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lunedì 11 settembre 2017

Zapping: Strike, Mr. Mercedes, The Mist, Blood Drive

Cormoran Strike, l'investigatore privato dei romanzi di Robert Galbraith – alias, J.K. Rowling –, arriva in tivù. Stessa Londra uggiosa, stessa penna fiume, stesse trame un po' gialle e un po' rosa. Sulla BBC, non cambiare: stessa spiaggia, stesso mare. Sette episodi da cinquanta minuti ognuno, troppi, per farci stare tutte e cinquecento le pagine del Richiamo del cuculo. Una famosa modella assassinata, e da lì la nascita della collaborazione tra Cormoran – burbero, zoppo, eroe di guerra e figlio illegittimo di una vecchia stella del rock – e Robin, segretaria a un passo dalle nozze. Tom Burke è un filino troppo belloccio, ma va bene così; Holliday Granger, vispa e leziosa, è perfetta e perfettina. Nel pilot della serie Strike, fedelissimo, riconosci a colpo d'occhio i personaggi e le situazioni. Come la miniserie del Seggio Vacante, passata non a torto in sordina, si ha però la sensazione che manchi il guizzo, il desiderio di sperimentare. Gli episodi, intanto, si accumulano. Io conosco il colpevole, conosco il movente, conosco il legame tenero ma indefinibile tra lui e lei. Proseguire, ma quando? Rivederlo, ma a mente fresca? Il piacere di seguire le indagini resta immutato, parliamoci chiaro, ma sul piccolo schermo non se ne sentiva forse il bisogno. Dell'ennesimo giallo inglese, dico, con modi signorili e ironia a sprazzi, che ora la mancanza di uno sguardo personale, ora ricordi troppo vividi, lasciano apprezzare soltanto a metà. (Nì.)


Il detective in pensione che ricordavo: appesantito, malinconico, cupo. Il sociopatico spietato e incestuoso che ricordavo: di giorno impiegato in un negozio di elettrodomestici o alla guida di un candido furgoncino dei gelati, di notte genio del male. Ricordavo le immagini di violenza dell'incipit, con tanto di zoom crudele su una mamma e la sua bambina, in fila alla fiera del lavoro – alto il livello di splatter e alta, come suggerisce l'avviso in apertura, la tentazione di fare associazioni con la strage di Nizza. Dopo il pessimo The Mist e il flop La torre nera, in attesa del ritorno di It sotto Halloween, Stephen King ammazza il tempo con la serie ispirata alla trilogia di Mr. Mercedes. Hard boiled in dieci episodi, Mr. Mercedes – sceneggiato dallo stesso David E. Kelley di Big Little Lies – ha il sangue, l'ossessione, l'umorismo. Si intravedono Jerome, valente aiutante barra giardiniere, e il personaggio di una inedita vicina di casa, che tenta un Brandan Gleeson che più perfetto non si può con le vispe proposte di un Tutto può succedere. Si subodora un adattamento finalmente a fuoco, un King non mutilato nel passaggio in TV. E, da fan, ci si commuove quasi al sol pensiero. (Sì.)

Una cittadina immaginaria della provincia americana. Gli adolescenti e gli adulti, i drammi privati dei padri e dei figli. Una prof licenziata, un'adolescente stuprata dall'atleta popolare alla fine di un festino alcolico, l'immancabile migliore amico gay, un soldato e una donna armata fino ai denti. Qualcosa cala dall'alto e li imprigiona sotto lo stesso tetto. No, non è la cupola di Under The Dome, ma ci andiamo vicino. The Mist, tratto da un racconto di un centinaio di pagine dello stesso King, passa al piccolo schermo dopo un film bellissimo - la rilettura, una delle migliori che siano mai state fatte del Re, ha un finale di una crudeltà clamorosa. Prevedibilmente, amaramente, la serie è più vicina a quella malaugurata cupola venuta dallo spazio che al film, a metà strada tra Carpenter e Romero. Gli effetti speciali sono risibili. Gli intrecci annoiano. Il cast, se non fosse per la presenza della Conroy così cara a Murphy e Lynch, sarebbe dei peggio assortiti. Partiamo male. E la situazione potrebbe peggiorare pefino. La nebbia si è appena depositata. Faccio in tempo a salvarmi? (No.)

