| Casa è dove fa male, di Massimo Cuomo. E/O, € 16,50, pp. 188 |
Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità. È questo che ho pensato leggendo l'ultimo romanzo di Massimo Cuomo, assente in libreria dalla pubblicazione di Bellissimo: una fiaba caraibica bellissima come da titolo, finita tra le migliori letture della sua annata. Quattro anni dopo l'autore veneto è tornato con una storia profondamente diversa. Un cambio di genere, di tono, che mi ha disorientato per buona parte della lettura. Tanto il romanzo precedente era poetico e delicato, quanto questo – intitolato come la canzone di apertura di un film di Xavier Dolan – è un'ecatombe infernale di rara crudezza. Ambientato in un condominio di una Mestre collocata in un passato indefinito, Casa è dove fa male segue piano per piano le vicissitudini tragicomiche degli inquilini. Una giungla umana animata dalla disperazione più profonda che si crogiola nei miracoli e nell'autolesionismo, nella perversione e nei vizi, nel sangue mestruale e nell'adipe. A raccontarci i protagonisti, eccezionalmente, è il condominio stesso. Un narratore onnisciente originalissimo, dalla voce chirurgica eppure implacabile, che senza scomporsi scava nei corpi ansanti e nel calcestruzzo. Con una tecnica che ricorda le carrellate cinematografiche, Massimo Cuomo si muove sinuoso tra gli appartamenti. Il soffitto di un personaggio è il pavimento dell'altro collocato, invece, al piano di sopra. I paragrafi sono parte di un montaggio invisibile, giocato su raccordi di movimento raffinatissimi.
L'unica maniera per essere felici non è avere coraggio: è avere pazienza.
Ben pensato e diviso in quadri altamente scenografici, Casa è dove fa male mi ha affascinato più per la messa in scena che per il contenuto. Costituito da piccole storie cattive, non riesce mai a diventare un grande romanzo. I coniugi Busetto, pensionati, passano la giornata a invidiare le vite degli altri: mentre Paolino è incantato dalle bugie delle televendite, la moglie Lia scandaglia i vicini dallo spioncino. L'adolescente Anselmo Chinellato, gravemente in sovrappeso, sperimenta una fame atroce quando i genitori mettono catene al frigorifero affinché non mangi più fuori pasto. Schirru, uomo manesco e pelosissimo, cerca la fedeltà del suo cane per riprendersi dall'abbandono della moglie. Gianna Ruzzene, annoiata da un marito troppo perfettino, sforna sformati fumanti e sogna un rapporto sadomaso. Metodici e parsimoniosi, i Prambolini risparmiano fino all'inedia: perfino il sesso, fatto ogni sera, è soltanto un mezzo per scaldarsi. Tommaso Sbrogio, medico di base con l'hobby del nudismo, è diviso tra la trasgressiva Monia e la fragile Teresa, che ha sacrificato la propria gioventù appresso alla madre malata. Nelle fondamenta dell'edificio, intanto, i topi proliferano in un'orda mostruosa.
Un pugno è come una vibrazione sismica e come tutti i gesti potenti e sinceri si propaga sul pianerottolo, allagando gli spazi della famiglia Ruzzene. E nei minuti successivi ogni componente del nucleo familiare, in modi diversi, riceve e scarica quella violenza in reazioni che nessuno sa spiegarsi, se non con la necessità di doverlo fare e basta, per il fatto – che gli uomini hanno dimenticato – di appartenere al medesimo caos, di essere tutti nella stessa confezione di latte nel frigorifero dell'Universo.
Caratterizzato da una continua voglia di sconvolgere, il romanzo ci riesce senz'altro tra cannibalismo, feticismi sessuali, tantissimi colpi bassi e sporadici momenti di tenerezza. Ma purtroppo il mio straniamento è rimasto fino all'ultimo, e così ho fatto sinceramente fatica a riconoscere la penna che avevo tanto amato in passato. Con questa lettura ho avuto un rapporto altalenante. Allo smarrimento iniziale, dopo essermi acclimatato, è subentrata l'insofferenza. Mi sono fatto io un'idea sbagliata e limitante del mondo interiore di Massimo Cuomo? Se in copertina ci fosse stato un altro nome al posto del suo, avrei forse letto il romanzo con uno spirito diverso? Nel dubbio, posso rispondere soltanto alla seconda domanda: da amante della cosiddetta letteratura cannibale – per me, oggi, un genere un po' fuori tempo massimo –, avrei comunque storto il naso davanti alla mancanza di ironia di Casa è dove fa male. Questo condominio confina infatti con quello di Niccolò Ammaniti in Fango e con gli ascensori in panne del Blackout di Gianluca Morozzi: racconti grotteschi pregni di umorismo caustico, capaci di comunicare leggerezza anche nella gratuità della mattanza. Quando il troppo storpia, insomma, meglio far presto a togliere le tende. In questa casa, benché guidati da un anfitrione diverso, vi sembrerà di esserci già stati.
Il mio consiglio musicale: Camille – Home is Where it Hurts