Un anno fa, in autunno, dicevo addio a Hannibal e a Breaking Bad: il primo, cancellato dopo una terza stagione splendida; il secondo, recuperato con imperdonabile ritardo. L'ultimo episodio, dell'uno così come dell'altro, mi aveva lasciato in lutto. Inconsolabile, o quasi. Subito dopo, infatti, l'annuncio: le star dei serial che, neanche a farlo apposta, avevo visto nello stesso periodo, sarebbero stati i volti del nuovo telefilm Hulu. Accanto a loro, Michelle Monaghan: vista qui e lì al cinema e totalmente apprezzata, infine, in True Detective. Con la primavera, arriva The Path: atteso, dal sottoscritto, con curiosità e una certa ansia. E di che parla? Incrocio tra il thriller e il dramma familiare, racconta – in dieci episodi – le vicende di una famiglia senz'altro particolare: i Lane vivono in una comunità religiosa, una setta, che ha regole ferree, un credo tutto suo e un leader carismatico, ma sempre in viaggio. Durante la sua assenza, Cal, degno di venerazione e con un passato misterioso, occupa il seggio vacante. In seguito a un tornado, la comunità apre le porte ai profughi: su di loro, gli obiettivi delle telecamere. Legale l'asilo? Nel mentre, nella famiglia di Eddie e Sarah, che in quella stessa comunità si sono ripuliti e hanno conosciuto l'amore e la redenzione, qualcosa s'incrina: il rapporto tra i coniugi si raffredda, c'è qualcosa che non si confessano; il figlio maggiore, adolescente innamorato di una coetanea estranea a quel mondo, punta i piedi, s'incapriccia e decide di fare di testa sua. Non vuole abbandonare gli studi, non vuole frequentare ragazze che credano nella Scala. A questo punto, mi domanderete, tutto ciò ha risvolti inaspettati; risulta interessante, se non addirittura imperdibile? Brutalmente: no. In nome di quale autolesionismo ho resistito, allora? Voglio troppo bene a Dancy e Paul, troppo. E, a malincuore, dico che nemmeno le scelte del cast mi sono sembrate particolarmente illuminate: si mostrano bravi come sappiamo, ma, al posto loro, non avrei partecipato. Dopo Will Graham, detective forse ancora meno lucido del serial killer che inseguiva, Dancy ha il ruolo del folle; Aaron Paul, ex tossicomane, è un Jesse Pinkman al guinzaglio; la Monaghan, naturalmente odiosa, aizza i suoi due spasimanti in un ennesimo triangolo sentimentale; Emma Greenwell, da Shameless, invece, riabbraccia il personaggio della giovane dissoluta, ninfomane, ebbra. The Path è lento, confuso, pasticciato. Accantonato l'elemento giallo – c'è un omicidio sul finale, intuibile tanto quanto le dinamiche del gruppo -, è un The Affair scritto alla buona, con le pretese di spacciarsi per il nuovo The Leftovers: vedi la crisi coniugale e le bugie; vedi il misticismo. I toni sono serissimi ma non serrati, le puntate sono lunghe e infruttuose, il finale è un letale buco nell'acqua. Di coinvolgente, l'elemento teen: Kyle Allen, poco convincente nei panni di un quindicenne, alto e maturo com'è, ha una gran bella faccia – somiglia a Heath Ledger, in 10 Cose che odio di te – e la strada spianata. A voler essere generosi, il resto, è il miglior toccasana per chi soffre d'insonnia cronica. (5)
Madri
che non parlano alle figlie, figlie che non parlano con le madri.
Questo, in tutte le combinazioni possibili. Sedicenni che mettono al
mondo un bimbo per sbaglio, e non sono mica pronte. Dodicenni,
invece, che alla mamma povera in canna preferiscono il papà, perché
nella casa nuova ha una piscina e una moglie uscite, entrambe, da un
catalogo dei sogni. Ancora, giovani che non si rivedono alle riunioni
degli alcolisti anonimi: muiono d'overdose, ci ricascano e lì
restano. Pusher che non si perdonano. Uomini d'azione che passano la
vita a fare follie, stuntman professionisti, e poi scivolano in
montagna e non si alzano più da una sedia a rotelle: da dongiovanni,
adesso fanno innamorare le donne al telefono, nascondendo la loro
disabilità. Regine di una galleria di personaggi disparati e
disperati, Chisty – ex tossica, ex spogliarellista, ora cameriera
scordinata che sogna una laurea che costa troppo – e Bonnie, a
simboleggiare che la mela non cade mai lontano dal proverbiale
albero: piccola narcotrafficante, clochard, ha cresciuto la figlia in
un'auto. Da tre anni, da tre stagioni, vivono insieme per necessità;
condividono il letto; si amano e si odiano, nel mentre. Ci sarebbe di
che piangere, uno dice. E invece in Mom, mai come quest'anno, si
ride, e con l'intelligenza e la crudeltà che non avevo mai notato in
precedente. Sotto sotto, la comedy Fox con le risate registrate è
tristissima e verissima. Come la racconti, però, la storia della
progenie di un Dio minore, in una America non così accogliente, non
così magica? Ma con il pratico formato sit-com, che sta
letteralmente in tasca, e due fuori classe di tempi comici e
figuracce. Loro, il segreto. E soprattutto il cuore, in una stagione
che non si smentisce e rivela una doppia faccia. Il cuore e la testa.
Assieme a una voce che, al prossimo bacio della
sfortuna, ti suggerisce: “fattela, una risata”. (7)
Lo
scorso anno, il piano della pia Jane Gloriana Villanueva, che
stringeva denti e ginocchia per arrivare vergine al matrimonio, aveva
imboccato svolte miracolose. Inseminata per errore, portava in grembo
il figlio del ricco Rafael, un completo sconosciuto, o quasi. Bello,
ricco, addirittura responsabile: uno di cui innamorarsi, sul finale,
a discapito del poliziotto Michael, noioso e troppo a modo. Jane ci
lasciava con un Golden Globe a sorpresa tra le mani, con l'affanno,
già mamma. Gente a cui spezzavano il cuore, nascite immacolate e,
tra narcotraffici e doppie identità come ogni soap degna di nota
pretende, un finale sospeso nel dubbio: il neonato rapito e la vendicativa Petra, ex che non perdona, che recuperava
dalla Banca del seme altro ehm... “materiale” del traditore Rafael.
Abbastanza per assicurare ai Solano un altro erede? Abbastanza per
mandare la coppia felice su tutte le furie? Il piccolo Mateo viene
salvato prestissimo; Petra non solo resta incinta contro ogni logica, ma aspetta due gemelle. Si cresce, ci si avvicina al sogno di
diventare scrittori e, inevitabilmente, ci si divide. E' crisi per i
genitori di Jane, il vanesio Rogelio e la spregiudicata Xiomara;
nonna Alba, nel suo passato senza macchie, porta alla luce una
vecchia fiamma; Jane, già poco
tollerata dal sottoscritto, fa una scelta sentimentale che mi ha fatto scemerare gran parte della serie
e gran parte dell'interesse. Non tralasciamo l'elemento giallo, i
twist surreali, i colpi di cuore: formula vincente non si cambia,
oppure sì? Dopo un primo approccio candido e stupito, trash con
piacere, Jane The Virgin prosegue sugli stessi binari con ventidue
episodi – tanti – che ho seguito volentieri, sì, ma
che mi son parsi un po' tutti uguali. Senza i guizzi e i sorrisi che,
di solito, il temperamento latino mi assicura. (6)
Jimmy
Martino ha un ristorante stellato, tante spasimanti e la fortuna
sfacciata di avere la faccia di John Stamos (classe 1963). Bellissimo
cinquantaduenne – scambio volentieri i miei trent'anni di
differenza per i suoi miracolosi geni – a cui la vita sorride di
rimando, l'impresario dongiovanni ha poca voglia di accasarsi. E se,
indipendentemente da lui, il destino avesse altri progetti? L'unica
novità che, lo scorso autunno, non ho tagliato via dalle mie visioni
settimanali – ho sempre bisogno di leggerezza, ma faccio fuori
comedy a giorni alterni – ha avuto diritto a una sola stagione, è
simpatica, confortante e si chiama Grandfathered. Perché
sì, Jimmy, nel pilot, si scopre nonno di una bimba adorabile, Edie.
Nonno... Ma c'è qualcosa che non va. Lui non ha figli! E invece.
