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lunedì 29 dicembre 2025

La mia top 10: i migliori film del 2025






10. Wicked: For Good 

Aspettarlo ha scandito meglio il mio 2025. L'attesa è stata più magica del film in sé? Forse. Ma non vivevo un'esperienza cinematografica così sentita dai tempi della saga di Harry Potter.

9. Twinless

La quota indie. Una black comedy sull'incontro tra due solitudini. Perché perfino il lutto diventa qualcosa da invidiare, quando sei solo al mondo. 

8. After The Hunt – Queer

Doppio film, doppio Guadagnino. L'eleganza degli script teatrali contro i trip lisergici dei romanzi di Burroughs, Roberts contro Craig. La provocazione, e la classe, sono comunque di casa.

7. Here

Quest'anno ho salutato la casa in cui sono stato negli ultimi dieci anni. Ho perso il mio gatto, Ciro. Quando sono tornato alla base, a Natale, ho scoperto tutto più estraneo e vuoto; tutti cambiati. L'incanto di Zemeckis mi ha fatto far pace con il divenire inevitabile.

6. I peccatori – Bring Her Back 

Una grande annata per i film di genere. Ma se l'ibrido di Coogler punta già agli Oscar, domando attenzioni e giustizia per l'opera seconda dei Philippou. Sally Hawkins, spaventosa e struggente, è molto più iconica della villain di Weapons








5. L'amore che non muore – Emilia Perez

Due film pazzi, pieni di musica e pallottole volanti, francesissimi. Un cinema che è dinamismo puro, di cui godere sullo schermo più grande possibile. 

4. The Brutalist

Una morality play degna di Scorsese, Coppola, Anderson. Un grande romanzo americano. 

3. Io sono ancora qui

La tragedia dei desaperecidos in un film sulla forza delle donne. Torres nella performance dell'anno. 

2. Una battaglia dopo l'altra 

Il cinema di Paul Thomas Anderson è una cosa meravigliosa. Quando inneggia alla rivoluzione, di più.

1. Train Dreams 

Un film di uomini minuscoli e alberi immensi, filtrato attraverso lo sguardo del cinema di Malick e le voci di Williams, Steinbeck, Haruf, Strout. 

sabato 30 novembre 2024

Sulla bocca di tutti: Wicked | The Substance | Anora | Parthenope

Smisurato, opulento, coloratissimo, resterà lo spettacolo spettacolare di queste feste. Messo in scena a Broadway da oltre vent'anni, Wicked è un classico del musical che aspettava di arrivare al cinema da un po'. L'ha spuntata, infine, Jon M. Chu: dopo in In the Heights, il regista torna con agilità al genere e raduna un cast impareggiabile. Se il film elettrizza non è soltanto per le scenografie degne delle magie di Hogwarts, né per le coreografie trascinanti (il numero migliore è affidato a Bailey: irresistibile principe-ballerino in fuga dai cliché), ma per l'affinità alchemica tra Erivo e Grande. Se la prima impersona con fierezza un'emarginata dalla pelle verde e dagli acuti struggenti, è la popstar la vera rivelazione: frivola e appariscente, stupisce per gli eccezionali tempi comici e per l'adesione al personaggio. Molto più di un semplice prequel, Wicked punta il dito contro le macchinazioni dei potenti: il potere è un'illusione ottica e la diversità può diventare strumento di propaganda. Divisa tra orgoglio e repressione, Elphaba cerca il suo posto nel mondo in una fiaba che parlava di inclusione, disabilità e specismo ben prima dell'algoritmo di Netflix. Onesto e mai didascalico, il film giunge forse in ritardo a ribadire il messaggio, ma conserva la purezza disarmante di chi fa le cose per la prima volta. Se vi siete sentiti incompresi, qui troverete un senso di appartenenza che vi farà sentire parte di una grandiosa coreografia a prova di gravità. Non abbiate paura di apparire scoordinati: la vita, a tempo debito, vi ha già insegnato tutti i passi. (8)

