lunedì 20 novembre 2017

Recensione: Mildred Pierce, di James M. Cain

| Mildred Pierce, di James M. Cain. Adelphi, € 12, pp. 308 |

Nella Los Angeles degli anni Trenta cadono gli azionisti, gli angeli in paradiso, ma non la buona stella di Mildred Pierce. Divorziata, madre di due bambine agli antipodi, sembrerebbe incarnare alla perfezione l'immagine della buona massaia, dell'angelo del focolare senza referenze nel curriculum ma con un paio di gambe da capogiro: l'unica soluzione, se la Depressione con la lettera maiuscola minaccia di divorare quel che resta di casa sua, è farsi sposare dal migliore offerente? Chiediamolo alle insegne di Hollywood. Ai tubi di scappamento delle auto strombazzanti. Alle collane di perle. Ai grembiuli delle casalinghe e agli abiti a stampa delle signore per bene. All'America tutta, fissa alla cornetta dopo il tragico crollo della borsa di Wall Street. A un romanzo scritto quasi ottant'anni fa che ha la routine e la smania, l'indiscreto fascino della semplicità e i colpi di testa, di cuore, dei sogni di gloria. Possibili per chi si rimbocca le maniche, si impunta, combatte. James M. Cain anima con una scrittura elegantissima e incalzante, forse provocatoria per i suoi tempi, un personaggio femminile sottile ma mastodontico, di straordinaria tempra morale – interpretare l'orgogliosa protagonista ha regalato l'Oscar alla leggendaria Joan Crawford e premi innumerevoli, tra Emmy e Golden Globe, a una Kate Winslet a puntate. Il rischio c'era, sì. Di trovarlo pomposo, laccato, fuori tempo. Mildred Pierce, a metà tra il noir e il mélo, è un dramma d'epoca con una scrittura immortale e sfide furibonde. Un superbo romanzo sul reagire. Anche se gli inevitabili rovesci di fortuna, i tranelli all'orizzonte, sono impossibili da prevedere: perfino per una donna come lei, lungimirante e spietata all'occorrenza. Una mamma leonessa con una figlia serpente.

Mildred aveva paura di Veda, del suo snobismo, del suo disprezzo, del suo spirito indomabile; temeva più di tutto qualcosa che sembrava covare sotto il tono scherzosamente affettato, sotto le pose della bambina: un desiderio freddo, crudele, volgare di torturare sua madre, di umiliarla, soprattutto di ferirla.

L'autore del Postino suona sempre due volte racconta infatti gli sgarbi della genetica, che a volte ti mette in casa chi non ti somiglia affatto – una nemica mortale, in questo caso. L'ottusa caparbietà delle mamme, crocerossine in nome di quel loro amore viscerale e cieco, che pensano di poter far tutto semplicemente desiderandolo. Mildred, combattuta fra “l'orgoglio e lo stomaco”, rifiuta fieramente le divise; l'elemosinare. Da cameriera part-time, si improvvisa con successo imprenditrice: prima le torte vendute alle migliori pasticcerie della città, poi una rosticceria tutta sua con sfavillante insegna verde e parcheggio annesso, infine gli introiti di ben tre ristoranti da gestire. L'ascesa: solo per conquistare la stima e la fiducia di una figlia con la vergogna nel sangue. Per prendersi cura di una piccola tiranna con il desiderio di un pianoforte a coda e del palcoscenico. L'incantevole e amorale Veda pretende il cibo pronto in tavola, e non si domanda mai da dove arrivi. Spinge la madre al meglio, al peggio: al limite. Si respingono come chi, nel profondo, è uguale. Sono fatte segretamente della stessa sostanza. Custodi insospettabili della medesima natura subdola e manipolatrice – Mildred conosce mezzi leciti e illeciti, infatti, e le attenzioni di tre uomini che sono figuranti usa e getta. Ha il timore di non essere all'altezza. Sfidare testardamente tutti, tutto, serve a dimostrare a Veda il contrario. Proprio come il volerla sofferente, a terra, per il desiderio malsano di poterla finalmente aiutare. Farla capitombolare rovinosamente dal piedistallo solo per tenderle una mano? Ottenere l'ottenibile, e poi? Nutrita l'inquietudine, scoprirsi magari in pace, felici? Non era meglio una vita onesta, di pasticcini da glassare e piccoli dispiaceri?

«Lei ha mai visto quei piccoli serpenti, allo zoo? Quelli che vengono dall'India, quei bei serpentelli rossi, gialli e neri? Lei forse se ne porta a casa uno, per addomesticarlo come un cagnolino? Non sarà così stupida, immagino. Ebbene, mi creda, questa Veda è così. Se vuol vedere il serpente, comperi il biglietto, ma non lo porti a casa. No.»

Si fa un disperato tentativo di tornare indietro, sulla scena del crimine dei propri lussi esagerati; dei propri sbagli. Ma più sali in alto, più ti fai male quando cadi. 
Mildred Pierce è un romanzo di emozioni intense e scomode, di dive per sempre, che sgomita furiosamente verso la fragile illusione del sogno americano – ignaro che si trovi a confine con l'abisso. Su sigarette, ed esistenze, bruciate fino al filtro. Consumate a boccate avide, lussuriose, vivendo sempre al massimo.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Blondie feat. Philip Glass - Heart of Glass

sabato 18 novembre 2017

Mr. Ciak: Indignazione, Auguri per la tua morte, Maudie, Fortunata, Sole cuore amore

Indignazione è stato il mio primo Philip Roth: a sorpresa, il romanzo più bello della scorsa annata. C'era il rischio, a fine lettura, di non vedere la trasposizione cinematografica con i giusti occhi, nonostante la buona accoglienza al Festival di Berlino e i plausi qui e lì: inevitabile quando una storia ci tocca, ci scuote. Un po' per sicurezza, un po' per noia, ho lasciato passare undici mesi. Sono servite le dovute precauzioni, la giusta distanza, a farmi prendere a cuore quest'altro avvocato delle cause perse, questo Marcus fattosi di carne e ossa? La sua educazione sentimentale, la sua silenziosa ribellione nei primi anni Cinquanta, passa attraverso le tappe che ricordavo: l'interrogarsi sulla vita sessuale della ragazza con cui esce; gli insospettabili genitori che pensano al divorzio; l'opporsi strenuamente alla guerra e a Dio. Marcus ci crede: si impunta, fino a farsi venire i travasi di bile; fino a una tragedia tutt'altro che annunciata. Tutto accade dietro la scrivania del superbo Tracy Letts, o a colloquio al capezzale del protagonista. Al cinema, Indignazione sembra già vecchio. Sarà la fedeltà filologica, per una volta eccessiva, verso un coming of age che ha la maleducazione dei vent'anni e la velocità del racconto; sarà una sceneggiatura elegante e misurata, emotivamente lontana, che non si getta mai a capofitto nel travaglio interiore di lui; sarà che risulta più pesante, più teatrale, più sconfitto. Lo accompagnano le scale al pianoforte, la fotografia patinata, le fattezze rassicuranti di due protagonisti eppure bravissimi – la fragile e fatale Sarah Gadon e un Logan Lerman, dopo Noi siamo infinito, che torna a interpretare con convinzione un altro dei personaggi del mio cuore di lettore. Roth bolle e sbolle. Esplode di rabbia repressa. La regia di Schamus, invece, ha il grande difetto di risultare impersonale: imperdonabile con un protagonista di tale levatura. Che alza sempre la voce, che sa come farsi notare. Per Marcus, inevitabilmente, tutto va come deve andare. Ma questa lentezza, questa flemma, questa vaga leziosità, con l'indignazione del titolo purtroppo poco hanno a che fare. (6)

Universitaria ai vertici di una sorellanza viene assassinata la sera del suo compleanno. Il maniaco omicida indossava la maschera di un bebè e non si svelava guardandola morire. Chi c'era dall'altra parte? Chi voleva il male, ma soprattutto il bene, di un'aspirante Mean Girl con più rivali che compagni? Jessica Rothe, una Lively meno clamorosamente bella, ha tutto il tempo per farsi domande, esami di coscienza e scartabellare la nutrita lista dei sospettati. L'ultimo giorno della sua vita, in realtà, è il primo di un loop temporale in cui si agonizza e ci si risveglia dal nuovo, con un corpo che va indebolendosi e una mente che non dimentica. Come nella commedia cult con Bill Murray, si ricomincia da capo. Come nel già non memorabile Prima di domani, di cui Auguri per la tua morte sembra la riscrittura in chiave sanguinosa ma non troppo, una ragazza superficiale è costretta a guardarsi dentro, a mettersi in discussione come amica, figlia e fidanzata, prima di essere pugnalata per l'ennesima volta. L'ultima? Commedia (poco) slasher dal regista del delizioso Manuale scout per l'apocalisse zombie, Auguri per la tua morte è un horror innocuo e già visto, a cui avremmo potuto trovare giustificazione giusto nella penuria dell'estate. In ritardo per Halloween, invece, con un serial killer semiserio che scimmiotta Scream e La bambola assassina, è un incubo dalla morale facile e dall'esito scontato, che diverte meno del previsto e di certo non sorprende. Spegniamo in fretta candeline e luci sull'ennesimo prodotto mordi e fuggi, pronto all'uso, che riempie le pance con le tentazioni passeggere dei dolcetti preconfezionati. (5,5)

