lunedì 24 giugno 2019

Recensione: Il nostro giorno, di David Levithan

| Il nostro giorno, di David Levithan. Rizzoli, € 18, pp. 464 |

Ci sono ritorni che aspettavi senza saperlo. È successo con Il nostro giorno: all'apparenza seguito fuori tempo massimo del romanzo di David Levithan, letto e adorato negli anni del liceo, ha temporeggiato sei anni prima di riprendere le redini del capitolo precedente – nel mentre ci sono stati un capitolo intermedio raccontato dal punto di vista della coprotagonista, purtroppo mai letto, e l'omonimo film di Michael Sucsy, sottovalutato dagli spettatori ma comunque ottimo per rinfrescarsi la memoria. Ho salutato i protagonisti a diciannove anni, così, ma allo stesso tempo, al cinema, l'ho fatto giusto la scorsa estate. Ora come allora quel finale dolce-amaro, sospeso nei forse, mi era sembrato perfetto: non sono per le precisazioni a ogni costo – mi piace il mistero dell'inspiegato –, né per il lieto fine delle fiabe. L'idea di saperne di più, onestamente, attraeva e spaventava. E se, giovanissimo ai tempi, mi fossi lasciato andare a un entusiasmo ingiustificato con la lettura di Ogni giorno? E se l'autore avesse rovinato tutto, rivangando la storia d'amore fra A e Rhiannon per un pubblico ormai fuori target? Il sospetto mi ha fatto compagnia, e mi ha fatto preoccupare, per le prime pagine. Seguito diretto del predecessore, Il nostro giorno è infatti ambientato a poche settimane di distanza dagli avvenimenti del capitolo introduttivo. Ricordiamo a grandi linee la peculiarità della trama: nel momento del risveglio l'anima di A viaggia da un corpo all'altro. A volte maschio, a volte femmina, vive la maledizione di cambiare ogni giorno pelle ma il privilegio, d'altro canto, di vestire i panni di qualcun altro. Straordinario portavoce di empatia e tolleranza, finiva per violare le regole innamorandosi di Rhiannon: sedicenne di aperte vedute che ogni giorno, qualsiasi fosse il suo aspetto, ne ricambiava i sentimenti.

Ci viene detto che le parole più potenti del mondo sono “ti amo”. E anche se penso che siano potenti, penso che questa frase lo sia altrettanto: “Ho iniziato a conoscerti, e voglio conoscerti di più”.

Per il bene di entrambi, non poteva durare. Ma, come leggiamo, si sono accorti presto di non saper fare a meno l'uno dell'altra. Anche se nel frattempo lei si è fidanzata con Alexander, il ragazzo perfetto, e ha un piede in due scarpe. Anche se lui, fedelissimo, è vittima di una violenta crisi di identità. Non ci vorrà molto per scambiarsi messaggi e canzoni in chat. Per ricascarci, lasciandosi dietro tracce inequivocabili per il piacere perverso di X: alter-ego del protagonista, è un villain in piena regola – infesta i corpi degli ospiti come farebbe una presenza demoniaca, uccide, minaccia – ma, a differenza dei cattivi da fumetto, a muoverlo sono più i dolori di un'esistenza in solitaria che i piani criminali. Ai lati opposti di una simile barricata, A e la sua metà oscura devono decidere da che parte stare; accanto a chi svegliarsi. Deve essere per forza un viaggio solitario, il loro? Cos'è giusto per i corpi invasi, e cosa per quelle anime erranti? Il nostro giorno è un romanzo maturo. Da un lato, il faccia a faccia fra i Viaggiatori porta alla luce questioni etiche e dilemmi morali, con congetture che oscillano fra filosofia, scienza e fede; dall'altro, invece, la strana relazione a distanza con Rhiannon, a ben vedere, non è tutta rose e fiori. L'adolescente è chiamata ancora una volta a giostrarsi fra amicizie e futuro, macinare chilometri in macchina, mentire. Provata dagli abbandoni e dagli andirivieni, appare più disincantata, rischiando di arrivare già stanca a incontri goduti quindi a metà. Mancarsi, però, è meglio che deludersi?

Ciò che c'è tra noi, be', di sicuro non è una cosa normale. Ma il punto, quando si ama qualcuno, è che sei tu a scrivere la tua versione della normalità. Ed è esattamente questo che faremo. […] Noi saremo onesti e condivideremo le nostre vite. Faremo dei casini e ci daremo una mano a vicenda per risolverli. Faremo degli errori, soprattutto a proposito dei nostri sentimenti. Però ci saremo, nei giorni belli e in quelli brutti. Perché io non voglio che tu sia qualcuno con cui esco, A, o che tu faccia dentro e fuori dalla mia vita: voglio che tu sia la mia costante.

Compendio d'azione e introspezione, con l'aggiunta vincente di piccoli inserti thriller, il ritorno in libreria di David Levithan conferma la sua bravura al di sopra della media in materia di Young Adult. Questa volta ha scelto una struttura polifonica di punti di vista speculari, regalandoci passaggi che appaiono veri gioielli di scrittura creativa – il soggiorno di A nel corpo di un ragazzo iperattivo, scosso da un terremoto di input chimici, o la storia parallela di due adolescenti dai sentimenti incerti a un convegno di letteratura queer –, dolcissimi appuntamenti galanti – su una panchina innevata a Central Park dove sarebbe bello invecchiare insieme, davanti ai capolavori impressionisti al Met, durante una marcia per l'uguaglianza a Washington DC –, spiragli di un mondo ben più popoloso del previsto – a sorpresa scopriamo che ci sono altri nella condizione di A, e si confessano nei forum anonimi, e lanciano preoccupanti segnali d'aiuto.

Mi sono tenuta stretta le mie storie capendo che ciascuno di noi ne contiene una moltitudine e che nessuna racconta esattamente la stessa cosa. Ciascuno di noi ha dentro di sé almeno una storia che a raccontarla ci spezza il cuore. Ciascuno ha almeno una storia in cui siamo sorpresi della nostra stessa forza d'animo e una storia che non si è mai avverata e che più di tutte avremmo voluto poter raccontare. Spesso non è colpa nostra se questa storia non è mai diventata vera; spesso siamo rimasti bloccati nell'attesa che le storie di altri combaciassero con le nostre.

Delicato e moderno, educativo senza mai salire in cattedra con inutili pretese di verità, Il nostro giorno per fortuna non dice troppo né si snatura. Diverso ma uguale, attento alle questioni di genere con l'intelligenza di sempre, nell'era della presidenza Trump torna a riflettere su sesso e identità, armonia e compartecipazione, attraverso un'ordinaria relazione fra ragazzi straordinari. A e Rhiannon hanno una nuova lezione da imparare, nuove parole per definire un sentimento che travalica i confini di amore e amicizia. Il cuore, infatti, è un organo capiente. Possiamo amare a lungo e di più, senza vincoli, a patto di non sacrificare noi stessi: non siamo fatti in fondo per consacrare la nostra vita a una sola persona, a una sola battaglia. Il sopraggiungere della mezzanotte vanificherà tutti gli sforzi? Il carpe diem secondo David Levithan passa allora da qui: un romanzo puntuale nel suo essere in ritardo, che a colpi d'arte risarcisce gli orfani inconsolabili di Sense8 – siamo tele astratte di Rothko, non forme predefinite – e, nel mese del pride, a testa alta, marcia con l'arcobaleno di tutti i suoi colori.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: P!nk – What About Us

venerdì 21 giugno 2019

Mr. Ciak: Noi, We Have Always Lived in the Castle, Ted Bundy e altri psycho-thriller

Sono una famiglia afroamericana di quelle fortunate. Abbastanza in alto per permettersi una vacanza sull'oceano o tollerare con leggerezza le battute sarcastiche di una coppia di amici bianchi, una sera ricevono una visita: la loro casa viene presa d'assalto da misteriosi invasori. Sono quattro, come loro. E hanno le loro identiche facce. Dopo il successo di Get Out, Jordan Peele ritorna al cinema horror e a sembrarmi tremendamente sopravvalutato. Dotato di uno spunto brillante ma di uno svolgimento tutt'altro che originale, Noi ha un impatto minore del film precedente: l'assunto di base, infatti, viene sperperato in due lunghe ore e nella confusione di risvolti mai spiegati. I doppi dei protagonisti sono le loro ombre infernali, o le loro controparti sfortunate? Siamo americani, dicono. Vogliono gli stessi diritti e gli stessi doveri. Reclamano sogni, pretese e ore d'aria. In questa Invasione degli Ultracorpi al tempo di Trump, sfugge il punto della situazione. Bastian contrario benché appartenga alla schiera dei privilegiati, Peele fa antipatia: arraffone e ammiccante, attacca i soliti conservatori con una verve che, al secondo giro, rischia di annoiare. Per fortuna c'è un epilogo meno didascalico, in cui si confondono vittime e carnefici. Per fortuna c'è Lupita Nyong'o, scream queen che piacerà anche all'Academy. Ma, per godersi meglio l'alta tensione, consigliabile abbassare le aspettative. (6)

