lunedì 25 marzo 2019

Recensione: Non sono stato io, di Daniele Derossi

| Non sono stato io, di Daniele Derossi. Marsilio, € 16, pp. 231 |

Ottocento abitanti, un orizzonte suggestivo di montagne e vallate, la notte che cala prestissimo e ti invoglia a rifugiarti nella sicurezza di casa tua durante il rigore dell'inverno. Il soggiorno a Serana, villaggio immaginario dell'Alta Val di Susa, si prospetta un paradiso o forse un inferno? Se da un lato affascinano gli sfondi innevati e la promessa di tranquillità, soprattutto se in fuga da un terribile dramma familiare, dall'altro insospettiscono i bisbigli diffusi e le credenze popolari: anni e anni di Twin Peaks o Silent Hill, gialli d'atmosfera in stile La ragazza della nebbia, ci hanno infatti invogliato a diffidare dalle false regole di buon vicinato e dalle insidie meteorologiche delle città dell'estremo nord. Prevedibilmente, la protagonista Ada non troverà pace accanto al figlio Giacomo. Sono tornati da Londra con la coda fra le gambe. Un trasferimento che è un'autentica retrocessione, pur di fuggire a malori che tutti reputano ormai psicosomatici. Bella e snob, giudicata non a torto un pericolo per le donne sposate, Ada all'inizio appare libera come il vento: le pillole sotto prescrizione del terapeuta al mattino, una telefonata alla mamma se c'è bisogno di andare a prendere il bambino a scuola dalle suore, ed eccola che può finalmente staccare la spina. Riprendere i contatti con i vecchi amici e gli ex fidanzati coi quali ha sperimentato il brivido proibito delle prime volte, seguire le lezioni di ceramica a dispetto delle mani un po' tremanti, considerare il sesso riparatore il miglior oppiaceo. In ordine sparso si intrometteranno: le irruzioni di un animale notturno, forse una volpe, responsabile del giardino a soqquadro; la sparizione a Halloween della piccola Jennifer, uno scricciolo vestito da Sposa cadavere che riapre ferite mai del tutto rimarginate; le crescenti stranezze di Giacomo.

Quando eri piccola tuo padre si divertiva a cambiare ogni volta qualche particolare alle storie che leggeva. Cappuccetto rosso baciava il lupo che si trasformava nel principe azzurro, la carrozza non trasportava Cenerentola al castello ma in un reame incantato, dove diventava la regina delle fate. Non sapevi mai che cosa sarebbe successo e a ogni passaggio inatteso ti brillavano gli occhi per l'eccitazione. Adesso, invece, ti piacciono solo i film che hai già visto, o le storie che conosci a memoria. Ora sai che le sorprese sono quasi sempre cattive.

Come spiegarsi gli occhi rossi e i vaneggiamenti del figlio? Il primo pensiero va all'abuso di televisione e PlayStation, ma è dettato dal pressappochismo di genitori che al giorno d'oggi vedono soltanto quello che vogliono vedere. I luoghi comuni sull'infanzia, e non quelli oscuri. Il bambino ha una vita segreta che neanche immagina: fa scherzi alle amiche antipatiche, distrugge trenini e Barbie, simula tempeste di sabbia inalando cannella in polvere e funerali attraverso la sepoltura di bestiole mutilate. Si spinge, soprattutto, in cima a quel castello inaccessibile: nel Cinquecento, la prigione di un negromante che scherzava con le rune e il fuoco. A guidare quel bambino introverso, bilingue, dall'incarnato più scuro degli altri – il padre, Bashir, è un chirurgo pakistano –, è un Lucignolo che sfida l'altezza delle grondaie e apostrofa Giacomo con nomignoli femminili quando si tira indietro. Ha i capelli rossi, si chiama Robi: peccato che a scuola dicano di non conoscerlo. Sulla splendida copertina citano Durrenmatt e Ammaniti, paragoni certamente calzanti, ma Non sono sono stato io mi ha ricordato più The Babadook e Goodnight Mommy: horror su genitrici imperfette e bambini incorreggibili, dove ogni cosa è intuibile, molto è lasciato alla libera interpretazione del fruitore e, finale frettoloso a parte, le singole sequenze si fanno divorare in una spirale crescente d'angoscia.

I bambini non sanno di essere crudeli.

Erano anni che non mi capitava di leggere un romanzo tutto d'un fiato. Il merito spetta alla bravura di Daniele Derossi – l'omonimia con il calciatore è puramente casuale –, che riesce a incastonare una storia di per sé poco originale su pagine, su fondali, che fanno la netta differenza. Non s'inventa niente dal niente, Non sono stato io. Importano più il come del perché. I colpi di scena a volte tali non sono: lettori e personaggi, a lungo, hanno quasi un diverso grado di conoscenza sui fatti, e le svolte shock scuotono più loro che noi all'alba di nuove consapevolezze. Nella scrittura di Derossi, guizzante come la coda della sanguinaria gatta Messalina, si alternano capitoli in seconda persona, botta e risposta degni di una sceneggiatura cinematografica, sbobinature di interviste giornalistiche.
Nella sua Serana fondamentalmente intollerante nei confronti dello straniero le paure ancestrali oscillano dai lupi alle streghe arse vive ai tempi dell'Inquisizione, fino alle carovane di zingari e giostrai: perfino il macellaio, nel retrobottega, farnetica di alchimisti, ufo e altre leggende urbane. L'autore, senz'altro accattivante, ha l'arma a doppio taglio della brevità e scarsa fantasia con i nomi di battesimo – in duecento pagine, ho notato sorridendo sotto i baffi, incrociamo ben due Davide e gli interessi amorosi di Ada si chiamano Sergio e Giorgio a rischio di creare una certa confusione. La sua indagine poliziesca, sociologica, antropologica tiene mirabilmente in considerazione, tuttavia, gli stati d'animo, le coloriture dialettali, la percezione del diverso presso regioni in maggioranza leghiste, e il prodotto finale è una di quelle fiabe gotiche che tengono per sé il discrimine fra disturbi mentali e fenomeni paranormali, thriller psicologico e horror puro. Una lettura di confine, a confine: fra generi d'intrattenimento e, nel congedo, fra disperazione profonda e speranza.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Lucio Dalla - Attenti al lupo

