venerdì 18 gennaio 2019

Recensione: Epiche, amiche e innamorate, di Chiara Bernocchi

| Epiche, amiche e innamorate, di Chiara Bernocchi. Bookabook, € 11, pp. 130 |

Il mio amore per il mito è nato ufficialmente dieci anni fa, il giorno in cui ho varcato il portone del Liceo Classico per la prima volta, ma in realtà non è del tutto esatto: l'ho nutrito, infatti, sin dall'infanzia. La videocassetta consumata di Hercules e le repliche dello sceneggiato dell'Odissea su Italia Uno hanno avuto un ruolo decisivo nella scelta di quel percorso umanistico – una scuola difficilissima, mi si diceva, e una carriera in forse all'università – che, a oggi, non ho ancora concluso. Ci ho ripensato in questo periodo per una congiunzione astrale di esami da dare a breve (Letteratura greca), ricorrenze malinconiche (il decennale dell'iscrizione al quarto ginnasio) e buone letture (altra chicca firmata Bookabook, altro esordio ragguardevole): alla fatica mista a soddisfazione delle versioni da tradurre, all'attaccamento crescente a un dizionario ormai rovinatissimo, ai segreti millenari di una lingua aspra ma incredibilmente romantica. Una delle poche, come ci ricordava la prof, ad avere il duale: il numero degli amanti. Mi sono approcciato con il vento a favore, dunque, al romanzo epistolare di Chiara Bernocchi: una serie di lettere firmate dalle eroine del mito, donne a volte inermi e altre battagliere per colpa dei dardi di Cupido, che si raccontano in prima persona. 

L'amore non è né una favola né una tragedia: è quel che sta nel mezzo.

Qualcosa di simile, forse ricorderete, l'aveva fatta anche Ovidio nelle Eroidi: prestare la voce alle fanciulle abbandonate, alle spose incattivite, in epistole indirizzate agli uomini colpevoli del loro disfacimento emotivo. La Bernocchi percorre una strada alternativa: una reinterpretazione al tempo della solidarietà femminile, del movimento #metoo, che rimoderna senza stravolgere. Eccezionalmente le eroine più famose figurano qui come mittente e destinatario: si confidano con altre compagne di sventura, si svelano pian piano, si raccontano fra loro. Non sono nascoste nell'ombra, non sono figure passive e, soprattutto, non sono affatto sprovvedute. Didone scrive ad Arianna: quanta infondatezza c'è nella favola dell'anima gemella e quanto giova all'autostima la solitudine? Psiche ha fatto a occhi chiusi di Amore la luce dei suoi occhi, al punto da accettare la condizione di prigioniera e la lontananza dalle sorelle; sull'isola della ninfa Calipso, al contrario, è eternamente giorno, ma questo non basta a trattenere Ulisse, in procinto di salpare alla volta dell'indimenticata Itaca. Da un lato e l'altro della barricata, forse preso vedove, le meravigliose Andromaca e Penelope condividono preoccupazioni per i rivali Ettore e Odisseo: che le amano, ma meno del loro onore da difendere; non a sufficienza per rinunciare ai loro folli voli. Dafne fugge Apollo, Eco insegue Narciso. Medea e Deianira, assassine a malincuore, si scambiano i retroscena dei rispettivi piani di vendetta e contro i compagni che hanno voltato loro le spalle sguainano coltelli affilati.

Non provo solo dolore e incredibilmente non sono sopraffatta dalla rabbia. Nostalgia credo che si possa definire quello che provo. Un tenero ricordo di quello che è stato e che non sarà più, misto a un po' di dispiacere per quello che avrei voluto che fosse ma che non sarà. Si può essere ugualmente nostalgici del passato e del futuro?

Nonostante l'ordine della raccolta mi abbia provocato un po' di disappunto – troppo spazio alla vicenda già nota della maga della Colchide a dispetto dei personaggi minori, troppa tragedia in una chiusa per cui al posto dell'editor avrei scelto un messaggio migliore –, le narratrici che si avvicendano si confermano grandi padrone di casa. L'affascinante gineceo di Chiara Bernocchi è animato dai sussurri di queste principesse ribelli e da una scrittura di nettare e ambrosia. Coltissima, bene attenta agli epiteti, ai patronimici e ai toponimi, l'autrice emoziona gli appassionati con una godibile ricercatezza: per via degli stimoli sopravvissuti perfino al tramonto dell'adolescenza, grazie una narrativa rétro il cui sogno è omaggiare rinnovando. La Grecia non è grande abbastanza per tenere separate in compartimenti stagni le amanti sedotte e abbandonate, le Immortali dal cuore spezzato, le speranze mal riposte. Le amiche del mito si invitano perciò alle reciproche nozze, ai banchetti luculliani, sulle scene del delitto, e invitano noi all'orgoglio e alla resilienza. 
Didone scende dal piedistallo, Arianna spezza il suo filo rosso, Psiche accende la luce, Calipso predispone venti benevoli, Penelope offre riparo alla mamma del piccolo Astianatte. Qualcuna si trasforma in una pianta di alloro per sfuggire a un paio di mani lunghe, qualcun'altra vola su un carro trainato dai serpenti verso un'espiazione impossibile.
Donne per cui le guerre scoppiano e donne per cui le guerre dovrebbero finire. Donne per cui gli aedi e i rapsodi dovrebbero rispolverare le cetre e l'endecasillabo, cantare ancora.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Piccolo uomo

mercoledì 16 gennaio 2019

Mr. Ciak - And the Golden Globe goes to: Eighth Grade, The Old Man and the Gun, Crazy Rich Asians

