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venerdì 18 novembre 2016

Mr. Ciak: Florence Foster Jenkins, Bridget Jones's Baby, Sausage Party, Ouija - L'origine del male

Una ricca ereditiera col pallino del bel canto si esibisce in sale pienissime. Il pubblico la adora, e lei si dà a inchini e virtuosismi sotto le luci della ribalta. O almeno così pensa. In realtà ha il solo primato di essere la cantante più stonata al mondo. Lei non lo saprà mai, forse. A proteggerla, una schiera di lacchè e portaborse che pendono dalle sue labbra, corrompono i detrattori, si affezionano la platea con lauti assegni. La donna non deve pensare che al trucco coprente, al sorriso bianco, alla parrucca ben fissata. Giusto ingannarla, e giusto ingannarsi? Florence Foster Jenkins è una commedia sofisticata che ha tanto in comune con l'ultimo Allen passato in sala: la cornice, finemente intarsiata; i lustrini e i caffè; quegli anni '30 che erano precarietà e fumo. Tutto è illusione e, se non ci risvegliano dai sogni di gloria i bombardamenti o una malattia debilitante, è un nulla mettere a tacere i malparlieri. Sembra sciocca a prima vista: vanagloriosa, sgolata, infantile. Non si accorge che i suoi acuti disturbano il sonno del mio gatto. Non sa che ridiamo fino a farci venire il mal di pancia, e di lei. Va per i sessanta, da cinquanta convive con la sifilide, da venticinque ha sposato un attore inglese senza arte né parte che alle sue spalle ha un'altra compagna. Derisa di nascosto, ma protetta sotto una campana di vetro, Florence fa sì che subentri presto un nuovo sentimento, la compassione; infine la tristezza. Per una bugia fragilissima. Per una missione – spalleggiarla tacitamente -, che si trasforma in amore. A mettersi in gioco, senza paura e rischio di cadere nel ridicolo, una Streep verso cui sembra inutile spendere aggettivi di troppo: sotto il mascherone gaudente, una donna circuita, dolorante, abbandonata. A sorpresa, però, Florence Foster Jenkins non è lo show in solitaria preannunciato. Questa Streep meno d'impaccio permette l'affastellarsi tutt'intorno di una serie di figure che si curano di starle al passo: un maturo Hugh Grant, marito opportunista ma premuroso; l'esilarante pianista di Simon Helberg, le cui espressioni di sgomento dicono più di mille parole. E, sempre a sorpresa, il leggerissimo Florence Foster Jenkins leggero non è lo così tanto. Gli strilli sono esagerati, le facce e i gesti ricordano la slapstick comedy, ma se dirige il premiato Stephen Frears – garanzia di classe e giusta misura, qui vicinissimo ai toni di Lady Handerson presenta – la farsa avrà un retrogusto amaro. Metterà profonda tristezza. Il regno di giullari e stornelli della trasognata Florence, tutta felice con il suo trono di ovatta e la corona di carta stagnola, non è per sempre. (7)

