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lunedì 19 febbraio 2024

Recensione: Cuore nero, di Silvia Avallone

| Cuore nero, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 20, pp. 368 |

Nelle ultime settimane ho recuperato Mare fuori. L'ho visto in apnea. Ne ho parlato a lezione con i miei studenti, citando ora gli amanti rivali di Shakespeare e ora Manzoni, con quella testa calda di Renzo in fuga da Milano. L'ho divorato, ma criticato, facendo riflettere i più giovani sulla romanticizzazione della criminalità, sull'approssimazione della sceneggiatura e della recitazione, ma soprattutto sulla pecca maggiore: perfino nella furia compulsiva del binge watching non può sfuggire la completa assenza di speranza in una produzione pensata per un target adolescenziale. Per i beniamini del pubblico non c'è riscatto: quando escono dall'IPM di Napoli sono destinati o a ritornarci, o a moririre. Ho alternato alla visione l'ultimo romanzo di Silvia Avallone: provvidenzialmente, un'altra storia che similmente parla di carcere minorile, amicizie fatali, giovinezze interrotte. Qui, tuttavia, c'è ciò che manca alla produzione Rai: una riflessione sulla fatica di ricominciare. Non altrove, bensì da sé stessi. Dopo un'adolescenza spesa nel minorile di Bologna, c'è chi non riesce a riscattarsi e si toglie la vita; c'è chi non soltanto si reinventa, ma nel frattempo si è diplomato o finanche laureato; infine c'è Emilia, la protagonista, che in fuga dalla gogna mediatica si rifugia in un eremo irraggiungibile ai confini del Piemonte. A Sassaia non ci sono strade percorribili in macchina, televisori, persone che possano ricordare i dettagli di cronaca. Quel borgo fantasma che ha ospitato streghe, eretici e partigiani conta due abitanti appena: con l'arrivo di Emilia, tre.

Ora ti sembrerà impossibile. Ma io ti garantisco che tutto passa. E, se non può passare, cambia.

La donna, ormai trentunenne, è disabituata al silenzio, alla tecnologia, a uomini che non siano suo padre. Ferma all'estate dei suoi quindici anni, ai poster di DiCaprio e Britney Spears, è la caricatura di una teenager controcorrente, tutta sigarette e scarponi. Reagisce alla libertà come un cerbiatto accecato dagli abbaglianti. Diffidente, non si fida nemmeno di Bruno: un solitario maestro elementare che lascia le castagne migliori in dono ai defunti genitori e combatte l'analfabetismo della valle nell'impossibilità di fare altrettanto coi propri dolori. Leggerà poesie per fare addormentare Emilia. Ci andrà a letto prima di conoscere il suo nome: troppa la fame di calore umano. Si innamorerà di lei, ricambiato, senza conoscerne l'oscurità interiore. Cosa penserebbe lui, vittima dell'ingiustizia, della relazione con lei, carnefice? A raccontarci la loro storia è Bruno, a lungo ignaro, che costruisce la nuova routine di coppia su una fragile bugia in cui hanno entrambi il disperato bisogno di credere. Ma Cuore nero non è soltanto il resoconto di un incontro vissuto con l'entusiasmo febbrile di una seconda adolescenza. È soprattutto l'esame di una coscienza sporca, logora, che per trovare rattoppi ha dovuto conoscere la detenzione: con le sue privazioni, con le sue amicizie e inimicizie, con l'autolesionismo e gli psicofarmaci, ma anche con l'istruzione carceraria.

Ti dicono: “Vai, sei prosciolta”, ma è solo una parola. Come troia e ti odio nel diario dei sedici anni. La verità è che non ti puoi sciogliere da te stessa, che non c'è modo di tornare indietro, sistemare le cose, tirare un sospiro di sollievo e, finalmente, andare avanti.