Non ci sono fotografie dei miei problematici tredici anni. Odiavo le scuole medie, la superficialità dei miei compagni di classe, i brufoli e i capelli grassi che mi mortificavano allo specchio. Meglio il liceo, di cui conservo tracce e ricordi. Dei tre anni precedenti giusto una rabbia indistinta, solo l'oblio, almeno fino alla visione di Eighth Grade. Commedia indie con un posto d'eccezione nella stagione dei premi che, a sorpresa, fra autocritica e riflessione, è stata la mia capsula del tempo. E dire che mi aspettavo un'altra delusione dopo Lady Bird, sopravvalutato raccontato adolescenziale che purtroppo mi aveva suscitato lì per lì irritazione e dèjà vu: gli stessi, infatti, sono i toni agrodolci e altalenanti; ugualmente scostante potrebbe apparire la protagonista, una mitica Elsie Fisher. A un passo dal liceo vorrebbe soltanto una migliore amica e un fidanzato: a torto, spererebbe di conquistare l'una con i regali giusti, l'altro con i pompini perfetti spiegati dai tutorial su YouTube. Come qualsiasi adolescente ha un rapporto simbiotico con le cuffiette e i social, colleziona risposte sgarbate per l'adorabile papà single e davanti a una telecamera registra video motivazionali: peccato che né lei né i suoi (pochi) follower ci credano. Eccola a mensa, seduta in disparte, o con un sorriso neutro nel bel mezzo delle conversazioni altrui: una ragazza da parete che, giunta a un bivio, vorrebbe sentirsi disperatamente parte di qualcosa. Le ho voluto un bene grande e, nonostante i dieci anni e più di differenza, ho rivisto tanto di me in lei. Con un po' di paura, tanta frustrazione e, soprattutto, infinita tenerezza. Benché di generazioni lontane, ci accomunano quel sentirsi fuori posto che non conosce età; una percezione impietosa e onesta che non aiuta, no, a scorgere la bellezza dei nostri lineamenti sotto l'acne cistica o la scarsa popolarità. Cara Elsie, credimi, è presto per l'amarezza. Ma non abbastanza per imparare che l'esteriorità non è tutto, che ogni tanto sarebbe meglio giudicarsi con maggiore benevolenza, che alcuni genitori sbagliano eppure ti restano comunque accanto. Ci si sente a metà, durante la terza media. Né grandi né piccoli: dei pesci fuor d'acqua. Aiutano i ritmi di un'irresistibile colonna sonora elettro-pop. Aiutano giovani registi come il ventottenne Bo Burnham, capaci di rendere belli – da rivalutare dal nuovo – anche gli anni peggiori. E di restituirti all'acqua, all'abbraccio dei papà mentre bruciano per sempre i sogni e le speranze, all'amore per te stessa. (7,5)

Mentre su Netflix ho ceduto ai piani criminali della Casa di carta, al cinema ho trovato una storia vera che di rapine ben diverse parla. Siamo nei primi anni Ottanta e tre nonni eleganti, garbati e sorridenti tengono in scacco banche su banche senza né ostaggi né sangue sulle mani. La banda sul viale del tramonto, la chiamano, ma nessuno riesce ad acciuffarla: nemmeno Casey Affleck, detective in crisi per l'arrivo dei famigerati quaranta. Gli anziani, nonostante le gambe lente e l'apparecchio acustico, sono sempre un passo avanti. Li guida il sempre fascinosissimo Robert Redford, galantuomo in fuga dal pensionamento anticipato, che perde il pelo ma non il vizio: nonostante qualche oggettivo problema di ritmo si alternano con garbo i punti di vista di inseguitore e inseguito e, in questa godibilissima partita a guardie e ladri, saltano fuori nuove voci da spuntare sulla bucket list, gli appuntamenti nelle tavole calde con una radiosa Sissy Spacek, dialoghi da manuale. Com'è che si dice? Chi si ferma è perduto. Non si ferma di certo il buon Robert, capace di fare ancora ridere, sognare e innamorare. Di far colpo sicuro grazie alla regia rétro del poliedrico David Lowery, senza bisogno di intimarti obbedienza con una pistola puntata al cuore. The Old Man and the Gun, addio di una stella dalle scene cinematografiche, è un commiato nostalgico e sornione con dalla sua un trio di bravissimi e le arie da canaglia. Abito di buona foggia tagliato alla perfezione sul fisico sempre solido dell'ottantaduenne, si rivela una biografia picaresca e romantica: la leggenda di un'esistenza consacrata alla fuga, al sentimento e alla finzione. Come succede nel delinquere. Come succede nella settima arte. (7)

Sono una coppia di insegnanti attraenti e affiatati a New York. I loro tratti, la loro pelle, mostra però che, per quanto ben integrati, vengono da molto lontano. Tornare alle proprie origini, a Singapore, per un matrimonio orientale con tutti i crismi. E all'ombra dei fiori d'arancio, per forza di cose, conoscere la famiglia di lui – e le prime crisi. A che prezzo infatti hanno costruito quell'impero patrimoniale? Gli uomini di casa sono sempre assenti, i tradimenti e il bisogno di apparire non si quantificano, le nuore sono sottomesse alle mamme e le mamme sono sottomesse alle nonne. La rivoluzione per l'arrivo della straniera, ovviamente, prevederà sontuosi cambi d'abito e intensi faccia a faccia durante le partite a majong; un doveroso lieto fine, con tanto di intrecci da sciogliere in un sequel già annunciato, in cui ci si accorge di come l'usurpatrice ne abbia cambiato le percezioni battendoli al loro gioco. Ispirato al primo romanzo della trilogia di Kevin Kwan, Crazy Rich Asians ha spopolato al botteghino e si è fatto valere perfino ai Golden Globe. Qual è l'ingrediente segreto di una classica commedia di fine estate, con il pregio di due insoliti occhi a mandorla? Un cast di belli e bellissime, in cui è agguerrito il testa a tesa fra l'irresistibile Constance Wu e Michelle Yeoh, perfida ma con classe; la commistione tutta grattacieli e luccicori fra Il mio grosso grasso matrimonio greco e Orgoglio e pregiudizio. Il risultato? Una fiaba opulenta, dai risvolti finali non così scontati, che corrompe anche gli insospettabili con la leggerezza di cui c'è sempre bisogno e scorci di un Oriente che è un piacere per gli occhi. Se le due ore scorrono senza intoppi, tra compratori compulsivi pronti ad accaparrarsi già a fine visione accessori e oggetti d'arredo e cinici che pensano che la commedia non sia il mezzo adatto per parlare di disuguaglianze razziali, comunque poco male: viva la superficialità a fin di bene, viva le ventate di buonumore. Dopo Searching, riecco la rivincita di una minoranza che conquista il centro della scena affatto in punta di piedi. Rendendoci tutti pazzi, ma di loro. (6,5)

lunedì 14 gennaio 2019

Recensione: Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante

Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante. E/O, € 19,50, pp. 480 |

