Quando
la mia amica Laura mi ha intimato di dare una possibilità
all'esordio di Tommaso Fusari, mi ha colto impreparato e scettico. Ti
piace, assicurava, e sembrava non aver dubbi. Ho messo
l'ebook sul Kindle tanto per, un giorno, timoroso di dare un
dispiacere a lei – quando consiglio spassionatamente un romanzo e
non lo amano altrettanto, mamma mia che presa a male – e a Tommaso, autore
che non conosco né di fama né di persona ma con cui empatizzo per
via della barba, i vent'anni e la lenta agonia dell'amore romantico.
Noi giovani siamo i peggiori nemici di noi stessi. Quelli di se ce
l'ha fatta lui perché io no. Le smanie per dimostrarci adulti
abbastanza, i profili falsi, il pollice verso agli Youtuber –
categorie di cui ho scarsa stima, lo ammetto, come ogni pensionato
intrappolato nel corpo di un ventritreenne che si rispetti. Storco il
naso davanti alle massime post Tumblr, agli instascrittori. Nel caso
di Fusari, balzato all'occhio della Mondadori a suon di hashtag,
temevo una trama per finta e frasi tattiche per Mi
piace assicurati. Tempi duri per i romantici è
diventato uno di quei romanzi brevi, sulle duecento pagine, che
sfoglio in attesa che venga a citofonarmi il corriere. Il corriere
non è passato e, in un paio di sere, perciò l'ho letto. A volte, sai, le sorprese delle letture fuori programma... Mi è
piaciuto, tocca non tenere la Libridinosa sulle spine, perché ci sono quei
romanzi imperfetti e un po' furbi a cui vuoi bene comunque – qui, oggettivamente, troppi eserciti e terroristi fermati con una sola occhiata, tanti
titoli da riempirci le pagine e le playlist, molte scene leitmotiv.
La trama c'è: dieci anni di lontananza, una questione in sospeso, un
viaggio per capire cosa si è rotto e quando. Stefano, commesso in un
negozio di abbigliamento a Roma, ha un monolocale zeppo di
amici alla mano, il pallino delle battutacce e una ragazza che non
ama. Aspetta quella giusta, infatti, e l'ha perfino conosciuta. Erano
bambini, dirimpettai, e facevano la stessa strada per andare a
scuola.
Due
destini paralleli con lo sguardo basso e le mani in tasca.
Andandosene
all'improvviso, Alice ha portato con sé il sogno di una casa a picco
sul mare, un cornicione tinteggiato di rosa shocking e le costellazioni delle
sue lentiggini. Cos'è stato di lei, che gli tirava trucioli
di pellet alla finestra e prometteva di aspettarlo di ritorno dalle
vacanze estive? Il mistero di un'amica scomparsa nell'indifferenza
spinge a un biglietto di solo andata per Torino; all'amara scoperta
che, in mezzo a loro, ci è cresciuto un mare. E se non gli piacesse
quel che è diventata? E se partire significasse ritornare? Alice
resta bellissima: bellissima con in Dante, bellissima da far
incazzare gli angeli e trionfare la pace in Medio-Oriente. Si è
bruciata, però, coi suoi capelli di fuoco. Lui spegne l'incendio e
la ripulisce dalla polvere. Vorrebbe guarirla, standole alle costole
– e le schifezze mangiucchiate sotto un plaid, la testa dura e le
compagnie che riempiono le ore piccole pure fanno la loro parte.
Hanno tanto tempo da recuperare e un sentimento in pausa. In Tempi
duri per i romantici si ritorna
sui luoghi di un colpo di fulmine e, come diceva Ewan McGregor in Big
Fish, il tempo scorre a velocità
doppia. Fusari ha un narratore con la memoria da elefante e il passo
veloce; una coprotagonista che c'è, dappertutto, anche quando manca.
“Quando
sarò grande farò il giro del modo” afferma Alice improvvisamente.
“Se
fai il giro vuol dire che poi tornerai qui.”
“Non
mi piace tanto qui.”
“Allora
torni a prendermi e ripartiamo?”
Ha
uno sguardo che piace: la realtà, opaca come una foto venuta male, è
messa a fuoco a parole, e qualche dettaglio colpisce più di altri –
bello il capitolo ambientato in stazione, in cui si ragiona di
abbracci lunghi, arrivi e partenze (se cercassi bene, probabilmente,
su una panchina di cemento ci sarei anche io, che al solito aspetto e spero). Fusari ha il sorriso
facile, i jeans informali, bella musica in macchina, il frigorifero
sempre pieno – l'ho sentito,
e ho sentito che ci andrei d'accordo, tra un sorso di birra e un tiro
a scrocco, non solo per le dispute in merito all'amatriciana perfetta
(Tommaso, sono della tua stessa scuola di pensiero: pomodorini, senza
soffritto, tanto pepe). Riflessivo e paziente, dopo le sorprese
altrettanto gradite di Galiano e Mandetta, emoziona con temi e
sentimenti che, dice eppure il cliché, sono cosa da femmine o d'altre
epoche. Sensibile alla maniera dei maschi – che si affezionano
prima e di più, che non dicono mai davvero addio –, Tempi
duri per i romantici si imbatte
nel destino agrodolce di una razza in via d'estinzione. Una canna in balcone, la
pancia piena e il ritrovarsi dopo un intero decennio ispirano pensieri che
parlano di amori per sempre, Torino senza polenta e altri
luoghi impossibili. Il puzzle di Stefano e Alice, che ha sulla scatola una coppia, un'infanzia e un altro po', è finalmente completo. Ci si vede presto, e presto è già qui.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: I Cani – Il posto più freddo
Sinossi:
"Il
fuoco. La stanza invasa dalle fiamme, le grida, la paura. Ogni rumore
mi crepita nelle orecchie come legna spezzata da un calcio. Il fumo
mi annebbia la vista. Le narici invase, il respiro sempre più corto,
disperato. Non riesco a gridare, ci provo, ma non riesco. Cerco mia
madre, cerco mio padre, cerco Anna." L'incendio di quella notte
gli ha sfigurato il volto e si è portato via tutto. Di quel Tommy
bambino non è rimasta che l'ombra, l'unica cosa di cui gli altri non
sembrano aver paura, provare ribrezzo. Da allora Tommy passa da una
famiglia affidataria all'altra, su e giù per l'Italia. Ogni volta,
però, insieme a lui arrivano le complicazioni. Del resto, se hai una
faccia come la sua, non puoi "che essere un poco di buono, un
delinquente, un ladro, un potenziale omicida". E poi la gente ha
un bel dire che l'aspetto non conta. Magari andrà meglio stavolta,
ora che è approdato in un paesino di provincia come ce ne sono
milioni, rassicurante: "Case attaccate a case, palazzi che si
strusciano con altri palazzi, e strade che ti ributtano sempre verso
il centro casomai dovessi perderti". E che ad accoglierlo ci
sono i Cotta, brave persone: madre avvocato, padre pompiere, un
figlio diciassettenne suo coetaneo. Ma quando i guai li hai cuciti
addosso c'è poco da fare. Succede così che, a poche ore dal suo
arrivo, Tommy assista per caso a un rocambolesco tentativo di furto
in un negozio e che venga arrestato da un ispettore di polizia in
pattuglia che lo crede coinvolto, e che da quel momento gli darà il
tormento. A scuola non va certo meglio, ma almeno lì c'è Sally,
occhi scuri e l'aria di una "come di passaggio", che "un
attimo c'è, un attimo dopo potrebbe non esserci". Conoscerla
per Tommy è come tornare a respirare. Con lei accanto il futuro fa
meno paura e tutto sembra possibile. Anche per lui. Se solo non fosse
la nipote dell'ispettore che l'ha arrestato quella notte. E se solo
quel tranquillo paesino a due passi da Asti in cui tutto sembra
perfetto non nascondesse mostruosità che proprio lui si ritroverà,
suo malgrado, a svelare.
La recensione
“Magari con te qui smette di mangiarmi le
notti.”
Qualche
anno fa, d'estate, conoscevo Christian Frascella e il suoMia sorella è una foca monacae, con mia grande sorpresa, ne
rimanevo positivamente colpito. Spiazzato, intenerito e perfino un
po' commosso, nonostante il ritardo della scoperta. L'autore era già
passato altre volte in libreria – con Einaudi, Salani e, ora,
Mondadori –, ma io mi avvicinavo al suo esordio fuori tempo,
complice il prestito di un'amica. Storia di fabbriche e crescita,
ritratto familiare dolcissimo ma sopra le righe, aveva un ragazzo
riccioluto e sanguinante in copertina, uno stile pungente e quella
tristezza sottile, che hanno i romanzi che ti dispiacere
profondamente, poi, restituire al mittente. Da allora, mi sono ripromesso
di acquistarne una copia mia e, soprattutto, di leggerlo più spesso,
questo Frascella fatto di parole di ghiaccio, personaggi in
cattività, province pestilenziali. Non ho fatto né una cosa né
l'altra, però, fino a oggi. Quando mi sono avvicinato al suo Brucio,
sempre un po' in ritardo, e, a fine lettura, il mio carrello Amazon
si è riempito in automatico di altri romanzi dei suoi. Curioso di
vederne un'altra faccia ancora, dopo quest'ultima - l'ironia
caustica, i periodi spezzati, le cuciture vitali tra il crime e
la narrativa per ragazzi. Somigliava a quella di Tommy, questa: una
maschera di bruciature, impassibile, ma con l'emozione che guizza
dagli occhi. Tirando la linea del comune divisore, cos'è che
ritrovo? Le costanti di una scrittura accattivante, di un anti-eroe
in cerca di guai, di una sinistra realtà industriale. Conosco un
diciassettenne sopravvissuto al caos che ha inghiottito, una notte,
la sua famiglia. Si sveglia con la voce della sorellina Anna nelle
orecchie, urla il suo nome oltre le fiamme. Lei è andata, insieme
alla sua innocenza, ma le fiamme restano. Addosso. Sulla faccia,
mostruosa, e un corpo che nasconde. Le lingue di fuoco gli hanno
fatto il dono di una lingua altrettanto lunga e sferzante: ha
imparato a difendersi con quella, Tommy, e con i calci. Lezioni
dell'inferno, della strada, di un'adolescenza in perpetuo affido.
