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martedì 16 gennaio 2024

Recensione: L'età fragile, di Donatella Di Pietrantonio

| L'età fragile, di Donatella Di Pietrantonio. Einaudi, € 18, pp. 192 |

Lucia, la protagonista dell'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, è una fisioterapista con l'hobby del canto corale. Rimpiange di non sapere suonare altro strumento all'infuori della sua voce. Inaffidabile, cambia in preda all'emozione; a differenza del suono di un violino o di un pianoforte, è incostante e volubile, destinata a incrinarsi. Ho pensato che la voce di Di Pietrantonio, invece, è la cosa più bella che possiede. Bastano poche parole per riconoscerla, poche pagine per avvertire una specie di nodo in gola. Profondamente e naturalmente emozionante, piace quando senza fronzoli. Sarà per questo che L'età fragile, toccante ma troppo costruito, mi è piaciuto soprattutto nella prima parte: quando l'autrice dice i non detti tra una madre e una figlia, accennando di sfuggita a una componente gialla che, purtroppo, poi diventerà preponderante.

La vita segreta dei figli. Sappiamo che esiste, ma no siamo mai pronti a toccarla. Restano per sempre angeli senza sesso nel chiuso delle nostre teste. Indifferenziati, mai del tutto partoriti.

Ambientato in Abruzzo, segue due linee temporali. Nella prima, in periodo Covid, Lucia torna a vivere con sua figlia Amanda: studentessa universitaria sfuggente e ostile, che, barricata nella sua cameretta, vive alla stregua di un hikikimori. Dove affondano le radici della sua depressione? Nella seconda, collocabile nei primi anni Novanta, la protagonista ricorda l'amicizia con Doralice: coetanea fuggita in Canada e sopravvissuta a una tragedia di cui i cronisti di nera avevano ampiamente scritto. Materna ed evocativa come soltanto lei sa essere, Donatella riporta due storie di fragilità giovanile e cerca forzatamente il filo conduttore. Erede di un terreno a Dente di Lupo, località spettrale ormai scomparsa dalle guide turistiche, la protagonista si scopre divisa fra montanari e speculatori. Cedere o tenere? I luoghi hanno forse colpe da scontare?

Portavamo ancora sulle braccia i segni dei rovi. Volevamo soltanto essere giovani.

Tutt'altro che mitizzata, ora bella e ora crudele, la natura di Di Pietrantonio somiglia a coloro che la popolano. Selvatici e isolati, chiusi allo straniero e un po' rozzi con le donne, hanno cercato i responsabili del delitto di Morrone (paragonato spesso al Massacro del Circeo) con i fucili da caccia e le torce puntate. Il tribunale ha portato la giustizia, non il perdono. In fondo non sa perdonarsi neanche Lucia, responsabile di un'amicizia perduta e ora di una figlia di cui ha sottovalutato i dolori provati nella più tentacolare Milano. Le uniranno la consapevolezza di essere parimenti fragili, una terra vergine, un sentiero che c'è già ma va soltanto rintracciato. Un po' Taylor Sheridan, un po' Ken Loach, l'autrice mette troppa carne al fuoco e, fuori dalla sua comfort zone, non appare a proprio agio con la suspense. Avrei preferito che, anche a costo di ripetersi, si fosse limitata a essere la solita affidabile Di Pietrantonio. La voce a nudo.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa - Anche fragile 

