mercoledì 18 settembre 2019

Recensione: Un dolore così dolce, di David Nicholls

| Un dolore così dolce, di David Nicholls. Neri Pozza, € 18, pp. 383 |

Ci sono  estati che vorresti non finissero mai: quelle delle grandi svolte. 
Pensa alla liberazione dopo l'esame di maturità, per esempio, con davanti a te due mesi – non abbastanza, insomma – per decidere quel che sarà dopo il liceo. 
Alla laurea, ancora, con una corona d’alloro secca per metà sull’armadio e l’incertezza più totale verso un futuro faticoso da mettere a fuoco. 
Pur essendo un tipo più adatto all'inverno, anch’io quest’anno l’ho sperato: poteva questa bella stagione prolungarsi fino al termine dell’incertezza? Vivo infatti il primo settembre senza esami da fare, completamente libero e altrettanto sperduto. Ho compilato in questi giorni  il primo curriculum – mandato dappertutto: mi terrorizza la prospettiva di un autunno con le mani in mano – e le prime messe a disposizione, inoltrate qui e lì in attesa di un bando di concorso che mi si nega, di una graduatoria che finora non m’include. Vorrei mettere sotto il materasso i primi guadagni in cerca d’indipendenza, o forse, amara verità, mi accontento e basta; nei giorni storti, quando l’umore è basso, mi butto via. Mi ha raccolto la mano provvidenziale di David Nicholls, scrittore dal tempismo perfetto, e fra una pagina e l’altra mi ha fatto conoscere il suo nuovo protagonista. Presentatevi pure, ha detto: Charlie ti somiglia tanto, e giacché mal comune è mezzo gaudio, vedrai, a tratti vi supporterete a vicenda. A poco è servito dichiarare il mio scetticismo – un Charlie uguale a me lo conoscevo già, quello di Noi siamo infinito –, dal momento che l’autore di Un giorno ci aveva ormai presentati. E sì, la somiglianza c'era. 

La noia era la nostra condizione naturale, però la solitudine era tabù [...] Costa fatica non sembrare soli quando lo si è, o sembrare felici quando si è infelici. È come reggere una sedia in equilibrio su una mano sola: quando non ce la facevo più prendevo la bicicletta e mi allontanavo dalla città. 

Sedici anni, votato alla discrezione, il protagonista è un adolescente che sugli annuari non spicca. Seduto a bordo pista, guarda il mondo con occhi grandi così e cerca di rubare ricordi in ogni angolo; di immagazzinarli con un battito di ciglia. È il ballo di fine anno – ghiaccio secco, camicie firmate a penna, qualche chiazza di vomito per un bicchiere di troppo – ma lui preferisce estraniarsi. Cosa c’è da festeggiare se gli esami sono andati malissimo, il college è fuori discussione e l’unica soluzione per arricchirsi è fare la cresta sui gratta e vinci? David Nicholls me l’ha reso subito affezionato descrivendolo mentre scorrazza in bicicletta per le strade di una città industriale – lì le vie hanno nomi di vecchi poeti, peccato però che la periferia disconosca qualsiasi lirismo – o, come facevo io stesso dopo la separazione dei miei, mentre  tentenna sul pianerottolo di casa. Dall’altra parte dell’uscio c’è un padre depresso, inconsolabile quanto il mio dopo il trasferimento di mamma, al centro però di un doppio dramma: jazzista fallito, fa i conti con una bancarotta economica e sentimentale. 
Conosco il desiderio di evitarne lo sguardo. Ricordo le cene a base di spinacine e la fine infelice di frutta e verdura, destinate puntualmente a marcire nel frigo due uomini soli. Ho presente la tentazione di mascherare la paura del futuro, evitando il trauma di un ennesimo cambiamento, con la scusa che toccasse restare fisso all’ovile per fare da ago della bilancia. L’unico modo di conoscere l’anima gemella, a dispetto dell’apatia, è fare come nella canzone di Tenco: innamorarsi in mancanza d’altro da fare. È casualmente che Charlie si stende in un prato degno del Decameron. È casualmente che la travolgente Fran – una di quelle bellezze che saresti tentato all’istante di immortalare in un ritratto – inciampa sull’intruso mentre prova con una compagnia di attori amatoriali. Metteranno in scena Romeo e Giulietta, in quegli anni portato al cinema anche da Luhrmann. La proposta è di quelle che non si rifiutano: accettare il ruolo di Benvolio per condividere con l’intrigante sconosciuta – e con Alex, Helen, George, Lucy – passeggiate sull’erba, prove estenuanti, feste alcoliche e, se tutto fila liscio, pomiciate spinte. Charlie accetta.

Ma le storie d’amore sono noiose. L’amore è una cosa normale solo per chi non lo vive, e il primo amore è spesso goffo e ghiandolare. Shakespeare doveva saperlo: prendete il testo della storia d’amore più famosa del mondo e provate a stringere fra pollice e indice le pagine dove gli innamorati sono davvero felici, non il crescendo che precede l’amore o il conflitto che ne consegue, il lasso di tempo in cui l’amore è condiviso e sereno. Si tratta di una manciata di pagine, il breve interludio fra anelito e disperazione. 

Adatto a un pubblico più giovanile, Un dolore così dolce ha unico difetto oggettivo: a colpo d’occhio è la somma matematica dei successi passati e, pur essendo vicinissimo al sottovalutato Il sostituto, include i rimpianti di Emma e Dexter, le famiglie disfunzionali di Noi, l’effetto nostalgia delle Domande di Brian. Ma dove trovare, d’altra parte, la stessa brutale onestà nel trattare una perdita della verginità che ha davvero del tragicomico? Quei dialoghi brillanti, da sceneggiatore navigato, che con il filtro dell’autoironia colgano sottili analogie fra le vicissitudini dei protagonisti e quelle degli amanti di Verona? 
La lettura di Un dolore così dolce ha significato sbirciare in una palla di vetro per scoprire con il dono della preveggenza, a vent’anni di distanza, cosa sarebbe stato del colpo di fulmine con Fran. E un po’, quindi, anche di me. Se Charlie avesse trovato il suo posto nel mondo, infatti, ci sarebbero state buone speranze anche per il sottoscritto. E se Charlie rideva – una risata simulata, da palcoscenico – ridevo anch’io, mentre da recitata la contentezza diventava pian piano reale. E se Charlie diventava più sé stesso fingendo di essere qualcun altro, prendevo esempio e pendevo obbediente dalle labbra del Bardo: colui che talora presta al protagonista in crisi i pensieri e le parole, diventando suo consigliere personale; un modo di essere. Scorrono le pagine, e assieme corrono gli anni Novanta. Quelli delle promesse solenni, dei giuramenti fra amici che impongono di non perdersi mai di vista. Ma il mese dopo ci si eviterà già in centro, per imbarazzo o antipatia: cosa dirsi, infatti, come rapportarsi, con il sopraggiungere di settembre?

A volte ci penso, sai. Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire più nient’altro, qui c’è già tutto, questa è la melodia più bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati… Ma quando la senti per radio, be’, è ancora una bella canzone. 