Finché, a un anno da una maggiore età che lo affrancherà
finalmente dal sistema, non arriva in un paesello del nord, tra le
solite occhiatacce, i soliti sospetti, i capitoli di transizione
della solita storia che vorrebbe lui oggetto di derisione e capro
espiatorio. Questa volta, però, lo parcheggiano in una famiglia in
cui nessuno allunga le mani: i Cotta, anzi, sono tipi a posto –
mamma avvocato, papà pompiere, figlio liceale (e bassista). E, a
scuola, c'è un motivo valido per comportarsi bene: si chiama Sally,
ha capelli biondi che puntano ovunque e un passato che, più che
tragico, è una martellata sui denti.
Troppo per cui restare, ma
tanto per cui fuggire: uno sbirro affetto da delirio d'onnipotenza,
un cattivo tenente, che è zio della ragazza sbagliata (ma così
giusta, eppure, per l'inquieto Tommy) e segugio sulle tracce di tre
rapinatori mascherati. Si è messo in testa che il nuovo arrivato in
città, con la sua brutta faccia, sia uno di loro; magari il boss.
Vieta che Sally, malinconica come in Vasco e a pezzi come la bambola
del cartone di Tim Burton, lo frequenti alla luce del sole. Ma la
giustizia fa il suo giro – l'ingiustizia, tuttavia, conosce
furbissime scorciatoie – e l'amore, tra i non voluti e gli
abbandonati, è un bisogno viscerale. Brucio,con
la sua copertina di un giallo che non si può ignorare, è il romanzo
che avrebbe meritato le fascette promozionali; senz'altro, più
pubblicità. Perfettamente funzionale in ognuna delle sue componenti,
sa essere un noir suburbano e un'emozionante storia d'amore; feroce,
crudo, romantico, è una nuova lettura, un nuovo Frascella, che si
divora in stato febbrile e, lì per lì, ipnotizza. Sembra un film,
davvero. Le ronde notturne in bibicletta, le disgrazie che non danno
scampo e due protagonisti scavati, sezionati, a cui l'autore offre
sporadici momenti di pace e drammi inadatti alla prima serata. Il
tempo necessario per farli conoscere, farteli conoscere,
e accendere il cerino. Un lui ostracizzato, una lei abusata e,
tutt'intorno, il pandemonio. Brucio brucia
il traguardo in un lampo, scattante e tutto nervi com'è. Nel mentre, mi dà
prova, di nuovo, del talento di Frascella – un Ammaniti, quasi, che
conosce bene i chiaroscuri e altrettanto bene il linguaggio dei
giovanissimi – e ci mostra quanto sia serio darsi allo young
adult. Questione di un attimo, lo scatto di uno Zippo, e alla
scintilla segue il bang
di storie in orbita, che si leggono un po' a mente leggera e un po' a
cuore pesante.
"Di solito il pensiero
collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la
memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione."
La recensione del film
L'anno
scorso, di questi tempi, di ritorno a casa con un'amica –
spettatrice, insieme a me, del terzo capitolo di una saga young adult
dai toni universali e dal significato profondo – borbottavo
qualcosa sul danno fatto, dividendo in due il capitolo conclusivo di
Hunger Games. Il mio preferito, ma il più povero di eventi.
Però, da una parte, ci si poteva mettere il cuore in pace:
trecentosessantacinque giorni dopo, percorrendo la stessa strada,
sarei stato forse a pezzi. Per gli addii e, soprattutto, per i tanti
morti da piangere. E invece... Torna l'inverno e, con l'inverno,
l'attesissima Katniss Everdeen. Un anno ad attenderla e una fila
assurda, di sabato, per non rimandare troppo; il biglietto pagato a
prezzo pieno, sicuro fossero soldi ben spesi. Si parte in medias res,
dove eravamo rimasti. E dove eravamo rimasti, se del film precedente
– poco incisivo, ma ben fatto – ricordiamo appena il ritornello
di The Hanging Tree e la
scena di un Peeta furente, che si avventava contro la beniamina di
Panem? I distretti si sono sollevati contro Capitol City e Alma Coin,
adesso, si contrappone al Presidente Snow. Si punta al cuore del
potere, un giardino di rose bianche e tranelli, e si cammina sulla
terra - tra ceneri, rovine fumanti, cadaveri di innocenti - e sotto, per raggiungerlo. Pochi isolati diventano una lunga
crociata, se quella guerra intestina è stata il pretesto per dare
vita a una nuova edizione, questa volta incensurata, dei giochi:
trappole, meccanismi diabolici, mostri. Katniss non combatte in prima
linea: simbolo da proteggere, sfila nelle retrovie, con una troupe
che immortala e denuncia e due ragazzi che si contendono i suoi
sentimenti. Il canto della rivolta – Parte 2 è
il resoconto in tempo reale di un colpo di stato; una scalata al
potere che esalta poco, con due ore abbondanti che spesso si
patiscono, una regia statica e un cast provato. Perfino la Lawrence,
per me sopravvalutata, ma di una potenza clamorosa nei passati
capitoli, ha addosso i segni della stanchezza. La sua Katniss è poco
ispirata, poco ispiratrice, anche prima che fatti tragici – i
quali, comunque, non emozionano quanto sperato – ne intacchino la
famosa energia. Gli spumeggianti comprimari – la frivola Banks, il
brillo Harrelson – non sono abbastanza presenti per alleggerire i
toni, in generale grevi, e accanto a un'impeccabile Julianne Moore,
solo Josh Hutcherson – interprete di uno dei personaggi maschili
più teneri di cui abbia letto – brilla, con la ragione che lo
inganna e un amore che, neanche sotto tortura, si dimentica. La saga
di Hunger Games ha un
solo difetto: un film di troppo. Alla resa dei conti, questo:
dispiace ammetterlo, il più deludente dei quattro. Non che sia
spiacevole, ma quanto avrebbe giovato un montaggio migliore al
risultato totale? A colpi di forbici immaginarie, troncare una prima
ora superflua – la protagonista, a lungo, non si batte, e quando il
pericolo salta fuori ha tutta l'aria dei vampiri di Io sono
leggenda; immancabili perciò il
sacrificio eroico e le esplosioni a catena – e aggiustare un po' il
resto. Una mezz'ora conclusiva, ad esempio, bella, ma non abbastanza.
Poteva essere bellissima, tristissima, ma non c'è tempo per
piangere, quando invece di tempo, all'inizio, se ne è perso in
quantità ingenerose. Il canto della rivolta non
è né abbastanza concitato – manca di fluidità, di ritmo – né
abbastanza emotivo – i fazzoletti, inutilizzati, sono ancora nella
tasta della mia giacca. Il romanzo, invece, nonostante le pecche di
una prosa così così, mi aveva scosso: moriva la speranza, si
sceglieva la ragione e non l'amore. La morale resta invariata, ma
giunge attutita: quell'umanità sofferente non tocca e la risoluzione
del triangolo appare quantomai ovvia. Per fortuna ci sono Peeta e Ranuncolo, il gatto randagio che probabilmente li
seppellirà tutti quanti, a regalare qualche emozione in un mondo di
comprimari robotici; quasi presi da altro. In giorni oscuri come i
nostri, di terrore e terroristi, Hunger Games
ci ricorda, per l'ultima volta, i nostri sbagli e le nostre
debolezze: le continue guerre, quando avevamo augurato ai nostri
figli la pace, e l'abbandonarsi alle decisioni dei demagoghi; i
fallimenti della democrazia e la sterilità delle vendette. Ci
vorrebbe una Katniss, con i messaggi forti di cui è portavoce, a
guidarci; possibilmente, non questa: irriconoscibile. Le
strategie promozionali e la sete di guadagni raddoppiati, infatti,
fanno male a una saga – la più significativa, per le nuove
generazioni – che ci ha dato molte soddisfazioni, nel tempo, ma poi
si è rimangiata la promessa. Così, se qualcuno, come accade al buon
Peeta, mi facesse una domanda precisa – Hunger Games lo
consigli, vero o falso? -, gli risponderei vero,
nonostante giochi sordidi – non del Presidente Snow, questa volta,
ma delle grandi major – abbiano fatto di tutto e di più per
indurmi a dire il contrario.
Colpa degli scontati, inevitabili
inconvenienti del brodo allungato. (6,5)
Cancella
il passato. Dimentica il futuro. Esiste solo il qui e l'ora. E ora...
è tempo di giocare.
Titolo:
Berlin – I fuochi di Tegel
Autori:
Fabio Geda e Marco Magnone
Editore:
Mondadori
Numero
di pagine: 200
Prezzo:
€ 14,00
Data
di pubblicazione: 27 Ottobre 2015
Sinossi:
È
l'aprile 1978: sono passati tre anni da quando un misterioso virus ha
decimato uno dopo l'altro tutti gli adulti di Berlino. In una città
spettrale e decadente, gli unici superstiti sono i ragazzi e le
ragazze divisi in gruppi rivali, che ogni giorno lottano per
sopravvivere con un'unica certezza: dopo i sedici anni, quando meno
se lo aspettano, il virus ucciderà anche loro. Tutto cambia quando
qualcuno rapisce il piccolo Theo e lo porta via dall'isola dove
viveva con Christa e le ragazze dell'Havel. Per salvare il bambino,
Christa ha bisogno dell'aiuto di Jakob e dei suoi compagni di
Gropiusstadt: insieme dovranno attraversare una Berlino fantasma fino
all'aeroporto di Tegel, covo del più violento gruppo della città.