Grazie alla prof giusta, le detenute scoprono Dante e Dostoevskij. Sostengono la maturità da privatiste, commosse dall'opportunità di mimetizzarsi per una volta con i loro coetanei. «Stronze, troie e regine», corrono perfino alle urne. Tra un romanzo e l'altro, l'autrice ha insegnato scrittura creativa in carcere. Ha dialogato con detenuti, educatori, giudici. È nata così una vicenda sì d'immaginazione, ma attentissima ai sogni e agli incubi dei diseredati. Com'è la neve vista da dietro le sbarre? Cosa significa scoprire il sesso a trent'anni? Quanto è profondo l'abisso, quanto difficile coltivare fiori sul suo bordo vertiginoso? Tragico, commovente e realistico, questo ritorno in libreria colpisce e affonda grazie a due protagonisti chiaroscurati e al calore di una scrittura che infonde quiete. Avallone non è più l'autrice arrabbiata degli inizi. È cresciuta, e la ribellione dell'esordio ha lasciato spazio a maturità e consapevolezza. La leggo e la immagino in pace. In Emilia è possibile scorgere traccia dei vecchi spigoli di Silvia, dei prefabbricati industriali e dei sentimenti morbosi di Acciaio, ma il meglio di lei è in Bruno: un omone a cui dona grazia, pacatezza, empatia. È lui a spiegare si suoi alunni che la nostra lingua è viva: cambia, si evolve. Gli errori di ortografia sono legittimi. Si impara a furia di sbagli, e c'è speranza anche per Martino Fiume, un discolo che proprio non vuol saperne di applicarsi. Ha sbagliato anche Emilia: un'anima smarrita da ricondurre sulla retta via dell'auto-assoluzione. E in discoteca, nella notte Capodanno, in un passo a due sulle note di un tormentone di Gigi D'Agostino. Il male dietro. Il mare fuori, certo, ma a un passo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gigi D'Agostino – L'Amour Toujours

giovedì 31 dicembre 2020

[2020] Top 10: Le mie letture

Quest'anno sono stato adolescente a Procida, quando minacciavano di portare il plexiglas al mare. 
Ho conosciuto il razzismo negli anni Ottanta che Netflix non mostra. 
In Ohio ho visto morire il sogno americano, assieme a una generazione di disillusi. 
A Crosby, nel Maine, sono passato a trovare un'insegnante in pensione: mi ha insegnato tantissimo. 
Ho desiderato tatuarmi un colibrì, sentendolo affine, e trasferirmi in Wisconsin in inverno. 
Ho soggiornato in un condominio israeliano, e a ogni piano ho trovato un po' di me stesso. 
Non contento dei dolori della mia famiglia, mi sono caricato di quelli degli Starling: la vista sul lago mozzava il fiato, ma i mulinelli erano in agguato. 
Ho avuto un'amica stretta, si chiamava Bea, faceva la fashion blogger. 
Sono stato un'eroina transgender, nei giorni in cui il TG raccontava la fine della storia d'amore tra Maria Paola e Ciro a Caivano. 
Sono stato adulto e bambino; maschio, femmina, a un bivio. Sono stato dappertutto e da nessuna parte. Seduto sul divano, ho letto ottanta libri – meno del solito, probabilmente: sono stati parecchi i giorni storti – e vissuto ottanta vite. Fuori c'era il Covid-19, non potevo andare da nessun'altra parte. Non avevo altra scelta, dirà qualcuno Però i miei libri li ho scelti, sì, e li sceglierò anche domani. 
Voi, invece, chi siete stati?

10. Un'amicizia, di Silvia Avallone: In un nostalgico amarcord, un'autrice al suo meglio ci conduce alla scoperta dei dissapori tra Elisa e Beatrice. Empatica, vuol bene alle sue ragazze. E noi non possiamo che fare altrettanto, in un romanzo generazionale che avrei voluto non finisse più.

9. La casa sul lago, di David James Poissant: Non esistono famiglie felici. Per fortuna. Quando ci perderemmo se non avessimo da leggere di recriminazioni e dissapori? Infelici a modo loro, gli Starling popolano un quadretto in cui mi sono immedesimato fino a perdermi.

8. Cinzia, di Leo Ortolani: Una ragazza transgender s'innamora di un etero. Si può cambiare per gli altri? Ci si può tradire? Sfacciatamente arcobaleno, questa graphic novel racconta in pillole la forma d'amore più rivoluzionaria e salvifica: quella verso sé stessi.

7. Tre piani, di Eshkol Nevo: Una storia così generosa da contenerne tre. Ognuna legata a un piano di un condominio medio-borghese; ognuna legata agli stadi dell'anima secondo Freud – Es, Io, Super io. Tu in quale alloggi? E, soprattutto, come ci vivi?

