|L'ultimo mago,
di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18, pp. 240 |
Tutte
le storie d'amore infelici sono storie di fantasmi. Lo sa bene
Francesca Diotallevi che, giunta al quinto romanzo, chiama un medium
d'eccezione per far dialogare due innamorati separati dalle
circostanze: Gustavo Rol. Benché morto trent'anni fa, il sensitivo
resta un enigma in una città già piena di enigmi: Torino. Per
alcuni santo, per altri ciarlatano, nel suo appartamento al quarto
piano di Via Pellico chiamava la crème de la crème – Fellini,
Einstein, Kennedy – a testimoniare i suoi prodigi. Sapeva realmente
mutare il seme delle carte? Fu interpellato dal Duce in persona per
presagire la caduta del Fascismo? Quando dipingeva, a guidargli la
mano era il defunto Monet? Coltivò il suo talento, pare, con l'aiuto
di uno sconosciuto incontrato a Marsiglia. E per tutta la vita si
difese dagli scettici parlando non di fantasmi, ma di spiriti
intelligenti; non di sedute spiritiche, ma esperimenti. Affascinata
dai personaggi nell'ombra, l'autrice – che proprio qualche anno fa
pubblicò una biografia romanzata su Vivian Maier, fotografa lontana
dai flash – ci conduce nei luoghi di Rol. Torino, mai stata così
bella, fa da sfondo a un noir dell'anima che ho amato figurarmi in
bianco e nero. È lì, abbigliato come Bogart, che si muove il vero
protagonista del romanzo: l'immaginario Nino Giacosa è un ex
prigioniero di guerra assillato dai creditori e ossessionato dalle
chimere di Cinecittà.
Ci
sono le storie che raccontiamo agli altri, e poi ci sono quelle con
cui convinciamo noi stessi. A volte accade che le due versioni
coincidano, ma non era quello il caso.
Tra
le nebbie del capoluogo piemontese, infatti, cerca una storia da
trasformare in una sceneggiatura di successo. Tormentato dai pensieri
suicidi sulle rive del Po, non sa che ne vivrà una. È Miriam,
vecchia fiamma andata in moglie al migliore amico, a condurlo al
cospetto di Rol. Nino, avido, vorrebbe smascherarlo. Cambierà idea
davanti a un uomo controverso ma segretamente fragile, logorato dalla
solitudine degli incompresi? Con la sua penna notoriamente
sopraffina, Diotallevi torna ai contesti storici particolareggiati,
ai personaggi realmente esistiti, agli amori interrotti – questa
volta il pensiero corre al triangolo di Beppe Fenoglio.
Nell'impossibilità di comprendere appieno l'enigma Rol, tuttavia,
raggira parzialmente l'ostacolo. Gustavo diventa un deus ex machina;
un eccezionale caratterista che ruba la scena a un attore
protagonista, per me, non irresistibile come spererebbe. Il magnifico
avviene fuori scena. Molto viene rievocato, non mostrato. Indagato
senza voyeurismo, Rol viene raccontato attraverso la prospettiva dei
suoi fedelissimi. Volutamente, Diotallevi indugia sulla soglia e
scrive in punta di penna un romanzo ben attento a non banalizzare il
personaggio – la famiglia Rol può tirare un sospiro di
sollievo –, ma in cui l'eccessiva accortezza verso la materia
trattata mina il gusto per l'intrattenimento. Verisimile ma senza
sorprese, l'intreccio è al servizio del magnetismo del personaggio.
Nonostante qualche riserva verso l'esile cornice narrativa, L'ultimo
mago non è un bluff. Diotallevi architetta un gioco di prestigio
sul potere affabulatorio della parola, in cui l'arte della narrazione
– come la magia, d'altronde, genera illusioni – pone
maghi e scrittori sul medesimo piano. Su Gustavo Rol pende un
velo. Disinteressato a squarciarlo, Diotallevi si concentra sulle
pieghe più minute, i vedo-non vedo e le ombreggiature, come fece Giuseppe
Sanmartino quando scolpì il Cristo velato. Denudare gli idoli:
perché mai? L'arida verità: a chi basta?
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Jimmy Fontana – Il mondo
|Le stanze buie, di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18,
pp. 304 |
Ho
varcato la soglia di queste stanze buie otto anni fa. Ero una matricola avvinta dai misteri e, nel perlustrare la residenza della
sventurata famiglia Flores, cercavo gli spettri nascosti negli angoli
più imprevedibili; l'oscuro. Preceduta da una fama sinistra, la
villa – considerata infestata – ospitava il ricordo di un
grande struggimento e le presunte apparizioni di una dama vestita di
bianco. Mi aveva fatto da guida Francesca Diotallevi, già
talentuosissima, che di quella villa nelle Langhe era stata
architetto eccezionale nonché abitatrice. Cresciuta con il culto dei
gotici inglesi, l'autrice esordiente aveva fatto sua la lezione delle
sorelle Brontë:
ogni storia d'amore è una storia di fantasmi.
Una
vecchia casa è piena di rumori, Fubini. Se doveste badare a ogni
singolo scricchiolii, a ogni fruscio, impazzireste. Credetemi,
impazzireste.