giovedì 12 novembre 2020

Recensione: Borgo Sud, di Donatella di Pietrantonio


| Borgo Sud, di Donatella Di Pietrantonio. Einaudi, € 19, pp. 168 |

A volte i nomi – in questo caso i soprannomi – plasmano il destino. L'arminuta, letteralmente “colei che ritorna”, non poteva altro che ripresentarsi in un seguito tanto inaspettato quanto atteso. A tre anni di distanza dal romanzo vincitore del Premio Campiello, Donatella Di Pietrantonio riprende le fila di una storia che tutti noi credevamo conclusa. Ambientato tra la Francia e l'Italia, a qualche decennio dagli eventi del primo romanzo, Borgo Sud racconta l'età adulta di un personaggio ancora senza nome. Cresciuta per tredici anni dai genitori affidatari, la protagonista veniva a conoscenza della sua famiglia d'origine nel momento di farvi ritorno. Ultima arrivata, era la meno indispensabile dei sei figli: un'estranea abituata alla bambagia, all'improvviso a disagio in un paese anonimo a cinquanta chilometri dal centro principale. L'unica persona affezionata era Adriana, la sorella minore: le due non si perderanno mai di vista. Rivendicando un proprio posto nel mondo, sempre sballottata qui e lì, la protagonista studia prima a Pescara e poi parte per Grenoble. Quanti chilometri tocca mettere tra sé e gli altri per reinventarsi? L'unico modo per ricominciare è l'espatrio? I lacci della famiglia e una chiamata nel cuore della notte la costringeranno a tornare.

C'era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.

Ho avuto il piacere di partecipare a una diretta Einaudi con altri cinque blogger e di sentire raccontata questa storia dalla viva voce dell'autrice. Una professionista sensibile, elegante, discreta, dotata della generosità d'animo delle persone timide che tra sé e sé nascondono mondi e virtù. La lettura del romanzo, purtroppo, a un primo impatto mi ha coinvolto meno del previsto. Giocato su continui salti temporali, Borgo Sud appartiene a sorpresa più ad Adriana che all'Arminuta: perfino il titolo, infatti, allude al quartiere di pescatori in cui la sorella sbandata e il figlioletto, Vincenzo, si stabiliscono prima di rendersi parte di un piccolo mistero da risolvere. Dopo aver condiviso brevemente l'appartamento universitario, le due hanno scelto strade diverse, quartieri diversi, ma amori parimenti sfortunati. Mentre la maggiore si è legata a Piero, dentista premuroso ma dagli atteggiamenti sospetti, Adriana vive l'amore folle per il pescatore Rafael, braccato dai creditori. Uguali ma diverse, loro malgrado compagne di sventure coniugali, le protagoniste si amano e si odiano, si prendono e si lasciano con modalità simili a quelle delle indimenticabili Lila e Lenù. Da grande estimatore di Elena Ferrante, le analogie tematiche non mi hanno permesso di apprezzare appieno Borgo Sud. Il secondo tassello di una storia di provincia, crescita e abbandono che con un background diverso avrei trovato appassionante e oggettivamente molto ben scritto: conoscendo nel dettaglio la tetralogia, invece, mi è parso minore – per quanto valido comunque – nel confronto. Per fortuna a fare la differenza ci pensano le ambientazioni inedite, che conferiscono carattere alla vicenda. È forse la prima volta, infatti, che mi capita di conoscere così bene gli scenari di un romanzo. Meravigliosamente letteraria, la città di Pescara meriterebbe più visibilità nella narrativa contemporanea. Ho sorriso di nostalgia riconoscendo le cadenze dialettali e i modi di dire, mi sono illuminato leggendo di festività e piatti tipici, ho scoperto che la protagonista e suo marito si sono conosciuti all'università che ho frequentato anch'io.

Mi trovavo non così lontano da casa mia, eppure era tutto diverso, un mondo a parte. Di là avevo lasciato un piccolo libro aperto sulle poesie che amavo, un seminario da preparare, un ordine stabilito; qui, dove Adriana mi aveva portato, la vita sembrava più vera, scandalosa e pulsante. Ne ero attratta e spaventata allo stesso tempo.

