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mercoledì 14 novembre 2018

Recensione: I due esorcisti, di Ray Russell

| I due esorcisti, di Ray Russell. TEA, € 14, pp. 206 |

I venti funesti di Halloween sono passati così come sono arrivati. Nelle vetrine del cinese all'angolo brillano già le luminarie natalizie. Tra una cosa e l'altra, questa volta, sono rimasto un po' indietro: la zucca da buttare con un groppo in gola nell'umido organico – è stata la prima incisa da me, l'ho chiamata Belinda –, il mancato biglietto per il reboot di John Carpenter in sala, la recensione di un romanzo rispolverato in una sera di candele tremolanti e castagne tenute in caldo. Fino al mese scorso inedito in Italia, I due esorcisti ha preceduto di un decennio buono romanzi cult come L'esorcista e Rosemary's Baby. I titoli venuti dopo, non facciamone mistero, lo hanno raggiunto e abbondantemente superato in fretta. Nell'inedito di Ray Russell – scomparso vent'anni fa e nel mentre diventato autore cult per Stephen King e Guillermo Del Toro –, c'è tuttavia del pionieristico: molto di lodevole. Un'ironia affilata e un gusto per il satirico, ad esempio, che nei primi anni Sessanta facevan sì che lo scrittore parlasse e sparlasse senza peli sulla lingua di ciò che di più sacro esistesse per l'americano medio: la Chiesa e la famiglia. 

Non potremmo dire che gli attuali psicoanalisti, credendo di curare scientificamente i loro pazienti, stanno invece praticando in maniera inconsapevole un moderno esorcismo che scaccia effettivamente e letteralmente il diavolo dai corpi dei loro pazienti? Danno alla cosa un altro nome, ricorrono a rituali e termini differenti e si rifiutano di riconoscere il Diabolus quando lo vedono, certo, ma questo si spiega semplicemente rifacendosi a Baudelaire. È così che vuole il demonio. La migliore astuzia del diavolo sta nel convincerci che non esiste.

Siamo al St. Michael: parrocchia che appare decorosa ma provinciale agli occhi del nuovo parroco, abituato alle migliori frequentazioni e alle peggiori calunnie. Padre Sargent, bello e chiacchierato, è approdato in città perché in fuga da uno scandalo. Peccava infatti di eccessiva vanità e, di tanto in tanto, alzava un po' troppo il gomito. O una retrocessione o la scomunica, gli hanno intimato, proponendogli di sostituire un sacerdote destinato ad altre greggi. Forse perché promosso, forse perché in procinto di scappare da qualcosa di losco: l'influenza di Susan Garth. La sedicenne, orfana di madre, rifugge la vista del crocifisso, si spoglia in pubblico attirando sguardi libidinosi, pecca di cattiva condotta. Le servirebbe uno psichiatra, ma un padre burbero e omertoso la porta invece in canonica. Da lì i parrocchiani sentiranno urla e risate indecorose, il frastuono dei vetri infranti, l'odore dello scandalo. Non sanno che c'è un logorante esorcismo in corso né che Sargent – la barba sfatta e tentazioni dappertutto – è affiancato dal Vescovo Crimmings in persona. All'appello non possono mancare vomito, turpiloquio e mutilazioni corporee. Ma il rito, per fortuna, questa volta è fatto più di parole che di brutture. Mentre la mano dell'Altissimo minaccia all'esterno fulmini e saette con un temporale da apocalisse biblica, fra le mura sacre si è tutti presi da un assedio di cui sono ignari i pettegoli e i complottisti della città. Una prova di forza disputata da sacerdoti di generazioni opposte: il primo scettico e con gli scritti di Kafka e Baudelaire sul comodino, l'altro dal credo incrollabile. All'inizio, eppure, scartano l'ipotesi di una possessione demoniaca. Forse che in fondo non credano nel Diavolo, e dunque in Dio? Il bene e il male, infatti, sono facce complementari della stessa medaglia. 

L'omicida e la vittima si guardarono l'un l'altro con una certa comprensione e, in quel frangente, compresero per la prima volta la più profonda, terribile ed eterna verità della dannazione: che non distingue tra colui che commette l'atto colpevole e colui che in cuor suo desidera sia commesso.

Ben scritto ma sconsigliato a chi in cerca di brividi facili, I due esorcisti doveva risultare senz'altro provocatorio per l'epoca: i vizi privati del clero messi alla berlina, la denuncia della violenza fra le mura domestiche, le prime controversie sessuali e nessuna risposta consolante racchiusa nell'epilogo. Le pagine son poche, la suspance abbonda. Merito dei salti equilibrati da un personaggio all'altro e di un'inattesa dimensione corale. Dei capitoli lapidari e accattivanti, conditi da dialoghi fiume e tracce di psicoanalisi. Di una struttura variabile che, alla maniera degli autori moderni, vive sospesa fra psicologia ed esoterismo, questo mondo e l'altro. Quanto è sottile la linea che li separa, tocca chiedersi, se l'autore chiude il romanzo con un inquietante aneddoto biografico? Il ronzare di quattro mosconi sbucati dal nulla gli diede il tormento, pare, proprio nella stesura del capitolo clou: un frullare di ali, uno sfregare di zampette che lasciano suggestionati al pensiero di questo presunto sabotaggio. Ben più della lettura di un horror che paura non me ne ha fatta, no, ma in compenso mi ha regalato un'importante lezione di filosofia morale sulla fede, il libero arbitrio, la natura spinosa del peccato.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode – Black Celebration