sabato 23 marzo 2019

Pillole di recensioni: Le streghe | Tutta colpa del bosco

Le streghe, Roald Dahl. 
Salani, € 9,00, pp. 200 
Che infanzia hai avuto se non hai mai letto Dahl? Alla ricerca dell'incanto perduto, io che del leggendario autore britannico avevo in libreria giusto La fabbrica di cioccolato, ho scelto di concedermi un pomeriggio in compagnia delle sue fattucchiere. Per me, che identifico le streghe dei miei primi incubi con le indimenticabili sorelle di Hocus Pocus – le ricordate anche voi? –, è stato comunque spiazzante rapportarsi con queste. Le riconosci dalle narici dilatate, le parrucche che prudono, i guanti a cui rinunciano in privato. Calve e con artigli al posto delle unghie delle mani, vivono sotto falsa identità e di tanto in tanto si riuniscono per i loro piani infernali attorno alla figura della Suprema – a proposito della leader carismatica che nel film degli anni Novanta è stata interpretata da Angelica Houston e che nel futuro remake avrà il volto di Anne Hathaway, ci si aspettava onestamente qualche pagina in più. Nella sala conferenze dell'Hotel Magnificent, a Londra, tramano per spazzare via i bambini dal pianeta. Ed è un bambino, rifugiato dietro un paravento, che suo malgrado presta ascolto: come si è trovato lì, affidato alla nonna norvegese, con il rischio di essere trasformato in un roditore in quattro e quattr'otto e di dover sabotare l'infanticidio imminente? Dopo la morte dei genitori, il narratore è affidato alle cure dell'anziana parente: una nonna atipica, che fuma il sigaro, non ha un pollice e gli racconta storie inquietanti. Nessuno poteva immaginare che ci fosse un fondo di verità dietro. E che negli anni in cui Dahl scriveva fossero visti di buon occhio l'umorismo nero, i finali sospesi e poco consolatori. Quale editore oggi sponsorizzerebbe a cuor leggero un romanzo per l'infanzia con gente felice nei panni di un topo, bambini che si vocifera puzzino di cacca di cane, antagoniste di una bruttezza rivoltate e una tutrice non proprio dal polso di ferro? Le parti che ho preferito, piene di sagacia e inventiva, sono la prima e l'ultima. Quella centrale, uscita quasi da una sequenza di Ratatouille, è esile e concentrata, con quelle streghe purtroppo meno protagoniste del previsto e gli stessi salti, le stesse fughe di un cartone animato. Oggi, si diceva, il politicamente corretto – un male tutto dei nostri tempi – condannerebbe la pubblicazione di una fiaba caustica ed efferata, che per questo stesso motivo devo aver trovato divertentissima anche da adulto. Oggi, scommetto, c'è chi invano aspetta ancora un impossibile secondo capitolo. Non è mai troppo tardi, infatti, per scoprirsi ammaliati e spaventati.

Tutta colpa del bosco, Laura Bonalumi. 
San Paolo, € 14, 50, pp. 128  
Dopo Voce di lupo e Ogni stella lo stesso desiderio, l'amica del blog Laura Bonalumi è tornata in libreria con una nuova storia sull'adolescenza che concilia due suoi temi cari: la bellezza della natura e i batticuori giovanili. Non mi aspettavo di leggerla tanto presto e, lo confesso, ero piacevolmente impreparato alla particolarità del suo ultimo romanzo. I protagonisti sono due ragazzi di cui non conosceremo mai il nome, soltanto i sentimenti: lui, popolare e con i capelli indomabili, custodisce fra sé e sé un mondo segreto e romantico; lei, ben più timida e barricata dietro sciarpe lunghissime, lo osserva in silenzio. Sono insoliti figli delle nuove generazioni, e piace constatare la scarsa attenzione che prestano ai social, il candore delle loro parole, una timidezza che a lungo fa sì che si limitino soltanto a fantasticare. Si guardano, infatti, e non sanno fare un passo avanti; non sanno dichiararsi. Fra la biblioteca e la macchinetta del caffè, mentre fuori nevica, si regalano segnalibri a tema, disegnano sulla lavagna indizi che parlino al posto loro, si scambiano segni su Instagram. Dietro le cuffiette dell'iPod, oltre la timidezza, permettono che a raccontarli siano dei narratori d'eccezione: Laura e il bosco. L'impaccio dei protagonisti è un incanto. Parlano direttamente i loro pensieri, e fra queste pagine sanno farsi poesia. Autentico romanzo in versi, Tutta colpa del bosco è una storia d'amore istantanea, costruttiva e innocente, con un messaggio pudico, un linguaggio fresco e uno spirito all'antica, si spera, mai fuori moda. L'autrice libera la poesia – una cosa da vecchi, direbbero i Millennials – dalla sua presunta patina di polvere. E ha il coraggio da leoni di parlare di sentimenti, di sentimenti e basta, in un mondo solitamente votato al cinismo. L'esperimento è una piccola educazione al bello, con il difetto di essere forse un po' troppo breve per essere metabolizzata appieno, i cui risultati sono senz'altro notevoli grazie a un binomio vincente. Qualsiasi sia la vostra età, seguite le orme impresse nel bianco della coltre di neve. Portano a una natura dannunziana. A casa. Fino a un abbraccio che parli, ben più di versi formulati a mezz'aria senza poi l'audacia di recitarseli.

mercoledì 20 marzo 2019

Recensione: Tutto chiuso tranne il cielo, di Eleonora C. Caruso

Tutto chiuso tranne il cielo, di Eleonora C. Caruso. Mondadori, € 17, pp. 155 |

Alcune ferite non guariscono mai, lasciano cicatrici nella carne viva: non basta la chirurgia plastica. Non si guarisce mai da alcuni personaggi, lasciano tracce incancellabili in chi li incrocia: non basta voltare pagina, se l'incontro è stato un tamponamento a catena di cui autostrade e librerie serbano ancora il ricordo traumatico.
La visione di Christian Negri, infatti, è uno shock: che tu sia uomo o donna, un amante o un parente di sangue, non puoi fare a meno di cadere vittima della sua pessima influenza. Così è stato anche per la sempre bravissima Eleonora C. Caruso, l'unica a saperlo tenere sotto controllo: una prosa conciliante come il litio e un insperato lieto fine per quella mina vagante bipolare, bisessuale, la cui bellezza esagerata attira puntualmente maledizioni. A diciassette anni, nell'impossibilità di combattere ancora buchi neri e mulini a vento, Julian – il fratello minore che Christian ha tentato di proteggere e traviare a sbalzi d'umore alterni – ha spiccato il volo. Abbiamo letto di loro in Le ferite originali, ma questa è un'altra storia: spazio ai personaggi marginali, una rivoluzione totale nei toni e nei colori. 
Meno cupo ma non per questo indolore, Tutto chiuso tranne il cielo ha inizio lì dove le fughe si concludono: da un ritorno. Sono passati due anni dagli eventi raccontati in precedenza: che li conosciate oppure no, non importa. Dall'aereo è sceso un diciannovenne con i capelli da cartone animato, che ha tolto l'apparecchio da poco ma non per questo ha voglia di sorridere al mondo. Anzi: si dice che la lingua batta dove il dente duole. Lui, così, fa fatica a entrare nell'appartamento signorile con in giro inequivocabili ciocche di capelli biondi e il disordine dell'amato-odiato Christian, atteso a giorni da un viaggio in Svizzera.

Julian ha di nuovo diciassette anni e suo fratello accelera. Diventa una stella cadente, un buco nero, una macchia solare. Lui lo guarda con tutti gli sguardi che ha, e non capisce. Sei già la fine del mondo. Perché vuoi finire di nuovo?

Sparpagliati qui e lì ci sono vestiti più grandi in cui al ragazzo piace scivolare di nascosto, nell'illusione di annullarsi con quel parente che l'ha amato a lungo di un bene sbagliato, e proprio fuori si affaccia una Milano fantasma già pronta ad andare in ferie. 
Il protagonista è un hotaku: uno di quei Millennials con il sogno del Giappone, non dell'America, che riporta dal soggiorno a Tokyo trolley pieni di anime e dolciumi, sigarette alla ciliegia e lecca-lecca da intingere nel caffè. A colpo d'occhio sembra un tenero extraterrestre – soprattutto a me che non ho mai visitato né l'Expo né l'Oriente, di giapponese conosco a malapena l'all you can eat all'angolo e il bubble tea non so cosa sia –, ma ci è voluto un istante affinché mi affezionassi a un ragazzo sperduto con la bocca sporca di cioccolato e le ossa a vista sotto le magliette fantasiose. Non meno sui generis e irresistibili, allora, vi appariranno le figure con cui Julian cerca di compensare ai propri vuoti: il logorroico Leo, che a trent'anni fa i turni di notte al Carrefour, si prodiga in gentilezze adorabili e non ficca il naso nell'illecito; la coetanea An, innamorata non corrisposta, con una famiglia cinese che la vorrebbe già moglie e la proposta di andare a saltare sui gonfiabili in piazza all'indomani di una confessione struggente; la youtuber Cloro, compagna di stanza durante l'esperienza in Giappone, con un privato sotto gli occhi di milioni di followers e i ricordi di un'infanzia alla mercé della madre approfittatrice. 
Il protagonista padroneggia molte lingue ma non ne fa uso: taciturno ai limiti del mutismo, vive una sfuggente esistenza interiore che lo conduce alle soglie dell'anoressia e nell'arco dell'intero romanzo aspetta una notifica di Christian, che nel frattempo si è rimboccato le maniche, rattoppato le ferite con l'inchiostro dei tatuaggi e sui social va scrivendo che la sofferenza fa pendant con l'essere fotogenici. Julian ha il suo identico naso, la stessa sindrome d'abbandono, ma è una persona ben diversa. Non per questo sano, non per questo l'adolescente responsabile che tutti danno per scontato.

