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mercoledì 27 marzo 2019

(Non solo) David | Euforia, Troppa grazia, Ride, Una storia senza nome, La prima pietra, Cosa fai a Capodanno?

Per Lisa era un Dolan all'italiana, ma a malincuore lo avevo perso in sala. Le mie aspettative, alle stelle sapendolo nominatissimo, sono state disattese solo in parte. Vero: sui cieli di Roma si aggirano stormi coreografici, sui corpi nudi vengono proiettati ipnotici giochi di luce e i balli in corsia conciliano la commozione. A lungo, però, la seconda prova della consapevole Valeria Golino ha i pregi e i difetti delle nostre produzioni: Euforia sarà quindi un dramma fatto di personaggi sfaccettati, dei soliti attori bravissimi, con uno spunto talmente classico che poco di nuovo ha da sviscerare in due ore. I contro appartengono a un cinema d'autore che a volte gira a vuoto, strizzando furbescamente l'occhio all'indigesto Sorrentino, ma sa scoprirsi altresì capace di smorzare la malinconia e di sublimare, così, le peggiori difficoltà. La regista napoletana ama lasciare l'amaro in bocca, le scene sospese e, checché se ne dica, Riccardo Scamarcio: allo storico ex, infatti, la Golino regala un personaggio centrale nonché uno dei suoi ruoli migliori. Omosessuale gaudente e spendaccione, ospita in casa il fratello maggiore: un Mastandrea in fin di vita da proteggere dalla verità. Generoso ma prevaricatore, Scamarcio sbandiera le carte di credito e nasconde lo sporco sotto il tappeto. Allo stesso modo, con una studiata forma di egoismo, maschera la preoccupazione verso quel fratello burbero e dolente. Gli indora la pillola con i capricci e gli sperperi, con la fede, con l'amore ritrovato dell'amante Trinca. È tutto sotto controllo, o così si illude. Quanto è giusto pretendere una vita al massimo e togliere all'altro il diritto alla paura, al dolore? Euforia, filtrato dall'amato-odiato personaggio principale, si fa apprezzare più con la testa che con il cuore. Come accade a Scamarcio con Mastradrea, si dimostra onesto soltanto alla fine. Al malato, intanto, sfuggono l'equilibrio e le parole. Verbosissimo ma misurato, al contrario, il film sa come non rimanerne a corto. (7)

L'Italia, terra di miracoli e appalti truffaldini. A fare i conti con gli uni e con gli altri è una geometra fresca di separazione, con ingaggi ormai rarissimi e uno spiccato senso della giustizia. Se lei è la radiosa Rohrwacher, talento impareggiabile a cui si addicono l'ironia e la fisicità di un ruolo più solare dei soliti, non è una sorpresa scoprirla in contatto nientemeno che con la Madonna: a proprio agio con le questioni di fede, dopo Il miracolo e Lazzaro felice, l'attrice fa i conti con un'entità dai modi bruschi, disposta a strapparle i capelli e a prenderla a schiaffi pur di sbatterle in faccia l'evidenza. Commedia in odore di santità, troppo metaforica per risultare perfetta, Troppa grazia ha un ottimo incipit e un prosieguo vittima dell'astrattismo post-new age. Senza tralasciare gli alti e bassi della vita coniugale accanto a Germano e gli atti coraggiosi per sovvertire la corruzione dello status quo, il folle Gianni Zanasi mescola riflessioni sparse sulla salvaguardia del territorio, l'immigrazione e il femminismo. Troppi elementi, con il rischio che lo spettatore non sappia fino in fondo su quale concentrarsi in vista di una chiusa significativa e un po' irrisolta sulle note da lacrime dei Radiohead. Il titolo lo suggeriva: troppo in ballo, ma poco importa. Una scrittura brillante fatta di contraddizioni e paradossi e una Rohwacher da David bastano a credere nei miracoli di un certo cinema italiano; alle preghiere di una creatura bizzarra e amabile contro questo nostro mondo allo sbaraglio. (7)

