
Il
selvaggio west: terra di indiani e sceriffi, bettole affollate e
deserti afosi, insidie mortali e brutti ceffi dal grilletto facile.
Scenario ideale, per un avveniristico gioco di ruolo di cui puoi
entrare a far parte. Paghi, e hai a disposizione l'illusione di
sconfinate praterie, dame libidinose, avversari da sconfiggere: puoi
avere il sesso e l'amore, l'avventura, dar voce al tuo sadismo. Gli
abitanti di questo scenario fittizio, al pari di automi, hanno un
copione da rispettare, non provano emozioni e, una volta al giorno,
accolgono in stazione un treno con a bordo nuovi, curiosi visitatori.
Coloro che popolano Westworld sono condannati a vivere
giornate tutte uguali. Il divertimento dei visitatori, il corso degli eventi,
dipenderà dal personaggio a cui si legheranno nel corso del loro
viaggio: per loro non c'è rischio alcuno, però, e un perfido
cavaliere in nero interpretato da Ed Harris – che è lì solo per
compiere massacri, solo per scoprire livelli segreti del gioco che è
diventato la sua vita – fa da filo conduttore. I personaggi di un
mondo in cui tutto è lecito, dopo i bagordi degli acquirenti,
vengono rattoppati in un laboratorio futuristico: dove spesso si
litiga per decretarne le sorti, riscriverne dal nuovo i ruoli; dove
ci si rende conto, presto, che qualcosa non va. Gli automi, così
curati da sembrare persone reali, sentono la coscienza e i ricordi
che affiorano. Westworld,
acclamata già a scatola chiusa, non delude le attese. Cruda,
affascinante, originalissima, è un incrocio tra Atto di
forza e Ex Machina,
con gli scenari sabbiosi del novello I magnifici sette
e l'incentivo di un cast eccelso. Nell'arco di tutto il pilot, ronza una mosca che
i protagonisti scacciano via con un gesto della mano: un fastidio che
anticipa il risveglio dei sensi e, agli appassionati, sembrerà quasi un
omaggio all'episodio più memorabile di Breaking Bad.
Nell'arco dei restanti, immagino, ronzerà il pensiero di essere in
presenza della potenziale serie dell'anno. (Sì)
I
costumi d'epoca mi stanno stretti: non mi si addicono. Le serie
storiche, dunque, non fanno breccia da queste parti: troppo impegnate
e rigorose quelle britanniche, troppo soap quelle leggerissime
alla Reign. Cercare
l'eccezione alla regola, allora, in una fiction Rai, purché capace
di vantare un cast internazionale, un battage pubblicitario che dura
ormai da mesi, un lancio in anteprima
mondiale? Onestamente, non ci speravo. Ma le basse aspettative,
questa volta, non hanno aiutato a fare apparire il bicchiere mezzo
pieno. Confesso che non ce l'ho fatta: io, che eppure ho infinite tendenze masochiste, a un certo punto
ho spento. Così disastroso I Medici – Masters of
Florence? Direi di no, ma
provinciale, scadente e noioso: decisamente. Presentato come il
fiore all'occhiello del palinsesto di quest'anno, annunciato come la
svolta che il piccolo schermo italiano aspettava, è la solita
minestra scondita e allungata, né più e né meno. Ai livelli di Elisa
di Rivombrosa, per dirvi. Al
punto che ti guardi intorno e cerchi la presenza confortante del
solito Beppe Fiorello, che avrebbe fatto senz'altro meglio
dell'annoiato cast straniero. I Medici
(“in famiglia”, aggiungerei) è storicamente lacunoso e
stilisticamente mediocre: la cura di scenografie e costumi, che
comunque non è mai mancata alle fiction Rai, notoriamente superiori
a quelle Mediaset, non è assecondata dalla regia, che più
televisiva non si può, e dal cast. Stendiamo un velo pietoso sugli
attori italiani: pur non volendo cadere nel solito pregiudizio che li
vuole tutti inadatti e limitati, è impossibile spendere parole
gentili, tra doppiaggi risibili, boccoli freschi di messa in piega,
comprensibili complessi di inferiorità. Per fortuna, anche se per
poco, risveglia i sensi la visione della venere Miriam Leone, giacché anche
l'occhio vuole la sua parte. Per tutta la puntata, per tutte le
puntate, le spettatrici potranno dire lo stesso del Richard Madden di
Games of Thrones: un
bellissimo Cosimo, che trasforma gli etero convinti in Cristiano
Malgioglio e sul quale Facebook non si risparmia gif e doppi sensi;
peccato che, oltre all'occhio blu, non abbia altri pregi. E
l'atteso Dustin Hoffman, poi, che pensa soltanto a riscuotere il suo
lauto compenso nel minor tempo possibile? Per riprendersi dalla
delusione di questi Medici non
basta la mutua. (No)

Mike
Painter, psicologo e scrittore di mezza età, torna nella città
natale. Lì dove trent'anni prima è scomparso il fratello gemello
senza lasciare traccia. Lì dove, prima di lui, la stessa fine è
toccata ai bambini del posto, di cui non sono rimasti che i corpicini
appesi a un vecchio albero, con i denti cavati di bocca uno per uno.
A portarlo dove tutto ha avuto inizio, un nuovo libro da scrivere e,
all'indomani di un brutto esaurimento nervoso, una verità di cui
venire a capo. Neanche il tempo di riallacciare i rapporti
d'infanzia, di riabbracciare una madre un po' rancorosa e un'amica
nostalgica, che le sparizioni ricominciano. Ovviamente, lui – figliol
prodigo dalla dubbia lucidità mentale – è il primo sospettato.
Ovviamente, si ha la sensazione di essere su una scena del crimine
vecchia come il mondo, davanti all'ennesimo giallo dalle puntate
contate. A sorpresa, Channel Zero –
serie antologica in sei parti ispirata ai brividi del filone
internettiano “creepypasta” - non è così scontato.
Fanciullesco, onirico, inaffidabile, il pilot del prodotto Syfy è
più suggestivo e inquietante di qualsiasi American Horror Story: violenti
flashback, sinistre marionette, mostri composti da denti umani che
strisciano fuori dalle caverne. Ti domandi: cosa ho visto? E speri di
scoprirlo, e di provare la stessa surreale angoscia, negli episodi
seguenti: protagonista anonimo e un po' antipatico permettendo.
Channel Zero, profondamente
kinghiano, parla di due fratelli identici e inseparabili che,
guardando il televisore spento, si sono inventati un programma
televisivo immaginario; un mondo tutto loro. E, chissà come o
perché, hanno fatto sì che potessero vederlo anche i loro coetanei, sintonizzandosi sul “canale zero” del titolo. Gli stessi che non molto
tempo dopo muiono, invendicati. Vogliamo forse sfidare la sorte e
passare oltre, telecomando alla mano, se Halloween è alle porte, lo
show si è palesato anche agli occhi delle nuove generazioni e questa
terrificante figura dentuta potrebbe vendicarsi per l'affronto? (Sì)