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martedì 1 luglio 2025

Recensione: L'università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, di Goliarda Sapienza

|Autobiografia delle contraddizioni, di Goliarda Sapienza. Einaudi, € 20 |

È stata allevata in casa per sfuggire alla propaganda fascista. Staffetta partigiana, attrice, scrittrice, aspirante suicida, icona femminista, Goliarda Sapienza ha vissuto mille vite e flirtato spesso con la morte. A cent'anni dalla sua nascita, il mondo la sta riscoprendo tra letteratura e cinema. Dopo l'amore sconfinato per L'arte della gioia, ho recuperato L'università di Rebibbia e Le certezze del dubbio — entrambi hanno ispirato il film di Mario Martone presentato a Cannes.

Chi non sa che la bellezza è anche protezione dai mali della vita e dagli incubi della notte?

Due racconti autobiografici, brevi e armoniosi, guidati dallo sguardo acuto di Goliarda. In carcere per furto, descrive il suo soggiorno dietro le sbarre. Il silenzio innaturale dell'isolamento iniziale, il latte col brumoro, ma soprattutto la ritualità e i colori di un microcosmo femminile che sembra uscito da un salottino del sud. Le carcerate fumano, giocano a carte, parlano di amori e di delitti. Sciantose come uccelli esotici, si fondono in una voce sola. Disparate — disperate mai —, accolgono volentieri questa sofisticata cinquantenne che indossa camicie di seta e ringrazia per tutto. Il corso accelerato di vita di Goliarda, senza distinzioni di età né di censo, dura poco. Tornata presto in libertà, lotta contro il caldo romano e la nostalgia del “dentro”, dove le convenzioni sociali non contano e tutto è istinto. Tutto è natura. Può l'esperienza del carcere rivelarsi liberatoria? A partire da questa contraddizione, Goliarda — fuori posto nei salotti letterari italiani — rievoca con calore commovente l'intimità con le compagne di cella, la fame delle loro storie, gli andirivieni con Roberta: una detenuta politica sensuale e ipercinetica, molto simile all'indimenticabile modesta.

Perché scrivi, Goliarda?” “Per allungare di qualche attimo la vita delle persone che amo.” “E con loro anche la tua, eh, volpona?” “Certo. Chi odia a tal punto la vita da non desiderare di vederla allungata almeno per un po'?”

Benché attento al materiale di partenza, Martone ha costruito un biopic troppo lirico e frammentario, in cui la bravissima Golino interpreta una versione ben più arrendevole e naïf dell'autrice. Goliarda, invece, era ironica, indocile, a proprio agio sia con l'italiano aulico che col romanesco. Subito dopo l'arresto, dichiara la fantasia sua nemica: in cella, meglio non avere troppi grilli per la testa. Per fortuna, era bugiarda come nessuno. Innamorata della vita, innamorata degli altri, fantastica per tutto il tempo e immortala tra queste pagine un apprendistato lungo un verdetto. Ha rubato una collana. O, semplicemente, la sua parte di gioia?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Città vuota

mercoledì 27 dicembre 2023

Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

| L'amore molesto, di Elena Ferrante. E/O, pp. 176, € 11 |

Torno da Elena Ferrante, a Napoli, una volta all'anno. Sto centellinando gli andirivieni, però, per ammortizzare le fitte che avvertirò una volta terminata di leggerla. Questa volta è toccato al suo esordio: non una lettura agevole. Sordido, morboso e visionario, L'amore molesto è un thriller psicologico nero come il carbone ma irrisolto. Un tour de force fra i fantasmi del passato, in cui una scrittura vorticosa plasma immagini inattendibili, dove intravedere il profilo sfuggente di una madre amata-odiata. Chi era realmente Amalia, trovata annegata con addosso un reggiseno di pizzo e null'altro? Se lo domanda la figlia, Delia, da sempre vittima di una feroce sindrome d'abbandono. Rimasta sola, ricostruisce faticosamente un puzzle domestico in cui niente è al proprio posto: un padre padrone geloso, pittore di scarso talento; una madre bellissima, a cui era severamente vietato sorridere; infine il misterioso Caserta, l'orco delle favole, inseguito per tutto il romanzo come il Bianconiglio del classico di Lewis Carroll.

