lunedì 6 giugno 2016

I ♥ Telefilm: The Path, Mom III, Jane The Virgin II, Grandfathered


Un anno fa, in autunno, dicevo addio a Hannibal e a Breaking Bad: il primo, cancellato dopo una terza stagione splendida; il secondo, recuperato con imperdonabile ritardo. L'ultimo episodio, dell'uno così come dell'altro, mi aveva lasciato in lutto. Inconsolabile, o quasi. Subito dopo, infatti, l'annuncio: le star dei serial che, neanche a farlo apposta, avevo visto nello stesso periodo, sarebbero stati i volti del nuovo telefilm Hulu. Accanto a loro, Michelle Monaghan: vista qui e lì al cinema e totalmente apprezzata, infine, in True Detective. Con la primavera, arriva The Path: atteso, dal sottoscritto, con curiosità e una certa ansia. E di che parla? Incrocio tra il thriller e il dramma familiare, racconta – in dieci episodi – le vicende di una famiglia senz'altro particolare: i Lane vivono in una comunità religiosa, una setta, che ha regole ferree, un credo tutto suo e un leader carismatico, ma sempre in viaggio. Durante la sua assenza, Cal, degno di venerazione e con un passato misterioso, occupa il seggio vacante. In seguito a un tornado, la comunità apre le porte ai profughi: su di loro, gli obiettivi delle telecamere. Legale l'asilo? Nel mentre, nella famiglia di Eddie e Sarah, che in quella stessa comunità si sono ripuliti e hanno conosciuto l'amore e la redenzione, qualcosa s'incrina: il rapporto tra i coniugi si raffredda, c'è qualcosa che non si confessano; il figlio maggiore, adolescente innamorato di una coetanea estranea a quel mondo, punta i piedi, s'incapriccia e decide di fare di testa sua. Non vuole abbandonare gli studi, non vuole frequentare ragazze che credano nella Scala. A questo punto, mi domanderete, tutto ciò ha risvolti inaspettati; risulta interessante, se non addirittura imperdibile? Brutalmente: no. In nome di quale autolesionismo ho resistito, allora? Voglio troppo bene a Dancy e Paul, troppo. E, a malincuore, dico che nemmeno le scelte del cast mi sono sembrate particolarmente illuminate: si mostrano bravi come sappiamo, ma, al posto loro, non avrei partecipato. Dopo Will Graham, detective forse ancora meno lucido del serial killer che inseguiva, Dancy ha il ruolo del folle; Aaron Paul, ex tossicomane, è un Jesse Pinkman al guinzaglio; la Monaghan, naturalmente odiosa, aizza i suoi due spasimanti in un ennesimo triangolo sentimentale; Emma Greenwell, da Shameless, invece, riabbraccia il personaggio della giovane dissoluta, ninfomane, ebbra. The Path è lento, confuso, pasticciato. Accantonato l'elemento giallo – c'è un omicidio sul finale, intuibile tanto quanto le dinamiche del gruppo -, è un The Affair scritto alla buona, con le pretese di spacciarsi per il nuovo The Leftovers: vedi la crisi coniugale e le bugie; vedi il misticismo. I toni sono serissimi ma non serrati, le puntate sono lunghe e infruttuose, il finale è un letale buco nell'acqua. Di coinvolgente, l'elemento teen: Kyle Allen, poco convincente nei panni di un quindicenne, alto e maturo com'è, ha una gran bella faccia – somiglia a Heath Ledger, in 10 Cose che odio di te – e la strada spianata. A voler essere generosi, il resto, è il miglior toccasana per chi soffre d'insonnia cronica. (5)

Madri che non parlano alle figlie, figlie che non parlano con le madri. Questo, in tutte le combinazioni possibili. Sedicenni che mettono al mondo un bimbo per sbaglio, e non sono mica pronte. Dodicenni, invece, che alla mamma povera in canna preferiscono il papà, perché nella casa nuova ha una piscina e una moglie uscite, entrambe, da un catalogo dei sogni. Ancora, giovani che non si rivedono alle riunioni degli alcolisti anonimi: muiono d'overdose, ci ricascano e lì restano. Pusher che non si perdonano. Uomini d'azione che passano la vita a fare follie, stuntman professionisti, e poi scivolano in montagna e non si alzano più da una sedia a rotelle: da dongiovanni, adesso fanno innamorare le donne al telefono, nascondendo la loro disabilità. Regine di una galleria di personaggi disparati e disperati, Chisty – ex tossica, ex spogliarellista, ora cameriera scordinata che sogna una laurea che costa troppo – e Bonnie, a simboleggiare che la mela non cade mai lontano dal proverbiale albero: piccola narcotrafficante, clochard, ha cresciuto la figlia in un'auto. Da tre anni, da tre stagioni, vivono insieme per necessità; condividono il letto; si amano e si odiano, nel mentre. Ci sarebbe di che piangere, uno dice. E invece in Mom, mai come quest'anno, si ride, e con l'intelligenza e la crudeltà che non avevo mai notato in precedente. Sotto sotto, la comedy Fox con le risate registrate è tristissima e verissima. Come la racconti, però, la storia della progenie di un Dio minore, in una America non così accogliente, non così magica? Ma con il pratico formato sit-com, che sta letteralmente in tasca, e due fuori classe di tempi comici e figuracce. Loro, il segreto. E soprattutto il cuore, in una stagione che non si smentisce e rivela una doppia faccia. Il cuore e la testa. Assieme a una voce che, al prossimo bacio della sfortuna, ti suggerisce: “fattela, una risata”. (7)

Lo scorso anno, il piano della pia Jane Gloriana Villanueva, che stringeva denti e ginocchia per arrivare vergine al matrimonio, aveva imboccato svolte miracolose. Inseminata per errore, portava in grembo il figlio del ricco Rafael, un completo sconosciuto, o quasi. Bello, ricco, addirittura responsabile: uno di cui innamorarsi, sul finale, a discapito del poliziotto Michael, noioso e troppo a modo. Jane ci lasciava con un Golden Globe a sorpresa tra le mani, con l'affanno, già mamma. Gente a cui spezzavano il cuore, nascite immacolate e, tra narcotraffici e doppie identità come ogni soap degna di nota pretende, un finale sospeso nel dubbio: il neonato rapito e la vendicativa Petra, ex che non perdona, che recuperava dalla Banca del seme altro ehm... “materiale” del traditore Rafael. Abbastanza per assicurare ai Solano un altro erede? Abbastanza per mandare la coppia felice su tutte le furie? Il piccolo Mateo viene salvato prestissimo; Petra non solo resta incinta contro ogni logica, ma aspetta due gemelle. Si cresce, ci si avvicina al sogno di diventare scrittori e, inevitabilmente, ci si divide. E' crisi per i genitori di Jane, il vanesio Rogelio e la spregiudicata Xiomara; nonna Alba, nel suo passato senza macchie, porta alla luce una vecchia fiamma; Jane, già poco tollerata dal sottoscritto, fa una scelta sentimentale che mi ha fatto scemerare gran parte della serie e gran parte dell'interesse. Non tralasciamo l'elemento giallo, i twist surreali, i colpi di cuore: formula vincente non si cambia, oppure sì? Dopo un primo approccio candido e stupito, trash con piacere, Jane The Virgin prosegue sugli stessi binari con ventidue episodi – tanti – che ho seguito volentieri, sì, ma che mi son parsi un po' tutti uguali. Senza i guizzi e i sorrisi che, di solito, il temperamento latino mi assicura. (6)