I negozi di dischi stanno già iniziando a chiudere. La crisi finanziaria miete le vittime iniziali. I cellulari, costosi relitti senza i miracoli di WhatsApp, mettono spesso nei pasticci per l’impossibilità di comunicare in tempo reale ritardi o fraintendimenti. La storia d’amore di Charlie ha lo spirito gaudente di alcune estati scacciapensieri e, nell’epilogo, infonde il magone di un’alba sulla spiaggia o di una brutta notizia alla radio che, dal nulla, interrompe un ritornello di Madonna. E rivela, purtroppo, che anche le principesse muoiono.
Il primo amore non si scorda mai, giurano. L’ultimo Nicholls chissà. Un giorno potrebbe essere dolce perfino dimenticarlo e riscoprirlo, proprio come accade con quell’amica avvicinata con un misto d’imbarazzo ed euforia alla rimpatriata a cui non volevamo  nemmeno presentarci – meglio non scomodarlo, il vespaio dei sedici anni.  Per fortuna, in pace con noi stessi, alla fine abbiamo detto sì.
Il mio voto: ★★★★
Il consiglio musicale: The Verve – Bittersweet Symphony

lunedì 16 settembre 2019

Recensione: Per chi è la notte, di Aldo Simeone

| Per chi è la notte, di Aldo Simeone. Fazi Editore, € 16, pp. 280 |

Alcune estati, alcune guerre, non finiscono mai. È l’impressione che deve aver Francesco, dodici anni, vivendo immerso nella natura della Garfagnana e all’ombra del secondo conflitto mondiale. Fra i monti, in mezzo agli alberi, le notizie dal fronte arrivano smorzate. Mussolini è stato arrestato. Significa forse che la guerra è finita? Mentre i soldati tedeschi invadono le piazze del paese e le case, il protagonista sogna di costruire un fortino sull’albero e di sconfiggere una paura inconfessabile. Quella verso il famigerato Bosco delle Sorti. Un dedalo infido e pericoloso, in cui rovi e sentieri sembrano muoversi da sé come succede alle scale di Hogwarts: anche lì, inoltre, sembrerebbe esserci lo zampino del paranormale. La nonna di Francesco, tenera dispensatrice di leggende folkloristiche, gli ha parlato della presenza degli streghi. Spiriti senza pace, con una candela fra le dita scheletriche, che in cerca di una via d’uscita fagocitano tutti i malcapitati: la conta delle vittime comprenderebbe anche il capofamiglia, considerato però un disertore dal resto della comunità. Che suo padre sia rimasto davvero prigioniero? Francesco rispetta rigorosamente il coprifuoco e guarda a quel confine con un misto di ansia e speranza: varcarlo significherebbe lasciarci le penne, e soprattutto crescere. Se in una storia di formazione vecchio stile, con più di qualche debito dichiarato verso i bambini di Stephen King, il nostro piccolo eroe non potrà che avere due compagni d’avventura per fronteggiare le proprie paure: da un lato Secondo, piantagrane manesco e bellicoso che vorrebbe raggiungere il fratello maggiore in battaglia diventando l’ennesimo soldato fanfarone; dall’altro lo sfuggente Tommaso, accolto in segreto nella canonica di Don Dante – che sia un comunista allora o, peggio, un ebreo?

«Non è mica possibile». «Cosa?».
«Smettere di avere paura». «Sì, invece. Si sceglie anche quello».
«Si sceglie tutto per te?». Mi sorrise. 

Erano anni disperati: per sfamarsi si uccidevano cani e gatti e nei pozzi scoperti potevano essere rinvenuti resti umani, sangue a secchiate. Erano anni, di conseguenza, in cui cercare la magia dappertutto: davanti allo sfacelo dello Stivale, meglio fantasticare di case stregate, fate, orchi e caproni demoniaci; meglio concentrarsi su uno scontro parallelo che opponeva forze umane e forze soprannaturali alla resa dei conti fra nazifascisti e partigiani. L’esordiente Aldo Simeone, con una scrittura emozionata ed evocativa, punta tutto sulla suggestione delle atmosfere e sulla caratterizzazione dei protagonisti. 
Nato nella notte di San Giovanni, allergico all’incenso e per di più mancino, il cagionevole Francesco scambia la sua attrazione per l’ignoto per una propensione al male, quando calarsi dalle grondaie, violare le regole e inciampare in misteri e morti ammazzati è soltanto un diritto dei suoi spericolati dodici anni. Gli fa da spalla Tommaso, che parla già come un adulto e lo invita a osare con i mignoli intrecciati stretti: dopo tanto indugiare, violeranno insieme la soglia che li separa dalla radura incontaminata e dal diventare uomini?

Ogni spettro è un ostinarsi affannoso nell’impossibile, è un atto mancato che si ripete non per risolverlo o riscattarlo, ma per ripetere il proprio errore. Dalla morte ci si salva morendo, dalla colpa accettando la colpa. Questo, probabilmente, era il male degli streghi: non volersi rassegnare, continuare una guerra già persa in partenza, accanirsi in quell’unica direzione. Per la prima volta, ne provai pietà.

Qualcosa non torna, purtroppo, in un finale a corto di colpi di scena e aperto a un brusco flashforward. Fatti di lungaggini e ripetizioni, fra ritorni, fughe e ricerche continue, gli angosciosi ultimi capitoli colgono il protagonista troppo impegnato a infangarsi le scarpe nella scorribanda definitiva per partecipare alla vita dei personaggi secondari. Le cose, perciò, hanno il difetto di accadere fuori scena: quando Francesco non c’è. Ma se non tutto torna, se non tutto si spiega, è perché così domanda in fondo la ricca tradizione del realismo magico. A metà fra Il buio oltre la siepe e Io non ho paura, confinante anche coi toni dell’ultimo Fabio Bartolomei giunto in libreria, Per chi è la notte è un amaro compendio di generi ed esistenze. 
Una rievocazione color seppia, inquieta e malinconica, che guarda tanto alle ferrovie dei romanzi del Re quanto ai sacrifici di sangue dei nostri patrioti sconfitti. Alla storia di un dodicenne coraggioso, se ne affianca quindi un’altra: quella con la lettera maiuscola. Stringiamo le dita, intanto, sperando che almeno una delle due si concluda lietamente.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Marlene Kuntz + Skin – Bella ciao


sabato 14 settembre 2019

Mr. Ciak: Il primo re, Il vizio della speranza, Ricordi? e altro Made in Italy

Ci sono film in cui è impossibile separare le prodezze del comporto tecnico da una sceneggiatura che poco cattura, poco esalta. È il caso del Primo re, chiacchierato ritorno al cinema di Matteo Rovere, già finito sotto silenzio nonostante una serie Sky in produzione. Si parla delle origini di Roma. E lo si fa in protolatino, conferendo un fascino arcano a ciascun dialogo fra i bravissimi Alessio Lapice e Alessandro Borghi. I fratelli-nemici Romolo e Remo, dalla magistrale sequenza d’apertura in poi, tenteranno di ricongiungersi nonostante la tragedia annidata in un finale noto. Lontani dall’epica del latino d’età imperiale, i protagonisti sono tanto gloriosi quanto basici e si scorgono rare sfumature nei banchi di nebbia, nei corpi a corpi splatter, nelle notti perenni: il grosso, appunto, lo fa una lingua che suona magica sulle loro labbra, anche se di magie non può farne. Almeno per convincere uno spettatore come me, sensibile alle regie ardite ma anche alla noia diffusa del cinema d’azione. Godibile il minimo, per quanto all’avanguardia, Il primo re è il solito viaggio dell’eroe, ma raccontato secondo stilemi che non hanno né grandi imprese, né antagonisti memorabili. Apprezzabile, purché come prima pietra di un’impresa maggiore. (6)

