mercoledì 12 dicembre 2018

Lotteria di Natale | Vinci un romanzo con Malanotte. Lettera aperta a una cara catastrofe


Con l'organizzazione non sono bravo. Con i ringraziamenti, purtroppo, meno ancora. Imbarazzato e un po' commosso, mi incarto nelle frasi fatte e nei luoghi comuni, nel già sentito. La mia piccola avventura editoriale è cominciata precisamente un mese fa: Malanotte – Lettera aperta a una cara catastrofe è online da trenta giorni e siamo già a metà dell'opera. Non canto vittoria: adesso arriva la parte difficile. Ma credetemi se dico che potrei non andare avanti, mancare il goal per un soffio, e tra me e me sarei contento lo stesso così. Abbiamo superato la soglia minima dei 60 lettori e quindi, nonostante la distribuzione in libreria ancora in forse, mi leggerete senz'altro: dovesse trattarsi anche di una semplice edizione numerata. Il Natale in arrivo, festività che come saprete infonde in me soltanto tristezza da qualche anno a questa parte, significa amicizia, condivisione e regali. E dato che mi avete mostrato il significato delle prime due cose, il regalo spero di farvelo io. L'idea mi bolliva in testa già da un po': un giveaway aperto ai più fedeli dei miei sostenitori, e a chi fedelissimo vorrà magari diventarlo presto. Un'occasione buona per diffodere il verbo, parlare dei romanzi in palio (e con quelli anche del mio) a suon di condivisioni, in cambio di un pensiero per la vostra sconfinata pazienza; in nome del sostegno. Le regole sono poche, semplicissime, e non vogliono assolutamente essere vincolanti. Liberissimi di non supportarmi in questa avventura, di non volermi leggere, e amici come prima: grazie a Bookabook ho sempre con me la lista aggiornata dei sostenitori della campagna di crowdfounding (saranno i benvenuti, ovviamente, anche i ritardatari), e questo giveaway nasce per loro. Si concluderà dopo due settimane, il 26 dicembre, e l'indomani contatterò personalmente i vincitori. Al plurale, sì: ho messo infatti dodici titoli di vario genere in palio, e ci saranno tre estrazioni, tre fortunati, nell'impossibilità di premiarvi malauguratamente tutti. Nel pacchettino troverete il romanzo richiesto e, soprattutto, una sorpresa speciale a tema Malanotte. Un abbraccio e buone letture.

I passi da seguire:
Commentare il post, lasciando nome e indirizzo e-mail;
Essere lettori del blog, della pagina Instagram, del mio romanzo in pre-ordine online;
Condividere l'iniziativa e lasciare il link delle eventuali condivisioni;
Indicare il titolo di vostro interesse.

lunedì 10 dicembre 2018

Recensione: Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf

| Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 260 |

Quando da bambino i miei nonni mi portavano in campagna non vedevo l'ora di fare dietrofront. Gli insetti pizzicavano dappertutto, dalla terra riarsa si sollevavano sbuffi di polvere che peggioravano i miei attacchi d'asma, la conigliera in cui uno dei cugini mi aveva attirato con l'inganno durante una sfida a nascondino mi terrorizzava. Ero piccolo e goffo, troppo per arrampicarmi sugli alberi. Avevo il fiato corto, troppo per correre dietro un pallone di cuoio – beccare in pieno la porta del granaio significava goal – o per fare tana libera tutti. Perciò contavo. E mentre mio fratello Diego si divertiva a insozzarsi come mamma non gli avrebbe mai permesso, ad accarezzare il manto di mucche e cavalli, mi convincevo con un braccio sugli occhi – uno, due, tre, quattro, cinque – che le fattorie erano belle giusto in versione giocattolo; che la vita all'aria aperta non faceva per me. Ho cambiato idea crescendo. Anche se continuano a sembrarmi inimmaginabili il campo che scarseggia o le linee telefoniche a intermittenza. Anche se quelle estati d'infanzia preferisco non ripeterle, no, stranito dalla faticosa routine del mondo rurale; da coetanei che non vedono l'ora di ereditare le proprietà dei genitori, sposarsi, costruire la loro casa mattone dopo mattone – senza la comodità degli agenti immobiliari, insomma, o il bisogno di cambiare prospettiva in un condominio alto sei piani. Questo topo di città, infatti, ha cominciato a fantasticare sulla pace della natura grazie a storie come quelle raccontate da Kent Haruf: resoconti di esistenze frugali, di piccole gioie, che cullavano i sensi le volte in cui sognavo un bicchiere di vino sul portico, arpeggi di chitarra in filodiffusione, la disintossicazione dallo stress. Avete presente quando il cielo vi sembra il coperchio di una scatola di scarpe? Quella voglia di radunare il necessario e partire senza avvisare per luoghi in cui non sembra più così drammatico l'essere tagliato fuori dal mondo?