Mastrandrea fa di nuovo i conti con la morte: questa volta, dietro la macchina da presa. Accolto tiepidamente, nonostante l'autorevolezza di un interprete capace anche di scrivere e dirigere, Ride è una dramedy nostrana che piace per struttura e piglio. Organizzato in lunghi quadri, il film studia le reazioni dei superstiti – si parla di un incidente sul lavoro finito in tragedia – e i loro meccanismi di difesa all'alba delle esequie. Mentre l'orfano pianifica un'intervista per conquistare la bella della classe e il padre del defunto si scontra con il secondogenito ripudiato, la vedova – la scommessa Chiara Martegiani, compagna del regista – lotta con quelle lacrime che non vogliono scendere. Perché non si strugge ma continua ad avere fame e sonno, a cantare a squarciagola la loro canzone d'amore anziché piangerci su? Non mancheranno i gesti di ribellione e i riavvicinamenti, i faccia a faccia e le abbuffate consolatorie. Non mancheranno la poesia del cinema indie: ricorderò a lungo un bambino che apre l'ombrello in casa per riparare la mamma da una pioggia torrenziale. Tutti hanno lacrime, storie, ricordi. Ma nella Marchegiani, gli occhi screziati di mascara e l'accento veneto, il giorno del funerale genera una strana ansia da prestazione. Grezzo ma già interessantissimo, Ride ha la colonna sonora giusta, dialoghi disarmanti e un espediente non da poco: conoscere la persona scomparsa non in fotografa, non nei flashback, ma attraverso chi le è stata accanto. Quali sono state le sue ultime parole? Cosa direbbe se sapesse che la moglie ha bisogno di imitare la fidanzatina del liceo per capire cosa sia il lutto? Proprio Mastandrea, parlava in Euforia del diritto a stare male. Qui, invece, di quello a star bene. Non c'è un unico modo per reagire. Non c'è un unico modo per trattarlo. Valerio, con la fortuna del principiante, individua quello vincente. (7+)

I lettori ricorderanno Vani, l'eroina dei romanzi di Alice Basso: ghost writer alle prese con i grattacapi del giallo. Di una simile disavventura si rende protagonista la goffa Ramazzotti: segretaria, di nascosto firma le migliori sceneggiature di Gassman, dongiovanni bugiardo che a piacimento le fa gli occhi dolci. Non era sua intenzione metterlo nei guai. L'amante giace in coma, adesso, perché la nuova sceneggiatura della protagonista ha fatto andare su tutte le furie le persone sbagliate: peccato non l'abbia scritta lei. Si è fidata della soffiata dell'enigmatico Carpentieri, e la storia della sua vita si è trasformata all'improvviso in un intrigo spionistico di arte, donne e mafia. Sullo sfondo della settima arte, Una storia senza nome è una commedia di grande maniera. Autoironica, densa, fatta di storie dentro storie e slittamenti frequenti. Ha tanto di buono, anche se non tutto funziona. La sceneggiatura, al contrario di quella scritta dalla Ramazzotti, ha qualche intoppo, passaggi frettolosi, e pur divertendo lascia amareggiati al ricordo della buona prima parte. Non si rivela, infatti, all'altezza dell'intelligenza dell'incipit, ma lo spettatore finisce per congedare Roberto Andò senza rimproveri. Intrattenuto da un caso di cronaca che l'immaginazione trasforma in un mystery. Stretto in un cast variegato, in cui spesso rubano la scena mamma Morante e un Gassman furfante anche in un letto d'ospedale. (6,5)

Prendete una scuola pubblica, il personale oberato e un atto di vandalismo che ha portato a convocare d'urgenza la famiglia del bambino. C'è una finestra infranta da sostituire, ci sono due bidelli che non si accontentano delle scuse. Aggiungete, poi, che il bambino incriminato è pure straniero e che Kasia Smutniak e Serra Yalmaz sono pronte a difenderlo con le unghie e con i denti scomodando razzismo e pregiudizio. I ruoli della recita di Natale, tuttavia, riflettono quelli sociali: come si difenderanno gli scoppiettanti Guzzanti e Mascino dall'accusa di avere assegnato agli alunni extracomunitari le parti degli animali? Gli esiti, dati da un coro di personaggi agli antipodi, sono di quelli conflittuali. A due giorni dalla festa che dovrebbe renderci tutti più buoni, volano botte da orbi, veleni e frustrazioni. Dotato di una struttura teatrale ormai meno pericolosa che in passato, cattivo fino all'ultimo, La prima pietra è scritto abbastanza bene da reggersi senza irritare ma non tanto da risultare memorabile. Inferiore ai suoi referenti, da Polanski a Genovese, resta comunque un gustoso anti-cinepanettone in giorni che ci vorrebbero tutti più buonisti, tutti più ipocriti. Gli stranieri ci rubano il lavoro? Il crocifisso in aula, sì o no? A farne le spese, mentre imperversa l'egoismo degli adulti, saranno i bambini. (6,5)

