Visualizzazione post con etichetta Casey Affleck. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Casey Affleck. Mostra tutti i post

sabato 21 dicembre 2019

Mr. Ciak: The Nightingale, Light of My Life, Ready or Not, Ophelia, Teen Spirit, Vox Lux

Sono uno spettatore che generalmente non si lascia turbare. Jennifer Kent, già ai tempi del bellissimo esordio, tocca però i tasti giusti. E al secondo lungometraggio, premiato a Venezia, conferma il suo ascendente su di me. Tanto The Babadook mi aveva affascinato, quanto The Nightingale mi ha scosso. Sarà che si inizia col peggio – uno stupro, l’infanticidio –, per poi giungere a un epilogo liberatorio, che stempera la sofferenza in un’alba sull’oceano. In un’Australia trasformata in una prigione a cielo aperto, un tenente spregevole – un inedito Sam Claflin, lontano dai soliti film sentimentali –  s’invaghisce di una detenuta irlandese. Il capo di un plotone della morte come può reagire al rifiuto? Sopravvissuta allo sterminio della famiglia, Clare ricerca l’aiuto di un aborigeno: entrambi emarginati, i paria troveranno punti in assonanza in quelle lingue e in quei canti così diversi. Gli inglesi espropriano, violentano, bruciano, ammazzano. E la visione non lascia niente di suggerito né di impunito. Il percorso della coppia, disseminato d’incubi e cadaveri decapitati, risulta provante e potentissimo, nonostante i discutibili viavai della parte conclusiva. Classico ma inattaccabile, The Nightingale è l’epopea western che non avremmo pensato nelle corde della regista; un horror sui mali della colonizzazione, ambientato in una natura resa ancora più selvaggia dalla presenza britannica. È uno schiaffo in faccia per cui ringrazi. Il merito spetta soprattutto all’interpretazione ribollente di Aisling Franciosi, che conosce la vendetta ma anche il perdono; che ha seni beffardi che non smettono di pompare latte; che confida più nelle parole che nella violenza. La sua commovente collaborazione con Baykali Ganambarr, indigeno che decifra le orme e il canto degli uccelli, regala un duetto di rara intensità su un usignolo che non voleva né gabbie né padroni; che preferiva ruggire anziché cantare. (8)

Stesi sulla schiena, parlano fitto per dieci minuti. Sono un padre e una figlia. Lui spiega a lei il sesso e l’amore. Le insegna che nessuna razza è superiore alle altre. Le tramanda i ricordi di una mamma da tenere in vita a furia di storie. Le racconta, rivisto e corretto, il mito dell’arca di Noè. A salvare l’umanità dal Giudizio Universale è stato davvero un uomo? Sono stretti in una tenda da campeggio. Sembra una gita nei boschi, ma in realtà è la fine del mondo. Le donne si sono estinte, non si sa perché, e quella bambina – vestita da maschietto per camuffarsi – è un’eccezione alla regola. Il padre, che trasmette infinita tenerezza, è un uomo di parole e non d’azione. La figlia, terrorizzata dall’evenienza di un abbandono, vive l’età in cui inizia a pretendere gonne e giubbotti glitterati. Camminano tra gli alberi, in cerca di ville o baracche. A volte s’imbattono in anziani ospitali, altre in bracconieri spietati. Light of My Life, esordio alla regia di Casey Affleck, non indugia nei sentimentalismi. Non trasforma la sua giovane protagonista in un canonico simbolo di resistenza. Per quanto questo atipico survival debba tanto, troppo, a The Road e I figli degli uomini, l’odissea del minore degli Affleck ha comunque la sua da dire. Grazie alla voce bassa e intorpidita dell’interprete che già ci ha commossi con Manchester by the sea. Attraverso la lentezza di un genere che mostra poco ma suggerisce tantissimo, parlando più del presente che del futuro; più di noi che dell’apocalisse. Travolto da un’accusa per molestie, l’attore e regista fa ammenda con un atto d’amore al genere femminile lungo un film. Come non credergli, come non perdonarlo, dopo questa indiscreta lezione di vita e resistenza? (7+)