Cercasi domestica, diceva l'annuncio sulla bacheca di un alimentari della Nuova Scozia. Nessuno, eppure, si capacita di come Maud sia finita sotto lo stesso tetto di Everett, maleducato pescatore ben lontano dal ravvedersi in nome della vita insieme. La protagonista – sola al mondo, piccola e artritica – non ha il physique du role. Né per essere una buona tuttofare né per improvvisarsi, come insinuano i conoscenti maliziosi, una schiava d'amore. Il delicatissimo biopic irlandese che porta il nome della donna racconta di come le sue mani nodose non le impedirono di riempire quella casetta condivisa con disegni di fiori, uccelli e fate, dal pavimento fino al soffitto. Di uno strano ménage domestico che prima si fece amicizia, poi strano amore. E di come il sentirsi amata, degna di fiducia, la rese un'illustratrice richiesta perfino da Nixon. Maud Lewis, artista a me finora sconosciuta, aveva la mente di una bambina, la maledizione di un corpo deforme e un marito burbero, incapace di buone maniere ma non di una certa pazienza, che zitto zitto vedeva il mondo con i suoi stessi colori. Se a Ethan Hawke donano le camicie grezze e le tenerezze farfugliate come fossero insulti, a commuovere e a impressionare è la straordinaria Sally Hawkins, scomparsa dietro i tic e i sorrisi dolorosi del suo personaggio: non tocca aspettare The Shape of Water per assistere alla sua consacrazione. Ballano schiacciandosi la punta delle scarpe. Vendono stampe sull'uscio di casa. Invecchiano, e diventano marito e moglie, in maniera impercettibile. Sono, come dice Everett, un paio male assortito di calzini: scuro e sbrindellato lui, sgargiante lei. Fa sinceramente piacere ritrovarli riposti nello stesso cassetto. Nello stesso film lieve, ad acquerello, che in un pomeriggio di pioggia, con il gatto e il plaid sulle ginocchia, una tazza di tè accanto, te li fa conoscere (soprattutto, te li fa piangere) per la prima e ultima volta. (7,5)

Per ironia della sorte porta un nome augurale. Eppure, mamma single che si arrangia come parrucchiera in attesa che si realizzi il sogno di aprire un istituto di bellezza, Fortunata tale non è. La vediamo ancheggiare nella sua minigonna di jeans, correre a perdifiato sulle zeppe scomode, come se avesse sempre fretta; come se inseguisse chissà che. I numeri vincenti della lotteria, i capricci delle spose di borgata e degli altri inquilini, l'amore di un Accorsi che si merita la nostra antipatia. Jasmine Trinca, meritatamente premiata a Cannes, si sbraccia, strilla, si spoglia e si riveste, in un dramma – non sprovvisto di una certa ironia di fondo – in cui c'è troppo in ballo. L'ultimo film di Castellitto, tratto da un racconto inedito dell'immancabile Mazzantini, la ribattezza e la plasma: la tinta per capelli, la volgarità dell'accento romano, due ali a metà tatuate sulla schiena. La bravura della Trinca non si perde nella sovrabbondanza di temi e tragedie, nelle piazze di una Roma grezza e multiculturale, nella folla di comprimari che si trascinano storie pesanti appresso – un plauso all'intensità di Alessandro Borghi, sensibile tatuatore della porta accanto con mamma smemorata al seguito. Dopo il buon equilibrio del precedente Nessuno si salva da solo, che per impostazione e dialoghi faceva il verso al dramma da camera, Castellitto ci riprova con una vicenda che non riesce ad arginare, e forse neanche vorrebbe. La scrittura fiume della moglie scrittrice non sa contenersi. Colpa di toni che vorrebbero virare al lirismo grottesco di Sorrentino; di interpreti tutti bravi e tutti sguaiati; di una regia che non lavora purtroppo a togliere, bensì a mettere. E più che generoso, di cuore, Fortunata appare così esagerato. Meno a sua agio coi bagagli pesanti e l'equilibrio mantenuto pur se in bilico di una donna che, al contrario del film stesso, si fa bastare con un sorriso stanco il poco che ha. (6,5)

Eli – trent'anni, un marito disoccupato, quattro figli – esce di casa quando fuori è ancora notte. Scivola dal letto senza far rumore e macina chilometri da Ostia a Roma per tirare su la saracinesca del bar in cui lavora per ottocento euro al mese, sette giorni su sette, come cameriera, cuoca e donna delle pulizie. Vale, sua coetanea, conduce invece una vita indipendente e solitaria che suscita vergogna nella madre alto-borghese: agile come una perfetta étoile, calca però le piste dei locali notturni. Eli e Vale sono vicine di casa. Amiche, diremmo, se non fosse che la prima esce quando l'altra rincasa. L'ultimo dramma di Daniele Vicari racconta gli spossanti viavai, il loro incrociarsi quando capita, con la voce asciutta ma partecipe del cinema di Loach e dei Dardenne. Le accompagnano una bella colonna sonora jazz, le sfarfallanti luci notturne e più di qualche dubbio verso la struttura, se la storia dell'androgina Eva Grieco appare quasi incidentale, sempre all'ombra della meraviglia di una Ragonese che non ha nulla da invidiare alla Marion Cotillard di Due giorni, una notte. In una scena, arriva la canzone di Valeria Rossi: così leggera, così spensierata, in un film pesantissimo, eppure, che scava rughe di preoccupazione in mezzo agli occhi. Il cuore si affanna e cerca riposo. Il sole ci si scorda che faccia abbia, al chiuso, tra le chiacchiere querule di un bar e le luci al neon di una discoteca. L'amore è quello verso una famiglia che chiede un po' troppo, per un Francesco Montanari che ci aiuta arrangiandosi, ma a mancare è quello più necessario, per se stessi. Quanto male mi ha fatto Sole cuore amore. Gli ingredienti di una banale canzonetta amata dai bambini. Gli ingredienti di una vita banale, che in due ore con Vicari finisci per scambiare per verità. E ti domandi che senso abbia tutto questo correre e sacrificarsi, e per cosa poi? E ti confonde l'idea che sia inutile tutto il dolore in cui indugia – vivere è difficile, soprattutto in questi tempi disperati, e lo sappiamo già, chi più e chi meno – ma che allo stesso tempo siano un dolore, un'amarezza, che van provate. Ti fai venire i sudori freddi, perché al contrario di Eli – a modo, vitale, educata – tu in certi giorni non conosci decoro. Appunti i segreti dei suoi sorrisi perciò: sinceri, nonostante tutto. Aspetti che il lorogorio di una vita in nero, sempre in moto eppure ferma immobile, faccia il suo corso. Una routine a tempo indeterminato in cui domani è un altro giorno, sì, però scritto con i migliori auspici e il copia-incolla. (7,5)

giovedì 16 novembre 2017

Recensione: Una questione privata, di Beppe Fenoglio

| Una questione privata, di Beppe Fenoglio. Einaudi, € 12, pp. 192 |

Al liceo, di malavoglia, imparavo a memoria i versi dell'Orlando Furioso. Le donne, i cavalieri, l'arme e gli amori, le audaci imprese. Di Ariosto, anni dopo, ricordo l'avventura di Astolfo sulla luna ben più delle passioni della contesissima Angelica. In sella all'ippogrifo del mito, il cavaliere volava in cerca dell'ingegno che l'amico Orlando aveva smarrito: racchiuso in un'ampolla e della stessa consistenza di un liquido sottile e scivoloso. Facile lasciarselo sfuggire dalle mani, dalla testa, se pazzi d'amore e di gelosia. All'università, anche se per vie traverse, sono arrivato a leggere il romanzo postumo di Beppe Fenoglio – in questi giorni, potreste incrociare il titolo su un poster del vostro multisala di fiducia: è diventato un film dei Fratelli Taviani, con Luca Marinelli per protagonista. Come il paladino di Carlo Magno, anche Milton ha perso la testa. Vive una doppia guerra, combattuta dentro e fuori se stesso. Vaga senza meta da una parte all'altra di quelle Langhe cupe, sotto assedio, di una storia breve e appassionata mossa da violente forze centripete. Galeotti, ora come allora, una ragazza impossibile e un rivale inatteso.

