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giovedì 4 agosto 2016

I ♥ Telefilm: Preacher | Stag

Jesse Custer è un pastore per caso, in un Texas che sembra il deserto del Sahara. Climi bollenti, sabbia e sale negli occhi, atmosfere sonnacchiose. Turbolento è il suo gregge, però, così come il suo passato: come ci è finito uno come lui, che ha il fisico da bullo e precedenti per rapina a mano armata, a guidare le anime di una comunità non così tranquilla, non così affidabile? All'inizio, sono le piccole cose a rendere pepata una professione tra le più rigorose: i pettegolezzi nelle confessioni, gli scandali in miniatura, gli sporchi segreti delle vite degli altri. Poi, nel mondo, succedono stranezze su stranezze. E pastori come lui, di qualsiasi religione siano, muoiono per autocombustione: una forza misteriosa ha provato a entrare in loro e, trovando la porta chiusa, patapam, li ha fatti esplodere in tanti grovigli di sangue e interiora. Questa forza, che viene chiamata Genesis, in Jesse riesce a mettere le radici, però. Il potere lo rende coscienzioso, ricercato e dannatamente persuasivo. Qualsiasi cosa dica è un ordine a cui è impossibile sottrarsi: che badasse bene alle parole da usare, nei suoi sermoni, perciò. Condannare alla sofferenza eterna uno sprovveduto è questione di un attimo! Ma ha come una freccia luminescente sulla testa e, in breve, la cittadina accoglie turisti sgraditi: malintenzionati, angeli custodi, creature paranormali. Ed ecco che si rivede Tulip, sua focosa ex, e che l'irresistibile vampiro Cassidy decide di nominarsi suo migliore amico ad honorem. Dio latita, ma c'è chi vuole restaurare l'ordine al posto suo. E saranno bombe atomiche, rivelazioni da antico testamento, fulmini e saette. Sangue: copioso. Volgarità e parentesi grottesche: chi ne ha più ne metta. Fantasia: sempre. Noia: nei primi episodi, dunque raramente. Ispirato a un celebre fumetto che tutti hanno letto tranne il sottoscritto, Preacher è la serie che in tanti aspettavano, in questa estate piatta in sala e iperattiva in TV. Popolosa, scorretta e vagamente blasfema, è un'esperienza mistica – realizzata con il beneplacito del simpatico Seth Rogen, che ne ha diretto anche qualche puntata – coi suoi alti e bassi. Mi è piaciuta, e pure tanto, a scoppio ritardato. Pare, infatti, faccia liberamente da prequel al fumetto. Disturbava i fan veri. Mandava in confusione me – ma talora, vuoi la colonna sonora bellissima e le ispirate invettive di Cassidy contro il sopravvalutato cinema dei Fratelli Coen, anche in brodo di giuggiole. A mancargli, i peli sulla lingua, i freni, l'equilibrio. E quanti sbadigli nell'assistere ai piani di un sindaco mefistofelico e nel guardare, scettici, i flashback (che però flashback non sono) su un cowboy del selvaggio West, che non si capisce bene che ci faccia lì? La scelta di restargli fedele, nonostante tutto, è per le atmosfere con cui già andavo a nozze ai tempi di quel True Blood rovinatosi poi strada facendo; le prove perfette del fichissimo Dominic Cooper, del suo iconico socio irlandese, Joseph Gilgun, e della graziosa Ruth Negga, in odore di Oscar, stando ai più, per Loving; il calderone ribollente di intenzioni e le risse da bettola. Preacher è un pasticcio. Un oggetto non identificato che cade in una latta di vernice rosso sangue e crea schizzi ovunque: su pareti, pavimenti e, perfino, il soffitto. I ferventi cattolici scalpiteranno. I vicini si lamenteranno per gli schiamazzi. La certezza che tutto sia una prova per la stagione che seguirà e i comportamenti scriteriati – ci vuole coraggio da leoni a convocare l'Altissimo in videochat - fanno da garante, però, per un futuro pellegrinaggio tra catastrofi, macchine ruggenti, inferno, paradiso e circondario. (7)

Londinesi a flotte nell'uggiosa ma affascinante Glasgow per il matrimonio del loro amico del cuore. Il loro collante convola a nozze e sono invitati tutti. Anche, loro malgrado, il fratello della futura sposa: timido, impettito, fuori posto, con lo smoking ben stirato e la faccia da suola. Sarà la compagnia ideale per darsi a bevute – con rutto libero incluso – nei pub scozzesi? Imbraccerà come si deve il fucile, nella tradizionale caccia al cervo? La compagnia, affiatata dopo anni e anni di scorribande, sa divertirsi, ma l'idea di partenza – la battuta di caccia – va in malora, quando li coglie di sorpresa la tempesta prima, la violenza del prossimo poi. Mimetizzato nei boschi, c'è un assassino dalla mira impeccabile. E loro, da cacciatori, diventano in fretta prede. Cronaca di un tranquillo weekend di nuvole temporalesche e paura, Stag è una miniserie BBC in tre parti che si pone come un faccia a faccia, parzialmente vincente tra l'altro, tra The Hangover e Dieci piccoli indiani. Sanguinaria commedia gialla, tira fuori dal cilindro qualche omicidio ben orchestrato, i colpi di scena più o meno a sorpresa dell'epilogo e un'eccellente compagnia di interpreti. Un po' seria e un po' sarcastica. Il resto lo fanno i sinistri spettacoli naturali e l'umorismo nero all'inglese, verso la cui scorrettezza (non scordiamoci, però, la loro perfetta idiozia ingiustificata) ho un noto debole. Dopo essere scampati a una mina, perciò, qualcuno deciderà di festeggiare saltellando e, oplà, salterà in aria ugualmente; il protagonista indosserà per tre ore una tuta rosa e acrilica a forma di alce; i moventi, conditi dall'ironia, non saranno tra i più inattaccabili. Stag, che tra me e me pensavo potesse essere una di quelle serie a sorpresa, sbucate dal nulla, è invece un intrattenimento piacevole ma che non lascia lunghi strascichi. Una gita nel verde fine a se stessa, in cui si trovano a colpo sicuro risate passeggere, misteri grandi e piccoli, testimoni di nozze sui generis e una chiusa che, davanti a un twist di troppo che stroppia, lì per lì, lascia confusi. Serve mandare indietro veloce, leggere le interpretazioni sui Social, per chiarirsi le idee. E qualcosa va al proprio posto, così, e qualcosa no. Come dopo una notte di bagordi di cui si conservano flash, indizi e cerchi alla testa. E nei vuoti di memoria, profondi come tombe, ecco che ci scappa il morto. (6,5)