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martedì 8 agosto 2017

I ♥ Telefilm - Speciale Comedy #1

Perché non l'ho visto prima? La domanda sorge da sé, spontanea, alla fine delle venti puntate che costituiscono prima e seconda stagione di Master of None. Una comedy Netflix newyorkese, premiatissima, che ha attirato la mia attenzione più per la partecipazione di una guest star italiana che della presenza fissa agli Emmy – un sorriso di Alessandra Mastronardi può tutto, ebbene sì, anche giustificare una maratona clandestina dei Cesaroni e far capitombolare all'unisono i giornalisti di IndieWire. Tocca aspettare la seconda stagione, l'arrivo in una Modena in bianco e nero che ammicca a Ladri di biciclette, per scoprirla innamorata insoddisfatta del solito Scamarcio e impiegata in un famoso pastificio della città. L'arrivo dell'adorabile Dev, americano in cerca di se stesso, metterà tutto in forse – tra balli già cult mentre fuori cade la neve, canzoni di Mina (Un anno d'amore, stupenda), passeggiate lunghissime che sembrano parte della perfetta romcom. Andiamo con ordine però. Partiamo dalla prima stagione. Dove il sorprendente Aziz Ansari – che recita, scrive e dirige, il tutto con innata simpatia e buon gusto – è un aspirante attore che non si accontenta più di apparire qui e lì. Sogna un ruolo da protagonista. Rifugge il luogo comune dell'indiano tassista, gestore di minimarket, vittima sacrificale. Lo supportano la famiglia, amici simpatici quanto lui (su tutti Arnold, gigante abbracciatore) e dosi generose di pasta fatta in casa. Si parla di religione, generazioni contro, matrimonio e convivenza. Si beve, si gironzola, si mangia. Si vola in Europa, infine, con il cuore in frantumi e all'inseguimento di un sogno: pasta all'uovo e l'amore impossibile per la Mastronardi, bellissima trentenne provata da un indimenticabile autunno a New York. La cucina, lì, è un'altra cosa, e ispira progetti alternativi: quant'è lungo il passo da attore a presentatore di un talent ai fornelli? Quanto è difficile non inciampare nei cliché – compresi quelli sugli imperituri poligoni sentimentali? Master of None è un gioiello intelligente, chiacchierato, originalissimo nella struttura. Una Grande Mela così viva, inoltre, non la si vedeva dai film del giovane Allen. E' uno di quei film indipendenti che tanto adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello ancora. Sul reinventarsi e, da anonimo figurante, trasformarsi in protagonista della propria vita – conquistando la bella, brindando, lasciandosi andare. Sull'insostenibile leggerezza, finalmente, del non fare l'indiano. (8)

Timido e sdolcinato, il protagonista di Scrotal Recall si portava a letto un mare di ragazze. La comedy britannica aveva del geniale, davvero: Dylan, dopo aver contratto una malattia venerea, chiamava una ad una le sue partner passate per metterle in guardia. Ogni puntata era dedicata così a una cotta, a una sbandata: a storie lunghe o corte che l'avevano cambiato nel profondo. Tra una stagione e l'altra sono passati quasi tre anni: troppi, se l'attesa non è stata ripagata a dovere. La serie passa a Netflix e cambia titolo. Il novello Lovesick, in realtà, di nuovo non ha niente. Stanca prosecuzione della stagione introduttiva, ha gli stessi protagonisti e una struttura immutata. A lungo andare, se qualcosa non si evolve, anche le compagnie più piacevoli stancano. E Lovesick o Scrotal Recall che dir si voglia, da me molto atteso, lo si guarda a cuor leggero, ma questa volta poco coinvolti. L'ho visto sotto Natale e ne parlo solo ora. Più per riempire un post infrasettimanale che per voglia. Più per dirvi che è la copia carbone della prima stagione, ma che l'altra – vuoi l'effetto sorpresa ed episodi schematici, che non si prestavano affatto al binge watching – era stanamente un'altra cosa. (5,5)

Scoperto qualche anno fa, Please Like Me era stato un gran recupero. Le disavventure di Josh avevano i colori pastello di Anderson e un umorismo differente, australiano, da scoprire puntata dopo puntata. Qualcosa, come in una di quelle commedie dove succede tutto e non succede niente, mi era venuta a noia col tempo. Episodi troppo hipster, troppo ripetitivi, troppo vuoti. Di buono: il talento del factotum Josh Thomas, capace e autoironico, anche se non particolarmente simpatico a detta del sottoscritto; la sigla da fischiettare, con tanto di cani e prelibatezze al seguito; i coinquilini d'oro e gli adorabili genitori in crisi esistenziale. Please Like Me, a sorpresa, si è concluso con la quarta stagione lo scorso dicembre – a sorpresa, dico, anche se è una stagione che non sorprende, perfettamente in linea con le ultime. I fidanzati sperimentano e si rendono conto che c'è di meglio in giro. Gli amici dicono di volersi trasferire: cose che capitano, crescendo. Le mamme bipolari, in attesa di guarire, minacciano lacrime. Josh, come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Ci lascia così. Tra nevrosi, carineria e presenze fisse, ma senza rammarico. Forse ne sentirò la mancanza fra un po', ma dico che va bene così. Con un sorriso amaro e un ritornello da fischiettare, per ricordare che staremo meglio sulla scia di una canzone. (6)

