato per questo e non solo. Sarebbe stato troppo condensare tutto in tre ore? Per molti sì, ma per me in queste due ore – per quanto belle – c'è invece troppo poco. Una trasposizione fedelissima, comunque, di cui vi parlo meglio e senza spoiler nel mio commento. Un abbraccio e a presto. M.
 «Tutto ciò che era vecchio, in effetti, può tornare di moda. Come la democrazia!» Effie. 

                                  La recensione del film 
E così ci sono andato. Con zaino in spalla, biglietto alla mano e ciondolo della ghiandaia imitatrice al collo. Ci sono andato a vedere Il canto della rivolta. L'ultimo Hunger Games. Anzi, il penultimo. Dopo Harry Potter e Twilight, anche il romanzo della Collins – al cinema – è stato diviso in due parti, con la speranza di raddoppiare guadagni già alle stelle. E scommetto che questi guadagni grossi, a sei cifre e oltre, l'anno prossimo non mancheranno. Perché Hunger Games vale tanto. Vale tutti quei soldi, ma anche di più. Al cinema io ascolto le persone intorno a me. Nella sala gremita c'erano spettatori di tutte le età. Le mamme confidavano che erano state trascinate lì dai figli, ma che quella saga, in fondo, piaceva da impazzire anche a loro. L'universalità della trilogia che ha rilanciato la distopia sui mercati letterari era racchiusa nella sala quattro di un grosso, strapieno Multisala che, quella sera, dava tante pellicole, anche se ad assistere alla più attesa eravamo noi. Io ho un brutto rapporto con Suzanne Collins e un bel rapporto con la sua saga; possibile? Penso che Hunger Games sia uno dei pochissimi titoli in cui i film, di gran lunga, sono superiori ai libri. Per coerenza, coesione, impatto. Potenza. Hunger Games è potente, potentissimo. Elettrizza. E' uno di quei film che, di ritorno dal cinema, ti fa compagnia lungo la strada di casa. Ci ripensi e ne parli il giorno dopo. Bene; incondizionatamente bene. Io ho ripensato al Canto della rivolta, credetemi, e male non posso dire. Non vado a dormire senza avere messo in chiaro le mie idee in proposito. Penso che il romanzo conclusivo sia quello che preferisco in assoluto. All'epoca, mi demolì. Ma, a due anni di distanza, se mi chiedessero cosa ricordo di quel romanzo a cui avevo assegnato cinque stelle piene, risponderei una cosa: la fine, e come si arriva alla fine. Della prima parte, invece, poco e niente. Il seguito di La ragazza di fuoco gira attorno a quel poco e niente, per me insignificante. Oggettivamente: si fiuta a un chilometro di distanza l'insensatezza di dividerlo in due, a discapito della forza del tutto. Si sfilaccia la tensione, si sfibra il sentimento, anziché comprimerlo a regola d'arte. La prima parte è quella che risente maggiormente di tutte le ovvie dilungaggini di sorta: più corto degli altri film, questo è però il più parlato. Prolisso invano, anche, perché non so quanto uno spettatore lontano dalla saga letteraria coglierà, vedendoli così, all'improvviso, dei nuovi personaggi in scena. A molti giova il loro rimanere perpetuamente ambigui, altri sembrano semplicemente irrisolti. Ad esempio, la sempre maestosa Julianne Moore è algida, criptica, irreprensibile; Natalie Dormer, invece, tanto incensata altrove, ha un ruolo piccolissimo. Philip Seymour Hoffman – un piacere e un dispiacere, rivederlo, perché fa un effetto strano che non va via dalla pelle – è calcolatore e sornione: non si capisce per chi patteggi. Sempre oggettivamente, però, chissene. Non ha importanza. Viene meno il puro intrattenimento, fa capolino la realtà (e il pensiero va alle nostre guerre e ai nostri dittatori, alle nostre vittime e ai nostri martiri) e il cinema e i mass media giocano a togliersi, per pochi attimi, le loro reciproche maschere. Il canto della rivolta diventa metacinema. Katniss parla davanti a uno schermo verde, le sue battute sono scritte da altri, il suo trucco è pesante e non sembra più, così, la ragazzina ribelle del Distretto 12. I giochi sono finiti, inizia la guerra e anche quella - al