Dopo anni di lontananza, io che pecco talora di memoria corta e incostanza, ho inaugurato un nuovo anno di letture facendo ritorno al rione. Il passo finalmente sicuro, uno sguardo più abituato a cogliere la poesia delle piccole cose e a mo' di bussola, tanto di cappello allora alla spassionata fedeltà della sceneggiatura, la miniserie Rai del bravissimo Saverio Costanzo. Ho usato la trasposizione televisiva, con il senno di poi perfetta tanto nella resa visiva quanto nella puntualità dei gesti e delle situazioni, come ripasso generale. E durante questo inverno crudele che porta presso le città costiere la neve a fiocchi pesanti e altri malanni, io come tanti, fra frequenti indigestioni da cenone e raffreddori stagionali, ho scelto volutamente di ammalarmi – ma della febbre Elena Ferrante. Un contagio che in libreria avanza, incalza, martella, a tal punto da vincere i sistemi immunitari dei lettori riottosi. Un'influenza di quelle belle, bellissime, a cui è impossibile resistere rifuggendo la pazza folla: questa volta, tocca ribadirlo, i best-seller hanno ragione. All'indomani di una tesi che mi aveva guidato nella Napoli sismica del teatro post-eduardiano, fra contraddizioni dolenti e pastiere irresistibili, sono tornato alle origini con qualche consapevolezza aggiunta, tutti e quattro i romanzi già sul comodino e una maturata pazienza. Il sangue del Sud, l'accento pure. Nelle orecchie, Lila e Lenù che mi parlavano per tutto il tempo con la voce delle interpreti Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Stesse inflessioni, stessi non-detti, stessa fierezza da ingoiare a forza sotto forma di bocconi quanto mai amarissimi. Non le ho lasciate, così, nell'estate di quattro anni fa, ma soltanto lo scorso dicembre: con i titoli di coda che le sorprendevano dal nulla proprio durante quel fatidico matrimonio, protagoniste di una consapevolezza che mortificava all'improvviso il candore speranzoso delle spose novelle.

«Non volevo che mi vedessi.»
«Gli altri ti possono vedere e io no?»
«Degli altri non m'importa, di te sì.»

Se moglie ad appena sedici anni, no, la tua storia non può mica finire lì: può soltanto cominciare. Con un nuovo cognome come da titolo – Carracci –, e nuove conseguenze imprevedibili sulle vite degli altri. Soprattutto su quella di Lenù, nemica adoratissima, che per sua fortuna può dedicarsi allo studio, non ai degradanti doveri del talamo coniugale; al successo professionale, non alla prole da educare. 
Queste cinquecento pagine scarse contengono i sei anni immediatamente successivi. 
All'una tocca accettare a malincuore le leggi non scritte del rione – gli schiaffoni, le logiche economiche, l'aggressività di quel degno erede di Don Achille che in casa getta via la maschera – e, riposta la solita superbia, si scopre che a poco servono il lusso della vasca da bagno, la gigantografia nel negozio a Piazza dei Martiri, i privilegi di scoprirsi la moglie di un munifico salumiere sempre con le mani in pasta, contro la paura e la tentazione della “smarginatura”. Lila si vergogna, si annoia, e per capriccio rovina ogni cosa – le relazioni, i pranzi e le cene, le vacanze al mare – quando non è lei l'anima della festa. 
Quanta verità c'era in quella frase, leitmotiv della loro lunga complicità: quello che fai tu, faccio io? Mentre la sua amica geniale si ferma alla terza elementare, Lenù – raisoneur intellettuale, osservatrice ai margini dell'azione, confidente per eccellenza – punta prima alla maturità a pieni voti, poi a Pisa, infine a Milano. Ci si allontana dal rione, infatti, soltanto per merito o per la leva obbligatoria. E lei ha scelto di brillare studiando per non diventare come le donne del quartiere: vittime dei padri padroni e dei fratelli, dei mariti, e perfino di una forza di gravità che inevitabilmente ne amplia i girovita e ne appesantisce i seni.

Anche se sei meglio di me, anche se sai più cose di me, non mi lasciare.

Via gli occhiali antiquati, via la cadenza campana, via l'imbarazzo dei brufoli. Via una notte, sul bagnasciuga, il fardello della verginità, e purtroppo con la persona sbagliata. Eternamente inadeguata, fuori posto, la narratrice è troppo intelligente per la provincia, troppo provinciale per l'università. Troppo dimessa e troppo fortunata per qualcuno come la signora Carracci, sciantosa e miserabile contemporaneamente. Crescere la costringere a involversi, a mostrarsi orgogliosa e sboccata – insomma, più Lila –, per non essere fagocitata in un giunga di pendolari rumorosi e letterati dalle mani lunghe. E Lila, allo stesso tempo, diventa più lei. Si alternano, si avvicendano, si inseguono. Agli amori dell'una corrisponde l'abbandono dell'altra, al rifulgere lo sfiorire. In principio per superarsi smaccatamente, competitive come lo erano sotto la guida della maestra Oliviero a scuola; qui per darsi forza. Anche a costo di rubarsi a vicenda sogni, libri e fidanzati, per poi fare a metà di tutto.