Prendete uno chalet, un manipolo di scambisti, fraintendimenti in quantità. Ci sono due ladri che si spacciano per i padroni di casa. Ci sono ospiti vogliosissimi, che non si accontentano però del benservito. Aggiungete poi che in radio si parla di una probabile fine del mondo. Come ingannare l'attesa se non con l'ammucchiata? Un'altra battaglia dei sessi. Un altro conflitto generazionale. Un'altra commedia satirica che gioca con gli ambienti circoscritti, le apostrofi satiriche, pur mancando di personaggi che non risultino sempre macchiette. Le assurdità degne del primo Ammaniti spiazzano e divertono: funghetti allucinogeni, dita mozzate, aragoste in fuga e cani assassini. Quelle inspiegabili, purtroppo, altrettanto: quale utilità trovare ai personaggi della coppia Scamarcio-Lodovini, agli addetti del catering bloccati nella tormenta? I riferimenti sono ambiziosi, da Tarantino ai Cohen, e qualcuno potrebbe perfino dirsi sorpreso del risultato: un sofisticato film d'interni, volutamente sopra le righe, in cui trionfano l'umorismo nero e i preliminari. C'è lo spunto, c'è la gente giusta e a colpo d'occhio non dispiacciono neppure le atmosfere asfissianti: peccato che, a proposito di sesso, non si arrivi mai al sodo. Sebbene il fascino delle interpreti femminili regali qualche nota piccante – la sexy gallerista Ferrari, la Lisbeth Salander di una Puccini fuori parte, la cafona di buoni sentimenti della solita Pasotrelli –, il risultato è maldestro. Non aspettatevi i fuochi d'artificio. (5,5)

sabato 15 dicembre 2018

Mr. Ciak: Lazzaro felice, Il testimone invisibile, Searching, Lucky

Si chiama Lazzaro e come l'omonimo biblico ha vissuto una doppia vita. La prima ha inizio in una campagna senza confini e senza tempo in cui si sgobba con il sorriso sulle labbra: un'adolescenza come mezzadro nei terreni di un'avara nobildonna e, grazie all'arrivo del figlio ribelle di lei, finalmente l'epifania. La marchesa ha costretto i braccianti a un Medioevo ignorante, truffaldino e malpagato: sovrana di un impero di tabacco pronto a vacillare, la Braschi ha intossicato la manodopera con un lavoro nobilitante all'apparenza e infinite bugie. La verità, tuttavia, rende liberi davvero? Qual è l'effetto del progresso su chi l'ha conosciuto di sfuggita per generazioni e generazioni, complici le visite sporadiche di rampolli capricciosi dal ciuffo punk? L'acclamatissima Alice Rohrwacher porta con sé i plausi di Cannes, l'affezionata sorella Alba e un diffuso senso di stupore. Il taglio verista di una prima metà in linea con il cinema di Olmi si sposa con le stranezze della conclusiva: quella in cui scoprire che il tempo è relativo, e che per alcuni non passa mai, per altri vola in un lampo. Quella in cui questo Lazzaro con gli occhi belli dell'esordiente Adriano Tardiolo – ventenne acerbo e imbabolato, eppure capace di bucare lo schermo con la semplicità di un'occhiata – ci conduce in una moderna agiografia piena di allegorie e prodigi inspiegati. Proprietà di nessuno, senza mamma né padre, il protagonista si fa in quattro per il prossimo e ama sognarsi fratellastro di un figlio di papà di cui brama l'amicizia. Non cede a compromessi, non cresce, non viene scacciato. Fa ingresso nella sua seconda vita sulle proprie gambe, gioioso come una Pasqua, seguendo le indicazioni stradali dei ladri d'appartamenti e la luna nel cielo. Un Piccolo principe in cerca della sua Rosa, un San Francesco capace di ammansire le bestie selvagge e meno i capitalisti, che fa tappa in un'altra esistenza. Poiché miserabile quanto la prima, bisogna imparare a sfruttare per non essere sfruttati e non c'è traccia di verde se non ai bordi delle ferrovie. C'è sempre indigenza, ma di un tipo diverso. Abbondano i grigi, i debiti, lo squallore, e la magica sospensione dell'apologo viene minacciata dalla mancanza di galanteria, dallo strombazzare delle automobili imbottigliate, dalla fila inferocita in banca. Lo segue la musica. Lo segue un lupo, anche a costo di sfidare il traffico dell'ora di punta. Lo seguiamo noi, a tratti troppo confusi per dirsi felici, ma incantati. (7,5)

