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venerdì 28 gennaio 2022

Recensione: Pancia d'asino, di Andrea Abreu

 
Pancia d'asino, di Andrea Abreu. € 15, pp. 150 |

Qualcuno, non troppo a torto, le ha definite le Lila e Lenù dell'isola di Tenerife. Amiche per la pelle, ma all'occorrenza anche rivali spietatissime, condividono le barbie e le estati. Hanno caratteri spigolosi e, nonostante i loro dieci anni, guardano tutti dall'alto in basso. Ogni giornata è una sfida per primeggiare. Ogni arrivederci è struggente. Appaiate come certi yogurt, forse predestinate, si presentano a noi lettori al termine della scuola per poi salutarci con il sopraggiungere di settembre. Prevedibilmente lasceranno intonso il libro delle vacanze. Hanno troppo da sperimentare, troppo da vivere. Quale sapore hanno l'anice, il caffè o il piccante? È vero che nel bosco vivono streghe che imbrattano di escrementi gli usci delle case? Quanto è spaventoso il sesso, quanto è lontano il mare? Lontane dai residence dei turisti, separati dagli abitanti locali da una specie di strato di pellicola, le piccole protagoniste giocano a fare cose da grandi e puoi immaginarle incedere da lontano tra il gracidare delle rane e il rombare delle betoniere: camminano scortate da uno stuolo di cani randagi e, a ogni passo, si pizzicano le mutande finite nel sedere.

In quel momento, quando il manto di nuvole si apriva in crepe sottili sottili, l'ultima luce del giorno cominciava a trapassare il cielo e tutto diventava d'oro brillante. Mi veniva un'angoscia fortissima al petto, come se mi mancasse il respiro. Io non sapevo mai salutare Isadora. La guardavo come una che dovevo salutarla per molti anni. Ma Isadora mi accompagnava a casa. Mi accompagnava sempre. E poi io accompagnavo lei. E lei accompagnava me. Propio come le confezioni di iogur del negozio, aveva detto lei una volta. Lo aveva detto parlando di noi pensando che non la sentissi, e invece sì. Come le confezioni di iogur che sono sempre a due a due.

La narratrice, soprannominata Shit, vive all'ombra Isora: preda di un'adorazione ossessiva, fagocitante, che un po' somiglia all'amore e un po' a nient'altro. Mentre la prima è duttile e poco intraprendente, l'altra è la reginetta del barrio: nipote della proprietaria dell'unico alimentari in zona, parla senza vergogna ai ragazzi e agli adulti e con il suo sguardo impenetrabile, con i suoi denti infallibili, divora il mondo in maniera bulimica. Shit, però, vorrebbe conoscere anche gli abissi in cui talora sprofonda: dove finisce Isora quando la tristezza è così forte che pensa di farla finita? Immerse in un sudicio canale, qualche volta chiudono gli occhi e pensano al mare: vicino eppure irraggiungibile. Spregiudicato, selvaggio e bellissimo, l'esordio di Andrea Abreu – classe 1995 – somiglia alla lava incandescente che un giorno potrebbe far sprofondare all'inferno l'isola e i suoi abitanti. Sorto all'ombra di un vulcano, il quartiere descritto dall'autrice ha gli odori forti, le feste patronali e i palazzoni abusivi del nostro Sud Italia. Perennemente sormontato da una cappa di basse nuvole grige – il titolo del romanzo si riferisce a questo preciso fenomeno meteorologico –, vive in uno stato di pigra sospensione. Cosa avrà in serbo il cielo: pioggia scrosciante o sole?

Nei giorni che Isora voleva morire sentivo anch'io che volevo morire e lei mi diceva che il modo migliore di morire era riempire d'acqua calda la vasca da bagno fino all'orlo e tagliarsi le vene. Io mi domandavo come faceva a sapere tante cose che io non sapevo e allora diventavo triste perché pensavo che io non avevo una tristezza mia, che la mia tristezza era la sua ma dentro di me, una tristezza come d'imitazione, una tristezza copiata, una tristezza tarocca, quello ero io, perché io non avevo motivi per essere triste ma me li inventavo.