E cose allegre non ne traduci mai?” “Mai”. “E perchè?” “Nemmeno mi vengono sott'occhio. Credo che scappino da me, le cose allegre.”

Probabilmente però, figlio di un macellaio di paese e accanito lettore di letteratura americana, Fenoglio – come il suo protagonista, partigiano nel 1943 – ai sospiri e alle rime del ciclo carolingio non dovette pensare mai. Una questione privata, incompiuto e parzialmente autobiografico, è il racconto di un'ossessione che fa infangare le suole degli stivali e impazzire l'ago della bussola. Si inizia e si finisce con i piedi in moto, un ritmo marziale, e la nebbia. Quella che si posa come un drappo pesante e confonde i percorsi, le intenzioni, i contorni. La guerra, vissuta in prima persona, non è soltanto fuoco e rumore, ma disorientamento. La violenza – dei sentimenti, dei gesti – ti fa brancolare. Ti travia. C'è la nebbia, sì, quando Milton indugia all'ingresso della villa di Fulvia. Lui di una bellezza spiacevole, malinconica, con un talento per la scrittura e le lingue straniere, due occhi assolutamente spiazzanti e troppo in comune con me. Lei, irresistibile civetta con i vestiti leggeri, una sigaretta tra le labbra e infiniti balli sulle note della Garland. Tra loro c'era Giorgio, aitante figlio di papà contro cui Milton nulla ha mai potuto: perché suo unico e migliore amico, perché sconfitto in partenza.

Io non sopporto più di non ballare mai con te.

Il conflitto interrompe il loro triangolo. La resistenza e una domestica con la lingua lunga portano poi dubbi su dubbi. Dov'è adesso Fulvia? Lei e Giorgio, soprattutto, si sono amati per tutto il tempo alle sue spalle? Ha inizio, così, una ricerca che minaccia di interrompersi con la notizia che l'amico dal pigiama di seta – ora, ufficialmente rivale – è caduto in mano ai fascisti. Milton non si arrende, invece, e parte da qui. I suoi compagni non sanno che non è questione di eroismo, bensì di cuore. Sempre in allerta, tra calorosi gesti d'ospitalità e il cameratismo con commilitoni con cui scambiarsi soprannomi e aneddoti, Fenoglio e il suo Milton abbandonano il lirismo dei primi due capitoli per un prosieguo meno godibile, secco e quasi spionistico, con il bellissimo contrappunto della gelosia di lui tra le righe. Gli altri personaggi, mai presenti in scena se non attraverso il ricordo, accompagnano l'affannarsi solitario e disperato del partigiano.

Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto... Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come non mai e mi son visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso.

In Una questione privata, per fortuna, si parla più del cuore che del fucile, nonostante la frenesia e la crudeltà prendano il sopravvento in un finale misterioso che finale non è. Per me, eppure, è perfetto così. L'anti-eroe dello scrittore piemontese cerca un ostaggio per fare a cambio con Giorgio. Un senso all'amore suo e alla guerra degli altri. Cerca in lungo e in largo, bagnandosi nella pioggia e rotolando sui fianchi delle colline, per il gusto di continuare a correre e cercare ancora. Per la paura di morire fermandosi. Di scomparire al levarsi di una foschia densa, imperitura, costante, in cui si trattiene il respiro peggio che sotto il fuoco incrociato della trincea. E forse trova tutto, Giorgio e Fulvia, un senso e il ristoro, il coraggio di frenare finalmente la sua corsa, da qualche parte oltre la nebbia. Da qualche parte, oltre l'arcobaleno.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Fabrizio De Andrè - La canzone dell'amore perduto

martedì 14 novembre 2017

Recensione: Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco

|Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco. Garzanti, € 16,90, pp. 310 |

A volte, basta tanto così a far scattare la scintilla. Uno scambio di merende a rincreazione, ad esempio: vorresti questi biscotti biologici in cambio di un morso del tuo panino al prosciutto? La riservata Ludovica non sa dire di no alla sfacciata esuberanza di Caterina, l'unica bambina a scuola che sembra accorgersi di lei. Al suono della campanella sono già migliori amiche. Lo saranno per tutta la vita che resta, nella buona e nella cattiva sorte.
A volte, basta tanto così per scoprirsi soddisfatti, dopo letture intense, impegnative o semplicemente deludenti: la freschezza di quella Federica Bosco, ad esempio, che prima o poi mi toccava proprio conoscere. Volevo la leggerezza e, senza troppa sorpresa, ho trovato qualcos'altro: qualcosa di più. Lo scrivevano in rete gli affezionati di un'autrice con la quale, tra cinema e televisione, saghe per ragazzi e chick lit, è impossibile stare al passo. Quest'anno mi ha aspettato in fondo al molo della copertina. Con qualche nuvola all'orizzonte, il mare come una tavola e una storia adulta, su una forma d'amore che non aveva ancora raccontato. Perché l'amicizia tra Cate e Ludo, sì, sempre amore è. E, come ogni amore che si rispetti, ha i suoi alti e bassi, le sue gelosie, i suoi conflitti di interessi.

L'amore di chi ti sta accanto non ti guida mai nella direzione sbagliata.

La prima, mamma single che non ha mai dato spiegazioni sull'identità del padre di suo figlio, salta nel vuoto per atterrare agilmente in piedi: ha sprezzo del pericolo e un'attività – un centro olistico nel cuore di Genova – che, alla faccia degli scettici, non conosce crisi. La seconda tira invece a campare come se non avesse più scelta: un lavoro in banca noiosissimo, la relazione abitudinaria con il possessivo Paolo, i pochi bagagli a mano di chi ha paura di costruirsi un futuro e quindi vive giorno per giorno, un passo dopo l'altro. Quanto ha sacrificato per seguire Cate sulle montagne russe, e quanto dovrà sacrificare ancora? Quanto pesa il dubbio che la loro invidiata affinità elettiva l'abbia fatta vivere nell'ombra, appesa alle scelte volubili dell'altra? Ci si ritrova a tavola però, in cene popolose e colorate a festa come in un film di Ozpetek, e tutto passa. Forse, anche la tempesta che tra le pagine minaccia di separarle. A quarant'anni, la protagonista dovrà contare sul suo solo senso dell'orientamento: imparare a nuotare dove non si tocca, e a portare in salvo anche una Caterina che d'un tratto non sembra più così inarrestabile. Si passa attraverso le gravidanze, i matrimoni, la malattia e la violenza domestica, i biglietti aerei in missione dall'altra parte del mondo. Si pensa finalmente a sé stessi, anche se un deus ex machina – un'amica che è un architetto di felicità e buone intenzioni – pianifica disastrosi incontri su Tinder, lasciti scaramantici e case per cagnetti disabili.

Perché il cuore è sempre un ingenuo idiota, che crede che gli altri ti ameranno sempre anche se non ti hanno mai amato, che gli altri soffrano per te anche se non hanno mai sofferto, e soprattutto che chi ti ha fatto male non si rifarà mai e poi mai una vita, ma continuerà a scontare un'eterna fila di delusioni a catena come fossero una maledizione, finendo per rimpiangerti.
Ma questo non succede mai. Vanno tutti avanti proprio come vai avanti tu.