In seguito ognuno di noi rientrò nel suo solco. E qualche volta, ripensando a questa storia, mi pare che non ci sia altro che questo: una serie di solchi indipendenti. Alcuni sono durati per quattro o cinque anni, altri per venti, ma erano comunque solchi, come quelli scavati da una mandria di mucche sfinite che occasionalmente si fermano ad abbeverarsi e riposare un po', e magari a dare una bella leccata a un blocco di sale, quegli stessi solchi che poi le riportano in mezzo alla sabbia della contea di Holt. Diamine, è sempre così, in qualsiasi pascolo.

Holt mi accoglie a braccia aperte, ho un posto ormai riservato, ma questa volta mi dice che il soggiorno non sarà facile. Non è tutto oro quel che luccica, e la campagna non è solo per candidi vecchini e villeggianti impreparati; non è solo grilli festosi e silenzio. Qualcosa di brutto è capitato ai Goodnough: la loro graziosa casa gialla è in fiamme, qualcuno non ce l'ha fatta durante quell'incendio doloso, e l'unica superstite è anche l'unica sospettata. I giornalisti indagano sulla colpevolezza di Edith, ottant'anni, e i poliziotti piantonano il reparto di terapia intensiva. La sua famiglia è lì da generazioni. Sono partiti dall'Iowa al Colorado prima i genitori, sposini in cerca di un lotto appartenuto agli indiani: Ada e Roy – lei malata di malinconia, lui padre padrone – hanno scoperto a proprie spese che il sogno americano era una bugia, tutto sabbia e incuria. Si sono rimboccati le maniche, e i loro figli ne hanno ereditato i frutti. Ma cosa si dice di chi semina vento? Edith e Lyman hanno raccolto oneri e tempesta, consacrandosi sin da adolescenti ai rovesci di fortuna della trebbiatura e agli scontenti. Li descrive con autentica commozione Sanders Roscoe, figlio di John – in gioventù interesse amoroso proprio della bella Edith –, che per anni ha vissuto a un chilometro di distanza.

La maggior parte di quello che sto per dirti, lo so per certo. Il resto, lo immagino.

In provincia arrivano di sfuggita il proibizionismo, le notizie dal fronte occidentale, e fra unioni di convenienza e solitudini volontarie la tragedia di Pearl Harbor è l'occasione buona per voltare pagine. Da scapolo di mezza età che ha ignorato a lungo la birra, il poker, il gentil sesso, Lyman si trasforma in un damerino capriccioso e ben vestito, sempre in viaggio sulla sua Pontiac fiammante. Alla remissiva Edith spettano invece venti dollari con un fiocco rosso per Natale e qualche cartolina esotica da appendere nel tinello: aspetterà alla finestra della sua casa-prigione fino a sfiorire, e anche allora infrangerà giovani cuori. Perfino quello del narratore, cotto di lei nonostante i trent'anni di differenza, che dai Goodnough può masticare liberamente gomma americana e farsi carico dei fardelli della nubile solitaria. Sognare di scappare è controproducente tanto quanto pisciare controvento. Quella routine non ha spiragli.

