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venerdì 11 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Una serie di sfortunati eventi S02, Ash Vs Evil Dead S03, UnReal S03

La sigla suggeriva di non farlo, di non guardare. Noi, affezionati lettori dei volumi targati Salani o bambini cresciuti in compagnia dei bislacchi travestimenti di Jim Carrey, abbiamo disobbedito. Guardando gli otto episodi introduttivi della serie Netflix: belli ma con riserva. Ritornando dagli orfani Baudelaire per una seconda stagione ancora. Nuove disavventure, nuova crudeltà aggiunta, nuovi antagonisti del lieto fine. Lo schema, immutato: i protagonisti scappano, vengono acciuffata, se la cavano, vengono riacciuffati ancora. Ricominciare dall'inizio, ogni volta, con altri trasferimenti, in un altro angolo della fantasia di Lemony Snicket. A onor del vero, le vicende si fanno più collegate – flashback di un passato vicino o lontano, vecchi volti che diventano personaggi ricorrenti, informazioni sulla società segreta di cui i genitori di Violet, Sunny e Klaus facevan parte. Si fanno più indipendenti dal film di quattordici anni fa, ma non da una struttura che resta purtroppo il loro più grande difetto e la loro più lampante particolarità insieme. Un collegio infernale, un grattacielo senza ascensore, un villaggio assiepato dai corvi, un ospedale in cui si è a rischio di lobotomia, un freak show con talenti da strapazzo e leoni che hanno fame di frugoletti. Insieme a loro, questa volta, la collaborazione di Isadora e Duncan, orfani parimenti disgraziati e brillanti; l'agente segreto Nathan Fillion, la bibliotecaria Sara Rue e l'irresistibile Lucy Punch, innamorata di un Patrick Harris a lungo andare, spiace ammetterlo, insopportabile; i siparietti musical e gli sprazzi horror che lo rendono, al solito, uno stilosissimo esercizio di fantasia. Tutto giusto. Tutti bravi. Tutto bello. Dividerla in un mese di visione, però, è stata una scelta necessaria, anche se non so quanto vincente. Per sopportare quella ripetitività che proprio non torna e ritmi che funzionano meglio su carta che in TV. Per non lasciare prevalare i contro, per non lasciarla, affezionato come resto alle tragedie dei tre fratelli, al fare sornione del narratore Patrick Warburton e alla tavolozza variopinta di questi intrecci rocamboleschi, a metà fra il gotico di Burton e lo zucchero filato di Anderson. (6,5)

Ci sono voluti tre film di Sam Raimi e tre stagioni con la serie TV che porta il suo nome affinché Ash Williams, non più il giovincello perso nei boschi del primo Evil Dead, fosse scagionato dal sospetto dei concittadini. Non assassino impunito ma cacciatore di demoni a tempo indeterminato, sul finire della seconda stagione rivelava l'esistenza del Male con la lettera maiuscola agli scettici e, in ritardo, veniva acclamato eroe. Per lui e i suoi aiutanti, però, non c'è pace. Il sogno di gestire un ferramenta tutto suo, infatti, dura Natale e Santo Stefano – sabotato da un'altra ondata di mostri, da svolte più o meno previste che portano davanti a un bivio (più che bivio, è un portale spalancato su un'inquietante dimensione parallela). Mentre Pablo è conteso da forze opposte e Kelly, pronta a dire sì all'amore, cede suo malgrado il corpo a un'entita primordiale, il solito Ash fa i conti con grattacapi incresciosi: la salvezza del mondo e, soprattutto, una paternità imprevista. Come può il cazzaro di sempre crescere un'adolescente che, per di più, lo detesta? Come può essere il salvatore biblico in cui un paio di eletti credono? Prima stagione che vedo lontano da casa, senza la compagnia del mio, di papà, quella di Ash Vs Evil Dead è a sorpresa anche l'ultima: la Starz ha annunciato la cancellazione il mese scorso, nel rumoreggiare amareggiato dei fan. Nonostante quel finale sospeso, che annunciava per il futuro prossimo mondi e avventure alla Mad Max, io dico poco male: la comedy horror si congeda, e si concede secchiate di sangue, morti spassosissime, personaggi sopra le righe. Onestamente, però, iniziava a farsi meno godibile, con il suo ripetere massacri e situazioni grottesche. Più che per l'addio al piccolo schermo in sé, allora, spiace per quello che potrebbe significare per il caro Bruce Campbell, da anni in cerca – senza successo – di una vita dopo Ash: gli toccano forse la tristezza del pensionamento, appese al chiodo motosega e casacca blu? Nel dubbio, non ditelo a papà: che ci si fa vecchi, che il divertimento è bello quando dura poco, che si finisce qui. (6,5)