Corrono i primi anni Duemila, gli stessi della mia infanzia. Shit e Isora ascoltano le canzoni degli Aventura con l'mp3, scrivono su Messenger, guardano i Simpson e Walker Texas Ranger, sbraitano contro contro il telegiornale quando la notizia della caduta delle Torri gemelle interrompe i loro intrattenimenti preferiti. Ma si sbucciano anche le ginocchia a sangue, simulano atti sessuali con le bambole, si masturbano con i pennarelli colorati, si inducono il vomito o la dissenteria. Ricordate com'era avere dieci anni, tabù compresi? A differenza di Elena Ferrante, sempre impeccabile, Abreu è incuriosita dalle pelurie, dai fluidi corporei, dal contatto fisico, dalle storture. La scrittura, innovativa, si adegua alla sua voce: la lingua di Pancia d'asino è un esperanto euforico, sgrammaticato, volgare, fatto di uno slang americano scimmiottato alla bell'e meglio e di una punteggiatura spesso assente (bravissima la nostra Ilide Carmignani, chiamata questa volta non a tradurre alla lettera, bensì a inventare). A volte credo di vederla con la coda dell'occhio, Shit. Eccola, mossa da sentimenti spaventosamente adulti, che supera i confini tracciati e insegue il sole. Magari si spingerà oltre il barrio, oltre l'amicizia con Isora, fino alla fine del mondo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gaia – Nuvole di zanzare

martedì 11 maggio 2021

Recensione: I tuoni, di Tommaso Giagni

| I tuoni, di Tommaso Giagni. Ponte alle Grazie, € 14, pp. 186 |

Il Quartiere sembra la roccaforte di un film medievale. Un labirinto, scenografico nel suo squallore, da esplorare con carrellate cinematografiche. Roma è vicina ma lontana, sormontata da una nuvola di smog: un altro mondo, intuibile tra i capannoni industriali, i container, le villette abusive. A dettare legge, lì, è il Reuccio: un piccolo criminale da strapazzo, che all'improvviso lascia il trono vacante. Cosa accade quando un tiranno viene rovesciato? Il potere fa gola a moltissimi, ma non ai protagonisti: benché immersi nelle atmosfere cupe di Romanzo criminale o Suburra, schiacciati dalle ristrettezze economiche e dal degrado, continuano a nutrire in segreto speranze, velleità, desideri di fuga. A confidare nel cambiamento. Manuel, egiziano, è un informatico che da bambino ha rubato una medaglia al cadavere di un annegato: sogna di diventare marinaio, ma soffre di agorafobia. Flaviano, grande grosso e col cuore infranto, condivide l'appartamento con un padre galeotto e fa furore come pianista ai matrimoni. Abdou, da poco arrivato su un barcone, ha installato una bussola sul cellulare per conoscere la posizione esatta della Mecca e spaccia antidepressivi nonostante una laurea a pieni voti.

Ci avete insegnato a dire quello che vogliamo, e a prendercelo se non ferisce nessuno.

Sorprendentemente delicati, i tre funzionano soprattutto nei momenti d'intimità. Mentre improvvisano una famosa canzone di Antonello Venditti al centro commerciale, mentre vagano come turisti fra le bellezze della Roma notturna, mentre scacciano i turisti curiosi con le pistole ad acqua. Il dialetto lo usano poco e niente. Come loro, l'autore che li anima: Tommaso Giagni sceglie una lingua equilibrata, tagliente, perfetta, in opposizione all'asprezza del romanesco. A fare da motore alla vicenda è Donatella, un'adolescente ribelle che ammira il senso di comunità del Quartiere: lei fa parte invece del Verde Respiro, il quartiere perbene dall'altra parte della barricata. Un luogo di insediamenti recenti. Una minaccia. Come in una moderna storia di indiani e cowboy, la sfida è aperta. Peccato che, anticipata dalla sinossi e dal rosso aggressivo della copertina, riguardi soltanto l'ultima parte del romanzo.

C’era una comunità, sai che intendo? Dove vivi tu, pure con tutti i problemi, penso che questa cosa si sente. […] Eravamo parte di qualcosa, Manuel, e in cambio questo posto aveva… un senso.