Anno fortunato per Shirley Jackson. Dopo il successo di The Haunting of Hill House, la maestra spirituale di King è tornata sugli schermi. Anche se ormai non è più tra noi da un po'. Anche se Abbiamo sempre vissuto nel castello, letto lo scorso autunno, va per i sessant'anni. Passato in sordina in patria, accolto tiepidamente dalla critica, il film tratto dal suo romanzo di culto è, a dispetto delle scarse speranze, una trasposizione esemplare dove perfino i difetti vengono dal romanzo. La casa delle orfane Blackwood, interpretate dalle convincenti Taissa Farmiga e Alexandra Daddario, è la copia di quella immaginata: bella e decadente, sembra una novella dimora Addams che non disdegna i colori pastello, la raffinatezza del mobilio, la fantasia della carta da parati. Le sorelle trascorrono lì, in una gabbia dorata, una routine destabilizzante. Isolate dal mondo, fantasticano di trasferirsi sulla luna. Ma la Daddario, tentata dal cugino Stan, minaccia di mandare tutto a rotoli puntando all'Italia. Della Jackson, la trasposizione si tiene stretta i ritmi lenti, le situazione piuttosto trascinate e quel climax finale di grande cattiveria, qui con un tocco di violenza aggiunta. Lo immaginavo a torto televisivo. Inscenato sullo sfondo di una campagna lussureggiante, risulta essere invece una parafrasi fedelissima dalla fotografia cristallina e con un guardaroba che farà l'invidia delle spettatrici. We Have Always Lived in the Castle è una fiaba nera che anche in questa veste funziona a metà, non facendomi cambiare idea su un romanzo sopravvalutato. Ma anche l'occhio vuole la sua parte e qui, fra malie e stranezze, ha il suo bel da vedere. (6,5)

Era un uomo bello e un abile oratore. Era un serial-killer. Ted Bundy, negli anni, Settanta frequentava Giurisprudenza e si difendeva da un'accusa inequivocabile: l'omicidio barbaro di oltre diciotto donne. Le prove erano tutte contro di lui, ma la giustizia americana rende tutto spettacolo. Interpretato da un Efron al di sopra delle aspettative, con la giusta faccia da schiaffi e una parlantina sorprendente, il caso Bundy rivive in un'arringa accurata e un po' televisiva, convincente ma non sempre coinvolgente. Senza mostrare sangue, più attento alla dimensione processuale che al marciume, il documentarista Berlinger scongiura ogni tentazione voyeuristica e mette in scena un gioco retorico per sospettare di tutto e di tutti. Perfino di una verità universalmente accettata: la colpevolezza dell'accusato, messa in dubbio da un carisma di star navigata. La compagna Collins, che all'inizio lo segue come una groupie innamorata, si stanca presto della bugie e di un triangolo amoroso che culmina in una farsesca proposta di matrimonio. Il verdetto? La scelta di preferire gli aspetti pubblici e privati potrebbe far storcere il naso agli amanti dell'horror, ma i protagonisti – a torto giudicati troppo glamour per i ruoli – mettono comunque i brividi nel faccia a faccia finale. La nausea vera, di terrore e ingiustizia, arriva durante i titoli di coda. Con la sfilza delle donne martirizzate. Con la consapevolezza che l'incubo, con tanto di fughe picaresche e schiaffi morali alle forze dell'ordine, sia pura verità. (6,5)

Quali sono i segni particolari di uno psicopatico in erba? Una timidezza a confine con la sociopatia, il pallino per gli animali investiti in strada, una famiglia poco convenzionale. Avevano personalità agli antipodi ma, in quanto a spietatezza, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer rivaleggiavano: quest'ultimo, dagli anni Settanta in poi, terrorizzò in particolare la comunità gay di Milwaukee. Alle origini, però, era soltanto un adolescente in cerca di sé stesso. Si estraniava di frequente ma sapeva dissimulare. Amico di tutti e di nessuno, indossava i panni di buffone del liceo pur di far pace con la propria testa e, soprattutto, con la propria sessualità. Ispirati a una graphic novel, i dolori di un giovane serial-killer sono raccontati anche stavolta con un approccio poco convenzionale. Rinunciando allo splatter, My friend Dahmer sperimenta toni diversi fino a somigliare a un dramma adolescenziale alla Van Sant. Senza sporcarsi, il magnetico Ross Lynch – un caso sia uscito anche lui da Disney Channel? – si trascina torvo e ingobbito in una dissacrante pagina di diario che ricerca con successo i primi passi di un folle che non ha ancora sperimentato il sesso, né fatto i conti con le macchie di una coscienza sporca: la banalità del male. (7)

Ne hanno fatto prima un film per la TV, poi una miniserie in otto puntate. A un appuntamento romantico, Mrs Maisel andava a vedere perfino un musical ispirato alle sue gesta efferate. L'assassina Lizzie Borden, simbolo di un femminismo estremo, non smette di affascinare la settima arte. A nemmeno cinque anni di distanza dal film con Christina Ricci, le vicende della donna – riassumiamola: uccise padre e matrigna a colpi d'ascia, e fu scagionata per assenza di prove – torna a farsi raccontare dal cinema indipendente, attento alle questioni di genere e alla verosimiglianza dei fatti. La Borden di Chloe Sevigny va a teatro da sola, rifiuta il matrimonio, scontenta i genitori con una lingua sferzante e una relazione con Kristen Stewart, domestica sul punto di rottura. Come una trionfale Medea, nuda e insanguinata, la protagonista si aggiunge ai nemici del padre – viscido e temutissimo – e giunge a soluzioni deleterie per liberarsi dell'orribile famiglia. Cupo e lentissimo, Lizzie è una tragedia teatrale di zii usurpatori e passioni clandestine che, classe a parte, poco aggiunge tuttavia a un ritratto di donna già approfondito in precedenza. L'acqua cheta logora i ponti. Ma all'ennesimo rimaneggiamento, centoventi anni dopo il massacro, non fa notizia. (5,5)

La trama è quella di un thriller di Rai Due. Una ragazza di buon cuore restituisce a una vedova la borsetta dimenticata in metropolitana. La prima non ha più una madre, l'altra non ha più una figlia: l'amicizia intergenerazionale, quando si fa ossessione, diventa stalking. Classico, più che vecchio stile, Greta rilegge un canovaccio di sicuro fascino. Non corre mai il rischio di rinnovarlo, eppure sorprende per la freschezza di Neil Jordan: settant'anni e l'ultimo film, Byzantium, risalente a ormai sette anni fa. L'autore conosce bene le regole del gioco, e lo stesso può dirsi del suo cast di attrici bravissime: Chloe Grace Moretz, scream queen per eccellenza delle nuove generazioni, e soprattutto Isabelle Huppert, straniera dal fascino stregonesco. A metà tra Norman Bates e Annie Wilkes, la sua cattiva è un cane rabbioso che non vuole essere abbandonato. Manipolatrice e onnipresente, conosce vini pregiati, suona il pianoforte e si apposta negli angoli. È in ogni squillo, in ogni messaggio, in ogni ombra. A cosa spinge la solitudine? Se tutto va esattamente come dovrebbe, due protagonisti in forma smagliante sanno farsi comunque ricordare grazie a una perfetta alchimia e qualche dettaglio raccapricciante. Greta è in cerca di un'amica, o forse di un'altra vittima? Ha borse identiche a quella perduta. Ha usato già quelle stesse parole, letto da quello stesso copione. Non siamo speciali, no, e lei non si è presa la briga di ordine un inganno su misura. L'esca è la solita, il canovaccio abusato. Ma, intanto, abbocchiamo. (7)