venerdì 2 marzo 2018

Recensione: Gli Annientatori, di Gianluca Morozzi

| Gli Annientatori, di Gianluca Morozzi. TEA, € 13, pp. 196 |

Ho letto per la prima e ultima volta Gianluca Morozzi qualcosa come dieci anni fa. Avevo quattordici anni, a occhio e croce, e avevo divorato in un pomeriggio scarso il suo romanzo più famoso, Blackout. Il giorno di Ferragosto, un ascensore fermo, una gabbia da zoo per una manciata di esistenze destinate a collidere. Ricordo di averne adorato a tal punto il twist finale, l'umorismo che più nero non si poteva, da aver fatto il diavolo a quattro per procurami per vie traverse un thriller messicano mai doppiato, con Amber Tamblyn e un Armie Hammer semisconosciuto nel cast, che alle pagine dello scrittore emiliano si era ispirato. Dopo un decennio di incontri passeggeri, senza mai un'occasione buona per rileggersi, ho riscoperto quanto Morozzi mi piaccia – ironico, cattivo, kitsh con gusto nei suoi taglia e cuci – con un ultimo arrivo in libreria dalla copertina disturbante: una foto di Stefano Bonazzi, di cui inutile dire ho subito spulciato gli scatti su Google, con una camera da letto invasa da una silenziosa profanatrice. Un altro condominio ai confini della realtà, un'altra Bologna fantasma, un'altra convivenza forzata. Giulio Maspero, trentenne, ha due problemi che a un certo punto lo porteranno a vagare smarrito in un bosco, fra la vita e la morte, in cerca di una piramide impossibile: il sogno della pubblicazione con un grande editore e le belle donne. Adolescente insicuro cresciuto a pane e Stephen King, Maspero ha compensato alle turbe di gioventù con quattro romanzi – solo il terzo però distribuito su larga scala – e una collezione di innumerevoli relazioni sentimentali clandestine. Opportunista, spiantato, incapace di impegnarsi sul serio, viene cacciato di casa da una ragazza per bene per gli inequivocabili messaggi dell'allieva più procace a lezione di scrittura creativa.

Le case sono delle spugne. Assorbono. E chi ci vive dentro, quel che hanno assorbito lo respira.

Allo sbando, in cerca di un buco per completare la stesura del suo quinto romanzo – un'opera ambiziosa che sembra dover tanto a 22/11/63 –, viene tentato dalla proposta indecente di un vignettista pulp in partenza per l'Uruguay. Sistemarsi nella mansarda di un condominio fatiscente a un passo dal fiume, innaffiargli le piante, curare i rapporti di buon vicinato. Ma non c'è traccia di verde, in un appartamento con muri portati di fumetti vietati ai minori, e gli inquilini – tutti imparentati fra loro, tutti calorosissimi se si tratta di fare cerimonie – non sono disposti a lasciare all'ospite abusivo i suoi spazi vitali. Una TV accesa in un appartamento sfitto, l'invito per i novant'anni del patriarca e, di notte, i gemiti di piacere di Rachele – seducente come una diva del muto, ma con tatuaggi annessi – che gli chiede languidamente di unirsi a lei. Pensate ai parenti indiscreti di Get Out, alle invasioni barbariche di Rosemary's Baby. Uniteci la passione malata per horror in stile Human Centipede, qualche simbologia alla Lovecraft e le tessere di un innocente puzzle che, assieme alla sindrome da pagina bianca, diventano presto un tarlo ossessionante. Inscenatelo in una città criminale e proponetelo magari ai Manetti Bros, ad Alex De La Iglesia, così da figuravi le situazioni surreali, i risvolti impensabili, di una commedia grottesca, breve e agghiaggiante. Lo scrittore dongiovanni dal conto eternamente in rosso, infatti, fa conoscenza con il nero dell'antica famiglia Malventi; e, legato mani e piedi all'ennesima gonna, lì rischia di perdersi.

Questo è l'inferno: non sapere da quanto tempo sei all'inferno. Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato? Sto cercando la piramide da due giorni o da vent'anni? Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso. Non con queste mani. E allora lo supplico, il mio cuore. Gli chiedo di fermarsi.

Rocambolesco, super pop, Gli Annientatori è uno di quei romanzi corti per esigenza, vicini al racconto per numero di pagine, che nel loro formato ridotto si rivelano perfetti così: prima lettura dell'anno con il merito di cogliermi davvero in contropiede. Parlando di uno scrittore tanto prolifico, quanto appare fuori luogo però dirsi sorpreso? Perché rileggerlo solo ora, se dieci anni fa sapeva essere altrettanto accattivante? Sapete come sono fatto, ogni tanto mi impunto. Cognetti lo scorso anno, Ammaniti quello prima, e così via. Sospetto che la mia fissa, quest'anno, ascolterà i Pink Floyd. Mi infesterà la stanza con una maschera da coniglio. Di cognome farà Morozzi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo – La casa

giovedì 19 novembre 2015

Recensione a basso costo: Alfredo, di Valentina D'Urbano

Ma io non ho la testa per fare certe cose. Ci vorrebbe forza di volontà, ci vorrebbe un motivo vero. Ci vorrebbe che fossi un po' più come lei e un po' meno come me.