Dalla storia finita male con Sara, che invecchia con altrettanta
eleganza, è nato infatti l'impacciato Gerald. Che avrebbe proprio
bisogno di una figura paterna e, soprattutto, di una mano per
conquistare Vanessa: la madre di sua figlia è la sua migliore amica,
e proprio non vuole saperne di una storia d'amore. Jimmy, tra ritorni
di fiamma e rivelazioni, si impegna a far bene. Può imparare a
mettere da parte la vanità e l'egoismo per diventare un modello? La
serie Fox è simpatica, familiare, molto tenera. Ennesima variazione
sul tema di About a boy, non lo nego, ma con una scrittura
freschissima, dalla sua, e un cast ad hoc. Funziona alla perfezione
il buon Stamos, autoironico e piacione, e con lui gli impiegati
stralunati – il sous chef indiano in cerca d'attenzione, la maitre
stonata che s'immagina cantante soul - di un ristorante che ammicca a
quei programmi di cucina, già spettacoli di per sé, a me tanto cari
nell'ultimo periodo. Ma indovinate chi viene a cena? Non attesi ma
indispensabili, ecco la luminosa Paget Brewstet, ex che ci ha
nascosto la sua gravidanza; la bella cognata Christina Milian, che
prende alla lettera la “regola dell'amico”; il figlio Josh Peck,
nerd buffo e galante che ricordo, bambino io e bambino lui, in Drake
& Josh, nei sonnolenti
pomeriggi di Italia Uno. Non piangerò la cancellazione, e chi non
l'ha visto non ne rimpiangerà la perdita, però nel mentre si ride
di cuore; si sospira, inteneriti; ci si appunta che la mezza età è
la nuova gioventù. Tutte cose, comunque, graziose e non da
poco. Senz'altro, non da una stagione soltanto: una brusca “toccata e
fuga” che, pur nell'irrisolto, lascerà piacevolmente soddisfatti.
(6,5)
Non avere paura, se le cose banali ti fanno felice: il più delle volte sono vere.
Titolo:
Il rumore delle cose che iniziano
Autrice:
Evita Greco
Editore:
Rizzoli
Prezzo:
€ 18,00
Numero
di pagine: 328
Sinossi:
Cosa
faresti se la tua bambina avesse paura di andare a scuola? Cosa le
diresti per convincerla a farsi coraggio? Per la sua nipotina Ada,
Teresa inventa un gioco: ogni volta che una cosa bella sembra finire,
bisogna aguzzare le orecchie e prestare attenzione ai rumori. Solo
così si possono riconoscere quelli delle cose che iniziano. Alcuni
sono semplici e hanno dentro una magia speciale: un’orchestra che
accorda gli strumenti, il vento in primavera, il tintinnio delle
tazze riempite di caffè… Ma nella vita non sempre sappiamo
riconoscere le cose belle. Quando perdiamo fiducia in noi stessi,
quando qualcuno ci tradisce, o ci dice addio, sembra che nulla possa
davvero iniziare. Ada ci pensa spesso, ora che nonna Teresa è
ammalata. Nei corridoi dell’ospedale la paura di restare sola è
così forte da toglierle il respiro, ma bastano due persone per
ricordarle che si può ancora sorridere: Giulia, un’infermiera
tutta d’un pezzo, e Matteo, che le regala margherite e la sorprende
con una passione imprevista. Perché è proprio quando il mondo
sembra voltarti le spalle che devi ascoltarne i rumori, e farti
trovare pronta. Guardati intorno, allunga la strada, sbaglia a cuor
leggero e ridi più spesso che puoi. Ogni volta che qualcosa finisce,
da qualche parte ce n’è un’altra che inizia.
La recensione
Le
cose, quando cominciano, hanno un rumore bellissimo. E, parlando di
inizi, ho scoperto l'esordio di Evita Greco qualche tempo fa: una
copertina suggestiva, il logo di una Big sulla costa, un nuovo nome
italiano da tenere bene a mente. Invio la richiesta d'amicizia
all'autrice, così, tanto per. E di Evita mi diverto a leggere le
avventure con la sua bambina, i resoconti dei viaggi in macchina, le
domande indiscrete dei curiosi che il libro no, non l'hanno letto, ma
ficcano il naso nelle vendite e nei guadagni. Mi ha scritto lei, un
giorno, affinché leggessi il suo Il rumore delle cose che
iniziano. Conosceva la mia cittadina sperduta – buon segno –
e, d'estate, viene spesso dalle mie parti: prende il
traghetto per le Tremiti e, mi ha assicurato nella dedica, anche
quello fa un gran bel rumore, riempiendo di schiuma l'Adriatico. Il
suo primo romanzo inizia proprio schiacciando il tasto
giusto: una pagina, e sprigiona una nota cristallina, ma malinconica. Lunga, lunga. Di inizio, ne ha uno bello. Mi ha perso a metà, però, e
mi ha ripreso nel finale, con il post scriptum di un'anziana che avrà
sì la quinta elementare, ma capisce tutto, subito, e ha un fiuto
infallibile. Evita racconta la storia di Ada, trasognata e impreparata alla
solitudine, e di Teresa, donna saggia, che non rinuncia mai alle
scarpe da ballo e a un filo di rossetto: una nipote al capezzale di
una nonna divorata da un male insidioso. E ricorda, alla lontana, tre
romanzi già passati da queste parti: L'amore involontario, Un
uso qualunque di te, Ovunque tu sarai. Storie al
femminile, tra le corsie di un ospedale. Nel letto, con la flebo e i macchinari che fanno
bip-bip-bip, genitori, figli e sorelle. Parenti strettissimi. Nonne,
nel caso del Rumore delle cose che iniziano, che sono state tutto un universo e hanno
interpretato ogni ruolo. Ada, così, si trova presa in contropiede,
nel mezzo di un'esistenta in cui il sole si sta spegnendo. E, sola,
già sbaglia: non c'è Teresa a proteggerla, a metterla in guardia.
Fa
di testa sua e, al bar, si innamora di un commesso viaggiatore che fuma Marlboro rosse e le regala margherite: uno che qualche volta
non risponde al cellulare; che, sui vestiti, ha il profumo degli
agrumi freschi; che le chiede di vedersi in macchina, sotto un ponte,
come se quella fosse l'apoteosi del romanticismo. Dove tiene i suoi abiti blu, Matteo, che ancora una volta la fa sentire spaventata? Dove, quando e con chi, si domanda Ada, la coglierà
la prossima eclisse? In ospedale, nel mentre, si dà il cambio
un'umanità varia, ma similmente ferita; ugualmente a metà. Su
tutti, spicca Giulia: infermiera che ha qualche segreto, innumerevoli
metafore per spiegare ad Ada il male, cuffie dalle fantasie bizzarre.
Evita ce li racconta tutti con uno stile delicato, rendendoli parte di una
vicenda che immagino sentita e, a tratti, personale. Il bianco delle
corsie, gli ambienti asettici, personaggi in preda alle attese più
angoscianti. A un certo punto, però, il romanzo si spezza in due: da
una parte Ada, che si domanda cosa combinerà senza una guida; dall'altra, la crisi coniugale di due
adulti a un passo dal grande sì. Singolarmente, l'una e l'altra
vicenda mi sarebbero piaciute molto. Insieme, ho trovato non combaciassero: la seconda era di troppo. Avrei preferito, al limite,
poche pennellate, dattagli essenziali e, senz'altro, meno pagine.
In
quelle per me in surplus, infatti, dei personaggi secondari non si
dice né più né meno di quanto non fosse già stato intuito. Intrufolandoci nelle
loro famiglie ricche, nei viaggi di nozze meditati a lungo, tra le
mamme che bevono vino appena mattina e i preparativi per le nozze
imminenti, mi è toccato rivalutare figure che avevo trovato a pelle
piacevoli: solide, disincantate, fatte di carne e ossa.