Là, i fuochi che salgono nella notte confondono le luci con le
ombre, il bene con il male, la vita con la morte. E quando sorgerà
l'alba del nuovo giorno, Jakob e Christa non saranno più gli stessi.
La recensione
Ci
sono regali che non aspetti, che non vorresti, ma che fa
piacere ricevere. Soprattutto quando torni a casa stanco, messo a soqquadro da una tremenda fila
di cinque ore per sostenere un tremendo esame da dodici crediti, e
quel pacchetto inatteso che ti aspetta lì, sul tavolo del salotto,
sa raddrizzarti la giornata. Un regalo è un regalo, e che piaccia o
meno – anche se i miei genitori mi hanno insegnato a sorridere e a ringraziare sempre, per educazione – ti fa sentire come se qualcuno
avesse pensato un po' a te. Premessa nel mio stile per dire che
quando la bozza di Berlin mi è arrivata in anteprima,
sebbene il romanzo completamente nel mio stile non fosse, ne sono
stato contentissimo: in sincerità, non attendevo la sua uscita e, se
non fosse stato per il suo arrivo a sorpresa in un giorno nero,
probabilmente non avrei avuto il desiderio di leggerlo. Insieme alla copia staffetta, un kit di
sopravvivenza per affrontare in grande stile quella nuova avventura:
uno zaino, una borraccia, coperta termica e una mappa della Capitale
tedesca. Passato velocemente dalla titubanza iniziale a una sfrenata
curiosità per il romanzo italiano – primo di una trilogia sette volumi– che aveva meritato quel lancio coi fiocchi, l'ho
letto in un giorno. Tornando alle mie prime parole, ora: servivano forse a
dirvi che, nonostante qualche dubbio, la lettura di
Berlin si è rivelata sorprendente? Vorrei giurare di sì –
più facile, infatti, parlare di rivelazione con un romanzo
presentato, in parte, come tale –
ma, anche se mi armerò di delicatezza e buone intenzioni, non sarà
questo il destino di una storia che per me non meritava attese grandi,
né tanto rumore. Siamo nel cuore degli anni settanta e Berlino è
spezzata da un muro: prima i silenziosi meccanismi della Guerra
Fredda, poi un virus che ha decimato la popolazione mondiale e ucciso
gli adulti. Al raggiungimento della maggiore età, grossomodo, ci si
addormenta per non svegliarsi più: non si sopravvive al diventare
grandi. Il cielo sopra Berlino – quello di cui parlava il
capolavoro di Wenders – è solcato da uccelli rapaci e da un
narratore onniscente che spia tutto dall'alto del suo
sapere. Quello, per me, uno dei motivi per cui il sentimento, dosato
in quantità parsimoniosa, latita e per cui, visti da lassù, i
personaggi hanno lineamenti imprecisi. In un romanzo motorio, poco
introduttivo, guidato prevalentemente dai fatti e non dai suoi
Bambini Perduti, vanno sempre di corsa: numerosi, ma senza un volto
da tenere a mente. Vivono il momento, vivono nel momento, e il loro
passato drammatico è in stralci di capitoli che suggeriscono un poco
che non è abbastanza.
La città è in mano a loro: prepotenti e
dispettosi, se la sono divisa in maniera disuguale, come capita con i
luoghi strategici del cortile, durante la ricreazione. Ci sono i
ragazzi dello Zoo – sì, come quelli di Christiane F. - che
sopravvivono e si divertono con poco; quelli del Reichstag –
eleganti e irascibili – guidati da due giovani innamorati in attesa
di un erede; quelli di Gropiusstad – tra cui spicca Jakob, il
protagonista maschile; le ragazze dell'Havel – e del gruppo fa
parte allora Christa, controparte femminile; ultimi ma primi per crudeltà,
coloro che occupano l'aeroporto di Tegel. Proprio qui, rapito a
tradimento nel corso della notte, viene condotto il piccolo Theo: un
bambino speciale, da riportare a casa a tutti i costi. Riusciranno
ragazzi e ragazze di fazioni diverse, in una lotta senza quartiere, a
unire le loro forze e a superare le prove della notte violenta con
cui – fedele al motto panem et circensem – la feroce Chloe è
solita intrattenere la sua chiassosa, rissosa folla? I bambini in
balìa del mondo come in Il signore delle mosche. I giochi,
anche se brevi e maggiormente edulcorati, di Hunger Games e
Mad Max. La presenza di un muro divisorio che ricorda il
labirinto di Maze Runner, la barriera di Divergent. In
V per vendetta ci si domandava: e se il nazismo non fosse mai
finito? In Berlin, invece, Fabio Geda – premiatissimo, lui,
e anche finalista al Premio Strega – e Marco Magnone sembravano
proporci un altro interrogativo: e se il muro di Berlino non fosse
crollato, o almeno non così?
Un dodicenne non potrebbe cogliere molti degli interessanti
riferimenti, né quanto ci sia di vero nella storia di quella
cicatrice che fino al 1989 ha segnato il corpo di una splendida città
europea; non potrebbe rendersi conto, perciò, del potenziale andato sprecato. Perchè questa Berlino che si stenta a riconoscere,
con il muro che diventa il tradizionale espediente dei mondi
distopici, più simbolo di una piaga fantascientifica che di
una pagina di storia moderna, avrebbe potuto chiamarsi anche con un altro
nome. L'intreccio è lineare, tipico del libro d'avventura, e toni
giusti rendono il romanzo ben scritto e un incrocio a metà tra la narrativa per
l'infanzia d'altri tempi – penso a La guerra dei bottoni, ai
Ragazzi della via Pal – e alle saghe distopiche
contemporanee, ma con molto meno in ballo. Con il rischio, essendo arrivato in ritardo alla festa, di risultare
già letto. Berlin non si è rivelato una lettura particolarmente soddisfacente o innovativa. Esce – a fine mese – non nella
collana Chrysalide, pensata per gli adolescenti, ma inserito in una
parentesi per lettori giovanissimi. Consigliato nel risvolto di
copertina dai tredici anni in su – e quante volte ci ho ironizzato,
da amante della narrativa per bambini quale sono, che con i miei
ventun'anni faccio felicemente parte della fascia “in su”? -, non
saprei dirvi se, allontanandovi di molto dal target iniziale, lo
trovereste acerbo come me o, al contrario, vi sentireste di potermi dare torto. Sono un orgoglioso sostenitore degli autori italiani; sempre
stato. Le poche cinque stelle assegnate quest'anno, infatti, me le
hanno strappate connazionali che usavano parole e storie come armi.
Quindi non immaginiamo racconti a misura di lettore, non badiamo ai
dettami delle mode internazionali. Inventiamo come ci viene, ché siamo bravi in quello.
Sinossi:
Esiste
un posto in cui si parla senza dire nulla. Perché tutti sentono i
pensieri degli altri, anche se non vogliono. Giorno e notte, lontano
e vicino, il Rumore ti raggiunge sempre. Gioia, paura, rimpianto,
speranza: non c'è scampo al caos incessante che ronza nell'aria e
affligge gli uomini di Prentisstown come un morbo, dopo aver
sterminato le donne. Eppure anche nel Rumore è possibile mentire.
Todd è l'ultimo nato al villaggio, parla una lingua tutta sua e
presto compirà tredici anni, l'età in cui nella comunità si
diventa adulti. Un evento tanto atteso e dalle conseguenze
inimmaginabili, protette da un segreto che tutti seppelliscono sotto
strati di pensieri. Ma Todd sta per scoprire che esiste un buco nel
Rumore, un nucleo di silenzio che nessun pensiero può sporcare, e
che non è vero che tutte le donne sono scomparse.
La recensione
Patrick
Ness è bravissimo. E non ci voleva un genio per capirlo, anche se
qualcosa – un paio di anni fa – non è andata per il verso giusto
e la Chaos Walking Trilogy, altrove successo di critica e
pubblico, da noi non è decollata. Il primo volume della saga di un
autore che poi avrebbe destato le meritate attenzioni – facendosi
conoscere anche dal sottoscritto – con la toccante fiaba nera Sette
minuti dopo la mezzanotte era
uscito con la Rizzoli, aveva come significativo titolo Il
buco nel rumore e era destinato
a essere il solitario mattone di una delle troppe case mai ultimate.
I seguiti, non messi in conto. A salvare la serie dal pericolo
dell'incompiuto, un'altra casa editrice che, con un'altra veste
grafica e un altro titolo, ci fa conoscere un altro Ness ancora –
il primo, in realtà – rispetto a quello degli incubi della
buona notte che presto diventeranno un film di Bayona. E così, anni
dopo, Chaos – La fuga arriva
per restare. Mi sono
imbattuto in quest'autore soltanto lo scorso autunno e, positivamente
impressionato, ho consultato i soliti siti per sapere cos'altro
avesse scritto. Tanto, anche se sfortuna vuole che da noi avessero
tradotto un altro suo titolo e basta: poco noto, introvabile e di un
genere non tra i miei preferiti. Ho avuto infine Chaos
e sapendolo lungo ma bello, facile ma meritevole, poco nelle mie
corde ma capace di farmi cambiare idea, l'ho lasciato per questa
calda estate in cui leggere non va in ferie. Mi
aspettavo qualcosa di buono, indubbiamente – tanti, infatti, i
pareri positivi di amici fidati e i consigli spassionati -, ma cosa,
nel dettaglio? Non lo sapevo; poi l'ho iniziato. All'inizio confuso,
stranito, ma affascinato e coinvolto. Ciò che rendeva
all'avanguardia l'esordio di Ness era quell'esatto mix di sensazioni
in contrasto. Lo stile bizzarro, un mondo un po' fantascientifico e
un po' distopico parzialmente originale, l'abbondanza di font diversi
– e grassetti, e maiuscole – nella stessa pagina. In un futuro
imprecisato, su un pianeta colonizzato da poco e liberato con la
violenza dai mostruosi alieni che lo popolavano, vive Todd – dodici
anni; quasi tredici – in una città senza scuola e senza donne, in
cui quando si diventa adulti – ossia molto presto, e il grande
giorno, per il piccolo protagonista, si avvicina – si viene
istruiti su segreti inconfessabili e sulle leggi che regolano il
Rumore.