Siamo in una Campania da terzo mondo. Nascosta sotto un cappuccio, con un molosso al seguito, la protagonista gestisce gli affari di una trafficante di neonati in una landa di extracomunitari e prostitute. Fino a quando non si scopre incinta. In lei, così, si risveglia il desiderio di fare la differenza. Come può portare a termine il travaglio? Come può mettere al mondo un innocente in una folla disumana, fatta eccezione per un giostraio dal cuore d'oro e una ragazzina zoppa? Prendete la violenza morale di Dogman e aggiungeteci i palpiti di Roma. Questo presepe laico ha la crudezza del documentario, infatti, ma sorprende per l’accuratezza delle scenografie e la grazia di una regia ispiratissima, capace di rintracciare la poesia anche nel totale squallore. Pina Turco regge il film con la tempra delle interpreti navigate: le rese dei conti con la spregevole datrice di lavoro, il giro in giostra alla Truffaut e le raccomandazioni al nascituro, per altro, le hanno dato man forte nello strapparmi lacrime di rabbia e gratitudine. Peccato non averlo visto in sala: il ritorno di De Angelis sarebbe finito nel meglio della scorsa annata. Mi ha fatto un male cane, ma gliene sono riconoscente: ci vizia con un altro spaccato indimenticabile. Regalando speranze al cinema italiano, e alle vite prigioniere dei forse. (8)

Passando da Venezia, Valerio Mieli è tornato con un’altra coppia di protagonisti memorabili e una storia d’amore ancora meno incasellabile di Dieci inverni. Quale sarebbe il risultato se Malick potesse mettere mano ai capitoli della nostra convivenza, montandoli in un flusso di coscienza dei suoi? Incantevole e sperimentale, Mieli porta al cinema quella che Freud chiamerebbe libera associazione. Sorretto da una partitura minima, il suo film è fatto proprio della caotica poesia dei ricordi: quelli che affiorano all’improvviso, disordinatamente, e accostano senza un disegno le tessere di una relazione a un crocevia. Il malinconico Marinelli e l’adorabile Cariddi fanno l’errore di bruciare le tappe. Lei è forse pronta a rinunciare alla sua allegria per lui? Lui, invece, è pronto a tinteggiare la casa – la stessa dell’infanzia – per lei? Il melodramma del regista è della stessa materia ingannevole di cui è fatta la memoria: ci attingiamo per conoscerci meglio; ci attingiamo, si spera, per ritrovarci. Lui e lei si rubano il meglio. Si gettano addosso il peggio. Ne escono svuotati, sfitti. Ma cambiati. In amore ci si influenza e ci si limita, ci si perdona in nome della nostalgia: di per sé, il sentimento del passato. Se una relazione, al contrario, è il futuro, la nostalgia sarà abbastanza per costituirne le fondamenta? Lo è senz’altro per realizzare un film imperfetto – troppo allungato, quel finale da orchestra sinfonica – ma unico nel suo genere. (7,5)

Avere in mano le sorti degli equilibri internazionali e non poterlo dire a nessuno. È il dramma di un’agile Paola Cortellesi, costretta a mentire a famiglia e amici pur di salvaguardarli: sebbene su carta sia una dipendente del ministero, in realtà è un’agente segreto. Come non dire che è passata a prendere in ritardo la bambina perché inseguiva criminali in Marocco? Costretta all’anonimato, osa durante una rimpatriata fra compagni del liceo: ognuno ha subito un torto, ognuno si è fatto un nemico, e allora perché non vendicarli attingendo alle sue risorse? A Milani, regista degli altrettanto gradevoli come Come un gatto in tangenziale e Scusate se esisto, ha fatto bene il successo precedente. Potendo contare su un budget maggiore, questa volta realizza una commedia più ricca e curata, con frequenti cambi di location – nel finale si punta anche a Siviglia – e un cast popolosissimo, fra comprimari e cameo. Lo spunto è di quelli paradossali, con tanto d’incursioni alla buona nella spy story, ma risulta credibile grazie alla performance di una Cortellesi all’altezza di ogni travestimento. Serve forse essere una spia, però, per combattere la maleducazione del prossimo? Divertente con garbo, Ma cosa ci dice il cervello è un intrattenimento meno incisivo del precedente ma comunque godibile; un’avventura che parte dall’assurdo, e si rivela poi una lodevole lezione di civiltà. (6,5)

Siamo all’inizio degli anni Novanta. È un'estate euforica, quella dei mondiali di calcio. Siamo a Roma: città rumorosa e dispersiva, splendida  e orribile insieme, in cui ovunque ci sono feste esclusive; conversazioni altezzose; nomi altisonanti, reali o inventati. Tre aspiranti sceneggiatori – un siciliano, un toscano, una romana – sono indagati per la morte di un produttore, Giancarlo Giannini, precipitato con la macchina nel Tevere. Sembra l’imitazione del peggiore Sorrentino. Ma, amaramente, siamo invece al cospetto dell’ultimo film di Paolo Virzì: accolto nel migliore dei casi con freddezza, nel peggiore con stroncature spietate, è di ritorno dalla traversata americana di Ella & John. Da bravo illuso, da bravo fan, ho preferito non dare troppo credito alle stroncature: ho fatto male. Storia mal recitata di giovinezze ambiziose, carriere bruciate e grandi speranze, Notti magiche saccheggia i salotti della Grande bellezza e i triangoli del cinema di Truffaut. Il risultato è inqualificabile, non all’altezza delle citazioni e inutilmente ridondante, con un miscuglio di generi incomprensibile. Un giallo stinto, che nelle sue notti non trova magia. (4,5)