6. Uomini di poca fede, di Nickolas Butler: Pur ispirandosi a una brutta vicenda di cronaca, Butler confeziona il solito romanzo bellissimo. Sulle diverse accezioni della parola gregge, sugli struggenti gesti di opposizione della gente comunque, su momenti perfetti in cui sarebbe splendido stabilirsi vita natural durante.

5. Il colibrì, di Sandro Veronesi: Il senso della vita spiegato da un uccellino in equilibrio su un filo del telefono. Qui e lì potrebbe somiglia a una specie di via crucis, invece è un volo che mi ha rubato il fiato. Se dovessi fare un tatuaggio – il secondo –, sarebbe proprio un colibrì: il mio nuovo animale guida.

4. Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout: Le ho scritto una lettera, l'ho rivista nella miniserie HBO, poi l'ho ritrovata in un seguito attesissimo. Un'insegnante non smette di insegnare neanche in pensione. E io, grazie a una protagonista burbera ma tenerissima, non smetto di imparare. Conoscere Olive è stata la cosa migliore che mi sia capitata quest'anno.

3. Ohio, di Stephen Markley: Uno spettacolare rompicapo emotivo su ciò che ci unisce e su ciò che ci divide. Venirne a capo è stato impegnativo. Ma a fine lettura, grazie alla visione di insieme, mi sono accorto della bellezza della vista. Affacciava sul grigio di un sobborgo rurale-industriale. Squallido, ma da immortalare

2. L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel: Un'autrice che suona soave anche nella tragedia. Con lei i miti crollano con grazia, la fine del sogno americano è un incantevole tramonto, l'inferno è un lungo corridoio lungo di porte infuocate. Credendo di conoscere già il buio oltre la siepe, ero impreparato all'abisso oltre i campi di colza.

1. L'isola di Arturo, di Elsa Morante: Un intramontabile romanzo di formazione sulla fine dell'estate della vita – ossia l'infanzia – e dei falsi miti. Il risveglio da un'illusione lunga una fiaba, che ci mette faccia a faccia con le promesse infrante, il piacere fugace del sesso, la fallibilità dei genitori. A giusta ragione, è il preferito di molti lettori: sarà così anche per me.

lunedì 14 dicembre 2020

Recensione: Un'amicizia, di Silvia Avallone

| Un'amicizia, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 19, pp. 447 |

Ogni amicizia è una storia d'amore. Come si resta uniti nonostante tutto? Se smarriti, come ci si ritrova? Per una coppia di amici non esistono terapisti o consulenti matrimoniali; non è previsto il sesso riparatore per riconciliarsi; non sono contemplati figli, case di proprietà, bollette da pagare o altri collanti. L'amicizia deve bastare a sé stessa in quanto tale, è pura e svincolata, è un autogoverno destinato o all'eternità o all'implosione. Senza compromessi. Ma quando finisce fa più male di una separazione: è un lutto da cui non ci si riprende più. Perché gli amori vanno e vengono, ma l'amicizia – al pari della famiglia – resta. Elisa e Beatrice non si parlano da tredici anni, e la prima si sente ancora orfana dell'ex compagna di banco del liceo Pascoli. Rifugiata nei ricordi dell'adolescenza, in una città di fantasmi di cui evita le strade principali, la protagonista recupera dal fondo del buio sei diari: lì sono contenute le cronache dei cinque anni delle superiori – i più belli – e quelle del primo anno da universitaria fuori sede, in una Bologna destinata a dividere. In apnea, Elisa trascura il Natale imminente e i propri doveri per battere al portatile questa confessione ossessiva, viscerale, sincera. Per liberarsi dell'indimenticata Bea, o forse per riappropriarsene. Chi era la Rossetti, oggi influencer amata e odiata al pari della nostra Chiara Ferragni, prima di essere sulla bocca e sugli schermi di tutti? Può forse un personaggio pubblico custodire ancora un privato, dei segreti?

Crescere è una perdita. 