L'ambizioso imprenditore Scamarcio è riverso in una camera d'albergo. Poco più in là c'è il cadavere di una Leone femme fatale. La stanza è chiusa dall'interno, le finestre bloccate. Da dov'è entrato, da dov'è uscito l'assassino? All'alba di una testimonianza decisiva, una grandissima Maria Parato torchia l'uomo: seduti agli antipodi del tavolo, avvocato e cliente rivangano il passato. Arrivando a riesumare il ricordo di un incidente con omissione di soccorso di cui papà Bentivoglio ancora non si capacita. E un piano criminale su più livelli i cui esiti lasciano basiti per i mille incastri, lo studio machiavellico dei colpi di scena, gli intrighi delle deposizioni. Il testimone invisibile, visto in anteprima a una proiezione gratuita, è un thriller coi fiocchi: non facciamone un altro mistero. Peccato che, a proposito di inganni, abbia un risvolto negativo: le sue idee migliori vengono dal bel Contrattempo, passato purtroppo in sordina su Netflix. Copia carbone dell'originale spagnolo, il film nostrano si sposta dalla Catalogna al Trentino; ripropone l'eleganza della messa in scena e le claustrofobiche atmosfere teatrali senza improvvisare variazioni sul tema. Il remake non aggiunge niente di nuovo, no, ma continua a essere un intrattenimento a regola d'arte: possiamo fargliene forse un crimine se Mordini, dopo Pericle il nero, proprio non sfigura nel paragone? Le dinamiche del giallo alla Christie restano vincenti perché lasciate intonse. Rispondono a tono, così, il montaggio serratissimo; una regia di insospettabile classe; un quartetto di attori convincenti che non si lasciano intimidire mai dai voltafaccia o dagli stravolgimenti dei punti di vista. Una domanda resta, e su un blog che parla di romanzi suonerà senz'altro obbligata: perché scomodare autori stranieri con le librerie piene di firme rinomate – vedasi Donato Carrisi, prima scrittore e poi regista dell'altrettanto solido La ragazza della nebbia? Mi sarei lambiccato, confesso, davanti a un rimaneggiamento indecoroso. I bandoli del Testimone invisibile, nonostante la conoscenza dell'originale abbia rovinato l'effetto sorpresa, mi hanno però divertito da morire. Trucchi, beffe e segreti di un giallo perfetto su un delitto perfetto: peccato, questa volta, sia d'importazione. (7)