La single delle single è tornata. “Di nuovo?”, uno dice, ricordando un trascurabile secondo capitolo e non celando un moto d'insofferenza verso quei sequel che, su carta, sembrano fuori tempo massimo. Qualcosa è cambiato: Helen Fielding ha dato alle stampe un romanzo in cui Darcy tirava malauguratamente la cuoia e l'espressiva Renée Zellweger si è allontanata dalle scene, cedendo al fascino del chirurgo. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e l'idea di una pellicola conclusiva ha fatto infiniti vai e vieni in casa Miramax. Saprete che l'eroina dei primi anni Duemila è più magra, più tirata, più confusa del solito. Ormai quarantenne, messa in allerta dall'orologio biologico e a tappeto dagli aperitivi, ha passato due notti di fuoco di fila: una con l'americano Patrick Dempsey, milionario dal cuore d'oro che ha sostituito Hugh Grant, qui assente giustificato; un'altra con Colin Firth, che per Bridget resta un tasto dolente. La coppia felice, infatti, è scoppiata. Al cinema si resuscita l'amatissimo Darcy, facendo carta straccia di quel terzo romanzo così avversato in rete, e la protagonista è in dolce attesa. Ma di chi? Ci si riprova e, tra grasse risate, poligoni sentimentali e dilemmi, questa Bridget rivista e corretta sorprende con uno dei pochi sequel in grado di rivaleggiare per ironia e leggerezza con il capostipite. Bridget Jones's Baby non ricicla situazioni e non snatura i suoi personaggi: accanto allo scoppiettante trio - che non risente dell'assenza di Grant, né di quel ritocchino a cui tocca giusto fare gli occhi -, regalano spunti comici la ginecologa della Thompson e la sboccata conduttrice Miranda. I test del DNA si fanno in diretta tivù, l'epilogo sarà agrodolce per uno degli aspiranti genitori, la visione di una mamma con due papà confonderà i benpensanti. La femminista Bridget sta al passo. Scambia la struggente All by my self per un pezzo tutto da ballare nella sua mansardina solitaria, vede i suoi amici omosessuali parlare d'adozione e, in ufficio, assiste a tagli netti con la scusa del rinnovo generazionale. Lei, quindici anni e un dimenticabile capitolo centrale dopo, è ancora sul pezzo, anche se la vanità ha rischiato di intaccarne la simpatia. E, maestra nell'arte di arrangiarsi e di figuracce, trasforma un prodotto dato per spacciato, così, in un intrattenimento perfetto. I nodi vengono al pettine; ci si scopre non troppo stravolti; si ride rumorosamente, non sbugiardando l'umorismo british. (7)

Frank e Brenda si amano follemente. Prigionieri, aspettano la libertà. Siamo in un supermercato popoloso, colorato, libertino, e gli innamorati ostacolati in questione sono una salsiccia e un panino: fior di metafora. Lui in una confezione, lei in un'altra, sperano di unirsi nel momento in cui un acquirente qualunque li metterà nel carrello. Oltre le porte automatiche immaginano il paradiso. Presto, tuttavia, scopriranno di essere stati ingannati: il loro destino è essere mangiati in un solo boccone da americani a un passo dall'obesità che se ne fregano di carboidrati e veganesimo. Riusciranno a ribellarsi? Se l'incensato Inside Out mostrava cosa accade alle emozioni di una bambina che cresce, l'incensurato Sausage Party si fa carico di un intento altrettanto nobile: quant'è triste, ditemi un po', l'avvenire di prodotti alimentari e beni di prima necessità, a un passo dalla "strage" del quattro luglio? Tra le corsie di un supermercato come non l'avete mai visto prima, due moderni Romeo e Giulietta, minacciati da un'antagonista d'eccezione – la perfida Lavanda vaginale, ferita nell'orgoglio –, affrontano sconvenienti triangoli sentimentali, avventure e tabù. Nel mirino: cibi spazzatura, vegetariani e bigotti benpensanti. Nonostante già a scatola chiusa le idee di Sausage Party apparissero totalmente folli, con allusioni e doppi sensi che disconoscevano qualsiasi pudicizia o senso del decoro, il cartone animato vietato ai minori rivela nel suo strabordante e sconclusionato epilogo l'irresistibile morbosità dei suoi autori, nonché gli intossicanti ingredienti dell'impasto. C'è anche qui l'olio di palma, chiederanno le mamme preoccupate? Con lo zampino dei soliti Seth Rogen e Evan Goldberg, dove la volgarità non ha misura e alle grassissime risate non c'è freno, tra ammucchiate equivoche e carneficine, la corretta alimentazione è l'ultima cosa di cui preoccuparsi. Da questo orgiastico banchetto animato, in cui non so se il genio o l'idiozia prevalga, si astengano dunque pargoli e animi delicati. (6,5)