È
strano ritrovarsi dove tutto ha avuto inizio – compresa l'amicizia
telematica tra me e Francesca – quasi un decennio dopo. Questa
volta, ben consapevole dei colpi di scena
in agguato, ho prestato attenzione alla verosimiglianza del contesto
storico-sociale e alla grazia di una scrittura elegante nella sua
linearità. In fase di riscrittura è mutata la relazione tra i
protagonisti, qui platonica, mentre l'elemento horror è stato
ridimensionato: ho apprezzato la prima scelta, meno la seconda. Questo romanzo, tuttavia, oggi somiglia ben più che in passato alla sensibilità
d'altri tempi di Diotallevi e, soprattutto, all'indimenticato
Vittorio Fubini: un maggiordomo rigoroso e pragmatico, estraneo ai
sentimentalismi, al centro di un uragano di emozioni. Cosa possono i
suoi guanti bianchi contro il rosso dell'omicidio; cosa, ancora,
contro la polvere del tempo? Arrivato in provincia dalla mondana
Torino per volere dello zio, Vittorio crede che una casa
vada sempre giudicata dalla lucentezze delle posate. Presso la
residenza dei conti Flores, assai grossolani nonostante il titolo
nobiliare, ci sono molte cose fuori posto: dal personale troppo
invadente ai vizi del padrone di casa, fino ad arrivare alle
bizzarrie di Lucilla Flores. Niente affatto ospitale, con i capelli
scompigliati e le mani indurite dal duro lavoro, la donna viene spesso
meno ai propri doveri e si rifiuta di affidare l'educazione della
figlioletta a un'istitutrice. Assoldato per essere il cane da guardia
che ne arginerà le fughe, Vittorio si scoprirà combattuto tra il
desiderio di biasimarne il ribellismo e quello, indecoroso, di
proteggerla. Entrambi prigionieri di un ruolo, la padrona e il
servitore – la vittima e il carceriere – si scopriranno complici
durante le sortite notturne in cucina o nel rifugio di Lucilla, un laboratorio in cui la donna trasforma i fiori in profumi.
Gli
spettri non esisterebbero se non fossimo noi, con i nostri desideri,
col nostro amore, col nostro dolore, a trattenerli qua. Gli spettri
vino dentro di noi. Gli spettri, talvolta, siamo noi.
Laggiù le scale scricchiolano macabramente, i campanelli tintinnano suonati da
mani invisibili, le porte chiuse si spalancano su celle di dolore.
Quali sono le ragioni per restare, quali quelle per andare via?
L'infelice Lucilla vorrebbe scappare lontano da qualcuno, o forse da
qualcosa? È braccio di ferro tra ragione e sentimento nell'arco di questo bellissimo romanzo fatto di esistenze interrotte e passioni mai
consumate, storie che ritornano e rimpianti che restano.
Raccontato a ritroso da un protagonista ormai anziano, Le stanze
buie rinnova incanto e
struggimento. Pubblicato inizialmente da Mursia e riportato in
libreria da Neri Pozza, nell'edizione di pregio che si sarebbe sin
dall'inizio meritato, mi ha investito con immutata potenza e, come
capita davanti a un film già visto ma mai metabolizzato del tutto,
mi ha indotto a sperare in un epilogo che fosse uguale e diverso al
tempo stesso. Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze, le ho scoperte parzialmente riarredate. Nonostante il mobilio
fosse mutato, privo di chincaglierie e barocchismi, ho constatato, stupito, di sentirmi benaccetto come durante il
primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava per fortuna
l'odore di cera calda e il profumo floreale di Lucilla; quella del
cuore, invece, tutto il resto. Entro i confini di questa «casa
stregata» sapevo orientarmi anche al buio.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Nicole Kidman – One Day I'll Fly Away
Lo
scriveva già Shakespeare: ci sono più
cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia.
Nell'ultimo Stephen King ce n'è
qualcuna in più.
9.
Sotto il falò |
Nickolas Butler
Lo
scorso luglio ho salutato Butler fuori stagione. Aveva nel bagaglio a mano dieci storie, dieci
ballate, che parlavano di paternità, amicizie al maschile, campagna contro città. È tornato a emozionarci
sottovoce, così, con la malinconia che solo lui, Haruf e pochi
altri cowboy romantici sanno suggerire. In pillole.
8.
Dai tuoi occhi solamente |
Francesca Diotallevi
Chi era Vivian Maier, la
tata francese che dava false generalità, colleziona storie, fuggiva per la paura di essere abbandonata? Nella
finzione letteraria a far breccia nella sua corazza sono le
attenzioni della famiglia su cui veglia. In libreria, invece, l'arduo compito spetta
a Francesca Diotallevi, qui alle prese con il più
fascinoso e sfuggente dei suoi personaggi.
7.
Se la strada potesse parlare |
James Baldwin
Se
la strada potesse parlare ti racconterebbe una storia bellissima già
diventata film. Una favola d'amore e denuncia che, con la discrezione
dei piccoli grandi classici, non diventa mai una celebrazione fine a
se stessa del Black Power né un canonico dramma giudiziario.
6.
Vittoria |
Barbara Fiorio
Un
siamese, un po' di magia, il nome di Barbara in copertina. L'indispensabile, insomma, in una commedia sulla
difficoltà di riprendersi in mano la vita, tra conti in rosso, cuori
infranti e fotomanzia. Dentro, tutta la leggerezza del
mondo e, a sorpresa, tanto di più.
5.
L'animale femmina |
Emanuela Canepa
L'apprendistato di Rosita presso lo studio di Lepore, avvocato spregevole ma magnetico, dura il
tempo di una prigionia e di un romanzo ambiguo. Quanto
costa cara l'indipendenza, in un piccolo harem della Padova bene dove
la parola resilienza è blasfema e il valore di una
segretaria si giudica dai caffè che serve?
4.
Salvare le ossa |
Jesmyn Ward
Ritratto
di famiglia con tempesta, come in un film di Hirokazu Kore'eda. Un padre, un
pitbull, quattro fratelli contro la distruzione
di un uragano che porta il nome di donna, in un microcosmo eppure
declinato al maschile. Tutto è bellissimo, incantevole e
terrificante come letto nelle recensioni venute prima della mia. Ho
conosciuto i Batiste in ritardo, e adesso non me li
scordo più.
3.
Isola di Neve |
Valentina D'Urbano
Siamo a Novembre: un'isola che non c'è. Siamo alla ricerca del concerto
per violino di Andreas Von Borger: un musicista tedesco, in realtà,
mai esistito. Eppure, sovrappensiero, ti viene da cercare su Google
articoli che parlino di tutti loro. Solo per scoprire con un po' di
amarezza e un po' di stupore che sono l'invenzione di
una scrittrice forse qui al
suo meglio.
2.