Un altro film che parla di film. Un’altra Roma di parvenu e donne fatali. Richelmy, scrittore dalle sfumature imprevedibili, accetta che il villain di un esilarante Barbareschi – accanto a lui, le pericolose Bellè e Gerini: quest’ultima con una scena di nudo già iconica – realizza la trasposizione del suo esordio: il risultato è disastroso. Come salvare un film maledetto se non con tanta pessima pubblicità? L’ingegnosa strategia, ahimè, non ha riguardato questo DolceRoma, passato a torto in sordina. Volutamente esagerato e meta inematografico, rompe la quarta parte e spazia fra i generi: un po’ commedia nera, un po’ noir, mescola verità e finzione, realtà e aspettative. Venirne a capo, insieme a un bel cast, è uno spasso. L’ottimo Resinaro s’ispira  alla regie forsennate di Ritchie e Boyle, e la sfrontatezza dell’impresa fa del film un videoclip psichedelico – non bello, ma fighissimo – visto di rado. Questa Roma dolcissima e metropolitana, di luci al neon e rapimenti inventati, per fortuna sa come non risultare stucchevole. Ma punge, a tratti, come un’ape che a torto sembrava amichevole, quando invece difendeva il proverbiale posto al sole. (7)

Cos’hanno in comune Gassman e Bentivoglio, sesso a parte? Tanto cafone il primo quanto snob il secondo, s’innamorano nonostante le differenze. Ma come conciliare le famiglie, all’oscuro della sessualità dei genitori? Si va insieme in villeggiatura, e sarà la catastrofe annunciata. Il problema sono i figli – su tutti, una straordinaria Trinca: nevrotica e abbandonata – o i protagonisti stessi, opposti destinati ad attrarsi solo per un po’? Riuscitissima commedia dei caratteri, Croce e delizia diverte facilmente con le contrapposizioni, i cliché, il conflitto ideologico e generazionale. Lo fa con più emozione del previsto, schierando in campo alcuni dei migliori attori di casa nostra – raramente, eppure, si sono prestati in passato alla commedia brillante – e riproponendo il sodalizio Godano-Steigerwaltz, già superiore alle aspettative in Moglie e marito. Per rovinare tutto una famiglia media ha forse bisogno dello shock di un outing fuori tempo massimo? No, lo fa naturalmente. Evviva i film che sanno raccontarlo senza pretese e con uno sguardo alle unioni civili. Evviva Simone Godano, che al secondo film ci delizia davvero. (7)

Lui è un aspirante cantautore. Lei è una hippy di ritorno in patria. Lui segue lei a Roma, mettendo i suoi sogni in pausa, e si reinventa intanto autore frustrato di jingle televisivi. Patiranno l’imborghesimento e la città, amandosi, odiandosi e riprendendosi. Ci sono di mezzo le ambizioni di La La Land, da premettere qui all’amore; una gelosia che ispira tanghi alla Moulin Rouge nelle balere di borgata; campi e controcampi, nel finale, che ricordano gli sguardi sui tetti di Across the universe. Se Michele Riondino, convincente anche dal punto di vista vocale, fa sempre una discreta figura, lo stesso non può dirsi purtroppo di una Laura Chiatti antipaticissima e dalla dizione robotica. E il regista Marco Danieli, invece, passato dall’impegno di La ragazza del mondo al musical in salsa italiana? Trainato interamente dalle canzoni sempiterne di Battisti, Un’avventura è un esperimento singolare. Ma, a dispetto dell’idea apprezzabile e della validità del comparto tecnico, risulta goffo e didascalico soprattutto nella parte musicale: imperdonabile, soprattutto, l’amatorialità del montaggio sonoro. Si canta (molto), si balla (poco), si sguazza in un mare di nostalgia (a tratti). Come in ogni avventura, memorabile o meno, degna di questo nome. (5,5)

mercoledì 11 settembre 2019

Recensione [Strega 2019]: La straniera, di Claudia Durastanti

| La straniera, di Claudia Durastanti. La nave di Teseo, € 18, pp. 285 |

Hello, stranger. Erano queste le parole con cui i comprimari, negli episodi di Beverly Hills 90210 – cult degli anni Novanta da me conosciuto soltanto di sfuggita –, accoglievano ogni volta il ritorno in scena del compianto Luke Perry. Era il personaggio più sfuggente e avventuroso della serie, un vero rubacuori. Era il personaggio più amato dalle adolescenti. Sarà per questo che l’autrice, all’epoca liceale sospesa fra mondi e culture agli antipodi, è diventata una straniera: soprattutto agli occhi di sé stessa. Claudia Durastanti – finalista al premio Strega, giornalista, traduttrice: un curriculum lunghissimo, e all’anagrafe trent’anni o poco più – apre per noi le cerniere della sua valigia, sempre carica per un volo dell’ultimo minuto, e le porte di una casa di cui un po’ va fiera, un po’ si vergogna. Se in cerca delle proprie radici, meglio partire da dove tutto è iniziato: due genitori strampalati usciti da una commedia di Boris Vian, eternamente litigiosi ma d’accordo su un fatto fondamentale: comunque sia andata, si sono salvati la vita. La madre, cresciuta come una monella di strada, rimase sorda da piccola: la colpa fu presumibilmente di una meningite fulminante. Il padre, sordo sin dalla nascita, era un uomo bizzoso e bellissimo: un piantagrane irresponsabile che trascinava i figli a vedere i film vietati ai minori e, qualche volta, fingeva di rapirli per attirare invano le attenzioni della ex. 
Rifiutano tutt’oggi di imparare il linguaggio dei segni e preferiscono parlare a voce alta, compensando ai fraintendimenti con i gesti tipici del Sud.

Ma quando penso alle somiglianze tra i miei genitori nei pomeriggi malinconici e rabbiosi della loro adolescenza, entrambi isolati, valuto la possibilità che l’incontro tra due persone non abbia a che fare con la predestinazione quanto con una mappa biologica che si rivela mentre ci si innamora l’uno dell’altra, e si scopre che c’era un’intelligenza primitiva che governava i nostri corpi e rilasciava particelle elementari nell’aria ancora prima di incontrarsi, in modo che queste attraversassero città, pareti di cemento e membrane di pelle per entrare in contatto con sostanze simili e sviluppare una forma di resistenza comune, una difesa contro le offese del mondo: i miei genitori si sono incontrati per i riverberi simili a quelli di una foresta prima di un incendio, non perché era scritto; il loro futuro non era impresso nella filigrana di una Bibbia o di un vecchio oroscopo, era solo una vibrazione particolare nell’aria, un allarme invisibile che invitava alla sopravvivenza.

Fanno nascere la secondogenita a Brooklyn, ma presto la costringono alla ritirata in Basilicata: una regione poco conosciuta al pari del mio Molise – di grotte di tufo, trivelle instancabili, tramonti iniettati di sangue – con poche strade d’asfalto sbeccato e troppi campi incolti. Pregi e difetti, questi, di una famiglia allargata, scombinata, che abbina lunghe trasferte a un’esistenza per il resto modestissima; cantanti neomelodici da storpiare in italoamericano e tagliatelle al ragù; vignette di Topolino e manifesti della Beat Generation, da leggere di nascosto in soffitta dopo aver marinato di nuovo la scuola. Claudia ci racconta i suoi parenti, e allora incanta e diverte; i suoi viaggi innumerevoli – non soltanto quegli Stati Uniti sorprendentemente all’altezza del sogno americano, ma anche l’India e l’Inghilterra: con un’irrinunciabile attitudine punk e le cuffiette calcate nelle orecchie, l’autrice è interessata ai luoghi clou della controcultura, cimiteri, cinema d’essai, parchi di skater –; la fine lenta e amara della relazione con il ragazzo del liceo, i primi lavori da freelance, le avvertenze dell’oroscopo per i nati sotto il segno dei gemelli.  
Come ha vissuto il crollo delle Torri Gemelle, gli attentati dell’Isis, la Brexit e l’ascesa di Donald Trump un’eterna passeggera? Quali sono le letture, i film e le serie TV che l’hanno accompagnata? Quando alzare o abbassare la voce, perché mai impuntarsi, in una famiglia che faceva letteralmente orecchie da mercante davanti alle sue rimostranze?