La Bosco ha una parola buona per tutti, infischiandosene del rischio di risultare banale. Frizzante e propositiva, non si piange addosso. Coi suoi alti e bassi, i suoi grandi momenti di sincerità e qualche esagerazione di troppo, ma un bene – il calore in pancia, in petto – che per fortuna ha la meglio sui difetti sparsi. Ci vediamo un giorno di questi è una commedia degli equivoci (e quanti ce ne riserva, quella bastarda impenitente della vita) che fa bene anche facendo male. Un album di ricordi lungo, vario, pieno zeppo, che non sbiadisce in fretta. Si riconoscono a colpo d'occhio i soggetti principali, infatti, e saranno sempre i soliti due. La mora e la rossa, quella istintiva e quella flemmativa: amiche, sorelle, contro l'inerzia e i rovesci di fortuna. Mi hanno ricordato Toni Collette e Drew Barrymore nel buffo e struggente Miss You Already, che sbronze e terrorizzate cantavano abbracciate i R.E.M. Capisci subito perché si vogliono tanto bene. Alla fine gliene ho voluto anch'io, in un anno in cui sto imparando ad aprirmi, a fidarmi. In cui, da solitario cronico, sto capendo che non poteva mancarmi quello che non avevo mai conosciuto. Ora mi manca.
Federica, ci rivediamo un giorno di questi: presto. Ora potresti mancarmi anche tu.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Abbi cura di te

domenica 12 novembre 2017

Recensione: La natura della grazia, di William Kent Krueger

| La natura della grazia, di William Kent Krueger. Neri Pozza, € 18, pp. 350 |

L'estate mi manca. Mi lamentavo, eppure, del sole che bussava alle finestre e della calma piatta del mare. Me ne accorgo adesso: con le nostalgie che pesano e cieli grigi che mi vogliono prigioniero di una casa da cui scappo, ogni tanto, a passeggio proprio sul bagnasciuga sporco e desolato dell'inverno. Ecco il desiderio fuori stagione di un portico all'ombra, di una limonata fresca, delle notti illuminate a giorno dai fuochi artificiali.
Mi manca essere un ragazzino. Non vedevo l'ora di crescere, eppure, perché qualche giorno fa mia mamma mi ha ricordato al telefono che, tanto, sono sempre stato un bambino grande: al corpo toccava solo adeguarsi a pensieri e preoccupazioni già adulte. Ecco il bisogno di ritornare con una macchina del tempo, con un romanzo che aspettavo senza neanche saperlo, alla curiosità e alla spensieratezza della prima adolescenza. Ho avuto la mia lunga estate crudele e tredici anni esatti in compagnia dell'indimenticabile famiglia Drum. Ho scoperto, accanto ai giovani protagonisti, la morte, la collera e i miracoli del perdono.

Mi mancherà, come mi mancherebbero i pettirossi se non tornassero mai più.

Siamo nel 1961. Il telefono squilla nel cuore della notte. Lo sentite? I piccoli di casa, Frank e il balbuziente Jake, drizzano le orecchie e mettono le scarpe in fretta e furia. Si interessano agli incarichi del capofamiglia, ai grattacapi che puntualmente saltano fuori, come se fossero due apprendisti detective. Ubriachi molesti, un loro coetaneo travolto dal treno in corsa, tentati suicidi e nella peggiore delle notti, a metà romanzo, la notizia di un assassinio che li tocca e li spezza. Li obbliga a crescere in tre mesi scarsi. Il loro papà, Nathan, ispira in paese la stessa reverenza dei militari – la Seconda guerra mondiale lo ha infatti cambiato per sempre – ma è un pastore battista, non un agente di polizia. Lo si scomoda, a letto, per qualche pecorella smarrita da riportare d'urgenza all'ovile; per un consulto veloce sulla bontà di un Dio di cui è cosa umana dubitare. Gli borbotta accanto Ruth, la moglie: donna bellissima e infelice, con una voce d'angelo e sogni di gloria sacrificati in nome della vita frugale ma decorosa scelta dal padre dei suoi figli. Rincasa tardi e di nascoso, invece, la promettente Ariel: adolescente che pensa all'amore romantico e alla Juilliard, ignorando la curiosità dei fratelli minori ancora in piedi e la freddezza fra i genitori.
Come in Grandi speranze, uno dei miei romanzi preferiti, c'è un ricercato in fuga e una famiglia sfortunata – i Brandt come gli Havisham – il cui patriarca è un virtuoso del pianoforte, condannato alla cecità e alla compagnia della sorella sordomuta. Come nel Buio oltre la siepe, protagonisti innocenti vengono a patti con i sospetti del razzismo – nell'occhio del ciclone, un misterioso Sioux capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come in Mystic River, e voglio sottolineare l'entusiasmo dello stesso Dennis Lehane in copertina, c'è un fiume che a volte dà la morte, altre la libertà. William Kent Krueger ricorda tanto, tanto altro (aggiungeteci il bullismo e l'amicizia del miglior Stephen King, i problemi in paradiso di Benedizione), ma in questa giostra di echi e omaggi non smarrisce chissà in che modo lo stile, la magia, la bellezza.

Quell'estate la morte venne a visitarci assumendo molte forme: incidente, malattia, suicidio, omicidio... Si può pensare che la ricordi come un'estate funesta, ed è proprio così, ma non del tutto. Mio padre citava Eschilo: colui che apprende deve soffrire, e persino nel sonno il dolore, che non piò dimenticare, cade goccia a goccia sul cuore, finché, nella nostra stessa disperazione, contro la nostra volontà, giunge la saggezza attraverso la terribile grazia di Dio.

La natura della grazia non è il solito amarcord. E di grazia ne è ricco, sì, benché abbia i colori foschi del thriller; gli strappi dolorosi di certe infanzie negate, di certi sogni infranti. I toni: quelli ispirati e solenni di chi è sopravvissuto al peggio, ed è grato per un altro giorno al mondo, la giustizia che fa finalmente il suo corso, il ritorno del senso di Dio. Raccontato dalla voce rotta ed emozionante di un Frank ormai uomo, il romanzo è una conta struggente dei vivi e dei morti, dei ricordi belli e brutti. Una passeggiata all'ombra dei tigli, una corsa proibita sulle rotaie, con atmosfere d'altri tempi e amici che impari a chiamare uno a uno per nome. A tredici anni, in estati così, tormentate da scoperte e colpe criminose, si rischia di perdersi. Seguire le briciole di pane e il disegno dei binari, la meraviglia a ogni passo, per fortuna riporta sulla via di casa. Al fresco dei portici e delle limonate. Alle notti che poi passano.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Jeff Buckley - Grace 

venerdì 10 novembre 2017

I ♥ Telefilm: Alias Grace | The Booth at the End

Grace ha violato il quinto comandamento. Ha ucciso. Condannata all'ergastolo, ha evitato l'impiccagione per il beneficio del dubbio. Immigrata irlandese poco più che adolescente, avrebbe massacrato i padroni di casa con la complicità di un garzone. Un giovane psichiatra, quindici anni dopo, la interroga. La verità sfugge. La protagonista taglia e cuce, inventa e soggioga, si difende con parole studiatissime, lo seduce. Con il suo viso angelico, coi suoi misteri insolvibili, diventa un'ossessione. Sarà innocente o colpevole? O l'una e l'altra cosa, se scrive Margaret Atwood, sceneggia Sarah Pauley, dirige Mary Harron e le piccole sfumature, sì, contano? Period drama in sei puntate, senza particolari guizzi ma con un cuore bugiardo fino all'ultimo, Alias Grace inquieta e confonde. Ha i suoi difetti in qualche svolta soap di troppo – il prevedibile transfert vissuto da un imbambolato Edward Holcroft, eppure intenso amante di Ben Whishaw in London Spy, o il doppio ruolo del furfante Zachary Levi – e in un epilogo accelerato, dopo qualche episodio a metà scorso invece a rilento. Ispirata a una storia vera ma con una fortissima matrice letteraria alla base, la miniserie della regista di American Psycho si muove sul filo. La coerenza, sacrificata per fedeltà assoluta a una protagonista manipolatrice: Sarah Gadon, assassina impenetrabile e incantevole. Paranormale, follia, o forse semplice menzogna? E quel finale ambiguo, che svela e non svela: sospeso o inconcludente? Gli sguardi in camera che tanto mi avrebbero fatto dannare l'anima in un'ora e trenta, i puntini di sospensione, a lungo hanno invece finito per infastidirmi. A volte, soprattutto in un tocco femminile impossibile da fraintendere, Alias Grace somiglia alla Maurier di My Cousin Rachel: una caccia alle streghe guidata dal pregiudizio dei tempi, dalla misoginia, in cui l'essere donne era il vero crimine da scontare. Altre a un Gone Girl in costume, in cui a una protagonista messa con le spalle al muro spetta l'ultima parola. Altre ancora, e lì non convince chi come me non apprezza il genere, a un feuilleton che sacrifica il dramma giudiziario, la seduzione del doppio gioco, in nome di una classica storia di orfane sfortunate e grandi soprusi. Di The Handmaid's Tale, inevitabile metro di paragone, mancano purtroppo la sorpresa, lo spessore, la doppiezza. E dalla penna della Atwood – per un soffio, mancato premio Nobel – quest'anno ci si aspettava l'impossibile en plein. (6)

