mercoledì 17 gennaio 2018

I ♥ Telefilm: Black Mirror - Stagione IV | The End of the F***ing World

Specchio, specchio delle mie brame, qual era la serie più attesa del reame? L'ho trovata per fortuna già lì, senza aspettarla quasi. Sei episodi – geniali al solito, si sperava – caricati a cavallo fra l'anno vecchio e il nuovo. Tempismo sbagliato per pensare ai listoni, già chiusi e fissati su carta, ma non per darsi all'abbuffata – saltando le feste e i loro banchetti da mille portate, scarsi sensi di colpa da parte mia. Qualche boccone, qualche episodio, mi è andato però di traverso. Ma andiamo con ordine, partendo da una stagione fa: la terza – la prima che ho visto in realtà – magistrale sì ma, con il senno di poi, già in procinto di allontanarsi dall'umorismo british, dalla satira rivoluzionaria delle prime due. Preferendogli qualche volto noto, mano fermissime alla regia e gli amori dell'indimenticato San Junipero. L'impressione va accentuandosi nel corso della quarta. Riflesso confuso di una serie antologica che questa volta ha troppe eroine e pochi spunti vincenti. Di quelle puntate divorate per foga, per curiosità, poche non lasciano l'amaro in bocca. Si apprezzano l'aria vintage e il cast della prima – regata virtuale in stile Star Trek, capitanata da un frustrato e onnipotente Jesse Plemons – ma la fantascienza anni Settanta, forse limite mio, annoia un po' (6,5). La seconda, diretta da una Jodie Foster assolutamente fuori forma, racconta le ansie di mamma Rosemarie DeWitt, diventate ossessione nell'attimo in cui le nuove tecnologie le permettono di spiare costantemente l'unica figlia: una protagonista insopportabile e il taglio da giallo di Rai Due non aiutano (5). La terza, un Fargo al femminile, è la mattanza a opera di un'ottima Andrea Riseborough per proteggere interessi personali, segreti e lacrime di coccodrillo (6,5). La quarta, splendido fiore all'occhiello a metà tra 500 giorni insieme e Equals, ha finalmente del capolavoro: lui incontra lei, si piacciono, ma una società che monitora i cittadini, gli amanti, ha piani imperscrutabili per la loro relazione (8,5). Della quinta, survival horror in un rigoroso bianco e nero, si salva la regia di David Slade: la storia della donna braccata da un cane robot, in un anonimo deserto, non volevamo sentirla, almeno non qui (5,5). Per fortuna, qualche lampo di brillantezza nella chiusa metatelevisiva, in cui però l'ennesima femminista, l'ennesima vendetta, giustificano la grande stranezza, e la riducono ai minimi termini (7). Charlie Brooker è stanco. Lo Specchio Nero, nella stagione che ha meno colpi di scena, meno cose su cui spingerci a riflettere, è appannato. Se contro l'opacità non basta il Vetril, qualcosa possono la straordinaria delicatezza dell'inconsueto invito a cena di Hang the DJ; un museo degli orrori, in memoria dei Black Mirror presenti e passati, in cui non vorremmo che i cimeli esposti fossero vestigia di un futuro che già non c'è più. (6,5)