Se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di città, le cose sarebbero potute andare diversamente. Perfino nel 1915 i ragazzi di città avevano qualche opportunità di fuga in più rispetto ai ragazzi di campagna. […] Le cose sarebbero potute andare diversamente anche se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di campagna adesso, nei vivaci, rumorosi anni Settanta. […] Ma quelle cose, quelle occasioni e opportunità di fuga, Edith e Lyman non le avevano. Erano ragazzi di campagna nel secondo decennio di questo secolo violento, ed erano intrappolati.

Si muore presto d'infarto, si abbandonano gli studi già alle scuole medie, si mungono le mucche due volte al giorno con la loro coda infangata che ci frusta la faccia, si raccolgono brandelli di dita umane nelle erbacce. È una Holt irriconoscibile, questa, perché ancora in costruzione: nessuna Main Street lungo la quale passeggiare a braccetto, nessuna poesia d'amore sul dondolo al tramonto. I vincoli del titolo: la terra dei padri, i rapporti di sangue. Quanto costa liberarsi e, soprattutto, cosa comporta? Cani bastonati dalla catena troppo corta, gli indimenticabili protagonisti si strozzano a furia di tirare, mordono se serve, infine si inseguono la coda. Ci sono le camicie da stirare, il pollo ripieno o la crostata di zucca da preparare, un'altra fiera da visitare sorridendo un po' dei maiali da esposizione o dei sottaceti da guinness. Il decoro a ogni costo: anche nella disperazione del fallimento, anche nell'omicidio premeditato. Questo Kent Haruf tanto diverso ai tempi dell'esordio – l'inconsueta cornice mystery, gli intrighi delle saghe familiari che per magia stanno alla perfezione in trecento pagine scarse – è meraviglioso. Al solito, più del solito. Al punto che dici grazie, mi fermo qui a leccarmi le ferite. Quasi quasi resto a Holt.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – I See a Darkness

venerdì 7 dicembre 2018

I ♥ Telefilm: Le terrificanti avventure di Sabrina | American Vandal

Da bambino mi teneva compagnia due volte al giorno. La mattina a cartoni, il pomeriggio con le risate registrate delle sitcom. Me la ricordavo diversa: frizzante e pasticciona, con l'aiuto del petulante gatto nero di cui cantava la sigla e una casa coloratatissima da spartire con le zie. Sabrina Spellman è tornata a Greendale. Se anagraficamente non sembra essere cresciuta – sta per compiere sedici anni, l'età in cui scegliere da che parte schierarsi –, hanno subito una rivoluzione drastica il suo armadio e il senso dell'umorismo. A metà tra l'ingenuo e il seducente, complice il candore di una Kiernan Shipka perfetta per il ruolo, popola una serie Netflix dalle marcate tinte fosche ed esplora in profondità una doppia natura che la espone a scelte fatali. Nata da un mago e da un'umana, vive sempre sotto la stretta sorveglianza delle zie paterne – una delle due, Zelda, è una splendida Miranda Otto –, ha sempre l'ignaro Harvey per eterno fidanzato, ma prima dei pasti eleva una preghiera al Signore Oscuro e per il suo compleanno gli venderà l'anima in una foresta infernale. Qualche nostalgico ha storto il naso davanti alla violenza inaspettata, agli spruzzi di sangue, all'ironia macabra: gli amanti dell'horror lo hanno trovato un po' troppo teen, gli amanti del teen un po' troppo horror. Qualcun altro, invece, ne ha sottolineato le imprecisioni e le incongruenze: ebbene sì, ci sono chiese sataniste di tutto rispetto là fuori, e gli adepti non perdonano le libertà creative del team di Roberto Aguirre-Sacasa. Delle Terrificanti avventure di Sabrina si è parlato e sparlato sotto Halloween: lo speciale natalizio è già alle porte e la seconda stagione, confermata a scatola chiusa, è attesa per il prossimo aprile. In pochi però, nelle chiacchiere generali, mi hanno detto come fosse. Spalmato in un mese di visione, senza la minima esigenza di darmi al binge watching, il ritorno di questa Sabrina non ha creato dipendenza ma mi ha stupito per il coraggio di osare. Nonostante la trama non riservi niente di nuovo – un po' di Streghe, un po' di Buffy, con tanto di accademia magica che ricorda una Hogwarts gotica –, ne ho apprezzato l'ottima fattura rétro, la mancanza di cerimonie nel parlare di sesso e morti violente, piccoli brividi comunque preferibili a quelli dell'ultimo American Horror Story. Sabrina si spoglia, taglia gole, pratica esorcismi, assiste ad orrendi rituali cannibali, sfida la paura del cappio in riti d'iniziazione che vorrebbero farne una martire. Nel quinto episodio, un autentico gioiellino del filone, un demone del sonno alla Freddy Krueger gioca con le fobie e le fragilità dei membri della famiglia. Negli ultimi, invece, gli spettri delle vittime dell'Inquisizione minacciano vendette trasversali e non sono al sicuro neppure i coetanei della protagonista – oltre al fidanzato, hanno ruoli chiave una medium affetta da cecità progressiva e un'aspirante transgender nelle mire dei bulli. A scuola si consigliano vecchi film e romanzi proibiti, si fondano club per sole studentesse dove celebrare il potere della diversità. In poltrona si accolgono volentieri ammiccamenti, omaggi splatter e suggestioni, con il solo appunto verso un Salem in sordina e la mancanta leggerezza. Più spaventosa che magica, la Sabrina per bambini cresciuti non incanta all'istante, ma l'efficacia del suo filtro d'amore – che vuole fidelizzarci, stregarci – potrebbe sortire a breve il suo effetto. (7)