Siede nell'angolo più estremo di una tavola calda. L'uomo, un affascinante cinquantenne con la giacca elegante e il taccuino sempre aperto, non abbandona il suo posto fino all'orario di chiusura. In un bar ai confini della realtà,  il protagonista fa accomodare davanti a sé interlocutori innumerevoli. Presta ascolto, prende nota. Ci sono uomini e donne, anziani e perfino qualche bambino. Ognuno brama disperatamente qualcosa. Una famiglia unita, la bellezza, l'eterna giovinezza, il denaro, l'amore, Dio. L'uomo senza nome, che ha le premure di un analista e i poteri del genio della lampada, può esaudire le loro richieste in cambio di un prezzo salatissimo. Ci si vende l'anima con il furto a mano armata, le stragi in piazza, l'infanticidio, la tortura, il concepimento di un figlio indesiderato, la corruzione da cui non sono esenti né gli agenti di polizia né le spose di Cristo. Mi ha dato il suo biglietto da visita Paolo Genovese: forse a corto di buone idee dopo il successo del magnifico Perfetti Sconosciuti, forse sinceramente interessato a farci riscoprire una piccola serie dal grande potenziale. Le due stagioni di The Booth at the End – in totale, dieci episodi di venti minuti ciascuno – spaventano con i loro spunti faustiani, degni delle ispirazioni di Black Mirror, ma si trasformano in qualcosa di impercettibilmente diverso pur non tradendo l'originalità del menù. Restano il leggero umorismo nero e i dilemmi etici. Il meglio e il peggio degli avventori rievocato a voce, se non ci si può allontanare da quello scenario fisso. A cavallo di una stagione e l'altra, invece, le costanti sono questa misteriosa cameriera che sa molto più di quanto crediamo; una ragazza riportata in vita dall'egoismo del padre in lutto; lo straordinario Xander Berkeley, forse un diavolo spregevole o forse la personificazione del nostro angelo custode, che rischia di rimanere a tal punto invischiato nei drammi mortali da non poter più rinunciare alla loro compagnia. E da scoprire bricioli di mortalità, di moralità, perfino in sé stesso. The Booth at the End ha richieste tremende e una delicatezza conciliante. L'uomo spinge i suoi clienti l'uno tra le braccia dell'altro con incastri perfetti, per combattere la solitudine e l'infelicità. A volte si incontrano, trovano il lieto fine. Altre cozzano, collidono, in tragedie agghiaccianti già predette e scritte sul suo fedele quadernino. Qualcuno, in una tavola calda qualsiasi, ha il potere di esaudire i tuoi peggiori desideri. Ti spinge al limite, ti ascolta arrabbiarti per quello che non hai. Nel mentre – proprio quando progetti ordigni esplosivi, rapimenti, cuori spezzati, remake italiani – ti ravvedi, magari, e ti accorgi del bicchiere mezzo pieno; di ciò che hai già. (7,5)

mercoledì 8 novembre 2017

Pillole di recensioni: Il cacciatore di sogni (Sara Rattaro) | Mangiare la paura (Antonio Ferrara)

Titolo: Il cacciatore di sogni
Autrice: Sara Rattaro
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 173
Prezzo: € 15,00
Il mio voto: ★★
A Sara Rattaro, autrice scoperta e apprezzata più di qualche anno fa, ho rimproverato negli ultimi romanzi – storie al femminile, solitamente, con cuori messi a nudo e sentimenti intensi – il troppo indugiare sugli stessi temi, negli stessi dolori. Esisteva una Sara leggera, serena, diversa? Dopo L'amore addosso, piaciuto ma con moderazione, l'autrice torna a distanza di qualche mese con l'inatteso Il cacciatore di sogni. Un romanzo diverso, finalmente, perché pensato per un pubblico di ragazzi. La biologa abile con i casi di coscienza e i drammi, con la complessità della natura umana, racconta partendo da uno spunto semplicissimo il suo primo amore: la scienza. Chi era Albert Bruce Sabin, e quanto gli dobbiamo? Quale sorpresa poteva trovare su un aereo in volo un adolescente dei primi anni Ottanta, se infortunato e con passeggeri interessati unicamente alla presenza del Pibe de oro a bordo? Luca, di ritorno da Barcellona con mamma e dispotico fratello maggiore, ha il sogno del pianoforte, un braccio rotto e un vicino di posto d'eccezione. L'uomo, barbuto come Babbo Natale, racconta e si racconta. Le proprie origini ebraiche, la fuga negli Stati Uniti, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e il desiderio di vincere la morte – nella New York raccontata da Philip Roth in Nemesi, la poliomelite causava infatti più stermini del conflitto a fuoco. Ho saputo di più sul padre del vaccino, mi sono confrontato con la Rattaro inedita in cui confidavo da un po', ma Il cacciatore di sogni – brevissimo, anche se impreziosito qui e lì da belle illustrazioni – è un romanzo che non fa sognare. Divulgativo, sintetico, agiografico. L'effetto Wikipedia: sfiorato, ma vinto dai parallelismi tra le infanzie lontante di Luca e Albert, e da pagine più ispirate, in corsivo, collocate in apertura e in chiusura. Ai tempi del giornalino scolastico avevamo questa rubrica intitolata "Intervista impossibile". Il confronto a quattr'occhi con il medico polacco somiglia troppo a quel timido esperimento di un liceale che ora chiacchierava con Dante, ora con William Shakespeare. Non sa uscire dall'omaggio, per quanto importante e sentito. Non sa allontanarsi dal confine limitante dei banchi di scuola.

Titolo: Mangiare la paura
Autore: Antonio Ferrara
Editore: Il battello a vapore – Vortici
Numero di pagine: 144
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★½
Irfan, tredici anni, viene allevato per diventare un martire della fede. Per lasciarsi morire a comando e distruggere i nemici dell'Islam col fragore di una detonazione. Prega, studia, cucina, guida. Ultimo di tre figli, con una mamma cagionevole e un nonno che ha perso la voglia di raccontare favole, alla scuola coranica sperava di imbrogliare la povertà. Trova invece percosse, violenze fisiche e psicologiche, e un'idea di religione diversa da quella che gli hanno spiegato in famiglia. Dove Allah non voleva il male di nessuno, non di certo l'odio che i suoi maestri gli insegnano quotidianamente a suon di scudisciate: piegando, così, la religione a loro uso e consumo. Ci sono personaggi che scappano da una guerra all'altra, nel romanzo di Antonio Ferrara, e tutto appare loro come un gioco pericoloso. Una routine fatta di versetti e di levatacce faticose, una porta serrata da cinque lucchetti che nessuno dovrebbe aprire. Farsi esplodere procura gloria, centomila rupie e un biglietto di sola andata per il Paradiso. La tragica educazione del protagonista ha lo stile stringato e lapidario di un mantra, di chi tenta disperatamente di autoconvincersi di una cosa sbagliata. Simula la naturalezza del parlato rinunciando al lirismo, o banalizza forse troppo? Ferrara non fa male quanto dovrebbe. In Mangiare la paura c'è il tema, infatti, ma non il resto: una scrittura che sia all'altezza. L'idea perde così la sua importanza, la sua potenza, a causa di un approccio semplicistico e di pagine inconsistenti. Più che il romanzo di un ragazzo kamikaze, sembra il suo compito per casa; un tema. Bastano le buone intenzioni, mi domando, per cambiare il mondo di Irfan? Bastano, soprattutto, per scrivere un buon libro per ragazzi? 

lunedì 6 novembre 2017

Recensione: La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren

| La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren. Fazi, € 18,50, pp. 332 |

Una vita sacrificata per contrastare la propria natura e frenare voci di corridoio che già una volta hanno distrutto una famiglia infelice, una sudata carriera accademica. Harlan, allenatore sportivo sulla soglia dei quaranta, alla Prescott ha finalmente trovato se stesso e quella che somiglia alla normalità. L'università di provincia, baluardo di lungimiranza e impegno sociale negli spietati anni Settanta, accoglie di buon grado quelli come lui: lebbrosi, diseredati, pariah. Omosessuali contro le leggi e Madre Natura. Siamo nell'epoca dello Stonewall, di Harvey Milk, delle marce e della rivoluzione sessuale. L'arrivo di tre nuovi studenti – capaci atleti messi alla porta per presunti comportamenti immorali – infrange corazze ed equilibri di fortuna. Il represso Harlan – con una ex moglie, due figli, bruschi modi da marine e sperimentazioni sessuali clandestine – è chiamato a esporsi, a mettersi in gioco. In ballo: il futuro di quelle giovani promesse che puntano all'oro olimpico e che, tra jeans a zampa d'elefante, tatuaggi e squallidi sfottò, fanno parlare e sparlare. Il pericolo: rischiare che l'attrazione fisica verso il promettente Billy, cresciuto sano e rispettoso da un avvocato liberale e da una mamma drag queen, si trasformi in qualcosa di molto più profondo. Mettere in gioco, così, anche il cuore? Non tutto il mondo è la Prescott, nel romanzo cult di Patricia Nell Warren. Pubblicato in segreto ormai quarant'anni fa, risulta ancora urgente e attualissimo – a questo, leggevo in rete, sono seguiti due capitoli di minor risonanza. Ci sono le domande inopportune della stampa. I pianti e le recriminatorie di partner deluse e madri redivive. L'intollerenza, mascherata oggi da comoda indifferenza, delle istituzioni sportive. Il pensiero delle unioni civili e di lasciare un'eredità, un segno nel mondo, generando un bambino del miracolo. Il timore degli attentati terroristici, i controlli a tappeto negli stadi, dopo il loro Martin Luther King e il nostro allarmismo dilagante.