La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato.

Le risposte sono state pronunciate in confessione tutte d’un fiato e racchiuse qui, in un best-seller dall’irresistibile copertina rosso fuoco. Equilibrista provetta com’è – fra mondi diversi, vuoti e pieni, rumori e silenzi – la Durastanti brilla per una delle scritture più espressive e originali incontrate quest’anno. Quanto è straordinaria la sua prosa, quant’è potente: al punto che, ammirato, ho finito di leggere il romanzo in pochi giorni. Con il senno di poi, grosso errore. All’inizio autobiografia pittoresca nello stile della Più amata, da metà in poi assume toni più vicini alla saggistica – ho ripensato all’Invenzione occasionale; a Parla, mia paura. La narrazione si frantuma e s’assottiglia. Si sparpaglia. D’un tratto diventano troppe le citazioni, troppe le digressioni, troppe le riflessioni. I capitoli sembrano articoli giornalistici a sé. E il rischio corso è stato quello di distrarsi, di perdersi per sempre, in una prosa che ha il pregio e il difetto delle canzoni ben musicate: concentrati sulla bellezza della melodia, non si presta attenzione al messaggio finale. Il mio consiglio per non guastarselo è quello di non fare come me, ma di piluccarlo poco alla volta, di leggerlo pianissimo. Figlia di genitori sordi, Claudia Durastanti dev’essersi abituata sin dall’infanzia a usare le parole perfette anche per raggiungere loro. A padroneggiare i segreti delle figure retoriche e dell’ironia anche per conto di mamma e papà, che nella loro routine fuori sincrono purtroppo ignoravano metafore e battute salaci. Da bambina, costretta sul divano, la protagonista seguiva Sanremo soltanto per i testi. Poco più grande, invece, avrebbe conosciuto Bob Dylan prima sui libri e poi attraverso i dischi – il Nobel per la letteratura, quindi, non l’ha mai stupita.

Possiamo fallire una storia d’amore, il rapporto con una madre. Ma quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazione frustrata di merito, che può farsi malattia. Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, è un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli.

Tutt’altro che restia alla magia sguaiata del dialetto, abituata a parlare forte e chiaro per farsi comprendere, l'autrice cresce ben consapevole del potere della lingua e orgogliosissima nel profondo. Non è soltanto il frutto acerbo di un’infanzia a tinte dickensiane. Non è semplicemente la ragazza delle borse di studio, l’elemosinante delle graduatorie da far scorrere. La sua questione privata, in libreria, diventa il pretesto per un gioco circense di infinita bravura, anche se qui e lì i nodi dell’albero genealogico, i sentieri della mappa topografica e il punto della situazione si perdono di vista. Ma bugiarda inguaribile per sua stessa ammissione, Claudia forse voleva semplicemente accontentare la mamma – che preferisce le storie reali ai racconti di fantasia, e ingenuamente è portata a  prendere tutto per vero. Restarci straniera, per preparare, così, la prossima fuga lontano dalla normalità.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Iggy Pop – Passenger

lunedì 9 settembre 2019

Recensione: Il signor Diavolo, di Pupi Avati

| Il signor Diavolo, di Pupi Avati. Guanda Editore, € 16, pp. 202 |

Ridevano le finestre del suo più grande successo. Un giallo di culto negli anni Settanta – fra i suoi estimatori si ricordano Quentin Tarantino e Eli Roth –, ambientato sullo sfondo della campagna emiliana e nel mondo dell’arte sacra. Recuperato in tempi recenti, ho scoperto un film invecchiato malamente ma un intreccio accattivante: al di là delle immagini ormai slavate e di un cast di sconosciuti non sempre all’altezza, si ricordano i paesaggi – inconsueti perché luminosissimi, lontani dalla trafficata Torino di Dario Argento – e la sofferenza sul viso di un San Sebastiano da restaurare. Chiamato a dare nuovo lustro all’affresco e a rivangare la sorte di un pittore morto di follia, era un giovane di città: curioso come il gatto del proverbio, in una matassa di donne fatali e concittadini omertosi, rischiava di lasciarci lo zampino. Nel frattempo l’instancabile regista, ottantenne, non si è fermato. Dalle commedie in costume ai drammi familiari, dal grande schermo al piccolo, è una presenza costante del nostro cinema. Ma i fan dell’horror reclamavano da un po’ il suo ritorno ai fasti splatter. In sala da qualche settimana, Il signor Diavolo aveva messo già alla prova le inquietudini dei lettori. Prima romanzo, poi film, omaggiava a tratti il famoso predecessore ma trasferiva il mistero in Veneto, all’epoca del dopoguerra: per deformazione professionale, prevedibilmente, ho preferito dare la precedenza al volume Guanda.

Il parroco di Lio Piccolo non c’era quasi mai, così per la prima comunione ci preparò il suo sagrestano. Lo faceva la sera quando era già buio. Lui sapeva tutto del diavolo, anzi ci aveva insegnato a chiamarlo il signor Diavolo perché diceva che le persone cattive bisogna trattarle bene.

Roma è in macerie, la stazione Termini è in fase di costruzione. In un appartamento semivuoto, con Nilla Pizzi impegnata a struggersi in un ritornello alla radio, l’inquieto Furio fa i conti con i morsi dell’abbandono: fervente cattolico, è impensierito dai debiti – ha preso in gestione una tabaccheria fallimentare – e dalla vergogna che lo lega a Laura, l’ex moglie. Per il viaggio di nozze, da innamorati, avevano pensato a Venezia. Ci andrà, adesso, ma in completa solitudine: così detta un incarico ministeriale che nessuno sembra volere. Inetto, assuefatto alla disistima dei colleghi, parte per Lio Piccolo per conto della Democrazia Cristiana: il suo compito, salvare il buon nome della cristianità attraverso un ispezione. Il caso è già chiuso: il piccolo Carlo, affranto per la morte dell’amico Paolino, avrebbe ucciso a pietrate Emilio – un forestiero di nobile famiglia, grosso e tonto, con una dentatura bestiale e uno scandalo nel passato. Il movente: una possessione demoniaca. Quella che dovrebbe essere la fine di Emilio è l’inizio della storia di Furio. Ci sono dettagli stridenti, incongruenze, dilemmi etici e morali; perfino il medico legale e l’addetto agli esami balistici, davanti a un cadavere con qualcosa di strano, alzano bandiera bianca.  L’ispettore dall’ego infranto legge gli incartamenti e prende il primo treno. Non è pronto al sopraggiungere dei ricordi d’infanzia. Non è pronto alle nebbie perenni, a esondazioni che disturbano la pace dei cadaveri, alla forza oscura dei riti rurali.