È il giallo meglio costruito in cui vi imbatterete quest'anno. Originale nella struttura, pieno di suspance e depistaggi, imprevedibile fino all'ultimo. Ma una serie come American Vandal – tanto sperimentale da meritarsi purtroppo due stagioni e basta prima della cancellazione ufficiale – lì per lì può non chiamare. È presentata infatti come un falso documentario, ha interpreti sconosciuti che potrebbero lasciare a torto intendere troppa amatorialità, presenta spunti assurdi pronti però a farti ricredere. L'ambiente è quello dei licei americani. L'indagine, che parte dai confini scolastici e strada facendo arriva lontanissimo, è svolta dai membri di un club audiovisivo con una telecamera in spalla e la presunzione di diventare virali durante la ricerca della verità. Ci illuminano le loro ricostruzioni a tavolino, le lavagne riassuntive, le congetture a fantasia di chi guarda tanto cinema d'inchiesta. Ci parlano i testimoni, le vittime e i sospettati in confessioni formato intervista con la profondità degli studi antropologici: al vaglio, così, i vizi e le virtù di un'intera generazione. E l'amara consapevolezza, in una serie che tra le righe si fa anche politica, di come il paese dei sogni abbia bisogno di eroi e capri espiatori – alle stesse conclusioni giungeva anche la caccia alle streghe contro Tonya Harding. Difficile aspettarsi un simile impegno su carta: American Vandal sceglie la burla, il paradosso, un'ingannevole leggerezza. Il primo caso riguarda uno scherzo nel parcheggio degli insegnanti: chi ha deturpato venti automobili con una bomboletta spray? Nel secondo, più in grande e forse per questo meno spontaneo, ci si sposta in un istituto cattolico: i nostri detective per caso sono diventati famosi nel mentre, possono permettersi attrezzature sofisticate e appoggi maggiori, ma in fondo li si preferiva alle prime armi. Il caso tuttavia scotta, e seguirlo al solito a cena non è stata affatto un'idea vincente. Perché qualcuno a mensa ha messo i lassativi nella limonata? Fra falli scarabocchiati sulle fiancate delle macchine e diarrea a spruzzi in quantità, le piste di American Vandal non smettono mai di sorprendere. Cosa mostriamo agli altri e cosa teniamo per noi? Perché spacciarsi per qualcuno di diverso su social che la vita sociale, paradossalmente, l'hanno cancellata a colpi di Mi piace? Quando sposare in pieno il luogo comune, quando rifiutarlo a beneficio dell'onestà? Le risposte in un thriller con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri studiati di Agatha Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai purulenti virus intestinali, far nascere i germi di una piccola rivoluzione. (7,5)

mercoledì 5 dicembre 2018

Recensione: Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson

| Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson. Adelphi, € 18, pp. 182 |