Liza Miller, divorziata e madre di una figlia al college, aveva quarant'anni e scarse speranze di trovare lavoro. Entrava in una casa editrice spacciandosi per una ragazza ben più giovane. Quanto mai poteva durare? Anni e anni dopo, ci credono ancora tutti. Precisamente, la storia va avanti da tre stagioni. E Younger risulta sempre carinissimo, di gran compagnia, nel suo non essere niente di che. Materiale da commedia hollywoodiana, uno dice. Novanta minuti di sorrisi e cose non dette, e poi? E poi ci sono nuovi titoli da lanciare in casa editrice, seguendo la moda dei romanzi erotici scritti sotto pseudonimo e quella non meno dilagante del memoir; c'è un giovane tatuatore che vorrebbe impegnarsi sul serio, che chiede un figlio, ma a quarant'anni (anche se se ne dichiarano la metà) ci si pensa su mille volte prima di fare un passo importante; c'è che il castello di carte di Sutton Foster rischia di vacillare. Younger si difende bene. Quel telefilm da guardare con un occhio solo, mentre fai altro, è lieve e pulito. Le bugie hanno le gambe corte. Quelle della Foster, al contrario, sono lunghissime; come loro, la lista da spuntare degli indaffarati sceneggiatori. La quarta stagione, zitta zitta, è già qui. (6,5)

Se me lo chiedessero oggi, forse risponderei che Mom è una delle sitcom più valide su piazza. Dopo quattro anni, sulla CBS restano i sorrisi, i casi umani, il solito posto alla solita tavola calda. La serie, nell'arco di altri ventidue episodi, racconta la convivenza forzata di due disperate: mamma e figlia, separate dal rancore e unite poi dalle ristrettezze economiche. Dicono di non ricordare gli anni Novanta: li hanno bevuti e fumati. Hanno figli che preferiscono strare altrove, nel caso di Christy, e un'acuta sindrome di abbandono spostandoci alla scapestrata Bonnie. Si sono disintossicate insieme. Non saltano una riunione degli alcolisti anomici, si danno addosso. La prima studia Giurisprudenza – in un appuntamento al buio, in un episodio, conosce anche il marito Chris Pratt –, l'altra ha scelto di non voltare le spalle all'amante in sedia a rotelle. Si spera per tutto il tempo, ma il sogno americano non è cosa da tutti. E con quel misto di amarezza e sarcasmo, allegria e tenerezza, Mom si rivela al solito una sitcom più profonda di tante – qui si parla di stupro, aborto e adozione, evasione fiscale, senza sacrificare mai la leggerezza. Quelle risate registrate così odiate, all'inizio, ci danno invece indicazioni importanti. Dicendo che possiamo imitarle, se ci va, e ridere a nostra volta. Perché tragedia e commedia, in fondo, non dipendono che dai punti di vista. (7)

giovedì 24 dicembre 2015

I ♥ Telefilm: Catastrophe, The Affair, You're The Worst, Please Like Me

Catastrophe 
Stagione I-II
Immaginatevela pure. Sharon – quarantuno anni a breve, professione maestra – a gambe all'aria, durante un controllo medico. Scoprire, nella stessa mattina, di essere in attesa di un bambino e di avere quello che, evolvendosi, potrebbe rivelarsi un tumore. Il nascituro, risultato di una notte e via. La metastasi, invece, causa di ereditarietà e di malanni della mezza età. Al suo fianco, mentre il ginecologo dà notizie belle e brutte, Rob – americano lontano da casa, pubblicitario di successo. Un bicchiere di troppo, un corteggiamento spiccio e, tra mosse impacciate e risate involontarie, i due sono finiti a letto. Quella che per Rob doveva essere una tappa nella piovosa Londra, così, diventa un impegno più grande di lui; una pazza notte di passione, invece, una storia che vuole parlarci – ma coi toni politicamente scorretti che tutti noi amiamo – di responsabilità e piani alternativi. Eppure, quando hai una certa età e quel bambino concepito contro tutti i pronostici potrebbe essere l'ultima volta per essere mamma o papà, perché temporeggiare? Sospirare, accontentarsi e, magari, con la convinvenza e un matrimonio riparatore all'orizzonte, scoprire di volersi bene. Non tutte le catastrofi vengono per nuocere. Catastrophe è la comedy, irriverente e realistica, romantica in un modo che è solo suo, per chi ha apprezzato cose come Scrotal Recall e, a viva voce, si domanda: a quando un seguito? Queste serie inglesi – impeccabili per qualità, inaffidabili per puntualità: la seconda stagione di questa, però, ho avuto la fortuna di vederla subito dopo, e ci mostra i nostri protagonisti a due anni di distanza, con una ampia famiglia al seguito – hanno sempre temi semiseri, dialoghi esilaranti, attori che funzionano alla perfezione quando si cercano le risate e il momento di riflessione improvviso. Un po' come Sharon Horgan e Rob Delaney che non sono né bellissimi né giovanissimi ma che, con i ruoli cuciti su misura, sono folgoranti per la naturale alchimia e la reciproca confidenza. In cerca ora di un nuovo impiego, ora di un testimone di nozze, non mancano i comprimari bene a fuoco e esempi di triviale, pungente umorismo britannico. Ma quando sei nel mezzo del cammin della tua vita e la salute va e viene, è una inaspettata morsa al cuore attendere i risultati di quegli esami importantissimi – e, pensiero spaventoso, se il bambino non fosse sano? - e vedere come, nonostante gli ormoni rendano lei emotivamente fragile e vorace, il desiderio di cercarsi non manchi mai. (7,5)