Per il momento, corro e ti amo, e questo è tutto quello che voglio fare.

La corsa di Billy è una storia sotto il segno dell'Acquario, dell'amore e dell'oro olimpico, dove si disputa la corsa della vita – e dell'amore. Corre veloce, ma la violenza di più. Gli Stati Uniti cercano qualcuno che porti alta la loro bandiera a Montreal. La sessualità di Billy, due occhi intelligenti dietro gli occhiali a fondo di bottiglia e piedi come il fulmine, è un disonore per un Paese bellicoso e conservatore. Il corridore diventa suo malgrado una sfida vivente. Un simbolo inequivocabile, e non quello che l'America sperava. L'autrice, che ha ispirato generazioni di lettori e lettrici, descrive la famelica New York gay di quegli anni, le lotte in tribunale e una struggente storia tra due che si scelgono, nonostante gli sberleffi di un mondo ben lontano dall'accoglierli. La narrazione, scorrevole e mai compassata o pudibonda, conosce paradossalmente più di qualche rallentamento quando lo sparo al cielo annuncia l'inizio delle gare. Il sudore gocciola in rivoli sulle facce, le scarpette scattano furiosamente, i cronometri vengono azionati in perfetta sincronia, ma lo sport raccontato dalla Warren – penso invece al bellissimo Open, letto appena qualche mese fa – e la troppa politica tra le righe coinvolgono meno della relazione tra Harlan (all'inizio il classico americano medio) e Billy (al contrario, in pace con se stesso e seguace convinto della nonviolenza). Con buona pace della critica, però, ricorderò i due con meno intensità degli iconici cowboy di Annie Proulx o dei poetici villeggianti di André Aciman. I protagonisti cedono ai loro bisogni con istinto animale, all'aperto:  quasi a farsi beffe dell'ipocrisia altrui, del terrorismo psicologico che vorebbe renderli sconosciuti. Mettono il piede in fallo e cadono nella voragine dell'amore – in inglese, luogo non meno concreto e sfiancante di una pista agonistica. Vivono, poi, tutti i passaggi cruciali di una candida routine trascorsa insieme: una relazione da legittimare con un semplice e da cui far nascere, magari, il sogno impossibile di altro amore ancora.

Se lui ricorreva allo yoga per prepararsi mentalmente alla gara, io ricorro a lui. Billy corre dentro di me.

Dietro la copertina di una ristampa rosa shocking, resta così una vicenda impastata di rabbia e lacrime, con il passo abbastanza lungo – e i pensieri ancora di più – per bruciare il traguardo nello sprint finale. Su chi cade, tampona sputi e stanchezza con la manica della giacca, e si rialza barcollando un po'. Su chi si vuole bene e lo ostenta, perché incontrarsi e volersi è un'altra vittoria da celebrare sul podio. Sullo spettacolo delle rivincite, e di qualche uomo che si ama.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Hozier – Take Me To Church

venerdì 3 novembre 2017

I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2

Per molti serie senza rivali dello scorso anno – nel mio personale listone, aveva saputo scalzarla all'ultimo momento soltanto l'impenetrabile The OAStranger Things era una magia di cui tutti attendevano il ritorno e le scintille. Avrebbe fatto nuovamente il suo incantesimo, non tradendo grandi amici e piccoli brividi? Avrebbe convinto ancora, così come assicuravano le impressioni della stampa? Sui social mi è scappata in anticipo qualche parola amareggiata di troppo. Perché, diciamolo subito, per me la seconda stagione non ha né mantenuto né raddoppiato l'effetto nostalgia. Finendo per deludere, in una maratona di pochi giorni con i colori di Halloween per le strade del centro e, in poltrona, un'emozione in ritardo imperdonabile. A Hawkins, Indiana, il male è come a Derry: di casa. I campi seccano misteriosamente, i raccolti di zucche muiono. C'è qualcosa di marcio nel sottosuolo: una porta da cui si riversano i mostri e il caos che Eleven ha rallentato, non fermato. Tornata dopo l'uscita di scena dello scorso finale di stagione, la punta di diamante del cast vive isolata in una cascina irraggiungibile nei boschi: si fa crescere i capelli, sperimenta il punk e l'eyeliner e, ora con il pensiero e ora sulle proprie gambe, va in cerca di sé e delle proprie radici familiari. Will è tornato, ma contagiato dal male: ha una nuova sensibilità, un diverso sentire, complici vaneggiamenti inquietanti che forse non sono che finestre sul futuro. Gli sta accanto un Mike incapace di arrendersi alla perdita dell'amica, mentre Lucas e Dustin sono alle prese con un triangolo sentimentale (che guaio, i boccoli rossi di Max, l'ultima arrivata in città) e un animaletto domestico di dubbia provenienza. I bambini, tra sale giochi e feste a tema, si mettono nei pasticci. Gli adolescenti chiedono vendetta per Barb e chiarezza sui loro sentimenti. Gli adulti, impavidi o sprovveduti, scendono nei covi più reconditi a loro rischio e pericolo. Quest'anno Stranger Things non sorprende, neppure in episodi conclusivi in cui sembra ritrovare parte di quello che si è perso. Indecisa tra la tentazione di ricalcare furbamente aspetti della sua istantanea iconicità (una mappa tappezza il soggiorno in sostituzione alle famosissime luci natalizie, Should I Stay or Should I Go è di nuovo in cuffia) e il bisogno di rinnovarsi (citazioni che questa volta spaziano dai più sanguinosi L'esorcista e Evil Dead, la dimensione individualistica sfortunatamente preferita ai pregi della collettività), la serie Netflix porta avanti diverse storyline e dimentica la bellezza dei momenti d'insieme, tanto toccanti anche nell'ultimo It. I protagonisti appaiono riuniti soltanto nel frettoloso e blando scontro finale. Nessuna prova attoriale impressiona, lì dove invece, in passato, ci sono stati premi o menzioni: una Winona Rider sopra le righe trova la compagnia di Sean Astin, ma perde la meraviglia di un ritorno in grande spolvero; Millie Bobby Brown vince il mutismo, si fa più graziosa a vista d'occhio, ma i suoi occhi espressivi suggerivano più di mille strepiti. I Duffer Brothers rinunciano alla realizzazione di qualche episodio; lavorano per accumulo. Aprono porte e parentesi soprannaturali, mettendo tanta carne al fuoco: dimenticata lì, poi, per le stagioni che saranno. La puzza di fumo insospettisce però. Stranger Things è tornato, ma poco coeso. Più solitario, più pasticciato. A malincuore, perché così sottotono questo Sottosopra? (6,5)

mercoledì 1 novembre 2017

Recensione: Stoner, di John Williams

| Stoner, di John Williams. Fazi Editore, € 15, pp. 332 |

Durante lettura di questo romanzo sono stato malissimo. Non so quanto la malinconia di questi giorni dispari sia scaturita dalla storia raccontata da John Williams, quanto da un vaso di Pandora di tristezza scoperchiato inavvertitamente. Scrivo della mia ultima lettura di getto, così, sperando che smetta di bruciare un poco. Non so se ho letto Stoner perché stavo male, o se stavo male perché leggevo Stoner. Nonostante l'amarezza della premessa, giuro che il romanzo – pubblicato con scarsa risonanza cinquant'anni fa e acclamato in tempi recenti come moderno capolavoro della narrativa americana – non è dei più disperati. Solenne e raffinato, con passi di un lirismo commovente, scorre in realtà meglio di quanto avessi immaginato. Tanti dubbi infondati, prima di iniziarlo, pensando di non cogliere la grande bellezza nel logorio di questa vita modesta; di non esserne all'altezza.

Era arrivato a un’età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata.