Jimmy Martino ha un ristorante stellato, tante spasimanti e la fortuna sfacciata di avere la faccia di John Stamos (classe 1963). Bellissimo cinquantaduenne – scambio volentieri i miei trent'anni di differenza per i suoi miracolosi geni – a cui la vita sorride di rimando, l'impresario dongiovanni ha poca voglia di accasarsi. E se, indipendentemente da lui, il destino avesse altri progetti? L'unica novità che, lo scorso autunno, non ho tagliato via dalle mie visioni settimanali – ho sempre bisogno di leggerezza, ma faccio fuori comedy a giorni alterni – ha avuto diritto a una sola stagione, è simpatica, confortante e si chiama Grandfathered. Perché sì, Jimmy, nel pilot, si scopre nonno di una bimba adorabile, Edie. Nonno... Ma c'è qualcosa che non va. Lui non ha figli! E invece. Dalla storia finita male con Sara, che invecchia con altrettanta eleganza, è nato infatti l'impacciato Gerald. Che avrebbe proprio bisogno di una figura paterna e, soprattutto, di una mano per conquistare Vanessa: la madre di sua figlia è la sua migliore amica, e proprio non vuole saperne di una storia d'amore. Jimmy, tra ritorni di fiamma e rivelazioni, si impegna a far bene. Può imparare a mettere da parte la vanità e l'egoismo per diventare un modello? La serie Fox è simpatica, familiare, molto tenera. Ennesima variazione sul tema di About a boy, non lo nego, ma con una scrittura freschissima, dalla sua, e un cast ad hoc. Funziona alla perfezione il buon Stamos, autoironico e piacione, e con lui gli impiegati stralunati – il sous chef indiano in cerca d'attenzione, la maitre stonata che s'immagina cantante soul - di un ristorante che ammicca a quei programmi di cucina, già spettacoli di per sé, a me tanto cari nell'ultimo periodo. Ma indovinate chi viene a cena? Non attesi ma indispensabili, ecco la luminosa Paget Brewstet, ex che ci ha nascosto la sua gravidanza; la bella cognata Christina Milian, che prende alla lettera la “regola dell'amico”; il figlio Josh Peck, nerd buffo e galante che ricordo, bambino io e bambino lui, in Drake & Josh, nei sonnolenti pomeriggi di Italia Uno. Non piangerò la cancellazione, e chi non l'ha visto non ne rimpiangerà la perdita, però nel mentre si ride di cuore; si sospira, inteneriti; ci si appunta che la mezza età è la nuova gioventù. Tutte cose, comunque, graziose e non da poco. Senz'altro, non da una stagione soltanto: una brusca “toccata e fuga” che, pur nell'irrisolto, lascerà piacevolmente soddisfatti. (6,5)

venerdì 3 giugno 2016

Recensione: Il rumore delle cose che iniziano, di Evita Greco

Non avere paura, se le cose banali ti fanno felice: il più delle volte sono vere.

Titolo: Il rumore delle cose che iniziano
Autrice: Evita Greco
Editore: Rizzoli
Prezzo: € 18,00
Numero di pagine: 328
Sinossi: Cosa faresti se la tua bambina avesse paura di andare a scuola? Cosa le diresti per convincerla a farsi coraggio? Per la sua nipotina Ada, Teresa inventa un gioco: ogni volta che una cosa bella sembra finire, bisogna aguzzare le orecchie e prestare attenzione ai rumori. Solo così si possono riconoscere quelli delle cose che iniziano. Alcuni sono semplici e hanno dentro una magia speciale: un’orchestra che accorda gli strumenti, il vento in primavera, il tintinnio delle tazze riempite di caffè… Ma nella vita non sempre sappiamo riconoscere le cose belle. Quando perdiamo fiducia in noi stessi, quando qualcuno ci tradisce, o ci dice addio, sembra che nulla possa davvero iniziare. Ada ci pensa spesso, ora che nonna Teresa è ammalata. Nei corridoi dell’ospedale la paura di restare sola è così forte da toglierle il respiro, ma bastano due persone per ricordarle che si può ancora sorridere: Giulia, un’infermiera tutta d’un pezzo, e Matteo, che le regala margherite e la sorprende con una passione imprevista. Perché è proprio quando il mondo sembra voltarti le spalle che devi ascoltarne i rumori, e farti trovare pronta. Guardati intorno, allunga la strada, sbaglia a cuor leggero e ridi più spesso che puoi. Ogni volta che qualcosa finisce, da qualche parte ce n’è un’altra che inizia.

                                              La recensione
Le cose, quando cominciano, hanno un rumore bellissimo. 
E, parlando di inizi, ho scoperto l'esordio di Evita Greco qualche tempo fa: una copertina suggestiva, il logo di una Big sulla costa, un nuovo nome italiano da tenere bene a mente. Invio la richiesta d'amicizia all'autrice, così, tanto per. E di Evita mi diverto a leggere le avventure con la sua bambina, i resoconti dei viaggi in macchina, le domande indiscrete dei curiosi che il libro no, non l'hanno letto, ma ficcano il naso nelle vendite e nei guadagni. Mi ha scritto lei, un giorno, affinché leggessi il suo Il rumore delle cose che iniziano. Conosceva la mia cittadina sperduta – buon segno – e, d'estate, viene spesso dalle mie parti: prende il traghetto per le Tremiti e, mi ha assicurato nella dedica, anche quello fa un gran bel rumore, riempiendo di schiuma l'Adriatico. Il suo primo romanzo inizia proprio schiacciando il tasto giusto: una pagina, e sprigiona una nota cristallina, ma malinconica. Lunga, lunga. Di inizio, ne ha uno bello. Mi ha perso a metà, però, e mi ha ripreso nel finale, con il post scriptum di un'anziana che avrà sì la quinta elementare, ma capisce tutto, subito, e ha un fiuto infallibile. Evita racconta la storia di Ada, trasognata e impreparata alla solitudine, e di Teresa, donna saggia, che non rinuncia mai alle scarpe da ballo e a un filo di rossetto: una nipote al capezzale di una nonna divorata da un male insidioso. E ricorda, alla lontana, tre romanzi già passati da queste parti: L'amore involontario, Un uso qualunque di te, Ovunque tu sarai. Storie al femminile, tra le corsie di un ospedale. Nel letto, con la flebo e i macchinari che fanno bip-bip-bip, genitori, figli e sorelle. Parenti strettissimi. Nonne, nel caso del Rumore delle cose che iniziano, che sono state tutto un universo e hanno interpretato ogni ruolo. Ada, così, si trova presa in contropiede, nel mezzo di un'esistenta in cui il sole si sta spegnendo. E, sola, già sbaglia: non c'è Teresa a proteggerla, a metterla in guardia. 
Fa di testa sua e, al bar, si innamora di un commesso viaggiatore che fuma Marlboro rosse e le regala margherite: uno che qualche volta non risponde al cellulare; che, sui vestiti, ha il profumo degli agrumi freschi; che le chiede di vedersi in macchina, sotto un ponte, come se quella fosse l'apoteosi del romanticismo. Dove tiene i suoi abiti blu, Matteo, che ancora una volta la fa sentire spaventata? Dove, quando e con chi, si domanda Ada, la coglierà la prossima eclisse? In ospedale, nel mentre, si dà il cambio un'umanità varia, ma similmente ferita; ugualmente a metà. Su tutti, spicca Giulia: infermiera che ha qualche segreto, innumerevoli metafore per spiegare ad Ada il male, cuffie dalle fantasie bizzarre. Evita ce li racconta tutti con uno stile delicato, rendendoli parte di una vicenda che immagino sentita e, a tratti, personale. Il bianco delle corsie, gli ambienti asettici, personaggi in preda alle attese più angoscianti. A un certo punto, però, il romanzo si spezza in due: da una parte Ada, che si domanda cosa combinerà senza una guida; dall'altra, la crisi coniugale di due adulti a un passo dal grande sì. Singolarmente, l'una e l'altra vicenda mi sarebbero piaciute molto. Insieme, ho trovato non combaciassero: la seconda era di troppo. Avrei preferito, al limite, poche pennellate, dattagli essenziali e, senz'altro, meno pagine.
In quelle per me in surplus, infatti, dei personaggi secondari non si dice né più né meno di quanto non fosse già stato intuito. Intrufolandoci nelle loro famiglie ricche, nei viaggi di nozze meditati a lungo, tra le mamme che bevono vino appena mattina e i preparativi per le nozze imminenti, mi è toccato rivalutare figure che avevo trovato a pelle piacevoli: solide, disincantate, fatte di carne e ossa. Perché mettere Ada da parte, prima di ritornare da lei in un epilogo lieto, ma arrivato con un ritardo imprevisto? Lei, che è un personaggio che ha più di qualcuno dei miei difetti e che, qui e lì, sembra un'eroina del cinema francese, ma più affranta? La testa tra le nuvole andrà d'accordo coi suoi piedi, quando la terra si spaccherà, dopo l'inevitabile? Nel momento in cui le due trame si ricongiungono, dopo una spezzatura non necessaria, Il rumore delle cose che iniziano si riconferma una lettura introspettiva, realistica, fatta di cose piccole e piccolissime, che potrà piacere e non, essendo vera, privata, fragilissima. A dargli man forte, un'autrice, al contrario, matura e sensibile: una che non teme i silenzi, i vuoti, le sale d'aspetto. Una Ada cresciuta, forse, che ha fatto tesoro degli incidenti di percorso; dei dispiaceri accumulati davanti a quel caffè che la sua protagonista non ordinerebbe mai. E nel suo fortunato esordio, strano ma vero, sono più le cose che finiscono, però, rispetto a tutte le altre: quelle, sì, si riconoscono. Quelle che cominciano sono il problema: come decifrarle? Ecco le istruzioni per l'uso. Un controllo acustico – e cardiologico – per vedere se ci senti; o, se da un capo e l'altro del letto, vi sentite ancora. Un'educazione al lutto e al sentimento che ha i suoi pro e i suoi contro, e una narratrice che, per magia, emette un suono cristallino, acuto, in un'orchestra che deve lavorare sull'armonia; sulla coordinazione dei movimenti d'insieme.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – Chasing Pavements


mercoledì 1 giugno 2016

Mr. Ciak: A Bigger Splash, Eddie The Eagle, Colonia, 10 Cloverfield Lane, The Driftless Area