Perché mettere Ada da parte, prima di ritornare da lei in un epilogo
lieto, ma arrivato con un ritardo imprevisto? Lei, che è un
personaggio che ha più di qualcuno dei miei difetti e che, qui e lì, sembra un'eroina del cinema francese, ma più affranta? La testa tra le nuvole andrà d'accordo coi
suoi piedi, quando la terra si spaccherà, dopo l'inevitabile? Nel momento in cui le due trame si ricongiungono,
dopo una spezzatura non necessaria, Il rumore delle cose che
iniziano si riconferma una lettura introspettiva, realistica, fatta
di cose piccole e piccolissime, che potrà piacere e non, essendo
vera, privata, fragilissima. A dargli man forte, un'autrice, al contrario,
matura e sensibile: una che non teme i silenzi, i vuoti, le sale
d'aspetto. Una Ada cresciuta, forse, che ha fatto tesoro degli
incidenti di percorso; dei dispiaceri accumulati davanti a quel caffè che la sua protagonista non ordinerebbe mai. E nel suo fortunato esordio,
strano ma vero, sono più le cose che finiscono, però, rispetto a tutte le altre: quelle, sì, si
riconoscono. Quelle che cominciano sono il problema: come
decifrarle? Ecco le istruzioni per l'uso. Un controllo acustico – e
cardiologico – per vedere se ci senti; o, se da un capo e l'altro
del letto, vi sentite ancora. Un'educazione al lutto e al sentimento
che ha i suoi pro e i suoi contro, e una narratrice che, per magia, emette un suono cristallino, acuto, in un'orchestra che deve lavorare sull'armonia; sulla coordinazione dei movimenti d'insieme.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Adele – Chasing Pavements
Una
rocker con il look di Bowie e un'operazione alle corde vocali che la
rende afona. Un compagno più giovane, regista di documentari, che
l'ha salvata dagli eccessi. Pantelleria, isola paradisiaca, che li vuole nudi,
focosi e rilassati durante il loro periodo di villeggiatura. Se non
arrecano disturbo i barconi clandestini, a largo, lo stesso non può
dirsi di ospiti verso cui fare buon viso a cattivo gioco: un
produttore sui generis – nonché vecchia fiamma – e la sua
giovane figlia che, da bordo piscina, legge e ammicca. Cosa succede
in un pollaio così, se si scontrano due galli? Quali pulsioni
scattano in un quartetto aperto ai poligoni amorosi e alla gelosia?
Quanta acqua schizza – e quanto fumo negli occhi soffia –
l'ultimo film del buon Luca Guadagnino? Allo scorso festival di
Venezia, ricorrenza in pompa magna di griffe e noie, il remake di un
lungometraggio con Alain Delon aveva lasciato fredda e scettica la
platea. Sarà che la bella stagione è a un passo, sarà che di
Guadagnino amo i virtuosismi e l'edonismo, ma – come si suol dire –
tra gli specchi d'acqua salmastra e le piscine private di A Bigger
Splash ci ho letteralmente sguazzato. Partito come una versione
meglio scritta del francese Un momento di follia e
destinato, nell'ultima mezz'ora, a arenarsi in un guazzabuglio di
toni ora gialli e ora grotteschi, l'ultimo Guadagnino non resta
sempre in equilibrio, vero: ma, quando scivola, cade a picco nel blu.
Nuoterà, oppure no? C'è chi si concentra sui difetti dell'epilogo –
e sono numerosi, tra il cameo di un Guzzanti ispettore, coppie di
carabinieri da barzelletta, xenofobia – ma, personalmente, sono
vittima dell'ascendente che Guadagnino esercita su di me. Perché ama
le belle cose, le forme e i colori, e io non resisto. Se il
precedente Io sono l'amore era
un gelido, sopraffino melò, A Bigger Splash è
il suo alter-ego, più fresco, solare e capriccioso. Ritroviamo il
binomio amore-morte e, con grande piacere, una Tilda Swinton oggetto
di venerazione: cinquantacinque anni, di un bello senza sesso, un
fisico spigoloso. Però, qui, quanto è affascinante, con la schiena
nuda, gli abiti anni Cinquanta e un paese che ucciderebbe, per un suo
cenno? Quant'è istrione l'innamorato respinto di Fiennes e quanto
sono irresistibili Shoenaerts e la Johnson, mirati e rimirati,
spogliati da capo a piedi? Troppo, tutto. Quindi, abbagliato, mi sono
goduto le follie di un cast di ninfette e abbronzatissimi marcantonii,
che chiacchierano, seducono e ammazzano il tempo (e non solo quello).
Guadagnino fa loro da balia, riesce a metterli sorprendentemente in
riga, ma una sceneggiatura gocciolante, purtroppo, non aiuta.
Sensista e ironico, dal cipiglio europeo, A Bigger Splash
è un'altra faccia di un cinema italiano al passo. Cocktail impreciso
e strabordante, spensierato, che dà alla testa. (7)
Nell'Inghilterra
degli anni Ottanta, Eddie è un ragazzo mingherlino, cagionevole e
non particolarmente brillante: le ginocchia ballerine, gli occhiali a
fondo di bottiglia, una fisicità che stimola la crudele fantasia dei
prepotenti. Il suo destino: imbianchino, come il papà. Il suo sogno:
le Olimpiadi. Perciò lui, che per lo sport non è mica molto portato
ma che non ha paura di cadere e rialzarsi, prova discipline e divise
varie e, rotolando nella sabbia, ricerca la sua vocazione. E se
fossero gli sci? E se fosse il salto in alto, che nel Regno Unito non
ha campioni? Investire su se stessi, rubare il furgoncino della ditta
di famiglia e andare in Germania, lassù tra i monti e i fuori
classe. Puntare al Canada, però. E, nel mentre, trovare un coach –
atleta in decadenza che ha preferito l'alcol alle medaglie – e il
calore dei giornalisti. Perché questo Eddie è più un pollo che è
una aquila, però vola. E, a mezz'aria, sorprende. Eddie The
Eagle, ispirato a una di quelle vicende che piacciono a me, è
una commedia di quelle che piacciono a me. Ma tanto. Tenere ed
edificanti, infatti, ti toccano il cuore. Belle o brutte, che
importa: l'importante è che, come nel caso del recente One Chance
– L'opera della mia vita, siano un sollievo dalle fatiche
visibili e non e, soprattutto, appaiano inguaribilmente british. Ci
si stenta a credere, ma Eddie ha impensati assi nella manica e, goffo
e acerbo, la voglia di partecipare del proverbio; possibilmente,
lasciando un segno sulla neve. Le mille risorse di lui, però, non
trovano un corrispettivo nel film che racconta la sua vita a mo' di
fiaba: la commedia sportiva di Dexter Fletcher, altrove assai bene
accolta, è piacevole, trasognata, ma meno riuscita di altre simili.
Gli ho preferito, appunto, il biop – da noi, purtroppo, destinato
solo al noleggio – su Paul Potts, vincitore di Britain's Got
Talent a cui il nostro Pavarotti aveva tarpato le ali. I difetti,
questa volta, non nel lieto fine annunciato: è quello il bello,
nella classica rivincita degli underdog. Piuttosto, nella scarsità
dei comprimari: figuranti passeggeri; Cristopher Walker e Jim
Broadbent cronisti; un Hugh Jackman pigmalione, riciclato da Real
Steal senza troppe cerimonie.
Tutti i pregi, invece, si chiamano Taron Egerton – e la spia in
erba di Kingsman, qui in
borghese, è irriconoscibile, naturale e adorabile – e suonano un
po' come quella You make my dreams come true
o, ancora, Jump che
esaltano, nell'era in cui i jukebox si sono sfortunatamente estinti,
ma si balla lo stesso sui divani. (6,5)
Lena s'innamora di Daniel, nel mezzo
del colpo di stato di Pinochet. Lui, che vuole documentare la
violenza del dittatore, è accusato di insurrezione e torturato:
creduto ormai innocuo, a causa della gravità delle sevizie, viene chiuso in un campo di lavoro che è il tentacolo più pericoloso della
dittatura. Lei, che non si rassegna, entra a Colonia Dignitad di
propria scelta: vuole ritrovare Daniel. Ma, dal campo, è vietato
uscire: soggiogati da uno spregevole santone, i prigionieri – e i
fedeli – sono separati, percossi, sfruttati. Campi da dissodare,
preghiera e, se sei una donna ribelle, pestaggi che ti uccidono.
Isolati dal mondo, in un Cile omertoso e ignoto, riusciranno i
protagonisti a rincontrarsi? Soprattutto, riusciranno a scappare e a
portare fuori un po' degli orrori della longa manus di Pinochet?