Com'è facile raccontare di me senza Lila: il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. Più complicato è dire ciò che in quegli stessi anni accadde a lei. Il nastro allora rallenta, accelera, curva bruscamente, esce dai binari. Le valigie cadono, si aprono, il loro contenuto si sparpaglia di qua e di là. Oggetti suoi finiscono tra i miei […].

Rispetto al primo romanzo i nomi si calcificano nella memoria, non si corre a sbirciare lo schema riassuntivo in apertura in preda alla confusione. Si snelliscono i collegamenti, le parentele, le rivalità fra Carracci e Solara – Stefano e Marcello diventano soci del calzaturificio Cerullo – e il rione appare un microcosmo ormai familiare. 
Fa bene cambiare aria, però, e c'è il mare che guarisce ogni cosa: i ventri aridi, la nostalgia. Appiana i divari. Le amiche del cuore di Elena Ferrante, benché abbiano cuori enormi e un po' cattivi, si concedono una villeggiatura nella parte più emozionante dell'intero romanzo: la leggerezza che ogni estate dei diciotto anni si merita, le confidenze in una Ischia da viversi non più in solitaria, le onde che restituiscono a riva le apparizioni dell'amato Nino Sarratore e i segni premonitori della tempesta imminente. Lenù resta sotto l'ombrellone, impacciata nel costume intero che stringe impietoso sulla silhouette di cui si cruccia; Lila impara a nuotare. E nuota meglio di lei, forte e lontano: irraggiungibile? 
Storia del nuovo cognome è il tassello immancabile di una saga al femminile che cresce di volume in volume, un sì decisivo. Una scatola salvata alla furia dell'Arno per ricostruire coi brividi a fior di pelle gli amori e gli odi alterni; le sofferenze tenute segrete, i traguardi ostentati, e viceversa; le parole che non si sono mai dette. Quello che sono diventate quando, purtroppo o per fortuna, lontane. Nel cuore dell'azione, nei ventricoli della vita, nel sangue dei ricordi.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Nada – Senza un perché

venerdì 11 gennaio 2019

I ♥ Telefilm: You | Black Mirror: Bandersnatch

Una bella ragazza entra in una libreria: una di quelle piccole e polverose, che si vedono giusto in certi angoli di New York. Cerca il libro perfetto. E tu, sorridente e alla mano dietro il bancone, sai consigliarglielo al volo: siete chiaramente anime gemelle. Ancora più romantico, ancora più cinematografico, è il secondo incontro: lei, che beve un po' troppo per dimenticare gli amanti sbagliati e i padri deludenti, scivola sulle rotaie in metropolitana e batte la testa. Tu ti precipiti, e da bravo principe – nessuna calzamaglia azzurra, ma un look finto trasandato che fa invidia agli hipster veri – la salvi dal treno in corsa. L'amore, che ha bisogno di gesti galanti e cavalleria vecchio stile, inevitabilmente nasce. Abbastanza forte da vincere l'imbarazzo di quella prima volta in cui hai fatto cilecca a letto, i sospetti reciproci, le stranezze. Cieco, al punto da ignorare un piccolo dettaglio: niente, nemmeno il dardo di Cupido, è stato un caso. Le grandi opportunità hanno bisogno di una spinta, di forzature a fin di bene: della tua lei, infatti, conoscevi già le mosse, i post su Facebook, l'ambizione di diventare scrittrice e gli interni dell'appartamento da studentessa. Hai commesso un'effrazione nel suo privato, l'hai studiata e manipolata per mesi, e lei non se n'è accorta: ha occhi solo per te. Al punto da non notare quasi l'ex sparito dalla circolazione, gli avvertimenti di amiche tutt'altro che rassicuranti, il fatto che frequenti la stessa fiera letteraria in costume o lo stesso terapeuta. Il modus operandi di un tenero stalker innamorato che smuove mari e monti, ammazza a sangue freddo rivali e testimoni, al servizio di un lieto fine mai fuori moda. Il punto di vista è eccezionalmente il suo, il cattivo di turno, ed è una provocazione ardita nell'era del #metoo e del femminismo battagliero: oggettivare una donna, per di più una vittima, e lasciare la parola al suo subdolo carnefice raccontandone i misfatti e i segreti, però, con i toni di una commedia sexy. Rendendocelo addirittura simpatico, in un esercizio dialettico di gran lunga superiore alle note stonate del cast – Madre Natura è stata magnanima con le bellissime Elizabeth Lail e Shay Mitchell, meno la scuola di recitazione – o agli immancabili scivoloni di casa Lifetime: aiuta senz'altro la scelta dell'ottimo Penn Badgley per protagonista, già adorabile sfigato in Gossip Girl. A metà fra il serio e il faceto You è un thriller psicologico destinato a sorpresa a un finale shock. L'esempio di un mainstream che sa dividere e provocare il pubblico con leggerezza, di un guilty pleasure che ci rende letteralmente colpevoli – e complici – di un amore malato a cui non si resiste. (7)