Una rocker con il look di Bowie e un'operazione alle corde vocali che la rende afona. Un compagno più giovane, regista di documentari, che l'ha salvata dagli eccessi. Pantelleria, isola paradisiaca, che li vuole nudi, focosi e rilassati durante il loro periodo di villeggiatura. Se non arrecano disturbo i barconi clandestini, a largo, lo stesso non può dirsi di ospiti verso cui fare buon viso a cattivo gioco: un produttore sui generis – nonché vecchia fiamma – e la sua giovane figlia che, da bordo piscina, legge e ammicca. Cosa succede in un pollaio così, se si scontrano due galli? Quali pulsioni scattano in un quartetto aperto ai poligoni amorosi e alla gelosia? Quanta acqua schizza – e quanto fumo negli occhi soffia – l'ultimo film del buon Luca Guadagnino? Allo scorso festival di Venezia, ricorrenza in pompa magna di griffe e noie, il remake di un lungometraggio con Alain Delon aveva lasciato fredda e scettica la platea. Sarà che la bella stagione è a un passo, sarà che di Guadagnino amo i virtuosismi e l'edonismo, ma – come si suol dire – tra gli specchi d'acqua salmastra e le piscine private di A Bigger Splash ci ho letteralmente sguazzato. Partito come una versione meglio scritta del francese Un momento di follia e destinato, nell'ultima mezz'ora, a arenarsi in un guazzabuglio di toni ora gialli e ora grotteschi, l'ultimo Guadagnino non resta sempre in equilibrio, vero: ma, quando scivola, cade a picco nel blu. Nuoterà, oppure no? C'è chi si concentra sui difetti dell'epilogo – e sono numerosi, tra il cameo di un Guzzanti ispettore, coppie di carabinieri da barzelletta, xenofobia – ma, personalmente, sono vittima dell'ascendente che Guadagnino esercita su di me. Perché ama le belle cose, le forme e i colori, e io non resisto. Se il precedente Io sono l'amore era un gelido, sopraffino melò, A Bigger Splash è il suo alter-ego, più fresco, solare e capriccioso. Ritroviamo il binomio amore-morte e, con grande piacere, una Tilda Swinton oggetto di venerazione: cinquantacinque anni, di un bello senza sesso, un fisico spigoloso. Però, qui, quanto è affascinante, con la schiena nuda, gli abiti anni Cinquanta e un paese che ucciderebbe, per un suo cenno? Quant'è istrione l'innamorato respinto di Fiennes e quanto sono irresistibili Shoenaerts e la Johnson, mirati e rimirati, spogliati da capo a piedi? Troppo, tutto. Quindi, abbagliato, mi sono goduto le follie di un cast di ninfette e abbronzatissimi marcantonii, che chiacchierano, seducono e ammazzano il tempo (e non solo quello). Guadagnino fa loro da balia, riesce a metterli sorprendentemente in riga, ma una sceneggiatura gocciolante, purtroppo, non aiuta. Sensista e ironico, dal cipiglio europeo, A Bigger Splash è un'altra faccia di un cinema italiano al passo. Cocktail impreciso e strabordante, spensierato, che dà alla testa. (7)

Nell'Inghilterra degli anni Ottanta, Eddie è un ragazzo mingherlino, cagionevole e non particolarmente brillante: le ginocchia ballerine, gli occhiali a fondo di bottiglia, una fisicità che stimola la crudele fantasia dei prepotenti. Il suo destino: imbianchino, come il papà. Il suo sogno: le Olimpiadi. Perciò lui, che per lo sport non è mica molto portato ma che non ha paura di cadere e rialzarsi, prova discipline e divise varie e, rotolando nella sabbia, ricerca la sua vocazione. E se fossero gli sci? E se fosse il salto in alto, che nel Regno Unito non ha campioni? Investire su se stessi, rubare il furgoncino della ditta di famiglia e andare in Germania, lassù tra i monti e i fuori classe. Puntare al Canada, però. E, nel mentre, trovare un coach – atleta in decadenza che ha preferito l'alcol alle medaglie – e il calore dei giornalisti. Perché questo Eddie è più un pollo che è una aquila, però vola. E, a mezz'aria, sorprende. Eddie The Eagle, ispirato a una di quelle vicende che piacciono a me, è una commedia di quelle che piacciono a me. Ma tanto. Tenere ed edificanti, infatti, ti toccano il cuore. Belle o brutte, che importa: l'importante è che, come nel caso del recente One Chance – L'opera della mia vita, siano un sollievo dalle fatiche visibili e non e, soprattutto, appaiano inguaribilmente british. Ci si stenta a credere, ma Eddie ha impensati assi nella manica e, goffo e acerbo, la voglia di partecipare del proverbio; possibilmente, lasciando un segno sulla neve. Le mille risorse di lui, però, non trovano un corrispettivo nel film che racconta la sua vita a mo' di fiaba: la commedia sportiva di Dexter Fletcher, altrove assai bene accolta, è piacevole, trasognata, ma meno riuscita di altre simili. Gli ho preferito, appunto, il biop – da noi, purtroppo, destinato solo al noleggio – su Paul Potts, vincitore di Britain's Got Talent a cui il nostro Pavarotti aveva tarpato le ali. I difetti, questa volta, non nel lieto fine annunciato: è quello il bello, nella classica rivincita degli underdog. Piuttosto, nella scarsità dei comprimari: figuranti passeggeri; Cristopher Walker e Jim Broadbent cronisti; un Hugh Jackman pigmalione, riciclato da Real Steal senza troppe cerimonie. Tutti i pregi, invece, si chiamano Taron Egerton – e la spia in erba di Kingsman, qui in borghese, è irriconoscibile, naturale e adorabile – e suonano un po' come quella You make my dreams come true o, ancora, Jump che esaltano, nell'era in cui i jukebox si sono sfortunatamente estinti, ma si balla lo stesso sui divani. (6,5)

Lena s'innamora di Daniel, nel mezzo del colpo di stato di Pinochet. Lui, che vuole documentare la violenza del dittatore, è accusato di insurrezione e torturato: creduto ormai innocuo, a causa della gravità delle sevizie, viene chiuso in un campo di lavoro che è il tentacolo più pericoloso della dittatura. Lei, che non si rassegna, entra a Colonia Dignitad di propria scelta: vuole ritrovare Daniel. Ma, dal campo, è vietato uscire: soggiogati da uno spregevole santone, i prigionieri – e i fedeli – sono separati, percossi, sfruttati. Campi da dissodare, preghiera e, se sei una donna ribelle, pestaggi che ti uccidono. Isolati dal mondo, in un Cile omertoso e ignoto, riusciranno i protagonisti a rincontrarsi? Soprattutto, riusciranno a scappare e a portare fuori un po' degli orrori della longa manus di Pinochet? Tratto da una storia vera che ha dell'incredibile, Colonia denuncia crimini recenti e taciuti e lo fa, furbamente ma bene, con il linguaggio e il ritmo del survival; l'intreccio di un romanzo d'inchiesta. Pieno di concessioni e rielaborato: quelli, forse, i suoi evidenti errori. Thriller politico tesissimo e melò appassionante, però, Colonia mi ha preso in contropiede e mi ha stupito: immaginavo, infatti, una pellicola storica pesantissima, buoni sentimenti in quantità, un'altra esecrabile prova dell'ex maghetta "Hermione". E invece. Angosciante, cupo, inquietante, Colonia ha nervi a fiori di pelle e ansia a mille – impossibile il contrario, se si parla di femminicidio, pedofilia, fughe disperate – e, sebbene indebitato con il cinema d'azione americano, eccezion fatta per un finale troppo rocambolesco, ha scelte di pancia e un ottimo cast. Su tutti, gli spregevoli Michael Nyqvist e Richenda Carey, e il sempre capace Daniel Bruhl. Emma Watson, meno perfettina del solito, quindi più intensa, è tanto convincente da lasciarci dimenticare la pessima prova nell'horror Regression – anche lì sette e omicidi, ma qui aumentano l'impegno e il brivdio. Gallanberg fa meglio del conterraneo Von Donnersmarck, e Colonia – anche se poco europeo – non è il terribile The Tourist: altro punto da dimenticare, allora, se l'avventura di un altro tedesco nel cinema internazionale lascia soddisfatti e alquanto turbati. A farsi ricordare, invece, la vicenda di Colonia Dignitad e dei suoi prigionieri: infelice parentesi storica che il cinema, pur con tutti i sotterfugi e la spettacolarità di cui è capace, salva dall'oblio. (7-)