The Affair
Stagione II
Scrittore sposato e padre di quattro figli, quarantenne di bell'aspetto e antica ambizione, perdeva la testa e il sonno per una cameriera dal sorriso sfuggente, durante le vacanze al mare, a casa dei facoltosi suoceri. Lei, agli occhi di lui seducente e fatale, in realtà aveva un lutto nel cuore – e un cuore, poi, lo aveva ancora? - e la paura dell'acqua: sposata per inerzia, ma purtroppo mancante di una parte vitale. Le bugie, il sesso di fretta, gli incontri rubati. Una relazione extraconiugale da nulla, un'avventura estiva per sentirsi giovani e contenti per un po', aveva avuto un esito imprevisto: felice per alcuni, infelice per altri. Dipende dall'occhio di chi guarda. L'abbandono dei rispettivi compagni di vita, la convivenza, un bambino in arrivo: la scappatella, tra confessioni dolorose e addii provvisori, era diventata amore vero. Il sesso occasionale, un divorzio: in mezzo, però, interrogatori serrati e il mistero. Nel primo The Affair, uno dei debutti più memorabili dello scorso anno, c'erano le molliche di pane di un giallo da risolvere: chi era alla guida dell'auto che ha ammazzato il subdolo Scott Lockhart? Si ritorna, intrigati al solito, sulla scena del crimine passionale – e, questa volta, si fa la spola tra la quieta Mountak e la città, luogo cardine di nuove tentazioni e svolte -, e qualcosa è cambiato. In tutti loro e nella struttura. I punti di vista raddoppiano e si triplica l'impegno di sceneggiatori e interpreti. I dialoghi realistici, gli inevitabili faccia a faccia e le litigate furibonde si fanno più intense, se a raccontarsi a cuore aperto sono anche i traditi: un Joshua Jackson con la pancia da birra, che torna a riporre fiducia in Cupido, romantico per natura, d'altronde, sin dai tempi di Dawson's Creek; una grande Maura Tierney, in cerca di ripicche da poco e della forza espressiva che, dopo tante partecipazioni in tivù, avevamo dimenticato. Il tempo cura la ferite: si resta in buoni rapporti, quando un matrimonio finisce, e i rimpianti si mettono da parte. Ma l'amore finisce così? Nel frattempo, Noah e Alison sembrano perfettamente realizzati: lui è un romanziere di successo, lei ha ripreso l'università e, dopo la perdita di Gabriel, aspetta un altro figlio. La spiaggia di notte e la clandestinità, però, hanno dato a lui una storia – il suo best seller parla di loro, coi toni pruriginosi che piacciono alle lettrici delle Sfumature di grigio – e a lei un'ennesima etichetta mortificante – l'amante può diventare moglie? Noah, non diversamente, si domanda: un uomo buono, mediocre, può essere un uomo grande? In un finale carico di colpi di scena, sospeso e orchestrato con lucidità, il duo diventerà triangolo, sulle note di una brilla ma magistrale The House Of The Rising Sun e di uno schianto che uccide. Dominic West, recidivo e granitico, ci terrà in scacco con un estenuante botta e risposta tra lui, artista in crisi, e la strizzacervelli Cynthia Nixon; la rivelazione Ruth Wilson, a lungo spenta, nei suoi vestitini floreali di casalinga e mamma, farà sentire una voce che pesa, sovvertendo i fragili equilibri raggiunti dai piatti della bilancia. (8)