Un adolescente della provincia londinese con un trauma da metabolizzare e un videogioco da brevettare, sogno nel cassetto tutt'altro che atipico negli abusati anni Ottanta dell'inguaribilmente nerd Ready Player One. Prove tecniche, tentativi frustranti e scongiuri non bastano, se l'asticella è troppo in alto per un programmatore alle prime armi: adattare un romanzo famigerato, fatto di labirinti senza via d'uscita e svolte pericolose, il cui autore era andato incontro ai mostri della follia. La storia potrebbe ripetersi, quando la scadenza – due settimane per consegnarlo ai piani alti – diventa un'ossessione. Niente di nuovo, diremmo leggendo il canovaccio di Bandersnatch: branca di Black Mirror, all'indomani della deludente quarta stagione, di cui tutti parlano dalla fine di dicembre. Il motivo? Del protagonista, il fragile Fionn Whiteahead di Dunkirk e The Children Act, puoi sceglie la marca di cereali, la musica in cuffia, la sorte ugualmente macabra di assassino o assassinato. Allucinogeni sì, allucinogeni no? Salvare il collega Will Poulter, oppure sacrificarlo con un salto giù dal cornicione? L'evento diretto da David Slade ha sviluppi diversi e diversi finali (cinque, per la precisione), da quelli tragici a quelli più trash – surreali lotte all'ultimo sangue, svariati cadaveri da occultare, strizzate d'occhio ai sempre affascinanti meccanismi metatelevisivi, toccanti rese dei conto in viaggi in treno in rewind. A scegliere siamo noi, sceneggiatori per un giorno: telecomando alla mano e, preferibilmente, tanta voglia di sperimentare un'altra faccia dello specchio nero di Charlie Brooker. Ma quanto possiamo realmente scegliere? Quanto possono scegliere i protagonisti, soprattutto, divisi fra il libero arbitrio e il sadismo di noi amanti del binge watching sfrenato? Peccato che la resa, questa volta, sia superiore all'idea stessa. Bandersnatch funziona più in pratica che in teoria: forma di intrattenimento interattivo tutt'altro che pionieristica, ma che domanda spettatori partecipi e volenterosi. Impossibile, altrimenti, farsi andar bene una storia inconcludente e pretestuosa che come episodio a sé purtroppo non appassionerebbe. Ci si aspettava un giocattolo tecnologico che fosse meno tale e più vicino ai fasti delle stagioni passate. Un appuntamento su Netflix che avesse contenuti, insomma, non soltanto la vaga euforia degli esperimenti mordi e fuggi. Chiamiamo le cose con il loro nome. Il tanto chiacchierato Bandersnatch, infatti, è nient'altro che aria fritta. Aria fritta molto divertente, inutile negarlo, purché non sia indice di quella quinta stagione attesa al varco con un po' di motivato scetticismo. (6)

mercoledì 9 gennaio 2019

Recensione: La segretaria, di Renée Knight

| La segretaria, di Renée Knight. Piemme, € 19,50, pp. 305 |

Leggi segretaria in cima a una copertina conturbante e il primo pensiero non è per la signora di mezza età che nella sala d'attesa del dentista ti fa firmare liberatorie o ti rivolge dal bancone sorrisi di convenienza. Uomo o donna che tu sia, infatti, non importa: penserai comunque a uno sguardo sornione incorniciato da un paio di occhiali non graduati, a una gonna al ginocchio con sotto calze velate e tacchi alti. Colpa del cinema noir, della commedia sexy degli anni Sessanta, che hanno fatto del ruolo di queste figure professionali – riservate, attente, onniscienti – un nostro fumoso sogno erotico. Purtroppo o per fortuna il secondo romanzo di Renée Knight non cade nel cliché. Anche se le confidenze troppo intime tra capo e impiegata – due donne di potere, in definitiva, come negli irresistibili Da una storia vera e Un piccolo favore si sarebbero prestate benissimo. Anche se, a conti fatti, la storia della segretaria bella e manipolatrice immaginata a scatola chiusa avrebbe avuto maggiore appeal sul sottoscritto, piuttosto annoiato invece dall'ultima lettura di dicembre.

Ho mentito “per” Mina così tante volte, capisci? Ma mai “a” lei.

All'inizio del romanzo Christine, mamma poco presente e moglie disposta a rinunciare facilmente al proprio matrimonio per un'ingrata ascesa, non sa di firmare un patto di sangue con la sua datrice di lavoro, Mina: donna, al contrario suo, benvoluta ed emancipata con la fama di essere la risposta femminile a Gordon Ramsey. I giornali parlano con reverenza dell'anziano padre Lord, dell'educazione in Svizzera, di una relazione glamour ma puramente di facciata con un attore di soap opera e, soprattutto, di un'etica professionale assai meno limpida del previsto. Erede di una catena di supermercati, presenza ricorrente sui rotocalchi e presto conduttrice di un programma culinario di successo, quella Mina sempre impegnata lascia impegni e corrispondenze da sbrogliare – colpe comprese – alla sua collaboratrice. Una presenza invisibile che per diciotto anni la assiste negli imbrogli grandi e piccoli senza batter ciglio, e insieme a lei impara ad apprezzare le camicette Armani, i pregi di una dizione perfetta, la vita pubblica rispetto a quella privata.

Io e Mina fiorimmo insieme. Lei naturalmente, come una specie dominante. Io, invece, come una pianta del sottobosco, che sbocciava alla sua ombra.

Finché un giorno tutto crolla sulla scia dello scandalo. L'insoddisfazione degli agricoltori trascina la Appleton's al completo in tribunale: la segretaria, servile ai limiti della spersonalizzazione e inconsapevole per tutto il tempo di ciò che accadeva sotto il suo naso, è la pedina più sacrificabile. A metà si parla di inchieste e scandali finanziari, di una burocrazia dagli ingranaggi mal oleati e d'intralcio alla giustizia. Temi tutt'altro che accattivanti, se si immaginava purtroppo qualcosa di diverso: un thriller psicologico, magari, che trattava di mobbing e rivincite fuori dalle aule di tribunale. Se un intreccio da dramma giudiziario non assicura né brividi né colpi di teatro, linearissimo nonostante descriva due decenni di taciti servigi, l'isolato punto di forza sta allora in personaggi talmente convincenti da valere una lettura altrimenti senza nerbo. Mancano i ritmi, manca il mistero. Se la protagonista appare sin da subito alla disperata ricerca di approvazione, infatti, l'altra è la classica donna di potere amichevole in teoria ma velenosa in pratica. A un passo dall'invidiata Villa Minerva si consuma così la placida vendetta di una professionista tranquilla e metodica anche nel crimine. Christine, spesso sull'orlo di una crisi di nervi, conosce a memoria password importanti e gli effetti proverbiali dell'ira dei miti: abituata com'è a un lavoro implacabile perché sempre uguale a se stesso, il quale richiede riserbo e spirito di osservazione in cambio di sparute soddisfazioni. Gli stessi compromessi, in fondo, richiede anche la lettura della Knight: una vicenda che si fatica a incasellare, benché non dispiaccia.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: The Hives – Nasty Secretary