Cinquanta pagine, invece, ed ero già innamorato della fragile routine di William Stoner. Prima l'infanzia nei campi con una piccola famiglia d'estrazione contadina; poi i poco ispirati studi di Agraria e gli anni da matricola trascorsi in una soffitta in affitto; infine un'epifania, la scoperta inattesa della Letteratura e le timide gioie della carriera accademica, fino a un pensionamento doloroso, da rimandare il più a lungo possibile. Nel mezzo: il matrimonio senza amore con Edith, donna pallida e infelice che passa il tempo chiusa in camera da letto o a rimproverargli ogni singola mancanza; una figlia, Grace, che purtroppo non saprà proteggere dal fallimento; un'amante lasciata andare via, nonostante le vane proteste del cuore; amici fidati sulle dita di una mano e l'aperta ostilità con un collega, incapricciatosi per una nota di demerito al suo pupillo. Stoner racconta, da una nascita senza grandi strepiti a una morte altrettanto silenziosa, l'esistenza a testa bassa (ma con gli occhi pieni di cose) di un professore di provincia votato alla mediocrità. Di quelli naturalmente trattenuti, che si guardano le mani quando parlano e non hanno un'opinione per tutto. Le guerre arrivano e passano, e lui non se ne accorge. Si seppellisce nei test da correggere, nelle ricerche, e riemerge dalle carte soltanto al momento dei pasti e dei funerali. Diplomatico ai limiti dell'indolenza, senza spirito patrio né nobili intenti. «Felice di tanto in tanto», scrive l'autore, soprattutto nella sacralità di uno studio brutalmente invaso dagli ammodernamenti dell'antipatica Edith.

Il passato sorgeva dalle tenebre e i morti tornavano in vita di fronte a lui, e insieme fluivano nel presente, in mezzo ai vivi, tanto che per un istante aveva la percezione di stringersi a loro in un’unica, densa realtà, da cui non poteva e non voleva sottrarsi. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni.

William Stoner sono io. Quando mi sento ospite nella mia stessa casa, perdo il controllo e aspetto che gli eventi capitino. Quando non so cosa fare, o ho semplicemente perso la strada per arrivarci. Quando aspetto che la vita mi cada in testa, come un sasso o un aeroplano. Non mi sta bene questa giovinezza, no, ma ho perso lo scontrino. L'ho ammesso a me stesso di recente. Non mi piace dove sta andando a parare. A volte mi siedo, con lo stomaco vuoto, e scopro di aver dimenticato quale direzione avessi scelto per lei. Mi sono fermato a metà, per un'eterna sosta che è diventata poi casa mia. Muovo un passo dopo l'altro, non sapendo quel che sarà domani. Non quello che vorrei comunque, perché non ho gettato le basi giuste, non l'ho costruito, e l'arrivo dell'inverno mi sorprenderà gelandomi. Ho ventitré anni, e già sono Stoner. Quanto esaltarsi per quella vita senza infamia e senza lode, quanto rimproverare alla mia: che paradosso. Leggendo ho conosciuto lui, ma anche me stesso. Mi sono riconosciuto. Gli ho voluto bene fino all'ultimo, in un romanzo lungo un esame di coscienza, e ho ripreso a volermene. Mi sono perdonato.

«Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. […] Ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev'essere.»

Qualcuno potrebbe dire che siamo pagine vuote, ma guardate che poesia ci scrive sopra John Williams. Più che un autore, uno di quei fotografi che fanno il miracolo di coglierti distratto, al naturale, bello come non ti eri visto mai. E sono io, domandi? Sì, sei tu. 
Senza ritocchi in postproduzione, senza filtri: solo con la luce giusta. Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma, perdonate la scontatezza, questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona cara, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Brunori Sas – La verità 

lunedì 30 ottobre 2017

Recensione: La lotteria, di Shirley Jackson

| La lotteria, di Shirley Jackson. Adelphi, € 10, pp. 82 |

Giugno significa lotteria, e lotteria significa l'intero paese radunato in piazza con il fiato sospeso per l'estrazione finale. I bambini giocano coi sassi, le bambine si stringono pudiche alle sottane delle mamme, gli adulti parlottano scambiandosi ricordi e aneddoti sulle origini di quel rito diventato ormai tradizione irrinunciabile. Cosa si vince, se la (mala) sorte è dalla tua? Soprattutto, cosa si perde?
Una donna si fa bella il giorno delle nozze. Va verso i quaranta e, non più fresca come in gioventù, si preoccupa maniacalmente del trucco e dell'abito giusto. Tutto è pronto, ma manca lo sposo. Gli lascia un biglietto in cucina, semmai non dovesse trovarla a casa rientrando, e si mette in cerca. Un uomo alto e biondo, con un completo blu da scrittore e un mazzolino di crisantemi in mano. Qualcuno l'ha visto? Dov'è, chi è?
Un medico apre il suo studio a una paziente sull'orlo di una crisi di nervi. Agitata, mette in discussione il suo matrimonio, una società bella che votata alla spersonalizzazione e la realtà stessa. Il medico presta ascolto, serio. Chi aveva bisogno di un consulto più urgente: la donna, suo marito, o il dottore stesso?
Due attempate signore vanno a cena da sole, lasciando a casa i consorti. Parlano dei figli all'università e spettegolano degli altri commensali. Si godono le portate principali e l'intrattenimento in sala. Non soltanto orchestra e ballerini, ma anche un sinistro spettacolo di ventriloqui. Perché trattare un fantoccio come fosse vero?

Una volta c'era un detto, "Lotteria di giugno, spighe grosse in pugno".

Quattro racconti brevi o brevissimi per avvicinarsi al mondo misterioso e grottesco di Shirley Jackson: scomparsa presto, con pochi romanzi a carico, eppure considerata maestra di vita e scrittura dal sommo Stephen King. Apprezzarne a primo impatto lo stile inappuntabile, il senso di attesa, il modo graduale – soprattutto nei primi due racconti, i migliori: gli altri, infatti, mi sono parsi esercizi stilistici senza strascichi e bivi – in cui la trama si snoda in vista del finale. Questa conoscenza preliminare intriga, ma non soddisfa un lettore da sempre poco attratto dal formato esiguo del racconto. Non fa eccezione la Jackson, eppure esemplare come dicono i suoi eredi spirituali. I racconti contenuti in La lotteria sono sottilissimi, inspiegabili, strani. Non tornano. L'irritazione è da indirizzare alla sola Adelphi, allora. A un'edizione troppo costosa per il poco che offre, che rifiuta i preamboli e le prefazioni. Sfugge infatti il senso della silloge, che attualmente è la sola della Jackson in commercio – fuori catalogo, pare, una raccolta Mondadori molto più ricca di storie e dettagli. Come sono stati scelti questi racconti, pubblicati in momenti e luoghi diversi? Qual è la cornice pensata dai curatori? Se sgradite e simili domande incalzano per tutto il tempo, finiscono con l'intaccare l'illusione e la suggestione. Togliendo forza, purtroppo, agli interrogativi posti dalle quattro singole trame. A volte destinate a un bagno di violenza, altre un elegantissimo nulla di fatto. In cui, ancora una volta – ed è una volta di troppo, per sole ottanta pagine –, le risposte ci si negano.
Il mio voto: ★★★

venerdì 27 ottobre 2017

Mr. Ciak - Speciale Halloween: 1922, It Comes at Night, Leatherface, Annabelle 2, Berlin Syndrome

Il sommo Stephen King ha potuto soffiare sulle sue settanta candeline con la pace nel cuore. Quest'anno, l'autore horror storicamente maltrattato nel passaggio dalla carta alla pellicola è stato infatti fortunatissimo. Non soltanto un It all'altezza delle aspettative, infatti, a scacciare i prevedibili flop di The Mist e La Torre Nera. Complice Netflix, hanno gridato lunga vita al Re prima Mike Flanagan, poi questo 1922 uscito all'ombra del più pubblicizzato Pennywise. Ispirato a un racconto non di mia conoscenza, il film del promettente Zak Hilditch è la tragedia americana che forse non ci si aspetta. Un irriconoscibile Thomas Jane, uomo avido e tutto d'un pezzo, sgozza Molly Parker con la complicità del figlio adolescente. Se la moglie sognava la di città, i negozi alla moda, i protagonisti – strenuamente legati a una terra che neanche era la loro, a relazioni di buon vicinato che purtroppo non passeranno l'inverno – salvaguardano quella loro esistenza umile, dimessa, a costo della vita altrui. Il cadavere della donna di casa è lì, che si deteriora nel pozzo. Il tarlo dell'ossessione somiglia a un'orda di ratti che si riversano dagli interstizi e dalle tubature. Rosicchiano i nervi, tormentano le anime. Tutto precipita, e la violenza chiama violenza. Non se ne esce: mai. Il bene che fai porta fortuna, si dice. E il male? Dramma della coscienza lugubre e marcescente, che di horror ha soltanto i picchi della colonna sonora e le significative visioni di morte, 1922 è il King rètro che aspettavamo senza ansie. A tratti, eppure, sembra John Steinbeck. Di uomini e topi si parla, letteralmente. E della confessione senza fondo di un uxoricida messo a dura prova dagli agenti atmosferici e dal senso di colpa, in un quattro lunghe stagioni che, mentre sei impegnato a contarle, ti rubano sotto gli occhi i membri della famiglia – uno per uno – e l'illusione fantasma della prosperità. (7)