Nella vita c'è chi posa e chi scatta. Sempre al di qua dell'obbiettivo, Elisa è stata un'assistente di scena, una confidente, una testimone. Mossa dal desiderio di proteggerla, a dispetto di oltre un decennio di silenzi, qui gratta la carta delle riviste patinate per cercare la donna nascosta dietro l'icona di stile. Emergerà la verità, o Bea resterà soltanto uno strappo? In un nostalgico amarcord, una Silvia Avallone al suo meglio ci conduce a ritroso alla scoperta dei dissapori tra le protagoniste. Empatica e generosa, l'autrice di Acciaio vuole un bene dell'anima alle sue ragazze. E noi non possiamo che fare altrettanto, in un romanzo generazionale densissimo che avrei voluto non finisse più. Il merito maggiore spetta in particolare alla narratrice, che ha la mia sensibilità, la mia formazione umanistica e i miei dolori. Trapiantata da Biella a un'anonima cittadina della costa toscana, Elisa conosce gli scatoloni chiusi e gli abbandoni. Affidata alla tutela di un padre dolce ma pressoché sconosciuto, stritola la cornetta in attesa di un ripensamento della madre: donna passionale e incostante, l'ha strappata a forza da una casa odorosa di hashish e ribellione per garantirle gli equilibri mancati al primogenito, l'irrecuperabile Niccolò. Topo di biblioteca con la Morante per talismano, a Ferragosto conoscerà Bea: al contrario ricca e appariscente, con una mamma-manager che l'ha educata a eccellere.

Perché si legge? Perché non rimanere altro. Nessuna vocazione nobile si annida nel gesto di aprire un libro. […] Per leggere occorrono necessità e disperazione: è una cosa che si fa in galera, in solitudine, in vecchiaia, nell'emarginazione; quando né la TV né Internet distraggono dal fatto che nella vita si perde, e si perde tutto; e chi conosci ti sembra felice e tu ti consumi d'invidia; quando l'unica soluzione è farla finita e diventare un altro. 

Strette sotto la pioggia, a bordo di un cinquantino truccato, le migliori amiche ruberanno un jeans tempestato di Swarowski e condivideranno tanto la buona quanto la cattiva sorte (la verginità persa all'unisono, le risse in cortile per un tradimento, le irruzioni abusive nel “covo”). Unite soprattutto nei momenti più luttuosi, saranno l'una la zattera dell'altra: famiglia, sostegno e ospitalità. Destinata ai luccichii del glamour ma attratta dagli stili di vita degli outsider, Beatrice più si agghinda e più si occulta. Orgogliosa e vendicativa, eccelle nelle arti femminili e seduce sottilmente i parenti di Elisa fin quasi a usurparla. Travolte dalla rivoluzione digitale e stritolate nelle maglie del tempo, le loro vite andranno alla deriva a causa dei rovesci di fortuna e delle incomprensioni. Correvano anni che ricordo benissimo. C'erano il walkman, il telefono fisso, i quiz di Cioè, i Nokia 3310, i film a noleggio, gli ammiccamenti di Britney Spears e i Blink-182 sparati in cuffia. Si parte dalla caduta delle Torri Gemelle, si passa per la torrida estate del 2003, si giunge alla vittoria ai Mondiali. Le connessioni Internet lentissime cedono il passo al dinamismo dei blog, le amicizie diventano quelle superficiali delle chat di Facebook. Qui e lì avrei voluto picchiettare sulla spalla della Avallone, condividere un ricordo per un ricordo: dirle sai, c'ero anch'io, ho il tuo stesso bagaglio di esperienze. La tecnologia diventa in fretta obsoleta. Le stelle, perfino quelle più splendenti, tramontano. E loro?

Beatrice e io avevamo quattordici anni eppure lo sapevamo già, che il futuro è un tempo che toglie e non aggiunge.