A lungo I tuoni mostra la vita dei protagonisti in presa diretta, con lo sguardo malinconico del neorealismo italiano. Anche a rischio di mancare di compattezza narrativa, esagera con le sequenze descrittive e, con una struttura vagamente teatrale, cattura le vicende di Manuel e degli altri in capitoli a sé stanti. Ma ha uno sguardo bello, e gli si perdonano perciò anche le false partenze; quel leggero sentore di polvere pirica, insomma, che non sembra mai diventare esplosione assordante. Sospeso, scollato, volutamente anti-climatico, il romanzo apre poi le porte alla violenza in quell'epilogo improvviso o improvvisato, che suscita di pari passo stordimento e fretta. Questi Tuoni si dissociano dai fulmini e dalle saette, dal fuoco e dalle fiamme. Quando il rumore si propaga tutt'intorno, avviene a scoppio ritardato. E alle mie orecchie l'eco è parso, purtroppo, più come un arrancare affannato – una corsa pur di mettersi in pari con il presagio del fuoco in copertina – che come un grido disperato del cielo.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Antonello Venditti – Sotto il segno dei pesci

giovedì 17 settembre 2020

Recensione: Gli affamati, di Mattia Insolia

| Gli affamati, di Mattia Insolia. Ponte alle grazie, € 14, pp. 170 |

Mio fratello è biondo, robusto, fuma. Mio fratello non mi somiglia. Sembra il maggiore, ma in realtà è di due anni più piccolo di me. Da quando vive lontano, mi manca. Sotto l’ombrellone, in un giorno di mare rubato al mese di settembre, ho trovato un posacenere bianco con i suoi strascichi. Due mozziconi di sigarette, fotografati poi accanto al romanzo che mi è sembrato parlasse un po’ di noi. Di quand’eravamo una coppia di animaletti selvatici, umorali e amorali, ai bordi di una casa dove gli adulti litigavano come bambini. Di quando lui, frustrato e addolorato alla fine del liceo, sognava di ricominciare altrove: alla fine, a differenza mia, ci è riuscito. La nostra era una vita di provincia – la mia lo è tutt’ora –, in una casa zeppa di strepiti e non detti. Per fortuna, però, fuori dalla nostra finestra non vedevamo una realtà simile a quella della fittizia Camporotondo: un buco di culo di diecimila anime, dove i cortili sono usati a mo’ di gabinetti e il desiderio d’altrove si sviluppa fortissimo, selvaggio.

«Però le cose belle le abbiamo trovate lo stesso. Insomma… alla fine, se ci pensi, siamo riusciti a trovarle e a vederle pure se tutto fa schifo, no?». «Sì, siamo riusciti a trovarle. Ma forse non le abbiamo mai capite davvero».
Assoluti padroni di casa, i personaggi di Paolo e Antonio gozzovigliano in mutande davanti alla tivù tra canne, alcol e pizze surgelate. All’apparenza brutti, sporchi e cattivi, covano entrambi segreti e sensi di colpa. Si somigliano perfino nei peccati. Quel loro dolore cencioso li rende protagonisti di un’illusoria affinità elettiva e, mossi dalla pretesa di vivere più intensamente dei compaesani, sfidano ogni giorno il mondo in una gara di velocità. Mentre Paolo è una bomba a orologeria che prova eccitazione fisica nel far danno, Antonio – più sensibile – si lascia comandare a bacchetta e salva una copia di Stoner dalla discarica pur di leggerla di nascosto. E poi c’è una mamma che torna all’ovile, intenzionata a sottrarre i figli dalle macerie; c’è un migliore amico, Italo, che propone lavori dignitosi e nuove sistemazioni; c’è un altro emarginato, l’omosessuale Oscar, di ritorno da Milano per fare chiarezza. Immersi fino al pomo d’Adamo nelle sabbie mobili del Mezzogiorno, come reagiranno Paolo e Antonio quando cambiamenti inevitabili minacceranno di stravolgere i loro equilibri malsicuri?