giorno d'oggi, anche se il film parla di un futuro non troppo lontano - ha perso la sua violenza spontanea e feroce, gli ideali giusti per alcuni e ingiusti per altri, i vessilli svettanti di un tempo. L'immagine è tutto, e che differenza c'è tra un dittatore ed un altro, ci si chiede, guardando le divise antracite della Coin e le rose bianche di Snow? Ci sono le strategie e gli scacchi matti, qui; le spedizioni, la costruzione nel dettaglio di un'iconica Giovana D'Arco del futuro, le passeggiate sulle case in cenere o in fiamme. Nell'altro ci sarà una strage che non dimentico. Meglio rimandare a domani, essere soddisfatti oggi e avere qualcosa da aspettare, tra un altro anno. Peggio, perché chi ha letto Il canto della rivolta si è comosso, alla fine, e le intenzioni di uno, come me, a cui piace commuoversi, potrebbero sfumare via. In un anno smaltirò la pena, in un anno sarò pronto. Avrei preferito sedermi in poltrona, tuttavia, stasera, e lasciarmi alle spalle un fazzoletto stropicciato e un finale brutale, ma davvero onesto. Il film, invece, si chiude come il precedente, sugli occhi spalancati ed espressivi della sua formidabile protagonista. Nel momento che noi lettori supponiamo da anni. Sì, sceneggiatori e regista tagliano dove tutti pensavamo tagliassero. Dove ti strapazzano le viscere per bene. Nel punto in cui il cuore si accorge che sei turbato per qualcosa di grande. Meno accattivante e appagante degli altri, intelligentissimo nei riferimenti e preciso nelle citazioni, ma trattenuto nelle emozioni, dunque. Anche se a quelle di Katniss non c'è freno. Lei è messa a dura prova, spesso e a lungo. I primi piani premono sul suo sguardo blu tremolante e lei li regge alla perfezione. Jennifer Lawrence è un talento raro, colei che fa la differenza – insieme al resto del cast – tra un film per ragazzini e un film per tutti. Il doppiaggio la penalizza – lei è imponente e bellissima, ma ha la voce di una bambina prima della pubertà - ma quando canta e partono i sottotitoli, be', capisci cos'è veramente. Gli altri attori hanno spazio, ma è lei a concederglielo, e questa volta la cosa si nota. Ha uno scambio di battute con una Elizabeth Banks smunta, ma esilarante; un altro con un Woody Harrelson sobrio, ma appena di passaggio; un altro ancora con un Liam Hemsworth che mi è risultato non solo in gamba, ma anche degno di comprensione; infine, con un Sam Claflin che – per via del montaggio serrato – ci sfiora appena col suo dramma scioccante. Si vede; si nota che è come se – schematicamente – tutti dovessero avere per forza diritto di parola. Due ore dovevano essere riempite. Josh Hutcherson, invece, meno presente, è al di là di uno schermo di Capitol City, ma vicino ugualmente: delicato, indifeso, ma pronto a farti fisicamente male, quando sarà necessario. Insospettabilmente convincente, inguaribilmente Peeta. I momenti importanti: tutti concentrati in quell'epilogo teso e struggente, insomma, e nel canto di una ghiandaia umana che, sulla sponda di un fiume, intona la coinvolgente The Hanging Tree come inno e richiamo per le masse. Il canto della rivolta – Parte I, tra le righe, suggerisce tanto, ma è un'avventura che racconta un po' poco. Tanto attuale quanto scarno, fa satira con connaturata classe e apre il blockbuster statunitense alla riflessione. Cosa non da tutti. Ha tanti temi e pochi fatti, ma quel poco è uno spettacolo godibile e misurato insieme, anche se per me inferiore ai precedenti. (7)

sabato 22 novembre 2014

Mr Ciak #49: Resta anche domani; Due giorni, una notte; Dracula Untold; What If; Dieci Inverni; Eliza Graves; Jessabelle