Christopher Abbott, noto tanto la serie Catch 22 quanto per la somiglianza innegabile con il collega Kit Harrington, ha l'aria di un verginello alle prese con l'ansia della prima volta. Guardate quant'è impacciato mentre fa le prove, prende appunti, coreografa nel dettaglio parole e movimenti. Nella sua camera d'albergo aspetta l'arrivo di una prostituta e questa, puntualissima, non si fa attendere: è Mia Wasikowska, irriconoscibile tutta impellicciata e con un caschetto aggressivo. Lui è un sociopatico che vuole darsi all'omicidio, lei una provocante autolesionista. Il piano sfugge di mano. Quella che a una prima occhiata sembrerebbe una coppia di disadattati da commedia indie si pone al centro di un rapporto sfuggente e perverso, che giunge picchi di goduria indicibili quando Nicolas Pesce – giovane regista da tenere d'occhio – inizia a scherzare con lo split screen di Brian De Palma o la colonna sonora di Dario Argento. Guilty pleasure di cinefili e feticisti, Piercing è un gioco delle parti stilizzato e intriso di cose – sangue, umorismo caustico, citazioni alte – che funziona, sì, ma esclusivamente nella dimensione dell'omaggio. Per il resto, è troppo strano e troppo aperto. Ha personaggi troppo esagerati e troppo tagliati con l'accetta. Ipnotizza e diverte, stilosissimo dall'inizio alla fine, ma lascia violenza in quantità, qualche ottima interpretazione, cicatrici semipermanenti e un pugno di mosche. (6)

Quattro ingenui amici in sella a una bici: aspiranti Sherlock Holmes con alle spalle famiglie in crisi, una cotta comune per la bella del quartiere e il coprifuoco fisso. Un vicino di casa poliziotto, insospettabile ma non troppo. Tutto è un gioco. Tutto ha una fine, anche l'estate del cuore. Perché tutti i serial killer, in fondo, sono i dirimpettai di qualcun altro. Partita a nascondino classica e sdoganatissima, Summer of 84 fa leva su quell'effetto nostalgia venuto francamente a noia da un po' e su misteri feroci ma intuibili, che non conoscono nessun colpo di scena ma a sorpresa, nel finale, minacciano di strappare brividi duraturi. Amaro e spietato, sbucato non a caso dal preziosissimo circuito del Sundance, in realtà ha poco a che spartire con il candore pop di Stranger Things. I Perdenti di Stephen King, qui, conoscono la cattiveria: quella umana, quella vera. La loro perdita dell'innocenza appassiona e stordisce più delle rivelazioni mancate, più di un canovaccio che con la scusa dell'omaggio poco s'inventa di sana pianta. E questa estate di metà anni Ottanta, stagione per eccellenza di scottature, ci brucerà per sempre. (7)

mercoledì 19 giugno 2019

Recensione: Doppio vetro, di Halldóra Thoroddsen

|Doppio vetro, di Halldóra Thoroddsen. Iperborea, € 15, pp. 128 |

Osservare la vita in differita per non lasciarsi scalfire. A una certa età, sedersi accanto a una finestra e aspettare. L'inevitabile va accolto sferruzzando, facendo il conto di tutte le volte in cui il telefono squilla per annunciare che un altro amico è passato a miglior vita. Ma qualcosa, qualcuno, a sorpresa ha il potere di risvegliare il desiderio del mondo esterno. Come ignorare la chiamata di una seconda opportunità? La protagonista, sulla soglia degli ottant'anni, lavora a maglia, scribacchia i propri pensieri, scruta: il divario generazionale, la prevedibilità di storie destinate nel bene e nel male a ripetersi, il disinteresse di quei nipoti ormai disaffezionati alle favole della buonanotte. Pur considerandosi un residuo del secolo passato, a modo suo cerca di stare al passo. Nella Parigi degli anni Cinquanta, d'altronde, frequentava gli intellettuali alla moda e studiava matematica per accontentare la famiglia intransigente, filosofia per diletto. 
Il mondo è cambiato in fretta, e i telegiornali le portano notizie dal mondo direttamente in soggiorno. Nei giorni storti, infatti, perfino la caduta del governo o una manifestazione studentesca risultano essere fiammelle sparute contro le giornate buie dell'inverno nordico. Invecchiando, la vedova ha imparato ad apprezzare gli uomini medi, un po' noiosi. Invecchiando, sono cambiate le priorità imminenti: in caso ci si innamori, non si parlerà più di andare in vacanza bensì di case di riposo da mettere al vaglio.

La passione richiede sacrificio. Sempre la stessa storia, eterni sacrifici. Ma la vecchiaia non deve bruciare tra le fiamme, semmai tenere vive le braci. Prendersene cura, badare alla continuità. “I desideri non si avverano in un attimo pavido”, le sussurra una voce dentro di lei. Vuole davvero rallentare la discesa, raffreddare il fuoco per pura e semplice grettezza e starsene a casa con i suoi doni?

Affezionata alla propria autonomia, la protagonista biasimava i coetanei che cercavano un partner a ogni costo. Ma in una caffetteria è saltato fuori Sverrir, arzillo ma non troppo, con un'onorata carriera da chirurgo alle spalle e una famiglia negli Stati Uniti: fra loro mancheranno il fuoco e lo struggimento, ma senza etichette si godono comunque nella buona e nella cattiva sorte una convivenza guardata di cattivo occhio dagli eredi. Che pensano maliziosamente al sesso vissuto a fatica, ai risparmi sperperati e, invano, desidererebbero condurli sulla retta via. Agli occhi degli altri questi innamorati della terza età non sono niente. Possono forse viversela senza promesse solenni, con tanto di ex sospettose fra le scatole? Quale nome si leggerà per primo sui necrologi? 
Il doppio vetro dell'ultimo successo Iperborea ammortizza la pioggia, il sole e il vento. I suoni e i rumori violenti. Le emozioni, mai. Dall'altra parte, tuttavia, qualcosa si perde. Sommesso, essenziale, delicatissimo, il romanzo della Thoroddsen incanta e lascia estranei quanto o più di Le nostre anime di notte: storia d'amore e senilità, interrotta in fase di scrittura dalla scomparsa dell'autore Kent Haruf. Al punto da risultare più vicino al racconto che al romanzo; una vicenda irrisolta. Le padrone di casa restano per tutto il tempo prive del nome di battesimo. Alcuni comprimari entrano ed escono disordinatamente: a volte senza annunciarsi, altre senza congedarsi. La leggerezza impalpabile dello stile, insieme a coloriture politiche poco lampanti agli occhi dei lettori disinformati, piacciono a metà.

È brutto non sentire se si è vivi.

Come superare la paura di morire? Ci si rifugia prima in casa, poi nell'illusione di un amore speciale perché tardivo. Infine, nei vaneggiamenti della fantasia: la testa persa fra le nuvole, come succede al soggetto della meravigliosa copertina illustrata. Romanzo realistico e quotidiano, benché perdutamente proiettato nella dimensione poetica del sogno per contrastare così l'avanzata dell'oblio, Doppio vetro si legge in un pomeriggio dolce-amaro. E lascia di pari passo fascino e confusione, davanti a una sensibilità, a un lirismo, così diverso dai nostri. L'Islanda non è soltanto un punto sulla carta geografica, ma tutto un mondo di nomi impronunciabili, scenari mozzafiato e politici fanfaroni. È un altro mondo, lontano dal mio gusto, di raccontare e raccontarsi. A cuore aperto, a porte chiuse.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni - Domani è un altro giorno

lunedì 17 giugno 2019

Recensione: Persone normali, di Sally Rooney

| Persone normali, di Sally Rooney. Einaudi, € 19,50, pp. 248 |

Marianne e Connell seguono alla lettera il classico canovaccio delle storie d'amore un po' travagliate. Benché si conoscano da tutta la vita, andare ripetutamente a letto insieme all'ultimo anno di liceo non è stato l'inizio di una relazione felice. Lei, secondogenita in una famiglia di avvocati, si atteggia a misantropa e rifugge la popolarità: più attenta a quello che succede fuori dalla finestra che a lezione, freme di anticonformismo nella sua divisa troppo stretta e non elemosina tenerezze. Lui, figlio di una mamma single che a casa di Marianne fa la domestica, è la stella della squadra di calcio, ha tutt'intorno amici adoranti, ma nel privato arrossisce per un nonnulla. Agli antipodi della barricata – ricca contro povero, emarginata contro popolare – vivono la loro frequentazione con un misto di discrezione e vergogna. Si guardano alle spalle per assicurarsi che nel circondario non ci siano occhi indiscreti. C'è un'affinità innegabile, fisica e psicologica, ma purtroppo manca la naturalezza. Nel buio di una stanza, aggrovigliati su un letto singolo, non vedono la luce del sole. Come sarebbero in pubblico: abbaglianti, o tuttalpiù abbagliati? Molto più che amici di letto, si scambieranno un ti amo che seminerà resistenze e malumori. Al ballo di beneficenza della scuola lui invita un'altra; all'esame di maturità lei per poco non lo straccia; all'indomani dell'ammissione al Trinity College, a ruoli inversi, lei si trasforma in una carismatica capogruppo e lui in un signor nessuno. I famosi migliori anni sono già passati? E l'occasione giusta?