Dal dolore non ci si può mai liberare del tutto. Ogni sofferenza è un parassita che lascia delle tracce, e quelle tracce, scorie velenose, si ammonticchiano sempre di più e sempre di più fino a ostruire tutto, i capillari e le vene e le arterie. Saturano tutto. Non lasciano spazio a nient’altro.
A farci l’abitudine, c’è serenità nel caos. C’è bellezza nello squallore. Lo racconta egregiamente Mattia Insolia, classe 1995, in un esordio che ricorda le dinamiche del miglior Ammaniti e la fotografia giallastra del cinema dei D’Innocenzo. L’autore siciliano si muove in un panorama poco raccomandabile, ma meno spaventoso che in passato. La provincia, infatti, è stata ampiamente sdoganata dalla narrativa italiana. E bonificata? Dopo ciceroni d’eccezione, Mattia – il più giovane degli autori del filone; il più scapestrato – segue le orme dei predecessori con devozione, rispetta le leggi della giungla e quelle della natura, ma qui e lì tenta sorpassi, svincoli, sentieri sconosciuti. La provincia, e la narrativa che la descrive, è forse un territorio troppo circoscritto?

Eravamo malati di desiderio. Scintille nel buio, abbiamo illuminato la notte e siamo bruciati di incanti e meraviglie.
Nonostante il dubbio tutt’altro che illecito, il tentativo di Mattia emoziona e, a sorpresa, infonde una certa speranza. La sua scrittura è pungente senza essere urticante. Sboccatissima, fa scendere a fantasia lacrime e Madonne. Soprattutto nell’epilogo, eppure cronaca di una tragedia annunciata, sa glissare con coraggio sui dettagli più pietosi e cogliere in contropiede grazie alla commozione di una lettera di sette anni successiva agli eventi raccontati.
Paolo e Antonio, memorabili, sono due stracci intrisi di benzina: il mondo, fuori, è una polveriera pericolosissima; la carcassa di un gatto prima sbranato da un cane cresciuto nella bambagia e infine, per beffa, travolto dalle macchine in transito sulla statale. Ho guardato a loro con la tenerezza di chi vorrebbe ripulirli, addomesticarli. Di chi, in fondo, guardando nell’abisso di sé stesso, nella loro rabbia si è riconosciuto come in uno specchio deformante del luna park. Con Mattia Insolia, con me e mio fratello, condividono il metabolismo veloce e l’inquietudine esistenziale. Perché quando il mondo ti intossica, non può che restarti in ricordo questa fame chimica.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Anastasio – Rosso di rabbia

lunedì 26 giugno 2017

I ♥ Telefilm: The Handmaid's Tale - Il racconto dell'ancella

Gli Stati Uniti in cocci. L'avvento di una società patriarcale, teocratica, contro la dissoluzione della nostra epoca e le nascite in calo. Se avevi potere, ora ne hai di più. Se avevi una salute di ferro, ora sei una bambola nelle loro mani. Le donne del futuro si dividono tra mogli trofeo, sguattere, giumente da riproduzione. Gli uomini, invece, tutti padroni e soldati. Il mondo di The Handmaid's Tale ha la freddezza di di Von Trier e i costumi di The Village. Prima pietra miliare di un'autrice in lizza per il Nobel, poi pare poco memorabile film con Natasha Richardson, ha ceduto quest'anno a un piccolo schermo mai tanto grande. All'altezza della sua fama, Il racconto dell'ancella era su carta un distopico attualissimo e scritto con eleganza. Il pregio, ma anche il suo più grande limite: Difred, protagonista tenuta in cattività, dell'inquietante Galaad raccontava il poco che riusciva a scorgere oltre la sua cuffia inamidata. La serie Hulu si ispira fedelmente al romanzo. Gli si allinea e lo supera, a un passo dalla fine. Le trasposizioni di solito sono una riduzione: il film è bello, recita infatti il luogo comune, ma il romanzo è meglio. Il luogo comune, come me, non conosceva il talento di Elisabeth Moss: scoperta clamorosa dai sorrisi spigolosi e gli occhi lucenti; schiava sessuale che tra sé e sé, come rimarca la dissacrante voce off, è in realtà una ribelle. Il luogo comune non immaginava che il Comandante e sua moglie, impersonati dal recidivo Fiennes e una sorprendente Yvonne Strahovski, non somigliassero a due viscidi coniugi in là con gli anni: il fatto che siano entrambi affascinanti padroni di casa, il fatto che Serena debba dividere il marito con una donna meno attraente o intraprendente di lei, contribuisce a sottolinearle l'umanità – nonostante ricoprano il ruolo dei carcerieri – e a rendere più ambiguo il loro triangolo. In dieci episodi che non resteranno tali si indagano a fondo i meccanismi della Repubblica. La serie mostra da punti di vista speculari le origini della distopia; come alcune donne abbiano ricoperto un ruolo centrale perfino nel loro stesso annientamento. Rivela il passato e il futuro di personaggi secondari, inseriti tra le pagine come semplici comparse (la sofferenti Alexis Bledel e Madeline Brewer su tutte, passando per i mariti dati per dispersi e gli autisti che rendono il sesso un'altra cosa). Spiega quello che c'è fuori, oltre il confine canadese. Trent'anni dopo si ha più coraggio nel mostrare i corpi penzolanti, i muri incrostati di sangue rappreso, le percosse con i pungoli elettrici, l'abominio agghiacciante delle mutilazioni genitali. The Handmaid's Tale non ci mette enfasi, e quello destabilizza. Mostra la violenza senza eccedere, con piani sequenza implacabili e atmosfere ovattate – tende vaporose e merletti, salotti inondati di luce naturale. Trent'anni dopo si hanno coraggio in quantità, debiti accorgimenti da prendere, ennesime testimonianze del peggio di cui siamo capaci – l'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. Trent'anni dopo, l'arrivo di una fantascienza che non sembra invenzione restituisce a Difred finalmente il nome. Le ancelle avanzano in blocco, indistinguibili: le divise le hanno rese soldati e Feeling Good, in sottofondo, annuncia l'alba di un altro giorno. Trionfano allora la nausea, la riflessione, l'urgenza. Sì, perdono i bastardi. (8,5)