Tanto tempo fa, ai margini di un paese piccolo e infido quanto una punta di spillo, vivevano due sorelle nel totale isolamento. Era un cancello di ferro battuto, non un intrico di rovi magici, a tagliarle fuori dal resto del mondo. Il sentiero di ghiaia, percorso in un anno dalle auto di pochissimi eletti e chiuso all'andirivieni del pubblico di curiosi, conduceva alla loro casa: antica, sì, ma abbastanza ben tenuta da fare ancora sincera invidia ai compaesani. Qualcuno, da lontano, avrebbe potuto distrattamente scambiare Mary Katherine e Constance per una coppia di malinconiche principesse afflitte dalla stessa sorte avversa dei loro avi. In realtà, del famoso castello di Shirley Jackson – autrice di nuovo sulla cresta dell'onda a cinquant'anni dalla sua scomparsa per il meritato successo della trasposizione Netflix dell'Incubo di Hill House –, sono più le streghe cattive.

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l'Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della nostra famiglia sono tutti morti.

Quando la minore di loro sconfina due volte alla settimana per fare la spesa o prendere i libri in biblioteca, l'avventurarsi nel mondo esterno ci viene descritto con le stesse mosse di un gioco da tavolo. Merricat compra beni di prima necessità non senza concedersi qualche capriccio, s'intasca a prestito manuali di cucina o fiabe per la buonanotte, e immaginando dolcissimi sogni da fine del mondo torna in fretta sui propri passi. L'incantevole Constance, che indossa abiti da bambola di porcellana e fa faville in cucina, al contrario non si allontana mai dall'uscio. Immancabilmente, però, la raggiungono anche lì pettegolezzi, insulti e cantilene infantili. Dei Blackwood superstiti si mormora che servano pranzi luculliani, in barba alle modeste condizioni del circondario; che siano troppo tronfi per mischiarsi alla feccia, e questo spiegherebbe la loro spasimata reclusione; che saggia cosa sia rifiutare i loro inviti a entrare. Hanno sempre vissuto nel castello e, durante un'indimenticata cena di famiglia, hanno spolverato i mirtilli di arsenico. Restano uno zio disabile di cui prendersi cura e le protagoniste ormai adulte, prosciolte dalle accuse ma non dal pregiudizio altrui. Poco male: le sorelle si accontentano dei regali spontanei dell'orto e del giardino, fanno deliziose conserve per l'inverno e spolverano con impegno le stanze disabitate, stanno bene come stanno. Sole contro un mondo vendicativo e ignorante. Finché la primavera nell'aria non porta un cambiamento destabilizzante e un quarto coinquilino, Charles: cugino seducente e arrivista, per scoraggiare il quale non bastano talismani o inquietanti parole magiche. L'usurpatore fruga nei vestiti, nelle carte notarili, nei lasciti. Siede a capotavola come un fantasma molesto e intanto escogita il colpo di stato. Lieve ed elegantissima, forse un po' prevedibile negli esiti, la lettura della mia seconda Shirley Jackson non ha riservato sorprese.

Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m'avveleni.