Mentre ci si stappa i capelli per Cena con delitto, giallo di cui si parlerà prossimamente, sotto Halloween – a proposito di feroci rimpatriate tra parenti serpenti – era già arrivato in sala un bagno di sangue ad altissima tensione. Una partita a nascondino disputata con la suspance, dove una Rambo in tulle si emancipa in un battesimo splatter degno delle migliori regine del brivido. Bella e carismatica, con un visino che si concede le stesse smorfie di Emma Stone, la promettente Samara Weaving convola a nozze con uno scapolo d’oro. Durante la prima notte di nozze, però, la neosposina dovrà vincere una sfida in particolare per essere accolta in famiglia: sopravvivere. Con una satira sociale appena accennata, Finché morte non ci separi somiglia alla versione disimpegnata di Get Out. Qual è il segreto della famiglia omicida? Ambizione cieca, o forse c’è lo zampino di Belzebù? I ritmi sono invidiabili, l’umorismo è di quelli caustici, il divertimento è assicurato. Si trattiene il fiato. Si maledicono gli antagonisti a ogni comparsata. Si incita al dente per dente. Iniziata come una fiaba romantica, la commedia horror culmina con una perfida luna di miele. Pronti o no, vi vengo a cercare. Ma si è mai pronti al grande passo? Ai titoli di coda potremmo credere ancor meno nei doveri coniugali, nei legami duraturi, nel lupo che perde il pelo ma non il vizio: preferendo, almeno sul grande schermo, la morte all’amore.  (7)

C’è del marcio in Danimarca. C’è chi da quel marcio viene inevitabilmente corrotto, come Amleto in lotta per la successione. E c’è chi, invece, quel marcio lo subodora prima di altri: ovviamente, una donna emancipata e lungimirante. La fidanzata del personaggio shakespeariano non aveva molta voce in capitolo nell’opera originale: di lei ricordiamo l’annegamento e, soprattutto, il capolavoro di Millais che ne fa una ninfa acquatica. In un’epoca di femminismo e riscrittura, poteva forse mancare la tragedia filtrata dal punto di vista di Ofelia? All’inizio dama di compagnia, ci racconta una storia d’amore e vendetta nota ma non troppo. Piuttosto fedele al Bardo, il film viene rovinato dall’aggiunta degli ultimi dieci minuti, che lo trasformano in un calderone di idee di seconda mano, che attingono ora ai veleni di Romeo e Giulietta, ora ai tradimenti della Dodicesima notte. Il resto lo fanno le forzature e gli anacronismi; un rimaneggiamento non richiesto, adatto solo a riscattare la figura agli occhi delle nuove generazioni. Vicina alla bellezza del pittore ma lontanissima dalla complessità del personaggio, una Ridley fuori parte – paradossalmente, convince nelle poche battute che ricalcano il testo originale – capitana un cast inquadrato dal buon lavoro del direttore della fotografia, ma che fa storcere il naso per la parrucca dello zio Clive Owen e il passo falso di Naomi Watts, regina che fa quanto possibile per risultare credibile. Essere o non essere, è questo il dilemma. Vive la stessa scissione anche l’adattamento di Claire McCarthy: povero e frettoloso. (5)

Violet è una ragazza di belle speranze su un’isola sperduta al largo delle coste inglesi. Figlia di una genitrice single sommersa dai debiti, trova un angelo custode in un ex cantate d’opera ridotto a un clochard solitario: in lei, giovane dalla voce angelica, sembra vedere l'ombra di un talento cristallino. Brava ma non abbastanza ambiziosa, protagonista di un talent show, l’adolescente si scopre spaventata dai bagni di folla e dall’arrivo della puntata finale. Come fronteggiare le aspettative e la pressione psicologica un ambiente competitivo? In Teen Spirit, iconico soltanto per il titolo, c’è l’ascesa di Violet, ma mancano i dubbi, le incertezze, la battuta d’arresto. Fiaba canonica e un po’ superficiale, preferisce i toni drammatici a quelli scanzonati e una fotografia alla Refn, mentre la colonna sonora passa alcuni dei pezzi più ammiccanti delle ultime estati. Restano la regia e il montaggio accattivanti, a opera del figlio d’arte Max Minghella; la bravura assodata di Elle Fanning, dotata di una vocalità interessantissima e sempre perfetta in ruoli che richiedono una bellezza a tratti angelica, a tratti selvaggia. Telegenico e instagrammabile, con poco cuore e altrettanta poca grinta, questo musical non ha la stoffa per la fama. Forse ha l’X Factor – stile, interpretazione, qualche performance da riascoltare –, ma per renderlo memorabile servirebbe il resto dell’alfabeto. (6)