mercoledì 14 giugno 2017

Recensione: Il racconto dell'ancella, di Margaret Atwood

Io sono. Ancora.

Titolo: Il racconto dell'ancella
Autrice: Margaret Atwood
Editore: Ponte alle Grazie
Numero di pagine: 400
Prezzo: € 16,80
Sinossi: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Le poche donne in grado di avere figli, le "ancelle", sono costrette alla procreazione coatta, mentre le altre sono ridotte in schiavitù. Della donna che non ha più nome e ora si chiama Difred, cioè "di Fred", il suo padrone, sappiamo che vive nella Repubblica di Gilead, e che può allontanarsi dalla casa del padrone solo una volta al mese, per andare al mercato. Le merci non sono contrassegnate dai nomi, ma solo da figure, perché alle donne non è più permesso leggere. Apparentemente rassegnata al suo destino, Difred prega di restare incinta, unica speranza di salvezza; ma non ha del tutto perso i ricordi di "prima"...

                                       La recensione
Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esista. Racconto, dunque tu esisti.

Ho aspettato a lungo il ritorno in libreria del Racconto dell'ancella. Un romanzo distopico, profetico e disturbante, che sembra stato scritto l'altro giorno nonostante i suoi tre decenni – Margaret Atwood, candidata più volte al Premio Nobel, ci lavorava su durante gli anni dell'Aids e dei morti come mosche. La ristampa ha una fascetta verde: dal romanzo, strilla, è stata tratta la fortunata serie tv. Potrei fingere di averla vista per intero, ma mi mancano la metà degli episodi. La visione turba a tal punto da non tentarmi con l'idea di una maratona. Mettersi in pari, allora, e parlarne in un unico post? Ho deciso, alla fine, che recupererò quel che resta di The Handmaid's Tale senza fretta, poco a poco. Sapendo che non sarà cosa rapida e indolore. Della serie Hulu, nell'attesa, ho visto però quel tanto che basta per darsi ai confronti. Ci sono scene a cui ripenso. Pensieri che mi sorprendono così, all'improvviso, mentre mi dedico a tutt'altro. Conoscevo i personaggi e le regole di questo spaventoso regime totalitario, le adunanze e le cacce alle streghe, ancora prima dell'intercessione dell'autrice. In un futuro che è già qui, sintesi implacabile del peggio di cui il genere umano è capace, gli Stati Uniti hanno smesso di esistere. Non c'è stata nessuna apocalisse. Non immaginate colonne di fumo e detriti, uno scenario da film di fantascienza. L'instaurazione della Repubblica di Galaad – rimedio forzato a una libertà bacchica, a confine con l'anarchia – è stata rapida come un colpo di stato. Uno di quegli avvenimenti epocali di cui non capisci il peso, mentre lo stai vivendo. Gli uomini sono tori da monta e le donne, peccatrici destinate a partorire con dolore, carne da macello. Camminano in fila indiana, due alla volta, annunciate dal frusciare dei vestiti e dai bisbigli delle bocche. A quelle madonnine inquietanti, abusate e vendicative, spetta la continuità della razza in un universo minacciato dalla sterilità. Il parto è un evento da celebrare in pompa magna, l'omicidio politico un deterrente. Sulla via del supermercato, il paniere sotto braccio, c'è infatti il Muro. I preti, i medici e i gay penzolano come ballerini. Coloro che si sono ribellati difendendo a spada tratta Dio, l'aborto e l'amore hanno meritato il cappio al collo. 