lunedì 7 gennaio 2019

Blogversary | La crisi del settimo anno

Sette anni, parecchi.
Quelli della crisi, o così dicono. 
Il blog non perde un colpo nella sua programmazione settimanale, ho post su post per i giorni a venire, eppure è vero, non lo nascondo: la crisi, nell'aria, c'è. 
Quella di una piattaforma, Blogger, ormai in caduta libera. 
Quella verso i social, in particolare Instagram, che vorrebbero sostituire la frivolezza delle fotografie alla ricchezza della parola scritta, i Like opportunistici ai vostri commenti.
Su questa barca, mi accorgo nel classico post-bilancio d'inizio gennaio, siamo sempre meno. Un manipolo di superstiti che non troppo si cura delle testate confinanti che chiudono i battenti, dei colleghi in pausa di riflessione ormai a tempo indeterminato, delle visualizzazioni modeste o di interazioni non coinvolgenti quanto in passato. Lo scriveva già la mia amica Lisa, con cui, durante questa ricorrenza, mi trovo a condividere le riflessioni (sul divenire generazionale e una concorrenza altrove spietata), i dubbi (perché spendersi tanto se la scrittura è in crisi d'identità?), la nostalgia (quanti eravamo un tempo, e guardate adesso: cosa sono tutte queste case sfitte nel vicinato, con le assi alle finestre e i giardini con l'erba troppo alta?). Non si cede alle dirette o alle videorecensioni su Youtube, ai sorrisi in posa su un profilo privato che ospita le mie letture e poco altro (lo so, che noia), alla tentazione di fermarsi qui. All'anno di una crisi da far passare in fretta, allora, fra l'ultimo esame il 16 del mese e la laurea si spera ad aprile, i comodini e gli hard-disk che pesano già per tutto ciò che di bello c'è da recuperare, una piccola esperienza editoriale che ho la crescente paura si fermi ad appena novanta copie dal traguardo (se non lo avete fatto, date una chance al mio romanzo in forse).
A ben vedere, però, qualcosa resta: l'essenziale.
L'atmosfera da tavola calda che piace a me, se si incrociano ormai sempre le solite facce e una chiacchiera tira immancabilmente l'altra. E resto io, che ho il bisogno vitale di leggermi e farmi leggere e, a volte, tanto mi basta. Per il vecchio desiderio di condividere le pagine e i sogni, di scambiare occhiate e saluti, di parlare a voce alta se l'apatia mi schiaccia tutti i giorni in un angolo senza niente di interessante da aggiungere alle conversazioni altrui. Voi come me, scommetto. Voi con me. Mangiamo allora questa torta immaginaria in buona compagnia e, per favore, grazie, non lasciamoci mangiare.
Sette anni, parecchi.
Quelli della crisi, o così dicono. Ma, in fondo, un po' mentono. 

venerdì 4 gennaio 2019

Mr. Ciak: Suspiria | Bird Box | Un piccolo favore

Come riproporre un cult se non stravolgendone i connotati? Come bissare il successo di Chiamami col tuo nome se non cambiando pelle? Luca Guadagnino, atteso con ansia e po' di scetticismo al varco, sceglie di spiazzare appassionati e detrattori. Dopo le estati assolate in quel di Crema, si passa al rigore dell'autunno tedesco: luci fioche, piogge incessanti e, se nel pieno degli anni Settanta, sconvolgimenti che riguardano la rivoluzione sessuale, il terrorismo e i conti in sospeso con il Reich. Lo sbalzo di temperatura si avverte. Tocca indossare una sciarpa di lana e condividere con Dakota Johnson, americana in fuga dalla famiglia mennonita, i brividi di freddo e lo smarrimento. Non eravamo abbastanza preparati alle escursioni termiche di un microcosmo diverso da ciò che avevamo immaginato decifrando carte o recensioni. Non eravamo abbastanza preparati a questa operazioneche porta un titolo importante e il pregiudizio del remake, e al suo essere altro da sé. Dimenticate i colori pastello, le mezzepunte e le protagoniste sprovvedute: questa Susie, spavalda e desiderosa di primeggiare, rimpiazza presto le colleghe scomparse e pende dalle labbra della Swinton, magnetica Pina Bausch ai vertici di un'arcana congrega. A spadroneggiare è il pallore claustrofobico del grigio e, mentre nell'altra stanza i movimenti della nuova arrivata hanno effetti magici sulla fanciulla sventrata di cui tutti parleranno all'uscita dalla sala, riconosceremo come protagonista morale lo struggente psichiatra tanto tranchant nel diagnosticare l'isteria della paziente Moretz quanto incapace di elaborare la sparizione della moglie Jessica Harper, deportata in un campo di sterminio nel clou del Nazismo (paradossalmente a interpretare l'unico personaggio maschile è sempre la Swinton, trasformista da Oscar la cui espressività fa per tre). Nel grembo dell'accademia Markos riecheggiano i suoni bellissimi di Thom Yorke, sussurro fra i sussurri, e si sperimenta tutta la complessità dell'essere donne: ora complici, ora rivali, le usurpatrici bugiarde e le aspiranti stelle di Guadagnino si danno a un'insana competizione e a sacrifici disumani. Lì vigono una dieta ferrea, sonni brevi e tormentati, e le esistenze delle allieve ci appaiono fragili e incantevoli come quelle delle farfalle. Conturbante dall'inizio alla fine, discutibili punte kitsch a parte, Suspiria somiglia alle coreografie tribali e irrequiete che mostra; a quella danza contemporanea non per tutti, fatta di torsione dei polsi, piedi battuti, sospiri parlanti. Destinato a farsi amare o odiare, come le recenti fatiche di RefnAronofsky Aster insegnano, è un trip lungo e densissimo per coloro che sanno che l'intreccio non è tutto, che i guanti di sfida vanno raccolti, che credono nella fascinazione a scoppio ritardato. Poco sangue, nessun sobbalzo in poltrona e i temi su temi di chi troppo vuole e nulla stringe. O forse no? Le serpi della Markos ti ipnotizzano, ti avviluppano nelle loro spire e ti ingoiano. Hanno tradito lo spirito comunitario degli inizi, dedicandosi a corruzione, sadismo e balletto. Ma una buona madre non è soltanto severità, ma anche misericordia. Non è soltanto sangue a fiumi, ma anche fettine di pere dolcissime a colazione. Alzate le luci, per favore, questo cielo uggioso mi opprime. Alzate la voce, questi sussurri nel cuore della notte – riflessioni concitate sulla sete di potere e gli effetti deleteri degli “ismi”: sì, femminismo compreso – assillano. Il regista palermitano mi scontenta e va oltre. Anche a rischio che il passo sia più lungo della gamba. Per fortuna intervengono l'agilità felina delle danzatrici e il tocco dei migliori della classe con la signorilità per marchio di fabbrica. E questo passo, per quanto affrettato, per quanto folle sia, non troppo a sorpresa gli riesce: passaggio chiave in una coreografia di corpi, di morti, in cui bellezza e repulsione ballano gomito a gomito il loro sabba della fertilità. (7,5) 