Titolo: Alfredo
Autrice: Valentina D'Urbano
Editore: TEA – I Grandi
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Alla Fortezza – il quartiere senza identità, con l'asfalto riarso dal sole e spaccato dal gelo, e i palazzi dall'intonaco ruvido e sbrecciato – tutti li chiamano «i gemelli». Perché da sempre Beatrice e Alfredo sono inseparabili, come fratelli appunto. O forse qualcosa di più? La loro storia, struggente e tragica, diventerà quasi una leggenda nel quartiere. Ma a narrarla finora è stata soltanto Bea, la metà più forte dei «gemelli», la ragazza cui bastava sentire l'odore di Alfredo sulla maglietta verde che lei stessa gli aveva regalato per sapere che lui ci sarebbe sempre stato. La giovane donna che ha lottato fino alla fine per sentire il rumore, inconfondibile, dei suoi passi. Questa invece è la storia della metà più debole dei «gemelli» e a raccontare l'arrivo alla Fortezza è Alfredo, in prima persona, con la sua voce, le sue fragilità, i suoi piccoli e grandi sogni così difficili da realizzare e così facili da infrangere. Fino all'incontro che gli cambierà la vita: quello con Beatrice.
                                                  La recensione
Al ginnasio, ho scoperto che tradurre mi piaceva. Soprattutto, tradurre dal greco. Prendere un testo incomprensibile, scritto, per di più, in un alfabeto diverso dal nostro, e restituirlo lentamente all'italiano - ricercando prima il verbo, poi il soggetto, senza dimenticare l'importanza delle congiunzioni - era un gioco a premi; decodificare un mistero da cui dipendeva un po' la sufficienza in pagella, un po' la salvezza dell'universo, come fosse un'avventura fantastica. Il fatto che mi piacesse, però, non vuol dire che lo trovassi facile. Era bastata una versione fatta così così, un cinque scarso, per farmi titubare. Avevo riconosciuto regole e costrutti, quella volta, e scelto i termini appropriati. Ma cosa significasse quel testo boh, chi lo sapeva. La versione che non afferravo era un mito di Platone, che poi avrei finalmente compreso nell'ora di filosofia. Nella notte dei tempi, c'erano non due, ma tre generi – il maschio, la femmina, l'androgino – e l'essere umano era una sfera, con quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi e due sessi. 
Rotondo, si muoveva saltellando goffamente, e saltellando goffamente aveva puntato al monte Olimpo. Zeus, temendo che qualcuno osasse usurparlo e non potendo condannare l'umanità tutta all'estinzione, aveva scagliato uno dei suoi fulmini contro quest'uomo a forma di mela. I figli del Sole e della Luna, adesso soli, privi dell'altra metà, erano destinati, in vita, a cercare il compagno da cui erano stati separati, un giorno, per vendetta. Come parafrasare a un quattordicenne il senso dell'amore? Alla Fortezza, Platone non si conosce. Ci si ferma alla quinta elementare, in quel quartiere sotto assedio di palazzoni abusivi, ma c'è la strada che insegna e non fa sconti. In Quella vita che ci manca però terzo romanzo che era stato un ritorno a casa – si raccontava un altro mito. Quello dei Gemelli, Alfredo e Beatrice: sempre insieme, ma sempre divisi. Gli sfortunati amanti che avevano imparato ad amarsi in ritardo, dopo un'infanzia insieme che aveva saputo renderli fratelli siamesi. Eppure erano opposti: lui biondo, lei mora; lui fragile, lei forte. Ma l'amore, anche se per poco, aveva fatto sì che, nello stesso letto, tornassero a comporre il loro legame simbiotico. Abbracciati stretti, allora, come lo sono i gemelli nelle ecografie. Si erano conosciuti da bambini, con Alfredo che – pestato a sangue dal padre alcolista – agonizzava sul ballatoio del condominio, il viso una maschera rossa, e la piccola Beatrice, allora, aveva preso a piangere al posto suo. Come quando tu ti sbucci un ginocchio, in bici, e il tuo migliore amico piange per te. Cosa c'è stato prima, cosa durante? Valentina D'Urbano – la stessa che troverete nella lista dedicata ai libri più belli letti durante l'anno, con il suo intenso e affascinante Acquanera – guarda al suo esordio e ritorna sui propri passi; quelli che, in definitiva, fanno ancora rumore. 
Ne sentite, in sottofondo, l'eco? E se c'è una cosa che tanto, tanto mi piace di lei – che, da quel che Facebook mi dice, lavora su un nuovo romanzo che la prosciuga e che non vedo l'ora di leggere – è che, con quella prosa spigolosa, ruvida, irregolare come gli edifici dei suoi quartieri, si affezioni sempre smisuratamente ai suoi personaggi. Ironico, perché non si direbbe, sapendola spesso spietata. Sbagliato, perché non si potrebbe, da quel che i maestri, almeno, suggeriscono: uno scrittore, pare, non dovrebbe innamorarsi delle sue creazioni; ma come fa? Il bello de Il rumore dei tuoi passi, opera prima che torna e ritorna, in seguiti o semplici dèjà vu, è che invece non l'ha mai abbandonata. In questo nuovo romanzo, un esperimento che è diventato altro, ampliazione di un racconto breve, il mito dei Gemelli rivive, ma raccontato non da Beatrice, né dai fratelli Smeraldo, testimoni indiretti: a parlare è il ragazzo alto e secco che indossava i maglioni a maniche lunghe d'estate, lo spettro a cui andavano le preghiere e i girasoli. Nel capitolo iniziale, una scena che sembra d'altri mondi. Ho pensato ai bambini africani che giocano nel fango, tra le sterpaglie, con la pancia gonfia d'aria, le mosche che tutt'intorno ronzano e le madri che muoiono di setticemia. Come in una pubblicità progresso in cui il personaggio famoso di turno ti chiede di donare, di salvarli. Ma Alfredo e i suoi fratelli – Massimiliano e Andrea – sono bianchi, biondissimi, e nessuno ha cura di loro. Quel fiume sporco, forse, è un tratto del Tevere che si usava a mo' di discarica e il loro Terzo Mondo è la zona cieca di una città che, negli anni settanta, ha confini di fuoco ma non regole. Successivamente, il trasferimento alla Fortezza e l'adolescenza che coglie di sorpresa, facendoci scoprire troppo grande per fare il bagno nella stessa vasca di quella bambina che ci fa dannare l'anima. Infine, il dopo: il vortice della dipendenza, i buchi dell'eroina, la pena eterna. In quell'epilogo già scritto, che non per questo emoziona di meno, l'inevitabile accade; ma saremo ancora certi che, a modo suo, Beatrice – un nome che parla e non dice frottole - non lo abbia salvato ugualmente? 
Con la lettura di Alfredo, si capiscono meglio le storie tramandate alla Fortezza e l'importanza delle metà mancanti. Adesso, vedete, la sfera è finalmente intera.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Creep