Vincoli |
Kent Haruf
Ritorni inaspettati in quel di Holt. Anche se non tutto è oro quel che luccica in campagne in
cui l'eredità della terra, i legami di sangue ti vincolano vita
natural durante. Quanto decoro però, quanta bellezza: a tal punto
che ti viene da dire, Kent, grazie, mi fermo qui a leccarmi le
ferite. Quasi quasi resto a Holt.
1.
Divorare il cielo |
Paolo Giordano
Un grande romanzo o un romanzo grande? Nel dubbio,
una straordinaria storia corale che contiene una generazione ribelle,
perfino il cielo, grazie alla scrittura di un Giordano ufficialmente
stanco della solitudine del suo primo successo.
I PREMI COLLATERALI
Miglior
thriller:Ellie all'improvviso | Lisa
Jewell
Miglior
fantasy/distopico:Paesaggio con mano
invisibile | M.T. Anderson
Miglior
young adult: Montpelier Parade | Karl
Geary
Miglior
romanzo LGBT:Le ferite originali | Eleonora
C. Caruso
Esordi
memorabili:Guasti | Giorgia
Tribuiani
Graphic
Novel, che scoperta: S. | Gipi
Storie
d'amore: Anonimo
veneziano | Giuseppe Berto
Romanzo
kleenex:Eleanor Oliphant sta benissimo | Gail
Honeyman
Memoir:Non
mentirmi | Philippe Besson
Tanto
rumore per nulla:Vox | Christina
Dalcher
Guarda
un po' chi si rivede (la sorpresa):Il sole è anche una
stella | Nicola Yoon
Be',
dai, ci siamo visti (il flop):L'ultima volta che siamo stati
bambini | Fabio Bartolomei
Si
presenta alla loro porta spaccato il secondo e suona il campanello
con una pressione decisa del dito indice. La puntualità maniacale,
la fermezza delle mani, sembrano essere i primi segni rivelatori di
un carattere poco amabile. Brusca come chi è disabituata alle
relazioni umane, spesso riservata ai limiti dello scortese, questa
Mary Poppins a rovescio arriva a casa Warren non grazie al prodigioso
vento dell'est, ma con un inserto del giornale riposto nella
tasca del soprabito.
In
quel di New York, infatti, c'è una famiglia a soqquadro – due
bambini incantati dalle avventure di Lessie alla
tivù, una mamma il cui trucco pesante non nasconde lo stress per la
nascita imminente di un terzo figlio, un papà in crisi creativa –
che ha tutta l'aria di avere il disperato bisogno di qualcuno come lei. Senza
grilli per la testa, sprovvista del tipo di bellezza che possa
indurre in tentazione il capofamiglia, la tata francese si prende
cura con dedizione della casa in disordine, e della loro storia privata. Al
pari dell'eroina dei romanzi per l'infanzia di Pamela Travers ha,
dalla sua, un po' di magia: si dà il caso che sappia fermare il tempo da dietro
l'obiettivo dell'irrinunciabile Rolleiflex. La tata si chiamava
Vivian Maier, e questa è la sua storia. Una storia vera, incredibile
ma amarissima, che inizia come una fiaba anni Cinquanta e si conclude
mezzo secolo dopo: nell'anonimato, nella povertà, nella
solitudine di un amore mancato e di una felicità, di un talento,
vissuti con un ingiustificato senso di inferiorità. Durante una sera
di neve, in un parco di Chicago dove la sorte oscura della tata
avrebbe comportato, però, la fortuna di un antiquario dall'intuito
eccezionale: l'uomo che avrebbe esposto nella sala di un museo quegli
scatti mai sviluppati – bambini che giocano per strada, mani
intrecciate, baci o sguardi rubati, per un totale di
centocinquantamila fotografie da lei rinnegate come figli abortiti –,
alimentando da lì in poi l'enigma di Vivian.
Ognuno
di noi ha una storia. È scritta tutta nel volto. Le storie sono
sempre nei volti, sai? Impara a decifrare gli sguardi, a leggere le
pieghe della pelle, il mondo in cui si atteggia una bocca, e avrai la
storia di una persona.
In
questa biografia romanzata cerca risposte la sempre bravissima
Francesca Diotallevi, autrice della scuderia Neri Pozza in cui ho
creduto ciecamente sin dai tempi dell'esordio – come lei,
d'altronde, ha sempre creduto in me. All'apparenza non lontano dalla sua
comfort zone, Dai tuoi occhi solamente è in realtà
il suo lavoro più difficile. Da un lato, infatti, abbiamo il
potenziale di una protagonista straordinaria che ricorda la versione
in carne e ossa della dolente Olive Kitteridge, dell'indimenticabile
portinaia dell'Eleganza del riccio, delle muse solitarie nei
caffè a olio di Edward Hopper. Dall'altro, invece, la personalità
sfuggente della Maier era un mare sconfinato in cui un'autrice
trentenne correva il serio rischio di perdersi. Sballottata tra gli Stati
Uniti e la Provenza come un oggetto smarrito, Vivian impara presto a
non affezionarsi a nessuno: non a Jeanne, coinquilina con cui
dividere una stamberga nel Bronx che la inizia alla celluloide; non alla zia, che in casa accoglie un uomo delle cui
attenzioni morbose la ragazzina è purtroppo la destinataria; non all'odiata mamma
Marie, né tanto meno al turbolento Karl, fratello maggiore in
custodia cautelare. Non alla silhouette delle alpi – deve sentirne
nostalgia anche la Statua della Libertà, altra francese in terra
straniera –, non al caos di una metropoli che smaltisce l'insonnia
al suon di mille clacson. Ma, e l'esperienza insegna, non si diventa maestri di addii con la forza dell'abitudine.
Sa,
ho sempre pensato che ci fosse un legame tra la scrittura e la
fotografia. Lo dice la parola stessa: phòs,
luce, e graphè, scrittura. Letteralmente,
luce che scrive. Non lo trova meraviglioso? Lei scrive con luce, Miss
Maier?
Vivian
Maier sedeva all'ultima fila in autobus, dava false generalità,
studiava il voyeurismo nel cinema di Hitchcock – era quella stessa
propensione che la portava a immortalare incidenti, a imbucarsi al
cimitero in nome di un'inspiegabile tensione all'assoluto – e, in una stanza
barricata, accumulava compulsivamente scontrini, biglietti, giornali.