Fisso quella brodaglia lucida e ferma e all’improvviso so perché quella grande pozza è lì davanti a me. Non c’è nessuna ragione per farsi venire un’idea così. Però sono certo che qui, ancora all’asciutto, dove mi sono fermato, sul limite di questa pozza, finisce la prima parte della mia vita. […] Dall’altra parte c’è un viaggio che probabilmente la maggior parte dei miei colleghi ha rifiutato di fare accampando le scuse più fantasiose. Dall’altra parte c’è la mia morte.

Splendidamente reso, il paese è un microcosmo invalicabile su misura di questi ragazzini isolati e macilenti, incattiviti dal conflitto armato e dall’analfabetismo. Squallida e respingente, tanto lontana dal glamour del Festival ospitato lì in questi giorni, la laguna – poco più che una brodaglia nera, di pantegane e infezione – culla il lettore in una fiaba sacrilega fino all’annegamento. Lo stile di Avati, anche scrittore sorprendente, è elegante e visivo: aperto a digressioni e approfondimenti psicologici, indugia nell’ambiguità dei conflitti – politica e religione, raziocinio e superstizione, scienza e fede – e svela le agghiaccianti crudeltà dell’universo contadino, legato a doppio nodo a pettegolezzi di malaugurio e credenze ancestrali. Il clima è uggioso, come in ogni ghost story che si rispetti. La luce elettrica, che proprio in quel periodo prendeva lentamente piede, si nega lasciando le case al buio. Peccato che la ricerca pericolosa e disperata di un protagonista difficile da amare, convincente soprattutto nelle fragilità, sia destinata a un epilogo frettoloso e inappagante: unica concessione all’horror a buon mercato; unica vera sbavatura imperdonabile. 
In attesa di scoprire il film – anche in questo caso la trasposizione cinematografica è destinata a rimanere inferiore? –, scesi a patti con il finale, Il signor Diavolo suggestiona e spaventa. Romanzo gotico di quelli che difficilmente trovano spazio sugli scaffali, rigoroso e vecchio stile: mica un incubo da “ridere”.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Cherry Glazer – Tip Toe Through The Tulips

venerdì 6 settembre 2019

I film che leggeremo: cast da best-seller

Il cardellino
10 ottobre 2019
Un'autrice dal fascino innegabile; un romanzo premio Pulitzer; una storia di formazione, arte e mistero che si dipana in oltre 800 pagine. Le stesse di cui, mi assicurano, farei meglio a non preoccuparmi troppo. Nella mia libreria dal giorno della pubblicazione, mai approcciato per paura di imbarcarmi in una lettura troppo complessa nel momento sbagliato, Il cardellino spicca il volo verso il grande schermo. Un best-seller celebratissimo non poteva avere un cast da poco: Ansel Elgort, Nicole Kidman, Luke Wilson, Sarah Paulson e Jeffrey Wright saranno diretti dal regista del delizioso Brooklyn nella pellicola attesa proprio in questi giorni al Toronto Film Festival. Riuscirò a rispettare il mio buon proposito – vale a dire, il faccia a faccia definitivo con Donna Tartt – dopo tanto titubare?


Che fine ha fatto Bernadette?
10 ottobre 2019
Che fine ha fatto, piuttosto, Richard Linklater? Dopo la trilogia con Julie Delpy ed Ethan Hawke e i miracoli di Boyhood, storia di una crescita immortalata in vent'anni di riprese, il regista statunitense sembra essere a corti di progetti interessanti. Potrà riscattarlo la divina Cate Blanchett, qui mamma in fuga dalle pretese di marito e figli, al centro di una commedia gialla tratta dall'omonimo romanzo di Maria Semple? Con lei: Billy Crudup, Steve Zahn, Judy Greer, Kristen Wiig, Megan Mullaly. Se dagli Stati Uniti arrivano stralci di recensioni tutt'altro che entusiastiche, fa invece gola il prossimo progetto annunciato da Linklater: un musical girato nuovamente nell'arco di un paio di decenni, Merrily We Roll Along, che non vedremo in sala prima del 2040.


L'uomo del labirinto
30 ottobre 2019
Si era ispirato alla cronaca nera per il suo esordio cinematografico, poi premiato ai David di Donatello da Steven Spielberg in persona. A sorpresa – chi lo avrebbe mai detto? – i colpi di scena della Ragazza nella nebbia convincevano ancora più che su carta. Lo scrittore Donato Carrisi torna al cinema, e adatta ancora sé stesso. Ritrova Toni Servillo, ormai attore feticcio, e lascia Jean Reno per un'altra star internazionale: Dustin Hoffman. Conigli di lynchiana memoria, una ragazza senza identità, un intrigo al cardiopalma. L'uomo del labirinto, a oggi, è per me il migliore dei suoi romanzi accanto al Suggeritore. Lo confesso perciò, ho doppiamente paura. Come se la caverà Carrisi, Minosse incontrastato del suo stesso dedalo della suspance?


Mio fratello rincorre i dinosauri
5 settembre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo del giovane Giacomo Mazzariol, poi anche sceneggiatore della serie Baby, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dalla convivenza con fratellino dalla sindrome di Down. Sospettavo una scrittura a tavolino e un battage pubblicitario spietatissimo, per inseguire la scia di un altro successo basato su affetti e diversità: Wonder. Mi sbaglierò? Preferisco scoprirlo, per una volta, direttamente in sala: anzi, in homevideo quando sarà. Se qualche pregiudizio resta, ispirano maggiore fiducia Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e Rossy de Palma.


Tutto il mio folle amore
24 ottobre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo mediatico di Andrea e Franco Antonello, aiutati nella scrittura dall'autore Fulvio Ervas, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dall'avventura on the road con un figlio autistico al seguito. Insomma: cambiano i nomi, cambia la patologia, ma il sospetto – troppi ammiccamenti, gran furberia – è identico a quello di cui è vittima Mazzariol. Almeno su carta. Al cinema, infatti, Se ti abbraccio non aver paura preferisce citare Domenico Modugno nel titolo, portare sulla retta via il nostro Gabriele Salvatores – basta, per favore, coi cinecomic – e far montare in sella Claudio Santamaria e Valeria Golino. Il viaggio sarà memorabile come spero? Dal Festival di Venezia, si aspettano notizie fresche e cartoline.


A Million Little Pieces
30 agosto 2019 (UK)
Potrebbe essere il film più interessante della carrellata. Potremmo, purtroppo, non vederlo mai doppiato in italiano. Passato al Toronto Film Festival più di un anno fa, apprezzatissimo dalla critica in particolare per la prova maiuscola di Aaron Taylor-Johnson – qui diretto dalla moglie Sam, regista di Cinquanta sfumature digrigio –, non ha nessuna data di distribuzione. Eppure del romanzo alla base, in patria, si è parlato in lungo e in largo. Spacciato dall'autore per un'autobiografia – storia di cadute e rinascite, in sintesi, fra alcol e droghe pesanti –, aveva preso tutti in contropiede quando si era rivelato un romanzo magnifico ma una mistificazione; un'opera di finzione annunciata per vera. Ma davanti a un prosa inappuntabile, davanti a un bel film, perché stare qui a sindacare?

