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giovedì 13 febbraio 2025

And the Oscar goes to: Emilia Pérez | Conclave | Maria | Nosferatu

Il fu Manitas Del Monte. È l'epitaffio che Emilia potrebbe leggere sulla tomba della sua vita passata. Prima narcotrafficante, poi benefattrice. Prima uomo, poi donna, in un film — travolto, francamente, dalle più sterili polemiche — con una tesi reazionaria: cambiare il corpo, e l'anima, per cambiare il mondo. Proprio come la sua eroina tragica, il film è un mutaforma; un anfibio splendido e kitsch come il primo Luhrmann. Senza pretese di verosimiglianza, Jacques Audiard — francese che filma il Messico con un cast americano — sceglie un cinema di innesti, dove la dimensione del musical sottolinea la natura farsesca del tutto, ma le performance del cast garantiscono grande trasporto emotivo. Se le candidature di Gascón segnano già un primato, gli occhi sono puntati su Gomez e Saldana: la prima, benché goffa con lo spagnolo, abbandona l'etichetta di icona Disney con un ruolo conturbante; l'altra, favorita agli Oscar, è un'avvocata con un numero iconico in cui, ballando, sbugiarda la classe politica. Fiaba di colpa e sorellanza, sempre in bilico tra il musical e il thriller, Emilia Pérez trascina in una spirale ipnotica in cui la musica, per fortuna, è più prepotente della violenza. Può un film su una persona a metà farci completamente suoi? Bingo. Tutto può succedere, nell'opera pop in cui i ritornelli cantano di vaginoplastica, i mitra emettono sonorità tribali e i boss, in pectore, sono regine. (8)

Un famoso proverbio dice: morto un papa, se ne fa un altro. Chi, se potesse, non vorrebbe spiare i retroscena blindatissimi delle elezioni del nostro pontefice? Le macchinazioni, i segreti, le ambizioni covate dai numerosi cardinali in lizza per il soglio più ambito al mondo? Il regista Edward Berger ci apre eccezionalmente le porte del conclave, ispirandosi al best-seller di Robert Harris. L'impianto è quello di un giallo alla Agatha Christie. Ci sono gruppo di uomini con tutto da nascondere, la claustrofobia di un ambiente precluso, un sospetto strisciante. L'ultimo papa, rinvenuto misteriosamente morto nel suo letto, è stato forse assassinato? Indaga un Ralph Fiennes in crisi mistica, mentre battagliano il favorito Tucci, il machiavellico Lithgow, il cinico Castellitto; un piccolo ruolo spetta finanche a suor Isabella Rossellini, unica donna in un ambiente maschilista. Elegante, scenografico, serrato, Conclave – plurinominato ai premi – è ben più blando e semplicistico del previsto. Doveva farmi ragionare un'uscita in sala senza polemiche. Meno caustico di quanto si legga, con rivelazioni che indignano ma non troppo, ha un unico colpo di testa: il twist conclusivo. Peccato che, benché significativo, appaia una concessione al politicamente corretto retorica e un po' forzata in un film che, per il resto, è più classico che non si può. Nonostante sbancherà, non è fumata bianca. (6)

Dopo Jackie e Spencer, Larraìn chiude la sua trilogia con un altro ritratto di signora. Maria: la donna prima della Callas. Ma anche quella che, fragile e volitiva, voleva disperatamente tornare a incarnare quel mito indimenticato. Benché il corpo, ormai prosciugato dai lassativi, protestasse. Benché la sua voce, prima venduta al miglior offerente e poi messa a tacere, l'avesse tradita quanto Onassis. Il cileno realizza un flusso di coscienza vorticoso e febbrile, narrativamente frammentario ma formalmente impeccabile. Strutturato in lunghi colloqui come il film sulla First Lady, onirico come quello su Lady Diana, si posiziona a metà. Elegante e asimmetrico, racconta la vita pubblica, quella privata e, soprattutto, quella immaginata. Messi in scena in una Parigi autunnale di rara malinconia – un'unica nomination, Miglior fotografia –, gli ultimi giorni del soprano ne fanno un'eroina tragica degna delle arie che intonava. Nella sua testa si agitava un teatro inarrestabile, popolato di pulsioni irrazionali e vecchi fantasmi. Si può chiudere la porta al passato, se implica escludere anche la musica? Soltanto una diva poteva interpretare una diva. Jolie, scandalosamente snobbata ma in stato di grazia, ne adotta gli accessori e i costumi, il desiderio di adulazione e i vezzi. Per l'autista Favino c'è sempre un pianoforte da spostare; per la cuoca Rohrwacher, invece, una prova a cui assistere. Visse d'arte, Maria; visse d'amore. Morì in solitudine, forse. Ma a modo suo. (7,5)