A Prentisstown, nel Nuovo Mondo, tutti sentono i pensieri di
tutti; tutto è caos. A lungo andare ci si abitua; Todd – orfano di
mamma e padre, nato dopo guerre leggendarie – è venuto al mondo
quando il germe della confusione già aveva inquinato le città e
sterminato tutte le donne. Lui non conosce il silenzio, fino a quando
non incontra, nel bosco, una coetanea che viene da mondi lontani:
Viola. Prima di lei, non conosceva nemmeno le ragazze. Che allora
altrove esistono, e sono immuni al chiasso dei pensieri maschili, e
risultano imperscrutabili. Dunque, pericolosissime. Ha inizio, così,
una fuga a perdifiato verso una città che ha quasi il nome del
paradiso – Haven – e in cui si racconta ci sia un antitodo per
l'odio che muove gli adulti. Braccati da un esercito in continua
espansione, il ribelle Todd – un cane tontolone accanto (ricordate Dug, l'amico a quattro zampe in Up?), un diario
pieno di verità indecifrabili, un coltello dotato di vita propria –
e l'estanea Viola – che non è mai un libro aperto, persa in un
territorio ostile, eppure tenace – riusciranno a raggiungere chi
vive al di là dell'ultima cascata? Cosa troveranno, mossi
dall'ignoranza di chi, fino in fondo, sogna e spera?
Sopra la media,
ma arrivata un po' tardi per oscuri incidenti di percorso, questa
nuova trilogia non risente troppo dei paragoni con romanzi simili –
sebbene raggiunga ormai lettori smaliziati, che hanno già letto The
Giver, Across the universe e
guardato qualche puntata random di Wayward Pines
– e nonostante un genere i cui segreti sono stati ampiamente
sdoganati, per una moda recentissima, Chaos – caccia
al bambino in cui non ci si ferma mai – è meritevole e
sorprendente, anche con la sua esagerata voglia di fare, dire,
stupire. Brilla sin dall'inizio per l'originalità della scrittura –
raccontato in prima persona da un ragazzino analfabeta, che fa gran
confusione con le doppie e i verbi, presenta infatti errori
ortografici grandi e piccoli a cui subito ci si abitua – e per
l'attualità di temi da approfondire – violenza sulle donne,
soldati bambino, famiglie composte da due padri -, sullo sfondo di un
universo caotico che metteremo meglio a fuoco nel romanzo
successivo. Non ci vuole molto affinché conquisti, con la sua forza
trascinante, anche se, verso la conclusione, il continuo tergiversare
e qualche momento furbo – perdite dolorose e colpi di scena che si
addicono più ai romanzi conclusivi, non a una saga che adesso si
appresta a cominciare – mi hanno fatto vagamente rimpiangere l'immediatezza dei primi capitoli. Nel troppo
generale che Chaos si
rivela, non vorrei che questo Ness, mai uguale a sé stesso,
coraggioso e brillante, si fosse giocato le carte migliori. E che,
andando avanti, esagerasse per meravigliarci tutti con trucchetti forzati. Avrà misura? Propendo per il sì, al momento,
ancora scosso da una lettura che incede e travolge con la potenza
del primo Hunger Games.
Però scritto meglio; parecchio. Come da un piccolo Stephen King violento e
sognatore, che ci parla di mele avvelenate che crescono
sull'Albero della Conoscenza – sicuro di volere conoscere chi sei
davvero? - e dell'ultimo bambino senza sangue sulle mani.
Proteggiamo
l'innocenza.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Imagine Dragons – I Bet My Life
Tu
sei tu. E mi capisci. E sei triste come me e, per quanto assudo,
questo è bellissimo. Sei come un cielo grigio. Bella, anche se non
vuoi.
Titolo:
Il mio cuore e altri buchi neri
Autrice:
Jasmine Warga
Editore:
Mondadori
Numero
di pagine: 279
Prezzo:
€ 17,00
Sinossi:
Aysel
ha sedici anni, una passione per la scienza e un sogno che coltiva
con quotidiana dedizione: farla finita. Tutto ormai sembra convergere
in quel buco nero che è diventata la sua vita: i compagni di classe
che le parlano alle spalle, un lavoro deprimente, il delitto commesso
da suo padre che ha segnato per sempre il suo destino. Aysel vorrebbe
sparire dalla faccia della Terra, ma le manca il coraggio di farlo da
sola. Per questo trascorre il tempo libero su "Dipartite
serene", un sito di incontri per compagni... di suicidio. Roman,
perseguitato da una tragedia familiare e da un segreto che vuole
lasciarsi alle spalle, è il prescelto. Eppure, proprio nell'attimo
in cui stanno per abbandonarla, la vita potrebbe mostrare il suo lato
leggero, dolce e pieno.
La recensione
“Mi
domando se anche la gioia abbia un'energia potenziale. O se l'energia
potenziale possa condurre alla gioia, come un siero che agisce nello stomaco e ribolle fino a suscitare la sensazione
chie chiamiamo felicità. Ma anche se così fosse, il mio tarlo nero
la divorerebbe tutta.” Nonostante un titolo che pensandoci su è
anche bello, ma che letto di sfuggita lascia pensare alla biografia
segreta di Valentina Nappi – e, essendo traduzione precisa
dall'inglese, mi viene ragionevolmente da chiedermi: ma questi
americani non conoscono i doppi sensi? -, Il mio cuore e altri buchi
neri, inizialmente ignorato per
un titolo che, come detto, non è colpa nostra e una copertina
stucchevolissima che invece è colpa nostra eccome, complici una
Mondadori prodiga di copie omaggio e recensioni positive di fidati
amici della blogosfera, è finito schiacciato tra i mattoncini –
tutti capolavori, si spera – che mi ero ripromesso di leggere
durante le vacanze. Quando il mare finisce per diventare routine, si
è insofferenti a temperature da bollino rosso e si va in cerca, per
noia e soddisfazione personale, della lettura dell'anno, dopo esami
che spingono a trasformarci in lettori pigri e a divorare, senza
sentirci in colpa, storie brevi, leggere e vagamente
preconfezionate.
Con la solita scusa della stanchezza arretrata,
inserito tra l'ultimo voluminoso King (letto), il vincitore del
Premio Neri Pozza (in lettura) e l'autore Pulitzer di quest'anno (da
leggere), trovarmi tra le mani l'esordio di Jasmine Warga mi ha fatto
rimangiare la promessa di dedicarmi soltano a letture impegnate, ora
che il tempo è dalla mia, e riflettere sul fatto che tanta serietà
non fa per me, dunque perché non spezzarla, ogni tanto, con qualcosa
così? Un romanzo estivo e dal suono sì osceno, ma che dalla sua ha
più di qualche piccolo pregio che, in definitiva, può risultare
abbastanza? Scrivevo in una delle mie familiari parentesi
cinematografiche, qualche giorno fa, la lista degli ingredienti che
devono costuire l'abc della commedia alternativamente romantica che
dico io. Il perfetto film, o romanzo, del filone boy
meets girlavrà
un lui e una lei che si incontrano in un'occasione bizzarra – un
sito anonimo per cercare un compagno di suicidio - , personaggi
particolari che si contano su due dita – Aysel, di origini turche,
lavora in uno squallido call center e ha il pallino della fisica;
Roman, un tempo campione di popolarità, ha l'altezza giusta per fare
canestro e mani d'oro per ritratti bellissimi: entrambi, inoltre,
vogliono morire, a sedici anni –, una scrittura brillante – qui
restiamo purtroppo a bocca asciutta, perché la Warga si limita a
scrivere correttamente e senza guizzi speciali, evitando però
l'aforisma facile e scenette pruriginose di sorta – e temi
importanti, al di là dei toni lievi – il pessimismo cosmico, la
voglia di farla finita, deprimersi. Due numeri primi che si
incontrano, il sentimento che nasce: l'amore li salverà dal baratro?
Arrivato in libreria sulla scia di Raccontami di un giorno
perfetto, adorato e contestato
insieme, parla ancora del suicidio e dei giovanissimi, con punte di
ironia tragica, delicatezza e pochi baci per rimarginarsi a vicenda
le ferite. Pare sia piaciuto di più del romanzo della Niven, dicono
ci sia, almeno, un po' di speranza che non guasta, ma – nonostante
a differenziarli, nella mia valutazione, ci sia appena una mezza
stella – ho preferito l'altro. Politicamente scorretto, tosto,
disperato.
Ci sono più buchi neri in quel Theodore Finch – scrivo
il suo nome senza il bisogno di sbirciare, giuro, perché mi ha
scavato un tunnel nello stomaco – che in una storia
agrodolce e priva di buchi – narrativi, interstellari, neri –
come questa. A volte ci si sveglia tristi e si va a dormire tristi;
si nasce con l'inclinazione alla malinconia e, se l'abisso chiama, non
c'è interferenza a distoglierci dal sogno disgraziato della tomba. A
volte, ed è il caso di Aysel e Roman, brutti pensieri sono legati a
brutte esperienze: il 7 aprile, i due decidono di uccidersi perché
si sentono responsabili di tragedie di cui invece non hanno colpa.