Qualche anno fa, Cloverfield aveva stupito i più. Dai più, nonostante l'indiscreta impronta del furbissimo J.J Abrahms, tocca sottrarre il sottoscritto: lo sci-fi alternativo non mi aveva impressionato. Non atteso, dal nulla e con scarso preavviso, è saltato fuori un sequel quasi dieci anni dopo. Nonostante il ritardo e il cambio di regista (e registro), 10 Cloverfield Lane è stato accolto altrettanto bene in sala. Ma, rispetto al primo, era un'altra storia? Qual è la trama, all'inizio top secret? Questa ideale prosecuzione firmata da Dan Trachtenberg si apre con Michelle, una giovane donna che dopo una lite telefonica con il fidanzato – in un cameo vocale, c'è lui, Bradley Cooper – incappa in un incidente stradale. E, pare, nell'armageddon. Si risveglia in un bunker, messa in salvo da due uomini: Emmett, un semplice bracciante, e Howard, leader attempato con la sindrome del tiranno. Il secondo, in particolare, ha toni bruschi e metodi violenti; segreti: tratta Michelle come fosse una bambina e le spiega che, fuori, in superficie, è guerra aperta. Sarà vero, se a dirlo è un uomo paranoico e possessivo, con la coscienza e le mani già sporche? Lei è una prigioniera o una superstite? Il mix è insolito, ma il risultato sorprende ben poco. Forse, ne hanno parlato con toni troppo stupefatti: troppo bene. 10 Cloverfield Lane è il perfetto non-seguito, paradossalmente, per chi Cloverfield non l'ha mai sentito nominare. Per gli altri, invece, viene meno il dubbio: fuori, quest'apocalisse, c'è oppure no? A questi ultimi, che rimarranno a bocca asciuta se in cerca di nuove prospettive, consiglio l'inedito Hidden. Ci sono mostri e mostri, e 10 Cloverfield Lane descrive quelli della nostra specie, con lo stile di un dramma psicologico teso e coinvolgente. Sembrerebbe il solito thriller, ma ha una misteriosa cornice fantascientifica; sembrerebbe il solito prodotto fantascientifico, ma ha le dinamiche – appunto – del thriller. Sfumature complementari, volti speculari: basta l'originalità della cornice? C'è quella, e una protagonista dalle mille risorse, e l'antagonista di un ottimo John Goodman; un trio credibile e l'ansia. Accontentiamoci. (6)

Pierre, stralunato barista di provincia, cade in un pozzo, mentre va a passeggio. Il mattino successivo, un viso – un viso bellissimo – fa capolino dall'alto. Una ragazza passata lì al momento opportuno gli tende una mano. Si chiama Stella, è morta nell'incendio doloso della casa a cui badava, cerca un ragazzo buono che la vendichi e la liberi. Pierre, non conoscendo la sua natura, s'innamora di lei. Contemporaneamente, un boss da poco – colui che di quel rogo è la causa principale – insegue una borsa piena di soldi che gli è stata rubata. E tutte le strade porteranno nella cittadina di Pierre. E a una specie di vendetta. The Driftless Area – da noi, Niente cambia, tutto cambia – ha il potenziale di una trama che, all'apparenza, sembra un buffo e romantico miscuglio di generi e, soprattutto, due protagonisti che ai patiti del cinema indie staranno senz'altro tanto a cuore. Anton Yelchin, che lo scorso anno ci ha regalato quei gioiellini di 5 to 7 e Rudderless, ha addirittura una partner più splendida del solito. La lei del suo Pierre, e c'è da dire che lui è perfetto, è Zooey Deschanel: presenza misteriosa, spettrale, impalpabile. E se, nonostante un sodalizio felicissimo, il loro film si rivelasse, invece, un mezzo pasticcio? The Driftless Area è un luogo scomodo, strano, in cui incontrarsi: onestamente, non l'ho capito. Pieno di simboli e figure allegoriche, lento, crea un senso d'attesa: la meta si capirà nel finale? Qual è il punto? Invece, le domande si accumulano, i due sono carinissimi ma confusi, il dubbio persiste. Un po' canonico boy meets girl, un po' crime, un po' ghost story, The Driftless Area si ricorderà, appunto, un po'. Quella, la parolina chiave, per un prodotto indipendente che ho faticato a interpretare e, invano, a farmelo stare a cuore. Anton e Zooey, cari miei, meritavate un giardino più fertile: lontano da gole rocciose e fiamme, salvo dal guazzabuglio inaspettato. (5,5)

lunedì 30 maggio 2016

Recensione: Scrivere è un mestiere pericoloso, di Alice Basso

La vita è troppo breve per rileggere lo stesso libro.

Titolo: Scrivere è un mestiere pericoloso
Autrice: Alice Basso
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 348
Prezzo: € 16,40
Sinossi: Un gesto, una parola, un'espressione del viso. A Vani bastano piccoli particolari per capire una persona, per comprenderne il modo di pensare. Una dote speciale di cui farebbe volentieri a meno. Perché Vani sta bene solo con sé stessa, tenendo gli altri alla larga. Ama solo i suoi libri, la sua musica e i suoi vestiti inesorabilmente neri. Eppure, questa innata empatia è essenziale per il suo lavoro: Vani è una ghostwriter di una famosa casa editrice. Un mestiere che la costringe a rimanere nell'ombra. Scrive libri al posto di altri autori, imitando alla perfezione il loro stile. Questa volta deve creare un ricettario dalle memorie di un'anziana cuoca. Un'impresa più ardua del solito, quasi impossibile, perché Vani non sa un accidente di cucina, non ha mai preso in mano una padella e non ha la più pallida idea di cosa significhino termini come scalogno o topinambur. C'è una sola persona che può aiutarla: il commissario Berganza, una vecchia conoscenza con la passione per la cucina. Lui sa che Vani parla solo la lingua dei libri. Quella di Simenon, di Vázquez Montalbán, di Rex Stout e dei loro protagonisti amanti del buon cibo. E, tra un riferimento letterario e l'altro, le loro strambe lezioni diventano di giorno in giorno più intriganti. Ma la mente di Vani non è del tutto libera: che le piaccia o no, Riccardo, l'affascinante autore con cui ha avuto una rocambolesca relazione, continua a ripiombarle tra i piedi. Per fortuna una rivelazione inaspettata reclama la sua attenzione: la cuoca di cui sta raccogliendo le memorie confessa un delitto. Un delitto avvenuto anni prima in una delle famiglie più in vista di Torino. Berganza abbandona i fornelli per indagare e ha bisogno di Vani. Ha bisogno del suo dono che le permette di osservare le persone e scoprirne i segreti più nascosti. Eppure la strada che porta alla verità è lunga e tortuosa. A volte la vita assomiglia a un giallo. È piena di falsi indizi. Solo l'intuito di Vani può smascherarli.