I retroscena di un programma televisivo alla Uomini e donne. Chi corteggia chi e, alla fine, un'unica scelta da condurre in parata all'altare. Nel mentre, immancabili le manipolazioni degli autori, che da dietro le quinte non si perdono un intrigo o la migliore occasione per aizzare il fuoco. UnReal, partito anni fa su un'emittente ben poco propensa a brillare per qualità, era la commedia nera che intrigava e, zitta zitta, faceva il filo alla stagione dei premi. Protagoniste bravissime, sceneggiature affilate, risvolti malsani. L'ultima volta, per proteggersi, ci si era spinti fino all'omicidio. Shiri Appleby e Constance Zimmer, nonostante tutto ottime padrone di casa, sono ora alle prese con il senso di colpa e un'ennesima edizione di Everlasting. Fuori onda: il desiderio da parte della volubile Rachel di affrancarsi dai ricatti e di far luce su abusi di cui chiedere spiegazioni in famiglia; Quinn, sempre in cerca di pace e Emmy. Sotto i riflettori, invece, si cerca l'amore con un'unica varazione sul tema: lo scapolo stavolta è donna – femminista non così convinta, in fondo – e i corteggiatori saranno dunque ragazzoni aitanti con concezioni agli antipodi. L'idea della Lifetime, in una terza stagione strascicata e poco necessaria, sembra avere esaurito il suo potenziale. Istanze e riflessioni ammiccano spesso al caso Weinstein; i protagonisti, viziosi e insopportabili, si proteggono a vicenda le spalle. C'è poco pepe. C'è, soprattutto, poco trash. Anche in un finale apparentemente risolutivo, tarallucci e vino, in cui l'elemento di maggiore interesse è il promo, in chiusura, della quarta stagione già girata. Resisterò al richiamo della metamorfosi di Rachel, da produttrice a concorrente d'eccezione, con lei che vorrebbe cambiare disperatamente vita e io canale? (5,5)

giovedì 15 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: Black Mirror, Rocco Schiavone, Ash VS Evil Dead II

C'è un ricatto in corso per il primo ministro britannico, costretto a fare sesso con un maiale: a rischio, reputazione e rapporti familiari. In un'imprecisata realtà distopica in cui l'esistenza consiste nell'accumulare punti e chilometri pedalando su una cyclette, la storia d'amore tra due timidi prigionieri in rivolta: satira spietata contro talent show e pornografia online, che trasformano ogni sogno, ogni buona intenzione, in stereotipo. Un microcip sottopelle fa un puntuale back-up dei tuoi ricordi: una cena tra amici, per una coppia messa in crisi dal sospetto, si trasforma in ossessione. Un'altra giovane coppia, ma questa volte felice: lui muore in un incidente stradale, lei non si arrende e, complice la tecnologia, lo rimpiazza con un surrogato con le esatte fattezze del defunto. Una donna senza memoria fugge da individui mascherati in un gioco al massacro: c'entrano un orso bianco, un colpo di scena fortissimo, una punizione esemplare destinata a durare vita natural durante. Se la politica è intrighi e corruzione, candidare a mo' di provocazione l'ologramma di un orsetto a cartoni e il comico che lo doppia: il peluche Waldo, sboccato e pungente, è un simbolo che può fare danni in mano alle persone sbagliate. Infine, Jon Hamm e Rafe Spall in una baita nella tormenta, con la neve e le festività lasciate fuori: il primo è una specie di guru, il secondo è una specie di divorziato senza speranza; uno dei due è una specie di bugiardo. Dopo il colpo di fulmine con la terza, ho recuperato all'incontrario prima e seconda stagione di Black Mirror. Le aspettative, alte di per sé, sono state superare. All'ultima ho infatti preferito l'essenzialità di questi primi episodi: nudi, rapidi, spaventosi. Ho trovato quegli elementi di disturbo, l'angoscia più sconvolgente, che a mio dire erano un po' mancati nella stagione che schierava Netflix e nomi altisonanti in campo: non a caso, lì, era la dolcezza di San Junipero a prevalere. Nelle stagioni introduttive, invece, l'ironia britannica, la scrittura perfetta e il piglio indie sono costanti che rendono gli episodi, sebbene autoconclusivi, parte di una visione più coerente. Di certo, più desolante ancora. Vince il no e Matteo Renzi si dimette, ma c'è il politico del pilot che se la passa peggio; chi vorrebbe un pupazzo come presidente, si domandano, e intanto vince Trump; patiscono la solitudine, comprano solo Apple e si confidano a Siri. Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa: opaco, ma non abbastanza da nascondere il futuro che verrà. Come diventeremo, cosa faremo. E quello che, a sorpresa, già siamo. (8,5)