Non lo dico per dire, ti amo davvero. A lei tornano a riempirsi gli occhi di lacrime e li chiude. Questo momento le sembrerà di un'intensità insopportabile anche nei ricordi, ma ne è già consapevole fin da ora, mentre sta accadendo. Non si è mai considerata degna di essere amata da qualcuno. Adesso però ha una nuova vita, di cui questo è il primo istante, e anche dopo tanti anni penserà ancora: Sì, proprio così, quello è stato l'inizio della mia vita.

Facciamo la loro conoscenza nella stagione dei nuovi inizi e delle scelte che cambiano la vita; quattro anni dopo li salutiamo con dispiacere immenso. Come in Un giorno, i capitoli sono scene dal taglio cinematografico con giorni o perfino mesi a dividerli: i dialoghi brillanti, riportati attraverso il discorso diretto libero, riflettono l'imbarazzo degli incontri improvvisi, le schermaglie, i rovesci di fortuna. I supermercati sono troppo piccoli, i corridoi troppo stretti. Nessuna città, neppure Dublino, è abbastanza grande; né il tempo lungo a sufficienza. Come le coppie storiche delle nostre sitcom preferite, fanno sesso per noia, per vendetta, per fare la pace. Finiscono inevitabilmente l'una fra le braccia dell'altro, ma si ostacolano a suon di incomunicabilità. Per mancanza di chiarezza, o forse di coraggio.

È magra, pensa. Era così magra, prima? Lei preme la faccia contro la sua ultima maglietta pulita. Indossa ancora il vestito bianco che aveva nel pomeriggio, adesso con uno scialle ricamato d'oro. Lui la stringe forte, e il suo corpo sposa quello di lei come quei materassi che pare facciano bene alla salute.

Conoscono a memoria i reciproci numeri di telefono. Ci sono, e sono tanto sicuri da darlo per scontato, nel momento del bisogno. Ma inconsapevolmente, vicendevolmente, si tarpano le ali: bocciano i nuovi partner e mandano in malora le occasioni propizie. Maestri degli arrovellamenti psicologici, su carta potevano ispirare grande antipatia ma, a sorpresa, si sono lasciati apprezzare dall'inizio alla fine fra riconoscenza e riconoscimento. Merito di uno stile semplice e cerebrale, essenziale nella scrittura ma con un'attenzione tipicamente artistica verso i gesti, i tic nervosi, le simmetrie. Parlando, infatti, si tormentano i capelli, le mani o la bocca. Eccoli, vivissimi e tremanti, mentre fumano e armeggiano con le bustine del tè nel bollitore. Lei così masochista, legata a uomini possessivi. Lui così fragile, frustrato per il mancato recupero dello status liceale. Le azioni compiute sovrappensiero tradiscono le loro insicurezze. E tu, lettore, potresti giurare di vederli davvero: come fossero attori in carne e ossa, di quelli navigati, che interagiscono con gli oggetti di scena simulando la routine e aspettano il primo ciak del regista – non a caso, diretta da Lenny Abrahmson e prodotta da Hulu, la serie TV omonima è già stata annunciata.

È incredibile come prendi delle decisioni perché ti piace qualcuno, dice lui, e poi tutta la vita è diversa. Credo che la nostra sia quella strana età in cui la vita può cambiare enormemente per delle decisioni minime. Ma su di me tu nell'insieme hai avuto un'ottima influenza, tipo che adesso sono decisamente una persona migliore, credo. Grazie a te.

In oltre duecento pagine i protagonisti cercano disperatamente l'indipendenza economica ma, al contempo, bramano la dipendenza affettiva. In balia di un sentimento che ora può schiavizzare, ora affrancare, faranno l'amore e la guerra: se tutto va per il meglio, anche pace con loro stessi. Al suo ritorno in libreria la ventottenne Sally Rooney, letta adesso per la prima volta, si scopre all'altezza di quel successo istantaneo che subito l'ha resa chiacchieratissima. Talentuosa e straordinariamente onesta ha conquistato anche me, di solito titubante davanti all'etichetta di romanzo generazionale. Ma l'autrice irlandese, di soli tre anni più grande del sottoscritto, sa raccontare alla perfezione la gioventù dell'Erasmus, dell'Interrail, della friendzone, dello psicologo una volta a settimana. Ci hanno reso ciechi le seghe, quelle mentali. Ci ha fregati la nostalgia, sentimento del passato che intanto ruba viveri al presente. Noi: la generazione di ma cosa penserà la gente, cosa commenteranno i social. Nevrotici a vent'anni, desidereremmo la normalità – qualsiasi cosa implichi – ma poi, riflettendoci, non sapremmo bene che farcene.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lorde – Liability

venerdì 14 giugno 2019

Dear Old Mr. Ciak | Tutto su Almodóvar

2006. Un cadavere da occultare, un incendio doloso, una donna scomparsa. Partiamo in quarta. Partiamo con il migliore dei suoi film: quello insuperato. Lo splendido Volver, secondo soltanto a Tutto su mia madre in quanto a premi, ha le fattezze di un gineceo ospitale e coloratissimo. Irrinunciabile, nonostante il macabro delle tematiche affrontate e il carattere spigoloso delle padrone di casa. Per una volta tutt'altro che soffocante, la provincia madrilena è un porto sicuro che invita Penelope Cruz e sua sorella a gettare le ancore. A ripopolare le case infestate, grazie a tutta la vitalità di cui è capace la morte e a tutta la fatalità, al contrario, annidata nella vita. Se la prima fa i conti con l'assassinio del marito, l'altra chiacchiera amabilmente con lo spettro della madre. Sotto forma di un fantasma in incognito, la magica Carmen Maura lascia la tomba e aiuta i propri cari. In un paesello in cui sciogliere i nodi del passato confidando nella vaghezza del domani, si onorano i defunti e si disonorano le famiglie omertose. Ci si prende cura non tanto dei morti, quanto dei vivi. Volver ha in sé il dolce e l'amaro, gli sposalizi perfetti, una scrittura felicissima dal gusto teatrale. E un posto a sedere in un ristorante abusivo, che nella cella frigorifera custodisce l'armonia e i cadaveri. Mi ha insegnato che bisogna pensare alle stanze sfitte, non alle lapidi. Confidare nella furbizia, dire di tanto in tanto qualche bugia a fin di bene, senza rinunciare però al conforto del meraviglioso. (8,5)

2002. Più che a una conversazione somiglia a un sussurro. Negli ospedali sono proibiti gli schiamazzi. In corsia, al capezzale di donne sospese fra la vita e la morte, fanno conoscenza due amanti respinti: il primo, compagno di una torera dalla vita sentimentale messa al vaglio; il secondo, infermiere che ha fatto della guarigione di una danzatrice in coma una questione privata. Signorile e discreto, Parla con lei si concede le esibizioni di Pina Bausch e non il playback delle drag queen. I colori, più tenui, sono quelli delle cliniche private: addio alle carte da parati sfarzose, all'horror vacui degli arredi floreali. Meno scalmanato, pur non tradendosi mai, questo delicato esperimento è un'eccezione alla regola senza prosecutori. Peccato che un sentimento a senso unico, nel silenzio generale, rischi di diventare in fretta ossessione. I protagonisti rifuggono la solitudine e imparano il dialogo. Le loro donne sono davvero gusci vuoti? A riempirle intervengono passioni inquadrate fra passato e presente; le coreografie del balletto e della mattanza; i risvolti inattesi di una moderna tragedia, bella come un'opera lirica. Pedro parla con loro, e con noi. Di un grande cinema che si concentra sulle piccole cose. Di una bella addormentata e del suo goffo salvatore, che sognano amplessi fantastici – in una sequenza cult un lillipuziano passeggia sul corpo nudo della fidanzata fino alla porta aperta delle gambe – e altre condivisioni. Della vita che torna in circolo e, infine, germoglia all'improvviso. Qualcuno ci vedrà il peccato, qualcuno poesia da parafrasare. Qualcun altro, confuso ma felice, il miracolo. (8)