You're The Worst
Stagione II
Gretchen e Jimmy, nemici giurati dell'amore, alla fine aveva ceduto al lato scuro: la convivenza. Mentre si tiravano le conclusioni della prima stagione, li vedevamo già provati e molto titubanti. Quanto avrebbero resistito? Se Edgar, reduce di guerra, sogna di andare a vivere con l'innamorata di turno e la sfacciata Lindsay, all'indomani del divorzio, si consola con gelato in quantità industriale e esilaranti piani di vendetta, in Gretchen – sfrontata e spensierata a forza – qualcosa si spezza. Abbandona il letto nel cuore della notte e piange in macchina. Spia i vicini felici, sognando la loro vita. Si ammala di depressione e non chiede l'aiuto di Jimmy che, checché ne dica il titolo, è andato a vivere con lei pronto al meglio e non al peggio. Ogni persona ha ombre nel passato e Jimmy, scappato da una famiglia chiassosa, avrebbe voluto vivere la convinvenza con serenità. L'egoismo sarà più forte di questo loro grandissimo non-amore? You're the worst, la sexy e divertente rivelazione Fox dello scorso anno, creatura estiva per eccellenza, è ritornata in autunno, con tre episodi in più e nuove tematiche. L'incesensurato Amici di letto a cui ci eravamo subito affezionati si scopre cresciuto. Diverso, nel bene e nel male. C'è più spazio per gli altri, si fa meno all'amore e, cose che capitano con la convinvenza, della persona con cui dividiamo il letto si scoprono le segrete debolezze. Come Jimmy, si è messi perciò davanti a una scelta. Abbandonare la nave che affonda, oppure rimanere accanto all'adorabile Aya Cash, che questa volta si concede di meno, ma si impegna di più? Per me, che nei precedenti episodi avevo trovato uno script brillante ma una certa ripetitività, la maturità fa tanto bene a un nuovo ciclo di You're the worst. La solita scrittura moderna e graffiante, la leggerezza che ha un suo peso specifico, gli attori in parte. Anche se il rischio di non prendere le loro storie sul serio, coi toni sopra le righe e il linguaggio colorito, era forte. Ma andava corso, suppongo, per scoprirsi adulti a trent'anni suonati. (7)  

Please Like Me
Stagione III
Vitale presenza nei famosi listoni, lo scorso anno, una freschissima comedy australiana che – a colpi di testa, colore, umorismo – era sbucata dal nulla per tenermi compagnia, con i suoi bizzarri personaggi extraterrestri, i cani a pelo lungo che stanno invecchiando, le torte fatte in casa. E quella sigla irresistibile che ti entrava in testa, invitandoti a fischiettare e a unirti a loro, tutti presi dalla convivenza, da relazioni sentimentali che cambiano dall'oggi al domani, dai preparativi per le affollate serate in famiglia. La storia di Josh – da etero a omosessuale senza drammi esistenziali – mi aveva fatto conoscere il talento sorprendente di Josh Thomas, attore protagonista e autore, e risate disimpegnate ma non troppo. Avevo visto la prima stagione, poi subito recuperato la seconda: con una maratona in piena regola si colmava la mancanza, anche se a rischio c'era che il tutto potesse venirmi leggermente a noia. Stessa sensazione prevale, ma più forte, durante il terzo anno in sua compagnia. Dieci episodi piacevoli e ben scritti, ma in cui ai personaggi accade poco. Il coinquilino Tom si innamora, ma pensa alla ex; i genitori vanno in crisi, di nuovo; la famosa ex, la bellissima Claire, ritorna a casa e semina dubbi. Josh, in tutto ciò, si prende cura del bisognoso Arnold: ragazzo fragile e tenero, a cui volere bene come un cucciolo; ma sarà davvero la scelta intelligente, se un sito d'incontri – i due, per un po', hanno deciso di essere una coppia aperta – gli fa conoscere un'altra persona, che non è solo la storia di una notte e via? Nell'arco delle puntate, inoltre, la gallina Adele verrà sacrificata per una nobile causa: nella scena più simpatica e memorabile, i commensali le rendono omaggio pregando e intonando, stonati, un'assurda Someone Like You. Le chiacchiere fitte fitte come in un giovane Woody Allen, figure che – alla fine - poco osano combinare, il sonnecchiare sui proverbiali allori per la tanta sicurezza guadagnata. Quanto sei simpatico, Josh? E qui, purtroppo, quanto autoreferenziale? (6,5)