Un’altra ragazza di talento, un’altra storia di canto e rivalsa. Si parte altrove, da lontano. In territori che, all’apparenza, hanno più che fare con il thriller. Una regia caliginosa ci porta negli Stati Uniti, nel cuore di una strage scolastica. La giovane Celeste sopravvive. E canta la sua rinascita fino a diventare una stella. Ma la sua carriera, inquadrata in tre tappe fondamentali della formazione, è scandita da tre atti di violenza: prima la strage, poi il crollo delle Torri Gemelle, infine un attentato in Turchia. Perseguitata dalla fatalità, la pop star canta i sogni infantili e il decadimento; l’ambizione e la barbarie. Simbolo dei più, deve il proprio successo a Dio o a un patto con il diavolo? Vox Lux, profondo su carta, vorrebbe raccontare assieme all’evoluzione del personaggio femminile l’involuzione del panorama musicale. Ma partito sotto i migliori auspici, con la voce narrante tipica dei documentari, abbandona la cupezza iniziale per una verbosissima seconda parte. Pretenzioso ma molto ben diretto, il film di Corbet si articola infatti in una serie di colloqui con la sorella maggiore di Celeste, la figlia, il manager Jude Law, un giornalista scandalistico. La colonna sonora è poco orecchiabile. E la protagonista, interpretata da adulta da una dimenticabile Portman, incarna il prototipo della celebrità capricciosa e narcisista, circondata di relazioni fallimentari e tappe bruciate. Il tutto, in direzione di un epilogo da film-concerto, dove il playback spudorato di Natalie e le coreografie alla Lady Gaga non sono all’altezza dell’apoteosi istantanea del personaggio. Lo spettacolo deve continuare. E il film invece? Quando comincia? (5,5)

mercoledì 16 gennaio 2019

Mr. Ciak - And the Golden Globe goes to: Eighth Grade, The Old Man and the Gun, Crazy Rich Asians

Non ci sono fotografie dei miei problematici tredici anni. Odiavo le scuole medie, la superficialità dei miei compagni di classe, i brufoli e i capelli grassi che mi mortificavano allo specchio. Meglio il liceo, di cui conservo tracce e ricordi. Dei tre anni precedenti giusto una rabbia indistinta, solo l'oblio, almeno fino alla visione di Eighth Grade. Commedia indie con un posto d'eccezione nella stagione dei premi che, a sorpresa, fra autocritica e riflessione, è stata la mia capsula del tempo. E dire che mi aspettavo un'altra delusione dopo Lady Bird, sopravvalutato raccontato adolescenziale che purtroppo mi aveva suscitato lì per lì irritazione e dèjà vu: gli stessi, infatti, sono i toni agrodolci e altalenanti; ugualmente scostante potrebbe apparire la protagonista, una mitica Elsie Fisher. A un passo dal liceo vorrebbe soltanto una migliore amica e un fidanzato: a torto, spererebbe di conquistare l'una con i regali giusti, l'altro con i pompini perfetti spiegati dai tutorial su YouTube. Come qualsiasi adolescente ha un rapporto simbiotico con le cuffiette e i social, colleziona risposte sgarbate per l'adorabile papà single e davanti a una telecamera registra video motivazionali: peccato che né lei né i suoi (pochi) follower ci credano. Eccola a mensa, seduta in disparte, o con un sorriso neutro nel bel mezzo delle conversazioni altrui: una ragazza da parete che, giunta a un bivio, vorrebbe sentirsi disperatamente parte di qualcosa. Le ho voluto un bene grande e, nonostante i dieci anni e più di differenza, ho rivisto tanto di me in lei. Con un po' di paura, tanta frustrazione e, soprattutto, infinita tenerezza. Benché di generazioni lontane, ci accomunano quel sentirsi fuori posto che non conosce età; una percezione impietosa e onesta che non aiuta, no, a scorgere la bellezza dei nostri lineamenti sotto l'acne cistica o la scarsa popolarità. Cara Elsie, credimi, è presto per l'amarezza. Ma non abbastanza per imparare che l'esteriorità non è tutto, che ogni tanto sarebbe meglio giudicarsi con maggiore benevolenza, che alcuni genitori sbagliano eppure ti restano comunque accanto. Ci si sente a metà, durante la terza media. Né grandi né piccoli: dei pesci fuor d'acqua. Aiutano i ritmi di un'irresistibile colonna sonora elettro-pop. Aiutano giovani registi come il ventottenne Bo Burnham, capaci di rendere belli – da rivalutare dal nuovo – anche gli anni peggiori. E di restituirti all'acqua, all'abbraccio dei papà mentre bruciano per sempre i sogni e le speranze, all'amore per te stessa. (7,5)