                                          La recensione
Questa “scrittrice senza nome” è un pessimo vizio.
Per il secondo anno di fila, si termina un'avventura delle sue con un po' di tristezza – passerà abbastanza in fretta, mi chiedo, un altro anno? - e un moto di autostima. Andiamo pur fieri, noi misantropi, di risposte brusche, una vita contro, il muso sempre lungo: un membro della nostra popolosa tribù di solitari, lei che ha capiti d'abbigliamento sottratti al guardaroba di Mercoledì Addams e il profilo da adolescente che inganna i più sulla sua età anagrafica, ce l'ha fatta. Eccola su un giornale patinato, in abito da sera, affiancata da un valente cinquantenne; in palestra, che impara a difendersi – la lingua lunga, infatti, sferra ma non para colpi bassi; addirittura, che si affaccenda ai fornelli. Cosa le sarà successo mai? Se scrivere è un mestiere pericoloso, come il titolo garantisce, cosa capiterà alla nostra ghostwriter preferita, che combatte il crimine, firma inglorosi best-seller nel più totale anonimato e, tra le righe, ha una parola buona per tutti noi, blogger per passione? Il suo capo, che la costringe a passare dalle entrate secondarie per non dare nell'occhio e ad arrovellarsi il cervello per un tozzo di pane, non sa che – come diceva qualcuno, in un film che lei odierebbe a morte  – nessuno può mettere Vani Sarca in un angolo. Ci ha provato il bel Riccardo, che l'ha sedotta, ha avuto il suo capolavoro e poi, bastardissimo, l'ha abbandonata. Ci hanno provato piccoli criminali che non scherzavano affatto, armati di cattive intenzioni (e non solo) contro un tornado nascosto in un corpo di bambina ribelle. Nulla, tuttavia, hanno potuto. Eccola, puntuale e con la frangia sempre al solito posto, più impegnata che mai: nasconde il leggero affanno e una rubrica, in realtà, pienissima. Ha un'infinita lista di cose da fare, infatti, l'eroina che, ghignando, ci ricorda che di libri si vive e si muore. Il più delle volte, però, ti tirano prontamente fuori dai guai: i gialli aiutano a risolvere vecchi misteri, i manuali degli chef stellati a farti guardare con nuovi occhi chi hai sempre avuto accanto, i classici d'oltreoceano a dare filo da torcere ai tronfi e vanesi professori di Letteratura americana e, sotto banco, romance che svelano che, via gli occhiali, e i brutti anatroccoli, in talune occasioni, si trasformano in cigni bianchi. In ordine sparso, cosa c'è nella lista di cose da fare della nostra Vani?
(1) Evitare il suo ex, Riccardo, e la garrula ragazza giornalista di lui; (2) destreggiarsi tra interrogatori, essendo ufficialmente collaboratrice della Polizia, e faticose lezioni di krav maga; (3) scoprire nel commissario Berganza un ottimo chef e un attempato, ma affascinante accompagnatore; (4) scrivere una canzone per Morgana, l'unica tollerabile tra le vicine di casa, che mira a conquistare il cuore di un rocker liceale; (5) trascorrere le feste imminenti con una sorella minore che ha messo al mondo due diavoli gemelli e fatto costruire – momento di silenzio – un duplicato della Venere di Milo in giardino; (6) nonostante una sterminata cultura enciclopedica e il cervello che, come una spugna, non ha mai smesso di assorbire informazioni, ammettere a denti stretti che di cucina non si sa proprio niente. Per fortuna, il lavoro di ghostwriter, che questa volta la desidererebbe abile sceglitrice di scalogni e pasticciera sopraffina, la conduce alla villa dei Giay Marin: gli stilisti più chic di Torino, in pole position per gossip e tragedie. E, caso vuole, la cuoca che affiderà le sue memorie a Vani e a una food blogger disgustostamente rosa si chiama Irma, è la versione invecchiata della nostra protagonista e, tra torte e risotti, confessa un omicidio. In carcere, quindi, a scontare la pena, la persona sbagliata?
Per Vani, nuove ombre da rischiarare, una strada sempre meglio delineata e l'intercessione di Alice Basso, tanto brava quanto spiritosa, che delinea al meglio un intreccio scaltro, sfaccettato, esilarante: alla sua Vani, l'autrice assicura grattacapi intriganti, cavalieri impropabili – io shippo lei e Berganza, va be' - e il momento topico in cui, a un party, ruba il fiato agli ospiti maschili con una seducente entrata in scena. Ma lei non ci fa caso: il vestito è d'alta sartoria ma nerissimo, al solito, e ci piace così, e tanto, che sia in tiro o in borghese. Semplice perdonarle, allora, un mistero che, pur togliendole il sonno e ricordando alla lontana gli accattivanti inciuci di quelle saghe familiari british, si rivela non così a prova di bomba. E, parlando di perdono, ad Alice Basso cercherò di perdonare l'impossibilità di darci un capitolo di Vani a settimana, in virtù di storie, per il resto, assai ben congegnate. Sotto la voce “allegria”, sui dizionari, troverete “chick lit” e “oppiacei”, se il mondo vi è antipatico. Meglio dell'una e delle altra cosa – qualora la moda ti repella al pari del tuo prossimo e manco fumi: figurati se se ne parla di convertirsi alle droghe pesanti –, Vani Sarca. Il suo armadio non consente il tradimento con altri colori e il fegato borbotta: per Vani c'è il whisky. Quello, e le patatine al formaggio: da mettere in frigo, altrimenti vanno a male. 
Ci vorrebbero giornate con più di ventiquattr'ore. O, in alternativa, più giornate in compagnia di Vani. Più libri di Alice Basso in un anno, più ore di sole quand'è inverno. A chiederlo – sarà mica troppo? - gli occhi stanchi di uno studente in crisi che vive sommerso dai manuali e, in pausa studio, vorrebbe più libri così; e solo tanti, incondizionati sorrisi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Soundscape – Il gioco dell'Inferno e Paradiso (canta Alice!)

giovedì 26 maggio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Cosa fanno i protagonisti del piccolo schermo quando non girano?

(Quello che combina la Pellegrini fuori dalla piscina, invece, è ancora mistero)

(Alias: film random commentati una vita fa e, oggi, legati da un minuscolo pretesto)

2015. Madre, padre, una figlia che cresce al buio. Un bunker come casa, se fuori è vietato uscire. Finché, sopra, qualcosa comincia a muoversi. Da chi stanno trovando riparo? Fuori dal tunnel, che aspetto avrà il mondo? Hidden – scritto e diretto dai fratelli Duffer, promettente duo – è un film claustrofobico, cupissimo, che parte nel migliore dei modi. Un thriller psicologico che a lungo si regge sulle ansie, la routine e i meccanismi di sopravvivenza di una famiglia unita sul fondo di un pozzo nero. L'ansia si sente. Si è preoccupati per la loro sorte e, soprattutto, si è curiosi. C'è infatti una cosa che non dicono e che si rivelerà allo spettatore in flashback canonici in cui scoprire, man mano, la verità sulla loro fine del mondo. Una risposta originale, un colpo di scena garantito, che però – a confine con l'horror – soddisfa meno del resto. Prima di abbandonare il loro covo, in particolar modo, i tre attori reggono al meglio la tensione. La sconosciuta Andrea Riseborough; la piccola e precoce Emily Alyn Lind, ossia la giovane Amanda di Revenge; il sempre in parte Alexander Skarsgard, che, per essere un marcantonio olandese, risulta un genitore sorprendentemente attento e premuroso, con quell'istinto paterno, d'altronde, già mostrato in Disconnect e What Maisie Knew. Tocchi del migliore Shyamalan, cenni a The Hole, rovesciamenti non del tutto telefonati – occhio ad alcuni poster pieni di spoiler - e il pregio di complicare un'idea semplice. Esempio ben pensato di crossover, dunque, sulla relatività delle fobie – alla fine, chi ha paura di chi? - e la forza del sangue. (6/7)

2014. Clint, un Elijah Wood che dopo Il signore degli anelli e gli impegni con Wilfred vediamo spesso alle prese coi film da brivido, vorrebbe diventare il nuovo Stephen King ma, tornato a mani vuote dal soggiorno newyorkese, vive sotto lo stesso tetto di mammà e lavora come supplente in una scuola elementare. Non sa ancora che nella caffetteria della scuola sta per diffondersi una piaga che renderà zombie tutti coloro che non sono ancora entrati in pubertà. Basta un graffio e parte la rabbia, insieme alla fame. Cooties è una commedia horror, come rivela il trailer, partorita dalle menti di coloro che hanno pensato Glee e Saw. Scorretta, splatter e esilarante, ha i personaggi che immagini – la dolce insegnante di Inglese, il tronfio professore di Educazione fisica e così via – e una ferocia vestita di leggerezza che non ti aspetti. Parte tutto, infatti, con un dispetto ai danni di una bambina pallida e bruttina. Il prepotente di turno la tira per le codine e, insieme ai capelli, viene via anche un sanguinoso brandello di materia cerebrale. A quell'età i bambini sono dispettosi e manipolatori: ti fanno gli occhi dolci, ti prendono per il verso giusto e sei nella loro trappola. Figurateveli morti viventi: piccoli demoni con abiti dai colori pastello che giocano al salto alla corda con le budella di un povero sprovveduto, stabiliscono gerarchie, rendono gli spiazzali della ricreazione labirinti. E tutto, in quest'opera prima citazionista quanto The Final Girls e non meno ironica di L'alba dei morti dementi, ha inizio proprio da quella carne che forse - lo dicevano i vegetariani e l'hanno confermato da poco, neanche a farlo apposta, i giornali – nuoce gravemente alla salute. Come una scuola che – da una parte all'altra della barricata – uccide. (6,5)