Tratto da una storia vera che
ha dell'incredibile, Colonia denuncia crimini recenti e taciuti e lo fa, furbamente ma bene, con
il linguaggio e il ritmo del survival; l'intreccio di un romanzo
d'inchiesta. Pieno di concessioni e rielaborato: quelli,
forse, i suoi evidenti errori. Thriller politico tesissimo e
melò appassionante, però, Colonia mi
ha preso in contropiede e mi ha stupito: immaginavo, infatti, una
pellicola storica pesantissima, buoni sentimenti in quantità,
un'altra esecrabile prova dell'ex maghetta "Hermione". E
invece. Angosciante, cupo, inquietante, Colonia ha
nervi a fiori di pelle e ansia a mille – impossibile il contrario,
se si parla di femminicidio, pedofilia, fughe disperate – e,
sebbene indebitato con il cinema d'azione americano, eccezion fatta
per un finale troppo rocambolesco, ha scelte di pancia e un ottimo
cast. Su tutti, gli spregevoli Michael Nyqvist e Richenda Carey, e il
sempre capace Daniel Bruhl. Emma Watson, meno perfettina del solito,
quindi più intensa, è tanto convincente da lasciarci dimenticare la
pessima prova nell'horror Regression
– anche lì sette e omicidi, ma qui aumentano l'impegno e il brivdio. Gallanberg fa meglio del conterraneo Von Donnersmarck, e
Colonia – anche se
poco europeo – non è il terribile The Tourist:
altro punto da dimenticare, allora, se l'avventura di un altro
tedesco nel cinema internazionale lascia soddisfatti e alquanto turbati. A farsi ricordare, invece, la vicenda di Colonia
Dignitad e dei suoi prigionieri: infelice parentesi storica che il
cinema, pur con tutti i sotterfugi e la spettacolarità di cui è
capace, salva dall'oblio. (7-)
Qualche
anno fa, Cloverfield aveva stupito i più. Dai più, nonostante l'indiscreta
impronta del furbissimo J.J Abrahms, tocca sottrarre il sottoscritto:
lo sci-fi alternativo non mi aveva impressionato. Non atteso, dal nulla e con scarso preavviso, è saltato fuori un
sequel quasi dieci anni dopo. Nonostante il ritardo e il cambio di
regista (e registro), 10 Cloverfield Lane è
stato accolto altrettanto bene in sala. Ma, rispetto al primo, era
un'altra storia? Qual è la trama, all'inizio top secret? Questa
ideale prosecuzione firmata da Dan Trachtenberg si apre con Michelle,
una giovane donna che dopo una lite telefonica con il fidanzato –
in un cameo vocale, c'è lui, Bradley Cooper – incappa in un
incidente stradale. E, pare, nell'armageddon. Si risveglia in un
bunker, messa in salvo da due uomini: Emmett, un semplice bracciante,
e Howard, leader attempato con la sindrome del tiranno. Il secondo, in particolare, ha toni bruschi e metodi
violenti; segreti: tratta Michelle come fosse una bambina e le spiega
che, fuori, in superficie, è guerra aperta. Sarà vero, se a dirlo è
un uomo paranoico e possessivo, con la coscienza e le mani già
sporche? Lei è una prigioniera o una superstite? Il mix è insolito,
ma il risultato sorprende ben poco. Forse, ne hanno
parlato con toni troppo stupefatti: troppo bene. 10
Cloverfield Lane è il perfetto
non-seguito, paradossalmente, per chi Cloverfield
non l'ha mai sentito nominare. Per gli altri, invece, viene meno il
dubbio: fuori, quest'apocalisse, c'è oppure no? A questi ultimi, che
rimarranno a bocca asciuta se in cerca di nuove prospettive,
consiglio l'inedito Hidden.
Ci sono mostri e mostri, e 10 Cloverfield Lane descrive
quelli della nostra specie, con lo stile di un dramma psicologico
teso e coinvolgente. Sembrerebbe il solito thriller, ma ha una
misteriosa cornice fantascientifica; sembrerebbe il solito prodotto
fantascientifico, ma ha le dinamiche – appunto – del thriller.
Sfumature complementari, volti speculari: basta l'originalità della
cornice? C'è quella, e una protagonista dalle mille risorse, e
l'antagonista di un ottimo John Goodman; un trio credibile e l'ansia. Accontentiamoci. (6)
Pierre,
stralunato barista di provincia, cade in un pozzo, mentre va a
passeggio. Il
mattino successivo, un viso – un viso bellissimo – fa capolino
dall'alto. Una ragazza passata lì al momento opportuno gli tende una mano. Si chiama Stella, è morta nell'incendio
doloso della casa a cui badava, cerca un ragazzo buono che la
vendichi e la liberi. Pierre, non conoscendo la sua natura,
s'innamora di lei. Contemporaneamente, un boss da poco – colui che
di quel rogo è la causa principale – insegue una borsa piena di
soldi che gli è stata rubata. E tutte le strade
porteranno nella cittadina di Pierre. E a una specie di vendetta. The
Driftless Area – da noi, Niente cambia, tutto cambia –
ha il potenziale di una trama che, all'apparenza, sembra un buffo e
romantico miscuglio di generi e, soprattutto, due protagonisti che ai
patiti del cinema indie staranno senz'altro tanto a cuore. Anton
Yelchin, che lo scorso anno ci ha regalato quei gioiellini di 5 to
7 e Rudderless, ha addirittura una
partner più splendida del solito. La lei del suo Pierre, e c'è da dire che lui è
perfetto, è Zooey Deschanel: presenza misteriosa, spettrale,
impalpabile. E se, nonostante un sodalizio felicissimo, il loro film
si rivelasse, invece, un mezzo pasticcio? The Driftless Area è
un luogo scomodo, strano, in cui incontrarsi: onestamente, non l'ho
capito. Pieno di simboli e figure allegoriche, lento, crea un
senso d'attesa: la meta si capirà nel finale? Qual è il punto?
Invece, le domande si accumulano, i due sono carinissimi ma confusi,
il dubbio persiste. Un po' canonico boy meets girl, un po' crime, un
po' ghost story, The Driftless Area si
ricorderà, appunto, un po'. Quella, la parolina chiave, per un
prodotto indipendente che ho faticato a interpretare e, invano, a
farmelo stare a cuore. Anton e Zooey, cari miei, meritavate un
giardino più fertile: lontano da gole rocciose e fiamme, salvo dal
guazzabuglio inaspettato. (5,5)
La
vita è troppo breve per rileggere lo stesso libro.
Titolo:
Scrivere è un mestiere pericoloso
Autrice:
Alice Basso
Editore:
Garzanti
Numero
di pagine: 348
Prezzo:
€ 16,40
Sinossi:
Un
gesto, una parola, un'espressione del viso. A Vani bastano piccoli
particolari per capire una persona, per comprenderne il modo di
pensare. Una dote speciale di cui farebbe volentieri a meno. Perché
Vani sta bene solo con sé stessa, tenendo gli altri alla larga. Ama
solo i suoi libri, la sua musica e i suoi vestiti inesorabilmente
neri. Eppure, questa innata empatia è essenziale per il suo lavoro:
Vani è una ghostwriter di una famosa casa editrice. Un mestiere che
la costringe a rimanere nell'ombra. Scrive libri al posto di altri
autori, imitando alla perfezione il loro stile. Questa volta deve
creare un ricettario dalle memorie di un'anziana cuoca. Un'impresa
più ardua del solito, quasi impossibile, perché Vani non sa un
accidente di cucina, non ha mai preso in mano una padella e non ha la
più pallida idea di cosa significhino termini come scalogno o
topinambur. C'è una sola persona che può aiutarla: il commissario
Berganza, una vecchia conoscenza con la passione per la cucina. Lui
sa che Vani parla solo la lingua dei libri. Quella di Simenon, di
Vázquez Montalbán, di Rex Stout e dei loro protagonisti amanti del
buon cibo. E, tra un riferimento letterario e l'altro, le loro
strambe lezioni diventano di giorno in giorno più intriganti. Ma la
mente di Vani non è del tutto libera: che le piaccia o no, Riccardo,
l'affascinante autore con cui ha avuto una rocambolesca relazione,
continua a ripiombarle tra i piedi. Per fortuna una rivelazione
inaspettata reclama la sua attenzione: la cuoca di cui sta
raccogliendo le memorie confessa un delitto. Un delitto avvenuto anni
prima in una delle famiglie più in vista di Torino. Berganza
abbandona i fornelli per indagare e ha bisogno di Vani. Ha bisogno
del suo dono che le permette di osservare le persone e scoprirne i
segreti più nascosti. Eppure la strada che porta alla verità è
lunga e tortuosa. A volte la vita assomiglia a un giallo. È piena di
falsi indizi. Solo l'intuito di Vani può smascherarli.
