
In
anni di rimaneggiamenti e scarsa fantasia, l'idea del remake, infine,
ha sfiorato anche L'esorcista. Horror cult visto quando non
avevo ancora l'età, verso cui non ho nutrito mai
chissà quale timore: reverenza, sì, perché anche a detta di chi,
guardandolo, non è saltato dalla poltrona, la piccola Regan e la sua
storia infernale non invecchiano mai. Tacciono i soliti detrattori,
però. E, in casa Fox, il novello The Exorcist è
stato accolto senza scomporsi. In parte, perché dietro a un nome che
pesa c'è tutt'altro: se sia un seguito o un reboot, infatti, non è
ancora chiaro. In parte, perché è una serie che spicca per
discrezione e non per ascolti alle stelle. Dietro un titolo
inequivocabile, un'altra storia. In una famiglia di persone devote e
di buon cuore, in cui la matriarca è interpretata da una tiratissima
ma convincente Geena Davis, la piccola di casa – ingenua e
seducente insieme - inizia a comportarsi in maniera inquietante. Ci
si appella al parroco del quartiere, giovane dalla fede vacillante,
che a sua volta chiede la consulenza di un prete noto per i suoi
metodi poco ortodossi. Qui e lì, a intermittenza, risuona lo storico
motivetto che la produzione avrà pagato fior di quattrini per avere.
Qui e lì, The Exorcist ha
i suoi bei pregi: l'interpretazione di Ben Daniels, già magnetico
coreografo in Flesh and Bone –
il suo giovane collaboratore, invece, è il messicano Alfonso
Herrera, visto in Sense8;
un taglio affascinante; i serial killer fanatici che, a partire dal
secondo episodio, sterminano un quartiere, strappando di netto cuore e occhi alle vittime. Cosa lo distingue, però, dallo sfortunato
Damien e da
quell'Outcast che, per
noia, ho volentieri abbandonato a sé stesso? Cosa ha in comune con
il capolavoro di Friedkin, e perché non scegliere di intitolarsi in
altro modo? Sperando che trovi una sua strada e che, con il tempo, il
pubblico americano decida di non cambiare canale, lo seguo volentieri. I pro che
affiorano potrebbero vincere i contro, i pregiudizi e gli
irragionevoli, ma inevitabili, confronti. (Sì)
Mac,
di ritorno dalla guerra del Vietnam, scopre che non c'è più posto per lui. Il
padre si è risposato, la moglie l'ha tradito; gli si nega un lavoro
decoroso e, in città, tutti parlano a mezza voce di uno scandalo
ignominioso successo al fronte. Cosa fare, se nulla hanno potuto i
vietcong, ma il destino si è accanito contro un uomo brusco, ignorante,
un po' violento, ma fondamentalmente sfortunato? Non resta, perciò,
che darsi su richiesta alla vita criminale. Il reduce senza speranze,
ora sicario improvvisato, è il protagonista di Quarry, miniserie tratta dai premiati romanzi noir di Max A. Collins.
I ritmi sono lenti, introspettivi, e gli ambienti grigi e sporchi:
siamo dalle parti di un True Detective,
spiegazzato, insonne, metropolitano. Sullo sfondo, gli anni Settanta
dello scandalo Watergate, tornati già di moda con The Get
Down e Elivs & Nixon. Ma senza lustrini, disco
music, luoghi comuni. Il protagonista, eccellente, è il Logan Marshall
Green che spiccava, per la bella barba e la bella faccia, nonché per
l'impressionante somiglianza con Tom Hardy, nel thriller “da
camera” The Invitation.
Di lui - che esagera, si sporca e si spoglia, come Mortensen in La promessa dell'assassino - e di questo Quarry, giunto intanto al sesto di otto episodi, sentiremo senz'altro parlare.
(Sì)
Eleanor
Shellstrop, in vita, non è mai stata una santa. Bugiarda, avida,
egoista. In vita, dico, perché ora è morta: investita da un camion
che trasportava Viagra, nel bel mezzo del parcheggio di un grande
supermercato. La sua grottesca dipartita, tra il tragico e il
ridicolo, le ha permesso di occupare un posto d'eccezione in paradiso. Un aldilà su
misura, progettato da Michael: braccio destro dell'Altissimo, lì al
suo primo incarico. Ci sono case colorate, cieli blu, si vola e si
incontra l'anima gemella planando. Ci si capisce, perché tutti parlano la
stessa lingua. Ma l'architetto celeste, sbadato e inesperto, ha fatto
un errore madornale. La protagonista, infatti, pecora nera, era
destinata all'altra metà del cielo. Lo sanno solo lei – una
Kristen Bell che ci riprova in tivù, ma con scarsa convinzione – e
il suo unico amico. Manterranno il segreto? Riusciranno a renderla
abbastanza gentile da meritarselo, un posto lassù? La sua presenza,
intanto, scatena il caos. The Good Place, comedy con la ex
Veronica Mars in cerca di nuovi ingaggi e altre mete, è un
intrattenimento dei più innocui. Realizzato così così, non
particolarmente divertente, da vedere solo se non si ha di meglio.
Prevale, in generale, l'impressione che durerà poco. Soprattutto, la sensazione che nel “posto cattivo” ci sarebbe stato
tanto, tanto di più per cui divertirsi. (No)