2004. Quando un maestro del travestitismo si maschera per scherzo da Ozon, non possono che nascere i thriller erotici sapientemente orchestrati. Quelli che ammiccano con il cinema, con l'aspect ratio, con la bellezza perturbante dei loro primi attori. Anticipatore della svolta noir portata poi ai massimi livelli con La pelle che abito, La mala educaciòn ha colpi di scena a raffica, ambientazioni un po' sofisticate e un po' pacchiane, una scrittura machiavellica come non mai. Bambola russa di storie dentro storie, è un film nel film. Una vicenda spacciata per vera, come suggeriscono i titoli di coda, in cui si parla dei misteri annidati nella sessualità, nelle infanzie e nelle produzioni cinematografiche turbolente. Tutto ha inizio con la perdita dell'innocenza ai tempi del collegio, con l'attrazione per un piccolo compagno di scuola che suscita immediatamente la gelosia di un sacerdote indegno della tonaca. Abbastanza per farne un racconto autobiografico materia di ricatto? Abbastanza per trarne una versione cinematografica, ma con un finale alternativo? La realtà supera l'immaginazione. E quest'ultima, in caso di traumi o falle, per fortuna vi sopperisce. In un cast maschile con attori en travesti per ospiti fissi, abbonderanno le scene torbide – il sesso è l'arma a doppio taglio per eccellenza, anche se la femme fatale è un lui – e gli ammiccamenti del bellissimo Bernal, insieme ai magheggi di un doppio regista e alla fantasia di un cinema in bilico fra genio e soap. Fra arrendevolezza – lo spettatore, infatti, va trattato coi guanti bianchi – e maleducazione irresistibile. (7,5)

1999. Successo irripetibile di pubblico e critica, premiato prima a Cannes e poi agli Oscar, se ne parla come di un fenomeno. Ogni giorno, sui social, almeno una pagina cinefila ne condividerà citazioni o frame. Chi non si è mai imbattuto nella donna in trench che indugia davanti al poster di Un tram che si chiama Desiderio? Chi, conoscitore o profano, non associa immediatamente il titolo in questione al nome del regista? A vent'anni di distanza dall'uscita, colpa di aspettative alle stelle, di Tutto su mia madre mi sono sfuggiti i meriti particolari. Suo film più rappresentativo – di un abbagliante rosso kitsch, sullo sfondo di una Barcellona LGBT –, non è fra i migliori. Ci sono una mamma inconsolabile, una suorina dubbiosa, una migliore amica transessuale e un'attrice affetta da mal d'amore. Non è una barzelletta, bensì l'inizio di un'amicizia vera, anche se c'è un problema: tre donne su quattro hanno avuto una relazione con il medesimo uomo, un fuggitivo che a sorpresa ha cambiato sesso e anche città. Se Cecilia Roth piange il figlio morto, però, Penelope Cruz sta per metterne al mondo un altro. C'è paura per l'Aids, e il rischio che il padre del nascituro si faccia vivo. E in mezzo c'è tanto cinema, il migliore, con maratone sul divano o pièce che ti tentano ad approfondire la Davis, la Leigh, Williams. Ma non mancano le cadute di stile, le sbavature, in una sceneggiatura che offre bellezza (il monologo di Agrado) e trash (la sorte della Cruz, il flashforward dell'epilogo). Tanto di Almodóvar, ed ecco spiegata la canonizzazione ufficiale, non tutto. (7)

1997. Si comincia alla lontana, in una Spagna sotto dittatura, e si arriva nel pulp degli anni Novanta seguendo la giovinezza di un ragazzo sfortunato: partorito su un autobus, finisce in prigione per colpa dell'amore a senso unico verso la nostra Francesca Neri. Lui la desidera, lei lo respinge e, fra i poliziotti intervenuti, c'è Javier Bardem. Lui sconta ingiustamente la pena, l'altra si lega al salvatore per puro senso del dovere. La libertà del protagonista, all'insegna della vendetta più dolce – il sesso –, unirà cinque solitudini e condurrà a un epilogo da film western. Poligono sentimentale lungo svariati anni, Carne tremula è un dramma del desiderio in cui tutti sono stati a letto con tutti ma, titolo a parte, di erotismo ce n'è poco. Grezzo, cupo, senza fronzoli o orpelli, è senz'altro invecchiato peggio di altre produzioni. Ma si domandava poco, lo ammetto, a un titolo minore. Sorprendentemente palpitante, in grado di ispirare simpatie e antipatie grazie all'umanità dei personaggi, può contare su incipit degno di nota fra le luminarie di Madrid e piccolissimi inciampi, lì dove spuntano armi e sparatorie: materia con cui il regista è poco a suo agio, ma apprezziamo lo sforzo. Dieci anni dopo riproporrà la stessa equazione di attrazioni, gelosie e ripicche con Gli abbracci spezzati: elegante e, purtroppo, gelido come nessuno. (7)

2009. Epopea amorosa fra un regista e la sua diva, legata per interesse anche a un crudele industriale, Gli abbracci spezzati si muove fra set, ville e grattacieli. Cambi d'abito, trucchi e parrucche. Di estrema classe, ma estremamente manierato, regala forse le sequenze più curate ma ha la sua debolezza nella prevedibilità di situazioni e personaggi. Si avverte la mancanza di matrone generose e schiette, qui offuscate dalle pose glamour di una Cruz, a onor del vero, bella come la compianta Audrey Hepburn. Ci si strugge, ma soprattutto per la latitanza della tipica autoironia che dà a questo thriller sentimentale l'aria di un algido e magniloquente contenitore hitchcockiano. È il film più americano di un regista, eppure, mai stato tentato dall'idea dell'espatrio. Il più lungo. Quello, in assoluto, dal titolo più bello. Lo avevo visto dieci anni fa, trovandolo un gioiello. Ma a una seconda visione non mi ha colpito altrettanto: il lavoro di fino di un Pedro diverso, un po' in ombra, che omaggia il noir dell'epoca d'oro e, con il pilota automatico, scrive una storia che gli appartiene ma non abbastanza. (6,5)

1989. Un po' giallo all'italiana, un po' commedia sexy, cosa non è Légami? Unica concessione fatta al Pedro delle origini, quello leggero e scollacciato dei primi film di culto, il film – il cui titolo è tutto un programma – racconta la convivenza morbosa fra una pornodiva e il suo stalker. Un giovane Banderas, pazzo di Victoria Abril, minaccia di tenerla legata alla testiera del letto fino a farla innamorare. Ogni dettaglio, dalla colonna sonora sopra le righe di Ennio Morricone ai nudi integrali, dai curiosi personaggi borderline a quello di un regista sporcaccione a un passo dal pensionamento, mostrano un Pedro che, senza scadere mai nella volgarità, diverte se stesso e noi con le prurigini e il tabù. Di sesso, probabilmente, non ha mai parlato altrettanto. E di sesso si parla dall'inizio alla fine, rinunciando senza grandi sensi di colpa alla consueta coralità, con una scrittura brillante che fonde sindrome di Stoccolma, sadomasochismo e romanticismo. Peccato per il finale, fin troppo rose e fiori. In una camera da letto di vizzi e viziosi, infatti, la stranezza maggiore resta una: quanto sono misteriose le strade battute di Cupido, spiritello dispettoso e beffardo? Su Netflix ce lo ha confermato Bonding: anche i dominatori sognano una fiaba d'amore. E nodi più forti. (6,5)

1988. Ci sono titoli che entrano nell'immaginario collettivo, talmente famosi da diventare modi di dire. Chi non ha mai definito così, sull'orlo, una conoscente che sta perdendo le staffe? Chi, più o meno consapevolmente, non pensa ogni volta agli eccessi di questa commedia d'interni? Nonostante sia ben lontano dall'opera d'esordio – lo precedono sette film, ma di quelli che ho poco desiderio di recuperare –, a Donne sull'orlo di una crisi di nervi spetta il primato di averlo lanciato a livello internazionale, mentre per la consacrazione toccherà aspettare Tutto su mia madre. Ironico, penserete, che definisca due titoli tanto rappresentativi al di sotto delle aspettative: ma tant'è. Caos metropolitano di letti bruciati, telefoni rotti e vetri infranti, la commedia al femminile racconta un'altra convivenza provvisoria. Carmen Maura, sedotta e abbandonata, droga del gaspacho per servirlo al traditore. Ma in casa, in un volare di oggetti buttati dal balcone e di ospiti intossicati, irrompono un'amica con manie di persecuzione e un'ex moglie di ritorno dal manicomio. Collaborazione istantanea, grottesca e verbosissima come piace a me, le Donne sull'orlo invecchiano bene grazie a un fascino senza tempo che si rifà al cinema degli anni Settanta e a una scrittura di levatura drammaturgica. Ma strepiti e folleggiamenti sono belli quando durano poco, e se fra un urlo e l'altro si infilano magari le riflessioni di Carnage o Perfetti sconosciuti. Altrimenti il mal di testa è servito, soprattutto ai danni di un taciturno come il sottoscritto, e questo gaspacho della discordia non lo si digerisce senza Alka-Seltzer. (6)

mercoledì 12 giugno 2019

Recensione: Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso

| Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso. Leone Editore, € 12,90, pp. 282 |