Mentre su Netflix ho ceduto ai piani criminali della Casa di carta, al cinema ho trovato una storia vera che di rapine ben diverse parla. Siamo nei primi anni Ottanta e tre nonni eleganti, garbati e sorridenti tengono in scacco banche su banche senza né ostaggi né sangue sulle mani. La banda sul viale del tramonto, la chiamano, ma nessuno riesce ad acciuffarla: nemmeno Casey Affleck, detective in crisi per l'arrivo dei famigerati quaranta. Gli anziani, nonostante le gambe lente e l'apparecchio acustico, sono sempre un passo avanti. Li guida il sempre fascinosissimo Robert Redford, galantuomo in fuga dal pensionamento anticipato, che perde il pelo ma non il vizio: nonostante qualche oggettivo problema di ritmo si alternano con garbo i punti di vista di inseguitore e inseguito e, in questa godibilissima partita a guardie e ladri, saltano fuori nuove voci da spuntare sulla bucket list, gli appuntamenti nelle tavole calde con una radiosa Sissy Spacek, dialoghi da manuale. Com'è che si dice? Chi si ferma è perduto. Non si ferma di certo il buon Robert, capace di fare ancora ridere, sognare e innamorare. Di far colpo sicuro grazie alla regia rétro del poliedrico David Lowery, senza bisogno di intimarti obbedienza con una pistola puntata al cuore. The Old Man and the Gun, addio di una stella dalle scene cinematografiche, è un commiato nostalgico e sornione con dalla sua un trio di bravissimi e le arie da canaglia. Abito di buona foggia tagliato alla perfezione sul fisico sempre solido dell'ottantaduenne, si rivela una biografia picaresca e romantica: la leggenda di un'esistenza consacrata alla fuga, al sentimento e alla finzione. Come succede nel delinquere. Come succede nella settima arte. (7)

Sono una coppia di insegnanti attraenti e affiatati a New York. I loro tratti, la loro pelle, mostra però che, per quanto ben integrati, vengono da molto lontano. Tornare alle proprie origini, a Singapore, per un matrimonio orientale con tutti i crismi. E all'ombra dei fiori d'arancio, per forza di cose, conoscere la famiglia di lui – e le prime crisi. A che prezzo infatti hanno costruito quell'impero patrimoniale? Gli uomini di casa sono sempre assenti, i tradimenti e il bisogno di apparire non si quantificano, le nuore sono sottomesse alle mamme e le mamme sono sottomesse alle nonne. La rivoluzione per l'arrivo della straniera, ovviamente, prevederà sontuosi cambi d'abito e intensi faccia a faccia durante le partite a majong; un doveroso lieto fine, con tanto di intrecci da sciogliere in un sequel già annunciato, in cui ci si accorge di come l'usurpatrice ne abbia cambiato le percezioni battendoli al loro gioco. Ispirato al primo romanzo della trilogia di Kevin Kwan, Crazy Rich Asians ha spopolato al botteghino e si è fatto valere perfino ai Golden Globe. Qual è l'ingrediente segreto di una classica commedia di fine estate, con il pregio di due insoliti occhi a mandorla? Un cast di belli e bellissime, in cui è agguerrito il testa a tesa fra l'irresistibile Constance Wu e Michelle Yeoh, perfida ma con classe; la commistione tutta grattacieli e luccicori fra Il mio grosso grasso matrimonio greco e Orgoglio e pregiudizio. Il risultato? Una fiaba opulenta, dai risvolti finali non così scontati, che corrompe anche gli insospettabili con la leggerezza di cui c'è sempre bisogno e scorci di un Oriente che è un piacere per gli occhi. Se le due ore scorrono senza intoppi, tra compratori compulsivi pronti ad accaparrarsi già a fine visione accessori e oggetti d'arredo e cinici che pensano che la commedia non sia il mezzo adatto per parlare di disuguaglianze razziali, comunque poco male: viva la superficialità a fin di bene, viva le ventate di buonumore. Dopo Searching, riecco la rivincita di una minoranza che conquista il centro della scena affatto in punta di piedi. Rendendoci tutti pazzi, ma di loro. (6,5)

mercoledì 18 ottobre 2017

Mr. Ciak: Ammore e Malavita, A Ghost Story, La signora dello zoo di Varsavia, This Beautiful Fantastic, The Hero