Si ritira in se stesso uno strato alla volta, un odore alla volta, un timore alla volta, un sentore alla volta, finché non può dire: il mio corpo è vuoto.
Non si è rotto, se non si vedono i pezzi.
Non è nemmeno caduto, se non ha fatto rumore.

Grazie a un'autrice che qui cambia pelle e presta straordinaria attenzione alla sua, pallida e fragilissima, in Tutto chiuso tranne il cielo Julian riprende lentamente possesso della sua giovinezza, della sua rabbia, anche se parla a stento e non sbraita affatto, in un miscuglio di idiomi e onomatopee che rinfrescano la narrativa italiana. Mentre Le ferite originali intrigava al suon di pulsioni disturbanti, in questo ho creduto a torto di non poter entrare: se amore e sofferenza restano sentimenti universali, cosa mi accomunava al contrario con questo giovane con la tinta colorata, i problemi di peso, qualche questione pregressa con mamma – morta suicida – e papà? Tutto e niente, eppure all'inizio leggevo divertito dialoghi di cui coglievo forse la metà delle citazioni; e alla fine, invece, scoprivo di volergli un bene profondo. Verso Julian, che vorrebbe farsi bagnare dalla poggia fino ad annegare – a Tokyo hanno cinquanta sostantivi per definirla –, scatta infatti un rarissimo e asessuato senso di protezione: non sorprende che perfino il famelico Dante Beltrami, dongiovanni senza scrupoli con un ruolo risolutivo un romanzo fa, abbia per lui le premure di un padre e lo culli sulle note di David Bowie nel salotto che fece da sfondo a una tragedia mancata.

«Julian, perché mi hai cercato?»
Tira su col naso. Cercavo una parte di me.
«No, questo lo cerchi negli altri. In me cerchi una parte di Christian e non ne hai bisogno.»
«Di cos'ho bisogno, allora?»
«Di iniziare a guarire la ferita.»

A Julian conti le costole, strappi gli abbracci e le parole non dette, tendi un ombrello trasparente per evitargli la deriva. In un'estate che non finisce mai, sulle scene del crimine di vecchi rancori, Eleonora ci regala un romanzo di formazione lieve e psichedelico, dotato di una galleria di personaggi sopra le righe e di una profondità d'animo tale da scandagliarli uno a uno fin sotto la superficie. Una boccata d'ossigeno per un augurio di pronta guarigione – dagli incisivi scheggiati, dalle ferite finalmente in via di risanamento –, che ti lascia uno strascico blu attorno allo scarico della vasca, la voglia di riscoprire da capo quella canzone di Marco Masini che nelle gite al mare aveva il merito di ammortizzare le liti dei tuoi genitori, il desiderio di riprendere a cucinare torte e soprattutto di mangiarle a cuor leggero.
Si apre il cielo su una Milano con la testa altrove.
E, da chiuse che erano, si aprono le docce – dalla chioma, allora, via un turchino senza ombre di fate prodigiose – e le bocche – per il canto, per la fame, per l'esigenza di dirsi –, con il sospiro di sollievo delle rischiarite.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mahmood – Asia Occidente

lunedì 18 marzo 2019

Recensione: Le janare, di Gaetano Lamberti

| Le janare, di Gaetano Lamberti. Il Seme Bianco, € 14,90, pp. 147 |

Dai nonni non ci voglio andare. Quante volte, durante l'adolescenza, lo abbiamo affermato mio fratello e io, scoraggiati all'idea di affrontare due ore di macchina, le bizze del wi-fi e le domande inquisitorie – a chi appartieni, di chi sei figlio – di un paese nell'entroterra casertano dove, nonostante le visite di cortesia appena una volta al mese, cominciavamo a sentirci a disagio. I genitori di mia madre hanno una casa a piani ai piedi di una salita un po' angusta, l'accento strettissimo e una sola camera da letto per gli ospiti: nel letto matrimoniale, finché è durata, ci siamo stretti assieme a mio padre, mentre mamma dormiva nella cameretta di quand'era ragazza. Da bambini, eppure, ci passavamo intere estati. Giocavamo a nascondino lungo i vicoli, non pativamo ancora la schiavitù dei cellulari che non prendono bene, leggevamo all'aperto: aprendo Google Maps, l'altro giorno, ho saputo indicare precisamente i gradini su cui avevo divorato Harry Potter e il calice di fuoco, incurante di che ora si fosse fatta, dei vecchi a passeggio che mi interrompevano ogni tre per due. Ma leggi sempre, non lo sai che non è normale? Sei il nipote di Vincenzo e Luisa, e quello biondo laggiù è il tuo fratellino? Come stanno i vostri genitori? I compaesani ficcavano il naso, spettegolavano, puntavano il dito: contro i miei occhiali spessi e le gambe troppo pesanti, i tratti normanni di Diego, due genitori che in realtà si sarebbero separati soltanto vent'anni dopo. Nonna, burbera, si sollevava a fatica alla finestra e li scacciava tutti: salite sopra, ordinava, perché non le piaceva che chi aveva un'opinione per tutto sparasse sentenze pure verso quei nipoti forestieri – vivevamo ancora in Sicilia –, intaccandone la serenità. In quella casa senza ventilatori né possibilità di refrigerio, le pettegole si tramutavano in mostri: brutte dentro e brutte fuori, specificava nonna, erano janare malfidate.

Ma sei cretino? Chi è che non ha mai sentito raccontare almeno una volta dalle proprie nonne storie terrificanti sulle janare? Le fattucchiere, le figlie del diavolo. Sono vecchie donne, cattive e solitarie. Escono al calar del sole, nude, e si intrufolano nelle case per far del male. Per non farle entrare bisogna mettere, davanti alle porte, una scopa o un sacco pieno di sale. Le janare per entrare devono contare i fili della scopa o i granelli di sale. Se perdono il conto devono ricominciare da capo. Al sorgere del sole sono costrette a fuggire. La luce gli è mortale nemica.

Partivano così racconti fra rotocalco e mito, nei quali la sgarbatezza e il pregiudizio si incarnavano nella figura diabolica di queste streghe partenopee: nude come vermi, i capelli grigi lunghi fino al sedere, facevano dispetti e gettavano fatture sui malcapitati. La notte si intrufolavano dentro per toglierti il respiro: accovacciate sul petto, con i seni penzoloni e le peggiori intenzioni. Il romanzo d'esordio del giovane Gaetano Lamberti – amico di Instagram dei cui gusti ci si fidava a prescindere – è stato un viaggio a senso unico a quelle estati, a quell'età in cui ogni cosa era possibile. Castel di Sopra, borgo fittizio in provincia di Salerno, somiglia moltissimo al paese dei miei nonni (che si chiama, guarda caso, Castel Campagnano): abitanti sparuti, sistemazioni scomode e passeggere, saluti di buona creanza a perfetti sconosciuti, pensionate che sbucciano fave e piselli sedute davanti al tabacchi. Per rispetto, ci si rivolge agli adulti con il voi. E i panni sporchi si lavano rigorosamente in famiglia.