A cosa può spingere la noia? Siamo a San Rodi, un paese immaginario in cui la perversione è di casa. Gli anni Ottanta impazzano, ma il loro eco è debole. Nonostante si scorrazzi in bicicletta come in Stranger Things, in cerca di boschi e misteri, in Italia l'ombra del fascismo è ancora visibile. Dei cimeli di quegli anni, da noi piuttosto lontani dalle mode d'oltreoceano, sono approdate soltanto le videocassette e i fumetti fantascientifici. Ma laggiù i veri mostri siamo noi. Traviati dall'immobilismo e dalla calura, i quindicenni fanno gruppo e giocano a fingersi onnipotenti. Braccano e seviziano animali, si proclamano Cacciatori. Ci sono Arcangelo e Tommaso, il primo in sovrappeso e l'altro segretamente omosessuale, mentre strada facendo si è aggiunto allo squadrone Piero B, troppo piacente per essere un reietto ma indebolito da un infortunio calcistico. Hanno famiglie sciagurate, case pericolanti, scheletri nell'armadio, e il loro leader conosce i loro dolori come le proprie tasche: il carismatico Fermo, che pronuncia proclami magniloquenti nello stile di Mussolini, fa leva sulle fragilità degli amici. Fino al punto di rottura. Quanto tempo è richiesto per passare a prede più ghiotte?

Ogni giorno, dopo la scuola e prima che calasse la notte, impugnavano le loro maestose biciclette e si allontanavano dal pietroso centro cittadino, alla ricerca di avventure. Avevano visto troppi film, e volevano comportarsi da eroi. Speravano di trovare qualcosa nei boschi che li circondavano, sognavano di imbattersi in qualche animale raro o in qualche artefatto dimenticato. Questi quattro quindicenni emarginati erano Arcangelo, Piero B, Tommaso e Ferro.

Si va a caccia di esseri umani, così, ma Fermo non lascia niente di intentato. La vittima designata dovrà cadere spontaneamente nella sua rete. Purtroppo o per fortuna il povero Mollusco – che di verghiano ha sia soprannome sia il destino da vinto – si lascia circuire in fretta. Vessato a scuola, maltrattato in famiglia, avrebbe bisogno di buoni amici. Anche se gli tocca passare attraverso disgustosi riti d'iniziazione. Anche se, sin dall'inizio, è spacciato. 
Piccole anime folli è un esordio che attraeva per toni e atmosfere. Un romanzo di formazione estremo e disperato che riportava alla mente il primo Ammaniti. Sfogliandolo ho subito pensato che in compagnia del bravo Mirko Rauso, già sceneggiatore, avrei trovato pane per i miei denti. Se possibile, andando avanti, l'impressione si è acuita. Piccole anime folli spiazza. Inizia in un modo, finisce in un altro. È un macello, in quanto caotico e sanguinosissimo. Insensato, come d'altra parte dev'essere la violenza in tenera età. Questo perverso gioco di ruolo viene mandato a monte dall'arrivo di una ragazza dai capelli fiammeggianti, Venusia, il cui ingresso fatale cambia alleanze e obiettivi. Aggiungete al disegno un improbabile poliziotto dal cuore malandato, che di cognome si chiama Donovan, e una professoressa con un corpo da commedia sexy e il pallino del satanismo; una scia di omicidi coreografici, che portano la firma di un novello Jack Lo Squartatore dal cappello a cilindro, e una guerra intestina fra maschi e femmine se ai Cacciatori vengono a contrapporsi all'improvviso le Streghe.

Non dobbiamo guardare Manson, dobbiamo guardare Gesù. La perfezione, il miracolo. Io sono l'agnello di Dio, il re dei Cacciatori solitari, il Distruttore silenzioso. Sono stato scelto, e voglio portare a termine ciò per cui sono stato messo al mondo. Cacciatori, è giunto il tempo di ultimare la Caccia finale, la Caccia suprema.

In quel di San Rodi il più pulito ha la rogna. La malvagità, come la peste nera, è un contagio; una realtà basata su leggi medievali. Ironico e amante del cinema di serie B, Rauso non va preso sul serio. Si dà alla pazza gioia nel finale, e i lettori più impressionabili potrebbero essere infastiditi da un autore che ciabatta nel torbido o dall'introduzione di loschi figuri vestiti come in Mad Max. A questo punto mi prendo il permesso di fargli un po' le pulci, perché in fondo mi ha divertito da morire. 
Intrattenitore nato, lo scrittore ventisettenne ha il difetto di raccontare più che mostrare. A volte enfatizza poco, altre lo fa concentrandosi sui dettagli secondari. La colpa potrebbe essere di un narratore al di sopra di tutto e tutti, che funziona alla perfezione per gestire la coralità corrotta degli abitanti, meno per la messa a punto della suspance o di dialoghi verisimili. In sella a una bicicletta a cui soltanto di recente ha tolto le rotelle, rinunciando agli equilibri dell'ordinario per raccontare invece l'azzardo, l'autore rischia frequentemente di scivolare e di lasciare a cuocere troppa carne al fuoco. Più lungo e complesso del previsto, però, Piccole anime folli piace comunque perché ha il coraggio e la consapevolezza dei propri errori. Una compravendita dell'innocenza che perde la bussola – negli ultimi capitoli sconfina nel granguignolesco di Gianluca Morozzi –, mai il filo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Anastasio  La fine del mondo 

lunedì 10 giugno 2019

I ♥ Telefilm: Fosse/Verdon, Fleabag S02, Killing Eve S02

Rimasto senza successori, Feud raccontava un testa a testa fra dive. Cosa si nascondeva sul set di Che fine ha fatto Baby Jane? Passato stranamente sotto silenzio, è arrivato infine quest'altro biopic a puntate su un'altra coppia del cinema. Il tema: non il noir bensì il musical, non l'acrimonia bensì l'amore. Quello che dura fino all'ultimo respiro. Quello che sopravvive a un divorzio, infiniti tradimenti, stelle eclissate. Dietro l'apprezzamento parziale della miniserie Fox – realizzata magnificamente, coinvolgente non sempre –, c'è il mio grado di impreparazione. Di Bob Fosse, regista e coreografo osannato dagli Oscar a Cannes, non ho visto niente, ma l'estate mi rende ben propenso ai recuperi da rigattiere. Quali erano i retroscena dei suoi capolavori? Non conoscendoli, mi sono appassionato in minima parte ai travagli produttivi e ai cambi di rotta, ridestandomi grazie all'energia degli inserti danzerecci e alla bravura di interpreti in stato di grazia. Lui, un camaleontico Sam Rockwell, ha problemi con il sesso, con il fumo, con un cuore malandato. Vittima di amanti a fiotti e del gene del tradimento, vive la celebrità come dono e dannazione. Ne va della sua salute, fisica e mentale. Ne va della relazione con una Michelle Williams da Emmy, terza moglie che tale non rimase. Paziente e affranta, la donna scende a compromessi e tenta spesso di allontanarsi dall'ombra del collaboratore. Ma come rinunciare al desiderio di portare in scena Chicago? Fra liti e riappacificazioni, Bob e Gwen scoppiano come coppia ma professionalmente resistono a dispetto dell'età, dei nuovi partner, dei dissapori. Se la stima è una forma d'amore, non smetteranno allora di amarsi fino alla morte di lui: stroncato a sessant'anni da un infarto. Ricostruzione degna di meraviglia delle scene cult e dello spirito di quei decenni ruggenti, Fosse/Verdon ha fatto la gioia di costumisti e direttori dei casting, che questa volta hanno inseguito con la lente d'ingrandimento somiglianze fisiche ed eccellenze. I personaggi, genitori distratti e incostanti, sono profondamente onesti ma difficili da difendere; nelle otto puntate complessive, se ne individua al solito qualcuna di troppo, ma da metà in poi l'alta classe è garantita. Bisognerebbe avere una conoscenza preliminare del cinema di Fosse, però, e resistere ai ritmi lenti degli inizi. Pazientare tanto per la genialità del montaggio quanto per i guizzi della messa in scena – siparietti in bianco e nero da stand up comedy, tentati suicidi come in Rocketman –, o per godere della prova di una Williams nel miglior ruolo della sua carriera. Le vite del duo, canterebbe Liza, sono state un cabaret. Malinconiche e sopra le righe, non potevano essere raccontate altrimenti. Il resto, difetti compresi, è jazz. (7)