L'infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto.

Come in un giallo, si parte cercando indizi nell'appartamento della morta: una casa di fantasmi in cui la porta non è stata chiusa a doppia mandata e dettagli fuori posto – la biancheria costosa, i trucchi appariscenti – rimandano a una vita segreta di cui Delia è all'oscuro. Si prosegue, poi, lungo le strade della città. Una Napoli rumorosa, tentacolare, squallida, affollata di corpi pesanti e voraci che provocano parimenti curiosità e stordimento. Abituati all'ampio respiro della tetralogia, si è scioccati dall'asfissia degli ascensori tremolanti, delle strade strozzate dal traffico, dei vagoni straripanti della funicolare, dei camerini i cui specchi restituiscono l'immagine di una donna sull'orlo di una crisi esistenziale. Imbrigliata in un vestito rosso che poco si confà ai giorni del lutto, con il trucco sciolto per la pioggia e le lacrime improvvise, Delia rivive una vicenda di scandali familiari, ribellioni tardive e vendette astratte. E in lei, come in una specie di possessione demoniaca, rivive in parte la madre, di cui la protagonista si fa medium e custode. Si può affrancare uno spettro dalle bugie della memoria?

Dire è incatenare tempi e spazi perduti.

Ci sono due uomini – un padre e un figlio – che ricordano quelli della famiglia Sarratore. C'è un tunnel fetido di urina a separare la città dal rione e un sottoscala in cui sono precipitate le speranze di una bambina lasciata sola in cortile. C'è, ancora, il tema del doppio: qui ci si scambia ruoli e vestiti; si compiono eterni ritorni. L'esordiente Ferrante aveva già in mente i temi dei successi futuri e nessuna paura di sporcarsi le mani. Fra le pagine abbondano i fluidi corporei, le sgradevolezze, i tabù. La narratrice fruga nei panni sporchi della morta. E li lava in pubblico, poco imbarazzata dalle smagliature sulle calze o dal fondo delle mutandine macchiate di sangue mestruale. Li lava con noi: in fondo, siamo già di famiglia.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Angelina Mango – Fila indiana

giovedì 9 dicembre 2021

Ritorni d'autore: È stata la mano di Dio | Il potere del cane | Qui rido io | Last Night in Soho | Madres Paralelas

Non ti disunire”. È il consiglio che il regista Antonio Capuano dà all'alter-ego di Paolo Sorrentino. L'autore premio Oscar disobbedisce. Come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Si può tornare sui propri passi? Di nuovo giovani? Nel suo film più personale, Paolo racconta Paoletto (anzi, Fabietto). Un liceale malinconico che vive attraverso le storie della propria famiglia: quando quest'ultima si disgrega, la crisi d'identità è in agguato. Ripiegherà, allora, sul cinema e su Maradona. Ma prima dell'epifania per la settimana arte, nata perché “la realtà è scadente”, c'è un'esilarante baraonda di parenti: quei genitori che si amano di un amore romantico, scherzoso, adolescenziale; zia Luisa Ranieri, struggente sogno erotico; l'altolocata vicina di casa e una sorella adolescente che, per tutto il film, sarà una voce fuori campo al di là della porta del bagno. La prima parte è un'irresistibile pranzo i famiglia; la seconda è un'educazione sentimentale piena di grilli parlanti e colpi di fulmine. Peccato per i siparietti grotteschi, marchio di fabbrica che finisce per irritare quando troppo sopra le righe. Meno artefatto, questo Sorrentino sceglie il cuore e l'immediatezza del cinema indipendente. Mentre il protagonista, pietrificato dal lutto, ammette di non riuscire a piangere, gli presteremmo volentieri le nostre lacrime per aiutarlo a uscire dall'appucundria. Combattuto tra orgoglio e vergogna, tra poesia e kitsch, Paolo fa pace con la propria adolescenza incappando in una contraddizione bella e buona: scappare lontano, sì, ma con Pino Daniele in cuffia. È il paradosso di un romanzo di formazione che si strugge appresso alle grandi gesta di Maradona e che, a miracolo avvenuto, con tutti pronti a festeggiare, preferisce ritirarsi nel bozzolo di un'epifania in atto anziché brindare allo scudetto. (8,5)