La nonna mi prese il mento e mi alzò la testa, costringendomi a guardarla senza potermi distrarre.
«E tu aprila Martino. Apri la porta alla felicità.»
«Certo che la aprirò, perché non dovrei?».
«Perché è la più difficile da aprire?».

Cosa succede quando tutti sembrano conoscere a menadito le tue sfortune e, per di più, compiacersene? Le tendine si scostano per spiare gesti grandi e piccoli, le corna e gli scongiuri abbondano, in un attimo si è bollati al pari di lebbrosi. Fa più danni la magia nera, infatti, o il bigottismo? A raccontarci dei drammi della sua stirpe è il timido Martino: cresciuto all'oscuro, insieme alla sfacciata sorella Marisa, dei difetti nocivi della superstizione, all'improvviso fa i conti con una casa a soqquadro. Su loro gravano gli effetti del malocchio. Per questo la nonna ha l'affanno, papà è sempre assente, l'irascibile zia Vincenza starnazza al complotto, Vilma è affetta da una deformità non troppo congenita? Si rinvengono cavalli stremati fino alla morte in cortile, la criniera intrecciata da mani di strega. Si portano prosciutti e un caprone al guinzaglio per farsi leggere il futuro da chi di dovere. Sull'uscio, ecco piazzate strategicamente le scope di saggina: un divieto a prova d'invasore. In attesa di avere denaro a sufficienza per avere una casa tutta loro e di fuggire via da lì, dove si dorme accatastati tutti in una stanza, le liti sono insopportabili e, ultima ma non ultima, si è aggiunta infine anche la malasorte, i genitori Sandro e Lulù tentano invano di proteggere l'innocenza del protagonista.

«Non agitarti, resta fermo e se puoi trattieni il respiro».
Strinsi più forte il suo maglione, per fargli capire che stavo ascoltando e recependo tutto.
«Manca poco alle tre».

Non bastano i sacchetti di sale o le spille da balia. Non basta una mano di vernice sulle scritte infamanti. L'alta tensione entra in punta di piedi anche con le scope alle porte, e tira fuori il peggio: gli odi sopiti, i segreti insospettabili, gli amori mai risanati. A metà fra il realismo magico e il giallo, con una struttura teatrale alla Eduardo De Filippo e le inquietudini del Pupi Avati horror, Le Janare si è rivelata una lettura perfino al di sopra delle aspettative. Una faida senza esclusioni di colpi di scena – sul desiderio, sui desideri –, con un finale amarissimo e uno stile senza né guizzi né sbavature, che fa da perfetta cassa di risonanza ai risvolti feroci e ai passaggi più provanti. Gli uomini se ne stanno in silenzio, i bambini si mettono spesso nei guai, le donne intanto fanno e disfano a piacimento. Su una fiaba gotica nata sotto una buona stella, stranamente volteggia una civetta: anche se fuori è pieno giorno, anche se il pendolo in corridoio dovrebbe battere le tre per inaugurare l'ora delle streghe nel cuore della notte. A Castel di Sopra si è condannati ai letti disfatti, a un eterno dormiveglia. Ad avere paura a scoppio ritardato del buio e delle vacanze lì, in zone cieche che altro non sono che la copia carbone del nostro DNA. Per sentirsi piccoli e suggestionabili in 145 pagine appena. Per questo, forse, anche sotto incantesimo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pierdavide Carone, Dear Jack – Caramelle

venerdì 15 marzo 2019

Recensione: Cat Person, di Kristen Roupenian

| Cat Person, di Kristen Roupenian. Einaudi, € 17,50, pp. 250 |

Come affrontare un caso editoriale? Cercare di metterci le mani sopra all'istante, prima che il gran parlarne – bene e male, purché se ne parli – te lo faccia perdere di vista fino a lettura da destinarsi. La fama precedeva Cat Person. All'indomani del successo straordinario del racconto eponimo, uno dei più cliccati e condivisi nell'intera storia del New Yorker, si attendeva con un misto di scetticismo e trepidazione l'esordio ufficiale della trentottenne Kristen Roupenian: in una raccolta che comprendeva dodici storie – compresa, appunto, quella con il merito di averla portata alla ribalta nella generazione di Twitter e del #metoo –, avrebbe saputo tenerci tutti sul filo del rasoio?
Uso quest'espressione, presa in prestito dalla narrativa d'azione, non a caso: l'ultimo successo Einaudi non appartiene al genere thriller né tanto meno alla mia comfort zone – come saprete, con risultati altalenanti sto acquisendo familiarità con il formato del racconto soltanto dallo scorso anno –, eppure ti obbliga a divorarlo implacabilmente. Un'abbuffata da fame chimica che lascia satolli fino alla repulsione, straniti, affascinatissimi. Per fortuna sapevo giusto a grandi linee a cosa sarei andato incontro: alla cieca ho scoperto una scrittrice che presto qualcuno giurerà d'amare e qualcun altro d'odiare – la norma quando, sulla scia degli autori cannibali, si gioca a destabilizzare –, con uno stile da porto d'armi e il misterioso sesto senso dei nostri amici felini. Immaginate l'umorismo nero di una Diablo Cody in pieno spolvero, le vergini suicide di Sofia Coppola, i body horror di David Cronenberg. Aggiungete sullo sfondo gli appuntamenti su Tinder, le scorpacciate in compagnia di Netflix con un calice di Merlot ai piedi del divano, le molestie in ufficio post caso Weinstein, la guerra dei sessi all'alba di un'ondata avanguardista che ha resto le donne battagliere e gli uomini insicuri. I temi: eros e thanatos, qui fusi insieme in un'unica catena da sadomaso spinto.

A volte, quando nelle storie s'imbatte nel paranormale, la gente inorridisce come se il tessuto della realtà si lacerasse mettendola di fronte al fatto compiuto che tutto quello in cui ha creduto fino a quel momento era una menzogna. Abbassando gli occhi sul telefono ho provato esattamente la stessa cosa, ma al contrario: non orrore, bensì un vertiginoso, crescente senso di gioia. Quello era quanto tutti quei libri promettevano. Lo sapevo, ho pensato. Sapevo che il mondo è più interessante di quello che finge di essere.

Come aiutare un amico fresco di rottura? Se parte di una coppia impigrita, mettere a disposizione del terzo incomodo il divano in soggiorno e, a furia di sguardi ammiccanti, provocarlo per aprirgli le porte di camera da letto e galera in uno sconsiderato ménage à trois.
Quando fuori corrono gli anni Novanta, hai dodici anni e in cuffia non passano altro che gli strilli dei Guns N' Roses, meglio non accettare mangianastri in regalo dagli sconosciuti: soprattutto se inneggiano a Charles Manson e ti propongono appuntamenti nel parco a mezzanotte.
Tu che il compleanno stai invece per compierlo, stai bene attenta a cosa desideri: la rabbia verso un padre fedifrago e la disperazione di una mamma brilla per dimenticare potrebbero farti confidare in un intrattenimento più vicino alle visioni di The Human Centipede che alle feste a tema.
Come se la cava un maestro pieno di buona volontà con le turbolente allieve di prima media, per di più in Kenya: terra di leggende metropolitane, di stranieri in terra straniera, dove gli effetti di una buona istruzione e le notti tranquille sono un lontano miraggio?

L'unico che ho mai amato al mondo è un grottesco fantoccio composto da uno specchio incrinato, un secchio ammaccato e un vecchio femore. La notte che abbiamo passato nel mio letto è stata l'unica in cui ho conosciuto la felicità. E pur sapendo di cosa si tratta, soffro, la desidero, l'amo ancora. Che altro può voler dire, se non che sono viziata, egoista e arrogante e capace di amare solo un riflesso deforme del mio animo contorto?