Al ramo paterno devo l'amore per il musical e la familiarità con l'accento campano. Si canta e si balla in molti dei film che rivedo più volentieri. Si parlava della Napoli sismica, invece, nella mia tesi di laurea. Al quadro generale, aggiungete che i Manetti Bros e il loro Coliandro sono i soli che mi spingono a sintonizzarmi sulla Rai in un giorno infrasettimanale. Sommate i tre fattori, aggiungeteci gli applausi a Venezia, e otterrete l'improbabile ma dirompente Ammore e Malavita. Un Gomorra rivisto e corretto, in cerca della nota giusta e di un briciolo di speranza. Nel musicarello napoletano di colpi di fulmine e pallottole volanti, ci sono: un piccolo boss che, come in 007, inscena la propria morte (lui è il solito Buccirosso, mentre la sua Lady Macbeth è una strepitosa Gerini, con un personaggio iconico come lo fu la Jessica di Viaggi di nozze); un'infermiera che sa più di quanto vorrebbe (Serena Rossi, troppo bella per essere soltanto la voce di Frozen); un sicario incaricato di metterla a tacere (Morelli, ormai attore feticcio, con poche parole, tanti proiettili e troppa matita sugli occhi), che nei ricci scuri di lei riconosce il primo amore. Ci si sfrega le mani. Si affilano i coltelli. Ci si scalda le ugole, ora con effetti esilaranti (Scampia Disco Dance, il rifacimento nostrano di What a Feeling) e ora con brividi a fior di pelle (l'emozionante Bang Bang). Restano il crimine, baci appassionati e rime baciate, risate che contagiano tutta la sala; una fiera aria da film di serie B (la regia è povera, scarna, e si poggia sulla praticità dei droni e la frenesia della telecamera a mano) a cui aggiungere idee bizzarre e perfetti equilibri biologici. Esperimento azzardato ma che centra il bersaglio, Ammore e Malavita è una sceneggiata kitsch, di buon cuore e belle speranze, dove l'amore è 'o vero l'unica redenzione (impossibile non sorridere leggendo i titoli di coda: durante le riprese, scopriamo, sono stati concepiti ben quattro bambini), ma non il solo di cui cantare. Tanto, a Napoli resta sempre il sole. (7)

Lui e lei si amano in questa casa che di notte scricchiola tutta, dal tetto alle fondamenta. Si sussurrano promesse a letto, accarezzandosi, e qualche volte li strappa dalle lenzuola il suono del pianoforte scordato. L'uomo muore. Prima di conoscere i loro nomi, prima di sapere quanto e da quanto si amassero. La donna riconosce il suo cadavere all'obitorio, lo seppellisce, poi va a casa e si ingozza con una torta lunga un piano sequenza. Vomita. Non sa che lui è lì, ma non può tenerle i capelli. Non sa che lui è lì, che la sfiora, eppure non ha dita. Casey Affleck si è alzato dal tavolo autoptico e ora si trascina impotente, con un lenzuolo bianco con due buchi per occhi, nei luoghi in cui ha trascorso la vita con Rooney Mara. Osserva, vaga, aspetta. Forse la luce in fondo al tunnel da seguire, oppure Dio. Forse il momento in cui lei andrà via senza di lui. Chi ci sarà allora da attendere? A Ghost Story, scritto e diretto da un David Lowery tornato alle proprie origini indie dopo la remunerativa parentesi Disney, è un limbo lento e concentrico sul non-senso della vita. Passato, presente e futuro sfociano l'uno nell'altro. La nostalgia infesta le stanze e le epoche, dà eterno tormento e turba il riposo. Melodramma beckettiano dalle suggestioni orrorifiche, a tratti potrebbe apparire troppo provocatorio per essere vero: un attore fresco di premio Oscar che recita con il volto coperto, dialoghi muti e il contrappunto da una colonna sonora da lacrime, sequenze interminabili in cui succede tutto ma non succede niente, uno strano 4:3 dai bordi smussati per formato. Nessuno può sapere che sotto un lenzuolo che evoca spauracchi e risate, attutita ma potente, c'è una tristezza che giorni dopo sto ancora metabolizzando. Il fantasma con la sindrome di abbandono, che non dà peso al tempo o al presentimento che l'amore sia l'ennesimo ectoplasma impalpabile, mi ha affranto e angosciato. Sotto il lenzuolo nessuno può vedere Affleck piangere. Domandare al vuoto cosmico che senso abbia questo suo esistere, e questo nostro resistere. Lui e lei devono amarsi ancora, oltre il qui e oltre l'ora. L'uomo è morto. La donna pure: dentro. Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. (7,5)