I libri sono sempre superiori ai film, e dove sta scritto? Questo è l'anno delle smentite. Colpa delle stelle, The Giver. Due esempi bastano per dire che certe storie funzionano meglio al cinema che sulla carta. Pensavo fosse questo anche il destino di Resta anche domani - una lettura toccante e fresca che, a causa dello stile, era volata via, conquistandosi le consuete tre stelle. Ma c'era il film in arrivo e mi mandava vibrazioni positive. Quel trailer conciliava le lacrime, e ogni tanto le lacrime fanno bene. A me piace emozionarmi. A sorpresa, invece, mi sono accorto che Resta anche domani non è il terzo titolo da aggiungere alla mia lista di eccezioni. Il film non mi ha pienamente convinto, ma si lascia guardare con piacere, pur essendo potenzialmente noioso in un punto o due. Il difetto? E' troppo generoso. Ma anche il libro lo è, solo che il discorso è diverso. Ci sono tanti capitoli, c'è tanto tempo per dire le cose. La trasposizione cinematografica vorrebbe accontentare tutti, ma non può; fallisce nell'impresa e il tempo passa lento. La struttura alla rinfusa funziona poco al cinema, generando ripetizioni in un montaggio che si rivela macchinoso. I personaggi secondari risultano ben caratterizzati, ma si toglie spazio agli adorabili familiari della protagonista per mettere sotto la luce dei riflettori una coppietta di bellissimi adolescenti che si fa volere bene; che ruba il tempo, ma non le giuste attenzioni. La violoncellista Mia, narratrice di rara sensibilità e empatia, risulta un tantino leziosa qui, perfettina; ma ha il volto dell'incantevole Chloe (non so mettere la dieresi sulla "e") Moretz e passare due ore in sua compagnia è cosa tollerabile. Il suo partner, Jamie Blackey, è un Adam meno da sogno e più vero. L'attore, notevolmente talentuoso, sorprende con una vocalità interessantissima. I sei anni di differenza tra lui e la protagonista non si notano neanche. L'inedita accoppiata violoncello-chitarra, inoltre, ci regala una acustica di Today che ha meritato un posto istantaneo sul mio iPod. La trasposizione, invece, scorre via con la lentezza del miele, ma non causa carie preoccupanti, né conquista un posto permanente e duraturo sullo scaffale dei film sentimentali. Gli attori convincono (bravissima la Mireille Enos di The Killing, tra l'altro), la colonna sonora è degna di nota (e anche se i protagonisti sono liceali sono assenti pezzi dei One Direction, occhio!), ma la regia di R.J Cutler rende il film un prodotto che, ad intermittenza, si accende e si spegne. In gioco, c'è la potenza del melò, un genere che vive di un'intensità che esige di essere costante: sempre. Tutto questo, però, non impedirà a me e Chloe di convolare presto a nozze. Mettiamolo in chiaro! (6)

Il giorno in cui perde il lavoro, Sandra inizia a piangere. E per non piangere davanti ai suoi bambini, si barrica dove nessuno può vederla. Lì ritrova, nei cassetti della biancheria, nei mobiletti dei medicinali, dietro i reggiseni e gli spazzolini in più, quelle pillole intrappolate in una scatola arancio che l'hanno fatta stare bene qualche tempo prima, quando il mondo le è crollato addosso e lei si è accucciata sotto una frana rovinosa. Qualcuno l'ha aspettata. Ha aspettato, sì, che si risollevase, e iniziasse a mangiare, e riprendesse a sorridere. Un marito con cui non fa l'amore, anche se l'amore c'è; due figli che crescono a vista d'occhio; una casa – sogno di una vita, frutto di sacrifici – che richiede spese e spese. Altro, invece, non l'ha aspettata. Un lavoro che, alla fine del tunnel, oltre la soglia della disperazione, è evaporato; svanito. La fabbrica che non ha atteso la ripresa lenta di Sandra e per lei, così, c'è altra disperazione in agguato. Che senso ha la sua vita se non può fare nulla per la sua famiglia? Perché svegliarsi, abbandonare il pigiama, trovare la voglia di respirare? Due giorni, una notte è il dramma di una giovane donna allo sbando, la sua missione impossibile dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina. Un weekend appena per tentare di convincere i colleghi a rinunciare a mille euro e lasciare che lei, dopo quel fine settimana di pellegrinaggio porta a porta, ritorni alle sue otto ore giornaliere nel grigiore della periferia industriale. I fratelli Dardenne riportano il neorealismo al cinema: fanno, infatti, un cinema che non è cinema, con