Si circondava di storie su storie, rimandando a domani lo
scioglimento della sua. Fuggiva per non essere scacciata, mordeva per
non essere morsa, vestiva un'armatura per non essere messa a nudo:
arduo, perciò, scalfirne la corazza impenetrabile. Nella finzione
letteraria ci provano i Warren: i piccoli Arthur e Grace, di cui la
protagonista apprezza la sincerità spassionata; il padre Frank,
insoddisfatto autore di best seller che legge nelle “stanze buie”
di Vivian quando lei, per istinto di autoconservazione, vorrebbe di
nuovo fare dietrofront. In libreria, invece, tenta – e fa centro –
un'indagine psicologica minuziosa ed evocativa, a opera di un'autrice
abituata a lavorare di fino nella camera oscura dei suoi processi
creativi, a destreggiarsi in una ricerca quanto mai frustrante.
Non
tutte le storie sono storie d'amore, non tutte le storie hanno lieto
fine. La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie
degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è
la storia di un'ombra.
Come
si descrive l'attimo che precede l'istante perfetto? Come, ancora,
una donna che appariva una sfinge perfino a se stessa? Francesca
Diotallevi osa portare alla luce un'artista da scoprire o riscoprire
tra le pagine, e l'abbandono di quel cono d'ombra, di quel limbo,
suona al lettore troppo delicato per apparire un'ingiunzione. La donna non scompare, così, come Euridice alle spalle di Orfeo.
Alcuni
dicono che le foto fermino il tempo per sempre. Per fortuna, esistono
romanzi come questo, dotati dello stesso potere taumaturgico.
Dai
tuoi occhi solamente, il cui titolo cita una poesia di Pedro
Salinas, invita con gentilezza il mito di Vivian Maier a lasciare il
suo comodo rifugio nelle retrovie. A imparare a sorridere un po',
prima del flash, davanti alla nuova consapevolezza che esista un
mondo non senza simmetrie, non senza speranza, dall'altra parte
dell'obiettivo.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Pomplamoose - Eleanor Rigby
Disprezzami ogni giorno della tua vita, ma resta con me.
Titolo:
Dentro soffia il vento
Autrice:
Francesca Diotallevi
Editore:
Neri Pozza
Prezzo:
€ 16,00
Numero
di pagine: 219
Data
di pubblicazione: 5 Maggio 2016
Sinossi:
In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo
della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo
gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali
spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle
case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche
«anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a
bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai
capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un
camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma
prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva
digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla
gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega»
che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle
ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta,
alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano
persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e
il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico
luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le
pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset
se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo
cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una
folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di
lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si
fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico
amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la
guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben
lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla
stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla
fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della
notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi
di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato
Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.
La recensione
"Per questo amavo i libri: rendevano le persone migliori. A volte, le salvavano." Sono
passati tre anni, ma qualcosa che rimane c'è.
Nonostante
tutto. Gli scatoloni in casa che, questa volta, ci distraggono come
possono dalle voragini delle assenze. Una corrispondenza che mi aveva
fatto scoprire, a sorpresa, un talento limpidissimo. Questa Neri
Pozza, così ambita e così per pochi, tirata in ballo in una
discussione, per caso.
Gli scatoloni erano per il primo anno fuori, l'inizio di
un'avventura coi suoi alti e bassi chiamata università, e su
Facebook scrivevo ai miei amici blogger – a una in particolare, e
lei sa di chi parlo: sì, dico a te – che stavo leggendo il romanzo
di un'esordiente che, a ogni pagina, mi lasciava a bocca aperta. Si
nasce già tanto bravi, possibile? Cercavo risposte e, nel mentre,
dispensavo consigli. Le stanze buie era uscito con
Mursia Editore, in sordina, ma elegante e corposo com'era,
bellissimo, era un Neri Pozza nel sangue e nell'inchiostro. Lo
leggevo immaginando la loro inimitabile brossura sotto le mani e
auspicando per Francesca, soprattutto, un futuro presso chi traduceva
Nicholls, la Harris, Tracy Chevalier. La tappa con Mondadori Electa,
con l'Amedeo je t'aime che lo scorso autunno aveva
seminato, in libreria, cuori spezzati e stampe di Modigliani, non ci
ha distratti però dalla meta. A ottobre, vince la sezione giovani
del Premio Neri Pozza, con una storia che scrive di getto e di
pancia, in tempi record. Ci pensa su, scrive e riscrive, modifica:
infine, trionfa. Di quella storia sentita nel profondo, tagliata e
cucita, mi dicono che già in origine, però, ci fossero i clivi
mozzafiato di Saint Rhémy, due fratelli diversi come il giorno e la
notte e un titolo, una brezza, che disturba i falò e, da una
scintilla, così, fa nascere Fiamma. Il genere, con un borgo di poche
anime, gli alberi ghiacciati e antiche leggende, veniva chiaramente
da sé: realismo magico. Anticipano il romanzo Le grand
diable, prequel in ebook per ingannare l'attesa, e le parole di
quello stesso blogger distratto di indole, ma messo in allerta, da
matricola, da una penna eloquente e rara. In Dentro soffia il
vento ci sono la bufera, i paeselli fiabeschi, i profumi
speziati e le donne coraggiose, ma vittime del pregiudizio più vile.
Gli zingari, appostati ai margini, che, ci spiega Francesca, sono
uccelli che hanno barattato le ali per i piaceri della tavola e le
gioie dei sentieri battuti. Ancora, ci sono tre narratori. Le signore
del bosco, le streghe, che non cercano compassione ma, in inverni che
non perdonano, desidererebbero una parola buona; calore umano. C'è
il soffitto che perde, le ossa che scricchiolano e un amico, o è
qualcosa di più, chissà, che si è rimangiato la promessa.