Una principessa in età da marito ama più un fantoccio, metafora lampante della propria autonomia, che il principe azzurro; per sempre felice e scontenta appare anche la cassiera di un cinema d'essai, che si concede a malincuore una serata di brutte conversazioni, brutti preliminari, brutto sesso, con un goffo boscaiolo che sembrava più brillante per messaggio; stessi rimpianti spettano anche alle conquiste sedotte e abbandonate da un ex sfigatello che, non abbastanza equilibrato per tenere i piedi in due scarpe, fa i conti con la testa rotta e il cuore in subbuglio nella versione infernale di un capolavoro di Federico Fellini. Chi non vorrebbe che l'ospite speciale all'addio al nubilato fosse l'adone in slip attillati che faceva arrossire le adolescenti ai pigiama party? Galeotto un libro d'incantesimi, preferireste intrappolare in cantina l'uomo perfetto o il genio della lampada, se alcuni desideri – denaro, forza, bellezza – oggi hanno la meglio sull'amore? Grattarsi a sangue, farsi prendere a pugni, mordere: le tentazioni irrinunciabili che rispettivamente riguardano una giovane sposa tormentata da tarme invisibili; il piacere erotico di una ragazza da motel, che gli amanti giura di bramarli disperati e violenti; una mite impiegata che cerca scuse e predatori sessuali per unire il piacere carnale alla vendetta di genere.

La sua intera esistenza, le pareva ogni tanto, si fondeva sull'idea che perseguire il piacere fosse meno importante che evitare il dolore. Forse il problema dell'età adulta era che valutavi troppo attentamente le conseguenze delle tue azioni, tanto da ritrovarti con una vita che ti disgustava. E se Ellie avesse morso Corey Allen? E se l'avesse fatto? Cosa sarebbe successo?

Non aspettatevi una morale. Allegorici, malati ed esilaranti, i racconti di Cat Person offrono al lettore più smaliziato un impensato viaggio nel lato oscuro, nel torbido di relazioni interpersonali e pulsioni profonde, che spiazza dal principio alla fine e spazia dalla commedia grottesca alla fiaba gotica, dall'orrore inspiegato all'erotismo scabroso. Senza generi prestabiliti né freni, senza peli sulla lingua. Fragili solo all'apparenza, le donne della Roupenian hanno infatti luci e ombre, il coltello dalla parte del manico. Non esitano a mostrarsi tiranniche e manipolatrici. Non tentennano davanti all'evenienza di piantarti una lama nel petto fino al manico sanguinante. La ricerca della parità è soprattutto coerenza. Ammettere fuori dai denti di non voler essere né un angelo del focolare, né una suffragetta arrabbiata contro il mondo, bensì una regnante narcisista, una vampira sanguinaria, una piccola festeggiata dai desideri mostruosi. Spezzare cuori, soprassedere a riti magici e ad accoppiamenti volutamente ambigui. Riconoscere, se c'è, anche il buono nel sesso falsamente dominante: si simpatizza, quindi, per i volontari vessati, i cicisbei vittima della regola dell'amico, i mariti prostrati che restano nonostante tutto. Con totale sprezzo del politicamente corretto e delle velleità del novello femminismo, l'autrice parla delle debolezze degli uomini e dell'onnipotenza delle donne; dei diritti e dei doveri di denunciare, concedersi o tirarsi indietro all'ultimo minuto, scioccare fino al disgusto con l'inimmaginabile qui debitamente messo al vaglio. I dodici racconti non contano gatti fra i figuranti, no, eppure soffiano, mordono, graffiano. Si nascondo, sornioni, e infine tendono agguati. Sullo zerbino del radical chic, così, l'autrice depone i corpi già tesi delle vittime: personaggi come topi da laboratorio, che ora catturano e ora vengono catturati. Irresistibile e malfidata, Kristen Roupenian è troppo scaltra per lasciarci lo zampino.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Janis Joplin – Cry Baby

mercoledì 13 marzo 2019

Recensione: Elevation, di Stephen King

| Elevation, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 15, pp. 194 |

Castle Rock, Maine, non è nuova alle stranezze. La sparuta popolazione comprende infatti bottegai mefistofelici, scrittori affetti da personalità multiple, cani rabbiosi e bambini irrequieti che, a passeggio sulle rotaie, un'estate si imbattono in un misterioso cadavere. Ne abbiamo avuto un assaggio anche nell'omonima serie televisiva prodotta da Hulu, ancora in attesa di distribuzione in Italia, e proprio lo scorso anno abbiamo fatto tappa presso le contraddizioni del New England con La scatola di bottoni di Gwendy. Se il paranormale è di casa, non può dirsi lo stesso del progresso. Tre quarti della repubblicana e immaginaria Castle Rock, alle scorse elezioni, avrebbe votato Trump e in mancanza di mostri e diavoli, a un passo dal giorno del Ringraziamento, stavolta i cittadini mormorano a mezzavoce dell'ultima novità giunta in paese. Una sfacciata coppia omosessuale con la fede all'anulare, un'attività in centro e quasi l'intera comunità contro. Ci racconta dell'arrivo delle donne Scott, web designer di quarantadue anni, che lavora dal salotto di casa sua per una catena di grandi magazzini e, fresco di divorzio, si gode del cibo di consolazione e le fusa dell'irresistibile gatto Bill. È un informatico di mezza età, ma figuratevelo più come un boscaiolo di buona forchetta: centodieci chili, un morbido salvagente di ciccia attorno ai fianchi, un omaccione discretamente in salute ma non senza affanni. Finché la bilancia elettronica non inizia a mandargli inspiegabili avvisaglie: sta perdendo mezzo chilo al giorno. Ha forse un male incurabile? L'ipotesi è da escludere, perché il suo corpo si alleggerisce mentre la massa resta immutata. La forza di gravità ha perso il controllo su di lui.

Il tempo è invisibile. A differenza del peso.
Ah, forse anche questo non era vero. Il peso lo potevi sentire, certo – quando avevi troppi chili addosso, era come se fossi arrancoso – ma in fondo non era, proprio come il tempo, solamente un costrutto umano? Le lancette dell'orologio, i numeri sulla bilancia non erano solo dei modi per tentare di misurare forze invisibili che sortivano effetti visibili? Un debole sforzo per ingabbiare una realtà più grande, che andava oltre ciò che gli umani consideravano realtà?

Aiutato dall'amico Bob, medico in pensione, sceglie di tenersi quella stranezza per sé e di dare il via a un implacabile giorno alla rovescia da attendere fra curiosità e paura. Cosa comporterà l'arrivo del fatidico Giorno Zero? Scott si gode la situazione nella totale inconsapevolezza: può correre, spiccare balzi altissimi, ballare Stevie Wonder in cucina e, soprattutto, tendere un ramoscello d'ulivo a quelle vicine che fanno sparlare. 
Deirdre e Missy, passate dall'agonismo della maratona di New York ai dodici chilometri scarsi di quella indetta a Castle Rock per beneficenza, hanno due boxer che fanno puntualmente i bisogni nel giardino del protagonista e l'Holy Frijole, un ristorante vegetariano sabotato dai concittadini ma apprezzato dai turisti. Con la stagione estiva finita da un pezzo, come far quadrare i conti? Neanche i bambini, messi in allerta da genitori bigotti, passano da loro per chiedere dolcetto o scherzetto: come se lesbica e strega fossero sinonimi, in alcuni angoli ciechi a corto di buona educazione. 
Quando ogni argomento è polemica, tutti hanno un'opinione per tutto, l'esistenza si scopre tanto vana quanto vanitosa, Stephen King preferisce eccezionalmente rispondere non a tono bensì con una storia come Elevation. Una miracolosa fiaba laica con i piedi ben piantati nell'attualità, le classiche strizzate d'occhio ai suoi mondi confinanti – la band scolastica si chiama, ad esempio, Pennywise and the clowns – e i segreti di una vita lunga, tollerante, straordinariamente produttiva.