Gli anni Novanta, ma in chiave distopica. Gli Stati Uniti sono terra bruciata e i sopravvissuti, sporchi, brutti e cattivi, sono pedine in una gara automobilista clandestina. Ovunque è l'anarchia. Il prezzo della benzina è alle stelle. Le macchine sono alimentate da sangue umano. Nel pilot del tamarissimo Blood Drive, ultima creazione di Syfy che ricalca lo stile rétro di A prova di morte e Planet Terror, i radiatori hanno i denti e il sesso ad alta velocità, in combutta con l'adrenalina, disinnesca gli ordigni. Abbondano lo splatter, i nudi maschili e femminili, la polvere. Uno sbirro (il mitico Alan Richson di Blue Mountain State) è costretto a guidare, con una sensuale e spietata compagna di viaggio per non morire. Certo, è trucido (meglio ancora il secondo episodio, con un piccolo rest stop gestito da uno chef cannibale) ma ha anche dei difetti. Divertirà su lungo tratto? Sarà tutto un correre e ammazzare, o questa distopia offrirà anche qualche spunto intelligente? Sarò ancora divertito all'ultimo episodio, d'autunno, a motori spenti? (Sì.)

venerdì 28 ottobre 2016

Zapping #3: Westworld, I Medici - Masters of Florence, Channel Zero

Il selvaggio west: terra di indiani e sceriffi, bettole affollate e deserti afosi, insidie mortali e brutti ceffi dal grilletto facile. Scenario ideale, per un avveniristico gioco di ruolo di cui puoi entrare a far parte. Paghi, e hai a disposizione l'illusione di sconfinate praterie, dame libidinose, avversari da sconfiggere: puoi avere il sesso e l'amore, l'avventura, dar voce al tuo sadismo. Gli abitanti di questo scenario fittizio, al pari di automi, hanno un copione da rispettare, non provano emozioni e, una volta al giorno, accolgono in stazione un treno con a bordo nuovi, curiosi visitatori. Coloro che popolano Westworld sono condannati a vivere giornate tutte uguali. Il divertimento dei visitatori, il corso degli eventi, dipenderà dal personaggio a cui si legheranno nel corso del loro viaggio: per loro non c'è rischio alcuno, però, e un perfido cavaliere in nero interpretato da Ed Harris – che è lì solo per compiere massacri, solo per scoprire livelli segreti del gioco che è diventato la sua vita – fa da filo conduttore. I personaggi di un mondo in cui tutto è lecito, dopo i bagordi degli acquirenti, vengono rattoppati in un laboratorio futuristico: dove spesso si litiga per decretarne le sorti, riscriverne dal nuovo i ruoli; dove ci si rende conto, presto, che qualcosa non va. Gli automi, così curati da sembrare persone reali, sentono la coscienza e i ricordi che affiorano. Westworld, acclamata già a scatola chiusa, non delude le attese. Cruda, affascinante, originalissima, è un incrocio tra Atto di forza e Ex Machina, con gli scenari sabbiosi del novello I magnifici sette e l'incentivo di un cast eccelso. Nell'arco di tutto il pilot, ronza una mosca che i protagonisti scacciano via con un gesto della mano: un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi e, agli appassionati, sembrerà quasi un omaggio all'episodio più memorabile di Breaking Bad. Nell'arco dei restanti, immagino, ronzerà il pensiero di essere in presenza della potenziale serie dell'anno. (Sì)