C'è più sesso nel cinema di Jane Campion che nella bibliografia pruriginosa di E.L. James. È impossibile non lasciarsi travolgere dalla tensione erotica, palpabile e dolorosissima, del suo ultimo film. Un dramma crudo, freddo e polveroso, sulla natura incontaminata del Montana e su quella, segreta, dei suoi cowboy in crisi. Presentato come l'anti-Brokeback Mountain, è l'adattamento fedelissimo dell'omonimo romanzo di Thomas Savage. È possibile una convivenza pacifica sotto lo schiaffo di un cognato irascibile? Kristen Dunst, donnina triste e alticcia, sposa il noioso Jesse Plemons. Il fratello maggiore di lui, un luciferino e sensuale Benedict Cumberbatch, si rivela un inquilino infernale: soprattutto per l'influenza che potrebbe avere sul giovane Kodi Smith-McPhee, adolescente efebico amante del fiori e delle autopsie. A dispetto dei ritmi lenti, si ha la sensazione di essere in una polveriera. Merito di una registra straordinaria, che racconta la repressione di Cumberbatch e, all'occorrenza, anche i languori del suo corpo nervoso. Mentre i comprimari convincono a tratti, il film si accende grazie al fascino alieno di Smith-McPhee. La sua silhouette bianca e sottile scatena una conturbante tensione drammaturgica. In un mondo che cambia, con il mito del machismo affidato a vecchi modelli ormai inattuabili, maestri e allievi testano la loro affinità intercettando cani nella forma dei monti. Il potere del cane è un western dell'anima sulle frontiere della sessualità, dove il pianoforte di Lezioni di piano soccombe, infine, all'incidere minaccioso del banjo. (8)

La compagnia di Eduardo Scarpetta e la sua eredità rivivono in un biopic sontuoso, denso, forse eccessivo nel minutaggio, che ha le fattezze di una grande saga familiare. In una Napoli tardo-ottocentesca rievocata con la precisione del cinema di Visconti, Felice Sciosciammocca ha rimpiazzato Pulcinella. Artefice di quella maschera popolarissima, Scarpetta si divide tra vita privata e palcoscenico. Mentre nelle sue case lussuose ospita un caos di moglie e amati, figli e figliastri (nove totali), a teatro fa il passo più lungo della gamba e parodia D'Annunzio. Mario Martone torna al cinema e in cattedra. E attraverso Scarpetta e la sua prole (uno sguardo d'eccezione, ovviamente, spetta ai fratelli De Filippo e alla loro madre: un'eccezionale Cristiana Dell'Anna) racconta i sogni di un'epoca, il tempo che passa, i gusti che si evolvono. Chiuso in un harem, il mattatore Servillo spartisce il sartù in parti disuguali e si atteggia a tiranno, dongiovanni, sfruttatore. Imperdibile per interpretazioni, comparto tecnico e ambizioni, il film non diventa un capolavoro per tanto così: poco compatto, sposta il focus da una dimensione personale all'altra e finisce per sacrificare il meglio, ossia la resa dell'universo familiare, per una farsa giudiziaria eccessivamente didascalica. Sdrammatizziamo: ad avercene, oggi, di produzioni capaci di parlarci di ieri allo stesso modo. (7,5)

Si può trovare sé stessi in un quartiere votato alla perdizione? È il paradosso a cui va incontro Eloise, studentessa di moda con grandi speranze e turbe psicologiche più grande ancora. Le bastano un monolocale in affitto, un giradischi e le luci al neon del vicino bistrot per chiudere gli occhi e riaprirli nell'Inghilterra degli anni Sessanta. Cos'hanno in comune Eloise e Sandy, la cantante che continua a incontrare con la complicità di Morfeo? Intrigante variazione sul tema dei viaggi nel tempo, l'ultimo film del sempre bravissimo Edgar Wright è un sogno sfacciatamente colorato e seducente in cui la provincialotta Thomasin McKenzie spererebbe di trasferirsi. Unita a doppio nodo alla splendida Anya Taylor Joy, rischierà la crisi d'identità di chi fatica a metabolizzare cambiamenti e compromessi. Ma l'alienazione secondo Wright ha un guardaroba invidiabile, colori pastello e uno spirito divertito, che purtroppo non turba mai a dispetto delle tematiche affrontare. Come dimenticare, invece, le mani che artigliavano la Deneuve in un capolavoro di Polanski? Il regista omaggia apertamente Repulsione, ma con una CGI spesso stucchevole. E aggiunge a fantasia un po' di Psycho e un po' della favola di Cenerentola, con il rischio che il suo thriller psicologico risulti più attraente che conturbante. Bello da ammirare e altrettanto godibile, ma non all'altezza delle aspettative, ribadisce quanto Londra, a volte, possa essere troppo. Non potremmo dire lo stesso di questa retromania dilagante? (7)