Dopo tanto, iniziare come preferisco io. Il ragazzo incontra la ragazza. James, seduto da solo al tavolo della mensa, conosce la scostante Alyssa, ultima arrivata. Lei, annoiata da tutto e tutti, da una famiglia allargata di cui non può sentirsi più parte, vorrebbe fuggire via – e nel silenzioso coetaneo dalla macchina perfettamente funzionante ha individuato un ideale compagno di viaggio. Lui, psicopatico senza se e senza ma, dopo un'infanzia passata a seviziare animali randagi, ha deciso di passare agli esseri umani: perché non partire proprio da quella ragazza che, dal nulla, gli si è gettata fra le braccia? Succede che partono, sulle tracce del papà truffatore di lei. Succede che il male, prima in teoria e poi in pratica, lo sperimentano davvero strada facendo. Assieme a quella tenerezza, a quella specie d'amore che amore non è, che né l'uno né l'altra – troppo anaffettivi, troppo fuori – contemplavano in partenza. Alyssa, alla cieca, si affida a un aspirante serial killer. James, somigliante al protagonista di Atypical ma con in aggiunta la vena di sadismo di Bates Motel, sente presto di non poter fare a meno della compagnia di un'attaccabrighe per natura. Acuto, violento, dolcissimo, The End of the F***ing World è la commedia adolescenziale che si veste di nero. Una scoperta su ruote divorata in tempi record, con i personaggi assurdi a cui mi affeziono per principio, le tavole calde dei boy meets girl di cui non avrò mai abbastanza, una sognante colonna sonora sottratta per rapina a mano armata alla grazia degli anni Cinquanta. Bonnie e Clyde, al giorno d'oggi, hanno grosse questioni irrisolte con mamma e papà. Sfoggiano camicie hawaiane super kitsch e tinte biondo platino. Hanno i volti freschi degli ottimi Jessica Barden e Alex Lawther, il pulp del fumetto d'origine, il mondo intero contro. Se si innamorano, complici d'omicidio e braccati, chi lo sa. Ma di loro, strambi e adorabili, mi sono innamorato un po' io. Perché fanno ridere, fan preoccupare, dall'inizio alla fine: la stessa che purtroppo cala presto dall'alto, sorprendendoli come a metà della corsa. In patria, hanno fatto poco rumore per disseminare veleni, cadaveri e cuori infranti. Le cose, da questo mese, potrebbero andare diversamente su un Netflix non sempre all'altezza delle proprie produzioni originali, vero, ma generoso Mecenate. Sperando vivamente che la fine del titolo sia soltanto l'inizio della loro avventura. E, sì, di una c***o di fantastica storia d'amore. (7,5)

lunedì 15 gennaio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Tre manifesti a Ebbing, Missouri | Coco

Alle porte di Ebbing, Missouri, non esiste giustizia. Non cresce l'erba, su una strada di campagna percorsa o dagli idioti, o da quelli che si son persi. Dove il terreno è più scuro, cicatrice di un crimine già vecchio di un anno, qualcuno ha arso il cadavere di una diciassettenne. Questa, però, non è la sua storia. In città i più hanno finto di dimenticarla: abili a distogliere lo sguardo, meno a porgere l'altra guancia. Alle porte di Ebbing, Missouri, così sorgono dal nulla tre manifesti rossi come il peccato, sui cui campeggiano domande senza risposta. Le accuse pesantissime di una mamma coraggio che, a colpi di intraprendenza, disturba il sonno di forze dell'ordine che non prendono né pesci né assassini impuniti. Questa è la sua storia, e parte dai sentieri sterrati, dalle voci di corridoio, dalla fine. Quando purtroppo non esiste altro scopo nella vita e la furia prende di mira l'immobilismo – alla cieca però. Una granitica McDormand, a cui è impossibile strappare gentilezze o sorrisi, gioca a fare la vandala in una gara già persa contro il dolore più devastante: le restano i dubbi del figlio Lucas Hedges, gli approcci galanti dell'insolito Dinklage, gli sfottò verso un ex traditore e tante di quelle parolacce, tanti di quei debiti, da costringere magari la verità a palesarsi. Lo sceriffo in fin di vita di Harrelson, insospettabilmente dolce e abile con le parole, cerca di non prenderla troppo sul personale. Ma al suo vice, un Rockwell smidollato, razzista, strepitoso, piace essere il braccio violento della legge: nella stessa casa, ha una mamma insopportabile che lo rimbecca di continuo. Se autore e regista è Martin McDonagh, mente folle dei per me poco memorabili In Bruges e 7 Psicopatici, le conseguenze saranno disastrose e tragicomiche. Ci faranno un po' ridere e un po' piangere del destino di queste tre anime derilitte in cerca di moventi, seconde chance e premi Oscar. Three Billboards, commedia di un nero senza fondo con dialoghi da manuale e interpreti al meglio, è un bagno di male da cui si esce annaspanti, grati, toccati – colpiti in pieno petto. Difetto isolato, tocca riconoscerlo: ci si rischia di trascinare in un epilogo dilungato, ripetitivo, che tuttavia fa stringere i denti e le dita. Si perdona, ci si vendica. Si piantano i fiori, e una donna in tuta da meccanico se ne prende cura, perché ha un cuore nero ma il pollice verde. Si aspetta che un cerbiatto – un segno, diremmo, se solo si credesse ancora nei miracoli – torni a brucare. Alle porte di Ebbing, Missouri, finché c'è rabbia c'è speranza. (8)