Ho ripensato al romanzo La morte avrà i tuoi occhi lo scorso marzo, quando nel descrivere il mondo post-apocalittico del tesissimo A Quiet Place mi ero dato ai confronti con l'odissea di Josn Malerman. Se nell'esordio alla regia di John Krasinski si viveva infatti in un religioso silenzio, fra le pagine dell'autore americano vigeva la mortificazione di un senso alternativo: la vista. Una storia ben più originale su carta che trasposta – altro modello di riferimento, E venne il giorno – doveva farsi inevitabilmente film cavalcando le mode. Un intrattenimento funzionale e senza grandi pretese, già record sulla piattaforma streaming, di cui nessuno piangerà il mancato passaggio in sala. Fiori all'occhiello: Susan Bier, regista premio Oscar ben prima del buonismo successivo al #metoo, affatto ispirata lontana dalla sua impegnata Danimarca; un'ottima Sandra Bullock, insolita eroina colta in contropiede e in tarda età da una gravidanza indesiderata. La collaborazione, perdonate il gioco di parole, non regala niente di mai visto. Se la regia sprovvista di guizzi e la lunghezza ingiustificata denunciano un'attitudine spiccatamente telefilmica – vedasi la prima ora, soggiorno in una casa stipata di sopravvissuti all star al pari di episodio di The Walking Dead –, la seconda compensa con una palpabile tensione. Un viaggio della speranza lungo due giorni, sfidando le rapide e la cecità, in cui una mamma per caso – il machete in una mano, due bambini da proteggere nell'altra – sfida creature per fortuna mai svelate, pazzi all'ultimo stadio e la propria inadeguatezza. Bird Box non mostra niente, come nelle volontà iniziali del suo autore, e non procede alla cieca: fedele alla consolidata tradizione dei survival horror e alle energie di un'attrice che accetta il terrore, e la genitorialità, con consapevolezza crescente. In un giorno infrasettimanale seguite pure a occhi chiusi il canto degli uccelli, il moto delle onde, i suggerimenti di Netflix. (6,5)

Introdotte da una compilation di vezzose canzoni francesi, elegantissime con le loro gonne a campana o quegli smoking sorprendentemente sexy, Anna Kendrick e Blake Lively sono un'improbabile coppia al centro di un'amicizia tutt'altro che disinteressata: tanto imbranata e social la prima, quanto seducente e introversa la seconda, si conoscono a scuola accompagnando i figli piccoli e proseguono la conoscenza nella casa di Blake, dotata di una cucina da catalogo e dell'aitante Henry Golding per marito. Il piccolo favore del titolo si trasforma in un ingarbugliato mistero all'indomani della scomparsa della donna con tutto (da nascondere). Seguirne le tracce significa imparare a conoscerla, somigliarle nei modi e nel vestire: rimpiazzarla. La Kendrick, tra un'investigazione e l'altra, ruba candidamente alla collega villa e compagno, mentre l'assenza dell'altra comincia a farsi inquietante. Di cosa si tratterà: spiritismo, disturbo post-traumatico, oppure una congiura? Liberamente tratto dal romanzo di Darcey Bell e campione di incassi in patria, complice il traino di due splendide e autoironiche padrone di casa, la commedia nera dell'incostante Paul Feig cita espressamente il noir Les diaboliques, ma vorrebbe seguire piuttosto la scia di Big Little Lies: nomi risonanti, scenari lussuosi, sporchi segreti. Come da programma innumerevoli sono i cambi d'abito per la gioia delle spettatrici più glamour – e di cambi di punti di vista tanto repentini da risultare purtroppo inverosimili –, le infornate industriali di brownies e i morti ammazzati, nell'ennesima declinazione dell'ormai famosa complicità femminile. Il risultato, meno soddisfacente del previsto, è un film giocoso e intelligente i cui piani criminali sono sabotati tuttavia dal brutto finale. Poteva venire fuori l'ibrido innovativo lodato dalla critica americana, ma non lo permette una scrittura che va facendosi approssimativa né un'aria patinata con cui stentano a fare pendant le tinte fosche. Poco male. Resta infatti un cocktail rinfrescante, sorseggiato da due mattatrici affiatate e sempre in ghingheri. Un dissetante guilty pleasure che senza troppi rimpianti tale rimane, lì dove avrebbe potuto trasformarsi nello chick lit fra il rosa e il noir che ancora mancava all'appello. (6)