Dopo Dolor y Gloria, per me il suo film più bello riuscito insieme a Volver e Parla con lei, Pedro Almodovar torna al cinema e inaugura il Festival di Venezia. Atteso al varco con impazienza, non riesce a bissare la bellezza del film precedente. Seppure approcciato con aspettative ridimensionate per via dell'accoglienza ricevuta, a sorpresa più tiepida del solito, il suo ultimo melodramma delude e annoia: per me è tra i suoi film peggiori. La fotografa Penelope Cruz e la giovanissima Milena Smit partoriscono lo stesso giorno nello stesso ospedale. Diverse per estrazione sociale, vissuto ed età, si scoprono più vicine del previsto durante la maternità. Le uniranno una casa da condividere, un segreto doloroso e una passione saffica così precipitosa da risultare fuori luogo. A tentare di conferire maggiore originalità all'intreccio, questa volta, il regista spagnolo inserisce un insolito risvolto storico-politico: gli scavi per riportare alla luce il bisnonno della Cruz, sepolto in una fossa comune negli anni del franchismo. Cos'ha in comune la tragedia dei desaparecidos con la maternità? Francamente, non ho colto il nesso. Appesantito da un'intensità esasperante, che costringe le protagoniste a un campionario di mani tremule, occhi sbarrati e sospiri profondi, Madre Paralelas mette troppa carne al fuoco e, allo stesso tempo, troppo poca. La fotografia da soap opera, imbarazzante, non aiuta. (5)

venerdì 5 luglio 2019

Mr. Ciak: Il traditore, Capri-Revolution, La paranza dei bambini e gli altri film del Flaiano Film Festival

Se anche non conoscessi la storia, basterebbe la levatura di un personaggio shakespeariano a rendere Il traditore comunque un'opera riuscitissima. Ma sono nato a Palermo, da un padre carabiniere, e allora qualche ricordo riaffiora. Per tutti gli altri, chi fu Tommaso Buscetta? Aveva la licenza elementare e, con il narcotraffico, aveva fatto fortuna a sufficienza per condurre un'esistenza da pascià a Rio. Conquistò l'amore di tre mogli e la simpatia di Falcone, che in tribunale gli offriva le sigarette e lo illuminava sulla fine di un'era intitolata a Cosa nostra. Suscitò le antipatie di Riina, suo rivale per eccellenza, ed ebbe l'ardore di citare in giudizio Andreotti. Fu il primo dei pentiti. Padre di otto figli, due dei quali massacrati, ci mise la faccia; tanta furbizia, dal momento che non confessò mai alcun misfatto; un po' di cuore. Bellocchio, ottantenne in forma smagliante, lo racconta uomo, marito, padre. Lo mostra nell'arco di trent'anni, lasciandolo alticcio e malinconico a un karaoke. Lo indaga nelle contraddizioni e nell'orgoglio, nel bene e nel male, indugiando con un montaggio sorrentiniano sulle pressioni psicologiche e il senso di spaesamento. Alla maestosa prima segue un processo farsesco e urlatissimo, con personaggi teatrali che cozzano con lo spessore drammaturgico del resto. Ma quella, eppure, è la giustizia italiana: lo si realizza con paura, davanti a un'umanità grottesca che schiamazza in TV e gioisce per l'omicidio di un magistrato. Importante non solo come documento storico, Il traditore vanta un Favino da palmarès: recita in tre lingue, prende peso, e sfoggia un misto di dolore e sfrontatezza che straziano. Davanti alla poetica anacronistica di un gangster decaduto, tuttavia, è giusto entrare in empatia con l'uomo sradicato ma guai a risultare troppo indulgenti. Lo ricorda una chiusa che riporta tutto nella giusta prospettiva: la mafia esiste, ed è una storia bruttissima. Anche quando a raccontarcela è la bellezza del cinema di cui andare fieri a Cannes. (8)