La recensione
Questa “scrittrice
senza nome” è un pessimo vizio. Per il secondo anno di fila,
si termina un'avventura delle sue con un po' di tristezza – passerà
abbastanza in fretta, mi chiedo, un altro anno? - e un moto di
autostima. Andiamo pur fieri, noi misantropi, di risposte brusche,
una vita contro, il muso sempre lungo: un membro della nostra
popolosa tribù di solitari, lei che ha capiti d'abbigliamento
sottratti al guardaroba di Mercoledì Addams e il profilo da
adolescente che inganna i più sulla sua età anagrafica, ce l'ha
fatta. Eccola su un giornale patinato, in abito da sera, affiancata
da un valente cinquantenne; in palestra, che impara a difendersi –
la lingua lunga, infatti, sferra ma non para colpi bassi;
addirittura, che si affaccenda ai fornelli. Cosa le sarà successo
mai? Se scrivere è un mestiere pericoloso, come il titolo
garantisce, cosa capiterà alla nostra ghostwriter preferita, che
combatte il crimine, firma inglorosi best-seller nel più totale
anonimato e, tra le righe, ha una parola buona per tutti noi, blogger per
passione? Il suo capo, che la costringe a passare dalle entrate
secondarie per non dare nell'occhio e ad arrovellarsi il cervello per
un tozzo di pane, non sa che – come diceva qualcuno, in un film che
lei odierebbe a morte – nessuno può mettere Vani Sarca
in un angolo. Ci ha provato il bel Riccardo, che l'ha sedotta, ha
avuto il suo capolavoro e poi, bastardissimo, l'ha abbandonata. Ci
hanno provato piccoli criminali che non scherzavano affatto, armati di cattive intenzioni (e non solo) contro un tornado nascosto in un
corpo di bambina ribelle. Nulla, tuttavia, hanno potuto. Eccola,
puntuale e con la frangia sempre al solito posto, più impegnata che
mai: nasconde il leggero affanno e una rubrica, in realtà,
pienissima. Ha un'infinita lista di cose da fare, infatti, l'eroina
che, ghignando, ci ricorda che di libri si vive e si muore. Il più
delle volte, però, ti tirano prontamente fuori dai guai: i gialli
aiutano a risolvere vecchi misteri, i manuali degli chef stellati a
farti guardare con nuovi occhi chi hai sempre avuto accanto, i
classici d'oltreoceano a dare filo da torcere ai tronfi e vanesi
professori di Letteratura americana e, sotto banco, romance che
svelano che, via gli occhiali, e i brutti anatroccoli, in talune
occasioni, si trasformano in cigni bianchi. In ordine sparso, cosa
c'è nella lista di cose da fare della nostra Vani?
(1) Evitare il
suo ex, Riccardo, e la garrula ragazza giornalista di lui; (2)
destreggiarsi tra interrogatori, essendo ufficialmente collaboratrice
della Polizia, e faticose lezioni di krav maga; (3) scoprire nel
commissario Berganza un ottimo chef e un attempato, ma affascinante accompagnatore; (4) scrivere una canzone per Morgana, l'unica
tollerabile tra le vicine di casa, che mira a conquistare il cuore di
un rocker liceale; (5) trascorrere le feste imminenti con una sorella minore
che ha messo al mondo due diavoli gemelli e fatto costruire – momento di
silenzio – un duplicato della Venere di Milo in giardino; (6)
nonostante una sterminata cultura enciclopedica e il cervello che,
come una spugna, non ha mai smesso di assorbire informazioni,
ammettere a denti stretti che di cucina non si sa proprio niente. Per
fortuna, il lavoro di ghostwriter, che questa volta la desidererebbe abile sceglitrice di scalogni e pasticciera sopraffina, la conduce alla
villa dei Giay Marin: gli stilisti più chic di Torino, in pole
position per gossip e tragedie. E, caso vuole, la cuoca che affiderà le sue memorie a Vani e a
una food blogger disgustostamente rosa si chiama Irma, è la versione
invecchiata della nostra protagonista e, tra torte e risotti,
confessa un omicidio. In carcere, quindi, a scontare la pena, la
persona sbagliata?
Per Vani, nuove ombre da rischiarare, una strada
sempre meglio delineata e l'intercessione di Alice Basso, tanto brava
quanto spiritosa, che delinea al meglio un intreccio scaltro,
sfaccettato, esilarante: alla sua Vani, l'autrice assicura grattacapi
intriganti, cavalieri impropabili – io shippo lei e Berganza, va be' - e il momento topico in cui, a un party, ruba il fiato agli ospiti maschili con una seducente entrata in scena. Ma lei non
ci fa caso: il vestito è d'alta sartoria ma nerissimo, al solito, e
ci piace così, e tanto, che sia in tiro o in borghese. Semplice
perdonarle, allora, un mistero che, pur togliendole il sonno e
ricordando alla lontana gli accattivanti inciuci di quelle saghe
familiari british, si rivela non così a prova di bomba. E, parlando
di perdono, ad Alice Basso cercherò di perdonare l'impossibilità di
darci un capitolo di Vani a settimana, in virtù di storie, per il
resto, assai ben congegnate. Sotto la voce “allegria”, sui
dizionari, troverete “chick lit” e “oppiacei”, se il mondo vi
è antipatico. Meglio dell'una e delle altra cosa – qualora la moda
ti repella al pari del tuo prossimo e manco fumi: figurati se se ne parla
di convertirsi alle droghe pesanti –, Vani Sarca. Il suo armadio non consente il tradimento con altri colori
e il fegato borbotta: per Vani c'è il whisky. Quello, e le patatine
al formaggio: da mettere in frigo, altrimenti vanno a
male. Ci vorrebbero giornate con più di ventiquattr'ore. O, in
alternativa, più giornate in compagnia di Vani. Più libri di
Alice Basso in un anno, più ore di sole quand'è inverno. A
chiederlo – sarà mica troppo? - gli occhi stanchi di uno studente
in crisi che vive sommerso dai manuali e, in pausa studio, vorrebbe più
libri così; e solo tanti, incondizionati sorrisi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Soundscape – Il gioco dell'Inferno e Paradiso (canta Alice!)
(Quello che combina la Pellegrini fuori dalla piscina, invece, è ancora
mistero) (Alias: film random commentati una vita fa e, oggi, legati da un minuscolo pretesto)
2015. Madre,
padre, una figlia che cresce al buio. Un bunker come casa, se fuori è
vietato uscire. Finché, sopra, qualcosa comincia a muoversi. Da chi stanno trovando riparo? Fuori dal tunnel, che aspetto avrà il mondo? Hidden – scritto
e diretto dai fratelli Duffer, promettente duo – è un film
claustrofobico, cupissimo, che parte nel migliore dei modi. Un
thriller psicologico che a lungo si regge sulle ansie, la routine e i
meccanismi di sopravvivenza di una famiglia unita
sul fondo di un pozzo nero. L'ansia si sente. Si è preoccupati per
la loro sorte e, soprattutto, si è curiosi. C'è infatti una
cosa che non dicono e che si rivelerà allo spettatore in flashback
canonici in cui scoprire, man mano, la verità sulla loro fine del mondo. Una risposta originale, un colpo di scena garantito,
che però – a confine con l'horror – soddisfa meno del
resto. Prima di abbandonare il loro covo, in particolar modo, i tre
attori reggono al meglio la tensione. La sconosciuta Andrea
Riseborough; la piccola e precoce Emily Alyn Lind, ossia la giovane
Amanda di Revenge; il
sempre in parte Alexander Skarsgard, che, per essere un marcantonio olandese, risulta un genitore
sorprendentemente attento e premuroso, con quell'istinto paterno,
d'altronde, già mostrato in Disconnect
e What Maisie Knew. Tocchi del migliore Shyamalan, cenni a The Hole, rovesciamenti non del
tutto telefonati – occhio ad alcuni poster pieni di spoiler - e il pregio di complicare un'idea semplice. Esempio ben pensato di
crossover, dunque, sulla relatività delle fobie – alla fine, chi
ha paura di chi? - e la forza del sangue. (6/7)
2014. Clint,
un Elijah Wood che dopo Il signore degli anelli e
gli impegni con Wilfred
vediamo spesso alle prese coi film da brivido, vorrebbe
diventare il nuovo Stephen King ma, tornato a mani vuote dal
soggiorno newyorkese, vive sotto lo stesso tetto di mammà e lavora
come supplente in una scuola elementare. Non sa ancora che nella
caffetteria della scuola sta per diffondersi una piaga che renderà
zombie tutti coloro che non sono ancora entrati in pubertà. Basta un
graffio e parte la rabbia, insieme alla fame. Cooties è una commedia horror, come rivela il trailer, partorita
dalle menti di coloro che hanno pensato Glee e Saw.