Gli irreprensibili coniugi Zabinski sono i custodi dello zoo di Varsavia. Scoppia la Seconda guerra mondiale. Di giorno si fingono collaborazionisti. Di notte, al suono del pianoforte, si trasformano in reazionari. I custodi di elefanti e leoni diventano custodi di uomini. Nascondono gli ebrei nel seminterrato, sottraendoli al ghetto. The Zookeper's Wife (nei nostri cinema a novembre) inquadra la tragedia dell'olocausto da un punto di vista inedito. Si è sensibili alla durezza del tema, alle immagini degli animali sofferenti, allo splendore di Jessica Chastain – qui, con la grazia di una diva di altre epoche, è affiancata dall'attore rivelazione del belga Alabama Monroe e dal sempre convincente Bruhl, tedesco ferito nell'orgoglio. Ci sono una sottotrama spionistica, un ritratto di signora, la shoah vissuta in differita nella Polonia assediata. Chi troppo vuole nulla stringe? Il troppo stroppia? The Zookeper's Wife, elegante ma tutt'altro che memorabile, ne esce comunque discretamente. Sulla scia di Storia di una ladra di libri, è una bellissima vicenda ma un adattamento, a malincuore, più giusto che bello. Colpa di un montaggio indegno di una grande produzione, soprattutto in una parte conclusiva con l'acqua alla gola; di una scrittura attenta ai fatti – cinque anni condensati in due ore, con tutti i tagli del caso – e meno ai copioni delle sue punte di diamante. Chiamate poco, però, una vicenda che come il recente Lion emoziona a scatola chiusa. Chiamate poco la forza di una coppia che non scoppia, la purezza degli animali e la cattiveria degli uomini, la persistenza di una natura che resisterà a ogni scempio. (6,5)

Jessica Brown Findlay, orfana inglese che si arrangia come bibliotecaria in attesa di scrivere un romanzo tutto suo, è una ragazza strana e incantevole. Ha innumerevoli disturbi ossessivi compulsivi, e di nero ha i capi nel guardaroba e il pollice. Nemica giurata della natura, ha lasciato che sul retro di casa sua crescesse una piccola giungla. In This Beautiful Fantastic, commedia pastello a metà tra Il favoloso mondo di Amelie e Matilda, ha quattro settimane per trasformare quell'intrigo disordinato in un giardino. Il timore: essere sfrattata. A darle una mano e l'ispirazione necessaria, una ricca galleria di personaggi maschili: lo scorbutico vicino Wilkinson, il romantico inventore Irvine, il contesissimo factotum Andrew Scott. Sognante, dolcissimo e pieno di ingenuità (talora, spiace dirlo, imperdonabili), il film di Simon Aboud ha le pile di libri in salotto, i prodigi della natura e le regole di buon vicinato. La sua fiaba shaby chic a lieto fine, però, non è all'altezza di un titolo che parla di esagerata bellezza. Derivativa, curata, ma fredda e perfettina come solo un certo cinema inglese sa. Semina, sì, ma poco raccoglie. (5,5)