Quello
che non c'è, invece, è la complicità di Yann, torvo fratello
maggiore, con vergogne che non ammette ad alta voce – la zoppia, la
notte in cui scelse la vita al posto della morte – e sentimenti che
non confessa neppure a se stesso. Perché anche Fiamma, come Yann,
sente la mancanza di quel giovane che la guerra si è mangiato in un
sol boccone: la piuma nel cappello, le lettere nascoste sotto il
materasso e il sorriso speranzoso di chi, in fondo, sperava che ci
fosse qualcosa di bello oltre le Alpi. Al di là della guerra. La
terza voce, accanto a quella di un contrito superstite e di
un'adolescente che pare possa trasformarsi per magia in una volpe
rabbiosa, appartiene ad Agape: un giovane Don Abbondio di città,
impreparato al rigore di certi climi, all'ottusità di certe teste,
con un affiatato gregge di fedeli a cui badare; laggiù, in fondo al
pascolo, un'isolata pecora nera – anzi, rosso fuoco – che gli
insegnerà che Dio è nei dettagli. Dentro soffia il vento mi
è piaciuto molto, ma i romanzi che l'hanno preceduto mi sono
piaciuti moltissimo: su Francesca, il peso delle aspettative che il
superlativo assoluto genera, di solito, e quello di un esordio
perfetto, che è eccezionalmente metro di paragone. Appartiene,
infatti, a un genere già connotato. Ma è frutto di un'autrice senza
pecche, brava come sostengo da un po'. I toni sono dolcissimi,
poetici, e questo realismo magico ha sfumature affascinanti come
poche; che, leggendo tanto, non ce ne siano forse di nuove?
Mi
vengono in mente due romanzi amatissimi da queste
parti: Acquanera, con le matriarche spettrali, le
pulsioni segrete, laghi come pozzi senza fondo; Il cuore
selvatico del ginepro, storia di cogas e
Sardegna, sull'affetto negato e trasformazioni psicofisiche che di
paranormale, in definitiva, avevano ben poco. Sanguigna la D'Urbano; aggrappata alle sue radici isolane, la Roggeri. Accanto a Ianetta e
Fortuna, che giocano nei cimiteri e nelle baracche a strapiombo,
donne forti o streghe presunte, lasciate tutto lo spazio possibile a
Fiamma: fragile e ferina, ci insegna che l'umanità si dimentica con
il disuso, ma non si rinnega mai. Dentro soffia il vento ha, all'orizzonte, i monti delle vacanze d'infanzia di Francesca. Le
giornate corte, i cappotti pesanti per sfidare un vento che si è
insinuato perfino negli animi e che fa battere i denti, gli animali
selvatici – tutt'altro che spaventosi, per i
gattari come noialtri – e i fiori e le erbe che conferirebbero
inedite fragranze ai profumi dell'indimenticata Lucilla Flores. In un
filone che, di per sé, ha una tradizione dai solchi profondi alle
spalle e valanghe di eventi concatenati – lo definivamo, appunto,
un genere suggestivo ma senza più segreti – la Diotallevi risponde
per le rime, con segreti che non condivide con chi ha orecchie
indiscrete. Una semplicità che premia sempre, e un talento che
brilla al buio. Anche in boschi nodosi o in trame, al contrario, meno
contorte di quanto sembrerebbe. Ad alta quota, sì, ma senza spine
tra i rovi. Sotto zero, ma con le mani fredde – protese, magari,
verso il diverso da te – e il cuore caldissimo. Cos'altro dirle? Me
lo ero chiesto, qualche settimana fa, dopo la lettura di un prequel
bello, ma non all'altezza delle sue capacità. Mi ripeto tutte le
sente volte? I termini vengono da sé, invece, e gli aggettivi
abbondano. Perché, tutte le sante volte, Francesca ci incante,
anche con storie all'apparenza meno ambiziose, ma ricamate a punto
croce nel ghiaccio. Quest'ultima, non si scioglierà col sole.
Fiamma, sul suo palcoscenico all'ombra delle Alpi, sopravvive alla
primavera delle mie grandi attese. E sposa il vento, e il suo
lettore, in un sì che riecheggia, se in alta montagna.
Sinossi:
In Valle d’Aosta, alla vigilia della Prima guerra mondiale, Fiamma
vive appartata in un capanno tra i boschi e la comunità di Saint
Rhémy, dove tutti la considerano una sorta di strega. Tutti, tranne
il giovane Raphaël Rosset, che sente crescere per quella ragazza
solitaria e dai capelli rossi un’irresistibile attrazione. Yann,
suo fratello, tenta in tutti i modi di proteggerlo da quello che
appare, ai suoi occhi, come un vero e proprio sortilegio e di
salvaguardarlo dall’ira del padre. Partiti per una battuta di
caccia guidata dal padre, in quei boschi che tutti ritengono abitati
da streghe, i giovani fratelli scopriranno però di non essere così
diversi...
Titolo:
Dentro soffia il vento
Autrice:
Francesca Diotallevi
Editore:
Neri Pozza
Prezzo:
€ 16,00
Numero
di pagine: 180
Data
di pubblicazione: 5 maggio 2015
Sinossi:
In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo
della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo
gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali
spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle
case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche
«anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a
bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai
capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un
camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma
prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva
digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla
gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega»
che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle
ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta,
alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano
persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e
il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico
luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le
pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset
se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo
cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una
folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di
lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si
fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico
amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la
guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben
lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla
stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla
fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della
notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi
di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato
Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.
____
Due
fratelli, distanti per indole ed età.
Ma, in fondo, non così tanto.
Entrambi,
nel bosco, bambini o poco più, inseguono il sogno del loro padre
cacciatore.
Raphael
- il più piccolo, il più delicato - va a caccia di conigli armato
di fionda, ma passerebbe i giorni e le notti ad inventare favole a
lieto fine.
Yann,
il maggiore, obbediente tanto da barattare il proprio futuro per
raccogliere l'eredità dei Rosset, è sulle tracce della strega
bambina che ha un forte ascendente sul fratello.
Ciò
che lega Raphael alla misteriossima Fiamma sarà un sortilegio o
amicizia senza inganni?