Rocco Schiavone, vicequestore romano, è mandato al nord per punizione. La neve, il freddo, la gente più chiusa e, magari, meno azione. Ad alta quota, chi esce di casa e si mette a uccidere? Cosa può succedere di male in Valle d'Aosta? Lui non ha le scarpe adatte, i cappotti pesanti, né la minima idea di quanto si sbagli. Gli toccherà risolvere un giallo a puntata. Gli toccherà fare i conti con sottoposti insubordinati, donne fatali e personaggi del passato che, dopo un decennio, reclamano vendetta. Ispirato all'omonimo personaggio di Antonio Manzini – autore che, sarà per via della barbosa Sellerio che lo pubblica, non mi aveva mai ispirato -, Schiavone è un segugio burbero, spiantato, politicamente scorretto. In prima serata impreca, fuma sigarette su sigarette, si fa le canne in ufficio: i politici italiani, ridicoli, borbottano. Presso quei canali Rai che ripropongono sempre le solite repliche, sempre i soliti prodotti mediocri, si preannuncia sorprendente e, fino alla fine, rispetta le promesse – caso isolato accanto allo spassosissimo Ispettore Coliandro, giunto ormai alla sesta stagione. I casi, certo, sono modesti: suicidi, rapimenti, traffici illeciti e, nella risoluzione, solo sporadici colpi di scena. Una cronaca nera ritoccata con sprazzi di umorismo dissacrante e risoluzioni raramente consolatorie. La giustizia, a volte, ha torto marcio. Ma c'è Rocco – impersonato da uno strepitoso Marco Giallini – che vede e provvede. Ha metodi poco ortodossi, amanti litigiose. In sei episodi viene fuori il ritratto di un uomo affascinante, scalto e profondamente solo. Piace questo. Che, come nel noir di ogni dove, Rocco sia un personaggio tormentato: un'anima nera che si accende qui e lì, in sporadici gesti di gentilezza, e nei tete-à-tete serali con una dolce, indispensabile Isabella Ragonese. Aiutano la regia cinematografica di uno storico addetto ai lavori, il Michele Soavi del cult Dellamorte Dellamore; lo stesso Manzini, che sforbicia e sceneggia; la presenza di simpatiche macchiette da barzelletta che smorzano i toni. Per Schiavone le chiamate nel cuore della notte, i segreti da svelare, i bandoli dalla matassa di cui venire a capo, sono una rottura di coglioni del decimo grado. Su una scala da uno a dieci, però, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia? (7,5)