Una voce cavernosa. Baffoni grigi che sfidano la forza di gravità. Pubblicità ridicole, un tiro di erba buona e qualche riconoscimento di poco conto – commemorazioni, quasi, come se fosse già morto. Lee, vecchia gloria del cinema western, sta più di la che di qua: ha una fama in caduta libera, un cancro al pancreas e, in tanti anni di carriera, ha collezionato più errori che successi. Riuscirà a farne una giusta, nel poco tempo che resta? Qualcuno si prenderà a cuore la sua triste sorte? Un regista giovanissimo, che eppure intuisce e sa, cuce un dramma agrodolce su un anziano non così sprovveduto, non così docile, che si adatta alle forme spigolose di uno dei pochi superstiti di un mondo in estinzione – quello degli sceriffi e degli indiani, dei miti generazionali. Il settantatreenne Sam Elliott, una prescenza scenica straordinaria e un fascino che fa sincera invidia, ricerca allora il perdono della rancorosa figlia Krysten Ritter e, involontariamente, trova la tenerezza della bellissima Laura Prepon. E una ragione per risalire la cresta dell'onda? E il coraggio, da vero eroe qual è stato, di vincere la paura dell'ospedale e dell'abbandono? Il suo post scriptum da indirizzare all'attenzione del notaio suona ironico, parzialmente autobiografico, un po' commovente. Come tipico di quei vecchini burberi che si fanno volere bene proprio per il loro opporre strenua resistenza. Come succede quando una sgarbata Hollywood fa in fretta piazza pulita: vedasi il reinventarsi secondo Bojack Horseman. Come piace accada nel bel mezzo di quegli amori alternativi, asessuati, parlatissimi, che prevedono passeggiate sul bagnasciuga e le confidenze più intime. (6,5)

sabato 18 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Manchester By The Sea, Hidden Figures, Loving

6 Nominations. Lee, factotum, si divide tra inquilini incontentabili e ricordi di una vita fa. Burbero ai limiti della maleducazione, sferra pugni volanti e ignora le norme del vivere civile. Una chiamata lo sorprende mentre sparge sale grosso sul vialetto. Suo fratello è morto. Bisogna preoccuparsi della cerimonia, avvertire l'orfano, scoprire le sorprese che il testamento riserva. Manchester by the sea, anti La La Land per antonomasia, è un melodramma che parla di ritorni e cuori ulcerati. Classico nella costruzione, ha Lonergan – regista e sceneggiatore di raro buon gusto – a renderlo semplice e struggente, a colpi di scarse furberie e disarmante verosimiglianza. Con tutto il riserbo e l'ironia di cui il cinema indie è capace, non diventa il dramma di rinascite che ci si aspetterebbe. Manca la scena topica in cui le lacrime creano ingorghi e la pena si diluisce. C'è la (auto)distruzione, ma sul porto non approdano mai i caroselli luccicanti di Demolition. Non succede granché, e sono le esistenze che immortala in presa diretta – nelle frasi di circostanza, nei silenzi imbarazzanti, nelle rese dei conti – a emozionare. I flashback incalzano, man mano che la strada verso casa si accorcia. Gli adagi di Albinoni acuiscono lo strazio. I pensieri pesano, ed ecco aggiungersene di nuovi. E i fantasmi di Lee, braccato dalla sfortuna, trovano una mesta compagnia dove tutto ha avuto inizio. Uno straordinario Casey Affleck se ne va in cerca di Oscar e di altri errori da commettere. Ha gli occhi bassi, la schiena curva, il tono stanco: il senso di colpa l'ha ingobbito, gli ha rubato le parole di bocca. L'afflizione: cucita addosso insieme alla giacca a vento. Come può un povero derelitto, uno che misantropo lo è diventato per difesa, farsi carico del futuro di un adolescente con due fidanzatine e nessun genitore? Se in città incontri la tua ex moglie – una Michelle Williams in un ruolo piccolo, eppure protagonista della scena più intensa –, dove ricacci le immagini di una notte di fuoco e recriminatorie? Manchester by the sea, identico al suo protagonista nell'indole, è una equilibrata via crucis sullo sfondo di città di mare che a dicembre soffrono l'abbandono. La tragedia senza sconti di chi ha perso ogni cosa e, per pudore, tace e incassa. Insieme a Lee ci si trascina lenti, con la testa incassata nelle spalle e le mani in tasca, inseguendo il miraggio del sole. Il ghiaccio impedisce di scavare una fossa. I fratelli maggiori, i padri modello, dormono nei congelatori del becchino. Gli fanno compagnia le emozioni difettose, il cui spoglio è rimandato a data da destinarsi. Si dovrà aspettare il disgelo per la sepoltura. A Manchester, Massachussets, soggiorniamo solo per un inverno. La lasciamo con la bella stagione appena cominciata e le giornate che vanno allungandosi. Mentre il lutto si scioglie e la speranza, forse, fa primavera. (8)