Scorretta, splatter e esilarante, ha i personaggi che immagini – la
dolce insegnante di Inglese, il tronfio professore di Educazione
fisica e così via – e una ferocia vestita di leggerezza che non ti
aspetti. Parte tutto, infatti, con un dispetto ai danni di una
bambina pallida e bruttina. Il prepotente di turno la tira per le
codine e, insieme ai capelli, viene via anche un sanguinoso brandello
di materia cerebrale. A quell'età i bambini sono dispettosi e
manipolatori: ti fanno gli occhi dolci, ti prendono per il verso
giusto e sei nella loro trappola. Figurateveli morti viventi: piccoli
demoni con abiti dai colori pastello che giocano al salto alla corda
con le budella di un povero sprovveduto, stabiliscono gerarchie,
rendono gli spiazzali della ricreazione labirinti. E tutto, in
quest'opera prima citazionista quanto The Final Girls e
non meno ironica di L'alba dei morti dementi,
ha inizio proprio da quella carne che forse - lo dicevano i
vegetariani e l'hanno confermato da poco, neanche a farlo apposta, i
giornali – nuoce gravemente alla salute. Come una scuola che
– da una parte all'altra della barricata – uccide. (6,5)
2015. Un
poster con il primo piano dei due protagonisti, e io che immagino tanti dialoghi e pochi attori. 6 Years,
melodramma scritto e diretto da Hannah Fidell, poteva piacermi. Perché si sa che vado pazzo per queste lunghissime
scene in cui, con
naturalezza, si parla del più e del meno; gli amori agli
sgoccioli; i giovani che hanno i problemi dei vecchi. Siamo dalle
parti di Like Crazy e Blue Valentine. Un sentimento al tramonto, già declinato al passato,
e due amanti a un bivio. Melanie e Dan –
studenti universitari, migliori amici – sono fidanzati da sei anni. In
Doremus c'era la lontananza, in Cianfrance i rimpianti di due che
avevano capito che il loro grande amore non bastava. Nella Fidell, piatta, i problemi sono più vicini ai miei – strade che inevitabilmente si separano, piani per il
futuro che non vanno d'accordo, piccoli tradimenti da ubriachi – ma
personaggi tutt'altro che adorabili, o in lacrime o brilli, rendono più pesante del previsto l'ora e diciotto di 6
Years. Realistico, non per cuori candidi, ma con guizzi scarsi e figure antipatiche, pallide, volubili. Eppure Taissa Farmiga – lei tanto sfortunata in
amore anche in American Horror Story
– e Ben Rosenfield sono molto bravi. Eppure la regia è sobria e la
colonna sonora indie al bacio... (5)
2013. Certe
sere l'importante non è tanto il film, quanto ridersela di gusto. E,
in sere come quelle, che venga pure in mente l'idea di vedere questa commedia
tedesca campione d'incassi, pronta per l'espatrio, un sequel già uscito
in Patria e, chissà, un remake. Arrivato
da noi con due anni di ritardo, complice un
protagonista amatissimo per Kebab For Breakfast,
Fuck You, Prof! parla
con il linguaggio della comicità – a volte volgare, ma immediato -
di ragazzi ribelli, equivoci e false identità. La storia:
delinquente in libertà vigilata si finge supplente per
recuperare la refurtiva sepolta nello scantinato di
un liceo. Ma il suo menefreghismo si scontrerà con gli
scherzi di una classe problematica. La trama è la solita – un incrocio tra Da
ladro a poliziotto e
Poliziotto alle elementari – e
la comicità, non tra le più raffinate, è più americana che
europea. Però si ride tanto, dall'inizio alla fine, e gli obiettivi vengono raggiunti, dalla classe scapestrata capitanata
dal più scapestrato dei prof. (6+)
2014. Jay
è la pecora nera in una famiglia perfetta. Daisy, sola al mondo e con qualcosa che non quadra, dichiara ai suoi
dottori di sentire le voci ed è tra le stralunate abitatrici di un istituto da abbandonare di corsa, e a
piedi scalzi. Lui è Scott Speedman che, dopo gli anni novanta e
Felicity, ci si è accontentati di vedere qui e lì. Lei è
Evan Rachel Wood, attrice che mi piace tanto e da tanto, che chissà
perché – pur essendo bella e brava in quantità uguali – ha meno
impegni di quanti meriterebbe. Loro, simpatici e in
armonia, sono i protagonisti bene a fuoco di Barefoot:
romcom tra l'indipendente e il commerciale che, a volte, ho trovato
avesse i tratti dei boy meets girl che mi fanno sempre bene, altre
quelli meno personali ma per tutti i palati di una commedia con i
Kate Hudson e Matthew McConaughey di turno. Piace più a prima
impressione, nel primo caso, rispetto a quando si scopre –
nonostante il brio e le punte di tenerezza – piacevole e poco più;
comunque, non memorabile. A fare la differenza, la lei della storia, che spesso
ti prende in contropiede con le sue fragilità e i suoi piccoli
dolori, e sempre ti sorprende per piglio e fascino. (6)
2014. Richie
vuole farla finita. Ma, all'improvviso, arriva una chiamata da sua
sorella. Sua nipote, Sophia, ha bisogno di lui. Nato come ampliazione di un corto
pluripremiato, Before I Disappear è
il significativo esordio alla regia di Shawn Christensen: ha l'indole e lo sguardo giusto, anche se il
suo primo lungometraggio ha poco che lo faccia brillare di
luce propria. Dramma all night long inguaribilmente indie, ha
una bella testa, una bella fotografia da videoclip, un bel cast
televisivo assemblato a dovere – accanto al factotum Shawn,
una grande Emmy Rossum e uno psicotico Paul Wesley – ma manca una
trama che si faccia ricordare. Prevedibile, penserete, immaginando un
rapporto adulto-bambino à la About a Boy.
Sbagliando, credo lo pensasse anche l'autore: accanto allo snodarsi
di un emozionante dramma familiare, allora, l'inserimento di una
parentesi noir. Una cocainomane trovata morta, la promessa
dell'omertà e, inevitabile, il dubbio: dirlo o non dirlo al ragazzo
di lei? Con un altro dubbio, questa volta il mio, ossia che nel corto
tale sottotrama insoddisfacente mancasse, andrò a recuperarmi
l'originale e a dire in giro che Christensen, nonostante i passaggi
irrisolti, è capace come tutti raccontano. (6/7)
2015. Brillante
studente a casa per le vacanze perde testa e verginità con la consorte del vicino. Ma il
marito, ricco e geloso, potrebbe non perdonare il ragazzo che ha
puntato gli occhi sulla sua moglie trofeo. Careful What You Whish
for – in italiano, Attrazione
senza regole: titolo da anonimo
giallo di Rai Due, e quello infatti è stato il suo sfortunato
destino in una sera di fine agosto – è un discreto thriller
erotico, con tutti i limiti del caso e elementi che lo rendono leggermente superiore a pellicole
simili arrivate di recente in sala. Vedi l'innocuo – e trashissimo
– Il ragazzo della porta accanto.
La trama è quella: un'attrazione fatale, la
seduzione di una Mrs. Robinson, un giovane accecato dalla passione.
Ma, a un certo punto, si imbocca una via che il trailer non rivela e
che, dunque, non vi rivelerò neanch'io: una strada già battuta,
verso un epilogo con qualche tranello che non guasta e i territori di Sex Crimes.
E poi – inusuale per la prima serata, almeno – c'è più pelle
esposta, qualche scena di sesso e l'indiscreto sex appeal di Isabel
Lucas. Nei panni del marito, Dermot Mulroney (Shameless); il giovane
protagonista, invece, è Nick Jonas. Nuovi muscoli e il tentativo di una carriera nuova dopo un'infanzia targata Disney: qualche singolo
carino passato in radio e impegni in rubrica con l'ultima creazione
di Ryan Murphy, Scream Queens, e la seconda stagione di Kingdom. (5,5)
2015. Charles
è un liceale che vive di notte. Tormentato dai bulli, lavora in una stazione di servizio che è un microcosmo
di situazioni pericolose e incontri. Lì la
diciottenne Vicki offre sesso ai camionisti.
Quando Charles trova il coraggio di difenderla dalle prepotenze del
suo pappone, tra i due nasce
l'amicizia. Viaggiando lungo la costa californiana, fotograferanno fari e
impareranno a rispettarsi. Safelight è un
dramma young adult accolto nell'anonimato. Sbuca dal nulla, infatti,
ma ci si aspettava di più, per colpa di una di quelle copertine che
mi ispirano a colpo d'occhio e di due protagonisti noti. Ha senz'altro dalla sua voglia di
tenerezza e tanta bontà, ma la scrittura pecca di ingenuità e
esagera nel caricare i personaggi di drammi che non toccano. Mai smielato ma neanche mai meritevole, per
quell'ora e mezza, nonostante idee frettolose e personaggi
sfortunatissimi, si tiene a galla grazie a qualche comprimario
significativo, alle atmosfere country e alle prove di Evan Peters,
convincente diciassettenne, e June Temple, carinissima coi suoi occhiali
rosa a forma di cuore. Giovani ma già quotati, altrove mattatori, finiranno per farsi ricordare, qui, per quel misto di
occhi bassi e sorrisi rubati che sono bravissimi a rendere, neache
fossero due adolescenti
alle prese con l'imbarazzo della prima volta. (5)
"Era
rimasta chiusa in camera a meditare sulla linea sottile che separava
la fama dall'infamia. Per un colpo di sfortuna, la sorte aveva voluto che per lei
fossero inestricabili."