Affascinato, mi sono ripromesso che quando sarà nuovamente possibile spostarsi mi spingerò tra la riviera e il fiume per cercare la casa di Adriana: tra lamiere e graffiti, bancali e ormeggi, la intravederò apprendere le lenzuola in terrazza? Suggestionato dal garbo di Donatella, poi, ho riflettuto su un aspetto del romanzo che inizialmente mi aveva lasciato amareggiato: il focus volutamente spostato sul personaggio di Adriana, con l'Arminuta al contrario lasciata ancora avvolta nella maledizione della propria inquietudine. Con un audace taglio punk e un vestito blu, in un microcosmo solidale anche nelle bugie, la sorella minore è la vera protagonista morale: esercita il fascino dei personaggi che piacciono perché ribelli. Senza nome, ma non per questo anonima, l'altra si è riappropriata invece della vita medio-borghese, dell'istruzione accademica, della presunta solidità dell'amore: brama l'ordinario. Da ultima arrivata, per ironia della sorte si troverà a a fare da filtro e da collante. Ad assistere ai dolori dell'intera famiglia: la dispersione dei fratelli, le sbandate di Adriana, la malattia della madre biologica... Cosa possediamo e cosa ci possiede? È possibile fare i bagagli e fuggire dal proprio sangue? La narrazione frammentaria e le poche pagine non aiutano a far chiarezza su tutto. Borgo Sud è un seguito che vorrebbe raccontare “due figlie di nessuna madre, due scappate di casa”, ma che non riesce a contenerle entrambe. La morale di fondo è che nonostante le fughe disperate alcune città, alcune persone, resteranno sempre la nostra casa. Ma in attesa di rincrociare la penna dell'autrice e di leggere con occhi nuovi questa storia per la seconda volta, ricorderò più l'odore di aglio sfritto e salsedine sui vestiti, più lo splendore dell'Adriatico da un balcone di via Zara – insomma, le suggestioni –, rispetto al resto.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Sirene 

venerdì 14 febbraio 2020

Recensione: Il silenzio dell'acciuga, di Lorena Spampinato

| Il silenzio dell’acciuga, di Lorena Spampinato. Nutrimenti, € 18, pp. 240 |

Crescere è un’avventura pericolosa. Lo abbiamo sperimentato tutti, abbandonando il porto sicuro dell’infanzia per i misteri dell’adolescenza: la fase della vita in cui diventiamo oscuri agli occhi degli altri, ma soprattutto ai nostri. Trasformarsi dall’oggi al domani in uomini, lo so per esperienza personale, è piuttosto semplice. Con un’ombra di barba sul mento, infatti, si viene presi finalmente sul serio. Per le donne è diverso. E il passaggio non dev’è altrettanto indolore, né tanto meno silenzioso. Lo annuncia uno squarcio profondo nel mantello dell’invisibilità: nuovi occhi addosso, manacce dappertutto, i fischi per strada. All’improvviso, non più bambine, si diventa animali braccati durante una battuta di caccia. Prima o poi ci si fa il callo? Ci si abitua al destino di gazzelle nella fossa dei leoni? 
Se lo domanda Tresa, la giovane protagonista, che a lungo ha sofferto del paragone con un altro animale: l’acciuga. Magra e taciturna, oggetto degli sfottò dei compagni di scuola, la bambina – inquadrata tra i dieci e i dodici anni, tra le elementari e le medie – è al centro di cambiamenti grandi e piccoli. E si rifiuta di esserne vittima.

Mi aveva spiegato che essere femmina non aveva niente a che fare coi capelli, con i vestiti, con le cianfrusaglie che mio padre mi aveva vietato persino di desiderare. Non c’entravano – diceva – i modi di fare e di atteggiarsi, i lineamenti dolci, la prudenza dei gesti. Solo una cosa c’entrava, e mentre lo diceva Rosa stringeva entrambi i pugni per darsi più tono, solo una cosa: la libertà. La libertà di essere quello che volevo essere, quando volevo. Ne fui sollevata.
In ordine cronologico sono arrivati prima il trasferimento a casa di zia Rosa e poi il corpo in trasformazione. Legata da un rapporto di amore-odio al gemello Gero, Tresa lo ha sempre emulato nel vestiario rigoroso e nei capelli tagliati corti: così ordinava il padre, forse per convenienza, forse per istinto di protezione.
Quando il genitore parte per la Francia a tempo indeterminato, però, entrambi i bambini si trasferiscono nell’entroterra a casa di una parente: benché lontana dall’ombra familiare dell’Etna, la sistemazione alternativa rende felici comunque. Zia Rosa, bella come la cantante Sylvie Vartan e chiacchierata in paese perché ancora nubile, sprizza femminilità da ogni poro: modesta proprietaria terriera, a volte severa, altra accomodante, inizia Tresa alla letteratura, al lavoro fisico, alla vanità. Ma non tutte le rivoluzioni sono positive. Suo malgrado, la narratrice se ne accorge durante la strana degenza della tutrice. Gero eredita i tratti peggiori del padre, bizzoso e prepotente; il migliore amico Sasà, sognandosi magari qualcosa di più, pretende da lei un rapporto tanto esclusivo quanto asfissiante; infine spunta Giuseppe, fattore sui trent’anni, che prende la protagonista per sfinimento e la spinge a concedersi. Una bambina può conoscere davvero l’amore? Non può scambiare, a torto, la violenza per romanticismo? In casa, insieme all’adolescenza, arriva aria di tempesta. E una promessa, quella di non tradirsi mai, s’infrange rovinostamente. 