I costumi d'epoca mi stanno stretti: non mi si addicono. Le serie storiche, dunque, non fanno breccia da queste parti: troppo impegnate e rigorose quelle britanniche, troppo soap quelle leggerissime alla Reign. Cercare l'eccezione alla regola, allora, in una fiction Rai, purché capace di vantare un cast internazionale, un battage pubblicitario che dura ormai da mesi, un lancio in anteprima mondiale? Onestamente, non ci speravo. Ma le basse aspettative, questa volta, non hanno aiutato a fare apparire il bicchiere mezzo pieno. Confesso che non ce l'ho fatta: io, che eppure ho infinite tendenze masochiste, a un certo punto ho spento. Così disastroso I Medici – Masters of Florence? Direi di no, ma provinciale, scadente e noioso: decisamente. Presentato come il fiore all'occhiello del palinsesto di quest'anno, annunciato come la svolta che il piccolo schermo italiano aspettava, è la solita minestra scondita e allungata, né più e né meno. Ai livelli di Elisa di Rivombrosa, per dirvi. Al punto che ti guardi intorno e cerchi la presenza confortante del solito Beppe Fiorello, che avrebbe fatto senz'altro meglio dell'annoiato cast straniero. I Medici (“in famiglia”, aggiungerei) è storicamente lacunoso e stilisticamente mediocre: la cura di scenografie e costumi, che comunque non è mai mancata alle fiction Rai, notoriamente superiori a quelle Mediaset, non è assecondata dalla regia, che più televisiva non si può, e dal cast. Stendiamo un velo pietoso sugli attori italiani: pur non volendo cadere nel solito pregiudizio che li vuole tutti inadatti e limitati, è impossibile spendere parole gentili, tra doppiaggi risibili, boccoli freschi di messa in piega, comprensibili complessi di inferiorità. Per fortuna, anche se per poco, risveglia i sensi la visione della venere Miriam Leone, giacché anche l'occhio vuole la sua parte. Per tutta la puntata, per tutte le puntate, le spettatrici potranno dire lo stesso del Richard Madden di Games of Thrones: un bellissimo Cosimo, che trasforma gli etero convinti in Cristiano Malgioglio e sul quale Facebook non si risparmia gif e doppi sensi; peccato che, oltre all'occhio blu, non abbia altri pregi. E l'atteso Dustin Hoffman, poi, che pensa soltanto a riscuotere il suo lauto compenso nel minor tempo possibile? Per riprendersi dalla delusione di questi Medici non basta la mutua. (No)

Mike Painter, psicologo e scrittore di mezza età, torna nella città natale. Lì dove trent'anni prima è scomparso il fratello gemello senza lasciare traccia. Lì dove, prima di lui, la stessa fine è toccata ai bambini del posto, di cui non sono rimasti che i corpicini appesi a un vecchio albero, con i denti cavati di bocca uno per uno. A portarlo dove tutto ha avuto inizio, un nuovo libro da scrivere e, all'indomani di un brutto esaurimento nervoso, una verità di cui venire a capo. Neanche il tempo di riallacciare i rapporti d'infanzia, di riabbracciare una madre un po' rancorosa e un'amica nostalgica, che le sparizioni ricominciano. Ovviamente, lui – figliol prodigo dalla dubbia lucidità mentale – è il primo sospettato. Ovviamente, si ha la sensazione di essere su una scena del crimine vecchia come il mondo, davanti all'ennesimo giallo dalle puntate contate. A sorpresa, Channel Zero – serie antologica in sei parti ispirata ai brividi del filone internettiano “creepypasta” - non è così scontato. Fanciullesco, onirico, inaffidabile, il pilot del prodotto Syfy è più suggestivo e inquietante di qualsiasi American Horror Story: violenti flashback, sinistre marionette, mostri composti da denti umani che strisciano fuori dalle caverne. Ti domandi: cosa ho visto? E speri di scoprirlo, e di provare la stessa surreale angoscia, negli episodi seguenti: protagonista anonimo e un po' antipatico permettendo. Channel Zero, profondamente kinghiano, parla di due fratelli identici e inseparabili che, guardando il televisore spento, si sono inventati un programma televisivo immaginario; un mondo tutto loro. E, chissà come o perché, hanno fatto sì che potessero vederlo anche i loro coetanei, sintonizzandosi sul “canale zero” del titolo. Gli stessi che non molto tempo dopo muiono, invendicati. Vogliamo forse sfidare la sorte e passare oltre, telecomando alla mano, se Halloween è alle porte, lo show si è palesato anche agli occhi delle nuove generazioni e questa terrificante figura dentuta potrebbe vendicarsi per l'affronto? (Sì)