Un padre, una madre, un figlio. La minaccia del bosco e, quando il sole picchia, passeggiate con i fucili puntati. Contro un misterioso contagio che ha condotto gli Stati Uniti alla rovina, si resiste facendo affidamento alle leggi della famiglia e alle maschere anti-gas. Finché non bussa un estraneo, sano come un pesce, che propone una proficua collaborazione: si trasferisce lì con bambino e consorte. La convivenza mette a confronto due mondi, due coppie unite contro lo stesso pericolo senza nome. Come in un film di Shyamalan, tra gli alberi fruscia un male che non si svela mai. Il cane, intanto, latra. It Comes at Night, realizzato con costi ridotti e un cast esiguo (segnalo la presenza di Joel Edgerton, burbero patriarca, e Riley Keough, ospite così bella da spingere a pensieri maliziosi l'adolescente di casa), è un survival festivaliero girato in gran segreto. La critica americana parlava di Trey Edward Shults con un senso d'attesa parzialmente ingiustificato e paragoni esaltanti ma ingannevoli. Per quanto solido e ben scritto, assolutamente apprezzabile, il suo è un film senza grandi misteri, con la sintassi consueta del cinema indie e le ambientazioni di Into the Forest e Z for Zachariah – prodotti forse meno significativi, ma con gli stessi ritmi lenti, spaccati psicologici di insindacabile accuratezza e un'amarezza diffusa. Cosa succede se, in un cottage con le finestre sbarrate e le assi alla porta, in realtà è notte anche in pieno giorno? Fanno il loro ingresso il disagio, lo stare fissi sul chi va là, e non c'è arma che possa proteggerti dal sospetto dell'altro e dagli equilibri che, inevitabilmente, la novità della convivenza infrange. La paura dell'esterno li confina in un ambiente teso, claustrofobico, in cui il mostro è un loro simile. Riflessioni sparse, non troppo originali ma mirate, di un horror psicologico (o meglio, sociologico) che diventa prima campo di battaglia tra il dentro e il fuori; poi guerra civile che, in pochi metri quadri, logora e divide. (7)

Ricevere una motosega come regalo di compleanno. E, tra gli applausi e le incitazioni dei parenti, metterla in moto e rivolgerla contro il primo malcapitato. Piccoli assassini crescono, nell'ennesimo film ispirato ai mostri del compianto Tobe Hooper. Ci si guadagna, così, una scontata adolescenza in un ospedale psichiatrico, nonostante il gran scalpitare della matriarca Lili Taylor. E da quell'istituto che non disprezza l'elettroshock e le maniere forti, una notte, si scappa in tanti con un piccolo pretesto, trascinandosi dietro un'infermiera costretta suo malgrado a fidarsi del più docile tra loro. La struttura on the road e i personaggi depravati, trucidi, ricordano il primissimo Rob Zombie o Robert Rodriguez. Sulle loro tracce, gli agenti Stephen Dorff e Finn Jones – senza troppe sorprese, più selvaggi e cattivi della gang di psicopatici in libertà. C'è un interessante cambio di rotta nel momento in cui prima si invertono i ruoli di potere, poi cambiano bruscamente le preferenze dello spettatore. Gli inseguitori diventano inseguiti, o viceversa. I cattivi tenenti del profondo Texas degli anni Sessanta ci tentano, quasi, con il crimine preferito alla legge. Leatherface, film a sé sul primo amore e la cruenta adolescenza del membro più famigerato della famiglia Hewitt, è un horror dalla parte dei cattivi. Reboot trascurabile, sì, ma con la mano pesante dei registi del cult francese A l'interieur. Più europeo che americano: sporco, con sangue a fiumi, necrofilia e una trama che abbozza perfino un colpo di scena, nel tirare le conclusioni. C'è del buono, insomma, nel cattivo gusto di Alexandre Baustillo e Julien Maury. Adesso, prego, apritegli porte che non somiglino più a questa qui. (5,5)

Il prequel di uno spin-off: pessime premesse, e invece... Come il dignitosissimo Ouija 2con cui ha in comune, oltre alla cura degli interni e al fascino della ricostruzione storica, anche la presenza della piccola Lulu Wilson –, Annabelle: Creation sceglie atmosfere vintage e gli anni Cinquanta. Ci sono una casa di campagna, una famiglia addolorata per la perdita dell'unica figlia, uno spettro che utilizza il lutto e un'inquietante bambola di porcellana come canale. Ne viene fuori un horror classico, derivativo, certamente perdibile, che ha il pregio di saper cosa fare dei silenzi, dei coni d'ombra, del suo assurdo senso di attesa. Cosa si muove negli angoli bui? Perché i bambini, candidi e vulnerabili, sanno risultare eppure tanto inquietanti? Fedele alla mitologia a cui ha dato il via James Wan che qui si limita a produrre, ma presta il suo sguardo al Sandberg dell'orribile Lights Out –, il prequel gioca con lo spazio filmico e tutti i cliché del caso. Ecco le luci ballerine, i montacarichi tremolanti, le storie di fantasmi sotto le coperte, un pozzo nero in cui si rischia di essere tirati giù; le rarissime concessioni allo splatter e, nonostante la pochezza della trama, una cura che ipnotizza lo spettatore più attento alla forma che alla sostanza. Creation si prende il suo tempo. Troppo, forse, per approfondire le storie – melense, a tratti – di un gruppo di sfortunate orfane dickensiane. Troppo poco per chiudere il cerchio o colmare le falle. Fa sobbalzare, ma non spaventa. Convince ugualmente, se la paura è sopravvalutata e ci si accontenta di altro. Qualcuno, infatti, ha confezionato per Annabelle – vedasi la cura del comporto tecnico, l'eleganza degli interni, la studiata suggestione che si annida nei segreti dei campi lunghi – un gran bel pacco regalo. Scartatelo in fretta. Prima che Halloween e la voglia di accontentarsi passi in fretta. Prima che l'orrida bambola, impaziente, trovi da sé uno strappo attraverso cui tormentarvi. (6,5)

Una turista australiana con lo Reflex al collo incontra un ragazzo di quelle parti, rispettabile professore di inglese. Siamo nella stessa Germania affascinante e sgranata di quel Victoria girato d'un fiato. Berlin Syndrome, presentato in anteprima al Sundance e immancabilmente al Festival di Berlino, sembrerebbe un boy meets girl di quelli che tanto mi piacciono. Si passeggia chiacchierando, ci si conosce ingannano il poco tempo a disposizione. Teresa Palmer e Max Riemelt (sì, proprio il biondo del compianto Sense8) sono belli, bravissimi, presi. Lei sta per tornare a casa e lui, innamorato già al primo sguardo, vorrebbe che restasse. Nessuno ti potrà sentire, le sussurra al culmine della passione. Un invito ad abbandonarsi al piacere, o una minaccia? Berlin Syndrome sembrerebbe una rilettura europea, indipendente, di un'Attrazione fatale a rovescio. Riemelt la chiude in casa, la lega alla testiera del letto e, dopo un tentativo di fuga, le spappola le dita. Sembrerebbe, ancora, un rape and revange: ci sono le violenze fisiche e psicologiche, infatti, e il desiderio costante di insorgere. Il thriller di Cate Shortland è niente di tutto ciò, ma anche tutte e tre le cose insieme. Ha un occhio interessante, due ottime performance, un sociopatico dal profilo insolito – rispettato dai suoi studenti, popolare tra i colleghi, premuroso con il padre morente. Fa sì che lei abbia bisogno di lui, che diventi il suo mondo: usando ora la carota e ora il bastone, ammaestrandola. Il sesso non sembra più stupro. La cattività appare una scelta di vita. Accurato e sottile, Berlin Syndrome è però di una lentezza e una ripetitività snervanti. Una prigionia resa nel dettaglio, troppo? Difetti grandi e piccoli di una regia a lungo indecisa tra il dramma e la vendetta? (6)