una pellicola di un'intensità impressionante ma una trama che, pur appassionando, ha la peculiarità rischiosa di svilupparsi in maniera schematica. La protagonista deve fare la stessa domanda a quindici persone e prestare ascolto: come risponderanno al suo appello? Come risponderesti tu? Eroina per caso, un incanto di nome Marion Cotillard. Che si dimentica, qui, di essere una delle donne più affascinanti del cinema mondiale e, tutta ossa sotto quella sottile canottiera rosa, con i capelli stopposi e il trucco invisibile, scompare per scoprirsi fragile, potentissima, impressionante. Senza urlate scene da Oscar o manierismi, con una strada dritta da percorre e quindici vite da condividere. Due giorni, una notte – film da me attesissimo – è tutto ciò che la copertina annuncia, ma anche di più. Un dramma umano, cristallino, solidale, reale e struggente, che ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i citofoni ignorati, i “no” nudi e crudi e per quegli impensati, commoventi gesti di gentilezza che, sollievo, ti accarezzano l'anima. Che il lieto fine ci sia oppure no, allo spettatore finisce per importare poco o niente. C'è sollievo. C'è fiducia nei nostri simili. Perché c'è chi dice “no” e chi dice “sì”, perché c'è chi sa che una persona non ha prezzo e che mille euro non ti renderanno definitivamente più felice. Il cinema francese è così, un gran bel mistero. Guardando il film ero affranto e rilassato insieme: quando ti abbandona, dopo un'ora e mezza, sei leggerissimo. Un palloncino colorato contro la crisi. Sandra ha imparato a guardare negli occhi gli altri, a chiedere aiuto anche se si vergogna, a palesare le sue fragilità e tu hai imparato ad ascoltare. Alla domanda, adesso, sapresti cosa rispondere. Quanto vale un essere umano? (7,5)

Io sono uno spettatore privo di pregiudizi. Anche se sapevo che Dracula Untold non era il film dell'anno, né il degno epigono del capolavoro di Coppola, l'ho visto, perché nei pomeriggi morti della mia domenica – scorrevole, innocuo e ben fatto com'è – ci stava bene. Qualcuno aveva apprezzato. E io? Non posso dire di averlo odiato. Non gli si vuole male e, con calma e sangue freddo, si ammette una cosa: è un reboot; è logico che il personaggio della leggenda abbia una nuova vita. La pecca dell'esordio di Shore è che cambia le carte in tavola, pur non dandoti nulla di innovativo. Vlad mi diventa un edulcorato personaggio da fumetto, un supereroe ante litteram. A questo punto, non sarebbe stato utile raccontare la vera storia del personaggio? La sete di sangue, la guerra santa, il prologo reale di una storia fantasy? Domande buttate al vento, le mie. L'inedita vicenda del film è molto poco inedita. Una storia d'onore e potere come mille altre, ma con un protagonista che – con il suo nome noto – attira spettatori. Si poteva chiamare anche in un altro modo, per quel che valeva. Appesa al chiodo la sua carriera di assassino, Dracula si rifugia nel suo regno, finchè la minaccia del nemico non lo porterà alla via del vampirismo per proteggere chi ama. Il nuovo Dracula, però, non ha sfumature. E' monocorde, capace solo e soltanto di lodevoli intenzioni, senza cicatrici profonde. Personaggio da fiaba, non diventa mai l'antagonista, proprio come la Jolie in Maleficent. Non c'è tormento, non c'è pathos: allo spettatore, sedotto dagli ottimi effetti visivi, importa poco di quel che succede intorno. Sotto il vestito bellissimo non c'è altro. E i costumi, curati, sono belli davvero: roba chic che H&M non porterà mai, tipo. Sono un bel vedere anche Luke Evans e Sarah Gadon, che però comunicano poco, imbrigliati in personaggi angelicati, eterei, senza carisma o autentica umanità. E' un The Amazing Dracula-Man più che un Dracula Untold. Ci sono Gwen Stacy che cade, il morso del “ragno”, nemici con la faccia da schiaffi. Ma mentre Spiderman sa farti ritornare bambino, lo stesso non si può dire di Dracula Untold. Non ci sono più i bambini di una volta – e i cattivi di una volta – e l'eroe dark della Universal non saprebbe intimorire neppure quelli. (5)