Cose che capitano quando sei ragazzino, solo e, in mancanza di
responsabili, accusi te stesso: per la vita che ha strappato tuo
padre (puoi compensare strappandoti la tua?), per una dimenticanza
che ha significato tanto dolore (puoi ricordartene, adesso, andando
via a un anno esatto da quel giorno?). Per Green era colpa delle
stelle – ogni riferimento a John non è casuale, con
protagoniste dai nomi in assonanza, lunghe chiamate telefoniche,
salti a casa di Gus o Roman -, per la Warga è colpa delle
circostanze, per la Niven – e ciò mi ha davvero colpito; non c'è
consolazione – non è colpa di nessuno. Chi cerca una
lettura garbata, rasserenante, simpatica apprezzerà Il mio
cuore e altri buchi neri. Io
sono per la cruda verità, anche se alla redenzione delle favole mi
piacerebbe crederci. Un romanzonon
troppo simile a Raccontami di un giorno perfetto,
purtroppo o per fortuna, che vorrei assicurarvi sia una storia mai
letta. Non posso. Non va oltre i classici racconti sugli amori salvifici, le
seconde opportunità e gli innamorati sfortunati e un po' geniali. Ma
non sembra scritto a tavolino, ha un messaggio da comunicare e, se la
vita dovesse farsi dura, Jasmine Warga – dolcemente – ci direbbe
che c'è del buono. Rassicurante, come sentirsi dire una parola giusta nel
momento sbagliato.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Ozark Henry – I'm Your Sacrifice
Buongiorno,
amici, e buon anno nuovo. Ufficialmente, siamo nel 2015! Lo inizio,
purtroppo, non nel mondo migliore. O forse sì? Gli amanti delle
recensioni negative, infatti, saranno decisamente accontentati. Il
trenta dicembre ho finito Il tuo meraviglioso silenzio e,
visto che il blog era occupato con le nostre amate Top 10, vi spiego
perché non mi è piaciuto solo adesso. Tutti l'hanno
particolarmente apprezzato, inserendolo tra i romanzi più belli
dello scorso anno, ma io ho trovato più di qualche insensatezza in
punti che ho analizzato più o meno nel dettaglio, ma senza spoiler.
Un abbraccio. M.
Odio
la mia mano sinistra. Odio guardarla. Odio quando si blocca e trema,
a ricordarmi che ho perso la mia identità. Ma la guardo comunque,
perché mi ricorda anche che riuscirò a trovare chi mi ha portato
via tutto. Ucciderò il ragazzo che mi ha uccisa, e lo farò con la
mano sinistra.
Titolo:
Il tuo meraviglioso silenzio
Autrice:
Katja Millay
Editore:
Mondadori Chrysalide
Numero
di pagine: 462
Prezzo:
€ 14,90
Sinossi:
Le
sue dita non possono più correre sul pianoforte, il suo mondo pieno
di note è diventato muto. Nastya era una promessa della musica,
prima. Prima che tutto precipitasse, prima che la vita perdesse ogni
significato. Da 452 giorni Nastya ha smesso di parlare, e il suo
unico desiderio è tenere nascosto il motivo del suo silenzio. La
storia di Josh non è un segreto: ha perso tragicamente i suoi cari,
e solo nel recinto impenetrabile che ha costruito intorno a sé si
sente al riparo dalla compassione degli altri e libero di dedicarsi
in solitudine all'unica cosa che lo tiene in vita: intagliare il
legno. Quando sembra non esserci più luce né speranza, Nastya e
Josh si trovano e le sensazioni sopite esplodono dal corpo e dal
cuore. Due lontananze si incontrano, cercando l'una nell'altra la
forza per superare il passato e rinascere davvero.
La recensione
Ma
che davvero? Davvero la mia scelta su quale libro leggere l'ultimo
dell'anno è ricaduta su una cosa che si chiama Il tuo
meraviglioso silenzioe
ha una copertina del genere, da Harmony da edicola? Cose che il
passante occasionale si domanderà. In verità, il romanzo lo puntavo
da prima: quando si chiamava The Sea of Tranquility, in
copertina c'era la spuma del mare – anche se a me la nostra non
dispiace: quei due che si abbracciano mi suggeriscono solo tanta
tenerezza, non sesso sfrenato da camera d'albergo – e le recensioni
di lettori fidati parlavano, proprio alle mie orecchie ipersensibili
ai lutti e ai drammi esistenziali, di una storia tragica e
emozionante, sull'amore, la vendetta e altri mostri. E sì. L'ho
scelto per chiudere un anno di libri, consapevole che non avrebbe
conquistato la mia Top 10, ma certo che mi avrebbe fatto buona
compagnia. Ho affidato il mio cuore a Katja Millay, e potevo
scegliere meglio. E' un romanzo che non sconsiglio, questo, ma che
non mi è piaciuto. Sarà che l'ho letto con la fiducia, giuro; come
se in materia di new adult – pazzo io? - possano esserci cose
per cui davvero vale la pena e che non siano già scritte, gratis,
nelle fanfiction di quindicenni drogate di film col marchio Lifetime.
Non l'ho letto come un guilty pleasure irrinunciabile, ma come un
romanzo serio, maturo. Uno di quelli senza etichette. La trama è la
solita: non mi dilungo. Due anime affini con misteri in testa e
lividi addosso si incontrano all'ultimo anno di liceo. Si distinguono
dalla massa e, nella massa, si riconoscono. Nessuno parla con Josh e
Nastya non parla con nessuno. Possibile piacersi, anche amarsi,
nonostante le avversità del futuro e le sofferenze del passato? Col
Titanic che affonda – fior di metafora – c'è sulla scialuppa un
posto per due? Sì. Ma si sapeva già. Non è quello il punto. E'
che è un po' un imbroglio darmi un input del genere, pagine incisive
e forti, scritte quasi con la prosa cruda di un thriller sugli uomini
che odiano le donne, e farmele dimenticare a capitoli alterni in
mezzo a mari di chiacchiere in cui l'intensità, insieme alle onde,
va scemando a riva. Il tuo meraviglioso silenzio è
calma piatta; tutto uguale. Come uno di quei manuali
che apri a caso per leggerci dentro la tua sorte, solo al
contrario. Sfoglialo e avrai una certezza tutt'altro che positiva.
Ovunque ti troverai tu, troverai loro che “parlano” in tre
possibili scenari random: (1) il cortile della scuola, un classico;
(2) il garage di Josh; (3) attorno al tavolo imbandito dei genitori
di Drew, al pranzo della domenica. Parlano – con gli occhi, con la
bocca, in silenzio e a voce – e hanno intorno i commenti sul
presunto atletismo sessuale di Nastya pronunciati da maturandi per
nulla maturi; l'odore del legno e il luccichio della polvere che si
solleva; i sermoni perbenisti di due prolifici e benestanti coniugi
finto moderni con prole accanto. Mi direte: tutte cose che creano una
cornice, comprimari. Invece, sono della scuola di pensiero che
ripetere fino alla nausea la stessa tiritera non ha il miracoloso e
segreto potere di creare cose che restano impresse. Posso
presentarmi tutte le volte che ci incontreremo con il nome di Chris
Hemsworth, ma questo non farà di me Chris Hemsworth. Capito? Gli
episodi sono pressochè scambiabili, tipo le figurine tra bimbi, e
manca quella che nei film si chiama scena madre. Che immagine mi
resterà dell'esordio della Millay, oltre ai pasti in compagnia e a
io-il-mio-segreto-non-te-lo-dico-ma-forse-sì?
Josh e Raggiodisole
che, per festeggiare un compleanno, gettano monetine interminabili
nella fontana di un centro commerciale: divertiti, bagnati, pure
bellini. La scrittrice conosce come le sue tasche i personaggi: non
c'è vergogna, silenzio che mette in imbarazzo; parlano di tutto,
vivono giorno dopo giorno. Loro guidano la storia, non il contrario –
e questo sì che è bello. La Millay, però, non è così in gamba da
non rendere un peso le loro esistenze che – normalissime a lungo,
mutismo autoindotto a parte – scorrono più lente delle nostre.
Anche se è bravina. Il suo Josh, uno degli orfanelli indipententi di
Nicholas Sparks, forse anche imparentato con la buonanima di Mango
(solo così spiegherei quel domino di infarti e malanni), trombamica
a parte, è un ragazzo serio, buono e giusto, scontroso ma non
troppo. Le uniche seghe che conosce sono quelle con cui maciulla
alberi, fabbrica tavolini da tè e librerie – e non perché la
nonna, prima di morire in una maniera triste che manco ricordo più,
gli aveva detto che, a lungo andare, come racconta la leggenda,
facciano diventare cieco. Almeno nelle premesse, più interessante
quella Nasya che non si chiama Nastya. La ragazza che visse due volte
e che colleziona nomi sul muro. E' arrabbiata, ferita a morte e la
sua armatura sono i tacchi a spillo, le gonne corte e le calze a rete
– be', poteva scegliersi un'armatura più solida e coprente, uno
dice. Ha cicatrici di cui tutti ignorano le origini e flashback che,
con forza, irrompono all'inizio dei capitoli raccontati da lei.
Quegli inizi sono ipnotici. Ricordano la voce della Emily di Revenge,
quando in principio di puntata parla tutta figa della filosofia
segreta che si nasconde dietro la vendetta, e i pensieri sulle ossa
di quella mano sinistra estanea, a pezzi, irriconoscibile, alla
lontana – moltiplicate, però, “alla lontana” per cento – fa
venire in mente Un sapore di ruggine e
ossa.