La famiglia Zander è composta da sole donne: una madre e due figlie che sbarcano il lunario leggendo le carte e dando agli acquirenti l'illusione di parlare coi cari estinti. Un po' ciarlatane e un po' filantrope, si muovono nella sgargiante Los Angeles degli anni '60 in cui, sulla scia delle mode, arrivano le prime tavolette ouija. Un altro trucco per i loro show, finché la piccola di casa non dimostra che c'è vita oltre la morte. Ricettacolo di voci e spiriti, canale del male, Doris preoccuperà tutti con i suoi segni di squilibrio interiore. Rendendo infernale la convivenza e autentica l'attività di famiglia. Due anni fa, arrivava in sala Ouija. A memoria, tra i film più brutti e inutili della sua annata. Storia di possessioni spiritiche e magioni infestate di cui non serbo ricordi dettagliati, figuriamoci rancore, ha avuto presto il suo immancabile seguito. A fargli dare una seconda chance, la regia di Mike Flanagan: giovane regista che, accanto a James Wan, è tra i freschi nomi di punta in materia di brividi e spauracchi in poltrona. Se l'autore di Sinister e The Conjuring, però, ha da tempo trovato una propria cifra stilistica – il secondo capitolo ispirato alle indagini dei coniugi Warren, ad esempio, è un gioiellino di buon gusto -, lo stesso non può dirsi del collega. Promettentissimo su carta, ma in cerca del film della svolta. L'origine del male non è la possibilità che Flanagan aspettava, tradizionale e lontano dalla memorabilità com'è; con a mente gli sbadigli e gli scivoloni del capostipite, che si prestava alla facile ironia e alle stroncature secche, è impossibile non riconoscergli, però, pregi lapalissiani. Non li si cerca di certo nella trama: intreccio convenzionale, che prevede agenti immobilari inaffidabili, case dal passato oscuro, bambine demoniache sensibili al male e finali coi puntini di sospensione annessi. Ma quella padronanza, quella tecnica a cui mancano ancora le viscere e il cuore, fa la sostanziale differenza. L'origine del male è tanto classico, troppo, ma lì stanno i pro: una confezione elegantissima, ambientazioni retrò, colori pastello con innesti noir. Trascurabile, va da sé, ma affascinante. Anche se l'occhio attento e vanesio indugerà sulla bellezza, trascurando sbavature minime e mostri conosciuti. (6)

sabato 23 maggio 2015

Mr. Ciak: Insurgent, Kingsman, Musarañas, The Boy Next Door, Maicol Jecson, The Town That Dreaded Sundown

Un anno fa, quando dicevo ancora di odiare Shailene Woodley, Insurgent l'avrei forse aspettato con ansia. L'arrivo al cinema del primo episodio mi aveva convinto, ma passo dopo passo, avevo visto dissolversi tutto il potenziale della saga della Roth, che non aveva avuto chissà quale idea brillante o, complice uno stile acerbo, non aveva saputo metterla a fuoco. Il dente avvelenato, in particolare, ce l'avevo contro questo seguito, che mi aveva annoiato in maniera indicibile: non a caso ricordavo giusto il colpo di scena finale; non a caso – a marzo – non sono corso al cinema. E Insurgent il prezzo pieno del biglietto non lo valeva, ma mi aspettavo peggio. Fila liscio, lì dove il romanzo vegetava. Quanto sia rispettosa la trasposizione questa volta non so dirvelo. Il film riparte nel momento in cui si era fermato e scorre, ma – soprattutto all'inizio – manca di un collante. Ha l'aria di una maratona di episodi dell'ultima produzione The CW. Più avvincente che nel romanzo, invece, la seconda parte, che non salva il film da un aggettivo che ha un suo peso: Insurgent è gradevole, ma trascurabile. Nonostante i paragoni si sprechino, non è Hunger Games: prendiamo i pochi colpi di scena, ad esempio, snocciolati così, senza emozione. Il metaforico mastice – nonostante la regia di Schwentke, che con l'azione e gli effetti speciali ci sa fare – purtroppo sembrano averlo perso anche i membri del cast. Singolarmente convincenti, ma incapaci di amalgamarsi senza imbarazzi. Dei due premi Oscar – e mezzo – con una Octavia Spencer di passaggio e una Naomi Watts mai così spaesata, sarà perché madre impossibile di un trentenne, solo la fedelissima Kate Winslet sta al gioco. Il monolitico Quattro di Theo James, che regala tanti sospiri alla sua Tris, ne regalerà molto meno alle spettatrici; Ansel Elgort ci prova a scrollarsi di dosso l'aria adorabile da eterno Augustus Waters, ma ci riuscirà?; semplicemente terribile Miles Teller che, dopo il trionfo di Whiplash, fa passi indietro per colpa di un pedante epigono di Malfoy scritto da una che non è la nuova J.K Rowling. A capitanare la rivolta, la Shailene Woodley che adesso non odio più: White Bird in a Blizzard me l'ha fatta scoprire sexy, Colpa delle stelle me l'ha fatta piangere. Bravina, qui, anche se se la cava meglio a spezzare cuori che ossa: nonostante il capello corto e le braccia muscolose, non crede neanche lei fino in fondo alla sua aggressività d'intrepida. (6)