Un'amicizia ha il suono dello scirocco e degli album scartabellati. Per me è stato un po' come frugare nella borsa di una donna, scardinare il lucchetto di un diario segreto: uno scippo a tradimento, uno scasso. Ho avuto l'impressione di leggere considerazioni troppo intime per essere destinate proprio a me; dovevo averle rubate. È per questo che non ho sottolineato le frasi più belle, anche se avrei voluto. Se mi sono esentato dall'appuntare a margine i titoli di romanzi, film e canzoni che l'autrice suggeriva tra le pagine. Ne ho avuto più cura del solito, sono stato delicato, come al cospetto di qualcosa di presto in prestito senza permesso. Sono così diverse tra loro Elisa e Bea? E da me, per tutto il tempo seduto all'ultima fila di un liceo classico ormai chiuso per mancanza di iscritti? Entrambe cristallizzate, una nel ghiaccio di una perenne nostalgia e l'altra in un selfie col filtro bellezza incorporato, si evocano in un epilogo pervaso da una tensione crescente. L'una di fronte all'altra, si strapperanno pelle e capelli per vendetta, o si uniranno per ballare a Capodanno? Le catene invisibili delle aspettative disattese le hanno ancorate alle rispettive routine. Rompendole, si potranno finalmente legare in un abbraccio che spezza le ossa e rinsalda il cuore? In quest'anno di distanza sociale, l'ho sperato. “Menzogna e sortilegio”, menzogna o sortilegio, questa lettura bellissima è una macchina del tempo che mi ha risarcito di tutto l'affetto non dato: spaventato dal presente, tormentato dal futuro, mi sono allora rivolto al passato. Inforcavo un Quartz scassato, pogavo ascoltando gruppi rock nei capannoni fuori città, meditavo di fare un piercing o un tatuaggio, dicevo che sarei diventato famoso: davanti, avevo tutta la gioventù del vecchio mondo.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Elisa – Promettimi

sabato 18 gennaio 2020

Pillole di recensioni e inediti d'autore: Carrisi, Murgia, Avallone

(usciti nel 2011 con Corriere della Sera, al prezzo di un euro ciascuno)

Ci sono bruchi che diventano farfalle. Altri falene. È una legge della natura, non ci si può fare niente. Io l’ho sempre saputo. E non mi dispiace. 

Reduce dal successo internazionale e da polizieschi scritti sul modello dei serial statunitensi, un Donato Carrisi da riscoprire sceglie questa volta il tinello domestico per raccontare eccezionalmente orrori ordinari. Inquadrate tra Piemonte, Puglia e Spagna, le protagoniste sono tre minorenni da poco scarcerate. Rosi, una gigante buona; Cinzia, moderna Bonnie senza più il suo Clyde; infine Tecla, anima del gruppo che le ha radunate. Il loro ultimo colpo: rapinare una pensionata e farla franca. Eccole in una casetta di un borgo meridionale, con a terra il cadavere di un’anziana e un telefono che squilla incessantemente. E imprigiona le ragazze lì, nel dubbio. Rispondere o riagganciare? Chi ci sarà dall’altra parte? Più vicino alla nostra cronaca, questo Carrisi al femminile – ho pensato, ad esempio, ai thriller di Barbara Baraldi – è rapido ma nient’affatto indolore. Racconto disperato e sottile di abusi e rivalsa, con uno stile evocativo e tutti i ribaltamenti possibili in sole sessanta pagine – il tutto, senza perdere mai la giusta credibilità –, Falene è attratto dalla luce ma è destinato all’oscurità. Proprio come la sua protagonista, reduce da un’infanzia tragica e in cerca di vendetta per quella sorella bellissima – traviata da uomini e eroina – , che non dimentica né perdona i torti subiti. Anzi, se li lega al dito. E ne fa intrichi; intrighi.

Cosa può il richiamo del proprio sangue contro la consapevolezza di essere stati la causa involontaria del primo sangue sgorgato dal ginocchio di un amico?

A Cabras c’è una tradizione particolare. Durante la processione pasquale, da un capo all’altro del paese partono due statue – Maria e Gesù – che si incontrano nel momento dei festeggiamenti solenni. Qualcosa cambia quando una seconda parrocchia divide il paese in giurisdizioni diverse: si può fare una doppia processione? A raccontarci il tormento del paesello è il piccolo Maurizio, che vive una condizione sospesa: né natio né turista, guarda Cabras dalla soglia della porta – il folklore, il senso di appartenenza – e si domanda se sarà mai incluso in quel “noi”. Su uno sfondo colorato e pulsante, una Michela Murgia leggera e divertita dà vita a un gioco bellicoso che diventa infine una classica lezione sul perdono, regalata proprio dai coetanei di Maurizio. L’episodio, semplice e curioso, è sviscerato senza bisogno di grandi trame o personaggi, come nella migliore tradizione del racconto breve; ma con la suddetta tradizione ha in comune anche una vaghezza d’intenti che a volte fatico ad apprezzare. Caratterizzato da un andamento lesto e da una dimensione corale perfettamente resa, L’incontro conferma lo stile di Michela – una che con le parole fa il Tetris, centellinandole con precisione matematica – nonostante uno spunto destinato a esaurirsi tardi ma in fretta. Resta il migliore dei tre, ma è quello che meno intrattiene.