Nastya, chiusa all'inizio
nei suoi silenzi, ha il suo perché. Ambisce ad essere la cazzuta
Lisbeth Salander del new adult. Poi inizia a parlare, però, e il
rendere il suo animo cupo e la sua psiche fragile con fastidiose
parolacce e volgarità gratuite – in unione all'abbigliamento da
squillo in saldo – è una scelta strana ed infelice. Non l'ho capita. Colpa
dell'autrice, che le fa iniziare una nuova vita in una città a due
ore di distanza – a due ore di distanza da qui conoscono pure me,
figurati una ragazza tanto tribolata – e le fa ricercare
l'anonimato in maniera che non condivido. Intorno a loro, tanti,
troppi personaggi che fanno di Il tuo meraviglioso silenzio
un new adult popolosissimo. Drew, il migliore amico di Josh, con la
sua famiglia da Mulino Bianco e la bellezza da capogiro che, sotto
sotto, nasconde un cuore d'oro e tanta generosità. Lui l'ho
apprezzato, sinceramente, e poi non c'è il classico compagno di
scuola gay... Ah, bugia! C'è anche quello. Con il pallino delle arti
figurative, i discorsi a senso unico e un ruolo forzatissimo: un
comprimario che – insieme ai bulli sboroni, alle gemelle snob,
agli alberi geneaologici di parenti, alle universitarie facili - non
ha motivo d'essere, se non fosse per il fatto che, a un certo punto,
porta la protagonista in un certo posto. Altra cosa: ma che corsi si
inventano i docenti americani? Che la Giannini sia ministro
dell'istruzione anche lì? I protagonisti della Millay sono studenti
modello, quando si parla di corsi di falegnameria e... Aspettate, lo
sapete qual è il colmo per una ragazza muta? Essere iscritta al
laboratorio di conversazione e dialettica. Giuro. Sciocchezze a parte,
affronta un tema importante, ma senza abbastanza coraggio; ha
dialoghi a volte interessanti, raramente sdolcinati, ma è come se
fossero pronunciati da attori non adatti alla parte. In generale,
meglio quando Josh e Nastya non parlano. Comunicano più così,
guardandosi, che con mille parole di troppo. L'intensità delle
riflessioni non rispecchia, purtroppo, quella dei discorsi diretti e
una dimensione più intimista, assennata, cupa avrebbe giovato.
Poteva essere più cattivo o più dolce, ma è una via di mezzo
dall'incarnato pallidiccio, con la sua ironia massiccia, il
linguaggio colorito e le svolte faciloni dell'epilogo. In generale, non
dispiace. Nel dettaglio, è assolutamente dispersivo. Succede tutto
nelle ultime sessanta pagine, quando ne aveva altre quattrocento a
disposizione: comunque, davvero troppe per una storia così. A
Hopeless la palma di
new adult più convincente, al momento; alla Millay, nonostante le
stelline possano ingannarvi, quella del più monotono, ma non quella
del più brutto. La Glines non si batte. Tagli spietati di lunghi capitoli e interi
personaggi - dalla regia mi suggeriscono che gli editor a quello servono - avrebbero focalizzato l'attenzione del lettore sui punti
giusti. Non mi ha preso sin dall'inizio, ma pensavo non ci fosse
semplicemente fretta di arrivare alla meta. Ma la meta poi qual è? La meta c'era? E pensavo che Libraccio mi avesse consegnato il volume sbagliato, nascosto sotto la sovraccoperta corretta. Peccato si trattasse di un'edizione in brossura...
Buongiorno,
amici. Come state? Avrei voluto recensirvi, oggi, il magnifico
Shotgun Lovesongs, ma ritornato dal cinema, ho voluto condividere la
mia esperienza con Il canto della rivolta con
voi. Dopo aver amato La ragazza di fuoco,
mi è risultato difficile trovare all'altezza questo seguito che sa
farsi ricordare, sopratutto, per quel finale agghiacciante, ma Hunger
Games conferma, visione dopo
visione, tutti i suoi punti di forza. Katniss Everdeen non ha punti
deboli, sotto l'armatura da guerriera. Sono ansioso – ma
letteralmente in ansia, già – di vedere il capitolo conclusivo e,
mai come questa volta, aspettare un anno mi infastidisce a morte. La
trovata di dividerlo in due mi ha urtato per questo e non solo.
Sarebbe stato troppo condensare tutto in tre ore? Per molti sì, ma
per me in queste due ore – per quanto belle – c'è invece troppo
poco. Una trasposizione fedelissima, comunque, di cui vi parlo
meglio esenza spoiler nel
mio commento. Un abbraccio e a presto. M.
«Tutto ciò che era vecchio, in effetti, può tornare di moda. Come la democrazia!» Effie.
La recensione del film
E
così ci sono andato. Con zaino in spalla, biglietto alla mano e
ciondolo della ghiandaia imitatrice al collo. Ci sono andato a vedere
Il canto della rivolta. L'ultimo Hunger Games. Anzi, il
penultimo. Dopo Harry Potter e Twilight, anche il
romanzo della Collins – al cinema – è stato diviso in due parti,
con la speranza di raddoppiare guadagni già alle stelle. E scommetto
che questi guadagni grossi, a sei cifre e oltre, l'anno prossimo non
mancheranno. Perché Hunger Games vale tanto. Vale tutti quei
soldi, ma anche di più. Al cinema io ascolto le persone intorno a
me. Nella sala gremita c'erano spettatori di tutte le età. Le mamme
confidavano che erano state trascinate lì dai figli, ma che quella
saga, in fondo, piaceva da impazzire anche a loro. L'universalità
della trilogia che ha rilanciato la distopia sui mercati letterari
era racchiusa nella sala quattro di un grosso, strapieno Multisala
che, quella sera, dava tante pellicole, anche se ad assistere alla
più attesa eravamo noi. Io ho un brutto rapporto con Suzanne Collins
e un bel rapporto con la sua saga; possibile? Penso che Hunger
Games sia uno dei pochissimi titoli in cui i film, di gran lunga,
sono superiori ai libri. Per coerenza, coesione, impatto. Potenza.
Hunger Games è potente, potentissimo. Elettrizza. E' uno di
quei film che, di ritorno dal cinema, ti fa compagnia lungo la strada
di casa. Ci ripensi e ne parli il giorno dopo. Bene;
incondizionatamente bene. Io ho ripensato al Canto della rivolta,
credetemi, e male non posso
dire. Non vado a dormire senza avere messo in chiaro le mie idee in
proposito. Penso che il romanzo conclusivo sia quello che preferisco
in assoluto. All'epoca, mi demolì. Ma, a due anni di distanza, se mi
chiedessero cosa ricordo di quel romanzo a cui avevo assegnato cinque
stelle piene, risponderei una cosa: la fine, e come si arriva alla
fine. Della prima parte, invece, poco e niente. Il seguito di La
ragazza di fuoco gira attorno a
quel poco e niente, per me insignificante. Oggettivamente: si fiuta a
un chilometro di distanza l'insensatezza di dividerlo in due, a
discapito della forza del tutto. Si sfilaccia la tensione, si sfibra
il sentimento, anziché comprimerlo a regola d'arte. La prima parte è
quella che risente maggiormente di tutte le ovvie dilungaggini di
sorta: più corto degli altri film, questo è però il più parlato.
Prolisso invano, anche, perché non so quanto uno spettatore lontano
dalla saga letteraria coglierà, vedendoli così, all'improvviso, dei
nuovi personaggi in scena. A molti giova il loro rimanere
perpetuamente ambigui, altri sembrano semplicemente irrisolti. Ad
esempio, la sempre maestosa Julianne Moore è algida, criptica,
irreprensibile; Natalie Dormer, invece, tanto incensata altrove, ha
un ruolo piccolissimo. Philip Seymour Hoffman – un piacere e un
dispiacere, rivederlo, perché fa un effetto strano che non va via
dalla pelle – è calcolatore e sornione: non si capisce per chi
patteggi. Sempre oggettivamente, però, chissene. Non ha importanza.
Viene meno il puro intrattenimento, fa capolino la realtà (e il
pensiero va alle nostre guerre e ai nostri dittatori, alle nostre
vittime e ai nostri martiri) e il cinema e i mass media giocano a
togliersi, per pochi attimi, le loro reciproche maschere. Il
canto della rivolta diventa
metacinema. Katniss parla davanti a uno schermo verde, le sue battute
sono scritte da altri, il suo trucco è pesante e non sembra più,
così, la ragazzina ribelle del Distretto 12. I giochi sono finiti,
inizia la guerra e anche quella - al giorno d'oggi, anche se il film
parla di un futuro non troppo lontano - ha perso la sua violenza
spontanea e feroce, gli ideali giusti per alcuni e ingiusti per
altri, i vessilli svettanti di un tempo. L'immagine è tutto, e che
differenza c'è tra un dittatore ed un altro, ci si chiede, guardando
le divise antracite della Coin e le rose bianche di Snow? Ci sono le
strategie e gli scacchi matti, qui; le spedizioni, la costruzione nel
dettaglio di un'iconica Giovana D'Arco del futuro, le passeggiate
sulle case in cenere o in fiamme. Nell'altro ci sarà una strage che
non dimentico. Meglio rimandare a domani, essere soddisfatti oggi e
avere qualcosa da aspettare, tra un altro anno. Peggio, perché chi
ha letto Il canto della rivolta
si è comosso, alla fine, e le intenzioni di uno, come me, a cui
piace commuoversi, potrebbero sfumare via. In un anno smaltirò la
pena, in un anno sarò pronto. Avrei preferito sedermi in poltrona,
tuttavia, stasera, e lasciarmi alle spalle un fazzoletto stropicciato
e un finale brutale, ma davvero onesto. Il film, invece, si
chiude come il precedente, sugli occhi spalancati ed espressivi della
sua formidabile protagonista. Nel momento che noi lettori supponiamo
da anni. Sì, sceneggiatori e regista tagliano dove tutti pensavamo
tagliassero. Dove ti strapazzano le viscere per bene. Nel punto in
cui il cuore si accorge che sei turbato per qualcosa di grande. Meno
accattivante e appagante degli altri, intelligentissimo nei
riferimenti e preciso nelle citazioni, ma trattenuto nelle emozioni,
dunque. Anche se a quelle di Katniss non c'è freno. Lei è messa a
dura prova, spesso e a lungo. I primi piani premono sul suo sguardo
blu tremolante e lei li regge alla perfezione. Jennifer Lawrence è
un talento raro, colei che fa la differenza – insieme al resto del
cast – tra un film per ragazzini e un film per tutti. Il doppiaggio
la penalizza – lei è imponente e bellissima, ma ha la voce di una
bambina prima della pubertà - ma quando canta e partono i
sottotitoli, be', capisci cos'è veramente. Gli altri attori hanno
spazio, ma è lei a concederglielo, e questa volta la cosa si nota.