Qualche giorno fa ho rievocato il carnevale di un'infanzia lontana. Quando mi vestivo da supereroe e da grande dicevo di voler essere un fumettista. I sogni non avevano un numero fisso, e in alternativa avrei trovato stimolante anche la vita da agente segreto. Stravedevo per Spy Kids; poi alle medie per Agente Cody Banks – e Hilary Duff. Adesso non guardo cinecomic né pellicole di spionaggio. A me piace poco l'azione, ma parecchio due fattori che solitamente cozzano: l'elegante e il tamarro. In Kingsman, in due ore che volano, cafonate e alta moda si incrociano e danno vita a uno sposalizio irresistibile, anche per me, spia mancata senza rimpianti. Con la firma del Matthew Vaughn di Kick Ass, altra perla, questo film è una parodia di un genere che o si ama o si odia: ma come odiarlo se è riproposto in chiave ironica, con invasioni massive di effetti speciali, una regia strabiliante, combattimenti coreografici e dialoghi gustosi? In Kingsman non mancano le missioni impossibili, i cattivi che vogliono distruggere il mondo, le rivincite personali: il protagonista combatte contro le smanie dei figli di papà, sventa piani criminali, conquista principesse ninfomani. A fargli da guida, un magnifico Colin Firth che si congeda con un colpo di scena ad effetto ed è re di una tavola rotonda di moderni cavalieri. Picchia duro, ha pantaloni dalla piega perfetta, beve il té delle cinque in punto. Samuel L. Jackson caratterizza un antagonista che è uno spasso, a metà tra un Mark Zuckemberg pazzo e uno coi difetti di pronuncia del primo Muccino; Michael Caine dice due parole ed è subito un'icona; Mark Strong trova il supporto di uno script che, questa volta, lo vuole più presente del solito. A mancare in copertina, il nome del giovane Taron Egerton, quando questo poi è il suo picaresco romanzo di formazione. Chiassoso, sopra le righe, chic. Vive dei tòpoi dell'action movie e cita My Fair Lady. Con un fucile tra le mani e un paio di intramontabili Oxford lucide in cui specchiarsi. Kingsman ha la violenza esagerata dei cartoni, rumori fortissimi e colori che fulminano la cornea. Le scene d'inseguimento più spettacolari che vedrò quest'anno e uno degli intrecci più spiritosi che mi godrò nei sei mesi a venire. (7,5)

In una Spagna che ancora porta le cicatrici del conflitto mondiale, la storia di un soffocante mènage familiare. Un appartamento abitato da due sole donne, l'arrivo di un vicino di casa a comprometterne le fragili dinamiche. Montse, che non ha mai oltrepassato l'uscio del suo mondo asfissiante, dopo l'abbandono del padre orco, vive come una reietta, barricata nelle sue stanze piene di pizzi, sete, bottoni. Fa la sarta. Sognerebbe, un giorno, una boutique in centro e un rapporto esclusivo con quella sorella che non ha un nome e che, semplicemente, definisce la sua bambina. Anche se ha diciotto anni, è una giovane donna che fa innamorare tutti al primo sguardo e ha rubato le attenzioni di lui, Carlos, l'uomo ferito che le due accudiscono sotto il loro tetto. Ma Carlos, a letto con le gambe rotte, ha i suoi segreti, proprio come la paziente Montse: gli scatti di ira, le mani che tremano, l'ossessione di avere tutto, e tutti, sotto controllo. Personaggi prigionieri di una casa che è impossibile abbandonare; tutti vittime. Musarañas ha nel titolo i toporagni: roditori che vivono al buio, protetti a vita nel loro nido. Thriller psicologico dello scorso anno, è la rinnovata conferma di un cinema spagnolo pensato meravigliosamente, che sa intimorire con originalità e immensa eleganza. Sorpresa per molti? Non per me, che ai cugini d'oltralpe invidio le commedie romantiche a ai vicini spagnoli gli horror più rigorosi in circolazione. Questo, diretto a quattro mani da due esordienti, ha un intreccio classico e la tensione alle stelle. Girato interamente in un appartamento dal perimetro circoscritto, ospita tra i suoi corridoi i fantasmi della pedofilia e i tragici traumi che si trascina dietro. Si sguazza perciò nel sangue delle vittime della sarta assassina, una Misery che non potendo scappare dal suo incubo vuole trascinarci dentro anche chi le è vicino, ma a impressionare sono i chiaroscuri di personaggi con la guerra in testa. Nel cast, uno Hugo Silva poco approfondito, il viscido Luis Tosar di Bed Time, ma – ormai nomi di grido internazionali – sono nullità in confronto all'ipnotica Macarena Gòmez, che regge divinamente il tutto con una prova che vive di tic stizzosi e minuzie. Un personaggio ambiguo con uno spiazzante segreto che il finale, puntualmente, ci svela. Facendo pensare allo spettatore che Musarañas fosse bello già prima, ma dopo quella svolta a fior di nervi - già intuita ma cattiva - più bello ancora. (7)