Il re
1 novembre 2019
Non c'è best-seller senza William Shakespeare. Già citato nella puntata precedente con la trasposizione in chiave femminista di Ophelia, il Bardo – instancabile e inesauribile fonte d'ispirazione – torna in sala, anzi su Netflix, con Il re. Addamento cinematografico brutto, cattivo e violento, che in due ore condensa titanicamente sia Enrico IV sia Enrico V ma schiera sul campo di battaglia i bellissimi di oggi: le fan di Twilight avranno sguardi d'eccezione per Robert Pattinson, ma attesa e ammirazione qui sono tutte per Thimotée Chalamet e Lily-Rose Depp: anche coppia nella vita reale, stando ai rotocalchi, o per mero gossip o per passione filologica verso i classici, ci faranno seguire di buon grado anche un rimaneggiamento poco necessario.

mercoledì 4 settembre 2019

Recensione a basso costo: Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano

Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano. Garzanti Superpocket, € 6,90, pp. 414 |

A bordo di un Suv BMW ci sono tre diciassettenni dall’aria sospetta. Il veicolo è rubato e, per di più, nessuno di loro ha la patente. Alla guida c’è Giorgio: vestito a lutto, preso spesso in giro per un’omosessualità mai confermata, incespica nelle parole giacché balbuziente da sempre e poiché, quella mattina stessa, ha sepolto il fratello maggiore: Luca ha portato nella tomba con sé un segreto non così inimmaginabile e una passione per le canzoni di Michael Bolton. Accanto, al posto del passeggero, siede il migliore amico Filippo Maria: uno con il nome da nobile e un’infanzia da disperato, che storpia e inventa parole a caso – è dislessico – ma ne ha di sceltissime quando si tratta di insultare il prof di fisica, corteggiare l’ambita Giada o fare i conti con una madre traditrice che l’ha abbandonato in fasce. Dietro, con il viso che sbuca fra i poggiatesta, c’è Claudia detta Clo: cresciuta in comunità con il mito di Thelma & Louise, sgraffigna cose al centro commerciale per sport – cellulari e pistole – e su foglietti volanti prende nota dei dettagli che rendono questa esistenza degna di essere vissuta. Sono in fuga, e lo erano anche prima di incrociarsi. Il primo punta a San Martino, il secondo a Pisa e la terza direttamente in Francia, tanto grande l’ansia di essere sbattuta in un carcere minorile. 

Al mondo importa poco sapere chi sei e perché fai quel che fai. Al mondo importa solo essere convinto di saperlo. 

Questo folle trio è unito da un piano preciso: realizzare, in giornata, quei desideri indicibili che poco prima si sono sfidati a urlare a voce alta. Ma a raccontarci il sogno di una vita spericolata, a far davvero da collante, è la penna ritrovata di Enrico Galiano: al suo esordio, qualche anno fa, l’insegnante più popolare del web aveva riempito di dolcezza e malinconia con una storia d’amore sui generis che tutt’oggi ricordo con affetto. Sapendolo ormai in libreria con il suo terzo successo, complice la ristampa economica di questo titolo intermedio, ho recuperato a ritroso la sua seconda fatica: all’epoca dell’uscita, fra pareri discordanti e una trama che ispirava meno fiducia, avevo scelto di aspettare il tascabile. Magari l’estate? Letto sotto l’ombrellone in un paio di pomeriggi, un Galiano più leggero e divertito racconta attraverso una baraonda di voci diverse la cronaca di un sabato all’insegna delle effrazioni e dell’ora o mai più. Un’avventura politicamente scorretta, dove sul capo dei personaggi pende un serissimo mandato d’arresto: contro di loro sono infatti state sguinzagliate tre pattuglie dei carabinieri, dal momento che, fra le innumerevoli malefatte, Clo e soci hanno indossato maschere di Shrek per rapinare una trattoria frequentata dai peggiori xenofobi. 

Non è vero che nasciamo una volta sola, possiamo nascere tante volte, nasciamo quando mettiamo per la prima volta un passo dopo l’altro e riusciamo a camminare, nasciamo il giorno in cui finalmente decidiamo di dire qualcosa che ci siamo tenuti dentro per troppo tempo, e poi, e poi, nasciamo quando per la prima volta mettiamo il naso nel cuore di qualcuno e lasciamo che qualcuno metta il naso nel nostro, e ne sono sicura perché è quello che è successo oggi, e quindi lo so. Ecco cosa volevo dirvi, nel caso non ci vedessimo mai più. Che alla fine possiamo nascere infinite volte la prima volta non la decidiamo noi ma le altre sì, quello succede a tutti, ma vivere, quanti vivono per settant’anni senza aver mai vissuto davvero? No, ora lo so, vivere è una cosa che si va a prendere, che si strappa via, con le unghie e con i denti. E nasci ogni volta che te lo ricordi.

Per me inferiore al romanzo che l’ha anticipato, Tutta la vita che vuoi è una vicenda a lungo indecisa fra semplicità – in chiusura, ecco svelate le poetiche voci della lista di Claudia – ed esagerazioni da teen comedy americana. A tratti potrebbe ricordare perfino un po' troppo Città di carta, letto ai tempi con occhi innamorati. Ma c’è del buono, sì: il cenno a un triangolo platonico ma poliamoroso, che affronta con coraggio la sessualità dei suoi protagonisti, e lo spirito da canaglia che non ti aspetteresti mica da un autore all’inizio paragonato – ricordiamolo, sono entrambi insegnanti – al lezioso D’Avenia. 
Per quanto questa volta non mi abbia entusiasmato, galeotta una vicenda con sprezzo del buon senso che a venticinque anni mi ha già fatto sentire un vecchio brontolone, Enrico Galiano continua a piacermi. Non fa partacchioni gigioneggianti, non ti guarda dall’alto in basso, né dà lezioni prestampate – qui non ne dà affatto, forse, e a me è parso un po’ il suo vero limite. Sembra immaturo e divertito tanto quanto il suo trio. Sembra, a colpo d’occhio, che questa sia l’opera prima anziché una sperata riconferma.  
Non è un romanzo perfetto, non il romanzo che aspettavo. Ma è un viaggio che delle sue sbavature, dei suoi atti vandalici grandi e piccoli, delle sue trasgressioni alla piattezza del quieto vivere, va sinceramente fiero. E per questo fa simpatia dall’inizio alla fine, facendoci cadere “eppure felici”, nonostante il posto di blocco al prossimo svincolo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro - Rolls Royce

lunedì 2 settembre 2019

Recensione: Nemesi, di Philip Roth

Nemesi, di Philip Roth. Einaudi, € 11, pp. 182 |

Era la mafia a uccidere solo d’estate nel film d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. A seguire lo stesso modus operandi, a metà degli anni Quaranta, è un’altra maledizione: la poliomelite. All’inizio assimilabile a una comune influenza – temperatura corporea in aumento, spossatezza, torcicollo –, presto riduceva le sue vittime a gusci vuoti; fantocci inamovibili intrappolati dentro un letto d’ospedale, in un polmone d’acciaio. I più colpiti: i giovanissimi. È una strage fra i minori di quattordici anni. Il morbo implacabile falcia un’intera generazione di bambini mentre gli Stati Uniti, già colpiti fin dentro le ossa, si struggono per i caduti a Pearl Harbour.