Titolo:
Unrivaled – La sfida
Autrice:
Alyston Noel
Editore:
Harper Collins
Numero
di pagine: 284
Prezzo:
€ 16,00
Sinossi:
Tutti
desiderano diventare qualcuno nella vita. Layla Harrison vuole fare
la giornalista; Aster Amirpour sogna di essere un'attrice di
successo; Tommy Phillips ha intenzione di diventare una rockstar.
Madison Brooks ci è riuscita: ha afferrato il destino e lo ha
piegato al proprio volere molto tempo fa. Ora è la più acclamata
stella di Hollywood, e ciò che ha fatto per diventare il personaggio
di cui tutti parlano è solo una macchia sull'asfalto, polvere sotto
i tacchi delle sue Louboutin. Finché Layla, Aster e Tommy non
ricevono un invito speciale per entrare nel mondo esclusivo della
vita notturna di Los Angeles e partecipare a una spietata
competizione di cui Madison Brooks è l'obiettivo. Ma proprio quando
le loro speranze si accendono come stelle che bucano lo smog della
California, Madison Brooks scompare... e le aspettative dei quattro
ragazzi si spengono, oscurate da una nebbia di bugie.
La recensione
La
visione di Blake Lively a Cannes – stupenda in azzurro, in rosa, in
oro e, con la gravidanza a fare capolino e ad arrotondarle le forme, forse, ancora di più – mi ha ricordato perché al ginnasio
fossi perdutamente cotto della sua inarrivabile Serena van der
Woodsen e seguissi, fedelissimo, un mondo di intrecci, tradimenti e
surreali colpi di scena descritti da colei che, nell'anonimato,
cantava e condannava i rampolli e le meteore delle scandalose
élite di Manhattan. Tra il teen e la soap, trash solo verso la
conclusione, Gossip Girl era – è – il mio guilty
pleasure con la lettera maiuscuola. Da allora, cercasi rimpiazzo. A
consolare gli orfani e i nostalgici, chi a New York non ci ha mai
messo piede e alcuni party di certo non può permetterseli, ci hanno
pensato le amiche di Pretty Little Liarse,
lo scorso anno, i nobili britannici secondo The Royals:
serial che, senza cerimonie, ho abbandonato strada facendo. Il primo, infatti, non mi aveva anticipato che oltre che carine e giovani le
quattro protagoniste fossero stupide da non credere; con il secondo, nonostante il piacere degli episodi introduttivi, era venuta
meno la curiosità e non restava, allora, che il trash. Quello, in dosi abbondanti: ingenerose. Finché,
tra i guilty-pleasure-ma-non-troppo, non è spuntato dal nulla
Unreal. Quali
meccanismi nascondeva un programma in cui ragazze bellissime si
sfidavano per il cuore di un lui assai ambito, se le sporche manovre
della produzione facevano vittime innocenti e la commedia nera prendeva d'un tratto il sopravvento? Unreal
e Unrivaled:
un titolo in assonanza, un'altra sfida annunciata, la contaminazione
a fantasia tra il mistery e lo chick lit. Come nel caso del telefilm
Lifetime, anche con Alyson Noel c'era la sorpresa, dietro l'angolo? Primo di una serie, tradotto in tempi record e
coccolato dalla nascente HarperCollins Italia, Unrivaled è
ambientato in una Los Angeles festaiola e rumorosa, ha protagonisti
che indossano le migliori griffe e coltivano i peggiori propositi, fa
una satira non troppo caustica ma che si legge, e lì sta la sorpresa, con un ghigno di sottile apprezzamento. Il titolo si
riferisce alla missione di tre diciottenni senza grilli per la testa,
determinati sin dall'inizio, che rispondono all'invito del potente e
misterioso Ira, proprietario dei locali notturni più in.
La fragola in copertina, intinta nell'oro, è il frutto
proibito a cui Tommy, Layla e Aster tendono la mano, ignari degli
effetti collaterali della loro cupidigia. Vogliono sfondare. Il primo,
ragazzo di periferia con la chitarra in spalla, sogna la carriera
delle rock star e il cenno del capo di un padre gelido, ignaro della sua stessa esistenza; la seconda, hipster fino al midollo e con un fidanzato
storico che sprizza gioia di vivere, scrive cattiverie e
news su un blog di pettegolezzi; l'ultima, che per
ribellarsi a due genitori aristocratici e normativi gioca a fare la
cattiva ragazza, sa che la sua pelle caffellatte e il fare da gatta
morta le apriranno in fretta e furia le porte dello showbusiness.
Intanto, fanno i promoter per l'uomo che, in pugno, custodisce le chiavi di
Los Angeles. Ci sono tre locali da riempire e loro sono i leader di
tre diverse squadre. Chi la avrà vinta? Chi potrà vantarsi di
avere, come fiore all'occhiello, l'attrice Madison Brooks e la sua
dolce metà? La ragazza che s'inchina davanti alle stelle, però, scompare nel nulla. Cosa hanno a che fare i
protagonisti con il sequesto dell'ospite più ambita?
Il romanzo
della Noel è una lettura
disimpegnata ma coinvolgente, che lascia più domande
che risposte. Una “toccata e fuga” dal senso d'irrisolto, di
incompiuto, che nel pugno stringe un pugno di mosche; generi che si
combinano sì e no; polvere di stelle cadenti. Pensato per
un pubblico di giovanissimi, nonostante le premesse, non risulta di
certo più cinico o provocante del young adult medio; e il
riferimento principale, ahinoi, è quello delle “liars”, tanto
benvolute altrove. Con un mistero che, nel prossimo romanzo, ci darà
i debiti grattacapi e un finale che
suona tanto come un arrivederci, alla prossima puntata.
Ci
sono romanzi dallo stile chirurgico e nitido, che non puoi fare a
meno di definire cinematografici. Unrivaled è invece modesto, nel bene
e nel male, e ammiccante: televisivo, con il bollino giallo. Tra lo
standard e l'irriverente, segue un compromesso che, questa volta, non
mi è dispiaciuto, benché non ami le vie di mezzo, le pietanze senza
pepe, la satira senza coraggio. Ma La sfida mi
ha divertito, intrigato il necessario, e un'altra puntata di prova,
un altro romanzo, me lo concederei ben volentieri. Al momento,
sospendo il giudizio. Non cambio canale, senza sapere che fine ha fatto
Madison Brooks e com'è, nel dettaglio, un mondo che qui ho
occhieggiato tra i flash dei paparazzi e in mezzo ai punti di vista di un trio all'oscuro dei fatti. Freno un po' l'istinto di darmi allo zapping sfrenato. Il guilty pleasure, però,
resta più appetibile sul divano, in pigiama e alla luce dello
streaming, che tra le pagine. Su questo no, non cambierò idea.
Era
partito in sordina e rimangiandosi la promessa
dell'orrore. Bates Motel, reboot sul giovane Psycho,
giurava di raccontarci un Norman Bates agli esordi. Quanto
erano acuti i dolori del giovane Norman? Quanto era crudele e subdola
una madre che, consapevolmente, lo aveva traviato? A lungo, in tivù,
le risposte non soddisfacevano. L'adolescente, nonostante i suoi
frequenti blackout, sembrava sano come un pesce; Norma era un dolce
angelo del focolare con gli abiti floreali, anni Cinquanta. La terza
stagione, però, ci aveva fatto ricredere: il gioco, allora, valeva
la candela? Bates Motel, al suo quarto anno di vita, va
velocissimo verso l'inevitabile. Dove, sin dall'inizio, doveva
andare. E così si rivela il gioco degli sceneggiatori. Parchi quando
si tratta di efferatezze e sangue – anche questa volta, infatti,
gli omicidi scarseggiano – ma, per tutto il tempo, abilissimi nel
farti stare a cuore personaggi psicotici, sgradevoli, ma memorabili
proprio per quello. Ti affezioni agli assassini in erba con il
complesso di Edipo e alle mamme belle e pressanti, che di quel famoso
complesso sono senz'altro la causa, a tal punto che è difficile
vederli passare dalla potenza all'atto; osservarli mentre diventano –
cosa che, qualche serie fa, invece supplicavi – gli stessi del film
originale. La fragile Emma, questa volta, con un'operazione abbraccia il proprio benessere; Dylan sogna di allontanarsi da una famiglia pesante, in cui
qualche tempo prima si
desiderava il benvenuto; lo sceriffo Romero, ed ecco la solita
sottotrama superflua, ha fatto fuori un boss del posto, attirando su
di sé le indagini della DEA e le gelosie di una vecchia amante.