Ho aspettato il suo ritorno per anni. Erano bastati sei episodi per trasformarla, ai tempi, in un metro di paragone. E per dirmi innamorato di Phoebe Waller-Bridge, talento comico che infrangeva cuori con una scrittura di cui tutti, presto, si sarebbero accorti. Anche sceneggiatrice di Killing Eve, chiamata in soccorso fra una cosa e l'altra sul set del James Bond di prossima uscita, Phoebe approda su Amazon con il suo personaggio portafortuna e ha venti minuti alla volta per congedarsi. Come eguagliare la bellezza della cena dell'episodio introduttivo, in cui si consumano il dramma di un aborto spontaneo e i convenevoli per un matrimonio da organizzare? Come trovare un'altra spalla che somigli al fascinoso Andrew Scott? Mentre il padre convola a nozze con Olivia Colman e sua sorella ha una crisi di nervi per un brutto taglio di capelli, nelle giornate della protagonista si avvicendano ospiti d'eccezione – Fiona Shaw, Kristin Scott Thomas – e un misto di emozioni contraddittorie, se i bilanci riportano in mente una mamma e una migliore amica finite al cimitero. Tutto è disastroso. Tutto è oro. Perfino la sua cotta, quindi, non potrà che essere assurda: in crisi d'astinenza, la donna finisce nel confessionale di Scott. Un sacerdote adorabile e sboccato, che legge gli attimi di isolamento nei quali la protagonista si estrania, guarda lo spettatore, fa smorfie in camera. La eccita il brivido del proibito, o forse quello sconosciuto del conforto? Bisessuale e blasfema, la figlia illegittima di Gervais si chiude in preghiera. Non ci sarà lieto fine, non calerà una morale dall'alto. Ma il discorso sulla crudeltà dell'amore o uno struggente monologo in lacrime risulteranno abbastanza miracolosi da farci credere nel Padreterno e nel fatto che una trentatreenne londinese sia la regina attuale della risata amara. Sotto la pensilina degli autobus, con altre delusioni aggiunte alla collezione precedente, Phoebe Waller-Bridge scuote la testa. Ci dice di non seguirla. Deve andare per la propria strada. Purtroppo non porta a una terza stagione – Fleabag sceglie di fermarsi qui, di leccarsi le ferite in privato – ma magari somiglierà, finalmente, alla felicità. (8)

Partito come classica spy story, Killing Eve si era tradito in fretta. Per fortuna, aggiungerei. Nella partita a guardia e ladri fra Sandra Oh e Jodie Comer, la prima sbirra e l'altra sicario senza scrupoli, non c'era niente di annunciato in partenza. E, soprattutto, niente di serioso. Ci si accoltella, infatti, si commettono nefandezze e torti impensabili, ma mantenendo sempre il sangue freddo. Nemiche a amiche, amanti forse un giorno non lontano, le due donne agli estremi della barricata si sono studiate a lungo e cercate dappertutto. Quando si sono trovate, durante lo scorso finale di stagione, hanno affilato i coltelli. Sono finite a letto, in un abbraccio insanguinato. Ma come reagire se la tua ossessione amorosa risponde alle tue attenzioni accoltellandoti a Parigi? La vendetta, piatto da servire freddo, placa i bollenti spiriti grazie alla distrazione di un terzo incomodo: un nemico comune da sconfiggere, spiazzando tutti e collaborando. A mali estremi rispondono estremi rimedi. Un po' Hannibal e Clarice, un po' Bonnie e Clyde, la coppia meglio assortita del piccolo schermo punta all'Italia. Roma, quest'anno, ospita la villeggiatura di Aaron Peel: sociopatico ferrato in traffici di dati privati, che tanto i Dodici quanto l'MI6 vorrebbero fermare. Disposti a venirsi incontro sottobanco, i buoni e i cattivi sguinzagliano le sexy Oh e Comer – quest'ultima, a giusta ragione, ruba Bafta e attenzioni a colpi di carisma. L'attrazione fra loro è fisica, cerebrale, o entrambe le cose? In un violento ed esilarante soggiorno italiano, con tanto di vezzosa colonna sonora nostrana e stilosi cambi d'abito, Killing Eve si conferma un piacere perverso. La serie da vedere. Esagera, ma con la solita intelligenza dietro cui si scorge lo zampino di Phoebe Waller-Bridge. Ti rende dipendente, ancor più che in passato, grazie a una Villanelle che spadroneggia incontrastata. Troppo sognare che queste due brutte ceffe scappino e delinquano fino a noi, cuore a cuore? (7,5)

venerdì 7 giugno 2019

Mr. Ciak in musica: Rocketman | Aladdin

Quanto devono essere state belle quelle vite che approdando al cinema si fanno musical? La riflessione valeva tanto per i circensi di The Greatest Showman – spettacolo spettacolare per tutta la famiglia – quanto per Sir Elton John, idolo generazionale con un cinquantennio di carriera alle spalle. Non è tutto oro quel che luccica. Spesso, dietro la musica leggera, si nascondono i fardelli. In Rocketman lo dimostra bene un incipit che è tutto un programma: insaccato in una tutina rosso fuoco, il protagonista marcia come un drago nel corridoio di una clinica. Elton, a un bivio, sceglie di disintossicarsi. Scenografico anche nel momento del bisogno, lava i panni sporchi in una seduta psicoanalitica che nella sequenza successiva si è trasformata già in fiaba. E c’è più personalità in poche immagini che in due ore di Bohemian Rhapsody. Benché non eguaglierà al botteghino l’agiografia di Mercury, il biopic di Fletcher – sostituto di Singer nelle ultime fasi del film sui Queen – è superiore per resa e impegno. La storia del grassoccio Reginald, brutto anatroccolo che raggiunge la vetta ma perde sé stesso, non ci risparmia l’alcol, le pasticche, un rimpinzarsi di sesso e cibo che portarono alla bulimia. Conta numeri ispiratissimi – il piano sequenza con Saturday Night’s Alright, le struggenti Your song o Sorry seems to be the hardest word,  il tentato suicidio sulle note della canzone eponima –, qualche caratterista bidimensionale – Bryce Dallas Howard e Richard Madden, troppo antipatici per essere veri: tenerezza infinita, al contrario, per l’amico fraterno Jamie Bell – e un’ampia gamma di emozioni, in un evento all’altezza di una carriera di cui in verità poco sapevo. Come il regista di Dolor y Gloria, il cantante inglese si nutre d’affanni e d’applausi. Si perde nel passato, sperando di venirne a capo. A metà tra una seduta degli alcolisti anonimi e una baraonda colorata, Fletcher attinge direttamente al vangelo secondo John: c’è un po’ di autocelebrazione, vero, ma per fortuna compensano tanta brutale onestà e il contrappunto vincente dell’umorismo britannico. Non cronaca scolastica, ma commedia musicale in tutto è per tutto, ha una scrittura semplice e parabolica, ma risulta comunque innovativo. Sono le canzoni dello stesso artista, come fu per i Beatles in Across the universe, a raccontarne gli alti e i bassi e non si respira l’aria viziata, insincera, delle commemorazioni postume. Vivissimo, onnipresente e fiero, il vero Elton può godersi in vita un tributo trascinante che emozionerà fan e non. Dietro gli occhiali da sole, sotto le piume di struzzo, battono il cuore e il talento puri di un Egerton da Oscar. Tragico e festoso, di un’allegria ora malinconica e ora isterica, l’attore indovina il ruolo della vita e non lo spreca. Canta, balla, recita senza diventare mai macchietta. Piccolo, anagraficamente e di statura, è un razzo sul punto di esplodere. Fa fumo, rumore, e la gioia di chi ama la bella musica e soprattutto il cinema solido. Il suo film, che gli è affine, è un razzo. Non puoi che smarriti nella sua scia, e fra gli applausi. (7,5)