Dopo Il giovane Favoloso, Martone torna al cinema. E in cattedra. Un altro lungo dramma in costume, un'altra ricostruzione per spiegare agli spettatori gli uomini e la Storia. Siamo a Capri, all'alba del conflitto mondiale. È subito scontro fra tre logiche inconciliabili, incarnate da personaggi in disaccordo fino alla fine. Da un lato abbiamo gli isolani, religiosi e maneschi, che confidano nella sicurezza di accasare le figlie femmine con il miglior partito; dall'altro il medico del villaggio, uomo di scienza con simpatie comuniste; infine un gruppo di asceti sfaccendati, che praticano il nudismo e il sesso libero e fanno scalpore per lo scarso contributo che apportano alla comunità. Alla protagonista tocca intraprendere uno di questi cammini già tracciati o, coraggiosamente, percorrerne uno ignoto? Ingiustificatamente pesante, indeciso fra l'intendo pedagogico e quello teoretico, Capri-Revolution indugia in scarpinate mozzafiato e in coreografie alla Matisse. Il tentativo, vincente nel film passato, si ritorce contro il suo stesso autore. La sua ultima fatica è tanto degna di meraviglia per il comparto tecnico quanto pedante nell'andatura. Marianna Fontana, acerba ma sempre intensa, a tratti si lascia intimidire dai concetti astrusi del suo regista e dalle incongruenze del suo personaggio. La scagiona un elogio alla libertà che prende infine il largo da Capri, da Martone, e punta al futuro. Quello minacciato dalla guerra, che inizia a far tremare gli isolani. Quello in cui tutto è possibile, in pratica e in teoria. (5,5)

Un ragazzino sogna la bella vita. Non sembra esserci altra via, a parte darsi alla criminalità, per ottenerla in fretta. L'euforia della guerra coinvolge anche i suoi coetanei. I protagonisti hanno insospettabili facce d'angelo; il sangue è mostrato a malapena. L'avventatezza e la bellezza della gioventù esplodono ora in parate di palloncini rossi, ora in colpi di mitra, mentre ci si appassiona più del previsto a questo racconto di bambini che desideravano mangiare al tavolo dei grandi. Mettici una bella ragazza che vuole andare a ballare a Gallipoli; mamme e i fratelli minori che non sanno bene se essere fieri o spaventati per il successo del primogenito. Aggiungi poi una fotografia scarna, che fotografi con toni neorealisti una povertà che ama vestirsi di kitsch. Ispirato al romanzo di Saviano, l'ultimo Giovannesi sembra una copia sbiadita della Terra dell'abbastanza. La paranza dei bambini racconta con coinvolgimento la medesima storia allo sbando; ma cambia dialetto e scenario, abbassando un po' l'età dei protagonisti. Meno raffinato, ha un'identica morale di fondo ma la lezione poteva essere più esemplare. Colpa o merito di una delicatezza che, nella chiusa, si scambia per mancanza di fermezza. (6,5)

Una coppia di amici si riunisce per la malattia terminale di uno dei due. Si incontrano all'ombra del Colosseo, con un cagnone al guinzaglio, dandosi a un giro di ultime volte fra l'Italia e Barcellona. Domani è un altro giorno, sin dalla trama risaputa, è un film che non osa. Collage agrodolce di dialoghi, incontri e addii, ha lo stampo televisivo e pregi che devono derivare dal film che lo ha ispirato, Truman. Il solito Mastandrea, non nuovo alle riflessioni sulla morte, si muove in silenzio alle spalle del compagno di scena con un'aria malinconica che in questi casi calza a pennello. Giallini, con un istrionismo alla Proietti, non si scrolla invece di dosso il solito ruolo del burino dongiovanni ma dal cuore generoso; il ruolo poteva mostrarne altre sfaccettature, le lacrime e le fragilità, ma la sceneggiatura non lo aiuta. Simone Spada sceglie di mostrare i gesti d'affetto, mai la malattia. Non fa mai il salto sperato al dramma. La sua rilettura di un successo estero, così, resta un buddy movie solido ma senza guizzi. Davvero serviva puntare sempre sugli stessi attori, già insieme sul set in Perfetti sconosciuti? Davvero serviva ispirarsi agli stranieri, se la commedia all'italiana ha un nobile e lunghissima tradizione di tragicomiche su ruote? (6)