Ash è tornato. Dopo tre film cult e una serie tivù ci ha preso gusto. E anche se appesantito, invecchiato, ingrigito, si è messo comodo. Prodotto dalla Starz dello stesso Sam Raimi, dice che il piccolo schermo è a abbastanza grande per il suo ego spropositato e che, su certi canali, a sangue e frattaglie non c'è freno. Dopo una prima stagione esilarante e sanguinosa, rieccolo: ha lucidato la motosega, si è messo una camicia senza macchie e, epilogo sospeso permettendo, va a caccia di demoni. Gli aiutanti sono quelli – Pablo, ricettivo al male, e l'agguerita Kelly –, ma la perfida Ruby è dalla loro parte. La mia famiglia si è radunata con i pop-corn alla mano per l'evento, così come quelle normali faranno per i concerti di Natale sul Cinque. Bruce Campbell fa inversione di marcia e arriva al paesello natale: ha un'ex fidanzata che, nel frattempo, ha messo su famiglia; un padre che tutti credevano morto; la reputazione da serial killer. Nessuno ha dimenticato gli eventi di La casa; nessuno gli perdona il fatto di essere stato l'unico sopravvissuto. Soprannome impossibile da scollarsi di dosso: “Ashy Slashy”. Il male l'ha seguito fin lì. Dimosterà ai coincittadini che si sbagliano, in fondo, sul suo conto?  Ash Vs Evil Dead cambia pelle – letteralmente, c'è un antagonista che scuoia le vittime e ne ruba l'identità –, ma resta lo stesso spasso. Morti coreografiche, comicità pecoreccia, buoni sentimenti per personaggi dalla cattiva reputazione. Gli episodi, cronologicamente collegati, costituiscono i capitoli di un lungo film anni '80. Non mancano le splendide trovate – il viaggio nel tempo per cambiare il destino sfortunato di un personaggio, una puntata che vira con leggerezza al thriller psicologico per farci dubitare così della lucidità del buon Ash –, e gli omaggi non si contano. Questo Necronomicon ha qualche sbavatura insanguinata, a volere essere pignoli; qualche (tempo) morto qui e lì. Le imprese di Ash non deludono, ma a tratti si patisce una certa ripetitività. Manca l'effetto sorpresa. Manca la novità, accanto all'amarcord. Come prendere un finale né troppo aperto né troppo chiuso? Come lo troverà l'anno prossimo la mia famiglia, se il dèjà vu – perdonate la rima – non si decide a regalare qualcosa di più? (7)

mercoledì 13 gennaio 2016

I ♥ Telefilm: Ash vs Evil Dead, Mozart in the Jungle II, And Then There Were None - Dieci Piccoli Indiani

Ash Vs Evil Dead
Stagione I
La gente, quando mi scopre cresciuto a pane e horror anni ottanta, ne è meravigliata. Non si direbbe, mi assicurano, data la mia inconsueta apertura verso generi cinematografici ben diversi – ad esempio, potete star sicuri che la romcom parlatissima, con lui che incontra lei in tutte le combinazioni e le città d'arte possibili, qui avrà sempre un posto speciale – e strano, aggiungono, che più attirato dal sangue che dai cartoni animati sin da bambino, non sia poi diventato un serial killer di fama mondiale. E qui sghignazzano e fanno l'occhiolino. Scherzando scherzando, io rispondo che per quello c'è sempre tempo. Allora, silenzi di tomba. Questo per dire che, tra i miei registi cult, a sorpresa ma non troppo, c'è un certo Sam Raimi. Autore, insieme ai fratelli, di Xena e Hercules, che allietavano i miei pomeriggi su Italia Uno; del solo esempio di cinecomic che mi è rimasto nel cuore, con l'insuperabile trilogia di Spiderman; di horror a basso budget – da non sottovalutare, per me, neanche il divertentissimo e recente Drag Me To Hell – visti con papà quando non avevo l'età. Ash Williams, in particolare nel medievaleggiante L'armata delle tenebre, era il mio eroe, vestito di cotta e maglia e umorismo a non finire. La trilogia partita con Evil Dead – una manciata di ragazzi in una baita nei boschi, forze maligne, il trionfo dello splatter – era finita però prima che io nascessi, nel 1992. E, senz'altro perché vi avevo assistitito in differita, l'idea del remake al femminile di Fede Alvarez, nudo e crudo, mi aveva dato diverse soddisfazioni. Da allora, più o meno, aspetto la reunion. Annunciata, desiderata, attesissima in famiglia. Più di vent'anni dopo, il simpatico Bruce Campbell – legato indissolubilmente a quel ruolo e a quel regista – torna a indossare, con ironia e una specie di strana commozione, una motosega a mo' di guanto e a sfogliare il temibile Necronomicon. Va verso i sessanta, ormai, ma la mano di legno e i racconti sensazionali lo aiutano a rimorchiare nei bar. Finché, sbronzo e piacione, si fa il bello agli occhi della sua ultima amante leggendo i passi di quel libro scritto con il sangue, sulla pelle di un uomo scuoiato. E risveglia così il Male. I demoni e l'oscurità, insieme allo spettatore, lo trovano invecchiato, impreparato, ma sempre sul pezzo. Lavora come commesso in un negozio di elettronica in stile Chuck Bartowski, vive in una roulotte sgangherata, ha la dentiera e il busto ortopedico. Non perde però il tocco. Ha una poliziotta che segue le sue tracce, un'alleata – o è forse una nemica? - con il volto di una Lucy Lawless affascinantissima e due pivelli come aiutanti: Ray Santiago, messicano e imparentato con un brujo, e Dana DeLorenzo, bella e capriciosa. Lui, inutile dirlo, è perdutamente cotto di lei. Morti e battute ad effetto, effetti speciali artigianali, dieci episodi – pochi e brevi, purtroppo – per le dieci tappe di uno spassaso viaggio on the road, che grandi e piccoli bramavano. Raimi produce, e qualche volta dirige, un rinfrescante bagno di sangue e un caloroso ritorno a casa. Anzi, nella Casa. (7,5)