Ammetto subito la mia colpevolezza. State leggendo, infatti, l'unico parere così così su quel Coco apprezzato in lungo e in largo. La sola persona al mondo, forse, ad essere rimasta impassibile davanti alle emozioni annunciate di un capolavoro Pixar che tale, purtroppo, non mi è parso. Ma sì, resto uno che crescendo si è scoperto inspiegabilmente scettico davanti alle prodezze della favola: le eccezioni esistono, vedasi le lacrime copiose versate per la bellezza del sottovalutato Il piccolo principe. Gli spettatori, lo so, per Coco si struggevano. I critici, anche loro in preda al pianto, si davano a lodi sperticate. Un po' come accaduto con Inside Out di cui almeno riconoscevo l'originalità dello spunto – la visione dell'ultima fatica di Lee Unkrich mi ha lasciato amareggiato e con gli occhi asciutti. Come se, in difetto io, non avessi saputo apprezzarlo. A metà fra La musica nel cuore e La sposa cadavere, ma con le insolite ambientazioni del Libro della vita, il film racconta l'avventura del piccolo Miguel – aspirante chitarrista in una famiglia di calzolai che la musica l'ha messa al bando – e il suo viaggio ultramondano, durante il Giorno dei morti, alla ricerca del beneplacito di un trisavolo celebrità. Lo accompagnano un amico a quattro zampe, che non a caso si chiama Dante, e un musicista senza arte né parte che ha paura di scomparire se dimenticato. Intuibilissimo dall'inizio alla fine per via delle incertezze della sceneggiatura, Coco trova nelle indiscrete gioie del comparto tecnico e nella tenerezza verso una vecchina che somiglia tanto alla nonna che non ho più (lei, la donna di cui il titolo parla) motivi per perdonare la banalità del villain, il ruolo lampante di alcuni comprimari e perfino quella chiusa già scritta in partenza, che eppure ha toccato le anime sensibili. Coi suoi colori accattivanti e una colonna sonora in forse, perché maltrattata impunemente dalla solita edizione italiana, parlando di morte e memoria, la Pixar convince senza rischiare. Ponte che non si è mai aperto, almeno non del tutto, fra una dimensione e l'altra; fra me e un'animazione che ogni anno sembra passare a timbrare il cartellino, sotto le feste, consegnando il compitino corretto e convenzionale che non conquista. (6,5)

venerdì 12 gennaio 2018

Recensione in anteprima: Il sole è anche una stella, di Nicola Yoon

|Il sole è anche una stella, di Nicola Yoon. Sperling & Kupfer, € 18,90, pp. 348 |

Non aspettavo di ricevere bozza del Sole è anche una stella, o comunque non tanto in anticipo (uscirà, infatti, il prossimo 16 gennaio). Meno ancora il ritorno di Nicola Yoon, dopo le belle idee di quel Noi siamo tutto di cui non aveva saputo purtroppo mostrarsi all'altezza. Su carta, questa volta, la storia interraziale dell'autrice Young Adult non chiamava. Quante probabilità c'erano di cambiare idea? Se i toni sono di quelli che facilmente incantano, se lui incontra lei come in una commedia di Richard Linklater, tutto è possibile. Ne sanno qualcosa i protagonisti, di risvolti inattesi e magia – ma tu chiamala, se vuoi, serendipità. Le strade di Manhattan, due adolescenti con in ballo interessi opposti, un giorno per sfidare il conto alla rovescia che li vorrebbe sconosciuti. Natasha e Daniel corrono in una marasma di newyorkesi indifferenti, con appuntamenti di vitale importanza fissati per il primo pomeriggio. Lei, pragmatica e disincantata, le cuffie rosa shocking e un cespuglio di capelli indomabili, è un'immigrata clandestina: cresciuta in America, a fine giornata dev'essere rimpatriata in Giamaica per l'ennesimo errore del padre – attore senza speranze che ha alzato il gomito una volta di troppo. Cerca una scusa buona, un avvocato agguerrito, per fermarsi un altro po'. Lui, poetico e sognatore, il completo elegante e una vistosa cravatta rossa, è diretto dal barbiere e dall'uomo da cui dipende il suo destino di studente: di famiglia coreana, con un fratello espulso da Harvard, ha sul collo la spada di Damocle delle esagerate speranze di mamma e papà.