Ha uno scambio di battute con una Elizabeth Banks smunta, ma
esilarante; un altro con un Woody Harrelson sobrio, ma appena di
passaggio; un altro ancora con un Liam Hemsworth che mi è risultato
non solo in gamba, ma anche degno di comprensione; infine, con un Sam
Claflin che – per via del montaggio serrato – ci sfiora appena
col suo dramma scioccante. Si vede; si nota che è come se –
schematicamente – tutti dovessero avere per forza diritto di
parola. Due ore dovevano essere riempite. Josh Hutcherson, invece,
meno presente, è al di là di uno schermo di Capitol City, ma vicino
ugualmente: delicato, indifeso, ma pronto a farti fisicamente male,
quando sarà necessario. Insospettabilmente convincente,
inguaribilmente Peeta. I momenti importanti: tutti concentrati in
quell'epilogo teso e struggente, insomma, e nel canto di una ghiandaia
umana che, sulla sponda di un fiume, intona la coinvolgente The
Hanging Tree come inno e
richiamo per le masse. Il canto della rivolta – Parte I,
tra le righe, suggerisce tanto, ma è un'avventura che racconta un po' poco.
Tanto attuale quanto scarno, fa satira con connaturata classe e apre
il blockbuster statunitense alla riflessione. Cosa non da tutti. Ha
tanti temi e pochi fatti, ma quel poco è uno spettacolo godibile e
misurato insieme, anche se per me inferiore ai precedenti. (7)
I
libri sono sempre superiori ai film, e dove sta scritto? Questo è
l'anno delle smentite. Colpa
delle stelle,
The Giver. Due
esempi bastano per dire che certe storie funzionano meglio al cinema
che sulla carta. Pensavo fosse questo anche il destino di Resta
anche domani -
una lettura toccante e fresca che, a causa dello stile, era volata via, conquistandosi le
consuete tre stelle. Ma c'era il film in arrivo e mi
mandava vibrazioni positive. Quel trailer conciliava le lacrime, e ogni tanto le lacrime fanno
bene. A me piace emozionarmi. A sorpresa, invece, mi sono accorto che Resta
anche domani
non è il terzo titolo da aggiungere alla mia lista di eccezioni. Il film non mi ha pienamente convinto, ma si
lascia guardare con piacere, pur essendo potenzialmente noioso in
un punto o due. Il difetto? E' troppo generoso. Ma anche il libro lo
è, solo che il discorso è diverso. Ci sono tanti capitoli, c'è
tanto tempo per dire le cose. La trasposizione cinematografica vorrebbe accontentare tutti, ma non può; fallisce
nell'impresa e il tempo passa lento. La struttura alla rinfusa funziona poco al cinema,
generando ripetizioni in un montaggio che si
rivela macchinoso. I personaggi secondari risultano ben caratterizzati, ma si toglie spazio agli adorabili familiari
della protagonista per mettere sotto la luce dei riflettori una
coppietta di bellissimi adolescenti che si fa volere bene; che ruba
il tempo, ma non le giuste attenzioni. La violoncellista Mia,
narratrice di rara sensibilità e empatia, risulta un
tantino leziosa qui, perfettina; ma ha il volto dell'incantevole
Chloe (non so mettere la dieresi sulla "e") Moretz e passare due ore in sua compagnia è cosa tollerabile.
Il suo partner, Jamie Blackey, è un Adam meno da sogno e più vero.
L'attore, notevolmente talentuoso, sorprende con una vocalità
interessantissima. I sei anni di differenza tra lui e la protagonista
non si notano neanche. L'inedita accoppiata violoncello-chitarra,
inoltre, ci regala una acustica di Today
che
ha meritato un posto istantaneo sul mio iPod. La trasposizione,
invece, scorre via con la lentezza del miele, ma non causa carie
preoccupanti, né conquista un posto permanente e duraturo sullo
scaffale dei film sentimentali. Gli attori convincono (bravissima la
Mireille Enos di The
Killing,
tra l'altro), la colonna sonora è degna di nota (e anche se i
protagonisti sono liceali sono assenti pezzi dei One Direction,
occhio!), ma la regia di R.J Cutler rende il film un prodotto che, ad
intermittenza, si accende e si spegne. In gioco, c'è la potenza del
melò, un genere che vive di un'intensità che esige di essere
costante: sempre. Tutto questo, però, non impedirà a me e Chloe di
convolare presto a nozze. Mettiamolo in chiaro! (6)
Il
giorno in cui perde il lavoro, Sandra inizia a piangere. E per non
piangere davanti ai suoi bambini, si barrica dove nessuno può
vederla. Lì ritrova, nei cassetti della biancheria, nei mobiletti
dei medicinali, dietro i reggiseni e gli spazzolini in più, quelle
pillole intrappolate in una scatola arancio che l'hanno fatta stare
bene qualche tempo prima, quando il mondo le è crollato addosso e
lei si è accucciata sotto una frana rovinosa. Qualcuno l'ha
aspettata. Ha aspettato, sì, che si risollevase, e iniziasse a
mangiare, e riprendesse a sorridere. Un marito con cui non fa
l'amore, anche se l'amore c'è; due figli che crescono a vista
d'occhio; una casa – sogno di una vita, frutto di sacrifici – che
richiede spese e spese. Altro, invece, non l'ha aspettata. Un lavoro
che, alla fine del tunnel, oltre la soglia della disperazione, è
evaporato; svanito. La fabbrica che non ha atteso la ripresa lenta di
Sandra e per lei, così, c'è altra disperazione in agguato. Che
senso ha la sua vita se non può fare nulla per la sua famiglia?
Perché svegliarsi, abbandonare il pigiama, trovare la voglia di
respirare? Due
giorni, una notte è
il dramma di una giovane donna allo sbando, la sua missione
impossibile dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina. Un weekend
appena per tentare di convincere i colleghi a rinunciare a mille euro
e lasciare che lei, dopo quel fine settimana di pellegrinaggio porta
a porta, ritorni alle sue otto ore giornaliere nel grigiore della
periferia industriale. I fratelli Dardenne riportano il neorealismo
al cinema: fanno, infatti, un cinema che non è cinema, con una
pellicola di un'intensità impressionante ma una trama che, pur
appassionando, ha la peculiarità rischiosa di svilupparsi in maniera
schematica. La protagonista deve fare la stessa domanda a quindici
persone e prestare ascolto: come risponderanno al suo appello? Come
risponderesti tu? Eroina per caso, un incanto di nome Marion
Cotillard. Che si dimentica, qui, di essere una delle donne più
affascinanti del cinema mondiale e, tutta ossa sotto quella sottile
canottiera rosa, con i capelli stopposi e il trucco invisibile,
scompare per scoprirsi fragile, potentissima, impressionante. Senza
urlate scene da Oscar o manierismi, con una strada dritta da percorre
e quindici vite da condividere. Due
giorni, una notte
– film da me attesissimo – è tutto ciò che la copertina
annuncia, ma anche di più. Un dramma umano, cristallino, solidale,
reale e struggente, che ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le
porte sbattute in faccia, i citofoni ignorati, i “no” nudi e
crudi e per quegli impensati, commoventi gesti di gentilezza che,
sollievo, ti accarezzano l'anima. Che il lieto fine ci sia oppure no,
allo spettatore finisce per importare poco o niente. C'è sollievo.
C'è fiducia nei nostri simili. Perché c'è chi dice “no” e chi
dice “sì”, perché c'è chi sa che una persona non ha prezzo e
che mille euro non ti renderanno definitivamente più felice. Il
cinema francese è così, un gran bel mistero. Guardando il film ero
affranto e rilassato insieme: quando ti abbandona, dopo un'ora e
mezza, sei leggerissimo. Un palloncino colorato contro la crisi.
Sandra ha imparato a guardare negli occhi gli altri, a chiedere aiuto
anche se si vergogna, a palesare le sue fragilità e tu hai imparato
ad ascoltare. Alla domanda, adesso, sapresti cosa rispondere. Quanto
vale un essere umano? (7,5)
Io
sono uno spettatore privo di pregiudizi. Anche se sapevo
che Dracula
Untold non
era il film dell'anno, né il degno epigono
del capolavoro di Coppola, l'ho visto, perché nei
pomeriggi morti della mia domenica – scorrevole, innocuo e ben
fatto com'è – ci stava bene. Qualcuno aveva apprezzato. E io? Non
posso dire di averlo odiato. Non gli si vuole male e, con calma e
sangue freddo, si ammette una cosa: è un reboot; è logico che il personaggio della leggenda
abbia una nuova vita. La pecca dell'esordio di Shore è che cambia le carte in tavola, pur non dandoti nulla di innovativo.
Vlad mi diventa un edulcorato personaggio da fumetto, un
supereroe ante litteram. A questo punto, non sarebbe stato utile
raccontare la vera storia del personaggio? La sete di
sangue, la guerra santa, il prologo reale di una storia fantasy?
Domande buttate al vento, le mie. L'inedita vicenda del film è molto
poco inedita. Una storia d'onore e potere come mille altre, ma con un
protagonista che – con il suo nome noto – attira spettatori. Si poteva chiamare anche in un altro modo, per quel che
valeva. Appesa al chiodo la sua carriera di assassino, Dracula
si rifugia nel suo regno, finchè la minaccia del nemico non lo
porterà alla via del vampirismo per proteggere chi ama. Il nuovo Dracula,
però, non ha sfumature. E' monocorde, capace solo e soltanto di
lodevoli intenzioni, senza cicatrici profonde. Personaggio da fiaba,
non diventa mai l'antagonista, proprio come la Jolie in Maleficent.