Non ho visto niente o quasi di Moretti. Non sapevo niente o quasi del golpe cileno. Quante probabilità c'erano di trovare commovente un documentario del regista su un tema tanto ostico? Negli anni Settanta, il socialista Allende fu assassinato per scongiurare la guerra civile. Le consuete immagini di repertorio e le parole degli inviati descrivono le agghiaccianti torture verso i ribelli – scariche di elettricità negli organi genitali – e la mancanza di pentimento dei militari finiti sotto processo. Restano l'omertà diffusa, le cicatrici per gli oltre tremila morti ammazzati, ma per fortuna questa è una storia a lieto fine. Santiago, Italia sta infatti dalla parte di chi ha avuto diritto a un'altra patria. Per ricordare una pagina di storia recente tristemente sconosciuta. Per ricordarci, fra orgoglio e amarezza, la magnanimità di cui un tempo siamo stati capaci. I cileni che riuscirono a scavalcare il muro dell'ambasciata italiana furono accolti a Roma. Parte di un popolo autoironico e poco rancoroso, i rifugiati raccontano aneddoti a volte buffi, altre struggenti. Il documentario serviva non tanto al Cile quanto a noi. Ce n'era bisogno sì, in un'epoca in cui l'intolleranza è di casa, al punto che si fa fatica a riconoscere la fotografia di un Paese che accoglieva a braccia aperte e si angosciava per le tragedie altrui. Cinematograficamente di scarso valore, l'ultima fatica di Moretti è un documento umano e mai politico, che non fustiga né Pinochet né Salvini. Ma evidenzia come eravamo, e le differenze con l'oggi addolorano. Adesso che, come afferma uno degli intervistati, il Cile sembriamo noi. (7,5)

Avere ventisette anni e nutrire un nichilismo fuori moda. Avere ventisette anni e voler sfondare come fumettista. Qualcuno, Zerocalcare, ci è riuscito senza montarsi la testa. Non ha dimenticato, perciò, la sua Roma di borgata né i passi dolorosi degli esordi. Zero, suo alter-ego nel primo film ispirato alle sue tavole, è un giovane di periferia che sbarca il lunario fra ripetizioni private e un lavoro in aeroporto. Legato suo malgrado alle telefonate di mamma Morante, ammazza il tempo in compagnia dell'esilarante Castellitto e consiglia a ogni piè sospinto la visione dell'Odio. Vorrebbe proprio vivere in un film post-adolescenziale girato in Francia, ma si accontenta di Rebibbia e dei consigli di un armadillo per amico immaginario. La svolta arriva attraverso una telefonata: Camille, amica d'infanzia, è morta. Cosa le è successo? E cos'è successo al gruppo affiatatissimo che formavano da bambini? Accolto tiepidamente, La profezia dell'armadillo mi ha divertito ed emozionato da morire. Tenero e rabbioso, fa sfoggio di vestiti neri e di un cuore puro. Come il suo protagonista, un bravissimo Simone Liberati, non crede nei compromessi o nel cambiamento. Condannato a un eterno presente, nella rievocazione di un'infanzia immaginata a torto senza fine, deve imparare a rinunciare alla nostalgia per voltare pagine. E colorare, così, nuove storie. (7)