Forse innamorarsi di qualcuno significa anche innamorarsi di se stessi.

Vanno di fretta, ma inciampano l'uno nell'altra. Con i loro vestiti grandi, da adulti. Con la pelle di colore diverso, un diverso sguardo sul mondo, e un destino apparentemente contro. Non si scambiano il numero di cellulare. Non conoscono i loro reciproci cognomi. Non sputano una parola: si sfidano. Tutt'altro che agli antipodi, danno semplicemente nomi diversi alle stesse cose: lo suggerisce il titolo, che spiega che il sole in cui crede lei altro non è che una delle tante stelle vagheggiate nei versi di lui.

Dati Osservabili: non credo nella magia.
Dati Osservabili: noi siamo pura magia.

A sorpresa, succede l'esatto contrario che in Noi siamo tutto. U'idea impercettibile e una storia che avrebbe forse meno da raccontare vengono valorizzate da protagonisti facili da voler bene, riflessioni attuali su un'America trumpiana che erige barriere fra gli uomini, un'intelaiatura insolitamente raffinata – punti di vista a capitoli alterni, e qui e lì digressioni di una narratrice onnisciente che spiega concetti inconsueti, la versione dei fatti dei personaggi secondari (raccontare i dolori del padre di Natasha, ad esempio, con le battute di una pièce teatrale), l'agire provvidenziale di comprimari invisibili (una malinconica addetta alla sicurezza che scopre Cobain e l'attaccamento alla vita, le lacrime di una segretaria cotta del capo sposato). Tra ristoranti etnici e karaoke, la ritrovata Yoon parla con i suoi protagonisti del futuro e degli sgambetti che a volta ci mette questa stessa vita, di un sogno americano che prende e dà, di generazioni lontane come certi astri nel cielo. Al dramma di non sentirsi appartenenti a nessun luogo – prendete Daniel, troppo poco coreano e troppo poco americano insieme – si affiancano attimi fortuiti, questioni di tempismo sbagliato, la magia dell'inatteso e di una mattina a passeggio fra i grattacieli del centro.

Secondo me è proprio il buono che c'è in noi che in qualche modo ci unisce gli uni agli altri. Quella parte di noi che condivide l'ultimo biscotto con le gocce di cioccolato o fa beneficenza, regala un dollaro a una musicista di strada, lavora come volontaria in ospedale, piange guardando la pubblicità della Apple e ti dice ti voglio bene o ti perdono. Secondo me Dio è questo. Dio è il legame tra tutte le parti migliori di noi.

Ci si può innamorare con metodo scientifico, se il formarsi di un sentimento non è poi così diverso dal Big Bang? Fare ciò che si desidera o ciò che è meglio? Per un giorno, soprattutto, o per sempre? Si fanno scelte, e le scelte ci fanno, in uno Sliding Doors multietnico, intergenerazionale, in cui – banalmente ma non troppo, fidatevi di me – è la porta scorrevole del cuore quella giusta. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – All of the Stars