mercoledì 2 gennaio 2019

Recensione: Seguimi con gli occhi, di Nadia Galliano

Seguimi con gli occhi, di Nadia Galliano. Bookabook, € 15, pp. 261 |

I romanzi per ragazzi e la malattia, dalla commozione post Colpa delle stelle in avanti, hanno sempre avuto un rapporto stretto. Ispiravano amori tragici mai passati di moda e riflessioni importanti su testamenti morali e check-up da concedersi con frequenza regolare. Ci sono malattie e malattie però: alcune quasi nobilitanti, che chiamano a sé amici solidali e compagni di battaglia; altre tabù, sotto silenzio, che al contrario provocano un ingiustificato imbarazzo. Toccherebbe infatti parlare di sesso non protetto, droghe, eredità genetiche. È il caso dell'HIV: cosa da tossicodipendenti o drammi LGBTQ, diremmo con un'alzata di spalle; un morbo estraneo alle persone perbene. Lo scopre a proprie spese Emma, ragazza all'ultimo anno di liceo, con un canale YouTube piuttosto popolare e un fratello maggiore, Nicola, che in seguito a una polmonite aggressiva scopre di essere sieropositivo: è troppo tardi. Quel ragazzo dai capelli lunghi che derideva gli hashtag e amava viaggiare, leggendo fumetti alternativi o imbarcandosi in quattro e quattr'otto per mete accattivanti, è morto da due anni. In un letto di ospedale, dietro una veneziana d'ordinanza, accanto a una sorella disinformata che a un certo punto aveva perfino paura di tenergli la mano: come se il virus, mortale se non localizzato in tempo, si diffondesse con un semplice contatto.

Lo persi senza lottare. Fu un colpo intenso, ben assestato. Tra il torace e l'addome, diretto al diaframma. Lì, su due piedi, mi mancò il respiro. Non per un attimo, non per qualche minuto. Anche quello, come il cuore, mi scappò via per un tempo immenso. Persi il cuore e il respiro tutto d'un fiato, tutto d'un colpo. 

La protagonista ha confessato il proprio dolore in rete e in risposta sono arrivati i leoni da tastiera, i diffamatori di quel Nicola da lei stessa guardato con il filtro del pregiudizio. Adesso ha un appuntamento fisso con un loquace terapista – Emma parla poco, attratta piuttosto dagli origami ipnotici sulla scrivania di lui – e, proprio quando credeva non ci fosse via di fuga al senso di colpa, ecco giungerle in soccorso la brochure di un gruppo di supporto colorato e un po' glamour ospitato in un palazzo del centro. La ragazza sta sulle sue, osserva e presta ascolto, impara. Noi lettori insieme a lei. 
Ci sono Met, passato dal mondo delle passerelle al ruolo delicato di moderatore; Teresa e Camilla, donne di mezza età con figli a carico e una diagnosi da ingannare ricercando forti emozioni con un biglietto aereo; Carlo, volontario attratto dalla ritrosia di Emma e con il sogno alquanto insolito a vent'anni di diventare notaio; Adele, artista di strada fragilissima e autolesionista, tutta risposte secche e tagli profondi per richiesta d'aiuto. 
C'è un'asta di beneficenza da organizzare, soprattutto, affinché quel giovane disperato che tanto ricorda Nicola – Leonardo, senza una casa all'indomani dei risultati allarmanti delle analisi – non finisca in mezzo a una strada.

Tutto è nato da un sentimento che si è trasformato in diagnosi.

Seguimi con gli occhi, in campagna prima con Bookabook e infine scelto dai lettori, è un romanzo di (in)formazione dolcissimo e didascalico solo di rado. Il linguaggio semplice e pertinente di Nadia Galliano – medico con una specializzazione in psichiatria – è quello di un'addetta ai lavori prestata alla narrativa con buoni risultati. Perfino la dimensione corale, tanto spiccata da far perdere a tratti il punto di vista di Emma nella pluralità di storie e membri della Heart to Haart Foundation, è in linea con lo spirto di comunità che hanno fatto di anonimato e solidarietà la loro regola. Per fortuna, ad aggiungere un tocco di letterarietà in più è l'emozionante capitolo finale alla Sliding Doors, con l'inedito punto di vista del compianto Nicola. La malattia ha distrutto contemporaneamente il suo sistema immunitario e il cuore ancora innocente della sorella.

La vita non ti viene ad amare, la devi amare tu.

Magra ai limiti dell'anoressia, Emma scopre il piacere di riprendere a mangiare in un ristorante al buio uscito dalla migliore sequenza di Questione di tempo; avanza verso il microfono, si apre, abbandonando il sottile egoismo che a lungo l'ha fatta concentrare soltanto sul proprio dolore. Accusando dello sfacelo familiare una perfetta sconosciuta – la ragazza del fratello, la cui identità sarà svelata in prossimità del finale con un riuscito colpo di scena –, quando in realtà la colpa spettava soltanto alla mancata precauzione. Coloro che vengono colpiti, infatti, hanno paura di chiedere aiuto al prossimo, ignorano i segni finché è possibile. Fino a quando l'avanzare del virus è ormai irrimediabile. In questo caleidoscopio non senza tocchi di lirismo, non senza tocchi d'ironia, l'autrice segue da vicino vittime, superstiti e testimoni invitandoci a fare altrettanto. A seguire con gli occhi la rinascita di un'adolescente ancora incapace di voltare pagina, i segni e le diagnosi, se prevenire leggendo è meglio che curare.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Martina Attili – Cherofobia