Tutti dovrebbero poter vivere un'esperienza come questa, pensò, e forse, quando arriva la fine, era proprio ciò che accadeva. Forse, al momento di morire, tutti salgono verso l'alto.

Senza il bisogno di pagine in eccesso, ma con troppa melassa qui e lì, il Re del brivido mette da parte l'orrore a cui ci ha abituato e con lo stile di sempre, con la puntualità di sempre, firma un racconto dolce e metaforico che invita a vivere con levità. Con gentilezza. Certo che sì, ci ha abituato a meglio e a peggio negli anni, eppure c'è una certa urgenza nelle parole di Elevation, un desiderio di ascesi e di candore che tocca il cuore, nonostante la morale retorica da buontempone sia spesso in agguato. Aggiungono valore, tuttavia, la sua maturità artistica e anagrafica; la saggezza di un instancabile settantenne che non smette di imparare lezioni importanti. Il suo protagonista è sano oppure malato? Sta per morire, o finalmente per vivere? Staffe e zavorre lo tengono a terra, ma di staffe e zavorre deve liberarsi. Per volare, così, sopra le asperità e i livori, godendosi le conseguenze benefiche del porgere l'altra guancia, i rapporti di buon vicinato e la compagnia degli amici a quattro zampe. La morale è che dovremmo lasciarci andare, librarci come fossimo Mary Poppins o la casa fluttuante del cartone Up, pur di osservare la società da una diversa prospettiva. Complice lo spettacolo dei fuochi d'artificio fuori stagione, dall'alto niente è abbastanza grande da non poter essere aggiustato. Piccolo nel formato, affatto nelle intenzioni, Elevation è un bignami sull'insostenibile leggerezza dell'essere Stephen King.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Elton John – Rocket Man

lunedì 11 marzo 2019

Recensione: Vita segreta della bambola solitaria, di Jean Nathan

| Vita segreta della bambola solitaria, di Jean Nathan. E/O, € 19, pp. 368 |

Come scindere contenuto e forma? Come potersi dire conquistati da una storia, sulla carta affascinante e torbida al pari di un romanzo gotico, se scritta con un piglio poco accattivante? Come venire a patti con biografie che fino all'ultimo tali scelgono di restare, cronache puntuali e distaccate di vite al limite, che rinunciano con l'amaro in bocca allo slancio vitale della narrativa? Queste stesse incertezze, sotto forma di domande fitte e ondivaghe, mi hanno accompagnato dalla seconda metà di Vita segreta della bambola solitaria in poi. Una lettura iniziata in anteprima e sotto i migliori auspici, che al pari del memoir Boy Erased purtroppo mi ha convinto più in teoria che in pratica. Se il lato di me che ama indistintamente le vicende morbose è stato accontentato, ho trovato purtroppo che la piacevolezza della lettura non fosse assicurata. Tutto prende avvio nei primi anni Duemila: la giornalista Jean Nathan, in nome della nostalgia, si mette in cerca della scrittrice che ha segnato la sua infanzia. Che fine ha fatto Dare Wright, autrice di storie giudicate freudiane con il senno di poi e di scatti, soprattutto, in cui inconsapevolmente si mescolavano candore e sadomasochismo?

Ogni biografia è in qualche modo un'operazione di salvataggio, anche se non sempre disinteressata. A volte, nei miei tentativi di catturare la storia di Dare prima che andasse perduta, ero convinta che sarei riuscita in qualche modo a liberare la sua protagonista. Non avrei mai pensato che scriverla potesse essere un modo per liberare anche me.

In Italia, forse, pochi la ricorderanno. Di certo non io, nato un paio di generazioni successive e non a conoscenza prima d'ora delle avventure tenere e terribili della bambola Edith: una figura inconsolabile e un po' ammiccante, la cui solitudine è salvata dall'arrivo di due orsetti di peluche. Guai a disobbedire, però, se a ogni malefatta minacciano di abbandonarla. Cinquant'anni dopo di Dare – attrice, modella, fotografa e icona della narrativa per l'infanzia – resta un corpo sfiorito in un letto d'ospedale. È in coma, con due grotteschi pupazzi sottobraccio e una stanza che ricorda una scenografa teatrale dismessa. Non può più svelarsi, confessarsi, né far luce su una vita fuori dagli schemi. La ricerca dell'instancabile Jean Nathan parte da lontano: difficilissima per l'atteggiamento laconico di Dare e per voci di corridoio in cui la verità si confonde spesso con l'invenzione, fra viaggi, cocktail party, frequentazioni illustri e matrimoni sabotati a un passo dall'altare. Quand'è che l'autrice è arrivata a somigliare alle sue bambole tutte imbellettate? Si comincia dalla relazione burrascosa vissuta dai genitori – Ivan, critico teatrale con un passato inglorioso nel cinema, e Edie, ritrattista di grido responsabile del sostentamento dell'intera famiglia –, e presto si individuano i traumi e le mancanze di Dare in una fanciullezza spesa in un folle andirivieni a opera di genitori velleitari che trattavano i figli come bagagli. La protagonista viene separata dal fratello Blaine, che incontrerà soltanto venticinque anni dopo, e crescerà all'ombra della tirannica Edie: una mamma da compiacere, imitare, accudire, diventando la sua eterna bambina. I capelli bruni tinti dello stesso biondo delle Barbie, il sopraggiungere della bulimia per non crescere né ingrassare ulteriormente, bugie e travestimenti in quantità per fingersi altre persone – persone migliori? – nella grigia e industriale Cleveland. 

In quanto ritrattista Edie “creava” le persone, lo stesso campo d'azione, amava sottolineare, di Dio. In questo c'era una forma di potere, anche se le creature di Edie erano inanimate. Era meglio così. Le persone inanimate non potevano ferirti. E potevano essere controllate.

In cerca di una sua identità, Dare punterà invano all'indipendenza di New York e farà mormorare qualcuno per i nudi integrali in spiaggia, l'attaccamento quasi incestuoso verso Edie, il desiderio non di un uomo bensì di un compagno di giochi. 
Nelle bellissime foto in bianco e nero che corredano il volume la vediamo discinta e appariscente, un'autentica vamp con sprezzo del tabù, eppure arriverà illibata alla terza età. A metà fra l'eroina di un dramma teatrale di Ibsen e la stella cadente di una puntata di Feud, Dare Wright era la firma di una versione politicamente scorretta e inquietante del caposaldo di un'altra generazione, Toy Story. Una Alice lontana dalla tana del Bianconiglio, un'infiltrata fra i i bambini perduti di Peter Pan. 
Inadatta al mondo, ormai allo sbando, negli ultimi anni della sua carriera avrebbe fatto i conti con i morsi della solitudine: le bottiglie vuote dappertutto, la compagnia delle domestiche e dei clochard pescati a Central Park. Quanto è terribile l'incanto al tempo della disillusione? 

Lo sai, il mondo è diventato troppo reale per me. Non appartengo a questo posto. 