mercoledì 10 gennaio 2018

Recensione a basso costo: Il postino suona sempre due volte, di James M. Cain

| Il postino suona sempre due volte, di James M. Cain. Adelphi, € 9, pp. 122 |

Ha suonato due volte, al cinema. La prima con John Garfield e Lana Turner, l'altra con Jack Nicholson e Jessica Lange. Il postino – anche se il titolo, da prendere non alla lettera, pare si riferisca alla puntualità del destino secondo un proverbio – portava i grandi divi, l'erotismo, il mistero. Ho aperto loro la porta anni dopo. Facciamo quasi novanta, considerando che questi amanti diabolici – con i loro misfatti, con la loro passionalità feroce – scandalizzarono in principio l'America dei tardi anni Trenta: galeotta la scoperta di James M. Cain che, lo scorso novembre appena, mi aveva incantato con un ritratto femminile umano e spregiudicato, a cavallo fra i generi e le generazioni. Il postino suona sempre due volte, senz'altro più noto di Mildred Pierce, sembra portare i suoi anni peggio della bellissima signora che seppe reinventarsi all'indomani della Grande Depressione – scoprendosi ora imprenditrice di successo, ora pessima madre. La trama la conoscete a grandi linee. Frank, autostoppista con la strada come casa, fa tappa presso una taverna di provincia: vigoroso e amichevole, scafato, trova presto lavoro come factotum. Ad allettarlo, non tanto le offerte del proprietario – un generoso e sfortunato immigrato greco – quanto le grazie della giovane moglie di lui, Cora. Reginetta di bellezza che ha abbandonato l'Iowa inseguendo la gloria, cacciandosi però nel vicolo cieco di un matrimonio infelice. Nel nuovo arrivato, l'irrequieta casalinga trova l'amore. Soprattutto, un complice. Per la perfetta relazione clandestina, e per il delitto perfetto.

Ma che cosa ci resta? Eravamo in cima ad una montagna. Eravamo così in alto, Frank, quella notte! Non avrei mai creduto di poter sentire nulla di così meraviglioso. Ci siamo baciati; e quel bacio aveva saldato un patto, tra noi, che sarebbe dovuto durare eterno, qualunque cosa accadesse. Nessun’altra coppia di amanti al mondo poteva dire d’aver avuto altrettanto dalla sorte. E invece siamo caduti. Tu per primo; poi io. Sì, siamo pari. Tutti e due quaggiù, insieme. Non siamo più lassù, in alto. E la nostra bella montagna è sparita.

Uccidere un marito senza il senso degli affari, intascare i soldi della solita assicurazione sulla vita, farla franca. Se la gatta ci lascia lo zampino, però, non tutto va come da piano. Colpa di un uomo che non vuole farsi ammazzare al primo tentativo, di una giustizia che non ci crede, di un rapporto troppo morboso per rimanere in piedi. Il crimine logora tutto, e Frank e Cora perdono di vista il punto. Si sporcano, si pentono, si perdono, e se ne rendono conto soltanto dopo. Legati a doppio nodo dalla stessa cosa che potrebbe dividerli. Lui vorrebbe fuggire dai fantasmi di una notte di sangue, lei vorrebbe restare per diventare finalmente qualcuno. Lacrime di coccodrillo, allora, su un bene che vive di sesso riparatore e sbornie, del male fatto agli altri. Sull'illusione di ammansirsi a vicenda. Duro e laconico, senza fronzoli, Il postino suona sempre due volte ha la dimensione del racconto e, per forza di cose, personaggi più stilizzati – lui semplice faccendiere, lei femme fatale con qualche guizzo di umanità. I moventi nudi e crudi del noir in bianco e nero, i risvolti stucchevoli del mèlo.

L’amore, quand’è mescolato alla paura, non è più amore. È odio.

Colpa di una parentesi giudiziaria cavillosissima, finita troppo tarallucci e vino; dei troppi finali, e di quell'epilogo da tragedia greca che gioca con le spirali di ricatti e false redenzioni, con il karma, esagerando spesso. Può forse nascere un sogno d'amore da un incubo? 
Per rispondermi, al citofono ha suonato per la seconda volta James M. Cain. Senza purtroppo cogliere di soprassalto come in passato, senza rinnovare una sorpresa che mi figuravo senza tempo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: No Doubt – It's My Life 

lunedì 8 gennaio 2018

Blogversary | Sei anni

Sei anni. (Ieri.)
Quando un bambino comincia le elementari.
Quando ho imparato a leggere e scrivere.
Quando il liceo finisce, e il primo anno senza – la sveglia alle sette, i sorrisi della compagna di banco, i trucioli sulla fòrmica azzurrina – ci si sente soli e sperduti.
Quando un blogger – dipendente sì, ma troppo dagli altri, troppo da queste vacanze che lasciano in giro ghirlande e tristezza, tappi di vecchio spumante – sente di non sapersi godere niente, nemmeno la sua festa.
Sarà l'amarezza che non mi scollo di dosso, gli strascichi di due anni fa.
Sarà che, questa volta, mi è difficile raccontarmi in una lista di cose belle per dire che tutto passa, che poi sto meglio anch'io – una c'è stata, c'è, così bella da credere di meritarla a giorni alterni. 
Sarà che ho questa cosa, dentro, in ballo, che mi rende stanco e irrequieto. Sempre in dubbio. Neanche con un libro in mano, davanti a un film, pare di trovare più pace. Che quest'anno – non in un post di compleanno, ma in un augurio per me e per voi – ce ne porti almeno un po'.
Di persone, di libri, di film che restano.
Scusate.
Grazie, perché scegliete me.
Anche quando a dormire, a fantasticare, non restano che Ryan Gosling e Emma Stone lassù, in un header fuori stagione. Diamo la colpa all'influenza, al raffreddore, per questa pagina di caro diario che in fondo suona un po' brutta. Non badate a una voce roca che avrebbe voluto dirvi di meglio. Domani, magari, mi ritorna in gola. E potremo cantare i folli e i sognatori, e tanti auguri a me.
Sei anni. (Ieri.)