La prima volta gli chiesi di ripetere, non perché non avesse sentito, ma perché mi trovavo colta alla sprovvista. E lui ripeté le stesse parole aggiungendo per favore alla fine. Da lì non smise mai di dire per favore. Quando mesi dopo mi chiese se poteva baciarmi mi disse per favore, ma non aspettò la risposta.
L’autrice catanese Lorena Spampinato, già nota per una serie di romanzi Young Adult edita da Fanucci, torna in libreria con la prova della maturità. A livello teorico, la supera a pieni voti. Preceduto da parere entusiastici e da un sorprendente passaparola, Il silenzio dell’acciuga ha una scrittura bellissima e – a dispetto del titolo – una voce preziosa. Tra le pagine si parla dei pro e i contro dei legami familiari; di un sesso a confine con lo stupro, consumato con brutale segretezza; delle infinite valenze della parola silenzio
Chi tace acconsente: si dice così? Ma nello sfuggente microcosmo della Spampinato ci sono silenzi e silenzi. Alcuni da custodire, altri da evitare. In molti casi, ad esempio, somigliano ad atti di ribellione; a gesti politici. Cosa significavano quelli della madre di Tresa, morta nel clou della festa patronale? Cosa, invece, quelli di Rosa, costretta a letto da un segreto tenuto in gran riserbo? Nonostante lo stile e l’attualità delle riflessioni, qualcosa non funziona: ci ho pensato bene all’indomani di un colpo di scena non così inatteso e di un epilogo frettolosissimo, che si libera di problematiche e fardelli come può, nelle ultime trenta pagine. Il pensiero, allora, è corso inevitabilmente a romanzi sul tema che mi avevano convinto senza riserve: La figlia femmina, L’arminuta, La vita bugiarda degli adulti.  Storie simili e tutte al femminile, di attrazioni malsane e famiglie allargate, dove i flirt di ragazzine innocenti sconfinavano parimenti in un immotivato senso di colpa e modalità già note risultavano meglio sviluppate. I paragoni con autrici amatissime – evitabili, ma abbiate pazienza: sono umano anch’io, e sono spontaneo – hanno finito per togliere alla vicenda di Tresa l’unicità iniziale. L’acciuga di Lorena Spampinato scalpita per sfuggire alle maglie dell’adolescenza. Ma nella sua rete, purtroppo, ci cattura a metà.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – La voce del silenzio