lunedì 24 novembre 2014

I ♥ Telefilm: Vicious, Manhattan Love Story, Happyland, Please Like Me II


Vicious 
Stagione I
Nel momento in cui ho smesso di ridermela come un idiota, ho deciso che avrei dovuto parlarvi nell'immediato di questo gioello strampalato di comedy: Vicious. Scoperto di recente grazie a un post del blog In central perk – che, come lascia intuire il nome, di telefilm e sit-com epiche se ne intende - non mi è chiaro come, avendo debuttato lo scorso anno, sia potuto sfuggire ai miei radar. I protagonisti, a questo punto, come solo loro sanno fare, mi offenderebbero a morte. E a pieno diritto, direi, nonostante sia permaloso in una maniera che non vi dico e nonostante, con alte probabilità, risponderei loro a tono. Io sono uno di quelli che non si tiene niente: naturalmente intollerante verso il prossimo. Partiamo da un difetto, l'unico che c'è: Vicious, con sette episodi di venticinque minuti ciascuno, è troppo breve. Avrei voluto averne in eterno. Detto questo, potrei proporvi una lista infinita di pregi che però vi risparmio. Dovete scoprirli da soli. Perché Vicious è imperdibile, quindi? E' inglese fino al midollo, ha come protagonisti due vecchietti più o meno adorabili, ha un umorismo feroce che si nutre di tè, cattiverie gratuite, lunghi anni d'amore. Tutte cose che mi piacciono moltissimo. E di che che parla? Ma di una coppia di anziani omosessuali che convivono da cinquanta anni – precisamente, quarantanove – e che nel loro salotto elegantissimo, tutto pizzi e cianfrusaglie, ospitano amici e vicini per darsela un po' di santa ragione, dalla mattina presto fino al sacro rituale del tè delle diciassette. Tirchi, sgarbati, iracondi, ma esilaranti se visti dall'esterno, fanno le cose che le vecchie coppie fanno: chiacchierare, raccontare storie e detestarsi, perlopiù. Uno, egocentrico e melodrammatico, è un attore sul viale del tramonto, anche se sulla via principale della fama, diciamolo, non ci è mai arrivato: troppo sperare nel grande boom se si è settantenni? L'altro, ancheggiante e pacato, insospettabile rubacuori, fa di lavoro il mantenuto: non ha mai faticato in vita sua e la sua principale occupazione è telefonare alla mamma. Una specie di mummia immortale che perfino Dio non vuole e che, bellamente, ignora la sessualità del figlio: sotto sotto, preme ancora per avere dei nipotini e per vederlo sposato. Con una donna, ovviamente. Un clamoroso outing per festeggiare le vicine nozze d'argento si può fare? Alla loro porta, in ogni episodio, una migliore amica grande, grossa e eccitata; una vecchietta smemorata e il suo solito accompagnatore; e soprattutto, il nuovo vicino di casa: un vetenne problematico, bello e al cento per cento etero che loro vorrebbero portare dall'altra sponda ed educare al culto dei superalcolici e della scortesia. Derek Jacobi – erede della generazione del grande Olivier – scherza e incanta; Frances de la Tour – ve la ricordate la giunonica fidanzata di Hagrid, in Harry Potter? - si prende in giro e ha voglie inconsuete per un'anziana signora di classe come lei; Iwan Rheon, spigliato e giovane, è il sosia segreto di Hugh Dancy. Ultimo, ma primissimo in lista, Ian McKellen: straordinari tempi comici, un'autoironia invidiabile, vigore ed eleganza connaturate. Teatrale, superbo, unico e cinico, Vicious è fatto di poco: scenari fissi, un cast e un budget ridottissimo, un intreccio semplice e attori in stato di grazia. Basta quest'ultima cosa, perché al resto si passa su, insieme a risate registrate che – per una volta – corrispondono inevitabilmente alle nostre. (8)

Manhattan Love Story
I (e unica) Stagione
Quattro episodi; una sit-com. Non si tratta della produzione più breve del mondo, ma di una preoce cancellazione dai palinsesti. Meritata? Io guardo un mare di roba, lo sapete, e alla domanda risponderei no. Manhattan Love Story è stato sospeso per tanti motivi, ma non perché fosse brutto. Cosa oggettiva. Commedia romantica ambientata nella città più bella del mondo, aveva venti minuti che volavano e le voci incensurate di due innamorati alle prese con le prime fasi del loro rapporto. Prime fasi che, ahimè, rimarranno per sempre prime fasi. Non si andrà oltre, non si saprà mai cosa sarà di quella coppia affiatatissima e scombinata che si odiava e si amava. Peccato, secondo me, perché nella sua semplicità questo piccolo prodotto funzionava. Mi divertiva, era la leggerezza concentrata in streaming. I punti forti: una malizia destinata a tutto, ma non alla volgarità; location affollate, metropolitane, spettacolari; e, soprattutto, due protagonisti belli, bravi e simpatici. Tanto. La frizzante Analeigh Tipton scoperta con Crazy Stupid Love, che bionda si scopre adorabile e bellissima, nonostante un viso comune e due gambe assurdamente lunghe. Jake McDorman, visto in Greek e Aquamarine: faccia da schiaffi, fare strafottente, un cuore d'oro tenuto ben nascosto. Equivoci, schermaglie, gelosie varie, prima che Cupido scocchi la sua freccia e l'attrazione fisica si scopra grande amore. Gli episodi girati, in totale, erano tredici: così dici Imdb. Spero che, anche in estate, come spesso accade, qualcuno ce li faccia vedere, anche a tempo perso. Ho visto serial più inutili destinati a vite più lunghe: le ingiustizie del piccolo schermo. (6,5)