sabato 6 gennaio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Blade Runner 2049 | Dunkirk

La curiosità mancava. Questa fantascienza ad alto budget non mi piace, e i seguiti fuori tempo massimo meno ancora. Del primo capitolo, noir sui generis visto per dovere di cronaca anni fa, ricordo la straordinaria colonna sonora e il celebre monologo sotto la pioggia che, da profano, mi ero figurato più lungo. Per fortuna, alla regia, quel Villeneuve che non sbaglia. Per fortuna, in rete, amici blogger pronti a parlarne indistintamente bene – mezzo flop al botteghino, forse perché troppo lungo, forse perché troppo serio, conquistava a sorpresa anche gli scettici, gli spettatori più annoiabili e la maggioranza dei nostalgici, fanatici per partito preso di un Ridley Scott invecchiato ben peggio delle sue fantastiche creature. Ho fatto di Blade Runner 2049 la mia ultima visione dell'anno per scongiurare il rimpianto di essermi perso qualcosa di importante; per un posto vacante a metà del listone, accanto all'Arrival di un Villeneuve per questo doppiamente vincente. Pensavo di seguirlo in comode rate; pensavo di non stare al passo con un universo – cinematografico, letterario – che mi risulta ostico. Gosling, replicante di ultima generazione con il distintivo appuntato al bavero della giacca a vento, ha il compito di mettersi sulle tracce dei suoi vecchi simili, di disattivarli ammazzandoli – così comanda almeno Robin Wright, suo superiore; così pretende, per interessi economici, l'inventore cieco di un Jared Leto che gioca a fingersi Dio. La scoperta di un cadavere, di un segreto sepolto: una replicante morta di parto, per dire che le eccezioni esistono; per dire che quella creatura venuta al mondo, braccata per diventare cavia, potrebbe essere più di un robot, più di un uomo. Cos'è di quel bambino trent'anni dopo? E di una coppia che si è sciolta tragicamente, con lui – proprio Harrison Ford, richiamato all'appello tutto grigio e spiegazzato – che ora vive nascosto in una Las Vegas deserta, splendida e radioattiva? Gli uomini d'azione, anche se in definitiva all'azione si preferisce l'accomodante lentezza di certi polizieschi, si inseguono in lungo e in largo; indagano rischiando di prendere troppo a cuore i loro casi (di coscienza). Ma sono le donne, semisconosciute, a conquistare – l'implacabile Sylvia Hoeks, la prostituta dalla chioma rosa di Mackenzie Davis e l'incantevole ologramma di Ana de Armas, protagonista di un poetico ménage à trois contro cui quasi nulla possono la spettacolarità delle dighe straripanti, dei voli a mezz'aria, delle scenografie ipnotiche. A caccia di replicanti e della loro progenie segreta – un po' frutto dell'amore, un po' dei calcoli della scienza – ci si scopre così incantati, emozionati. A caccia di sequel felici e di film da guardare con occhi grandì così – che non siano poi miracolosi come gli eredi di Deckard e Rachael, troppo perfetti per scoprirsi anche densi, poco importa se al cospetto di un simile capolavoro visivo – viene da dirlo ancora, sì. Ho visto cose che. (7,5)