Da grandi film derivano grandi responsabilità. Avrebbe dovuto saperlo bene Robert Eggers, presto salutato come nuovo paladino dell'horror d'autore. Troppo presto, mi domando con il senno di poi? Verrebbe da chiederselo, infatti, davanti a Nosferatu: la sua opera più ambiziosa, ma, per forza di cose, la più derivativa. Quella che maggiormente avrebbe avuto bisogno di uno sguardo personale, di un immaginario nuovo, di una rinfrescata nella forma e nel contenuto. La trama è la solita: un agente immobiliare viaggia fino al Transilvania, assoldato da un conte misterioso; peccato che quest'ultimo sia un vampiro centenario ossessionato dalla fidanzata del protagonista, una fragile sposina tacciata d'isteria. Oscuro ed elegante come il genere comanda, impeccabile nelle scenografie e nei costumi – meritatissimi gli eventuali premi tecnici –, è un sogno gotico che non diventa mai un incubo. Più fedele del previsto al materiale di partenza, rilegge la storia in una vaga chiave psico-sessuale e regala al conte Bill Skarsgård un paio di baffoni subito da ridere. Lily Rose Depp, insopportabile e sgraziata, si agita, sbava e si dimena in un perenne overacting; convincente soltanto Nicholas Hoult, in missione di salvataggio insieme agli abbozzati Willem Dafoe e Aaron Taylor-Johnson. L'ultimo Nosferatu è antiquato, non retrò. Tedioso, esangue, senza linfa da succhiare. Eggers, questa volta sei stato solo la copia di mille riassunti di un plagio di Stoker. (5)

venerdì 8 aprile 2016

Mr. Ciak: Un momento di follia, Alaska, In fondo al bosco, Miss you already, By the sea

Laurent e Antoine, amici del cuore, sono cresciuti insieme e insieme – all'indomani dei reciproci divorzi – hanno cresciuto le loro figlie. Marie, la figlia di Laurent, ha diciotto anni tondi tondi e un genitore cool. Quella di Antoine, assai più normativo del compare, di anni ne ha diciassette, invece, e un corpo in boccio. Quanto è provocante, con tutte le curve al posto giusto e l'aria da Lolita? Quanto è pittoresca la Corsica, meta delle loro vacanze? Succede che non è tutto oro ciò che luccica e che la maliziosa Louna si prende una cotta mostruosa per il padre dell'amica, quel cinquantenne che ha sempre visto come uno zio: in una sera di luna piena, in spiaggia, con lei che emerge nuda dalle onde e lui che non sa resistere eccolo lì, l'inevitabile patatràc. Una notte di sesso, però, per Louna è sintomo di grande e spasimato amore: l'infatuazione per Laurent è una strada senza ritorno, ogni attimo è buono per stuzzicarlo – e minacciare di rivelare tutto ad amico e figlia, nel frattempo sospettosi. Un quartetto affiatato e naturale, paesaggi da sfondo per il desktop, loro bellissime e loro affascinantissimi. Tutto issimo, sì, ma ci si aspettava più mordente, più tragicommedia, da un epilogo che si mantiene aperto, vago, e da quei fucili imbracciati spesso, per cacciare via i cinghiali selvatici. Le sorprese però ci sono. Un Cassel che invecchia al meglio e che, lontano dai personaggi dannati e dai drammi d'autore, si scopre divertente, spensierato e animale da movida notturna; Lola Le Lann – maggiorenne per un soffio, nella realtà, e ben propensa al nudo integrale – che, ammiccante e perfetta, induce in tentazione deejay omosessali, piante grasse e padri di famiglia altrimenti assennati. Scollacciato ma senza scandalo, frizzante, il remake di una nota commedia degli anni Settanta ha, sulla pagina, le location, gli intrighi e le belle figliole dei cinepanettoni con Boldi e De Sica ma, senza troppe sorprese, si scopre per nulla volgare, di gusto, inguaribilmente francese. Sebbene, purtroppo, gli occhi sgranati per le grazie della dispettosa adolescente e i sorrisi generosi durino, in definitiva, giusto un momento – di follia. (6)