Happyland
I stagione
C'erano tante nuove sitcom previste nei nuovi palinsesti. Tra queste - chi giustamente, chi meno - tante hanno avuto vita breve. Happyland fa eccezione. Ha solo otto episodi e ce li hanno fatti vedere tutti, ma proprio tutti, mentre qualcuno parla già di una seconda stagione. Che cosa bizzarra. Perché dando un'occhiata, come faccio sempre, ai pilot, non avrei dato ad Happyland due lire. Era scontato, era stupido, era inutile. Lo è anche adesso, al presente. Mentre, con ascolti discreti, continuava a essere mandato in onda, però, io ho continuato a vederlo, senza accorgermene. Con lo stesso misto di indifferenza e non curanza, sono arrivato pure alla puntata finale. Ma non so il perché. Boh. Happyland è parecchio bruttino. Non idiota e inguardabile come Pretty Little Liars, certo, ma bruttino ugualmente. Io, con il ricordo bello fresco della commedia indie Adventurland, pensavo a qualcosa di simile. MTV, dài, non firma mai pessime serie per ragazzi. Vedi la rivelazione Finding Carter, vedi un Faking It che continua a gonfie vele, vedi Diario di una nerd superstar che a me sta sulle balle, va be', ma si lascia guardare. Questo piccolo serial, invece, pensato per la leggerezza dell'estate e mandato in onda in autunno, nel mezzo di una concorrenza spietata, parla della turbolenta vita dei dipendenti di un parco di divertimenti. Gente che lì ci è nata e cresciuta. La protagonista cambia tre ragazzi in una manciata di episodi, ha una mamma che per vivere si veste da Principessa, un padre facoltoso scoperto all'improvviso e un aitante fratellastro con cui, inconsapevole, ha pomiciato. Poi ci sono la migliore amica acidella, il migliore amico segretamente innamorato di lei, la storiella d'amore, le feste e l'iscrizione all'università. Un concentrato di cose già viste, solo senza un briciolo di autoironia e colore. Non ha nulla che lo faccia spiccare. Che bisogno ce n'era? Sono perplesso, e non lo consiglio. A breve non ricorderò neanche di averlo visto, anche se non è stato mai mai un peso. (4,5)

Please Like Me
II Stagione
Please Like Me mi ha accompagnato inaspettatamente in autunno, in una casa nuova, in cui, con me, avevo però vecchie e care conoscenze. Non c'è stato uno stacco tra la prima e la seconda stagione di questo gioiellino colorato “made in Australia”. Finiti i pochi episodi che mi avevano fatto incontrare il simpatico Josh, la sua famiglia a soqquadro e i suoi folli coinquilini, avevo già a disposizione qualche puntata della nuova stagione. Una stagione più lunga, di dieci episodi complessivi, che eppure già è finita. Volata in fretta. E niente, Please Like Me non penso si smentisca. Manca qualcosina – il totale e travolgente effetto sorpresa degli esordi? - ma resta l'inedito, esilarante eppure sensato divertimento che era un tempo: l'anno prima, vale a dire, anche se io ho dovuto aspettare solo pochi giorni per finire una serie e attaccare direttamente con l'altra. Cosa è cambiato, nel frattempo, nella vita di quello strambo omino biondo che è l'anima della serie? Tutto e niente, al solito. La mamma è a farsi curare da analisti bravi, il padre vuole sposare la sua compagna bambina dagli occhi a mandorla, il suo migliore amico patisce gli scherzi della solitudine, lui torna ad innamorasi. Ancora e ancora. Abbandonate ufficialmente le donne dopo il colpo di fulmine con il bel Geoffrey, questa volta a ronzagli intorno sono quel bellimbusto del nuovo coinquilino, uno che fa conquiste su conquiste, e un fragile ragazzo pieno di manie, ansiolitici e turbe. Sarà troppo per uno che si è dichiarato su due piedi, da qualche mese, e che ha tutte le fortune e le sfortune di questo mondo? Fotografia bellissima, regia cristallina, dialoghi di una assurdità che contagia, un protagonista rivelazione – sì, perché Josh Thomas scrive e recita, risultando ottimo in entrambe le cose – a cui è impossibile non volere un po' di bene. Il finale di stagione, tenero ma con un pizzico di amaro sulla punta della lingua, ti lascia in attesa per una terza serie che, prima o poi, arriverà. Lo dice Wikipedia, e noi ci fidiamo. Quando Josh tornerà a fare torte e disastri culinari, dalla cucina si alzerà l'odore dei cupcake e le mongolfiere diventeranno scenario per fallimentari proposte di matrimonio, tutti saremo più contenti e fischietteremo, spensierati, quella sigla che ti entra in testa... Uh-uh-uh-Uh-uh, Yeah, I'll be fine. (7+)

giovedì 11 settembre 2014

I ♥ Telefilm: True Blood, New Girl, Please like me e un po' di pilot(²)