Christopher Nolan non è mai entrato nelle mie grazie. Questione di generi distanti che me lo lasciavano godere a metà. Di durate sostenute che, nonostante i buoni propositi, mi hanno puntualmente impedito revisioni con occhi più svegli. Non amo, si sa, un cinema grande che non per forza è grande cinema; rifuggo dal gregge, dai commenti mossi a priori. Di Christopher Nolan, purtroppo, non mi piacciono i fan – quelli che parlano della persona in sé, delle mancate vittorie agli Oscar come di un DiCaprio, lasciando da parte l'essenziale. Loro – anche se di lampante c'è al solito la tecnica sopraffina, l'impiego dell'angosciante colonna sonora del solito Zimmer – probabilmente avrebbero acclamato questo Dunkirk, già presentissimo all'alba della stagione dei premi, a prescindere. Sempre in tempo di bilanci, di listoni, l'ho recuperato in ritardo – mai sentito il bisogno di correre in sala, infatti – ma molto fiducioso. Questa volta durava un'ora e quaranta appena. Questa volta meno garbugli, meno manierismi, se si parlava di storie e di morti veri; di guerra. Cercavo uno dei film più belli dello scorso 2017. Ho trovato, con sommo disappunto, il più sopravvalutato. Cosa sto guardando io e cosa hanno visto tutti gli altri?, mi domandavo nel mezzo di una visione che non appassionava né interessava. Si combatte il nemico tedesco – mai nominato e mai mostrato, per un'imperscrutabile scelta stilistica – in terra, in mare, in cielo. Confinati sulla spiaggia, sullo sfondo del piano sequenza più struggente di Espiazione, un manipolo di giovani tenta invano di cercare una via di fuga – il protagonista dovrebbe essere Fionn Whitehead, ma alla curiosità piace soffermarsi sull'esordiente Harry Styler, da cantante ad attore senza difficoltà. Con una barca da poco, invece, il patriottico Mark Rylance e suo figlio superano la Manica per rendersi utili sotto il fuoco nemico. Vola alto Tom Hardy, nascosto da una maschera, e fa fuoco. C'è chi va, c'è chi viene, c'è chi spara. Storie che non si incrociano come potrebbero, no, e che troppo concitate, troppo motorie, fanno fatica a lasciarti affezionare ai protagonisti sotto assedio. Dunkirk non è un dramma corale, perché i personaggi non hanno un'identità o una voce propria – quando e se parlano, in una pellicola che forse avremmo preferito muta, l'ipocrisia e la retorica sono in agguato. E' un film storico, ma che alle storie rinuncia – sequenze spettacolari ma giustapposte, fredde, che potrei paragonare a quelle di una ricostruzione, di un documentario, se non fosse che Dunkirk e il suo rumore non fanno gran chiarezza nemmeno sui fatti, sulle dinamiche del conflitto. L'ho trovato anonimo, disumano e impeccabile. Un film, e una guerra, di nessuno. (5,5)