3 Nominations. Cosa ci faceva una coniglietta con il distintivo in un mondo popolato da minacciosi predatori? A raccontarci una storia di integrazione e tolleranza ci aveva pensato Zootropolis. Si parlava di donne che occupano ruoli di potere. Di differenze razziali. Son fan dell'umorismo sconveniente: allergico al politicamente corretto, ho sentito e raccontato barzellette su bionde al volante, ebrei e altri luoghi comuni. Ma, giuro, ci sono cose che sanno lasciarmi meravigliato. Ho visto Hidden Figures e, nella sua leggerezza, mi ha colpito con uno dei suoi sketch più buffi e significativi. La protagonista corre fuori dall'ufficio: centra con i tacchi alti ogni pozzanghera, raggiunge il bagno. Per fare pipì doveva percorrere un chilometro. I neri non potevano usare la stessa toilette dei bianchi. Lavoravano in uffici separati e, in mensa, non potevano bere lo stesso caffè. Anche alla Nasa. Anche in un decennio in cui si puntava alla luna e si consideravano alieni gli altri. Nella deliziosa commedia di Theodore Melfi si parla di formule segrete e figure nell'ombra. I russi hanno lanciato lo Sputnik in orbita. Come rispondere? Hidden Figures schiera i toni che hanno fatto la fortuna di The Help e un'ottima Taraji P. Henson, a cui si affiancano una Octavia Spencer troppo in sordina per meritarsi la candidatura e l'inaspettata Janelle Monàe (sua l'irresistibile hit Tightrope). Tutte, pur facendo i salti mortali, trovano il tempo per l'amore e per non perdere la femminilità. Il film, campione d'incassi, è ispirato a una storia vera degna di nota. Mi ha fatto divertire e riflette, ma ha debiti forti verso la commedia di Taylor, e forte è la sensazione che si sia fatto strada nella stagione dei premi più per l'urgenza del messaggio – contro una politica che ha lasciato spazio agli intolleranti, contro gli Oscar troppo pallidi della scorsa stagione – che per il suo peso specifico. Ma, l'otto marzo, regalatevelo pure. Sarà un promemoria su quanta tristezza faccia il genere umano e sulla forza delle donne. Figlie, mogli e madri, che raccontano favole, cucinano bontà tra amiche e dicono a uomini che provano invano a stare al passo. Nascondendo l'affanno, ti cambiano il cielo. (6,5)

Migliore attrice protagonista. Richard e Mildred decidono di mettere su famiglia. La polizia fa irruzione nella loro camera da letto, una notte, e li bandisce dal posto in cui sono nati. Le coppie miste, negli anni Cinquanta, sono proibite in quello Stato. Scacciati, lontani da casa, i due ci si intrufolano talora come clandestini. Scomoderanno i Kennedy. Modificheranno la Costituzione. Il buon Jeff Nichols, abbandonati ma non del tutto i sentieri polverosi di Take Shelter e Mug, non è un tipo da lacrime facili. Non sappiamo come i Loving si siano conosciuti né da quanto si frequentino. Mettono al mondo tre figli, si danno raramente baci: la mano stretta in macchina, un divano per due, un braccio posato sulle spalle. E sono bellissimi, insieme, perché protagonisti di un amore che è familiare anche a noi. A primo impatto, sembrerebbe che la storia sia più importante del film in sé: così, lo scorso anno, era stato anche per Freeheld. Loving è lineare, poco romanzato, senza rodimenti interiori. Una grande storia d'amore che ha la rara onestà di non diventare un film romantico. La rivelazione Ruth Negga, con il suo sguardo da animale ferito, ha un viso stupendo e una tempra di ferro. Joel Edgerton, burbero e taciturno, ha i capelli ossigenati e una faccia di pietra. Il solito, si direbbe. Ma alla sincerità dei timidi, che parlano poco e solo per dire la verità, ci si crede. Loving è un present continuous, ci hanno insegnato a scuola: indica persistenza. Melodramma di affetti duraturi e concreti, di pezzi di terra da bonificare, è la cronaca di lunghi anni di attesa e un collage di momenti piccolissimi. Una biografia che emoziona piano. Con la ritrosia della gente del sud, burbera ma di cuore, che non si sbottona e non si concede. Nella sua concretezza, ti si imprime. Promemoria di egualità per americani recidivi, lo si guarda amareggiati. L'intolleranza verso le relazioni interrazziali sembra fantascienza, oggi, e ci si augura che tra qualche anno  apparirà altrettanto remota l'acredine verso le unioni civili, che pare evochino pregiudizi e sismi. Perché l'amore, spiegano i Loving, non è fratello del senso di colpa. Soprattutto se, come loro, lo porti nel nome. (7)