True Blood
VII (e ultima) Stagione
Se me l'avessero chiesto anni fa, in uno di quei tag su Facebook che tanto girano adesso, avrei risposto che, tra le mie serie preferite, c'era True Blood. Questo è stato sei anni, sette serie, ottanta episodi fa. Le cose belle finiscono e finiscono anche quelle brutte. Così è finito True Blood, che da qualche tempo fa parte della seconda, nutrita categoria: quella dei serial brutti. Il piccante e sanguinoso prodotto HBO, uscito dalla penna di Charlaine Harris, ha subito un'involuzione estenuante, lunga, infelice, durata svariati palinsesti. E a me piaceva; poi lo schifo ha seppellito il resto. E' notorio: io amo il trash. Ma True Blood – quello degli ultimi anni, almeno – mi ha messo a dura prova. Sul blog non ho mai trovato la voglia di parlarne, ma all'indomani dell'episodio conclusivo, eccomi. Mi sarebbe piaciuto, alla commemorazione, dire qualche parolina positiva, com'è giusto per le cose morte e sepolte. Invece quel finale – a cui sono giunto con una certa forza d'animo: naaah, ho saltato la bellezza di sei episodi, che ho immaginato noiosi e superflui come il resto – si è aggiunto al cassonetto fumante e fetido di atrocità gratutitamente distribuite. Concentriamoci, allora, su quello che True Blood ci ha dato: avrà avuto i suoi bei lati positivi, giusto? Il sesso. Malizioso, spinto, nudo e crudo, almeno una volta ha messo a nudo il cast in gran completo. Per gli spettatori: la Anna Paquin che, con uno dei personaggi più irritanti del mondo, concede le sue grazie alle telecamere, e ai lupi, e ai vampiri, e ai camionisti; l'incantevole uragano rosso Deborah Ann Woll, che però è sempre troppo vestita; l'inutile Rutina Wesley e l'epica Kristin Bauer che pomiciano. Per le spettatrici: chiappe di marmo, addominali e muscolacci che manco in Magic Mike, la rivelazione Alexander Skarsgard e il disinibito Ryan Kwanten che – in un tripudio di insensatezza – ci danno dentro focosamente. Le ragazze ci vanno meglio, e ci va meglio pure la Paquin che, nonostante la sua naturale “odiosità”, si è sì bruciata una carriera avviata da bebè con Lezioni di piano, ma ha anche trovato un marito: Stephen Moyer. La settima stagione è la più imbarazzante, anche se non è umanamente possibile. Il resto cos'era, allora? Di un imbarazzante... disumano. La protagonista che spara fatate onde energetiche, il matrimonio e il funerale, la tavolata felice alla Settimo cielo, con gli intrecci lasciati al creatore, i comprimari dimenticati e il diabete che avanza fanno cadere in ordine sparso: 1. mascella, 2. braccia, 3. palle. Da quando True Blood sembra essere finito nelle mani di un'undicenne analfabeta che scrive fan-fiction vampiresche le buone intenzioni iniziali – mie e dei produttori – si sono fatte melma al sole. Rimembriamo tutti un insensato sogno erotico a tinte queer, con candele tremolanti e musica argentina di sottofondo, per esempio. Potreste dirmi: era il desiderio delle fan. Il mio desiderio di fan era che Sookie morisse tra atroci sofferenze e torture, eppure nell'ultimo episodio è vivissima. E incinta. Ops, spoiler! Ho smesso di ridere di ciò recentemente – non è vero neanche questo, perché rido ancora. In questo. Esatto. Momento. (4)

New Girl
II e III Stagione
Partiamo dal presupposto che Zoey Deschanel è una delle più adorabili abitatrici della Terra. Cioè, l'avete vista? Io l'ho scoperta qualche anno fa in 500 giorni insieme e la amo da allora, all'incirca. In quel film, io ero un altro Tom e lei mi aveva spappolato il cuore. Agli uomini piacciono le stronze. Ma lei era troppo, troppo carina per essere crudele: quindi niente. Cuore rotto o meno, la guardavo e le mandavo piccioni viaggiatori con l'invito alle nostre nozze, o simili. Le passioni della ragazza nerd, in un corpo da Barbie alternativa. Non ragazza nerd sono-troppo-presa-dai-videogiochi-per-lavarmi-i-denti, ma il tipo da sogno che ascoltava vecchie canzoni, indossa vecchi vestiti a fiori, può permettersi la frangia senza il rischio di sembrare un panciuto pechinese. E quello sguardo blu che ti farebbe fare incidenti d'auto a ripetizione... Un guaio. Come questo post, che si sia trasformato nella posta del cuore. Insomma: ho iniziato a vedere New Girl e, insoddisfatto dei venti miseri minuti a settimana, l'ho messo in pausa. Per due anni e mezzo. Che devo dirvi: la cosa mi è sfuggita un tantino di mano. Ho recuperato le ultime due stagione questa estate. Se estate volete chiamarla. La depressione per la sessione autunnale, un esame che non si vuole preparare, la pioggia senza fine e le schiarite improvvise, il vento, la noia, la fame, la noia riempita con gelati o biscotti che colmano anche la precedente voce della mia lamentosa lista. Questi tre mesi, insomma, a me sono sembrati la brutta parodia della già brutta pubblicità Sammontana. New Girl – carino, infinitamente – è stato un toccasana per il mio umore nei momenti in cui stavo nero nero – di animo, non di carnagione: sono andato troppo poco al mare per permettermi l'abbronzatura da surfista californiano. Sono stato in fissa con il simpatico, stupido e romantico mondo di Jessica Day e, accompagnato ineditamente da mio fratello, mi sono dato a vere proprie maratone serali e notturne sul divano. Il top del top. E c'era – e c'è – la preoccupazione per l'appartamento nuovo, in cui andrò a vivere dal primo ottobre: come saranno i coinquilini? La convivenza è sempre un rischio, come un appuntamento al buio. Guardando New Girl, però, ho sperato di ritrovarmi anch'io in uno scenario e in una compagnia da sit com e, ansiosissimo, ho scoperto la serenità. Insieme a Jess - che rende i pigiamoni imbottiti il massimo del sexy, che dopo una rottura ascolta Taylor Swift a tutto volume, che balla e canta come una dolcissima demente – ci sono il mitico Schmidt (e ogni serie di successo ha uno Schmidt cult: Barney, Sheldon, Stifler); il saggio Winston; la bellissima modella Cece (che vive nell'appartamento saltuariamente, un po' a scrocco; amica di Jess e amica di letto di Schmidt); e poi Nick, burbero e scontroso. Dio, io sono Nick: sputato. Gli stessi borbottii indistinti, lo stesso broncio, lo stesso fisico sformato. Manca solo l'amore della Deschanel – hai detto niente - per renderci la stessa persona. Prima e seconda stagione: uno spasso. Si perde qualcosa nella terza, quando Cupido scocca uno dei suoi imprevedibili dardi e sboccia del tenero. Nasce una coppia bellissima e male assortita che turba gli equilibri della convivenza. Tira e molla, gelosie, bizzarri dissapori. Tanto, nella terza stagione, viene a noia e il ritmo scema. Ma, tranquilli, niente di irreparabile. Chissà cosa ci riserverà la prossima. Io sono fiducioso: dopotutto, “it's Jess”. Non vi basta? (7,5) (6+)

