Al
ramo paterno devo l'amore per il musical e la familiarità con
l'accento campano. Si canta e si balla in molti dei film che rivedo più volentieri. Si parlava della Napoli sismica, invece, nella mia tesi di laurea.
Al quadro generale, aggiungete che i Manetti Bros e il loro Coliandro
sono i soli che mi spingono a
sintonizzarmi sulla Rai in un giorno infrasettimanale. Sommate i tre
fattori, aggiungeteci gli applausi a Venezia, e otterrete
l'improbabile ma dirompente Ammore e
Malavita. Un Gomorra rivisto e corretto, in cerca della
nota giusta e di un briciolo di speranza. Nel musicarello napoletano
di colpi di fulmine e pallottole volanti, ci sono:
un piccolo boss che, come in 007, inscena la propria morte
(lui è il solito Buccirosso, mentre la sua Lady Macbeth è una
strepitosa Gerini, con un personaggio iconico come lo fu la
Jessica di Viaggi di nozze); un'infermiera che sa più di
quanto vorrebbe (Serena Rossi, troppo bella per essere soltanto la voce di Frozen); un sicario
incaricato di metterla a tacere (Morelli, ormai attore feticcio, con
poche parole, tanti proiettili e troppa matita sugli occhi), che nei
ricci scuri di lei riconosce il primo amore. Ci si sfrega le mani. Si
affilano i coltelli. Ci si scalda le ugole, ora con effetti
esilaranti (Scampia Disco
Dance, il rifacimento nostrano di What a Feeling) e
ora con brividi a fior di pelle (l'emozionante Bang Bang).
Restano il crimine, baci appassionati e rime baciate, risate che
contagiano tutta la sala; una fiera aria da film di serie B (la regia
è povera, scarna, e si poggia sulla praticità dei droni e la
frenesia della telecamera a mano) a cui aggiungere idee bizzarre e
perfetti equilibri biologici. Esperimento azzardato ma
che centra il bersaglio, Ammore e Malavita è
una sceneggiata kitsch, di buon cuore e belle speranze, dove l'amore è 'o vero l'unica redenzione (impossibile
non sorridere leggendo i titoli di coda: durante le
riprese, scopriamo, sono stati concepiti ben quattro bambini), ma non il
solo di cui cantare. Tanto, a Napoli resta sempre il sole. (7)
Lui
e lei si amano in questa casa che di notte scricchiola tutta, dal
tetto alle fondamenta. Si sussurrano promesse a letto,
accarezzandosi, e qualche volte li strappa dalle lenzuola il suono
del pianoforte scordato. L'uomo muore. Prima di conoscere i loro nomi, prima
di sapere quanto e da quanto si amassero. La donna riconosce il suo
cadavere all'obitorio, lo seppellisce, poi va a casa e si ingozza con
una torta lunga un piano sequenza. Vomita. Non sa che lui è lì, ma
non può tenerle i capelli. Non sa che lui è lì, che la sfiora,
eppure non ha dita. Casey Affleck si è alzato dal tavolo autoptico e
ora si trascina impotente, con un lenzuolo bianco con due buchi per
occhi, nei luoghi in cui ha trascorso la vita con Rooney Mara.
Osserva, vaga, aspetta. Forse la luce in fondo al tunnel da seguire, oppure Dio. Forse il momento in cui lei andrà via senza di lui. Chi ci sarà allora da attendere? A Ghost Story,
scritto e diretto da un David Lowery tornato alle proprie origini
indie dopo la remunerativa parentesi Disney, è un limbo lento e
concentrico sul non-senso della vita. Passato, presente e futuro
sfociano l'uno nell'altro. La nostalgia infesta le stanze e le
epoche, dà eterno tormento e turba il riposo. Melodramma beckettiano dalle suggestioni orrorifiche, a tratti potrebbe apparire
troppo provocatorio per essere vero: un attore fresco di premio Oscar
che recita con il volto coperto, dialoghi muti e il contrappunto da
una colonna sonora da lacrime, sequenze interminabili in cui succede
tutto ma non succede niente, uno strano 4:3 dai bordi smussati per
formato. Nessuno può sapere che sotto un lenzuolo che evoca
spauracchi e risate, attutita ma potente, c'è una tristezza che
giorni dopo sto ancora metabolizzando. Il fantasma con la sindrome di
abbandono, che non dà peso al tempo o al presentimento che l'amore sia l'ennesimo ectoplasma impalpabile, mi ha affranto
e angosciato. Sotto il lenzuolo nessuno può vedere Affleck piangere.
Domandare al vuoto cosmico che senso abbia questo suo esistere, e
questo nostro resistere. Lui e lei devono amarsi ancora, oltre il qui
e oltre l'ora. L'uomo è morto. La donna pure: dentro. Ogni storia
d'amore è una storia di fantasmi. (7,5)
Gli
irreprensibili coniugi Zabinski sono i custodi dello zoo di Varsavia.