Andrea gli sedeva accanto. Con le ginocchia che toccavano le sue, e i polpacci che toccavano i suoi. Gli dava delle gomitate leggere. Sorrideva come può sorridere una statua gotica nell’anfratto più buio di una chiesa.

Piero, non nuovo dagli andirivieni dal carcere, è un criminale insospettabile. Fascinoso e furtivo, con a casa una moglie che non gli ha dato neanche la gioia di un figlio, durante una tappa in autogrill dà uno strappo in macchina all’enigmatico Andrea: biondo e spigoloso, seduto sul lavandino di un bagno pubblico, legge Tex all’una del mattino. Tra l’adulto e l’adolescente scatta un colpo di fulmine inspiegabile, che a volte somiglia a un rapporto padre-figlio, altre un’attrazione erotica. Regali, viaggi, mazzette: Piero paga per la compagnia del ragazzino, cercando di conquistarne i favori. L’uno è un gatto selvatico, che graffia e fa le fusa. L’altro è una lince, maestro del furto e dell’inganno. Quali dei due, bestie senza padrone, avrà la meglio? In una provincia italiana di acciaierie e risaie si svolge l’attrazione divorante di una canaglia verso un efebo inarrivabile. Cosa c’è dietro la sua bellezza? Cosa dietro la sua tristezza? Sulla scia di Morte a Venezia, benché le atmosfere metropolitane e torbide ricordino Le ferite originali, La lince è un racconto feroce e seducente con uno svolgimento, per forza di cose, appena abbozzato. Due personaggi tanto tormentati e contorti, nonostante l’indiscreto talento di una Silvia Avallone distante dalla freddezza dell’esordio, non hanno purtroppo il loro spazio vitale. Quando Piero perde la testa, l’autrice perde il filo. La lettura, così, si chiude con un senso d’irrisolto che non soddisfa, come se fosse l’assaggio di una storia dal grande potenziale. Sessanta pagine erano poche per una storia di crimini, desiderio e genitorialità: peccato; avremmo voluto sinceramente saperne di più.

sabato 20 febbraio 2016

Recensione a basso costo: Acciaio, di Silvia Avallone

L'adolescenza è un'età potenziale.