Che invenzione, il computer. Scatola magica che da vent'anni a questa parte custodisce le nostre vite come un infinito album fotografico. Contiene traccia delle nostre gioie e dei nostri dolori, una copia delle ricette della nonna e le e-mail urgenti, scatti e video in abbondanza. Un corto circuito, un comune guasto, e ci sentiremmo persi per sempre. Il computer è un diario intimo: a volte, il confessore dei nostri peggiori segreti. Lo pensiamo seguendone attravero uno schermo gli alti e bassi della splendida famiglia Kim – dalla spensieratezza dei primi giorni di scuola fino alla tragica morte della donna di casa, senza mai trascurare i saggi di fine anno o le vacanze in compagnia – e a proprie spese, nel momento del bisogno, lo scopre il capofamiglia di un John Cho sempre più serio, sempre più intenso. Sua figlia, quindici anni, è scomparsa. Tre chiamate perse in piena notte, l'impossibilità di rintracciarla, e infine un'amara consapevolezza. Non è in gita con gli amici – non ne aveva –, non è a lezione di pianoforte – ha smesso di nascosto sei mesi prima –, non è nella macchina ripescata dal fondo della palude – qualche macchia di sangue sul cruscotto, ma il cadavere manca. L'opinione pubblica, gli hashtag, i messaggi su Facebook parlano di Margot come di una novella Laura Palmer: che fine ha fatto? Sono tutti sospettati, compreso quel papà apprensivo – evidentemente non abbastanza – con cui l'adolescente evitava qualsiasi dialogo, preferendo raccontarsi perfino agli sconosciuti di YouCam. Aggiungete al quadro un'ottima Debra Messing, inedita sbirra con a cuore il destino della scomparsa, e potreste avere la trama del classico giallo investigativo. La realizzazione di Searching invece spiazza: esperimento non meno efficace dei recenti The Guilty e American Vandal, a opera di un esordiente di ventisei anni appena. È da un computer che assistiamo all'intero diramarsi della vicenda: leggiamo i messaggi privati, origliamo le conversazioni telefoniche, frughiamo nei ricordi in cerca di indizi. Zoomiamo. E in questo intelligente elogio all'arte del multitasking – i pericoli della rete, eppure, son sempre dietro l'angolo – si trovano le risposte a tutti i misteri, i colpi di scena spiazzanti e un cuore assolutamente commovente. Toccante e calibratissimo, perfetta unione di mezzi tecnici e scrittura d'impatto, Searching è la struggente ricerca di un uomo solo: una tipica riflessione sul rapporto genitori-figli, sul paradosso tutto contemporaneo dell'asocialità al tempo dei social, che sceglie il più atipico dei mezzi per illuminarci. Dopo Crazy Rich Asians, è l'anno degli attori coerani che conquistano i cinema e il botteghino americano. È l'anno dei gialli bellissimi perché inaspettati, come una richiesta d'amicizia inoltrata dalla suspance in persona. (7,5)

Esercizi tutte le mattine, lunghe passeggiate, un irrinunciabile pacchetto di sigarette nel taschino. Le gambe snelle, il cuore giovane, due polmoni perfetti. Finché Lucky, arzillo ma solo al mondo, un giorno sviene: così, dal nulla. Ha novant'anni suonati e prima di quel malessere viveva la sua modesta routine nell'inconsapevolezza: non si era mai reso conto di essere vecchio. Come reinventarsi nell'immobilismo stagnante di certe province? Come essere una persona migliore, se a lungo ha evitato aiuti esterni, compagnia e palliativi? Sorprendersi delle piccole cose è sempre un'ottima idea: i quiz a premi alla tivù, un posto a sedere alternativo nel solito bar, la testuggine in fuga dell'amico David Lynch, qualche rissa da non disdegnare poiché reduce di guerra. Non pensarci, alla morte, significa forse evitare che accada? È stata lei alla fine a cogliere in contropiede lo straordinario Harry Dean Stanton: il caratterista nell'ombra, qui al suo primo e ultimo film da protagonista, sarebbe scomparso poco dopo aver prestato acciacchi e speranze a un personaggio dal nome augurale. Retore astutissimo, caratterizzato da un senso di giustizia e un decoro d'altre epoche, l'anziano ascolta Johnny Cash, s'imbuca ai compleanni dei bambini e canta con i mariachi commuovendoci un po', parla di nichilismo e antichi conflitti armati. Lascia la porta aperta alle tartarughe, che magari poi tornano a casa, e alla bellezza dell'imprevisto: un cactus centenario e mal tenuto – peggio di lui, insomma – sulla cui cima non smettono di fiorire i boccioli. Piccolo e saggio, con atmosfere vicine ai romanzi di Kent Haruf, l'esordio alla regia di John Carroll Lynch è una lezione di vita già sentita, ma con l'urgenza agrodolce del commiato. Senza mai calcare la mano – anzi, il passo – cammina su questa terra, in questa esistenza, e a ben vedere qualche impronta la lascia. Grazie agli andirivieni di una routine reiterata. Grazie a una sceneggiatura onesta, che non cerca stratagemmi per farsi ricordare, eppure ci farà ricordare di Stanton. Per sentirci fortunati di averlo conosciuto: anche se poco, anche se in ritardo. (7)