In rete lo descrivono già come un classico intramontabile, ma personalmente qualche difetto l'ho scorto: se non fosse per il fascino di una narratrice irresistibile, infatti, le 180 pagine complessive – in generale poche – apparirebbero in eccesso. La voce dirompente di Merricat – misantropa, ladra, piromane – elenca veleni mortali, si auspica danze sfrenate sui cadaveri degli estranei e ci turba con un apologo nerissimo a cui sarebbe stata meglio la dimensione ridotta del racconto. Da confortevole nido, la casa diventa prigione. Da scelta, la solitudine si fa infine obbligata. La crudeltà vandalica del prossimo, in un capitolo che mi ha ricordato l'assedio commovente di Edward mani di forbice, potrebbe rendere le protagoniste ancora più disperate, naufraghe, scollate dalla realtà. Con un film di prossima uscita in cui a impersonarle ci saranno Taissa Farmiga e Alexandra Daddario, a mezzo secolo di distanza dai loro chiacchierati e ambigui misfatti, le sorelle Blackwood vivono sempre. Sorvegliano, ci spiano, ridono di noi nel loro linguaggio segreto. Le troviamo inquietanti dall'esterno, ma forse sono soltanto felici. 
Come successo a Shirley Jackson, narratrice di fiabe gotiche, diventata regina del brivido grazie all'incoronazione postuma di un adorante Stephen King. 
Come successo, appunto, a due principesse decadute che non mangiavano bambini, non attentavano alle coppiette innamorate né custodivano sotto il materasso fortune straordinarie, ma di bocca in bocca diventavano leggenda metropolitana.
 Qui, in una chicca oscura e agrodolce da rispolverare. Lì, nel loro castello costruito sulla luna, dove ci si veste di foglie secche, i pionieri non s'avventurano senza i debiti scongiuri e gli extraterresti non fanno paura.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – Strange Birds

lunedì 3 dicembre 2018

Recensione: Se la strada potesse parlare, di James Baldwin

| Se la strada potesse parlare, di James Baldwin. Fandango, € 18,50, pp. 212 |

Se la strada potesse parlare ti racconterebbe una storia che nasce sul cemento di Harlem. Quando la ressa non faceva paura, i motori a scoppio e i colpi dei clacson contribuivano a una sinfonia da orchestra e i bambini si sbucciavano con noncuranza le ginocchia sull'asfalto. Tish e Fonny, quasi coetanei, abitano nella stessa via di case popolari e delinquenti dal cuore d'oro. Lei lo ferisce con un chiodo arrugginito, lui le sputa in faccia per ripicca: non si è trattato di un colpo di fulmine. S'innamorano gradualmente, come chi si scopre vulnerabile e bellissimo all'improvviso. Si dichiarano attorno ai vent'anni.

Mi dispiace averti sputato in faccia”. E mi ha dato una delle sue ciambelle.
Gli ho detto: “Mi dispiace averti colpito”. E poi non abbiamo più detto niente. Lui ha mangiato la sua ciambella e io la mia. La gente non lo crede dei ragazzi e delle ragazze di quell'età – la gente non crede molto e incomincio a sapere perché – ma in quel momento siamo diventati amici. O forse, e in effetti è la stessa cosa – un'altra cosa che la gente non vuole sapere – sono diventata la sua sorellina e lui mio fratello maggiore. Non gli piacevano le sue sorelle e io non avevo fratelli. E così siamo diventati, uno per l'altro, quello che l'altro non aveva.