Che è banale in maniera esasperante lo si capisce già dal titolo. Girato con quattro soldi e inaspettato successo, ha la storia dell'ennesima attrazione fatale. Virtuosa prof divorziata finisce a letto col suo vicino di casa pazzo. La bella Jennifer Lopez – sempre più sexy - non vincerà l'Oscar, ma la sua prova è dignitosa e in biancheria fa la sua porca figura. Con lei, dopo un paio di Step Up, Ryan Guzman: che va ancora al liceo non ci credo neanche se lo vedo con zaino in spalla, ma è un convincente squilibrato; meno pesce lesso del collega ballerino Channing Tatum, ha la faccia giusta e palpeggia le grazie della Lopez con la nonchalance di chi non deve chiedere mai. Questo thriller in rosa è scontato e classico così come appare. Ma fila, nonostante la trama la sappiano pure i sordi, e ha l'apprezzabile faccia tosta di cullarsi spudorato nei luoghi comuni, non arrampicandosi sugli specchi in cerca di novità impossibili. E' esattamente come lo si immagina, ma per quell'ora e mezza lo si tollera. Piacevole il giusto. E trash. (5)

L'estate del 2009: quella in cui Andrea perderà la verginità, quella in cui il fratello minore perderà il suo idolo. La storia delle loro prime volte – l'amore, il lutto – s'incrocerà con quella di un pensionato convinto di essere il loro nonno, di un cacciatore di alieni, di un viaggio verso la fine del mondo. Maicol Jecson è una commedia italiana e, a tratti, non ci si crede. La trama è vista e rivista. La voce fuori campo ricorda più quella di uno YouTuber qualsiasi che John Green. C'è una scrittura che va affinita, ma sulla resa non posso mettere bocca: non segue standard televisivi, è girato con intelligenza e con gusto internazionale, gli attori più giovani, ineditamente – anche merito del doppiaggio; ma perché doppiarli? -, non sono dei cani totali. Un bravo d'incoraggiamento ai registi, per l'idea e la buona realizzazione, e al cast di esordienti, capitanati del veterano Remo Girone. Maicol Jecson va visto come un vincente esperimento di prima commedia adolescenziale nostrana. Solo così può essere osservato con occhi diversi e un po' compiaciuti. E' la variante young adult di Il ragazzo invisibile, ma l'esperimento è dello stesso tipo. Territorio raramente esplorato, dunque, soprattutto con questi deliziosi toni indie. (6,5)

Titolo lungo, durata ridotta, un assassino mascherato che per i fanatici dell'horror, forse, è una vecchia conoscenza. The Town That Dreaded Sundown è il remake di uno slasher degli anni '70, e uno dice che noia. Ma questo film si rivela un'autentica chicca; un gioiellino insanguinato. Il regista è Alfonso Gomez-Rejon, nome di punta nella direzione di Asylum, il migliore degli American Horror Story, e ha un talento sorprendente. Nonostante la trama esilissima, uno Scream vintage che qualche colpo di scena ben piazzato lo regala, il film si fa guardare dal cinefilo attento con gli occhi a cuore. Non c'è una scena che non sia confezionata ad arte. Sangue contenuto, morti fantasiose e i volteggi funambolici di una macchina da presa che non sa stare ferma, in cerca delle angolazioni più originali, dei giochi naturali delle ombre, della qualità che nel genere di serie B per eccellenza si è raramente riscontrata. Il resto è roba che Craven, con più ironia e vivacità, ha già affrontato. Uno script più memorabile, al prossimo giro, e Gomez-Rejon potrebbe essere il profeta del nuovo modo di far paura, ma con classe. (6,5)