2015. Un poster con il primo piano dei due protagonisti, e io che immagino tanti dialoghi e pochi attori. 6 Years, melodramma scritto e diretto da Hannah Fidell, poteva piacermi. Perché si sa che vado pazzo per queste lunghissime scene in cui, con naturalezza, si parla del più e del meno; gli amori agli sgoccioli; i giovani che hanno i problemi dei vecchi. Siamo dalle parti di Like CrazyBlue Valentine. Un sentimento al tramonto, già declinato al passato, e due amanti a un bivio. Melanie e Dan – studenti universitari, migliori amici – sono fidanzati da sei anni. In Doremus c'era la lontananza, in Cianfrance i rimpianti di due che avevano capito che il loro grande amore non bastava. Nella Fidell, piatta, i problemi sono più vicini ai miei – strade che inevitabilmente si separano, piani per il futuro che non vanno d'accordo, piccoli tradimenti da ubriachi – ma personaggi tutt'altro che adorabili, o in lacrime o brilli, rendono più pesante del previsto l'ora e diciotto di 6 Years. Realistico, non per cuori candidi, ma con guizzi scarsi e figure antipatiche, pallide, volubili. Eppure Taissa Farmiga – lei tanto sfortunata in amore anche in American Horror Story – e Ben Rosenfield sono molto bravi. Eppure la regia è sobria e la colonna sonora indie al bacio... (5)

2013. Certe sere l'importante non è tanto il film, quanto ridersela di gusto. E, in sere come quelle, che venga pure in mente l'idea di vedere questa commedia tedesca campione d'incassi, pronta per l'espatrio, un sequel già uscito in Patria e, chissà, un remake. Arrivato da noi con due anni di ritardo, complice un protagonista amatissimo per Kebab For Breakfast, Fuck You, Prof! parla con il linguaggio della comicità – a volte volgare, ma immediato - di ragazzi ribelli, equivoci e false identità. La storia: delinquente in libertà vigilata si finge supplente per recuperare la refurtiva sepolta nello scantinato di un liceo. Ma il suo menefreghismo si scontrerà con gli scherzi di una classe problematica. La trama è la solita – un incrocio tra Da ladro a poliziotto e Poliziotto alle elementari – e la comicità, non tra le più raffinate, è più americana che europea. Però si ride tanto, dall'inizio alla fine, e gli obiettivi vengono raggiunti, dalla classe scapestrata capitanata dal più scapestrato dei prof. (6+)

2014. Jay è la pecora nera in una famiglia perfetta. Daisy, sola al mondo e con qualcosa che non quadra, dichiara ai suoi dottori di sentire le voci ed è tra le stralunate abitatrici di un istituto da abbandonare di corsa, e a piedi scalzi. Lui è Scott Speedman che, dopo gli anni novanta e Felicity, ci si è accontentati di vedere qui e lì. Lei è Evan Rachel Wood, attrice che mi piace tanto e da tanto, che chissà perché – pur essendo bella e brava in quantità uguali – ha meno impegni di quanti meriterebbe. Loro, simpatici e in armonia, sono i protagonisti bene a fuoco di Barefoot: romcom tra l'indipendente e il commerciale che, a volte, ho trovato avesse i tratti dei boy meets girl che mi fanno sempre bene, altre quelli meno personali ma per tutti i palati di una commedia con i Kate Hudson e Matthew McConaughey di turno. Piace più a prima impressione, nel primo caso, rispetto a quando si scopre – nonostante il brio e le punte di tenerezza – piacevole e poco più; comunque, non  memorabile. A fare la differenza, la lei della storia, che spesso ti prende in contropiede con le sue fragilità e i suoi piccoli dolori, e sempre ti sorprende per piglio e fascino. (6)

2014. Richie vuole farla finita. Ma, all'improvviso, arriva una chiamata da sua sorella. Sua nipote, Sophia, ha bisogno di lui. Nato come ampliazione di un corto pluripremiato, Before I Disappear è il significativo esordio alla regia di Shawn Christensen: ha l'indole e lo sguardo giusto, anche se il suo primo lungometraggio ha poco che lo faccia brillare di luce propria. Dramma all night long inguaribilmente indie, ha una bella testa, una bella fotografia da videoclip, un bel cast televisivo assemblato a dovere – accanto al factotum Shawn, una grande Emmy Rossum e uno psicotico Paul Wesley – ma manca una trama che si faccia ricordare. Prevedibile, penserete, immaginando un rapporto adulto-bambino à la About a Boy. Sbagliando, credo lo pensasse anche l'autore: accanto allo snodarsi di un emozionante dramma familiare, allora, l'inserimento di una parentesi noir. Una cocainomane trovata morta, la promessa dell'omertà e, inevitabile, il dubbio: dirlo o non dirlo al ragazzo di lei? Con un altro dubbio, questa volta il mio, ossia che nel corto tale sottotrama insoddisfacente mancasse, andrò a recuperarmi l'originale e a dire in giro che Christensen, nonostante i passaggi irrisolti, è capace come tutti raccontano. (6/7)

2015. Brillante studente a casa per le vacanze perde testa e verginità con la  consorte del vicino. Ma il marito, ricco e geloso, potrebbe non perdonare il ragazzo che ha puntato gli occhi sulla sua moglie trofeo. Careful What You Whish for – in italiano, Attrazione senza regole: titolo da anonimo giallo di Rai Due, e quello infatti è stato il suo sfortunato destino in una sera di fine agosto – è un discreto thriller erotico, con tutti i limiti del caso e elementi che lo rendono leggermente superiore a pellicole simili arrivate di recente in sala. Vedi l'innocuo – e trashissimo – Il ragazzo della porta accanto. La trama è quella: un'attrazione fatale, la seduzione di una Mrs. Robinson, un giovane accecato dalla passione. Ma, a un certo punto, si imbocca una via che il trailer non rivela e che, dunque, non vi rivelerò neanch'io: una strada già battuta, verso un epilogo con qualche tranello che non guasta e i territori di Sex Crimes. E poi – inusuale per la prima serata, almeno – c'è più pelle esposta, qualche scena di sesso e l'indiscreto sex appeal di Isabel Lucas. Nei panni del marito, Dermot Mulroney (Shameless); il giovane protagonista, invece, è Nick Jonas. Nuovi muscoli e il tentativo di una carriera nuova dopo un'infanzia targata Disney: qualche singolo carino passato in radio e impegni in rubrica con l'ultima creazione di Ryan Murphy, Scream Queens, e la seconda stagione di Kingdom. (5,5)

2015. Charles è un liceale che vive di notte. Tormentato dai bulli, lavora in una stazione di servizio che è un microcosmo di situazioni pericolose e incontri. Lì la diciottenne Vicki offre sesso ai camionisti. Quando Charles trova il coraggio di difenderla dalle prepotenze del suo pappone, tra i due nasce l'amicizia. Viaggiando lungo la costa californiana, fotograferanno fari e impareranno a rispettarsi. Safelight è un dramma young adult accolto nell'anonimato. Sbuca dal nulla, infatti, ma ci si aspettava di più, per colpa di una di quelle copertine che mi ispirano a colpo d'occhio e di due protagonisti noti. Ha senz'altro dalla sua voglia di tenerezza e tanta bontà, ma la scrittura pecca di ingenuità e esagera nel caricare i personaggi di drammi che non toccano. Mai smielato ma neanche mai meritevole, per quell'ora e mezza, nonostante idee frettolose e personaggi sfortunatissimi, si tiene a galla grazie a qualche comprimario significativo, alle atmosfere country e alle prove di Evan Peters, convincente diciassettenne, e June Temple, carinissima coi suoi occhiali rosa a forma di cuore. Giovani ma già quotati, altrove mattatori, finiranno per farsi ricordare, qui, per quel misto di occhi bassi e sorrisi rubati che sono bravissimi a rendere, neache fossero due adolescenti alle prese con l'imbarazzo della prima volta. (5)

lunedì 23 maggio 2016

Recensione: Unrivaled - La sfida, di Alyson Noel

"Era rimasta chiusa in camera a meditare sulla linea sottile che separava la fama dall'infamia. Per un colpo di sfortuna, la sorte aveva voluto che per lei fossero inestricabili."