Dentro il carro Mr Cantor vide il feretro. Impossibile credere che Alan giacesse in quella disadorna, pallida cassa di pino solo perché si era preso una malattia estiva. La cassa da cui non esiste via di fuga. La cassa in cui un dodicenne resta per sempre un dodicenne. Il resto di noi sopravvive e invecchia, ma lui continua ad avere dodici anni. Trascorrono milioni di anni, e lui ne ha ancora dodici.

A Newark, nello stato del New Jersey, si disputa quindi una doppia guerra mondiale: da un lato abbiamo l’inquietudine per gli allarmi antiaerei; dall’altro, invece, il rumoroso passaggio delle sirene dell’ambulanza. Ma del propagarsi del morbo, a lungo, nessuno parlerà: gli americani se ne rendono conto quando i casi di polio ammontano già a quaranta. Le cause, sconosciute. Colpa degli immigrati italiani, che sputacchiano dappertutto; degli hot dog a buon mercato; dei bagni sporchi; dei cani e dei gatti; degli scemi del villaggio?  Un allarmismo da caccia alle streghe fa abbattere i randagi come fra le strade di Chernobyl, evitare il contatto con il prossimo, scappare dai centri più popolosi puntando diritti alla linea del mare. Qualcuno, appartenente alla schiera dei privilegiati, taglia la corda. Qualcuno, la maggioranza, resta. E continua a chiacchierare sul portico di casa come se nulla fosse, mentre i bambini fanno cose da bambini e sperano in cuor loro che l’estate – perfino quell’estate famigerata, sì – non finisca mai. Se il germe più pericoloso è la paura, come difendersi? Non preoccupatevi, siamo in un altro bellissimo romanzo di Philip Roth. 
La tragedia, lontana dalla cronaca asciutta e senz’anima che poco gradisco, è raccontata dal punto di vista di un uomo comune. Un anti-eroe al centro del contagio – non un soldato di stanza altrove, né un villeggiante baciato dalla fortuna –, con il fisico scattante e gli occhiali troppo spessi. Avrebbe voluto arruolarsi insieme ai migliori amici, ma la miopia l’ha costretto lì:  ad allenare i bambini a softball, con la speranza di fare comunque la differenza.

Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare la ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore.

Nato in una famiglia d'origini polacche, allevato sano e forte nel retrobottega dei nonni, Bucky Cantor è l’emblema del ventitreenne tutto d’un pezzo. Stoico per natura, disabituato all’ironia, fa i conti con la sindrome del sopravvissuto e con la vergogna dei codardi: nei giorni buoni, però, gli sono di consolazione quei novanta ragazzi di cui prendersi cura e l’amore a distanza per Marcia, che gestisce goffamente al telefono. In che modo alternativo può manifestarsi l’eroismo in mancanza di un’esistenza consacrata all’azione? 
Marcus, indimenticato protagonista di Indignazione, si poneva domande simili nel romanzo di formazione che mi aveva fatto innamorare per la prima volta della penna del mancato premio Nobel. Era l’anticonformismo a parlare; una smania di ribellione che si esprimeva nelle accese invettive contro un decano intransigente. Era un senso di colpa logorante, insito forse nelle radici stesse dell’essere ebrei, che portava il giovane a commettere scelte sbagliate in nome di alti ideali. In principio inarrestabile, quintessenza della mascolinità, come reagirà invece Bucky davanti alla prospettiva di accettare un impiego su un quieto lungolago che ricorda la magia dei campeggi di Nickolas Butler?  A raccontarci le tappe del percorso dell’allenatore, perseguitato dalla tragedia e da dubbi sempre più striscianti, è Arnold: un personaggio che eccezionalmente non condivide mai la scena con Cantor prima della fine; uno dei suoi allievi, che in prima battuta si ammala per non riprendersi mai definitivamente.

Non metterti contro te stesso. Nel mondo c’è già abbastanza crudeltà. Non peggiorare le cose facendo di te un capro espiatorio.

Il popolo di Facebook, in questo periodo, si divide fra vax e no vax
I miei genitori, nati sul finire degli anni Sessanta, sull’avambraccio hanno la cicatrice del vaccino antivaiolo. 
Gli stendardi di Bucky, le sue ferite, sono invisibili e profondissime, di quelle condivise soltanto dai personaggi letterari dotati di una simile intensità. Se la prende con Dio, tanto lodato eppure tanto crudele. Se la prende con sé stesso, tanto affidabile eppure tanto sfortunato: che abbia nuociuto anche ad altri, dopo aver ammazzato sua madre venendo al mondo? Romanzo storico dalle ricostruzioni inappuntabili, con le angosce di un survival horror senza scampo, Nemesi cerca un senso, un perché, a un’ondata mortifera misteriosa come lo sono d’altronde tutte le pandemie. E lo trova in una scrittura inimitabile, che condensa grandi emozioni in pagine centellinate. In un capogruppo in canottiera, pantaloncini e scarpe da ginnastica, che alla fine della corsa lancia il suo amato giavellotto sotto lo sguardo conquistato degli allievi. Sembra proprio Eracle in persona, il figlio di Zeus. Un velo di sudore sulle tempie, le gambe solide, i muscoli tesi. Poi un grido di battaglia, che diventa pian piano sintomo di dolore e frustrazione. Un urlo elevato verso ciò sfugge e tormenta; verso un cielo aperto che, comunque vada, sera dopo sera, tramonterà sulle disgrazie di un’estate memorabile. E della vita stessa. 
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Guccini - Dio è morto

venerdì 30 agosto 2019

Recensione: I leoni di Sicilia. La saga dei Florio, di Stefania Auci

 
I leoni di Sicilia, di Stefania Auci. Nord, € 18, pp. 436 |

Restano la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto. Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto. Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi, scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice. Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno, due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività da zero.

Oltre quelle mura, oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma, dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi, dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.

Lavoratori indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto, Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini, e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia, finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario e dotato di un pessimo carattere. L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli. Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli, rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo, nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni combinati.

«Quando si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.» Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una vita che se ne va».

Se i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito renderceli memorabili, a non interessarmi è stato purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono impeccabili, più rischiano di annoiarmi. 
All’ombra del monte Pellegrino, nella terra che ha ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso. Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me. La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare sordo al suo ruggito.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Enya – Caribbean Blue