lunedì 31 agosto 2015

Recensione a basso costo: L'amore è un difetto meraviglioso - The Rosie Project, di Graeme Simsion

E presta attenzione anche alle tue emozioni, non soltanto alla logica. Anche le emozioni hanno una loro logica.

Titolo: L'amore è un difetto meraviglioso – The Rosie Project
Autore: Graeme Simsion
Editore: Longanesi – Tea
Numero di pagine: 303
Prezzo: € 5,00
Sinossi: "Mi chiamo Don Tillman, ho trentanove anni e sono un professore di genetica presso l'Università di Melbourne. Ho una posizione ben retribuita, seguo un'alimentazione strutturata e regolare, ho molta cura del mio fisico. Nel regno animale, non avrei alcuna difficoltà a trovare una compagna e a riprodurmi. Perciò, il motivo per cui sono ancora scapolo mi è oscuro. Tuttavia ho fatto una scoperta incredibile: statisticamente, gli uomini sposati sono in media più felici... e vivono più a lungo! Per questo ho dato vita a un progetto: il Progetto Moglie. Ho elaborato un algoritmo perfetto che mi consentirà di escludere le candidate inadatte - le fumatrici, le ritardatarie, le schizzinose, quelle troppo attente al loro aspetto... e tutte quelle che non rispondono agli altri criteri che ho incluso nelle sedici pagine del mio questionario. Questo è il resoconto scientifico - anche se mi hanno spiegato che si definisce romanzo - degli esiti del mio progetto. Leggendolo, incontrerete una persona che si chiama Rosie ed è la più inadatta delle candidate al mio Progetto Moglie. Ma troverete forse anche la risposta a una domanda fondamentale: l'amore può davvero cambiare un uomo? Anche un uomo come me?"
                                             La recensione
Don Tillman è l'uomo che ogni donna vorrebbe, ma ha qualcosa che non va. Perché a trentanove anni, affermato professionista in ambito accademico, presubilmente di bell'aspetto, duttile e dalle mille risorse è ancora sul mercato? Ha il profilo dello scapolo d'oro ma nella sua vita dedita alla scienza non ha mai avuto il tempo – né l'interesse - di trovare l' anima gemella. Un questionario è quello che ci vuole, per sondare il terreno, riscontrare affinità, scovare passioni comuni, conoscersi. Peccato che la selezione sia rigidissima – ad esempio, no alle fumatrici, alle vegetariane, a chi non bada adeguatamente al proprio indice di massa corporea e non saprebbe svolgere un elementare algoritmo – e che alla sua porta non ci siano file chilometriche di donne perfette. L'uomo che sa tutto, infatti, non sa amare. Qui non si parla di dongiovanni alla Christian Grey che aspettano soltanto la persona – o la cavia – giusta. Semplicemente, ci sono persone che nascono bionde o brune, altre che mancano del gene del sentimento. Se è impossibile sperare nel colpo di fulmine – perché tanto Don non sente il pizzico delle frecce di Cupido né il bisogno del contatto fisico – almeno cercare di condividere l'esistenza con una compagna di studi. Quando compare la scombinata Rosie – cameriera con ambizioni nascoste, i capelli rossi che schizzano da tutte le parti, nonché esempio supremo di cosa non dovrebbe avere la partner di Don – però qualcosa cambia. Al Progetto Moglie si affianca così il Progetto Padre: aiutare la ragazza a scoprire l'identità del suo papà biologico e ritrovarsi ogni giorno fianco a fianco. Come gestire la vicinanza quando imbarazza e fa paura? Come fare se il teorema sull'amore mente e la persona sbagliata, in realtà, è la sola giusta? L'amore è un difetto meraviglioso, romanzo dell'australiano Graeme Simsion, era arrivato in libreria con l'attenzione che i casi editoriali internazionali scatenano. Le luci dei riflettori puntate su un racconto apparentemente convenzionale, di cui non mi spiegavo il successo. Convinto non fosse il mio genere e quella volta lì poco curioso, l'ho letto solo adesso, perché tanti blog ne parlavano contemporaneamente e mi piaceva l'idea di lasciare sbollire tutte quelle calorose attenzioni; perché, nelle librerie, è arrivata un'edizione tascabile che è un affare. A due anni di distanza e tre edizioni dopo – record -, L'amore è un difetto meraviglioso si riappropria della sua vaga stranezza – cosa ci farà mai un'aragosta in copertina? - e non abbandona quel titolo che personalmente disapprovo. 
L'ho immaginato galante e retrò. Coi toni di quei film nati per il bianco e nero e poi passati al colore. Il protagonista, pensate un po', a metà tra lo Sheldon di The Big Bang Theory e Cary Grant. Come l'eroe di uno chick lit al maschile – in cerca dell'anima genella, indeciso – e il suo esatto posto – allergico allo shopping, anaffettivo. Se vivesse in Gran Bretagna e non in Australia, potremmo giustificare il suo comportamento con una frase: è inglese. Probabilmente vergine, frequentemente fuori luogo, sicuramente affetto da una forma di autismo mai diagnosticata. Si pensa a Adam, un gioiellino del Sundance con Hugh Dancy e Rose Byrne, e nel candore e nella timidezza di Don non è difficile riconoscere i segni dell'Asperger. Reali problematiche, dunque, affrontate con la libera ironia di chi – anche se inconsapevolmente – le vive in prima persona. A rendere speciale l'esordio di Simsion, l'elaborazione di un abbozzo di arte amatoria; una scrittura all'inizio irritante, così formale e schematica, a cui – qualche pagina dopo – si fa l'abitudine; un giallo alla Mamma mia! - chi è il vero padre di Rosie? - dalla risoluzione a sorpresa. Divertentissimo, galante, originale quanto basta. Sarebbe, o meglio sarà, materiale per un buon film: alla regia Richard Linklater, autore dei capolavori Boyhood e Before Sunrise, ma anche della commedia cult School of rock; nel cast, si vocifera, Jennifer Lawrence. Peccato per il finale frettoloso ma autoconclusivo, pensato per essere approfondito in un seguito già sulla mia lista della spesa.
Imparare a ballare, studiarsi il kamasutra, destreggiarsi con cocktail acrobatici. Il tutto, facendo pratica con uno scheletro da laboratorio. Don Tillman può scoprire i passi base di cento balli, i segreti del sesso, come gestire per una sera un bar. Ma può imparare a sentire, se quando lo sfiori si immobilizza, gli epiloghi tristi dei film non lo commuovono affatto e, accanto alla donna più bella del mondo, non sente le farfalle? L'adorabile commedia (diversamente) romantica che con la sua strana coppia piace a Sophie Kinsella e il suo fare nerd a Bill Gates, in definitiva, ha un po' conquistato anche me. 
Contro i miei iniziali e infondati pronostici, cosa non possono le mille risorse di Don?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Eliza Doolittle – Skinny Genes