Titolo: Unrivaled – La sfida
Autrice: Alyston Noel
Editore: Harper Collins
Numero di pagine: 284
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Tutti desiderano diventare qualcuno nella vita. Layla Harrison vuole fare la giornalista; Aster Amirpour sogna di essere un'attrice di successo; Tommy Phillips ha intenzione di diventare una rockstar. Madison Brooks ci è riuscita: ha afferrato il destino e lo ha piegato al proprio volere molto tempo fa. Ora è la più acclamata stella di Hollywood, e ciò che ha fatto per diventare il personaggio di cui tutti parlano è solo una macchia sull'asfalto, polvere sotto i tacchi delle sue Louboutin. Finché Layla, Aster e Tommy non ricevono un invito speciale per entrare nel mondo esclusivo della vita notturna di Los Angeles e partecipare a una spietata competizione di cui Madison Brooks è l'obiettivo. Ma proprio quando le loro speranze si accendono come stelle che bucano lo smog della California, Madison Brooks scompare... e le aspettative dei quattro ragazzi si spengono, oscurate da una nebbia di bugie.

                                              La recensione
La visione di Blake Lively a Cannes – stupenda in azzurro, in rosa, in oro e, con la gravidanza a fare capolino e ad arrotondarle le forme, forse, ancora di più – mi ha ricordato perché al ginnasio fossi perdutamente cotto della sua inarrivabile Serena van der Woodsen e seguissi, fedelissimo, un mondo di intrecci, tradimenti e surreali colpi di scena descritti da colei che, nell'anonimato, cantava e condannava i rampolli e le meteore delle scandalose élite di Manhattan. Tra il teen e la soap, trash solo verso la conclusione, Gossip Girl era – è – il mio guilty pleasure con la lettera maiuscuola. Da allora, cercasi rimpiazzo. A consolare gli orfani e i nostalgici, chi a New York non ci ha mai messo piede e alcuni party di certo non può permetterseli, ci hanno pensato le amiche di Pretty Little Liars e, lo scorso anno, i nobili britannici secondo The Royals: serial che, senza cerimonie, ho abbandonato strada facendo. Il primo, infatti, non mi aveva anticipato che oltre che carine e giovani le quattro protagoniste fossero stupide da non credere; con il secondo, nonostante il piacere degli episodi introduttivi, era venuta meno la curiosità e non restava, allora, che il trash. Quello, in dosi abbondanti: ingenerose. Finché, tra i guilty-pleasure-ma-non-troppo, non è spuntato dal nulla Unreal. Quali meccanismi nascondeva un programma in cui ragazze bellissime si sfidavano per il cuore di un lui assai ambito, se le sporche manovre della produzione facevano vittime innocenti e la commedia nera prendeva d'un tratto il sopravvento? Unreal e Unrivaled: un titolo in assonanza, un'altra sfida annunciata, la contaminazione a fantasia tra il mistery e lo chick lit. Come nel caso del telefilm Lifetime, anche con Alyson Noel c'era la sorpresa, dietro l'angolo? Primo di una serie, tradotto in tempi record e coccolato dalla nascente HarperCollins Italia, Unrivaled è ambientato in una Los Angeles festaiola e rumorosa, ha protagonisti che indossano le migliori griffe e coltivano i peggiori propositi, fa una satira non troppo caustica ma che si legge, e lì sta la sorpresa, con un ghigno di sottile apprezzamento. Il titolo si riferisce alla missione di tre diciottenni senza grilli per la testa, determinati sin dall'inizio, che rispondono all'invito del potente e misterioso Ira, proprietario dei locali notturni più in
La fragola in copertina, intinta nell'oro, è il frutto proibito a cui Tommy, Layla e Aster tendono la mano, ignari degli effetti collaterali della loro cupidigia. Vogliono sfondare. Il primo, ragazzo di periferia con la chitarra in spalla, sogna la carriera delle rock star e il cenno del capo di un padre gelido, ignaro della sua stessa esistenza; la seconda, hipster fino al midollo e con un fidanzato storico che sprizza gioia di vivere, scrive cattiverie e news su un blog di pettegolezzi; l'ultima, che per ribellarsi a due genitori aristocratici e normativi gioca a fare la cattiva ragazza, sa che la sua pelle caffellatte e il fare da gatta morta le apriranno in fretta e furia le porte dello showbusiness. Intanto, fanno i promoter per l'uomo che, in pugno, custodisce le chiavi di Los Angeles. Ci sono tre locali da riempire e loro sono i leader di tre diverse squadre. Chi la avrà vinta? Chi potrà vantarsi di avere, come fiore all'occhiello, l'attrice Madison Brooks e la sua dolce metà? La ragazza che s'inchina davanti alle stelle, però, scompare nel nulla. Cosa hanno a che fare i protagonisti con il sequesto dell'ospite più ambita?
Il romanzo della Noel è una lettura disimpegnata ma coinvolgente, che lascia più domande che risposte. Una “toccata e fuga” dal senso d'irrisolto, di incompiuto, che nel pugno stringe un pugno di mosche; generi che si combinano sì e no; polvere di stelle cadenti. Pensato per un pubblico di giovanissimi, nonostante le premesse, non risulta di certo più cinico o provocante del young adult medio; e il riferimento principale, ahinoi, è quello delle “liars”, tanto benvolute altrove. Con un mistero che, nel prossimo romanzo, ci darà i debiti grattacapi e un finale che suona tanto come un arrivederci, alla prossima puntata.
Ci sono romanzi dallo stile chirurgico e nitido, che non puoi fare a meno di definire cinematografici. Unrivaled è invece modesto, nel bene e nel male, e ammiccante: televisivo, con il bollino giallo. Tra lo standard e l'irriverente, segue un compromesso che, questa volta, non mi è dispiaciuto, benché non ami le vie di mezzo, le pietanze senza pepe, la satira senza coraggio. Ma La sfida mi ha divertito, intrigato il necessario, e un'altra puntata di prova, un altro romanzo, me lo concederei ben volentieri. Al momento, sospendo il giudizio. Non cambio canale, senza sapere che fine ha fatto Madison Brooks e com'è, nel dettaglio, un mondo che qui ho occhieggiato tra i flash dei paparazzi e in mezzo ai punti di vista di un trio all'oscuro dei fatti. Freno un po' l'istinto di darmi allo zapping sfrenato. Il guilty pleasure, però, resta più appetibile sul divano, in pigiama e alla luce dello streaming, che tra le pagine. 
Su questo no, non cambierò idea. 
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Vogue – Madonna 