Scoprirlo seduce e disturba, in una biografia altrimenti sin troppo densa e rigorosa. Una dettagliata ricerca sul campo con in appendice dieci pagine per i riferimenti bibliografici, un'infinità di nomi luoghi e date, le stesse note a pie' di pagina della mia tesi specialistica, dove la scrittura scorre ma non dà valore aggiunto alla storia. Le parole della Nathan interessano molto meno di Dare, e finiscono per appiattire personaggi dall'incredibile appeal – si vociferava di un film con Naomi Watts e Jessica Lange nel cast –, che avrei preferito immortalate con un piglio diverso da quello cronachistico. 
I processi di ricostruzioni a ritroso non sono sempre disinteressati: quanto è servito questo testo alla memoria di Dare Wright, quanto al lettore, quanto all'autrice? 
La biografa ha conosciuto la vera Bambola solitaria quando era già spacciata. È stata un po' un'infermiera improvvisata, un po' un'amica spirituale da chiamare in caso di emergenza. Sorella di un ragazzo affetto da un grave disturbo cognitivo, la Nathan si è rifugia nelle storie per mestiere e per legittima difesa. E si è rifugiata, un giorno, in quella di Dare. Una casa di bambole a opera di artigiani finissimi – che stoffe pregiate, che infissi, che deliziose porte in ciliegio, che colori pastello! – dove, a dispetto delle accoglienti abitatrici, qualche lettore si sentirà stretto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola

venerdì 8 marzo 2019

Mr. Ciak: Io sono Mia | Lontano da qui | Non è romantico? | Come ti divento bella | Ricomincio da me

Sapete, la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic; quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po' dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana, interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore. Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa, emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia: ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano dalla sua. (7)

Lei è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted, siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi, a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda, prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso, qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo – che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata? – e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati. (8)

Non tutti hanno il fisico per vivere in una commedia romantica. Non di certo Rebel Wilson, goffa e disincantata, che non somiglia affatto a Julia Roberts. Cosa succederebbe se la spettatrice più cinica del mondo, in seguito a uno scippo, si risvegliasse in un mondo parallelo in cui vigono i toni, i colori e i cliché di Pretty Woman? Dai cartelloni pubblicitari scende la splendida Priyanca Chopra per corteggiare l'eterno migliore amico Adam Devine, il vicino di casa spacciatore si evolve nello stereotipatissimo consigliere gay, il minore dei fratelli Hemsworth d'un tratto non ha occhi che per la protagonista. Dal regista di quel gioiellino che fu The Final Girls, altra parodia dal cuore grande, arriva così Non è romantico?. Un collage a fantasia di luoghi comuni e scene topiche, in cui trovare il meglio e il peggio delle romcom di ogni dove. Il risultato è un omaggio autoironico e dalla confezione inaspettatamente curata, con una morale di fondo aggiornata – amare gli altri anziché se stessi rende davvero più completi? – e una Wilson, al solito, vulcanica. Mettete pure in conto coinvolgenti momenti canori degni di un musical, elicotteri privati come se piovessero, un abito elegante per ogni occasione e qualche consapevolezza aggiunta strada facendo: assolutamente, però, niente sesso. Vittime del cinismo diffuso, anche noi abbiamo il dente avvelenato verso il lieto fine. Un po' come le volpi del proverbio, che non arrivano all'uva e fingono allora sia acerba. Che male c'è, invece, a sognare a occhi aperti? A viversi la vita con quest'invidiabile leggerezza, rigorosamente in rosa? (7)

Quanto conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati del Diavolo veste Prada per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti con la voce stridula della diva di Cantando sotto la pioggia, allora tutto può succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una sorta di Big al tempo dei body shaming. La Schumer non cambia di una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti, di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo italiano, Come ti divento bella è una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)

Quanto conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di Younger, le bugie le spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra. Ricomincio da me, ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali, presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica, invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata, è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare, all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)

mercoledì 6 marzo 2019

Recensione: Tu sei parte di me, di Bosco, Caboni, D'Urbano, Greco, Sànchez, Scotti, Sparaco

| Tu sei parte di me, di autrici varie. Garzanti, € 17, 90, pp. 192 |

Si chiama Isabella ma, per ironia della sorte, bella non è. Merito di una mamma come Virginia, ex stella del cinema, famosa per l'umorismo impietoso e l'allontanamento dalle scene – gli amanti celebri, i matrimoni falliti, il tentato suicidio. Vive a Roma, in una casa mausoleo, assieme una figlia che giudica votata alla mediocrità: badante di una capricciosa e inquietante Bette Davis, ormai cinquantenne, Isabella si domanda se sia troppo tardi per affrancarsi. Troppo, ancora, per sperare che in un momento d'insania – o forse di lucidità – quella genitrice spietata ci rivolga finalmente una parola gentile?
Barbara, donna d'affari, è seduta in una sala d'attesa: aspetta il verdetto del ginecologo di fiducia e medita intanto su come sarà il suo destino di mamma single. Meglio coinvolgerlo oppure lasciare da parte, un uomo poco propenso agli impegni a lungo termine? La gravidanza è una rivoluzione. Invita a ragionare sul peso dell'incomunicabilità: in una relazione sentimentale, nel ruolo futuro di genitore.

E continuerò a ripeterlo, perché il silenzio è una barriera inutile, mentre l'amore è complicità e condivisione.

Veronique, indossatrice lontana dalle passerelle, costringe la figlia Lenora a stringersi in una taglia 38: messa a stecchetto, costretta a realizzare i sogni di qualcun altro, l'adolescente risponde con rabbia e voracità ai dettami della mamma manipolatrice. La ribellione è abbuffarsi a piacimento, senza mai chiedere scusa; scegliere una taglia comoda, vestiti non più appariscenti, concedendosi un sorriso davanti al tavolo imbandito.
Cara e la piccola Vita, sole per un po', hanno aperto la porta alla gentilezza di Carlo: un uomo che sognava di diventare papà e di possedere una casa spaziosa, con un cedro in giardino. Davanti a una seconda gravidanza, al trasloco, Cara rimpiange i segni sul muro e la passata routine. Ne sentirà nostalgia? Non è possibile portare la vecchia casa con loro tre? La lezione, importantissima, arriverà da chi meno te lo aspetti.
È subdola, iperprotettiva, maniaca del controllo. Un altro esemplare di madre che desidera molto, forse troppo, per una figlia eppure senza particolari doti imprenditoriali. All'indomani del divorzio, come mantenere lo stesso stile di vita se non dandosi alla macchia, spingendosi fino all'omicidio a sangue freddo di una rivale sbucata da una soap opera latino-americana?
Da una commedia grottesca, con un finale dalle tinte sanguinolente, si passa poi alle contraddizioni e al fascino del profondo Sud Italia. A ruoli invertiti, questa volta, è una figlia a prendersi cura della mamma retrocessa al ruolo di bambina indifesa: la protagonista ha una colpa da farsi perdonare da Adua. Manipolata dal padre crudele, da bambina era stata artefice in prima persona della follia della madre: il suo gioco preferito, farla impazzire.
Un passeggino che sparisce al centro commerciale. Una donna in lacrime, sull'orlo di una crisi di nervi, troppo spossata dalle notti in bianco per stare sul chi va là: la paura di perderlo, all'improvviso, acuisce l'attaccamento naturale verso un neonato sentito a lungo come estraneo.

Bisognerebbe sempre avere un nome che corrisponda a ciò che siamo, altrimenti tutta la nostra vita diventa una bugia.