Non c'è amante più ingrato dello show business. Cinquant'anni sono troppi, decreta, e a poco servono le sedute di ginnastica sfiancanti o i bisturi dei chirurghi. Hollywood si è trasformata in un tritacarne anche per Demi Moore. A lungo lontana dagli schermi, l'ex sex symbol degli anni Novanta si mette a nudo con un ruolo a tratti autobiografico. Non è un canto del cigno, questo, ma un ritorno di fiamma. Fargeat, bravissima in materia di vendette, le cuce addosso un “revenge dress” impossibile da ignorare, con un profondo scollo sulla schiena: è da lì, dalla carne viva, che sbuca Margaret Qualley — la versione più giovane, bella, soda di Demi. Chi vorrebbe tornarsene in un anonimato fatto di comfort food e appuntamenti mancati quando il proprio alter-ego giganteggia, intanto, sui manifesti pubblicitari? Glamour e ributtante, puntuale tanto nei rimandi filmici — Kubrick, Cronenberg, Zemeckis — quanto nelle scudisciate al patriarcato, l'horror premiato a Cannes si confronta con il tema del doppio per riflettere di standard irraggiungibili, competizione femminile, fallocentrismo. La regista escogita un brillante contrappasso di aghi e tagli, escrescenze e secrezioni, dove i mostri del gotico inglese (Frankenstein, Gray, Jekyll e Hyde) trascinano in un amplesso insanguinato tutte le dive tristi raccattate lungo il viale del tramonto (Swanson, Davis, Crawford). Irreversibilmente intrecciati, i morti di fama formeranno una creatura plasmata dai desideri più meschini degli uomini. Per non chiamarci mostri, la chiameremo mostro. (9)

Qualche anno fa, per un addio al celibato, sono stato in uno strip club. Ricordo il vago imbarazzo e la fascinazione verso le spogliarelliste: maestose, ti sussurravano all'orecchio proposte di privé e storie personali. L'ultima protagonista di Sean Baker avrebbe potuto essere una di loro. Giovane e piena di dignità, fa del palo un mezzo di ascesa sociale. Quale sarebbe il risultato se i Coen o Tarantino dirigessero una commedia romantica? Fresco di Palma d'oro, Baker firma un tour de force spassoso e tentacolare, destinato a una deriva rocambolesca in cui questa novella Pretty Woman rischia, a tratti, di scomparire. In cerca del viziato neomarito in fuga, una Mikey Madison da Oscar dà anima e corpo a una sex worker candida e sboccata, divisa tra romanticismo e rivalsa. A proprio agio con il sesso, ma terrorizzata dall'intimità, ci regala la scena più esilarante dell'anno (il tentativo dei tirapiedi russi di rabbonirla) e quella più struggente (l'epilogo in macchina). Il volume delle conversazioni resta troppo alto per i miei gusti. La dimensione corale sposta frequentemente il focus sui lazzi comici dei comprimari. Ma Anora, per fortuna, riconquista le attenzioni dello spettatore proprio in chiusura, spalleggiata da uno scagnozzo dal cuore d'oro. Quando la volontà di potenza, ormai annientata, ti lascia con l'amaro in bocca e il risveglio dal famoso sogno americano ti strappa dagli occhi, infine, il pianto di un bambino deluso. (7,5)

Sedotta e abbandonata da Ulisse, Parthenope si tolse la vita schiantandosi sugli scogli. Napoli è sorta lì: sulla scena del crimine di un amore infelice. La protagonista dell'ultimo Sorrentino e la sirena di Omero hanno in comune ben più del nome. Ma mentre il personaggio leggendario muore tragicamente, la Parthenope di Paolo Sorrentino scoppia di vita in un film che ha la grazia, l'incanto e la presuntuosità della gioventù. Interpretata da Celeste Dalla Porta, abbagliante come lo fu soltanto Bellucci in Malena, cerca dappertutto sé stessa: mai negli occhi degli uomini, anche se tutti (dallo scrittore omosessuale interpretato da Gary Oldman al fratello incestuoso) ne sono invaghiti. La tenteranno le chimere del cinema e i rituali dei clan malavitosi, la corruzione del clero e il mondo accademico. Per il resto, c'è Sorrentino che fa Sorrentino: immagini e colonna sonora si sposano in fantasmagorie barocche; gli inserirti onirici, parodici e grotteschi abbondano; le sequenze memorabili — il ballo a tre sulle note di Cocciante — sono giustapposte a sequenze troppo slegate. Cosa pensa Parthenope? Cosa pensare, soprattutto, di Parthenope? Il film e la sua protagonista hanno la risposta sempre pronta, ma si trincerano dietro snervanti aforismi. Si schermano dietro veli, vetri, maschere per nascondere e amplificare i loro misteri. Sono un miracolo o una truffa? Il dubbio resta, anche se uno sguardo di Dalla Porta — un'altra disunita, un'altra grande bellezza — scioglierebbe finanche il sangue di San Gennaro. (7)