giovedì 8 gennaio 2015

Recensione a basso costo: Acquanera, di Valentina D'Urbano

L'amore, quello vero, è quello che la gente nasconde. Quello che rende fragili e cattivi, quello che rende meschini. Quello che rende avidi (...) 
E' muffa, che ti vive addosso mentre tu sei morto. Quello che non vorresti far vedere a nessuno. L'amore che ti vergogni di provare. 

Titolo: Acquanera
Autrice: Valentina D'Urbano
Editore: TEA – Longanesi
Numero di pagine: 357
Prezzo: € 10,00
Sinossi: È un mattino di pioggia gelida, che cade di traverso e taglia la faccia, quello in cui Fortuna torna a casa. Sono passati dieci anni dall'ultima volta, ma Roccachiara è rimasto uguale a un tempo: un paesino abbarbicato alle montagne e a precipizio su un lago, le cui acque sembrano inghiottire la luce del sole. Fortuna pensava di essere riuscita a scappare, di aver finalmente lasciato il passato alle spalle, spezzato i legami con ciò che resta della sua famiglia per rinascere a nuova vita, lontano. Ma nessun segreto può resistere all'erosione dell'acqua nera del lago. A richiamarla a Roccachiara è un ritrovamento, nel profondo del bosco, che potrebbe spiegare l'improvvisa scomparsa della sua migliore amica, Luce. O forse, a costringerla a quel ritorno è la forza invisibile che ha sempre unito la sua famiglia: tre generazioni di donne tenaci e coraggiose, ognuna a suo modo. E forse, questa volta, è giunta l'ora che Fortuna dipani i segreti nascosti nella storia della sua famiglia. Forse è ora che capisca qual è la natura di quella forza invisibile, per riuscire a darle un nome. Sperando che si chiami amore.
                                   La recensione
Valentina D'Urbano. Una di quelle autrici italiane scoperte lo scorso anno, dal niente. Quando gli altri già la conoscevano, ma in quella magica e lunga festa di libri che è la blogosfera tardi ci eravamo scambiati, presi ma non troppo, uno sguardo. Tardi è comunque meglio che mai, no? L'autrice che avevo incontrato io, prima con Il rumore dei tuoi passi, poi con Quella vita che ci manca, era una ragazza di periferia con il successo che le era spuntato tra le dita, all'improvviso, come un girasole giallissimo. Seduta sui gradoni polverosi della Fortezza, sugli spalti di un campetto da calcio che sembrava un'arena di gladiatori destinati o a una morte sanguinosa o a Rebibbia, mi parlava di un quartiere che aveva visto con i suoi occhi, del suo soffocante e adorato centro sud, delle gioventù arse vive che ai vent'anni manco ci arrivavano. Io, perciò, Valentina me la facevo così: diretta, sincera fino a essere brutale, coatta e delicata, anche se la fragilità – sul suo pianeta suburbano e straordinariamente vicino al mio – non è cosa da mostrare. Una tipa tosta. Una voce rauca e riconoscibile, oltre i campi di fiori e le colate di cemento armato. Acquanera non mi ispirava. Al tempo, almeno, non mi aveva attirato una sinossi che mi parlava di cose che, non ricordo neanch'io perché, pensavo non mi interessasse conoscere. L'ho recuperato sulla fiducia. Mi era bastata una parola giusta, o forse tante, tantissime parole giuste avevano già fatto il grosso. Avevo avuto a disposizione qualcosa come seicento pagine per decidermi - somma simbolica, questa, di quelle dell'esordio e dell'ultima novità in libreria - e avevo decido che avevo la voglia matta di averne ancora un po'. Se allora c'era la D'Urbano, avrei sfidato a piedi nudi l'Acquanera. Il romanzo non si è intrufolato timidamente nella mia routine quotidiana. Si è imposto, senza darmi scelta. E che vorresti dire, poi, a una maledetta infiltrazione d'acqua che, quando torni dalle vacanze, ti dà il bentornato a casa? Era come se si fossero aperti i rubinetti, frantumati tutti i tubi, spalancate le finestre in faccia alla neve gelata dell'ultimo di dicembre e la mia stanza, ora, era un acquitrino al primo piano di un appartamento in centro. Nettuno dominava e ordinava non si chiamassero idraulici a usurpare il suo regno sommerso. Quella storia che, lì per lì, non mi diceva niente si è infiltrata, come per dispetto, tra le righe delle mattonelle e ha gonfiato gli infissi delle finestre. Il mio portapenne, pieno d'acqua, avrebbe potuto ospitare un pesce rosso. Acquanera mi è rimasto, prepotente e spietato, come una macchia di muffa sul soffitto. Un'infiltrazione. 