Nadine, aspirante modella, e Fausto, cameriere, si conoscono sul tetto di un albergo della Parigi di lusso. Fumano, brutto vizio, e insieme incappano in un altro brutto vizio: l'amore. Non vi dico perché, non vi spiego come, ma il loro amore nasce sotto una cattiva stella: cosa potrebbe dargli di buono? Ci si indebita per esserci più felici, si entra in giri loschi e, infine, ci si tradisce per allontanarsi: la vicinanza ferisce entrambi, la lontananza peggio ancora. Ci sono l'Alaska in cui investire i propri risparmi, chiesa sconsacrata pronta a diventare discoteca esclusiva, e mari di avversità in mezzo. Un sorprendente Claudio Cupiello dirige con maestria due interpreti perfettamente in parte e scioglie i nodi tesi di una vicenda che mette, suo difetto, troppa carne al fuoco. Alaska, dramma dal taglio internazionale e dalla resa all'avanguardia, nonostante le imprecisioni nella scrittura, è un prodotto atipico per un cinema italiano di cui con gioia, negli ultimi post, parlo meglio e volentieri. Pellicola sentimentale che non indugia nel sentimentalismo, noir e fisica, racconta una storia accidentata e maledetta dagli dei. Il melò di Cupellini ha però anche belle pensate: il lento colpo di fulmine durante il primo atto, la presenza di un prezioso comprimario come Valerio Binasco – imprenditore dal cuore di pasta frolla – e la natura confidenza tra i due personaggi, credibilissimi nell'odio e nell'amore. Elio Germano, che ci stupisce anche con un francese fluente, è tenero e manesco. Accanto a lui, Astrid Bergès-Frisbey: sirena in Pirati dei caraibi, futura Ginevraper per Guy Richie, è delicata, bellissima, e la sua paziente Nadine approda da altri pianeti. Il mondo è un buco sudicio: a ogni angolo ci sono criminali da poco, il malaffare, i tiri e molla. Gli incidenti di percorso son tanti, la notte è lunga, il minutaggio può pesare. Fino a quanto è consentito osare lamentarsi di una simile abbondanza, però, in un cinema che per anni ci ha dato troppo poco? (6,5)

Sulle Dolomiti c'è un paesello popolato da pochi abitanti, tradizioni antichissime, neve che per tutto l'inverno non si scioglie. In questo paesello c'è una festa in cui ci si maschera da diavoli brilli. E' il maligno il primo sospettato, quando il piccolo Tommy scompare nel nulla. Il maligno, e poi suo padre. Il bambino torna a casa cinque anni dopo, senza memoria. Per accoglierlo, si ricompone la famiglia e accorrono i reporter. Il bimbo ha occhi espressivi ed inquietanti e sulla sua identità il nonno, un ristoratore un po' suonato e perfino la madre, sotto shock, nutrono forti sospetti. I cani gli abbaiano contro e sono forti i suoi sbalzi d'umore. Cose strane succedono, sotto la neve. In fondo al bosco, thriller firmato dal promettente Stefano Lodovichi, arriva in poche sale l'inverno passato e qualche tempo dopo passa direttamente su Sky – che, già produttore di serie di qualità quali Gomorra e 1992, sposa con entusiasmo il progetto di un giovanissimo. Ci si ripete come radio scassate, dunque, ma fa piacere: il nostro cinema sorprende. E sorprende, nel suo piccolo, anche questa idea che nasce come esperimento – il cinema di genere, in Italia, sembra essersi fermato ad Argento – e, con la fotografia dark e le oneste intenzioni, ci fa scordare i difetti d'ingenuità. La recitazione approssimativa di molti figuranti, ad esempio, a cui si oppongono però un intenso Filippo Nigro e la fragile Camilla Filippi; qualche forzatura negli snodi ma, a onor del vero, in nome di colpi di scena che non mancano. Da amante dell'horror americano e europeo, mi sono divertito a individuare i rimandi sparsi – su tutti, Omen e The Orphanage – e una specie di soddisfazione c'è stata, nel vederli riletti a modo nostro. Come il borgo che fa da sfondo a In fondo al bosco, inoltre, avevo immaginato la Avechot dell'ultimo Carrisi: anche lì un mistero, cronaca e fiaba nera, un film in produzione. Imperfetto ma accattivante, pieno, il thriller di Lodovichi ha una gran bella confezione – da noi, non vedevo scene notturne così ben girate da Come Dio comanda, di Salvatores -, un valente protagonista maschile e un enigma che tiene in scacco. Tommy, che si chiama come il bambino degli Onofri e vive in una realtà simile alla Cogne del delitto Franzoni, è una vittima o un carnefice? Uno spettro che infesta una casa a modo o, al contrario, il bene che picchia alla porta di una famiglia al di sopra di ogni sospetto? (7)