lunedì 27 marzo 2017

Recensione: L'Arminuta, di Donatella di Pietrantonio

Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

Titolo: L'Arminuta
Autrice: Donatella Di Pietrantonio
Editore: Einaudi
Prezzo: € 17,50
Numero di pagine: 162
Sinossi: Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
                                            La recensione
Vagando in biblioteca o in libreria ti imbatti in copertine piene di facce. Troppe, mi lamento spesso. Quella sulla copertina del terzo romando di Donatella Di Pietrantonio, candidata al premio Strega per il precedente Bella mia, ricambia però il tuo sguardo con aria di sfida. Ha in primo piano una ragazza scura, spettinata, che sembra dirti: prova a ignorarmi, su, se ne sei capace. Perché quello sprezzo? Perché quella rabbia? Ci si inerpica così, tra uno sguardo pieno di cose e le recensioni giuste al momento giusto, lungo i sentieri che portano alla porta dell'Arminuta. La protagonista non ha nome. Ha le forme di una signorina, in autunno farà la terza media. Le stanno spuntato le prime curve, quei primi pruriti che distinguono una bambina da una donna. Nuota, balla. Intelligente e studiosa, sa i verbi a campanello e parla un italiano senza cadenza. Ma eccola nell'incipit, con una busta piena di scarpe e il vestito della domenica, sull'uscio di una famiglia sconosciuta che eppure ha il suo stesso sangue. A tredici anni, la narratrice sperimenta la superstizione di un paesello che sembra uscito dal tardo Ottocento, non di certo dagli anni Settanta; un'allegra camerata piena di bambini e odori sconosciuti; le mani tese di due adulti estranei, che in realtà sarebbero i suoi genitori biologici. 
La ribattezzano l'Arminuta: vale a dire la ritornata. In quelle stanze ci è nata, ma è stata affidata a dei parenti lontani affinché alleggerissero quella famiglia disgraziata di un'altra bocca da sfamare. La ragazzina ci fa ritorno con l'adolescenza a un passo, quando i genitori adottivi – che lei ha sempre chiamato mamma e papà, all'oscuro dello scambio clandestino – la rimandano al mittente come fosse un giocattolo guasto. Non abbastanza perfetta per loro, comunque, topi di città fatti e finiti. Sua madre, o almeno quella che credeva tale, soffre. L'ha allontanata da lei in attesa di guarire? E se da quella patologia non si riprendesse mai più, e se si fosse semplicemente stancata di averla attorno? Succede tutto in fretta, dal giorno alla notte. Lo stesso succede al lettore. Spiazzato dalla durezza dell'inizio e da pagine rade, che scorrono tra le dita in poche ore. L'Arminuta non ti dà il tempo di prendere appunti, di pensarci su, ti provare a stare nei panni della protagonista. Grazie al trucco che soltano gli autori bravissimi possiedono, a quella prima persona che favorisce l'introspezione e una totale identificazione, tu diventi lei per il tempo che serve. Sballottata, insofferente e profondamente amareggiata nell'età in cui è troppo presto per angustiarsi. 
Poi ti guardi attorno, torni in te. Cosa le hanno negato i genitori putativi? E cosa le hanno donato, nel mentre? La compagnia di cinque, sei fratelli. E di quei fratelli, per rispondere alla seconda domanda, la grettezza e la fame insaziabile. In una massa traboccante di esigenze, strilli e gorgoglii, ne spiccano due: lo scapestrato Vincenzo, che frequenta giostrai assai sospetti e guarda con desiderio sconveniente quella sorella acquisita; la fedelissima Adriana, che pende dalle sue labbra, la invidia e la aspetta come un cagnolino alla fermata dell'autobus. Tra le righe della Di Pietrantonio, quasi una mia vicina di casa, l'Abruzzo ha due volti: così diverso sulla costa e nell'entroterra. Da un lato il mare, che ispira pace; dall'altro la prigione angosciante delle montagne. L'autrice ha una scrittura essenziale, che bada alla sostanza. Pastosa, caldissima, ha un che dell'infanzia secondo Elena Ferrante. Il fascino sospeso dell'Italia centro-meridionale, le adolescenti “geniali” e l'immediatezza del dialetto. A occhio e croce ho indovinato i posti e le scenografie naturali. Ho familiarità con l'accento e con una specie di abbandono. L'Arminuta racconta il lento assestamento, la nuova normalità. I libri di scuola di seconda mano, il pane cotto, il letto bagnato di pipì, la speranza di un liceo altrove. Il reinventarsi nel tempo delle mele, vivendo un'adolescenza ben più turbolenta di altre. Anche se, di per sé, è una fase che significa scoprirsi cambiati: dentro e fuori. Anche se il distacco del cordone, le novità belle e brutte, non sono che una improrogabile tappa del percorso. Lo sappiamo: l'Abruzzo e le scuole medie sono terra sismica. Tremano insieme a questa bambina forte. Orfana, nonostante conosca due madri e nessun posto da chiamare casa. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Maldestro – Canzone per Federica