Wallace e Chantry si conosco a una festa di amici di amici. Lui, disperato e alquanto patetico, vive nella soffitta della sorella e fa lavori noiosissimi, dopo una mancata laurea in medicina e un tradimento che gli ha frantumato il cuore in un centinaio di minuscoli pezzi. Lei, fidanzatissima, vede quell'omuncolo dall'accento inglese come un amico. Ma perché ogni tanto vorrebbe solo dargli un bel bacio sulla bocca e farlo tacere così, nel modo più dolce? E perché è gelosa se quella mezza ninfomane della sua sorellina ci prova spudoratamente con lui? Cioè, lo dico. Io ho sentito che avrei adorato What If sin dalla locandina. Guardatela: loro due agli estremi di un tavolo, saliera, ketchup e maionese di mezzo. Immaginavo un Harry ti presento Sally in miniatura: sveglio, intraprendente e parlato fino allo sfenimento. Tutto è filato liscio, come da programma. Michael Dowse dirige una commedia che ha personalità. Metropolitana, romantica e assurdamente adorabile. Una pellicola che vive di animazioni lampo, giochi di parole e poesie scarabocchiete sui frigoriferi delle case altrui, sulla regola dell'amico, l'amore a prima vista, i panini da Guinness, i discorsi sull'ultima cacca di Elvis, le svolte che ci fanno crescere. Frizzante, colorato, divertentissimo, ha il suo dolce e immancabile lieto fine, gag esilaranti e dialoghi sopra le righe, assurdi come piacciono a me, che sono gioellini di destrezza e scrittura. I protagonisti spiccano. Radcliffe è sempre più convincente: lo guardo e, miracolo, non penso più ad Harry Potter. Penso a Daniel Radcliffe e basta, che sta diventando davvero un bravo attore. Accanto a lui, la Zoe Kazan di Ruby Sparks: messa al mondo per film del genere, lei; una versione allampanata e maliziosa della quasi omonima Deschanel. (6,5)

Camilla e Silvestro sono come tutti i ventenni di questo mondo. Impacciati, insicuri su come muovere i primi passi lontani dal nido, invincibili. Con la stupida convinzione di avere tutto il tempo o quasi davanti a loro. Perché non rimandare, dunque? Perché dirsi di piacersi, perché perdersi e rincorrersi, perché dare un lieto fine alla loro storia d'amore dal primo minuto in cui un'inquadratura li rende vicinissimi? Tanti punti di domanda, una scusa grossa e banale. C'è tempo. Precisamente dieci anni. Precisamente dieci inverni. I protagonisti del film d'esordio di Valerio Mieli si risvegliano dal loro letargo quando fa freddo. Vivono per la neve, i denti che battono, gli abbracci per scaldarsi, i letti condivisi per contendersi il calore di un'unica coperta. Lui perde il vaporetto, lei lo ospita a casa sua: condivideranno lo stesso letto, in uno dei più rigidi dicembre che Venezia ricordi, ma senza toccarsi mai. Si separeranno la mattina successiva, per poi sfiorarsi e scontrarsi nei due lustri successivi. Inquadrati soltano quando il fiato si condensa, le piazze si svuotano e le strade si imbiancano: nel loro habitat naturale. Dieci Inverni ha una struttura che ricorda One Day e un'idea del romanticismo, con dialoghi pungenti e ripensamenti continui, che fa venire in mente Le ho mai raccontato del vento del Nord. Niente di originale sotto il sole, se non fosse per un minuscolo dettaglio: è una pellicola italiana. Atipica, completamene nuova. Di una delicatezza e un candore non contemplati dalle nostre parti. Caratterizzati in modo buffo e trasognato – lui che alleva lumache, lei che sogna la Russia – sono personaggi a metà tra l'adorabile e l'alieno. Gli anni che volano, le strade che ci portano dove non vogliamo, il cuore che non conosce le scorciatoie ma sa qual è l'unica destinazione valida. Un film sentimentale dai colori assai tenui, in cui sale e miele si stemperano così, un po' come capita. E Michele Riondino e Isabella Ragonese, adesso insieme in Il giovane favoloso ma all'epoca sconosciuti, sono quasi più abbaglianti di tutta quella neve. A non piacermi del tutto, l'epilogo. Forte l'impressione che un film così particolare meritasse una chiusa più, come dire?, audace. (6,5)