Nel
folto degli alberi, nella loro casupola cadente, Fiamma e sua madre
saranno forse capaci di mutare gli uomini in animali, oltre a
scongiurare infezioni e a scagliare malocchi?
Yann
ci pensa su, complice una leggenda sentita durante una battuta di
caccia: parla di un re avido e di un cervo immortale. A Saint Rhémy,
in Val d'Aosta, si vive tra racconti popolari e
superstizione inossidabile. In mezzo ai monti. Le alpi sono lontanissime, nel primo
Novecento, e la guerra è vicina. Conosciamo così, con un racconto
ed un breve post che vogliono fare da anteprima all'attesissimo
Dentro soffia il vento, i personaggi e le ambientazioni del
nuovo romanzo di Francesca Diotallevi che, dopo le magioni infestate
e gli artisti maledetti, torna con una storia che sta a pennello nel
filone del realismo magico e, “natural
born Neri Pozza”, giunge finalmente dove doveva
giungere. E, ci scommetto, starà bene lì. Suggerivo fosse perfetta
per loro già ai tempi dell'esordio, tre anni fa. Veggente io o brava, bravissima
lei?
Le
Gran Diable è una lettura non
indispensabile, ma utile per inganna l'attesa.
Non amo i racconti, infatti, e, sebbene la curiosità mi facesse da
incentivo, l'ho trovato scritto come Francesca sa, ma un po'
sbrodolato.
Quando, al contrario, l'autrice è capace di dire
tutto in poco, e con eleganza infinita. Prolissa sì, perché i suoi
romanzi sono sempre indimenticabili mattoncini, ma pulita.
Le
pagine sono poche, ma io sono un lettore incontentabile.
Da
una parte ne avrei volute molte di più – per fortuna, alla fine
del racconto c'è un estratto che lascia ben sperare -, dall'altra
le avrei consigliato di sfoltire di più una prosa che
resta accurata ma che, questa volta, potrebbe suonare ridondante qui e lì.
Quando
il racconto si è concluso, nelle prime pagine di Dentro
soffia il vento ho riconosciuto
quella Diotallevi da portare su un palmo di mano. Le Grand
Diable è un'altra cosa.
Manca
poco alla data clou. E Francesca Diotallevi, dalla sua, può tanto.
L'ultima
settimana dell'anno è cominciata e, come da tradizione, possono avere inizio i famosi listoni. Da quando si chiacchiera, da queste parti,
anche di cinema e telefilm, non soltanto sulle migliori letture –
purtroppo per me. Il purtroppo è perché, nel fare bilanci,
intervengono l'amnesia e la mia storica indecisione. Farò bene? Avrò
dimenticato qualcosa, strada facendo? Sui miei libri preferiti – e
quest'anno ne ho letti novantasette in tutto, compresi alcuni testi
teatrali e Carol, di
Patricia Highsmith, a cui prossimamente dedicherò un post per
l'imminente trasposizione – non ho dubbi. Si parte, dunque, da qui: un podio ragionato e, a precederlo, sette titoli non disposti secondo un ordine rigidissimo. Alla fine del post, dopo il romanzo vincitore,
qualche lettura che è rimasta fuori dalla lista e che, per meriti o
demeriti, ricorderò insieme a voi. E la vostra Top 10, invece?
Amedeo, je t'aime: “I
dipinti di Modigliani e il romanzo di Francesca hanno gli stessi
identici occhi. Occhi stretti e umidi. Senza segreti, quando si parla
di Jeanne Hébuterne. L'unica creatura dallo sguardo azzurro mare,
in un mondo imperscrutabile di orbite insonni.”
Suite francese:“Una
vinta tra tanti racconta i vincitori, con la leggerezza di chi guarda
le cose dalla giusta distanza e non mette chincaglierie, a nascondere
le crepe delle nostre contraddizioni e i fiori della loro
indulgenza.”
Still Alice - Perdersi:
“Un countdown da incubo, che finisce con l'amore. E con
l'Alzheimer. Se l'amore – secondo la leggenda, dalla parola latina
“mors”, morte, con
una particella privativa davanti – davvero è vita eterna.”
Dante e Aristotele
scoprono i segreti dell'universo:
“La bellezza della prima edizione Loescher – che porta un romanzo
sull'omosessualità tra i banchi di scuola - ci mostra che la cultura
è libertà. Il posto nel deserto che solo noi, un filosofo greco e un poeta
fiorentino conosciamo. Stesi nel cassone di un pick up, a contemplare
quelle stelle che, secondo un altro Dante, l'amore stesso muoveva.”
Acquanera:“Rimane accanto, prepotente e spietato, come una macchia sul
soffitto.”
L'amica geniale:“Arduo dire quanto sia capolavoro davvero e quanto pensi sia
capolavoro per tutti gli altri che l'hanno definito tale prima di te.
Elena Ferrante, all'altezza della sua notorietà, non delude, con un
album di foto seppia considerato, dai molti, già una specie di
piccolo classico. Dai molti, più uno.”
Ti prendo e ti
porto via:
“Le pagine sono cinquecento in tutto, la giostra fila nella notte
e, dopo l'ennesima sbandata, degli scossoni perdi il conto esatto. E
no, non turba nel senso che si rivela un libro triste, e quindi resta
impresso perché le cose tristi, alla gente come me e voi, piacciono
un mondo. Ma turba nel senso che c'è il cielo sereno e poi grandina.
Perturba.”
3.Il ladro di
nebbia:
“Quante
domande, quante storie in una e, soprattutto, quanta
bravura. L'arzigogolata
e romantica storia infinita di Lavinia ha i toni surreali - i
capelli multicolore e i "se mi lasci ti cancello" - del
cinema di Gondry, i mondi fatati di papà geniali,paesi
delle meraviglie e maghi di Oz in quantità. Una favola di esordio - in tutti i sensi possibili.”
2.On
Writing:
“L'esplorazione del profondo di Stephen King.”
1.Stanza, letto, armadio, specchio - Room:
“Quanto amore possono contenere undici metri? Quanto bene e quanto
male queste trecento pagine? Il miracolo raro del mondo visto
per la prima volta. Come se Emma Donoghue ci avesse regalato un paio
di occhi nuovi – e ogni tanto si inumidiscono – e tutta la speranza che serve.