Si conosco dalle elementari. Jess, americana, e Milly, londinese doc, diventano compagne di banco. Amiche strettissime, ci sono quando l'una dà il primo bacio e quando l'altra partorisce, quando l'una mette su famiglia e l'altra non riesce ad avere figli. C'è chi ha tanto e chi ha poco, ma si compensano. Non c'è invidia, non c'è dramma che minacci di separarle. E se dovesse irrompere d'un tratto la malattia – un tumore al seno che non fa sconti –, mentre per Jess arrivano un marito con il posto fisso e una gravidanza senza complicazioni? Come gioire, se la nostra metà trema? La fresca Drew Barrymore è la compagna di Paddy Considine: il sesso è diventato routine, si agisce più in nome della procreazione che in quello della passione. Toni Collette – strepitosa, ma non è una novità per chi la seguiva in United States of Tara – ha due figli belli e rumorosi e un marito altrettanto bello e rumoroso, Dominic Cooper. Una famiglia in espansione da un lato, una famiglia affiatata e disfunzionale dall'altro – spassose, a tal proposito, le comparse di nonna Jacqueline Bisset. Mentre la Barrymore prospera, ingrassa e si fa più bella, la Collette – colpita al centro della femminilità – si sottopone a sedute di chemio che la annientano. Resta il sogno adolescenziale di vedere la brughiera e la costanza di esserci a ogni passo: l'amica vera, d'altronde, è quella che ti tiene i capelli mentre vomiti. Colpa dell'alcol, degli effetti collaterali delle terapie o di entrambe le cose? Miss You Already, visto per caso, non a caso è una spassosa e agrodolce commedia british di quelle che ti fanno ridere, ma tanto, e che tra una grassa risata e l'altra ti strapazzano a tradimento cuore e umore. Il linguaggio è colorito, l'umorismo è fuori luogo, figli e vicini fanno domande impertinenti. La malattia lascia tempo per il sesso – e, magari, per un tradimento? Si può ridere di gusto più per la paura di morire che per l'ebbrezza del vivere? Lo spirito è lo stesso di un 50/50, l'intreccio quello di un One Day in rosa. La vita è un'altalena, e l'imprevedibilità delle sue oscillazioni – il tumore mostrato senza fronzoli, la folle ricerca dei luoghi di Cime tempestose, cantare brille un'emozionante Losing my religion – sono assecondate dall'energica macchina da presa di Catherine Hardwicke (ma sì, quella del primo Twilight) e dalle prove sul filo di una curiosa coppia di attrici che si trasforma, si acchiappa e si piglia, in una manciata di anni che stanno un bijoux in due ore scarse. (7,5)

Lei è una ex gloria della danza, lui è uno scrittore che sperimenta il famigerato blocco. Hanno una camera d'albergo grande quanto le nostre case, un terrazzo privato e, per dirsi e darsi, tutto il tempo del mondo. Indossano abiti griffati e i volti di una delle coppie più fotografate. I “Brangelina” si sono conosciuti dieci anni fa, sul set di una commedia a tinte action. Mr. e Mrs. Smith si sparavano addosso, scappavano, facevano all'amore ovunque, armati fino ai denti. Lo scorso anno hanno portato in scena una coppia minacciata dalla sterilità: loro, al contrario, che sono noti per la loro famiglia numerosissima. Interpretano due coniugi in crisi: loro, al contrario, che sui Red Carpet sembrano usciti da una favola. In By the sea, dramma da camera che trova paesaggi splendidi ma non passaggi memorabili, portano sullo schermo più loro stessi, glamour e invidiati, che personaggi tratteggiati con aria di sufficienza. Innumerevoli le sigarette, infiniti i drink. Lei, appollaiata in balcone come un corvo imperiale. Lui, spettinato e alticcio. In una località turistica, questo, in cui il proprietario di un bar e i vicini appassionati parlano loro d'amore. Dove collocare quello in forse di Roland e Vanessa? Si bisbigliano cose, piangono, urlano. By the sea, così, è un dramma dalla foggia sontuosa, infiocchettato con buon gusto, ma che non ha null'altro al di là dell'apparenza. In breve: è lo spot Dolce & Gabbana più lungo di sempre. Usando qualche parola in più: è come superficialmente l'americano medio si approccia al cinema europeo. Trovandolo elegante, colto, intimista. Noioso. Della filiforme Jolie, con i grandi cambi d'abito e quel corpo che non scoppia di salute, restano ormai i labbroni e i seni ricostruiti di fresco. E, nel film con la sua firma, spicca più il suo lui: un Brad Pitt che tolleriamo di più di questa danzatrice addolorata, fatta della stessa bellezza glaciale del suo ultimo film. Un film che mi ha ricordato una di quelle case disabitate, con i mobili coperti da drappi e lenzuola. Così non entra la polvere, ma neanche la luce. E così i due, sotto sale, sembrano spettri che infestano un magnifico castello della Costa Azzurra. Dove non c'è dialogo, ormai, non c'è più passione. E non c'è cinema. (5-)