Le premesse sono le stesse del recente Dumbo. Ci si aspettava poco. Dall’ennesimo live action stimato non necessario. Dal nuovo film di Guy Ritchie, regista mai apprezzato particolarmente. Ma mi hanno portato in sala il giusto stato d’animo e il biglietto ridotto, insieme a un’adorazione viscerale per il capolavoro di ventisette anni fa. Avrebbe potuto essere uno sfacelo: gli appassionati di lunga data, si sa, sono una brutta bestia. Ma dopo un prologo goffo, a sorpresa, Aladdin ingrana e appassiona. Un diesel che, contro tutti i pronostici, aspettava proprio l’ingresso del Genio Will Smith per superare l’empasse iniziale: criticato a priori sui social, l’attore afroamericano strappa risate a scena aperta grazie ai pezzi scoppiettanti (su tutti, Un amico come me) e alle mosse riciclate dal successo di Hitch, con cui conquistare l’altrettanto buffa ancella di Jasmine o trasformare il protagonista in principe durante una colorata parata trionfale. La seconda metà, con un intermezzo a palazzo tutto nuovo – il culmine, un’esilarante scena di breakdance – e un epilogo che, per quanto fedele, mi sono goduto più del previsto avendone scarsi ricordi, riesce a far digerire la scelta di uno Jafar lontano dal cattivo viscido e sornione della versione originale e quel briciolo di delusione per Il mondo è tuo, duetto compromesso da una fotografia sin troppo cupa. Ritchie, contenuto il giusto, può concedersi rallenty e volteggi in libertà  grazie al fisico atletico dell’azzeccato Mena Massoud e a una trama già di per sé molto frenetica. Poco deve inventare: per essere un cartone, l’originale era pieno zeppo di intrighi. Lì, al solito, si annidano i difetti e i pregi di operazioni simili a questa. Copie stinte che nulla aggiungono ai capostipiti e, se tutto fila liscio, come in questo caso, nel bene nulla tolgono. L’avventura di Aladdin resta magica anche con attori in carne e ossa, sebbene meno incisiva, e al contrario di ciò che succedeva nel pessimo La bella e la bestia poco si ha da dire contro il decoroso adattamento italiano, il casting perfetto dei protagonisti principali e l’inserimento di un’immancabile dimensione femminista che, complice la potenza della splendida Naomi Scott, non risulta mai stucchevole – certo, quanti luoghi comuni nel testo di Speechless, novella Let it go con acuti da pelle d’oca. Il confronto è inevitabile. E, inevitabilmente, questo nuovo adattamento lo perderebbe. Ma approcciato con basse aspettative, per via dell’aria kitsch e posticcia dei trailer, la riscrittura in salsa Bollywood del classico Disney mi ha sinceramente divertito e, su un tappeto volante, ha fatto volare via due ore di visione e i pregiudizi che portavano con sé. (7)

mercoledì 5 giugno 2019

Recensione: L'ultima notte della nostra vita, di Adam Silvera

| L'ultima notte della nostra vita, di Adam Silvera. HotSpot, € 16, pp. 354 |

Cosa faresti se nel giorno fatidico la chiamata di un apposito call center ti annunciasse che hai le ore contate? In un futuro non troppo lontano, in cui tutto e tutti hanno una data di scadenza, non esisteranno più lutti lancinanti e lasciti insoluti. La morte, che sia quieta oppure virulenta, ama annunciarsi con ventiquattrore di preavviso. Fra i malcapitati ci sono Mateo e Ruben. Che hanno diciotto anni e, all'inizio, pensano a un bug, a un errore del sistema. Non si è forse immortali a quell'età? La telefonata dei piani alti, spiccia e senz'anima, li sorprende mentre badano a tutt'altro. Il primo, rintanato in camera, ammazza il tempo giocando ai videogiochi fino a tardi – ignaro che sarà il tempo, in giornata, ad ammazzare lui. Il secondo, orfano attaccabrighe ospitato in casa famiglia, riempie di botte il fidanzato dell'ex ragazza. Lasciano tutto come sta – anche se i guai di Ruben, no, non vogliono abbandonarlo – e benché l'idea della mortalità faccia paura vanno a vivere. Qualsiasi cosa comporti. Dappertutto, trappole letali e grandi opportunità. Meglio guardare a destra e a sinistra prima di attraversare, preferire le scale all'ascensore, lasciarsi alle spalle l'uscio e affrontare la notte. Con i suoi misteri, con le sue promesse. Forte di uno spunto elettrizzante e angoscioso insieme, nonostante una certa somiglianza con il peggio riuscito Deathdate, Adam Silvera e i suoi personaggi cercano l'eterno nelle piccole cose e l'immortalità in una passeggiata al chiaro di luna.

Non importa quante volte guardiamo da entrambi i lati per attraversare la strada. Non importa se non ci buttiamo col paracadute per non correre rischi, anche se così non avremo mai l'occasione di volare come i miei supereroi preferiti. Non importa se teniamo la testa bassa quando passiamo accanto a una gang in un quartiere malfamato. Non importa come scegliamo di vivere, alla fine moriamo entrambi.

Mateo è solo al mondo, Ruben è talmente nei pasticci da dover salutare la sua cricca prima del previsto: sono perfetti sconosciuti ma, galeotta una app che abbina in extremis persone spaiate, diventano migliori (e ultimi) amici. Si spronano a vicenda, hanno cura l'uno dell'altro. Sperano fermamente di essere l'eccezione alla regola. Sinceri fino alla fine, come capita fra condannati a morte, squarciano il cuore del lettore lì dove la scrittura semplicistica di Silvera potrebbe lasciare insoddisfatti. Si innamorano, essendo un romanzo cupo ma pur sempre a tinte arcobaleno, e non c'è niente di forzato nello svelamento della loro sessualità. Il nevrotico Mateo ha passato l'adolescenza a nascondersi per non fare outing. Il padre e la migliore amica, Lidia, eppure lo avrebbero accettato a braccia aperte. Ora che il genitore giace in coma da settimane e l'amica piange in anticipo la sua dipartita, dove trovare lo spazio e il tempo per mettersi l'anima in pace? Ruben, sopravvissuto all'annegamento della sua intera famiglia, vive invece con naturalezza la propria natura: dichiaratamente bisessuale, coraggiosissimo su carta, in realtà nelle foto in bianco e nero su Instagram confessa i contro di una vita tutt'altro che rose e fiori. Credono nel destino? L'aldilà per loro è un cinema, un'isola sulle nuvole, oppure non esiste? Moriranno entrambi, il titolo originale lo mette in chiaro a priori, ma in un conto alla rovescia di 350 pagine bisogna scoprire come. La loro amicizia forse li grazierà, forse li ucciderà. Nel dubbio se ne vanno a passeggio nella New York delle commedie di Woody Allen e degli attentati terroristici, fra feste in metropolitana, esperienze virtuali, case di Lego, canzoni al karaoke e libri regalati al primo passante.

Rufus ha fatto così tanto per me, e io voglio aiutarlo ad affrontare i suoi demoni; solo che non possiamo sfoderare spade di fuoco o croci che diventano pugnali da lancio come in un libro fantasy. La sua compagnia mi è stata d'aiuto e forse la mia lo aiuterà a guarire le ferite del suo cuore. Dodici ore fa ho ricevuto la telefonata che mi diceva che sarei morto oggi, e sono più vivo adesso che allora.

Nello stile errabondo del Sole è anche uno stella, young adult che colgo l'occasione per consigliarvi dal nuovo, L'ultima notte della nostra vita si frantuma senza che ce ne sia bisogno in una molteplicità di punti di vista e microstorie. Qualcuno dei Decker asseconda la chiamata, qualcuno si oppone, qualcuno impazzisce. C'è chi lotta e chi abbraccia l'imponderabile, c'è chi vive fino all'ultimo minuto e chi muore ripiegato su sé stesso. In una società alla Black Mirror anche il voyeurismo dei social si è adeguato in fretta: i predestinati si suicidano per sfida, gli scommettitori online puntano su chi spirerà nella maniera più originale, le giornaliste in cerca di scoop fanno l'errore di perdere di vista il nocciolo della questione. Adam Silvera ci scrive sopra un romanzo dolcissimo e spietato, che non rimanda a domani dolori e gropponi amari. Sono concentrati qui, in una storia lunga una sfida contro sé stessi. Si confida, eppure, in un colpo di scena per questi due protagonisti adorabili e complici. Invano? Mettete in conto palpiti e lacrime, i vostri migliori sorrisi amari e uno stile senza infamia né lode che non sta al passo con questi due eroi sempre a zonzo, sempre vitali, anche se era difficile. Se non indimenticabile, l'autore sa comunque rendere speciale il loro congedo. Raccontandoci tutti i modi per morire e, soprattutto, qualcuno per vivere. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Elton John – I'm Still Standing