Norma, per amore di suo figlio, si sposa, perché ha bisogno di
sostegno economico e, vuoi o non vuoi, s'innamora dell'uomo che ha
accettato di metterle una fede al dito per imbrogliare la previdenza
sociale. Norman, invece, è sempre più Norman: indossa la vestaglia
di mamma, parla come lei e, in una sequenza seducente, corteggia una
cubista; quando si baciano, però, ci sono solo Norma e la ballerina:
lui è scomparso. Buchi nel muro, spioncini ovunque, amnesie... Viene
chiuso in una casa di cura, per un po'. Ma, a contatto con altri
pazzi, peggiora, e fa sue nuove e stranissime idee. Prende
ispirazione per il suo gran finale? La Cook e Thierot sono teneri e
affiatati. Lo sceriffo di Nestor Carbonell è duro, ma sentimentale.
Vera Farmiga e Freddie Highmore, lei struggente e lui più inquieto
del solito, sono finalmente al centro di una stagione che è alla
loro altezza. Il season finale:
fatale, lungo, quasi commovente. E, per una volta, così, puoi essere grato alla
tua testa dura e, intanto, ti domandi dove fosse, quel giorno, la pigrizia; la
voglia di mettere un'altra serie da parte. Perché Bates Motel,
onesto e disonesto insieme, non ti fa pentire di non averlo
abbandonato, quando non era che un teen drama in
un mare di teen drama con
il nome ingannevole, però, di un capolavoro senza tempo. (7,5)
Quarant'anni fa, Richard Donner dirigeva un horror cult, destinato
a sequel discutibili e, nel 2006, a un remake che personalmente non
mi era dispiaciuto. Sarà che avevo dodici anni, un'attrazione strana
verso l'arcano e che Omen l'ho conosciuto proprio così. Cos'è stato del giovane Anticristo, che in un finale assai
beffardo, dopo l'assassinio di entrambi i genitori adottivi, trovava
ospitalità presso la Casa Bianca? Il dominio del mondo? Damien,
prosecuzione ideale e a fantasia, portata sul piccolo schermo dagli
stessi che avevano pensato un Psycho adolescente, immagina il
figlio di Satana adulto.
L'erede della sfortunata famiglia Thorne, dopo un'infanzia burrascosa
e un'adolescenza con altrettanti misteri, è andato in Medio Oriente
in cerca d'espiazione. Avverte un profondo senso di colpa, la voglia di cambiare:
fotoreporter di guerra, rischia la vita, si dà a nobili missioni, le
sue foto fanno il giro del mondo. Evidentemente, non sa che lui e la
guerra sono fatti della stessa pasta... Dopo la trentesima candelina
spenta, è tempo però di raccogliere un'eredità scomoda: gli incubi
lo perseguitano, sul suo cuoio capelluto spunta il tatuaggio “666”,
chi è vicino a lui rischia di perdere ciò che ha di più caro, due
potenti – tra questi, l'affascinante Barbara Hershey, femme fatale
agèe – fanno a gara per corromperlo. C'è chi lo vuole vivo e chi lo
vuole morto, chi lo vuole cattivo e chi sognerebbe di cambiare la sua
indole. In questa battaglia consumata tra il deserto e una patinata
New York, come si sente il diretto interessato? Damien, che
aveva tutte le carte in regola per essere un'operazione pessima, in
realtà si pone i giusti interrogativi e, nell'abbracciare il male,
lo fa con contrizione e umanità. Pur non venendo meno gli spunti
horror – omicidi, apparizioni, voci -, si pone come un
intrigante thriller psicologico e a lungo, eccezion fatta per ultimi
episodi non così soddisfacenti, l'orrore è nella mente. Se la
collega Katie McGrath in Slasher si
confermava una cagna maledetta (cit.), Bradley James, altro volto di
Merlin, è invece
piuttosto capace: piace alla macchina da presa – ed è molto bello:
piacerà senz'altro alle spettatrici – e ammicca poco e niente,
curando come meglio può il ruolo di un ragazzo che fa di tutto per
liberarsi dal suo cuore nero. Tra tentati suicidi e incidenti di
percorso, Damien conta
anche su qualche comprimario ben pensato: se gli aiutanti del nostro
anti-eroe, però, non sono granché, gli sceneggiatori fanno bene con
la storyline dell'agente Shay: poliziotto ligio al dovere, segugio
spietato e, nella vita privata, protagonista di una relazione
omosessuale senza cliché, con tanto di bambino – in pericolo, con
Satana nei dintorni – a carico. L'iniziale sorpresa va scemando
nell'epilogo, ma si ha l'impressione che come Bates Motel –
che nella terza e nella quarta stagione ha sfiorato picchi lodevoli –
questo Damien potrebbe
fare meglio (o peggio, parlando dell'Anticristo) nei suoi snodi
futuri. Rispetto al serial con la Farmiga e Highmore, inoltre, la nuova creatura di Glen
Mazzarra parte meglio: senz'altro, con maggiore coerenza. (6,5)
Volete
sentirvi vecchissimi? Quando sono nato io, Grease aveva già spento sedici candeline. Dandoci alla matematica, mio padre aveva
tredici anni la prima volta che la commedia musicale di Randal
Kleiser arrivò in sala: erano partiti in macchina, lui e mio nonno,
e si era spostati dal paesello alla grande città, pur di vederlo.
Perciò Grease,
anche se non è cosa della mia generazione, l'ho visto e rivisto, da
bambino. Ho memorizzato le prime parole in inglese, fischiettando le
sue canzoni, e ho imparato ad apprezzare un genere che può irritare
i più. Invece, per me, con l'attore che veste i panni del cantante,
le strizzate d'occhio al teatro e le divertite contaminazioni tra
generi, il musical è tra le manifestazioni più piene e affascinanti
di quanto potente possa essere il cinema. Giravano da un po' voci su
un remake e i nostalgici, dalla loro, borbottavano: i cult non si
toccano. Però, non riduzione televisiva ma evento live in grande,
il Grease andato
in onda su Fox e trasmesso qualche mese dopo su Rai 4, non sembra un
affronto neanche per un attimo. Anzi, fa una bella figura
nell'inevitabile confronto. Rispetto alla versione cinematografica,
canzoni sconosciute e nuove parentesi: soprattutto su quei
comprimari, al cinema, poco approfonditi. I novelli DNCE suonano al
ballo di primavera, Mario Lòpez presenta, una popstar inglese apre
le danze. Il cast, rinnovato, ha volti del piccolo schermo a fantasia
– Keke Palmer, Kether Donohue -, una cantante pop – Carly Rae
Jepsen -, e un trio di protagonisti sorprendentemente versatili, nei
ruoli più contesi. Se Julianne Hough, bambola di porcellana, è una
natural born Sandy, Aaron Tveit – noto ai più per
l'action Graceland,
ma star di Broadway – sorpredente parecchio per estensione vocale,
passo leggero, capello inamovibile. Vanessa Hudgens, ex brava ragazza
di casa Disney, qui scatenatissima e ammiccante, convince
particolarmente, con la sua Rizzo spregiudicata e romantica. E,
sapendola sulle scene all'indomani della scomparsa del padre, tocca
per una professionalità straordinaria. Il Senior Year alla Rydell di
un'affiatata compagnia di amicici – bulli e pupe, auto truccate, il
chiodo, le giacche rosa shocking, i capelli cotonati e l'immancabile
brillantina – si apre con una Jessie J biondo platino che canta
l'intro. Aggiornato ma non troppo, Grease:
Live conserva
dunque la sua aria retrò, ma approfitta di una necessaria
rinfrescata – non nelle sonorità, immutate, né nei costumi, che
tra Converse e risvolti ai jeans, sono quantomai attuali, bensì, nei
volti: familiari, giovani, visti un po' qui e un po' lì. Corpi agili
e voci senza sbavature, uniti in uno spettacolo a cavallo tra le
generazioni, che ci stampa il sorriso sulle labbra e, nelle orecchie, il ritornello che pensavi di aver dimenticato. Perché perfino l'ultimo
venuto al mondo, almeno una volta, ha visto Grease in
vhs. Sennò, che infanzia hai avuto mai? Il pubblico che
esulta in sala. La troupe e il set itineranti. E qualche scintilla, poi, qualche effetto speciale, per fare sfrecciare i bolidi e scamparla in
un'avvincente gara su ruote. (7)