domenica 12 aprile 2015

Dear Old Mr. Ciak #1: Once, A Single Man, Il discorso del re, Tra le nuvole

Buona domenica a voi, amici, con una nuova rubrica che tanto nuova non è. Non mi piaceva, quando capitava di parlarvi di un film uscito da più di qualche anno, inserirlo negli stessi post con le novità al cinema o robe sconosciute, viste in rete coi sottotitoli. All'occorrenza, insomma, il solito Mr. Ciak vi parlerà di “care e vecchie” conoscenze. Per quando riguarderò cose che già conosco; o per quando, con lo spirito del rigattiere, pescherò dal cilindro (o dall'hard disk) film che mi ero perso. Si spera soprattutto cose belle.

[2006] Once l'ho visto una volta sola; me l'ero fatta bastare. Allora lo avevo trovato bellissimo senza sapere perché: quella bellezza che sfuggiva alle descrizioni aveva una magia particolare, la stessa che pervade questo minuscolo film, e temevo che potesse sparire a una visione rinnovata. Certe emozioni sono un buona la prima, non è destino si ripetano. Sarebbe troppo facile impacchettarle, chiuderle sotto vuoto, respirarle quando se ne ha voglia. Sono passati nove anni, o così dice Internet. Il tempo necessario a rimuovere tutti i dettagli della trama – soprattutto se, come in questo caso, è esilissima – e a rinnovare le cartelle dell'iPod. Pezzi imbarazzanti che spariscono, ma canzoni che restano, come quella Falling Slowly che è il leitmotiv del musical di John Carney e che si ricorda per gli applausi scroscianti agli Oscar e i ripetuti tragitti casa-scuola. Ci mettevo due canzoni e qualcosa per arrivare a destinazione. Ora non le conto, devo camminare sotto un ponte lunghissimo e tenere le orecchie aperte ché non si sa mai, ma quando le tracce partono c'è un duetto piano-chitarra che non può mancare. Scettico davanti all'avventura americana di Carney, ma soddisfatto anche da Being Again, commerciale ma non svenduto, avevo avuto voglia di rivedere Once e poi non più. Finché l'ho beccato su uno di quei canali del digitale che non guarda nessuno, romantico e evocativo come lo ricordavo. Io, a corto di definizioni come la prima volta. Cos'ha di speciale Once non saprei, ma ha qualcosa che incanta – nonostante un direttore della fotografia latitante, un budget esiguo, attori vestiti come gli andava quel giorno, l'immagine slavata da documentario. Sembra vecchio, e lo sembrava già allora. D'altre epoche, d'altro mondo. Non la Dublino dei turisti e della birra dorata. Una città qualsiasi, due persone qualsiasi, per una storia che nasce con la musica e non finisce. Glen Hansard e Marketa Irglova camminano spalla a spalla, si aprono in due il cuore davanti a un pianoforte, vanno a zonzo con la chitarra in spalla e una aspirapolvere scassata al guinzaglio. Lui, aggiustatutto col cuore che non si aggiusta e il sogno della fama. Lei, immigrata con un matrimonio in forse e lavoretti salturi. Potresti incontrarli duranta una passeggiata in una grande città. Chi suona per strada, chi vende rose. Dura pochissimo e quando finisce gli occhi sono lucidi senza apparente motivo e l'iPod peserà di una dozzina di splendide canzoni in più. Quel ragazzo e quella ragazza sprovvisti di un nome di battesimo si cantano in faccia i loro sentimenti – amori distanti che poi arrivano a coincidere, gettando le fondamenta invisibili del loro invisibile amore – e vivono grazie alla musica una delle storie più toccanti degli ultimi anni, nonostante ci sia il sentimento e manchi tutto il resto. Un futuro insieme, un numero di telefono, perfino un bacio. Ma forse è toccante per quello: il cantarsi timidamente l'incoffessabile con la purezza, e le voci, che hanno gli angeli. (8)