In attesa di vederlo, presto, anche al cinema.”
I premi di (s)consolazione?
Thriller/
horror: La gemella silenziosa, di S.K. Tremayne
New
adult: La nostra ultima canzone, di S.K. Falls
Young
adult: Fino alla fine del mondo, di Tommy Wallach
Urban
fantasy/distopico: Chaos - La fuga, di Patrick Ness
Romanzo storico:
Il miniaturista, di Jessie Burton
Non
solo per bambini: Il favoloso libro di Perle, di Timotée De Fombelle
Risate
assicurate: L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome, di Alice Basso
La
migliore storia d'amore: Un amore di carta, di Jean-Paul Didierlaurent
Il
romanzo più... boh: Il manifesto degli attori anonimi, di James Franco
Shock: The Bunker Diary, di Kevin Brooks
“Sta' senza pensier”: Giulia 1300 e altri miracoli, di Fabio Bartolomei
Guilty
Pleasure: Io, Romeo e Giulietta, di Rebecca Serle
Guarda
un po' chi si rivede – i sequel belli: Albion – Ombre, di Bianca Marconero
Be',
dai, ci siamo visti – i sequel meno belli: Raven Boys – Ladri di
sogni, di Maggie Stiefvater
Tanto rumore per nulla - la sòla suprema: La ragazza del treno, di Paula Hawkins
Terza
tappa del blogtour dedicato al nuovo romanzo di Francesca Diotallevi
– da ieri in libreria – con la risposta alla domanda più
frequente. Com'è? Scopriamolo insieme, ringraziando ancora una volta
Francesca, per la sempre ottima compagnia e la disponibilità, e i
responsabili di questa nuova collana Mondadori. In fondo al post
trovate un riassunto con le tappe precedenti e future – pronti per
l'ultima, dopodomani, in cui potrete provare a vincere una copia del
libro? - e per qualsiasi cosa, ad esempio quelle che per la fretta di
stamattina magari mancano, controllate sui blog in cui Amedeo, je
t'aime è già approdato nei giorni scorsi.
Non
sono così coraggiosa. Non lo sono mai stata, nemmeno quando danzavo
sull'abisso tentando di sfiorare le stelle.
Titolo:
Amedeo, je t'aime
Autrice:
Francesca Diotallevi
Editore:
Mondadori “ElectaStorie”
Numero
di pagine: 247
Prezzo:
€ 18,90
Sinossi:
Parigi,
1917. Jeanne Hébuterne ha solo diciannove anni quando, a una festa
di Carnevale, incontra il pittore Amedeo Modigliani.
SoprannominatoMaudit,
maledetto, Modigliani è conosciuto nel quartiere di Montparnasse per
lo stile di vita dissoluto e il carattere impetuoso, oltre che per i
malinconici ritratti dagli occhi privi di pupille che nessuno vuole
comprare. Lei, timida aspirante pittrice con le ali tarpate da una
rigida famiglia cattolica, non può fare a meno di sentirsi
finalmente attratta da quest'uomo bello e povero, che sembra vivere
di sogni apparentemente irrealizzabili e affoga dolori e frustrazioni
nell'alcol e nella droga. Per lui lascia ogni cosa, mettendo da parte
le proprie aspirazioni, e si trasforma in una compagna fedele e
devota, pronta a seguirlo ovunque, come un'ombra, anche oltre la
soglia del nulla. Struggente e tormentata, la loro storia scardinerà
ogni convenzione, indifferente a regole e tabù, lasciandosi guidare
dall'unica legge a cui non ci si può sottrarre: quella del cuore.
Amore e morte si mescolano, in questo romanzo, alla passione che
anima il cuore di un artista, al desiderio di riuscire ad afferrare
una scintilla di infinito.
La recensione
“Sai,
non è per forza un male. C'era un artista che non li disegnava
affatto, pensa te. Nel momento di dipingerli, con i colori ad
olio tratteggiava due mandorle vagamente oblique, così, e le
riempiva con un solo tocco del pennello. Sono lo specchio dell'anima,
qualcosa di troppo privato, di troppo nascosto, per essere catturata
su una tela sessanta per novanta. Ci starebbere stretta, no?, l'anima
in un foglio”, e così dicendo mi faceva un occhiolino, come se
quella storia la conoscessimo solo noi, e se ne tornava al suo
giornale spiegazzato, al di là della cattedra. Le parole che un
professore di Arte delle scuole medie rivolgeva a un ragazzino bravo
e insicuro che – quando si spiegava, a lezione, come realizzare un ritratto –
disegnava volti di donna, soprattutto, e li strappava in due, in
cento parti. Avevano sempre un frangia lunga, una ciocca strategica
per mascherare lo strabismo di venere, un'ombra per nascondere parte
di uno sguardo fuori dall'asse. Occhi disuguali che mi tormentavano:
uno grande e l'altro piccolo, uno socchiuso e l'altro spalancato e,
quando erano finalmente a posto, erano le pupille a tradirli.
Litigiose e ribelli, impercettibilmente diverse. Gli occhi erano un
dettaglio arduo da mettere a punto – anche se chi disegna più e
meglio di me sa bene che in realtà non c'è cosa più difficile, da
fare, di un paio di mani; ma quel giorno ci davamo ai primi piani,
quindi meglio non crucciarsi d'altro – e, ogni volta, mi
sfuggivano. Perché erano di persone immaginarie, che non conoscevo,
e di cui dunque non sapevo come fosse fatto il profondo. Quella,
almeno, la scusa, nel momento in cui seppi dell'esistenza
del pittore – toscano di natali, ma emigrato a Parigi nella
stagione delle Avanguardie – che riempiva le pupille delle sue muse
di nero densissimo. Erano gli anni in cui guardavo e riguardavo Ethan
Hawke ritrarre una Paltrow senza veli in Paradiso Perduto, il
mio Dickens postmoderno preferito, quelli in cui – per la prima
volta – mi avvicinai, affascinato, ai colli da cigno e agli occhi
vuoti di un uomo chiamato Amedeo Modigliani. Per gli amici e i
nemici, Modì: è così, infatti, che si legge l'aggettivo francese
maudit, maledetto. Per Jeanne Hébuterne, la giovane
artista che visse e morì in nome suo, sarà invece l'amore di una
vita. Amedeo, je t'aime –
titolo caloroso, dichiarazione spassionata – parla di arte, una
Parigi negli anni della guerra e della pace, un rapporto di teste,
sessi e viscere che ancora sconvolge tanto che è estremo. Francesca Diotallevi, l'autrice che a tutti ho consigliato
almeno in un'occasione, dopo un esordio che veramente non si scorda,
ritorna – attesissima – con una storia nuova.