mercoledì 3 gennaio 2018

I ♥ Telefilm: The Marvelous Mrs. Maisel | Big Mouth

Miriam, detta Midge, è bella, spiritosa e, nonostante la rigida educazione ebraica, ancora capace di sorprendere il marito Joel a letto. Madre di due bambini, ossessionata dalla perfezione degli arredamenti e della messa in piega come ogni angelo del focolare dei tardi anni Cinquanta, si alza ogni mattina dal letto per truccarsi e profumarsi prima che il marito si svegli, e per gli amici e i capi di lui – che fa un lavoro d'ufficio noioso ma remunerativo e che, un paio di sere a settimana, si esibisce come comico nei cabaret – sforna a comando leccornie dagli ingredienti super segreti. Midge lo supporta. Annotata battute, applausi e fischi sul suo prezioso taccuino rosso. Ancora: si fa bella con l'aerobica e i trucchi, cucina, si presta e si prostra. Midge viene lasciata così, su due piedi – da cliché, per la segretaria oca di turno. Tornare a vivere dai genitori con la coda tra le gambe, trovarsi un impiego come commessa ai grandi magazzini, dividersi fra l'orgoglio ferito e la vergogna dei pettegolezzi alltrui. Midge alza il gomito, con indosso l'equivalente chic del pigiama felpato di Bridget Jones, e nello stesso cabaret in cui il marito miete tiepidi consensi dà spettacolo di sé: letteralmente. Le confessioni della casalinga disperata, e i suoi naturali tempi comici, le procurano consensi, l'irresistibile Alex Borstein per manager e qualche innocuo arresto per oltraggio al pudore. All'improvviso la vita in solitaria e la scoperta di un talento, di una vena creativa, sempre stata lì. Sotto i vestiti impeccabili, pastello. Sotto i modi leziosi, che però fan tanta simpatia. Lei è la vera anima di una coppia che, forse, tale non è più. Lei è la voce squillante che dell'Upper West Side racconta le ipocrisie a cena, i segreti, le donne – il tradimento di quel Michael Zegen che già sotto sotto si è pentito, le famiglie uscite dal miglior Woody Allen con il Detective Monk, un bravissimo Tony Shalhoub, per patriarca. Mildred Pierce trovava sé stessa accanto alla vetrina di un ristorante. La a me sconosciuta Rachel Brosnaham, rivelazione dello scorso anno al pari dell'intensa Elisabeth Moss, ha bisogno di un'asta e un riflettore fisso. Per farci ridere e riflettere, con una parlatina travolgete che non si insegna né si imita. Per renderci ancora più sfavillanti, ancora più memorabili, quegli anni di abiti eleganti, disparità affrontate con il sorriso, femministe che non si fanno sentire solo marciando. Come fosse un musical, ci si rifà gli occhi con la bellezza di costumi e scenografie. Come in un period drama, la storia e la politica ci mettono lo zampino. Mai quanto i coniugi Palladino – la rima è presto servita –, che non sono soltanto Rory e Lorelai, pomeriggi in replica su Italia Uno, ma anche questi sorprendenti dialoghi fiume e una protagonista, sì, meravigliosa proprio come da titolo. (7,5)

Non sono tipo da cartoni. Semplice compagnia per pranzi in solitaria, dicevamo, con la TV accesa in sottofondo fra i silenzi della casa e l'acqua che gorgoglia sul fondo della pentola. A farmi cambiare idea, prima l'esistenzialismo secondo il nichilista BoJack Horseman; infine, in cerca di titoli degni di nota con l'anno bello che agli sgoccioli, il sesso spiegato a (da) un gruppo di tredicenni allo sbaraglio nello sfrontato Big Mouth. A lezione di educazione sessuale sul solito Netflix perciò, puntata dopo puntata. Come compagni di banco, Nick (ancora in attesa della pubertà), Andrew (già uomo su carta, ma dubbioso verso tutti quei peli, le basse prurigini, chi gli piaccia o non gli piaccia), Jessie (il primo ciclo mestruale in gita, all'ombra della Statua della Libertà, con quei pantaloncini bianchi che in definitiva sono stati una pessima idea). Sviluppo ormonale, masturbazione, omosessualità. Quanto ne sapete di. Sono bene accette domande di ogni sorta. Eccole, le mani che si alzano. Anche le ragazze si eccitano? Come vanno le cose in camera da letto fra mamma e papà? Se sono geloso del mio migliore amico, sarò mica innamorato di un maschio? Insegnanti d'eccezione, i mostri degli ormoni di lui e di lei – sobillatori, onnipresenti, prontissimi a far finire ogni appuntamento galante in tragedia e a trasformare i genitori in nemici giurati. Se di lezioni interattive si tratta, tutto è lecito: siparietti musicali compresi. I tampax cantano allora allegramente, i peni vanno ghiotti di capesante, i fantasmi di Freddie Mercury e Duke Ellington ti istruiscono duettando. Non tutti i cartoni sono una buona compagnia durante i pasti. Senz'altro non questo, inadatto alla fascia protetta e alla corretta digestione. Si ride moltissimo. Ci si disgusta un po'. Come quando, alla stessa età dei personaggi, con tutto quanto da imparare, American Pie e le sue torte di mele profanate generavano alzate di ciglia e sghignazzi nel bel mezzo della lecità curiosità dei miei compagni di classe. In onda: il risveglio dei sensi, l'esplorazione del corpo proprio e altrui, le insidie del mondo del porno e della prima adolescenza. Il sesso, in una serie animata con la bocca larga e la lingua biforcuta, scandalizza e diverte. Il nonsense e l'intelligenza della scrittura volano alte. E' da lassù, probabilmente, che Big Mouth ti sta mostrando il dito medio – o, conoscendolo, peggio. (7,5)