[2009] Colin Firth, vittorioso a Venezia, ambiva alla statuetta per il Miglior Attore. Era il tempo in cui non mi prendevo la briga di fare le ore piccole per dare un'occhiata, prima della cerimonia, alle pellicole in lizza e in cui il radical chic era l'equivalente di un grosso segnale di pericolo. Evitavo certi film, pensando non fossero cosa mia. E non sono tutt'ora cosa mia, ma il melodramma di Tom Ford declinato interamente al maschile, col suo suggestivo sposalizio di autorialità e rigorismo, ha fascino - prima volta al cinema di uno stilista di fama mondiale, indiscusso arbiter elegantiae anche per il profano che fa spesa da H&M. Arriva all'anima, e soprattutto agli occhi, attraverso il canale a senso unico dell'eleganza. La storia di George, professore gay di mezza età nella Los Angeles dei primi anni '60, è quella di un uomo solo. Di un vedovo nel cuore che si trascina tra lavoro e vita privata, sfiorando cupi pensieri suicidi e richiamando, con incubi in bianco e nero, l'inizio e l'epilogo della sua storia d'amore. Si sono voluti bene per sedici anni, nella loro casa di vetro da falsi scapoli. Quando Jim è morto, George non ha raccontato a nessuno, se non alla sua migliore amica, lo strazio immane di quella perdita clandestina. Erano gli anni della Guerra Fredda, dei cartelloni che pubblicizzavano Psycho e degli aspiranti sosia di James Dean, ma ci si preoccupava di dare un senso all'amore. Firth, con il suo classico aplomb britannico e un'incredibile somiglianza col nostro Mastroianni, bravissimo per me lo è sempre, ma qui di più. Completi scuri d'alta sartoria e un film intero cucito addosso, in cui si muove con lo sguardo appannato ora dal pianto, ora dal desiderio, e una pistola carica a portata di mano. Rigido, serio, colto si specchia in una trama che assume per osmosi le sue movenze. A Single Man è così, impeccabile ma trattenuto. Si piange addosso solo in una delle prime sequenze, dopo una chiamata che stronca una vita, ma sarebbe una blasfemia dire che non comunica anche a modo suo, col controllo di chi vorrebbe confessarti la sua perdita, ma non può. E incorniciati ad hoc risultano più avvenenti del solito la meravigliosa Julianne Moore, che ha un ruolo breve ma significativo; il giovane Nicholas Hoult, con gli occhi di un azzurro irreale e i tratti scultorei; Matthew Goode, visto sempre qui e lì, ma mai colto impreparato. Le mascelle volitive, le labbra carnose, bellezza semplice e senza inganno, messe in risalto come in pittura. Il nudo, eroico, mostrato con una virilità davvero poco queer, dunque inattesa. Ford, con una fotografia languida e scene acquose, colpisce per lo splendore formale che va ricercando nei dettagli più minuti, mentre con voce spezzata ti racconta il più crudele e nudo dei dolori. Quello che, spaventosamente universale, è vietato svelare. (7,5)