Ma se qualcuno vi dicesse di
volere riscrivere Romeo e Giulietta,
o di volervi raccontare da capo i quattro atti de La
Bohème? Tanto, infatti, a me
era familiare la tragedia di un pittore e della sua musa fedele. Ho sentito
parlare di loro al corso di Storia dell'Arte Contemporanea – di
loro, al plurale, perché se parli di lui non possono non spiegarti
chi sia lei, che è ovunque – e avevo potuto dargli un volto in I
colori dell'anima, biopic ben
confezionato, ma incentrato soprattutto sulla rivalita con Picasso, in
cui Modigliani era stato un eccellente Andy Garcia. Il
melodramma di Jeanne e Amedeo per me era il più toccante in
assoluto, essendo l'unico che – quasi cent'anni fa – si consumò davvero. All'inizio, rimuginando tra me, mi chiedevo cosa
potesse darmi una lettura di cui purtroppo conoscevo inizio e fine.
Soprattutto, come essere all'altezza di un esordio perfetto – passato in sordina, rispetto a un secondo romanzo che già adesso
è maggiormente pubblicizzato, con la fiducia di un nuovo editore e
il sostegno di chi ci credeva ancora prima di leggerlo – che solo
io e Francesca, che l'ha scritto, sappiamo quanto ho amato? E invece. Le
stanze buie e Amedeo,
je t'aime – il primo un lungo racconto gotico narrato da un lui; il secondo breve
rievocazione di un amore da parte della custode di un gigante fragile – sono storie diverse, imparagonabili, anche se
sono umano – e pazzo di Vittorio Fubini e Lucilla Flores – e i
pensieri, come i confronti, corrono e fanno il loro giro. In realtà
diverse non sono, non troppo, se a raccontartele è una giovane penna
che hai lasciato bravissima e hai orgogliosamente ritrovato
bravissima. Con Francesca, due anni fa, è nata un'amicizia a
distanza, che mai ha minacciato di offuscare la lucidità del mio
giudizio: semplicemente, impossibile che si smentissime; che facesse
marcia indietro.
E
sapeste quanto mi fa strano sapere che la stessa persona con cui, in
chat, ti è capitato di parlare del più e del meno, come va?, come
stai?, sia quella che prende due leggende della pittura e, con
credibilità naturale, dà loro voce. Raccontando a modo suo una
storia che già pensavi di sapere. Ho pensato di saperla al primo, al
quinto, al decimo capitolo, ma non davanti a un epilogo annunciato che,
nonostante arrivi previsto in precedenza, come coi cicloni colti a
mezz'aria dalle immagini satellitari, sa misteriosamente commuovere. Novantacinque anni dopo di loro. E svariate lezioni
universitarie, un lungometraggio e la mia tipica curiosità dopo. Con
Francesca Diotallevi ci scambiate due parole sui social, magari la
incrociate mentre lascia un commento qui sul blog; ecco quello che
rapisce nella capacità che ha una ragazza di appena trent'anni di
inviarti una faccina sorridente, mentre nel frattempo, su un foglio
di Word aperto sul suo portatile, veste – senza che le stiano
larghi o stretti, senza che su di lei appaiano polverosi – abiti
d'altre epoche. L'autrice non è come l'artista che ci descrive. Con
gli scenari volutamente piatti e, in primo piano, volti dai tratti
deformati – i colli lunghi, i nasi appuntiti, i vestiti poco
dettagliati. Francesca dipinge, ma con le parole, e stende sfondi
vivissimi, tridimensionali; aggiunge dettagli su dettagli a
personaggi modulati, complessi e amabili quando - gelosi, testardi,
incerti - furono, al contrario, esseri umani difficili. Nelle loro mansarde spoglie:
luoghi frequentati da topi e bohèmien, non adatti ad allevare una
figlia. Nei nodi e nelle pieghe. Nelle rare giornate in cui il bene
reciproco, poi, sciolse i grovigli. La mia memoria fotografica mi
permetterà di portare con me un'immagine, scattata con un battito di
ciglia. Il dettaglio di un bottiglia di brandy vuota. Sul fondo, una
sigaretta schiacciata tra pollice e indice, lasciata lì ad
affogare. Nell'imboccatura, a dondolare, un pennello ancora sporco.
In secondo piano, invece, fuori fuoco, una porta che si apre e si
chiude. Una porta che sbatte sulla scia di un mito. Da qualche parte,
c'è una donna che muta guarda, paziente sopporta e fedele aspetta.
Modì, indossando la sua sciarpa rossa e il suo cappello di feltro, il mare dentro, ha lasciato dietro di sé odore di tempere,
arance amare e cocci di cuori. Lui va. E chi
resta resta. In Jeanne, un po' la sindrome della moglie del soldato.
Gli artisti delle Avanguardie, infatti, prendevano in prestito il
nome dal reparto armato che precedeva, in campo nemico, il resto
dell'esercito: erano soldati in esplorazione, loro, e ci sono soldati che
non tornano, a volte, e compagne pietrificata davanti a una finestra. I dipinti
di Amedeo e il romanzo di Francesca hanno gli stessi identici occhi. Occhi stretti e
umidi. Senza segreti, quando si parla di Jeanne. L'unica creatura
dallo sguardo azzurro mare, in un mondo imperscrutabile di orbite insonni.