Una cosa brutta, che ti rovina la giornata, il feng shui e quelle robe lì. Ma è brutto come può esserlo un romanzo così bello. Ossia, molto poco. Acquanera è ipnotico, misterioso e inquietante, come una cosa che ti sfugge di mano. Nonostante quella scrittura pane al pane e vino al vino, che tocchi con mano come sempre hai fatto, questa volta Valentina ti stupisce e ti scivola tra le dita. Non riesci ad afferrarla, così la catturi in un bicchiere in cui, nel frattempo, si scatena il maremoto. E' come sono le sue protagoniste. Liquide e donne. Prendono la forma che tu credi di dare loro, ma è un inganno. L'acqua non si spezza: assume l'aspetto dell'otre in cui la imprigioni. E non si spezzano né si imprigionano le donne di Roccachiara – schernite, imbrigliate, segregate in casa, ma mai vinte del tutto. Si fanno amare, ma a me che sono maschio – con i loro riti e i loro segreti, con il loro passato crudele – vogliono fare anche paura. Sono un mistero che non è lecito mi sia svelato. Bellissime e vagabonde, io le ho immaginate come Le sorelle Soffici che mi descriveva Pierpaolo Vettori, con quel fascino strano e indicibile di una Lily Cole o una Christina Ricci. Avete presente? I visi a cuore, la fronte liscia e sferica. Solo occhi, occhi infiniti, al centro di un viso inafferrabile, se non per chi l'ha progettato. Belle, che dici le sposeresti. Strane, che subito - aggiungi - ti chiuderesti a chiave la prima notte di nozze, solo. Una narratrice d'eccezione, Fortuna, ce le descrive così come se le ricorda. Ma ci sono cose che neanche lei ti dice. La nonna conosce i nomi delle piante e parla alle ombre; la madre vede i morti e fugge il contatto coi vivi; la sua migliore amica, che si chiama Luce quando invece è un mantello di oscurità cucito al collo quello che si trascina appresso, dorme in un cimitero e pettina i cadaveri. Quadretto cupo, grottesco, e non pensavo. Che avrei amato queste “piccole donne” con i vestiti a lutto quanto Bea e Alfredo, quanto i fratelli Smeraldo. Di più. Che avrei trovato Acquanera il più riuscito e centrato dei libri della D'Urbano.
A sfregio. L'autrice, anche illustratrice, dimenticandosi per un attimo pragmatica e cruda com'è che ci piace, ci porta in uno dei suoi disegni. Cos'è, questa, se non una fiaba d'altri tempi? Fa strano immaginarsi le protagoniste in jeans; solo abiti lunghi fino ai piedi, scomodi e pesanti, e vesti bianche che frusciano nei film muti di fantasmi. Fa strano diradare le nebbie e lasciare che quel paese abbandonato alle sue meraviglie, autentico protagonista e chiuso al progresso come la Aci Trezza dei Malavoglia, si scopra solido; per me, è solo un presepe di statuine che non possono lasciare le grotte e le mangiatoie, le botteghe dei fornai e le capanne a riva. La Fortezza era una via di Roma. Roccachiara è una creazione del nord, che al nord ruba i climi rigidi, gli abitanti proverbialmente riottosi, le nebbie di cui ci parlava Totò con noi che ce la ridevamo, la neve a fiocchi grandi che abbiamo visto mezza volta. Ma a me, che ho trascorso molte notti della mia infanzia a casa di nonni partenopei, ricordava i detti su Benevento, le leggende sui sabba e sugli alberi di noci a mezzanotte, streghe che – se esistono – volano senza scope. Una romanzo gotico che si strappa le etichette come cerotti. Un'educazione sentimentale a tinte orrorifiche, un'altra storia d'amore bella perché si tratta di un altro amore non detto. Una scrittura che galleggia e personaggi, sul fondo di un acquario, che percepisci mossi, fluidi, scomposti. Colpo di scena; loro sono libere – fuori – e sul fondo ci sei tu. Sul fondo di un lago, in cui vedi tutto capovolto. Fortuna e le altre che vengono a salvarti. O ti guardano annaspare, perderti... Affogare?
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Domenico Modugno – Cosa sono le nuvole