Un medico di grandi speranze e il suo apprendistato presso un manicomio. L'incontro con la follia, quella vera, che i manuali accademici non mostrano. Le pratiche inumane e la crudeltà, le bugie spacciate per cura, le identità negate a forza. Ma nello Stonehearst Asylum niente è come sembra. Raccontano una verità diversa dalla sua una bellissima paziente chiusa tra quelle mura da un marito normativo e i malati bloccati nelle segrete che, di notte, chiedono aiuto. Nello Stonehearst Asylum i pazienti si sono ribellati e hanno preso possesso dell'ospedale, facendo di infermieri e dottori i loro sottoposti, in un gioco di prospettive al contrario. Per ripagarli con la loro stessa moneta e per dimostrare che il concetto di follia è pura convenzione. Fare il doppio gioco, confondersi con gli altri, non innamorarsi delle promesse carezzevoli di Eliza Graves: sarà un complesso e lungo soggiorno quello di Edward Newgate nel manicomio in cui gli equilibri vengono sconvolti. Eliza Graves, tratto da un racconto del maestro Edgar Allan Poe, è un prodotto più che notevole per chi, come me, camperebbe di quelle fumose atmosfere. Suggestivo, misterioso, vagamente inquietante, è il gioco del gatto con il topo, ma anche un dramma – tra grottesco e denuncia - con elementi con cui vado a nozze. L'ho apprezzato per due motivi, principalmente: Kate Beckinsale, bellissima creatura immortale destinata a non invecchiare, con i suoi quarantuno anni che non si vedono, e le impressioni gotiche di cui è interamente impreziosito. Ricorda i vecchi horror della Hammer e diverte, sul finire, con uno o due colpi di scena inseriti con sapienza. Bravo, al solito, Jim Sturgess e, accanto a lui, grandi attori che compongono un buon cast. Qualche scena di troppo, una bellissima storia d'amore e pazzia destinata a un epilogo romantico, la voglia di omaggiare un genere spesso bistrattato con un American Horror Story: Asylum senza cattiveria, ma con savoir faire. (7-)

Dopo un tragico incidente che le ha stravolto la vita, Jessabelle – una giovane donna che ha perso suo marito e l'utilizzo delle gambe, nella violenza dell'impatto – va a vivere con suo padre, un uomo burbero e iracondo che vive nelle paludi della Louisiana e a cui il nonno di Heidi, in confronto, fa un baffo. Bloccata su una sedia a rotelle, la protagonista viene a conoscenza delle sue reali origini e, grazie a una serie di vecchi nastri, crea un contatto con la madre, morte di cancro quando lei era una bambina. Dalle videocassette, quella donna che vive solo nel passato riesce a predirle un futuro terribile e ad avvertirla. In quella casa c'è una presenza che vuole qualcosa da lei. Finché è in vita, sarà di troppo. Jessabelle, parente alla lontana di Annabelle, con la nuova stella di porcellana dei film dell'orrore ha poco in comune, rima a parte. Kevin Greuter – regista di alcuni dei Saw più dimenticabili – non ha un grammo della personalità di James Wan e si nota, la cosa, in una regia scolastica e priva di guizzi. Nonostante tutto – nonostante l'originalità latiti, nonostante la mente corra a The Ring, al tailandese Alone e, soprattutto, al fascinoso Skeleton Key – sapete che Jessabelle non dispiace? Personalmente, mi sono interrogato su Hollywood e i suoi spudorati plagi – remake lampo non dichiarati: così va meglio? - ma la trama ha fascino e il colpo di scena finale funziona. Peccato che, svelato quello, si sappia già com'è che andrà finire. In un film di qualche anno fa accadeva lo stesso, e per motivi pressoché identici. Ma, da inguaribile amante delle atmosfere e delle leggende di New Orleans, quello sfondo umido e cupo ha permesso che non borbottassi troppo. La rossa Sarah Snook è una protagonista senza carisma, ma che eppure si sforza, e il simpatico lavoro di bricolage degli sceneggiatori sfocia in un epilogo amarognolo, prevedibile e tutto, ma d'impatto. (5,5)