Mozart in the Jungle
Stagione II
Il pubblico, elegantissimo, prende posto a sedere. L'invito al silenzio e, dal palcoscenico, i primi arpeggi. Si apre il sipario e un uomo di spalle, piccino ma energico, spinge la sua orchestra a grandi trionfi. L'applauso, un altro. Dopo l'ingresso del maestro Rodrigo alla Filarmonica di New York, le cose vanno meglio per tutti, o quasi. Lo scorso anno, in una serie rivelazione targata Amazon, nonché preziosa presenta ai Golden Globes di questo stesso 2016, un direttore dal sangue caliente e dai metodi poco ortossi accoglieva a braccia aperte l'avvento della novità. In tanti storcevano il naso, davanti ai suoi capelli indomabili, al passato turbolento, alle prove per strada. Ma quanto ci erano piaciuti, in realtà, gli spettri in costume, il glamour della City, il suono di una leggerezza mai tanto di classe? Quanto attendevamo un altro ciclo di episodi, per sapere se il bacio tra Rodrigo e l'allieva Lola Kirke avrebbe avuto ripercussioni e se la Filarmonica, gravemente indebitata, ce l'avrebbe fatta a risollevarsi? Mozart in The Jungle ritorna, tra dicembre e gennaio, con un seguito all'altezza del non lontano inizio e piccoli dubbi che, però, si rinnovano nel sottoscritto. Perché la serie, benedetta da Chris Weitz e dai compagni di merenda di Sofia Coppola, non si sa quando cominci né quando finisca. Mi spiego. Grandi attori e colonna sonora immensa, ma come una povertà di temi, di stagione in stagione. Cos'è successo nella prima, dopo l'arrivo di Rodrigo? Cosa succede nella seconda, dopo il tour in America Latina? Poco, pochissimo. Gloria, magnifica settantenne, scopre di possedere notevoli doti canore – ma trattandosi di Bernadette Peters, leggenda del musical, è poco lo stupore – e di avere ancora l'età per concedersi un amore o due; l'oboista Hailey, con il fidanzato ballerino impegnato in un reality show, ripensa alle attenzioni del suo Maestro; Cynthia, sexy violoncellista, asseconda le avance di un'avvocatessa che in tribunale però non fa faville; Thomas, ed è impossibile a questo punto non nominare il granitico Malcolm McDowell, lavora alla sinfonia di una vita e seppellisce nel frattempo l'ultima moglie. E cosa capita invece a Rodrigo, in cerca dell'assistente perfetto e, per un arco di episodi, affetto da un fastidioso disturbo uditivo? Sarà come Mozart, eterno enfant terrible, o cagionevole come Beethoven? L'eleganza e l'ordine dello skyline newyorkese, per un po', cedono il posto a una tournée sui mari del sud. Al calore e al colore del Messico. Il buon cibo, le maledizioni, la lettura dei fondi di caffè. Gli amori predetti dalle nonne sagge. Esilarante e ricercato, leggero ma a volte impalpabile, Mozart in the jungle è un passatempo colto e rilassante, per melomani e non solo, a cui questa volta manca maggiore consistenza e la sua città di appartenza. Ma è tanto ben confezionato, tanto sovversivo, che davanti a un Gael Garcia Bernal posseduto dal ritmo – vedeste quanto è coinvolgente e naturale, mentre si dimena e tiene il tempo – è impossibile trovare riparo dall'ispirazione e dall'allegria. Contagiano. (7)