martedì 19 agosto 2014

Recensioni a basso costo: Il rumore dei tuoi passi, di Valentina D'Urbano

Buongiorno, amici! Oggi, nuova recensione per voi, di un libro che ho letto in un giorno. Tutti, almeno di nome, lo conosciamo già, quindi non mi dilungo. Mi è piaciuto. Non so esattamente quando, ma in autunno uscirà il terzo libro dell'autrice, Gli Spietati  Quello che ci manca (hanno cambiato titolo, direi), e sarà un ritorno, per chi vorrà, nella Fortezza. Dicono ci sia ancora chi ricorda Beatrice e Alfredo... Le bellissime foto che vedete, tra parentesi, sono di Nikki Smith (arcangel-images.com), la stessa fotografa voluta dalla Longanesi per realizzare la copertina. Voi l'avete letto? E' nella vostra wishlist? Ditemi tutto. Un abbraccio, M. 
Ci sono mani in questa oscurità, e ci sono voci. Cerco di difenderti da quelle mani che mi tirano, mi forzano e mi accarezzano e tentano di staccarmi da te. Non ti preoccupare, Alfredo, non avere paura, io rimango qui con te. 
Dentro il buio.

Titolo: Il rumore dei tuoi passi
Autrice: Valentina D'Urbano
Editore: TEA – Longanesi
Numero di pagine:
Prezzo: € 10,00
Sinossi: In un luogo fatto di polvere, dove ogni cosa ha un soprannome, dove il quartiere in cui sono nati e cresciuti è chiamato "la Fortezza", Beatrice e Alfredo sono per tutti "i gemelli". I due però non hanno in comune il sangue, ma qualcosa di più profondo. A legarli è un'amicizia ruvida come l'intonaco sbrecciato dei palazzi in cui abitano, nata quando erano bambini e sopravvissuta a tutto ciò che di oscuro la vita può regalare. Un'amicizia che cresce con loro fino a diventare un amore selvaggio, graffiante come vetro spezzato, delicato e luminoso come un girasole. Un amore nato nonostante tutto e tutti, nonostante loro stessi per primi. Ma alle soglie dei vent'anni, la voce di Beatrice è stanca e strozzata. E il cuore fragile di Alfredo ha perso i suoi colori. Perché tutto sta per cambiare.
                                        La recensione
Se hai qualcuno che ti ama, forse ti salvi.” 
Rimasti lì. Per tutto il tempo. Seduti, pietrificati, scomodi, immobili. Sui gradini di pietra dell'Anfiteatro, come statue da guardare e basta. Tu non toccarli. Potrebbero crollare. Anzi, crollano; sicuramente. Niente dura, in quel quartiere dal soprannome beffardo, ma stranamente significativo. Case antracite, umidità, legno che non è buono neanche per appicciare un fuoco. Il marciume è un infezione virale che colpisce le pianticelle, i fiori, i neonati. Nella Fortezza non cresce niente che non sia destinato a quella fine tristissima. Non ci sono alberi, non ci sono bambini da innaffiare e raccogliere. Come le case in cui aspettanto di farsi grandi, sono costruiti con materiale di scarsa qualità: mucchietti umani di ossa, sangue, radiazioni. Un fiotto di sputo caldo, schifoso, collosso per unirli insieme: come capita, alla bell'e meglio. Si cresce disincantati e storti, nel gracchiare delle tivù accese e nella nebbiolina indistinta di stagioni che, non viste, passano, tutte uguali. Bea e Alfredo hanno fatto il meglio che potevano e hanno aspettato. Si sono disintegrati con spinte e tocchi reciproci su quel campetto malato, in cui i bambini giocano a calcio e si fanno le canne, ma non prima che fossi abbastanza vicino da poter raccogliere resti di loro sul palmo della mano. Pesano un niente. Hanno più volume le loro vite che i loro corpi. L'anima, impalpabile, aveva più senso della loro concreta persona. Erano tutta anima, mettiamola così. Beatrice è un'acuta osservatrice, una che le cose le sente prima che accadono, perché tutti si lasciano appresso degli indizi, soprattutto quando cercano aiuto e non lo ammettono. Mi sente, che con le infradito dei cinesi arrivo da loro, e sa con sicurezza di potermi affidare la loro storia. Un passo strascicato, ma leggero. Diverso da quello di Alfredo, che indossa gli zoccoli e si regge a stento all'impiedi. La presenza di un altro ragazzo è quello di cui ha bisogno. E, dopo tutti questi anni, io ero disposto ad ascoltarla. La verità è che volevo leggere Il rumore dei tuoi passi da quand'è uscito. Mi era passato per le mani spesso, nei salti in libreria, nelle code al supermercato. Per nove mesi, ho trovato la D'Urbano nello stesso angolo, facendo la strada a piedi per arrivare in stazione. C'era un bar affollato che portava il suo cognome. Nei primi momenti, per orientarmi, ricordavo in quel modo la direzione da prendere. Arrivare al D'Urbano e, allo stop, girare a sinistra; sempre dritto. Io non faccio un metro senza pensare a un libro. Quei metri li facevo tenendo a mente un'idea che non c'era. Un romanzo che non ancora avevo letto. Ma avevo letto talmente tanto su di lui – le anteprime, gli elogi, le stroncature – che mi sembrava di conoscerlo già. Mi ero tenuto lontano dagli spoiler, certo, ma non è servito. Il rumore dei tuoi passi si spoilera da sé, se vogliamo, aprendosi con l'immagine di un funerale che anticipa tutto e dà senso alle parole di cui leggeremo. Il dolore, ammortizzato, non fa però meno danno. L'intero romanzo è un conto alla rovescia fino a quel giorno - tempo di addii, ventenni vestiti di nero, girasoli da strappare come per portarli in pegno. La stagione dei fazzoletti, delle siringhe e dei limoni, dei cerotti strappati di botto. Si ritorna alle origini, in rewind. Il passato riavvolto, come i nastri delle musicassette che suonavano poco punk anni '70 e tanto Venditti e Baglioni. 