Scoppia la Seconda guerra mondiale. Di giorno si fingono collaborazionisti. Di notte, al suono
del pianoforte, si trasformano in reazionari. I custodi di elefanti e
leoni diventano custodi di uomini. Nascondono gli ebrei nel
seminterrato, sottraendoli al ghetto. The Zookeper's Wife (nei
nostri cinema a novembre) inquadra la tragedia
dell'olocausto da un punto di vista inedito. Si è sensibili alla
durezza del tema, alle immagini degli animali sofferenti, allo
splendore di Jessica Chastain – qui, con la grazia di una diva di
altre epoche, è affiancata dall'attore rivelazione del belga Alabama
Monroe e dal sempre convincente
Bruhl, tedesco ferito nell'orgoglio. Ci sono una sottotrama
spionistica, un ritratto di signora, la shoah vissuta in differita
nella Polonia assediata. Chi troppo vuole nulla stringe? Il troppo
stroppia? The Zookeper's Wife,
elegante ma tutt'altro che memorabile, ne esce comunque discretamente. Sulla
scia di Storia di una ladra di libri,
è una bellissima vicenda ma un adattamento, a malincuore, più
giusto che bello. Colpa di un montaggio indegno di una grande
produzione, soprattutto in una parte conclusiva con l'acqua alla
gola; di una scrittura attenta ai fatti – cinque anni condensati in
due ore, con tutti i tagli del caso – e meno ai copioni delle sue
punte di diamante. Chiamate poco, però, una vicenda che come il recente Lion emoziona a scatola chiusa. Chiamate poco la forza di una coppia che
non scoppia, la purezza degli animali e la cattiveria degli uomini,
la persistenza di una natura che resisterà a ogni scempio. (6,5)
Jessica
Brown Findlay, orfana inglese che si arrangia come bibliotecaria in
attesa di scrivere un romanzo tutto suo, è una ragazza strana e
incantevole. Ha innumerevoli disturbi ossessivi compulsivi, e di nero
ha i capi nel guardaroba e il pollice. Nemica
giurata della natura, ha lasciato che sul retro di casa sua crescesse
una piccola giungla. In This Beautiful Fantastic, commedia
pastello a metà tra Il favoloso mondo di Amelie e Matilda,
ha quattro settimane per trasformare quell'intrigo disordinato in un
giardino. Il timore: essere sfrattata. A darle una mano e
l'ispirazione necessaria, una ricca galleria di personaggi maschili:
lo scorbutico vicino Wilkinson, il romantico inventore Irvine, il
contesissimo factotum Andrew Scott. Sognante, dolcissimo e pieno di
ingenuità (talora, spiace dirlo, imperdonabili), il film di Simon
Aboud ha le pile di libri in salotto, i prodigi della natura e le
regole di buon vicinato. La sua fiaba shaby chic a lieto fine, però,
non è all'altezza di un titolo che parla di esagerata bellezza. Derivativa, curata, ma fredda e perfettina come solo un certo
cinema inglese sa. Semina, sì, ma poco raccoglie. (5,5)

Una
voce cavernosa. Baffoni grigi che sfidano la forza di gravità.
Pubblicità ridicole, un tiro di erba buona e qualche riconoscimento
di poco conto – commemorazioni, quasi, come se fosse già morto.
Lee, vecchia gloria del cinema western, sta più di la che di qua: ha
una fama in caduta libera, un cancro al pancreas e, in tanti anni di
carriera, ha collezionato più errori che successi. Riuscirà a farne
una giusta, nel poco tempo che resta? Qualcuno si prenderà a cuore
la sua triste sorte? Un regista giovanissimo, che eppure intuisce e
sa, cuce un dramma agrodolce su un anziano non così sprovveduto, non
così docile, che si adatta alle forme spigolose di uno dei pochi
superstiti di un mondo in estinzione – quello degli sceriffi e
degli indiani, dei miti generazionali. Il settantatreenne Sam
Elliott, una prescenza scenica straordinaria e un fascino che fa
sincera invidia, ricerca allora il perdono della rancorosa figlia
Krysten Ritter e, involontariamente, trova la tenerezza della
bellissima Laura Prepon. E una ragione per risalire la cresta
dell'onda? E il coraggio, da vero eroe qual è stato, di vincere la
paura dell'ospedale e dell'abbandono? Il suo post scriptum da
indirizzare all'attenzione del notaio suona ironico, parzialmente
autobiografico, un po' commovente. Come tipico di quei vecchini
burberi che si fanno volere bene proprio per il loro opporre strenua
resistenza. Come succede quando una sgarbata Hollywood fa in fretta
piazza pulita: vedasi il reinventarsi secondo Bojack Horseman.
Come piace accada nel bel mezzo di quegli amori alternativi, asessuati, parlatissimi, che prevedono passeggiate sul bagnasciuga
e le confidenze più intime. (6,5)