And Then There Were None
miniserie televisiva
Fulmini e saette, un'isola privata tagliata fuori dal mondo, una chiave maestra. Una pistola e, a un tavolo, sconosciuti invitati allo stesso evento: ospiti in una casa labirintica, i cui padroni – stranamente assenti – hanno lasciato il comando ai due domestici, marito e moglie. Tra i piatti fumanti e le posate, al centro, dieci strane statuine d'avorio, che rappresentano ognuno di loro. Dieci vittime – e dieci colpevoli, perché tutti hanno la coscienza sporca – e un assassino che agisce inosservato. Una dopo l'altra, le statuine scompaiono; uno dopo l'altro, gli ospiti muoiono, seguendo l'ordine espresso in una inquietante filastrocca per bambini. I superstiti, sospettosi e pietrificati, vivono sul chi va là. L'indice puntato verso il compagno, il dubbio persistente. In quella villa sferzata dal vento e dalle acque, nessuno entra e nessuno esce: il male è tra loro, l'inferno è in terra. And Then There Were None – per noialtri, Dieci Piccoli Indiani – è il titolo che, a un passo dall'anno nuovo, sotto le feste, si è presentato alla mia porta, con la sua aria inglese al solito impeccabile, il taglio cinematografico, un intreccio di cui non si è mai stanchi a sufficienza. La BBC, in tre puntate, propone la trasposizione del romanzo più celebre della regina del brivido, Agatha Christie, e sorprende in maniera impensata. E da quando sbagliano, questi inglesi, chiederete? Invece, davanti a riproposizioni edulcorate e alquanto mediocri – su tutte, l'ultimo Lady Chatterley's Lover -, lo scorso anno le mie convinzioni hanno vacillato. In prodotti belli ma senz'anima, registi e autori che procedevano con il pilota automatico, tanto savoir faire fine a sé stesso, la dizione troppo perfetta dei britannici – e degli automi doc. And Then There Were None, invece, ha un apparato tecnico di tutto rispetto – fotografia cristallina, scenari da sogno (ebbene sì, io faccio strani sogni), un montaggio sonoro che regala sussulti – e personaggi al di sopra di ogni sospetto che, nei flashback, vengono cesellati gradualmente. In tre ore scarse, forma e contenuto hanno lo stesso peso. Il cast, pieno di giovani promettenti e vecchie volpi, è dei migliori. Il bellimbusto viziato di Douglas Booth, il mercenario dell'aitante Aidan Turner, la tata impenetrabile della rivelazione australiana Maeve Dermody. Tra gli altri, il giudice Charles Dance, la crudele precettrice Miranda Richardson, l'eroe di guerra Sam Neil. Tutti bravissimi e tutti in pericolo, in una storia vista e rivista – purtroppo, a ventun anni, non ho mai letto il romanzo; una delle mie tante, imperdonabili mancanze – il cui finale, culmine di una orchestrazione senza stonature, sorprende anche oggi. Un autentico gioiello di eleganza e scaltrezza. Era il trenta dicembre, per essere precisi. Tardi, ormai, per le aggiunte dell'ultimo minuto al famoso listone. Non abbastanza, comunque, per godersi un altro regalo del piccolo schermo. (8)