La D'Urbano è brava, perché firma un romanzo amaro, disincantato, pessimista – e tutto quello che volete – ma mai più nero del nero. Nel quartiero poco immaginario che descrive la corrente salta spesso. Si cammina al buio, attenti a non calpestare qualche siringa, un senzatetto che dorme su un cartone, due sedicenni che, appartati, fanno sesso ma non l'amore. I lampioni fanno il loro dovere come e quando vogliono, a sere alterne. Ma Il rumore dei tuoi passi penso che al buio non ci resti mai. La Mazzantini – se non la tiro in ballo, parlando di narrativa italiana, io non sono io – è un'autrice bravissima e crudele, con una prosa di sangue e parolacce: avrebbe fatto di meglio, e forse anche di peggio. Valentina, invece, come la sua Beatrice, ama ripensarci, raccontare qualche balla, lasciare con uno di quei sorrisi cupi. Il suo, nonostante le avversità, è un romanzo pulito. Senza eccessi, senza cadute impreviste: c'è un trampolino per fare un salto nel baratro e il capitombolo è un tuffo coreografato. Non puzza di candeggina pesante. Non ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di segreto grattato dal muro con le unghie e occultato con della brutta carta da parati a fiori. Si respira il fetore di solitudine e betoniere che appesta la periferia, e la rabbia che avvolge in una nube tossica i cuori dei ragazzi. Aroma amaro di tragedia, essenza di una piccola storia crudele. Vera, come sa esserlo una realtà che non regala finali felici o certezze tangibili. Ancora, la D'Urbano è brava, perché il suo esordio, pur lontanissimo dall'originalità, intenerisce, intriga, tocca, saltando con la corda del prevedibile. Gioca a carte scoperte, ma quei personaggi sbagliati, animaleschi, ottusi, barbari, conquistano con quei rari pregi che hanno e con quelle barricate insormontabili di difetti. Brava due volte. Capisci il motivo per cui si mordono, si marchiano, si soffocano a vicenda. Tu, lettore, faresti lo stesso: prenderli a schiaffi a sangue, stringerli. Anche se alla violenza non ci credi mica, ma sai che senza la violenza stenterebbero a capire la tua spontanea vicinanza. I gemelli, li chiamavano, anche se non si somigliavano affatto. Beatrice non attira sguardi: formosa, ma con accessori da poco che mettono in risalto soltanto i suoi lati peggiori. I capelli stopposi, il fondoschiena prominente, l'egocentrismo assurdo, il connaturato caratteraccio. Assillante, forte. 
Avrebbe voluto andare a scuola, fare il liceo classico, ma ha la terza media. Divide il letto con il fratello minore, sta sempre in casa per paura che qualche poveraccio possa buttare le loro cose dalla finestra e occupare abusivamente le loro stanzette. Alfredo è uno che piace, anche se non ha il fisico: occhi verdi, capelli biondi, gambe lunghissime. Cinquanta chili scarsi; debole dentro e fuori. La sua testa dorata spicca nei campetti di calcio, nei locali strapieni per la finale dei mondiali, in un mondo di ragazzini piccoli, neri, robusti. Lui nemmeno le medie ha finito: fermo alla quinta elementare. Nemici, amici, confidenti, amanti, sono vittime di una brughiera di gradoni luridi e palazzi cascanti, schiavi di un sentimento graffiante, brutale, ma a tratti luminoso. Insieme, fino alla fine, al centro di una storia dura come il cemento e morbida come i petali di quel solitario girasole in copertina. Torridi, feroci, ustionanti, fatti di luce del sole: ci vogliono gli occhiali scuri delle bancarelle per contemplarli, per vedere quanto cavolo sono belli; le eclissi per farli stare zitti. Un filo di scotch per unire uno strappo, le metà strappate di un'unica foto. Una zingara bruna e un vichingo. Sembra guardino il vuoto, sorridendo. In realtà guardano l'un l'altra, smembrati, e quel sorriso è uno dei più rari e spontanei che faranno in vita loro. A saperlo. Mi ha ricordato alcuni racconti dei miei genitori. Quand'erano piccoli, vivevano in un paesello con quattro gatti, eppure certe cose già le conoscevano. Una povertà che spaventa, l'istruzione scarsa, l'invisibilità della provincia meridionale. Cose che, quando ritorno, guardo di sfuggita dal finestrino della macchina. Meglio non fermarsi, andare di corsa. Se non c'è speranza, se non c'è voglia, penso sia giusto dirlo. Utilizzare un luogo comune per inquadrare gente che dei luoghi comuni non vuole svestirsi. Ci sta bene. Armature, guaine, abiti per tutte le stagioni; ché i soldi in vestiti non si spendono. Non ci stanno.
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. 
Ci saranno tante cose a cui dovrò abituarmi, e ce ne saranno altrettante di cui dovrò fare a meno. Il rumore dei tuoi passi, il tuo odore che svanisce sul cuscino, la luce del giorno in cui mi hai lasciato sola.”
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Rino Gaetano – A mano a mano