Titolo: Acciaio
Autrice: Silvia Avallone
Editore: Bur – Rizzoli
Numero di pagine: 357
Prezzo: € 5,90
Sinossi: Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d'uscita. Poi un giorno arriva l'amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l'amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male. Silvia Avallone racconta un'Italia in cerca d'identità e di voce, apre uno squarcio su un'inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più.
                                                 La recensione
La loro amicizia era diventata una cosa inesplosa, come i petardi difettosi rinvenuti il giorno dopo. Quelli che ti cavano un occhio, se li raccogli dal marciapiedeFrancesca e Anna – tredici anni, quasi quattordici – si schizzano, si rotolano nella sabbia e attirano sguardi indiscreti, sulle spiagge di una Toscana che non riconosci: grigia, radioattiva, industriale. Angosciante. Eccola lì, una spallina del costume che scivola giù. Eccolo, il triangolo del bikini che si sposta e si infila ovunque, lasciando ben poco all'immaginazione. Ci fanno caso a quanto sono diventate belle di botto, a quanto piacciono, loro due, mentre fanno i giochi stupidi di sempre e fanno girare la testa ai ragazzi del quartiere? C'è chi, con il binocolo alla mano e i pantaloni gonfi sul davanti, le guarda e fa pensieri strani: un genitore fin troppo apprensivo, un amico di famiglia ritrovato, un operaio in pausa caffè... Nuotano, e a largo c'è l'Elba. Saranno mai abbastanza forti le loro braccia, per portarle d'un fiato fin lì, a cavallo di un'onda? Non sanno ancora, infatti, che la loro amicizia è destinata a finire presto – una andrà al classico, un'altra al professionale; una vuole bene all'altra come a una sorella, e l'altra la ama come pare sia sconveniente amare una ragazza – e che da via Stalingrado, un labirinto di casermoni a pezzi e motorini truccati, non si scappa mica. La periferia è un destino, la terra all'orizzonte un miraggio sfocato. Insieme alle due, ingenue e fatali, con i poster di Britney Spears alle pareti e gli sguardi estranei fissi addosso, i parenti – padri troppo assenti o troppo presenti, mamme similmente vittime – e gli amici, a un bivio. Quel fratello così invidiato, Alessio, che eppure muore d'amore per l'inarrivabile Elena e campa di strisce di coca, turni faticosissimi, vita spericolata. Quei soliti amici suoi, Cristiano e Mattia, che con le adolescenti del quartiere hanno i flirt e, talora, i figli. E su di loro, nell'Italia delle centomila lire e Berlusconi, le luci tremolanti delle tivù, che trasmettono in sincrono la caduta delle Torri Gemelle, e l'ombra della Lucchini, che a tanti dà la vita – con le occasioni lasciate in eredità alle generazioni future, gli incarichi a tempo (in)determinato – e a qualcuno la morte. Le temperature di fusione sono altissime, infatti, i walkman non sovrastano il rumore assordante e sono lunghi, i turni, per permettersi un tuffo nel blu. Come separi il ferro dal carbonio, uniti insieme in una lega metallica? Come spezzi un'amicizia in due, un cuore, e sperare di tirare avanti? Acciaio, in whishlist dal giorno dell'uscita, a metà strada tra il romanzo d'inchiesta e quello di formazione, è l'esordio nostrano che guardava a Niccolò Ammaniti – la sua periferia, i tocchi pulp, i nuovi miserabili - e a cui, qualche tempo dopo, avrebbe guardato Valentina D'Urbano, amatissima da queste parti.
Sono passati sei anni. Facevo il liceo, mi sembra, e la Avallone era ovunque mi girassi: amici non lettori, perfino, mi parlavano di un vagheggiato amore saffico, nocche livide, colate incandescenti. Acciaio faceva discutere e vendeva, sì, ma non ero curioso neanche un po'. Esploravo altri generi, all'epoca, e le storie suburbane sarebbero arrivate sul mio scaffale soltanto qualche estate fa – prima con i Gemelli e la Fortezza, poi con l'indimenticabile Graziano Biglia e le figure della inventata Ischiano Scalo. Tutti ne parlavano. E allora perché parlarne ancora? Tutto era stato detto. E allora cos'altro aggiungere? L'ho riscoperto solo adesso e l'ho letto lentamente: un esame dai giorni contati, che forse andrò a dare mercoledì o forse no, e climi afosi, tra le pagine. Una vicenda per cui mi viene in mente un aggettivo preciso, torrida, e un rapporto al femminile di amore e odio, gelosie e confidenze, che vagamente mi ha reso queste Francesca e Anna molto simili a Lila e Lenù, che però popolano un'altra città e altre saghe – acclamate, a giusta ragione, come eroine di un capolavoro contemporaneo. Acciao l'hanno amato e l'hanno odiato invece. Forse, lo amano più all'estero, da quel che leggo. Io sono il tipo che preferisce stare in mezzo. In mare aperto. Perché è scritto benissimo o, se benissimo non è scritto, comunque è scritto come piace a me: suggestivo, vigoroso, sferzante. E perché, d'altra parte, raccoglie personaggi - e purtroppo luoghi - comuni, e inevitabilmente non tutti affascinano allo stesso modo. Spettacolo voyeuristico e verisimile che non ha occhi che per loro. Gli si perdonano, perciò, le svolte irrisolte e i drammi mancati: le tragedie colpiscono loro, poco noialtri. Non si urla all'ingiustizia, alla vita che è una gran bastarda, se sembravano inevitabili. Le storie che vi nominavo, che lo abbiano preceduto o seguito poco importa, hanno più anima e più pancia. Come il metallo di cui porta il nome, il romanzo è duro e tagliente. Ma come quell'acciaio lì è anche freddo, al tatto. Ritiri la mano, ma prima getti il sasso. O era l'uniposca rubato? Quello, sui muretti e nei libri, con colori sanguigni, ti racconta di tutti loro e di un'isola che potresti sfiorare con un dito: se non fosse per la pigrizia, se non fosse per la paura... Quando ci mette il sole a cancellare amicizie ed amori a inchiostro dalle panchine?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Vasco Rossi – Albachiara