Il ricordo del disastroso primo appuntamento in chiesa, con l'inquietante visione delle donne afroamericane infervorate dallo Spirito Santo e dai cori gospel della domenica, sostituito poi dall'impaccio della prima volta a letto sotto uno scialle spagnolo – un po' di sangue, lo sperma e non abbastanza precauzioni. La strada che li separava quando erano semplici dirimpettai li ha uniti adesso, nell'età delle scelte avventate e degli amori impossibili. Sognano una soffitta in vendita nel Village e un laboratorio per Fonny, scultore dalle mani prodigiose, prima ancora di sapere che lei aspetta un bambino; e che ad aspettare loro c'è un destino che minaccia di spazzarli lontano. 
Ieri come oggi essere giovani, appassionati e senza prospettive è terribile. Soprattutto se abbiamo la pelle nera e, indagati con sospetto da un poliziotto che si crede John Wayne, diamo nell'occhio quanto un cappotto scuro in una tempesta di neve. Fonny, che piace da impazzire perché non si alliscia i capelli, non ruba e non spaccia, viene accusato di violenza carnale. Non serve specificare che correvano gli anni Settanta e in radio passavano Ray Charles, Marvin Gaye e Aretha Franklin: il pregiudizio riempie le celle ancora adesso. Non serve dire che Tish alla notizia dell'arresto non si pone neppure il beneficio del dubbio: il ventiduenne non ha altri punti deboli a parte lei. Poco più che adolescente, la straordinaria protagonista perde in un colpo solo l'innocenza e il proprio uomo: per fortuna non è sola. Impreparata alle ingiustizie della legge ma affatto sprovveduta, nell'orario di lavoro consiglia profumi costosi in un centro commerciale di lusso e nel tempo che resta studia le falle nel resoconto di quello stupro misterioso. Si va trasformando gradualmente, così, assieme a un feto che cambia e scalcia: anche lui in cerca di una via di fuga, come quel padre dietro il plexiglass infrangibile (quante risate a crepapelle, quanta tenerezza, vedendo Tish ingrassare a vista d'occhio visita dopo visita) che ha fatto della futura libertà del nascituro il riflesso della propria.

Né il terrore né l'amore rendono ciechi: l'indifferenza rende ciechi.

A febbraio anche al cinema sotto la direzione del regista premio Oscar di Moonlight, il romanzo di James Baldwin è un dramma giudiziario struggente e romantico raccontato da una prospettiva squisitamente femminile. Tenero e poetico, ma anche sboccato nelle invettive e nelle maledizioni, ha la bellezza purissima dei piccoli grandi classici che non hanno presunzioni rivoluzionarie. In quegli anni ammazzavano Martin Luther King, ma questo non è un romanzo politico. In quegli anni la presidenza di Obama sembrava un'utopia – gli afroamericani non avevano uno straccio di rappresentanza –, eppure non è un romanzo sulla celebrazione del Black Power. Il potere arriva piuttosto dall'attualità di una storia che ben nasconde i segni del tempo, da una prosa vibrante d'urgenza, dal calore delle famiglie riunite a tavola. Quella di Fonny, vergognosa e bigotta; quella di Tish, che si indebita per pagare un avvocato bianco al genero e vola a Puerto Rico per interrogare la testimone chiave. Fra annunci scandalosi al cospetto delle sorelle pettegole, matriarche in avanscoperta e padri disperati, gli Hunt e i Rivers s'impuntano. Non riescono a voltare pagine in nome di una solidarietà intergenerazionale che ha del commovente, nonostante l'epilogo frettoloso.

Credo che non succeda troppo spesso che due persone possano ridere e anche fare l'amore, fare l'amore perché ridono, ridere perché stanno facendo l'amore. L'amore e il riso provengono dallo stesso luogo: ma solo in pochi ci vanno.

La loro relazione è un viaggio interrotto a metà, ma a portarli avanti e indietro verso il potenziale lieto fine c'è una metropolitana affollatissima. Correvano gli anni Settanta, e correvano le metropolitane strapiene: a bordo non si temeva il contatto umano. Ci si stringeva facendo posto a uno sconosciuto e i vagoni ci restituivano soltanto poi ai vicoli di una Harlem mai silenziosa, mai vuota, mai con le difese abbassate, in cui si consumavano le faide e i melodrammi di West Side Story
Se la strada potesse parlare ti racconterebbe una fiaba contemporanea sulla ribellione in punta di piedi degli eterni conformisti. Se dovessi stringerti nel tuo bavero e sospettare dei pericoli della moltitudine brulicante, se per qualche motivo dovessi disperare, avrai James Baldwin – la tua Tish o il tuo Fonny – a farti scudo con il braccio intorno alle spalle. A porgerti la mano tesa, passeggiando in sincrono.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Tracy Chapman – Baby Can I Hold You