Sette autrici famosissime, sette racconti che oscillano dalla fiaba nera al dramma psicologico senza mai uscire fuori traccia: con l'avvicinarsi dell'otto marzo si parla infatti di mamme e figlie, di donne. Moderne, spregiudicate, verissime, rifiutano a sorpresa il politicamente corretto e si raccontano in pagine oneste, a volte perfino brutali, in cui ad appassionare sono soprattutto i rapporti al limite e i grandi soprusi: con il rischio stonino un po', così, i racconti più delicati. Ci sono le grandi conferme – Federica Bosco e Valentina D'Urbano –, le autrici che definitivamente non fanno per me – Cristina Caboni e Clara Sànchez –, le sorprese inattese – Carmela Scotti, con il racconto migliore – e firme amiche da cui era lecito aspettarsi qualcosa un po' di più – Evita Greco e Simona Sparaco. La lettura, varia ed emozionante, si è comunque rivelata superiore alle attese: attratto soltanto da un paio di nomi in copertina, con la convinzione che mi sarei limitato a piluccare le storie fra un romanzo e l'altro, ho scoperto nella raccolta Garzanti ben più che un semplice riempitivo infrasettimanale. Bensì capitoli di guerre civili, di prospettive agli antipodi, che aprono gli occhi e spesso atterriscono. Cosa significa essere scrittrici – mamme, figlie – oggi, con maggiore voce in capitolo sul lavoro, sul corpo, sulla volontà di vedersi o meno genitrici? Le protagoniste, intrappolate in rapporti di amore-odio, sono figlie dei nostri tempi. Rancorose, piene di dubbi ed errori, talora recidive, descrivono spietatamente gli effetti della gravidanza sul corpo e sulla psiche. Rabbia e tenerezza si compensano. I figli, infatti, sono un legame per la vita: un'eredità e un vincolo. A volte proteggono, altre tarpano le ali. Metastasi benevole cresciute tuo malgrado: inscindibili e dolorosissime parte di te.
Il mio voto: ★★★ +  
Il mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Quello che le donne non dicono

lunedì 4 marzo 2019

I ♥ Telefilm: La casa di carta | Unbreakable Kimmy Schmidt S04

Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Lo Stato, invece, fa l'opposto: ruba ai poveri per dare ai ricchi, generando in risposta scioperi, proteste e qualche vendetta miratissima. Succede questo nella Casa di carta: la serie spagnola di cui tutti parlavano e sparlavano e che al solito, annoiato a priori dal chiacchiericcio diffuso, ho recuperato soltanto ora. Possibile, mi sono domandato a fine visione, che in questo mondo si siano perse le mezze misure? Amato da qualcuno e detestato da altri, senza vie intermedie, questo heist movie a puntate ha in realtà pregi e difetti che tocca riconoscergli. Ventidue episodi ambientati in una manciata di giorni, un ambiente circoscritto e un genere che, su carta, neppure attirava particolarmente: come poteva reggersi la storia di una rapina epica – obiettivo, la Zecca di Stato: nessuna vittima da mietere, un assedio lungo quasi una settimana, una refurtiva di un migliaio di milioni –, senza annoiare? Ben pensato ma dallo spirito affatto serioso, realizzato per altro da spagnoli tanto esperti con il thriller quanto con la soap opera, La casa di carta unisce azione e introspezione, piani criminali e intrecci amorosi, in una formula vincente che soltanto nella seconda parte fa pesare le lungaggini. I rapinatori imbracciano mitragliatori potenti, portano nomi di città, indossano tute rosse e inquietanti maschere di Dalì, ma hanno storie personali da condividere: con lo spettatore, e con ostaggi a cui a volte ci si affeziona. Se la relazione fra gli insopportabili Tokyo e Rio, i giovani del gruppo, infastidisce per il bagaglio post-adolescenziale che porta con sé e le grane che genera, per fortuna ci si lascia coinvolgere dagli altri: Denver, tonto ma di buon cuore, che si invaghisce della donna che avrebbe dovuto freddare e fa i conti con il tenero papà Mosca; lo spietato Berlino, fascinoso e sardonico, con un tallone d'Achille da scoprire e nessuna voglia di dichiarare resa; il Professore e l'agente Raquel, soprattutto, che si avvicinano man mano in una romantica caccia con lui mente segreta dell'intera operazione, lei donna di potere vittima della misoginia dell'ambiente. Con un paio di interpretazioni di ottimo livello – su tutti, Alvaro Morte e Pedro Alonso – e più di qualche volto già scorto in Èlite, il mio recupero è filato liscio come l'olio benché, strada facendo, i piani della banda si complichino: mettete in conto voltafaccia, sacrifici, repentini cambi di rotta. Il soggiorno? L'ho apprezzato senza né amarlo né odiarlo, senza fare le ore piccole per scoprire quel che sarebbe stato di me e di loro, ma con tanta stima verso gli ideatori – qualcuno deve aver amato profondamente Breaking Bad: gli uomini qualunque trasformati in geni del crimine – e un orecchio di riguardo verso la colonna sonora già cult, con una sigla che passa anche in radio e la nostra Bella ciao, inno di una nuova forma di Resistenza. Mani in alto, questa è una rapina! Non opponete resistenza, collaborate, e tutto andrà per il verso giusto! Inutile fare gli eroi o gli alternativi, osteggiare con le azioni e le parole questi novelli Robin Hood soltanto perché di tendenza, nel bel mezzo di colpi pianificati nel dettaglio dove è cosa semplice scoprirsi affetti dalla Sindrome di Stoccolma. (7,5)

Conosciuta da poco e dopo poco, purtroppo, salutata. Con Unbreakable Kimmy Schmidt si era trattato dell'ennessimo recupero dell'ultimo momento, in previsione di un'ultima stagione che, appunto, alla fine non si è fatta attendere. Nel giro di un paio di mesi, così, ho conosciuto e detto addio a Kimmy: rossa tutto pepe in cerca del proprio posto nel mondo dopo quindici anni di prigionia. La protagonista, confinata in un bunker, scopriva in ritardo le meraviglie di New York. Sulla soglia dei trent'anni, poteva forse rivivere la spensieratezza che le avevano rubato? Sì, se in una comedy di quelle divertentissime e scritte a meraviglia, con tempi comici fuori dal comune e comprimari memorabili. Il momento dei saluti era inevitabile. Soprattutto se con il graduale procedere delle stagioni, quegli episodi più lunghi e sempre meno ispirati, quei protagonisti da sognare già felici e sistemati, avevano già fatto intuire la chiusura nell'aria. È stato meglio così. Unbreakable Kimmy Schmidt parte alla grande, si perde un po' a metà, ma recupera la verve nel congedo: cosa non da poco, sa quand'è meglio fermarsi. Le molestie dei produttori hanno sfiorato anche Titus, attore inoccupato che da anni e anni sogna le luci di Broadway: subirle o denunciare, oppure tacere e andarsene via? Jacqueline, non più la moglie trofeo degli inizi, è ormai la versione in carne e ossa della Princess Carolyn di BoJack Horseman: manager rampante, benché senza un ufficio tutto suo, qui al centro di un'appassionatissima lotta con il collega interpretato da un insospettabile Zachary Quinto. Lilian, invece, con quel misto di assurdità e struggimento che l'hanno resa subito il mio personaggio preferito, scopre che il suo palazzo sta per essere demolito: da lì la folle idea di abitarlo come fantasma, pur di non abbandonarlo mai. E Kimmy? Abbastanza sopra le righe da risultare potenzialmente il personaggio più antipatico dei quattro, chiude le danze con un nuovo obiettivo a lungo termine – diventare scrittrice per bambini – e senza una storia d'amore. Orpello inutile, in effetti, in una favola moderna in cui ci si salva da soli senza mai rinunciare alla magia delle giuste simmetrie: questo metaforico cerchio si chiude, così, con in sottofondo Il cerchio della vita e con un piccolo figurante che confessa a Kimmy di sentirsi meno solo quando c'è lei. Culmine ideale di un finale ordinato e ordinario, consolatorio, ad alto tasso emozionale, con tutto quello che i fan pretendevano e qualche guizzo aggiunto nella sceneggiatura. Sì, bambino, sì: con Kimmy a pranzo e a cena, mi sono sentito meno solo anch'io. (7)