Non c'è tormento, non c'è pathos: allo spettatore, sedotto dagli
ottimi effetti visivi, importa poco di quel che succede intorno.
Sotto il vestito bellissimo non c'è altro. E i costumi, curati, sono
belli davvero: roba chic che H&M non porterà mai,
tipo. Sono un bel vedere anche
Luke Evans e Sarah Gadon, che però comunicano poco, imbrigliati in
personaggi angelicati, eterei, senza carisma o autentica umanità.
E' un The
Amazing Dracula-Man
più che un Dracula
Untold.
Ci sono Gwen Stacy che cade, il morso del “ragno”, nemici con la
faccia da schiaffi. Ma mentre Spiderman sa farti ritornare bambino,
lo stesso non si può dire di Dracula
Untold.
Non ci sono più i bambini di una volta – e i cattivi di una volta
– e l'eroe dark della Universal non saprebbe intimorire neppure quelli. (5)
Wallace
e Chantry si conosco a una festa di amici di amici. Lui, disperato e
alquanto patetico, vive nella soffitta della sorella e fa lavori
noiosissimi, dopo una mancata laurea in medicina e un tradimento che
gli ha frantumato il cuore in un centinaio di minuscoli pezzi. Lei,
fidanzatissima, vede quell'omuncolo dall'accento inglese come un
amico. Ma perché ogni tanto vorrebbe solo dargli un bel bacio sulla
bocca e farlo tacere così, nel modo più dolce? E perché è gelosa
se quella mezza ninfomane della sua sorellina ci prova spudoratamente
con lui? Cioè, lo dico. Io ho sentito che avrei adorato
What If
sin dalla locandina. Guardatela: loro due agli estremi di un tavolo,
saliera, ketchup e maionese di mezzo. Immaginavo un Harry
ti presento Sally in
miniatura: sveglio, intraprendente e parlato fino allo sfenimento.
Tutto è filato liscio, come da programma. Michael Dowse dirige una
commedia che ha personalità. Metropolitana, romantica e assurdamente
adorabile. Una pellicola che vive di animazioni lampo, giochi di
parole e poesie scarabocchiete sui frigoriferi delle case altrui,
sulla regola dell'amico, l'amore a prima vista, i panini da Guinness,
i discorsi sull'ultima cacca di Elvis, le svolte che ci fanno
crescere. Frizzante, colorato, divertentissimo, ha il suo dolce e
immancabile lieto fine, gag esilaranti e dialoghi sopra le righe,
assurdi come piacciono a me, che sono gioellini di destrezza e
scrittura. I protagonisti spiccano. Radcliffe è sempre più
convincente: lo guardo e, miracolo, non penso più ad Harry Potter.
Penso a Daniel Radcliffe e basta, che sta diventando davvero un bravo
attore. Accanto a lui, la Zoe Kazan di Ruby
Sparks:
messa al mondo per film del genere, lei; una versione allampanata e
maliziosa della quasi omonima Deschanel. (6,5)
Camilla
e Silvestro sono come tutti i ventenni di questo mondo. Impacciati,
insicuri su come muovere i primi passi lontani dal nido, invincibili.
Con la stupida convinzione di avere tutto il tempo o quasi davanti a
loro. Perché non rimandare, dunque? Perché dirsi di piacersi,
perché perdersi e rincorrersi, perché dare un lieto fine alla loro
storia d'amore dal primo minuto in cui un'inquadratura li rende
vicinissimi? Tanti punti di domanda, una scusa grossa e banale. C'è
tempo. Precisamente dieci anni. Precisamente dieci inverni. I
protagonisti del film d'esordio di Valerio Mieli si risvegliano dal
loro letargo quando fa freddo. Vivono per la neve, i denti che
battono, gli abbracci per scaldarsi, i letti condivisi per
contendersi il calore di un'unica coperta. Lui perde il vaporetto,
lei lo ospita a casa sua: condivideranno lo stesso letto, in uno dei
più rigidi dicembre che Venezia ricordi, ma senza toccarsi mai. Si
separeranno la mattina successiva, per poi sfiorarsi e scontrarsi nei
due lustri successivi. Inquadrati soltano quando il fiato si
condensa, le piazze si svuotano e le strade si imbiancano: nel loro
habitat naturale. Dieci
Inverni ha
una struttura che ricorda One
Day e
un'idea del romanticismo, con dialoghi pungenti e ripensamenti
continui, che fa venire in mente Le
ho mai raccontato del vento del Nord.
Niente di originale sotto il sole, se non fosse per un minuscolo
dettaglio: è una pellicola italiana. Atipica, completamene nuova. Di
una delicatezza e un candore non contemplati dalle nostre parti.
Caratterizzati in modo buffo e trasognato – lui che alleva lumache,
lei che sogna la Russia – sono personaggi a metà tra l'adorabile e
l'alieno. Gli anni che volano, le strade che ci portano dove non
vogliamo, il cuore che non conosce le scorciatoie ma sa qual è
l'unica destinazione valida. Un film sentimentale dai colori assai
tenui, in cui sale e miele si stemperano così, un po' come capita. E
Michele Riondino e Isabella Ragonese, adesso insieme in Il
giovane favoloso ma
all'epoca sconosciuti, sono quasi più abbaglianti di tutta quella
neve. A non piacermi del tutto, l'epilogo. Forte l'impressione che un
film così particolare meritasse una chiusa più, come dire?, audace. (6,5)
Un medico di grandi speranze e il suo apprendistato presso un
manicomio. L'incontro con la follia, quella vera, che i manuali accademici
non mostrano. Le pratiche inumane e la crudeltà, le bugie spacciate
per cura, le identità negate a forza. Ma nello Stonehearst Asylum
niente è come sembra. Raccontano una verità diversa dalla sua una bellissima paziente
chiusa tra quelle mura da un marito normativo e i malati bloccati
nelle segrete che, di notte, chiedono aiuto. Nello Stonehearst Asylum
i pazienti si sono ribellati e hanno preso possesso dell'ospedale,
facendo di infermieri e dottori i loro sottoposti, in un gioco di
prospettive al contrario. Per ripagarli con la loro stessa moneta e
per dimostrare che il concetto di follia è pura convenzione. Fare il
doppio gioco, confondersi con gli altri, non innamorarsi delle
promesse carezzevoli di Eliza Graves: sarà un complesso e lungo
soggiorno quello di Edward Newgate nel manicomio in cui gli equilibri
vengono sconvolti. Eliza
Graves,
tratto da un racconto del maestro Edgar Allan Poe, è un prodotto più
che notevole per chi, come me, camperebbe di quelle fumose atmosfere.
Suggestivo, misterioso, vagamente inquietante, è il gioco del gatto
con il topo, ma anche un dramma – tra grottesco e denuncia - con
elementi con cui vado a nozze. L'ho apprezzato per due motivi,
principalmente: Kate Beckinsale, bellissima
creatura immortale destinata a non invecchiare, con i suoi quarantuno
anni che non si vedono, e le impressioni gotiche di cui è
interamente impreziosito. Ricorda i vecchi horror della Hammer e diverte, sul finire, con uno o due colpi
di scena inseriti con sapienza. Bravo, al solito, Jim Sturgess e,
accanto a lui, grandi attori che compongono un buon cast. Qualche
scena di troppo, una bellissima storia d'amore e pazzia destinata a
un epilogo romantico, la voglia di omaggiare un genere
spesso bistrattato con un American
Horror Story: Asylum
senza cattiveria, ma con savoir faire. (7-)
Dopo
un tragico incidente che le ha stravolto la vita, Jessabelle – una
giovane donna che ha perso suo marito e l'utilizzo delle gambe, nella
violenza dell'impatto – va a vivere con suo padre, un uomo burbero
e iracondo che vive nelle paludi della Louisiana e a cui il nonno di
Heidi, in confronto, fa un baffo. Bloccata su una sedia a rotelle, la
protagonista viene a conoscenza delle sue reali origini e, grazie a
una serie di vecchi nastri, crea un contatto con la madre, morte di
cancro quando lei era una bambina. Dalle videocassette, quella donna
che vive solo nel passato riesce a predirle un futuro terribile e ad
avvertirla. In quella casa c'è una presenza che vuole qualcosa da
lei. Finché è in vita, sarà di troppo. Jessabelle,
parente alla lontana di Annabelle,
con la nuova stella di porcellana dei film dell'orrore ha poco in
comune, rima a parte. Kevin Greuter – regista di alcuni dei
Saw
più dimenticabili – non ha un grammo della personalità di James
Wan e si nota, la cosa, in una regia scolastica e priva di guizzi.
Nonostante tutto – nonostante l'originalità latiti, nonostante la
mente corra a The
Ring,
al tailandese Alone
e,
soprattutto, al fascinoso Skeleton
Key
– sapete che Jessabelle
non dispiace? Personalmente, mi sono interrogato su Hollywood e i
suoi spudorati plagi – remake lampo non dichiarati: così va
meglio? - ma la trama ha fascino e il colpo di scena finale funziona.
Peccato che, svelato quello, si sappia già com'è che andrà finire.
In un film di qualche anno fa accadeva lo stesso, e per motivi
pressoché identici. Ma, da inguaribile amante delle atmosfere e
delle leggende di New Orleans, quello sfondo umido e cupo ha permesso
che non borbottassi troppo. La rossa Sarah Snook è una protagonista
senza carisma, ma che eppure si sforza, e il simpatico lavoro di
bricolage degli sceneggiatori sfocia in un epilogo amarognolo,
prevedibile e tutto, ma d'impatto. (5,5)