Gli americani sono sul piede di guerra. Qualcuno, in Sardegna, ha reclamato il possesso della luna. Preservare gli equilibri internazionali mandando sul campo una spia: Jacopo Cullin, di genitori isolani ma nato e cresciuto a Milano, deve sopravvivere all'addestramento per mimetizzarsi in una terra chiusa allo straniero. Capire come muoversi, imparare a parlare, significa però abbracciare anche le proprie origini rinnegate. Completamente inatteso, sorretto da un umorismo nerissimo e da un cast di grandi caratteristi, l'opera seconda di Paolo Zucca è un gioiello indipendente che non avrei mai visto altrimenti. Questo entroterra inesplorato, da vecchio West, vive parimenti di violenza e splendore. Deserto incontaminato, aperto a cuor leggero a derive fiabesche, ha una corsia preferenziale verso il cielo grazie a poeti romantici che si danno a promesse impossibili. Inseguito da una banda di contadini armati di lupara, il protagonista si imbatterà in un rifugio paradisiaco; a un certo punto, senza dire troppo, salteranno fuori perfino sottomarini statunitensi e militari armati fino ai denti. Commedia strampalata dalla regia degna di attenzione, L'uomo che comprò la luna ci conduce nei paesaggi di Figlia mia e nei toni utopici di Tito e gli alieni, galeotto un satellite solcato di recente anche dall'astronauta Ryan Gosling. Sembrerebbe un pasticcio, ma invece è capace di portarti lontano senza passare dal via. Lassù, dove riposano il nonno di Jacopo, Antonio Gramsci e Grazia Deledda. Dove, fiera, sventola la bandiera sarda. (7+)

Ancora la provincia, ancora il dialetto. Questa volta, però, siamo in una Campania insolita: in una periferia affatto degradante, dove ci si nobilita con il sogno del pallone. In un primo momento, Un giorno all'improvviso sembrerebbe raccontare un rapporto di amore-odio alla Dolan: e lì interessa, con le sue atmosfere in stile Dardenne; e lì emoziona, grazie alla tenerezza impareggiabile verso il giovane protagonista. Peccato che il dramma d'esordio di D'Emilio si perda nella cronaca di allenamenti di scarso interesse; in amicizie e dissapori presto abbandonati, lasciando ai margini gli strepiti di una Foglietta ottima ma poco presente in scena e gli sguardi persi di un adolescente combattuto. A una narrazione fino ad allora verisimile e pacata, senza furberie, non ho perdonato la cupezza gratuita di un epilogo tutt'altro che ineluttabile. La storia interpretata da un dolcissimo Giampiero De Concili non sapeva bene cosa raccontare. I pregi e i difetti di una convivenza instabile? I personaggi di mamma e figlio dividono la scena meno del previsto. L'impossibilità di un cambiamento nel bel mezzo della provincia stagnante? La convocazione del protagonista dimostrerebbe il contrario. Le conseguenze di quelle che accade, un giorno all'improvviso? Di improvvisi, a malincuore, si ricorderanno soprattutto i passaggi della sceneggiatura. (6)

È il film che non ti aspetteresti da uno come Veltroni. Politico e saggista, cosa ha a che spartire con una storia sulla scia di About a Boy? Era lecito aspettarsi un maggiore impegno; era giusto confidare in qualcosa di meglio. Ma la sua leggerezza, in poltrona, spiazza e incuriosisce. In verità presto abbandonato per scandire le tappe di un ennesimo viaggio on the road, lo spunto iniziale racconterebbe l'incontro fra due fratelli lontani per età e stili di vita. Da Roma la strada si allunga fino a Parigi, però, in un tour tanto dispersivo quanto istintivo scandito dalle visite a un'ex fidanzata omosessuale e a una mamma malata di Alzheimer; cene e concerti in compagnia della cantante Simona Molinari, qui interprete bella e convincente. Fresi insegue arcobaleni per professione, e per sport rifugge le responsabilità. Ma quel fratellino ingessato, che a lungo gli dà del lei, ha ovviamente qualcosa da insegnargli. Ingenuo all'inverosimile, C'è tempo glissa sui dispiaceri e non va a fondo, mantenendosi al sicuro in superficie grazie alla piacevolezza del cast e alle citazioni a Truffaut. Godibilissimo, somiglia a un arcobaleno duraturo, sbucato all'orizzonte senza acquazzoni in anticipo. Omaggia I quattrocento colpi, ma farà colpo più su un pubblico da Giffoni. (5,5)