[2010] Come dimenticare la vittoria del Discorso del re che, qualche anno fa, con parecchio sgomento, aveva sbaragliato una concorrenza di tutto rispetto? Alcuni rosicano ancora. Quella che per pigrizia non avevo seguito con l'hype degli ultimi tempi era stata un'annata fortunata: ricordo che c'erano, sul tappeto rosso, esempi di grande cinema, anche se, qualora qualcuno mi avesse chiesto una preferenza, non avrei nascosto il mio entusiasmo per le ballerine folli di Aronofsky. Immancabile, sul podio, il piccolo film in costume. Quest'anno c'era The Imitation Game; quell'anno il più fortunato dramma di Tom Hooper. Il vincitore che ha preso tutto: ha impugnato lo scettro e indossato la corona del Miglior Film. Il discorso del re è una rigorosa commedia british, vicina ai gusti dello spettatore medio e alle preferenze dell'Academy. Ineccepibile e aristocratica, anche se la vicenda del Duca di York, in tempo di guerra e di abdicazione, sa suscitare qualche risata che non ne intacca la sobrietà. Mi è piaciuto. E' dalla parte del popolo ed è di cuore, alla faccia della pellicola d'autore e di reali che non mostrano bontà in pubblico. Però le nominations erano tante e le quattro vittorie troppe. Resta una deliziosa ricostruzione storica senza un comprimario e un dialogo fuori posto, che ha tutta l'aria del polpettone sulla Grande Guerra e un'inaspettata frivolezza. Déjà vu con il successo inspiegato di Shakespeare In Love. Godibile, confezionato con maestria, ma similmente sopravvalutato. Il dato è tratto, inutile piangere sull'Oscar assegnato e impossibile odiarlo. Gli si vuole bene. Si storce il naso nella parte conclusiva, quando un'altra guerra sta per scoppiare e a palazzo ci si preoccupa più di dizione che di questioni di Stato. Un po' come se fuori la gente chiedesse il pane e dentro il sovrano facesse colazione coi cornetti, come disse qualcun altro. Ma Il discorso del re è un prima, il tempo delle lotte di tutti i giorni e sì, anche dei croissant; termina con un lieto fine, prima che il mostro Hitler – con i suoi soldati e i suoi discorsi alla massa senza balbettii – glielo rovini. Colin Firth, con tutta la sicurezza con cui è possibile essere insicuri, è claudicante nel parlare e fragile in maniera convincente. Sua sposa fedele, una Helena Bonham Carter che quando non fa l'idiota è assai capace. Suo allenatore, amico e psicologo-fai-da-te, un Geoffrey Rush al di sopra dei colleghi: spinge il futuro Giorgio VI a canticchiare e a coniare parolacce per superare l'incertezza e nel suo studio, quello con i muri scrostati e spogli che ricordano la piattezza dei fondali teatrali, la macchina da presa dà il meglio e il mestiere dell'istrione si fa ammirare. (7)

[2009] Un protagonista che colleziona miglia e teste per un'altra commedia d'autore che, sempre agli Oscar, con un numero sproporzionato di candidature, si era fatta notare. Quando i film selezionati non sembravano dovere durare per forza dieci ore, la giuria era meno snob, i capricci sentimentali del divo brizzolato facevano sognare le casalinghe. L'era d'oro di Reitman jr. che poco prima aveva lanciato Ellen Page in una commedia indie che è già cult. Ora, meno irriverente e pubblicizzato, trova fredda accoglienza all'estero, ma non ci fa scordare che resta sempre in gamba. In Tra le nuvole sembra un Cameron Crowe piacevolmente imbastardito: dirige una commedia romantica, infatti, che parla del più cinico degli amori. Quello verso sé stessi: il solo a non darci buca. La regia è convenzionale, ma lui ha una cifra stilistica inconfondibile che si nota in uno script arguto e nella semplicità delle intenzioni, elevate grazie a un cast ottimo e a dialoghi che sono il segreto di tanto successo. La trama, solita ma con un retrogusto che turba, segue le vicende di un cinquantenne che non sta fermo. Vive a cavallo dei fusi orari e per il senso di stordimento da jet lag. Lui è quello che, in periodo di crisi, ha licenziato una persona che conosci. Quando l'avvento della modernità minaccia di di renderlo finalmente sedentario, che sarà della sua voglia di vivere sospeso in eterno, nel blu dipinto di blu? La rivelazione Anna Kendrick, squalo in erba, già allora spiccava per quella simpatia che adesso l'ha resa richiestissima. Vera Farmiga, quarantenne di un altro pianeta, sbocciava piano e in ritardo: Reitman l'ha aiutata. Insieme a lei – coppia di romantici coi giorni contati, cuori in scadenza – il George Clooney di cinque anni fa, lo scapolo ambitissimo, con la maturità che ha trovato da poco. Si sa che i film e le sceneggiature, se brillanti, accorciano i tempi. E che le stanze vuote sul lago di Como, se viaggi in solitaria, non si riempiono come per magia. Lui, che mi sta mortalmente antipatico nella vita vera, qui dovrebbe fare altrettanto, e avrebbe davvero il gioco facile, ma il suo vagante Ryan Bingham – sincero come uno mai si aspetterebbe – suscita qualcosa che somiglia all'empatia. A volte, se ti fermassi a pensare a cosa ti rimarrebbe, a chi ci sarebbe per te, ecco... sarebbe la fine. Hai presente la sensazione? Perciò fa' una valigia e via; parti. Vola sul mondo. Senti le lancette scorrere, e ignora: rimanda. Sii passeggero della tua vita, come in Iggy Pop. (7)