sabato 21 maggio 2016

I ♥ Telefilm: Bates Motel IV, Damien, Grease - Live

Era partito in sordina e rimangiandosi la promessa dell'orrore. Bates Motel, reboot sul giovane Psycho, giurava di raccontarci un Norman Bates agli esordi. Quanto erano acuti i dolori del giovane Norman? Quanto era crudele e subdola una madre che, consapevolmente, lo aveva traviato? A lungo, in tivù, le risposte non soddisfacevano. L'adolescente, nonostante i suoi frequenti blackout, sembrava sano come un pesce; Norma era un dolce angelo del focolare con gli abiti floreali, anni Cinquanta. La terza stagione, però, ci aveva fatto ricredere: il gioco, allora, valeva la candela? Bates Motel, al suo quarto anno di vita, va velocissimo verso l'inevitabile. Dove, sin dall'inizio, doveva andare. E così si rivela il gioco degli sceneggiatori. Parchi quando si tratta di efferatezze e sangue – anche questa volta, infatti, gli omicidi scarseggiano – ma, per tutto il tempo, abilissimi nel farti stare a cuore personaggi psicotici, sgradevoli, ma memorabili proprio per quello. Ti affezioni agli assassini in erba con il complesso di Edipo e alle mamme belle e pressanti, che di quel famoso complesso sono senz'altro la causa, a tal punto che è difficile vederli passare dalla potenza all'atto; osservarli mentre diventano – cosa che, qualche serie fa, invece supplicavi – gli stessi del film originale. La fragile Emma, questa volta, con un'operazione abbraccia il proprio benessere; Dylan sogna di allontanarsi da una famiglia pesante, in cui qualche tempo prima si desiderava il benvenuto; lo sceriffo Romero, ed ecco la solita sottotrama superflua, ha fatto fuori un boss del posto, attirando su di sé le indagini della DEA e le gelosie di una vecchia amante. Norma, per amore di suo figlio, si sposa, perché ha bisogno di sostegno economico e, vuoi o non vuoi, s'innamora dell'uomo che ha accettato di metterle una fede al dito per imbrogliare la previdenza sociale. Norman, invece, è sempre più Norman: indossa la vestaglia di mamma, parla come lei e, in una sequenza seducente, corteggia una cubista; quando si baciano, però, ci sono solo Norma e la ballerina: lui è scomparso. Buchi nel muro, spioncini ovunque, amnesie... Viene chiuso in una casa di cura, per un po'. Ma, a contatto con altri pazzi, peggiora, e fa sue nuove e stranissime idee. Prende ispirazione per il suo gran finale? La Cook e Thierot sono teneri e affiatati. Lo sceriffo di Nestor Carbonell è duro, ma sentimentale. Vera Farmiga e Freddie Highmore, lei struggente e lui più inquieto del solito, sono finalmente al centro di una stagione che è alla loro altezza. Il season finale: fatale, lungo, quasi commovente. E, per una volta, così, puoi essere grato alla tua testa dura e, intanto, ti domandi dove fosse, quel giorno, la pigrizia; la voglia di mettere un'altra serie da parte. Perché Bates Motel, onesto e disonesto insieme, non ti fa pentire di non averlo abbandonato, quando non era che un teen drama in un mare di teen drama con il nome ingannevole, però, di un capolavoro senza tempo. (7,5)

Quarant'anni fa, Richard Donner dirigeva un horror cult, destinato a sequel discutibili e, nel 2006, a un remake che personalmente non mi era dispiaciuto. Sarà che avevo dodici anni, un'attrazione strana verso l'arcano e che Omen l'ho conosciuto proprio così. Cos'è stato del giovane Anticristo, che in un finale assai beffardo, dopo l'assassinio di entrambi i genitori adottivi, trovava ospitalità presso la Casa Bianca? Il dominio del mondo? Damien, prosecuzione ideale e a fantasia, portata sul piccolo schermo dagli stessi che avevano pensato un Psycho adolescente, immagina il figlio di Satana adulto. L'erede della sfortunata famiglia Thorne, dopo un'infanzia burrascosa e un'adolescenza con altrettanti misteri, è andato in Medio Oriente in cerca d'espiazione. Avverte un profondo senso di colpa, la voglia di cambiare: fotoreporter di guerra, rischia la vita, si dà a nobili missioni, le sue foto fanno il giro del mondo. Evidentemente, non sa che lui e la guerra sono fatti della stessa pasta... Dopo la trentesima candelina spenta, è tempo però di raccogliere un'eredità scomoda: gli incubi lo perseguitano, sul suo cuoio capelluto spunta il tatuaggio “666”, chi è vicino a lui rischia di perdere ciò che ha di più caro, due potenti – tra questi, l'affascinante Barbara Hershey, femme fatale agèe – fanno a gara per corromperlo. C'è chi lo vuole vivo e chi lo vuole morto, chi lo vuole cattivo e chi sognerebbe di cambiare la sua indole. In questa battaglia consumata tra il deserto e una patinata New York, come si sente il diretto interessato? Damien, che aveva tutte le carte in regola per essere un'operazione pessima, in realtà si pone i giusti interrogativi e, nell'abbracciare il male, lo fa con contrizione e umanità. Pur non venendo meno gli spunti horror – omicidi, apparizioni, voci -, si pone come un intrigante thriller psicologico e a lungo, eccezion fatta per ultimi episodi non così soddisfacenti, l'orrore è nella mente. Se la collega Katie McGrath in Slasher si confermava una cagna maledetta (cit.), Bradley James, altro volto di Merlin, è invece piuttosto capace: piace alla macchina da presa – ed è molto bello: piacerà senz'altro alle spettatrici – e ammicca poco e niente, curando come meglio può il ruolo di un ragazzo che fa di tutto per liberarsi dal suo cuore nero. Tra tentati suicidi e incidenti di percorso, Damien conta anche su qualche comprimario ben pensato: se gli aiutanti del nostro anti-eroe, però, non sono granché, gli sceneggiatori fanno bene con la storyline dell'agente Shay: poliziotto ligio al dovere, segugio spietato e, nella vita privata, protagonista di una relazione omosessuale senza cliché, con tanto di bambino – in pericolo, con Satana nei dintorni – a carico. L'iniziale sorpresa va scemando nell'epilogo, ma si ha l'impressione che come Bates Motel – che nella terza e nella quarta stagione ha sfiorato picchi lodevoli – questo Damien potrebbe fare meglio (o peggio, parlando dell'Anticristo) nei suoi snodi futuri. Rispetto al serial con la Farmiga e Highmore, inoltre, la nuova creatura di Glen Mazzarra parte meglio: senz'altro, con maggiore coerenza. (6,5)

Volete sentirvi vecchissimi? Quando sono nato io, Grease aveva già spento sedici candeline. Dandoci alla matematica, mio padre aveva tredici anni la prima volta che la commedia musicale di Randal Kleiser arrivò in sala: erano partiti in macchina, lui e mio nonno, e si era spostati dal paesello alla grande città, pur di vederlo. Perciò Grease, anche se non è cosa della mia generazione, l'ho visto e rivisto, da bambino. Ho memorizzato le prime parole in inglese, fischiettando le sue canzoni, e ho imparato ad apprezzare un genere che può irritare i più. Invece, per me, con l'attore che veste i panni del cantante, le strizzate d'occhio al teatro e le divertite contaminazioni tra generi, il musical è tra le manifestazioni più piene e affascinanti di quanto potente possa essere il cinema. Giravano da un po' voci su un remake e i nostalgici, dalla loro, borbottavano: i cult non si toccano. Però, non riduzione televisiva ma evento live in grande, il Grease andato in onda su Fox e trasmesso qualche mese dopo su Rai 4, non sembra un affronto neanche per un attimo. Anzi, fa una bella figura nell'inevitabile confronto. Rispetto alla versione cinematografica, canzoni sconosciute e nuove parentesi: soprattutto su quei comprimari, al cinema, poco approfonditi. I novelli DNCE suonano al ballo di primavera, Mario Lòpez presenta, una popstar inglese apre le danze. Il cast, rinnovato, ha volti del piccolo schermo a fantasia – Keke Palmer, Kether Donohue -, una cantante pop – Carly Rae Jepsen -, e un trio di protagonisti sorprendentemente versatili, nei ruoli più contesi. Se Julianne Hough, bambola di porcellana, è una natural born Sandy, Aaron Tveit – noto ai più per l'action Graceland, ma star di Broadway – sorpredente parecchio per estensione vocale, passo leggero, capello inamovibile. Vanessa Hudgens, ex brava ragazza di casa Disney, qui scatenatissima e ammiccante, convince particolarmente, con la sua Rizzo spregiudicata e romantica. E, sapendola sulle scene all'indomani della scomparsa del padre, tocca per una professionalità straordinaria. Il Senior Year alla Rydell di un'affiatata compagnia di amicici – bulli e pupe, auto truccate, il chiodo, le giacche rosa shocking, i capelli cotonati e l'immancabile brillantina – si apre con una Jessie J biondo platino che canta l'intro. Aggiornato ma non troppo, Grease: Live conserva dunque la sua aria retrò, ma approfitta di una necessaria rinfrescata – non nelle sonorità, immutate, né nei costumi, che tra Converse e risvolti ai jeans, sono quantomai attuali, bensì, nei volti: familiari, giovani, visti un po' qui e un po' lì. Corpi agili e voci senza sbavature, uniti in uno spettacolo a cavallo tra le generazioni, che ci stampa il sorriso sulle labbra e, nelle orecchie, il ritornello che pensavi di aver dimenticato. Perché perfino l'ultimo venuto al mondo, almeno una volta, ha visto Grease in vhs. Sennò, che infanzia hai avuto mai? Il pubblico che esulta in sala. La troupe e il set itineranti. E qualche scintilla, poi, qualche effetto speciale, per fare sfrecciare i bolidi e scamparla in un'avvincente gara su ruote. (7)