Per il Paradiso abbiamo bisogno di Te. L'Inferno ce lo possiamo fare da soli.

Le Ancelle sfilano impassibili e inespressive, sotto il velo da suore in rosso. Senza lacci delle scarpe e senza identità, al bando i libri, proibito l'orgoglio. La protagonista non fa eccezione: indossa un sorriso d'ordinanza su una maschera di cera, ma nel petto ha una voce che esplode forte – l'unico segreto, l'unica arma che le resta. Quale effetto sortisce Il racconto dell'ancella un paio di generazioni dopo? Cosa colpisce, venuto meno l'effetto sorpresa – la serie si sofferma sulle violenze fisiche, approfondisce personaggi e temi qui marginali (il supplizio inflitto all'omosessuale Diglen, ad esempio: una Alexis Bledel da rieducare) – e sperimentata sul piccolo schermo parte della ferocia di Galaad? L'ode a ciò che sopravvive, l'eleganza con cui la Atwood invecchia. Difred, privata del nome e ribattezzata con un patronimico, è la schiava sessuale del Comandante e di sua moglie, Serena. Narratrice vezzosa e puntuale, nella scorsa vita è stata un'amante, una madre e un'amica. Possiede tube di Falloppio funzionanti e un'anima sarcastica. Non dà soddisfazioni. Tra sé e sé è la protagonista, non una vittima sacrificale. Disobbedisce rubando pezzi di burro da usare sul viso e sulle mani, in mancanza della crema idratante: sempre attenta alla propria femminilità; agli sguardi lunghi dell'autista Nick o dei Custodi di guardia, armati di mitraglia; alle lusinghe di un Comandante che, nelle partite clandestine a Scarabeo, sembra trattarla come sua pari. A gambe all'aria Difred fissa il soffitto o la finestra affacciata sul giardino, i tulipani che sbocciano a primavera: liquida con poco il sesso – parla di fottere, mai di stupro – e in quei minuti ripensa agli amici e agli affetti, a una mamma single che non si è piegata. 


Nolite te bastardes carborundorum. 

Scrive come se li avesse in pugno, tutti, o ci fosse la speranza reale di scappare in Canada. Al di là del confine. Lei, prepotentemente, nel Racconto dell'ancella diventa misura di ogni cosa. Tutto è provvisorio – la stanza minuscola nella villa dei padroni, la fertilità delle sue ovaie, un Dio che non presta ascolto –, ma tra queste pagine è padrona di casa e di se stessa. Purtroppo, non del proprio destino. La dignità di Difred rifugge il patos e il pietismo, cerca l'asciuttezza, ma non per questo fa meno male. Il presente è raccontato in presa diretta, squallido e arido com'è; il passato è trasformato in poesia. Per non farsi schiacciare dai bastardi. Per non dimenticarsi. Il racconto dell'ancella è la testimonianza diretta, mutila, di una giovane donna che non sa se metterà al mondo un figlio e se sopravviverà. Una Anna Frank del futuro che ti racconta la vita giorno per giorno, la nostalgia dei periodi migliori – pensiero fisso, oltre i paraocchi della cuffietta bianca –, e domani chi lo sa. La sua ribellione è elaborare. Una confessione a cuore aperto, una rivincita, la testimonianza di un'epoca che non c'è – o forse sì.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Tit It Happens To You