Please Like Me
Stagione I
Josh è un tipo fuori posto. Sfacciatamente fortunato, ma fuori posto. Non esattamente una bellezza, con quella sua faccia da neonato centenario: glielo ricordano i suoi familiari e i suoi amici, che gli vogliono un bene dell'anima e lo tormentano a giorni alterni. Non si sa bene cosa faccia. Non si sa bene cosa gli piaccia. Non si sa bene come si sia accaparrato prima la bellissima Caitlin Stasey di Reign, poi un esemplare altrettanto bello ma di un genere altro di nome Geoffrey. Sappiamo che, senza troppi drammi, prima era etero e poi ha smesso. Ha una ex che è diventata così sua amica per la pelle e un ragazzo romantico e palestrato che per essere il suo primo in assoluto malaccio non è. Josh vive la sua sessualità con serenità estrema, dal momento che prima del colpo di fulmine con Geoffrey già ci avevano pensato le sue bizzarre passioni a metterlo saggiamente in guardia: gli orologi a cucù, il balletto classico, le mini-crostate fatte in casa, le camicie a fantasia, i pantaloni a tubo dai colori pastello. Ma quando tuo padre con la crisi di mezza età sta mettendo su famiglia in Thailandia, tua madre tenta il suicidio ingurgitando aspirine e Baileys, la tua zia preferita ha un piede nella fossa e una patente da rinnovare, l'amore che guaio sarà mai? Che sorpresina che è questo Please like me. Me lo ritrovavo spesso tra i piedi, ci inciampavo vicino: sapevo che c'era una seconda stagione in corso e poco altro. I suoi sei episodi introduttivi, di venticinque minuti ciascuno, li ho visti in un giorno, perché alle coincidenze ci credo e se internet me lo metteva ogni due secondi sulla Home una buona causa doveva esserci. Mi sono divertito tanto, stupendomi della lucidità del tutto e dell'irresistibile ironia del resto. Please like me è una serie australiana scritta e pensata dal talentuoso Josh Thomas – autore, protagonista: idiota. I cenni autobiografici si sprecano e le situazioni, anche se spesso già viste, funzionano. Thomas sa recitare il ruolo di un ventenne sempre confuso che porta male i suoi anni e sa scrivere, soprattutto, dialoghi brillanti e trame veritiere. Non ricerca la risata grassa; non insegue una morale forzata e buonista che, in gioventù, nessuno vuole. Comprimari spassosi – il coinquilino occhialuto e nerd, i genitori stralunati, la prozia commovente ed arzilla - e battute genialoidi fanno del suo esperimento un qualcosa di colorato, frizzante e universale a metà tra Looking e Friends, con una penna che ricalca al meglio la calligrafia e le nevrosi di Woody Allen, ma con note autoriali del tutto personali. Un racconto di formazione a puntate sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. (8)

I pilot.
- Perfetto il pilot di Red Band Society, remake statunitense del nostro Braccialetti Rossi e dello spagnolo Polseres Vermelles. Quaranta minuti belli pieni che si chiudono con i Coldplay. Divertente, emozionante, sincero, con quel tocco di politicamente scorretto che mi fa impazzire da sempre. Produce la Amblin di Spielberg e nel cast, tra dottori bellocci e facce nuove e giovani, l'ottima Octavia Spencer direttamente da The Help. Il solo Braccialetti Rossi che mi concederò mai, deciso.
- Selfie è l'ennesima rilettura di My Fair Lady, solo al tempo dei Social e delle foto “fai da te”. Guardabile, discreto, non troppo entusiasmante. Un primo episodio simpatico e tutto, ma bho. Presto per giudicare. Per gridare odio o amore.
- Bene A to Z: una commedia romantica su un lui e una lei; una relazione analizzata dall'inizio alla fine. Mi ha colpito la voce narrante, che mi ha ricordato belle cosine - Pushing Daisies e 500 Giorni insieme, ad esempio.